Month: maggio 2011

Finanziamenti effettuati dalle banche nel settore giustizia e nei tribunali- Fondazione Modena Giustizia

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00360
Atto n. 2-00360

Pubblicato il 26 maggio 2011
Seduta n. 559

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze, della giustizia e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il 14 settembre 2010, sul portale delle Camere dei Commercio d’Italia, veniva data l’entusiastica notizia di una fondazione “Modena giustizia” per risolvere le difficoltà del sistema giudiziario, lungaggini processuali, carenze di personale, problematiche ben presenti su tutto il territorio nazionale;

si leggeva, per esempio sul sito della Camera di Commercio di Salerno, che: «Modena, però, in questo caso si distingue per come ha scelto di affrontare il problema e sostenere la giustizia. La risposta è stata quella di creare un ente trasversale, partecipato da istituzioni diverse, capace di mettere nuove risorse a disposizione del sistema giudiziario modenese, fornendo gli strumenti necessari per programmare gli interventi utili ad una modernizzazione dello stesso. È nata così, primo caso in Italia, la “Fondazione Modena Giustizia” tenuta a battesimo il 21 giugno 2010 dai sei soci fondatori (Camera di commercio, Banca Popolare dell’Emilia Romagna scarl, Banca Popolare di Verona – S. Geminiano e S. Prospero spa, Unicredit Banca spa, Ordine degli Avvocati di Modena, Ordine dei Dottori Commercialisti di Modena), che ne hanno ottenuto l’iscrizione nell’apposito registro prefettizio l’8 luglio e presentata oggi alla stampa presso la sede dell’Ente Camerale Modenese. A conferma dell’unicità dell’esempio a livello nazionale, all’iniziativa verrà riservato ampio spazio in occasione della “convention” delle Camere di Commercio italiane che si terrà in provincia di Salerno nei giorni 20, 21 e 22 settembre p.v. ove si tratterà, tra gli altri, del tema della legalità alla presenza del Procuratore Generale Antimafia, Dott. Piero Grasso. La Fondazione, che ha sede presso la Camera di Commercio di Modena e che ha richiesto un investimento di 410mila euro, per gli obiettivi che si prefigge ha ottenuto l’apprezzamento della Presidenza della Repubblica». Si legge inoltre che l’obiettivo di assicurare efficienza, tempestività e funzionalità al “sistema giustizia” può essere conseguito solo mediante l’utilizzo di nuove tecnologie e attraverso un processo obbligato di modernizzazione e informatizzazione. «La fornitura di apparecchiature informatiche e l’adeguata preparazione degli addetti rappresentano le prime iniziative messe in atto dal Tribunale grazie alla fondazione, che tra le sue finalità, si prefigge, tra l’altro, di bandire borse di studio e di consentire l’utilizzo del programma PCT (Processo Civile Telematico). La collaborazione fra gli enti coinvolti si propone di fornire il supporto necessario per dare avvio ad un circolo virtuoso, in cui nuove possibilità di investimento consentiranno di razionalizzare i processi e modernizzare i servizi, rendendoli più efficienti ed efficaci nell’interesse di tutti, cittadini ed imprese: perché la difesa della “giustizia” implica necessariamente una difesa della libertà, la libertà di tutelare e sostenere i diritti di ciascuno»;

sul quotidiano “Gazzetta di Modena”, in un trafiletto del 5 febbraio 2011, si leggeva che: «Un esperimento pressoché unico nel suo genere, e che tanti già vogliono copiare, quello della Fondazione Modena Giustizia, nata nel settembre dell’anno scorso grazie alla collaborazione e allo sforzo di Camera di Commercio, tre banche (Bper, Popolare Verona-Bsgsp e Unicredit) e Ordini degli avvocati e dei commercialisti. Il primo atto è stato raccogliere 410mila euro di fondi da destinare al tribunale e dal 1º gennaio di quest’anno, grazie al contributo della Fondazione, è stata assunta una persona per attivare in tribunale, a fianco dell’ufficio esecuzioni immobiliari, un ufficio che garantirà un delegato alle vendite. «Un ufficio e una persona in più che potranno servire per snellire ulteriormente i tempi» conclude Guglielmo Borelli dell’Ordine forense»;

considerato che:

per quanto risulta all’interrogante, le banche che finanziano abbondantemente questo progetto sono tra i soggetti che più frequentemente ricorrono all’attività giudiziaria, in merito a cause ordinarie, decreti ingiuntivi, revocatorie, anatocismo, affari societari ed una miriade di giudizi intentati dai risparmiatori sul gravissimo fenomeno del risparmio tradito, come bond Cirio, Parmalat, Tango bond, Giacomelli, Lehman Brothers, bond bancari fasulli ed altri titoli “tossici” assegnati disinvoltamente dagli istituti di credito ai risparmiatori, senza peritarsi di informarli sul rischio degli investimenti di “titoli patacca” che hanno bruciato il sudato risparmio ad almeno un milione di famiglie per un controvalore di 50 miliardi di euro;

sul quotidiano “la Repubblica” del 24 maggio 2011, Andrea Greco, nella sua rubrica “Affari in Piazza” dal titolo: “Modena capitale (delle liti)”, così descriveva la «Multioffensiva dell’avvocato Samorì contro “il meccanismo autoreferenziale del vertice Bper”. Appena espulso dal libro soci dal cda che lo incolpa dei tafferugli assembleari di aprile, non s’è perso d’animo. Dal suo studio legale, “tra i primi dell’Emilia”, (e che gli permette di reggere col sorriso 11 milioni di minusvalenze su 23 investiti nella banca modenese, ndr) annuncia: 1) ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo, per affermare i suoi diritti di opinione; 2) causa civile per danni ai vertici Bper, che ambisce rimpiazzare; 3) esposto al Csm sulla legittimità di Fondazione Modena Giustizia, nata un anno fa (con Bper gran finanziatore) per supportare, anche con opere, il tribunale locale. E creare, teme lui, “debiti di riconoscenza e incompatibilità ambientali”. Non sazio (4), Samorì ha portato in Consob – che lo ha sollevato dall’accusa di prebende per raccogliere deleghe assembleari – una nota che “comprova il collegamento” tra due liste che hanno escluso la sua “Bper futura” dalla governance. Via alle carte bollate»;

in un articolo pubblicato su “Milano Finanza”, stessa data, dove si dava conto di un esposto al Consiglio superiore della magistratura per verificare l’operato della fondazione “Modena giustizia”, Samorì attacca il Tribunale. Dopo l’esclusione dal libro soci Bper, l’avvocato modenese si scaglia contro l’ente: è promosso da Banco popolare Emilia-Romagna e Unicredit e sostiene a livello economico il palazzo di giustizia della città;

si legge inoltre che: «Gianpiero Samorì allarga l’offensiva contro la Modena che lo rifiuta e, poco prima dell’esclusione dal libro soci della Popolare dell’Emilia-Romagna, ha alzato il tiro contro il Tribunale. Ieri, durante un incontro con un ristretto numero di giornalisti, l’avvocato modenese ha annunciato un esposto al Consiglio superiore della magistratura. Il provvedimento contesta l’attività della Fondazione Modena Giustizia, nata nel giugno scorso per offrire sostegno economico al tribunale della città. L’ente ha tra i suoi soci Bper, affiancata dal Banco Popolare, da Unicredit, dagli ordini dei commercialisti e degli avvocati e dalla Camera di commercio. (…) L’obiettivo della Fondazione è realizzare “progetti intesi a una maggiore efficienza dell’apparato giudiziario e a integrare le dotazioni del Tribunale di Modena e delle sedi distaccate”. Secondo Samorì, però, l’ente rappresenterebbe un caso unico in Italia e rischierebbe di creare “debiti di riconoscenza da parte del tribunale” verso i soggetti promotori. “Come è noto le banche sono tra i soggetti che più frequentemente ricorrono all’attività giudiziaria. Decreti ingiuntivi, cause ordinarie, revocatorie, concordati, affari societari vedono pressoché quotidianamente gli istituti di credito soggetti a provvedimenti giurisdizionali”, spiega il testo dell’esposto, sottolineando che nel cda della Fondazione sono stati cooptati alti dirigenti e amministratori delle banche. “La situazione di forte imbarazzo nella quale mi trovo è evidente”, spiega Samorì, “dovendo difendermi dall’azione risarcitoria promossa da Bper e, a mia volta, impugnare le delibere dinnanzi a un Tribunale il cui funzionamento è assicurato dalla stessa banca. L’imbarazzo è aumentato dalla generale convinzione, che si è radicata nella società civile modenese, circa la perdita di autonomia e terzietà dell’intero Tribunale e dei suoi singoli membri rispetto all’istituto di credito per effetto della accettazione di rilevanti somme di denaro per il funzionamento dell’ufficio”, conclude l’esposto»;

si tratta, insomma, di attacchi molto duri che minano la credibilità di istituzioni ben radicate nel tessuto locale. Si legge ancora: «Peraltro, dopo l’esclusione dal libro soci, Samorì ha annunciato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo ed è pronto a intraprendere una causa civile al Tribunale di Modena, dove chiederà a livello personale anche i danni al presidente Ettore Caselli e all’amministratore delegato, Fabrizio Viola»,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che i finanziamenti effettuati dalle banche nel settore giustizia e nei tribunali abbiano la finalità di attivare la riconoscenza, anche indiretta, dei beneficati, che potrebbero perdere quei giudizi di imparzialità nell’amministrazione del bene giustizia che deve essere uguale per tutti, incluse le banche;

se tali forme subdole di finanziamenti elargiti con l’intento nobile di far funzionare meglio la giustizia non facciano funzionare meglio quella a favore di banche e banchieri, quindi a danno dei cittadini, consumatori e risparmiatori spesso truffati dagli istituti di credito a giudizio dell’interpellante con il concorso dei distratti controllori e spesso beffati da interpretazioni soggettive delle stesse norme a presidio del risparmio e degli investimenti affidati in banca;

se risulti che tali prebende allegramente elargite dai banchieri, che nei loro comportamenti spesso truffaldini a danno delle famiglie e degli enti locali possono essere assimilati ai bankster, ossia gangster travestiti da banchieri nelle loro azioni reiterate di distruzione del pubblico risparmio per conseguire stock option, ma non ai mecenati, oltre a minare autonomia e l’indipendenza della magistratura e dei tribunali nell’esercizio della giustizia, possano indurre a generare un senso di ripulsa da parte della pubblica opinione verso atteggiamenti intollerabili di ingiustizia;

se risulti quante siano le sentenze emesse dal Tribunale di Modena nell’ultimo anno favorevoli alle banche, in particolare ad Unicredit, Bper e Popolare di Verona e quante abbiano visto consumatori, risparmiatori e famiglie soccombenti e se ciò rientri o meno nella media nazionale di altri Tribunali, ancora non sponsorizzati dagli istituti di credito, che cercano di comperare tutti, perfino la giustizia.

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Cricca Appalti- Dati contenuti nel pc di Anemone il grande elemosiniere del sistema degli appalti

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05281
Atto n. 4-05281

Pubblicato il 26 maggio 2011
Seduta n. 559

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’interno, delle infrastrutture e dei trasporti e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

da un articolo di Carlo Bonini per “la Repubblica” del 25 maggio 2011 sui dati contenuti nel personal computer di Anemone si apprende che: «Ne aveva per il Diavolo e per l’Acqua Santa, Diego Anemone, il Grande Elemosiniere del sistema degli appalti. Fossero centinaia di migliaia di euro per “case da ministro” o 8 euro per il “bollino blu” del controllo dei gas di scarico dell’auto. Per dirne qualcuna: 230 mila euro, di cui nulla sin qui si era saputo, per il preliminare di acquisto del celebre mezzanino vista Colosseo di via del Fagutale, il cui proprietario, l’”inconsapevole” Claudio Scajola, “ignorava” il vero compratore (e cioè lui, Diego Anemone). Cinquemila euro consegnati al cardinal Crescenzio Sepe, guida di Propaganda Fide. Contanti a fiumi per accudire i bisogni, anche di lavanderia, del potentissimo capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, nonché per sedare le richieste della famiglia di Angelo Balducci, presidente del Consiglio Superiore dei lavori pubblici. E ancora: la miseria dell’acquisto di un frullatore, della terra per vasi, e di un trasformatore per un onorevole “ministro” (ancora Scajola, per i pm), la “tassa” delle cene elettorali di Forza Italia (4 mila euro), spese immobiliari per il presidente dell’Enac Vito Riggio (oltre 18 mila euro), ventimila euro a beneficio di un immobile (piazza Capponi) della patinata coppia Giulio Violati-Maria Grazia Cucinotta, un significativo giro di contanti verso Martina L., identificata come la figlia del ministro Pietro Lunardi. Cade l’ultimo segreto che proteggeva la contabilità occulta del costruttore Diego Anemone. I file estratti dal computer della sua segretaria, Alida Lucci, dal Ros dei carabinieri di Firenze e ora trascritti in 900 pagine depositate ieri agli atti della cosiddetta “inchiesta G8″, consegnano ai pm Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, un documento cruciale che torna ad accusare i principali protagonisti di questo affaire. E che annuncia nuova tempesta per Claudio Scajola. La posizione dell’ex ministro, oggi impegnato a riprendersi il coordinamento del Pdl, è stata trasmessa da Perugia al procuratore aggiunto di Roma Alberto Caperna (che nelle prossime ore riceverà anche queste ulteriori 900 pagine) perché, “anche alla luce delle nuove acquisizioni”, “valuti la possibilità” di una sua iscrizione al registro degli indagati per riciclaggio»;

si legge ancora di Scajola che «il certosino Anemone (al costruttore non sfugge un centesimo delle sue “liberalità”), che lo archivia come “Scaiola” o preferibilmente “Scaj”, annota una prima volta nell’ottobre del 2001, quando è ministro dell’Interno e il denaro si conta ancora in lire. “5 milioni per rimborso Vanessa spese ministro”; “1 milione spese autista Scaiola”. Lo ritroviamo quindi il 19 maggio del 2004, due mesi prima del contratto definitivo di compravendita del mezzanino di via del Fagutale (6 luglio) che lo farà felice e “inconsapevole” proprietario. Sapevamo sin qui che Anemone, tramite l’architetto Zampolini, aveva “contribuito” per 900 mila euro. Ora, salta fuori che il costruttore si muove già per il compromesso e per saldare le spese di agenzia: “compromesso (200)+agenzia (30) Scaj”. Fanno 230 mila euro. Che vanno sommati ad altri misteriosi 168 mila di “rimborso” così segnalati in uscita il 21 ottobre 2004: “c/c via del Fagutale Rimb. A Maria Corse”. Non è tutto. Ci sono 147 euro e 60 per l’elettricista (5 agosto 2004), 96 euro per un banale trasformatore in via del Fagutale, 83 euro e 20 per “terra segr. Scaj” e, “verosimilmente”, ritengono i pm, 100 euro di “rimborso” che la contabilità indica “per frullatore Ministro”»;

dalla lettura di un altro articolo di “la Repubblica” del 26 maggio, si apprende che dalla nuova lista Anemone da oggi al vaglio della procura di Roma sono evidenti le anomalie nella compravendita dell’appartamento con vista sul Colosseo. Si legge infatti: «E una partita che Scajola aveva dato frettolosamente e strumentalmente per archiviata (da quando aveva ritenuto che il tempo del suo breve purgatorio politico si fosse esaurito, ripeteva di essere stato “scagionato”) riprenderà esattamente dal punto in cui l’avevamo lasciata. Con una differenza sostanziale, rispetto ai giorni dell’aprile 2010, quando il caso scoppiò. Che dodici mesi di indagini dei pm umbri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, il patteggiamento e le ammissioni dell’architetto Angelo Zampolini, “corriere” e “spicciafaccende” di Anemone, hanno fissato documentalmente – e dunque in modo incontrovertibile – le anomalie di quella compravendita, umiliando la tesi dell’”acquisto inconsapevole”. Il procuratore di Roma, Giovanni Ferrara, ripete da ieri che “ogni valutazione sulla posizione di Scajola è prematura”. Che la decisione che dovranno prendere il procuratore aggiunto Alberto Caperna e il sostituto Ilaria Calò non può prescindere dall’esame delle nuove emergenze istruttorie di Perugia. A cominciare dalla prova documentale che, nel maggio del 2004, Anemone versò 200 mila euro in contanti (oltre ai 30 mila per la mediazione dell’agenzia), per chiudere il preliminare di acquisto di via del Fagutale. Circostanza, questa, che, da sola, rende inverosimile l’ipotesi di un acquirente (Scajola) che, al momento del rogito (6 luglio 2004), non si accorge, peggio “non sa”, che per la casa che sta comprando le venditrici hanno già ricevuto parte del prezzo»;

si legge in seguito: «I carabinieri del Ros e la Finanza hanno documentato in questi mesi qualcosa in più (anche questi sono atti depositati). I lavori di ristrutturazione di via del Fagutale vennero diretti dalla società “Medea”, di proprietà di Anemone e Mauro Della Giovampaola (braccio destro del provveditore alle opere pubbliche Angelo Balducci), e gli artigiani che lavorarono nell’appartamento, dall’impiantistica, agli stucchi, ai servizi, vennero saldati da Anemone, con fatture caricate su un appalto pubblico che aveva vinto (la caserma dell’allora Sisde di piazza Zama) e di cui gonfiò i costi. Possibile, verosimile, ragionevole, che il ministro non si accorse di non aver saldato neppure una fattura a un elettricista?»;

si apprende sempre dalla lettura del primo articolo citato che: «Ce n’è anche per un altro ex ministro, quel Pietro Lunardi, accusato di corruzione per l’acquisto da Propaganda Fide di un palazzo in via dei Prefetti (3 giugno 2004). Nella contabilità di Anemone fa capolino la figlia, annotata in un caso come “Martina L.”, altre volte (se è a lei che il costruttore si riferisce) come “Martina”, e comunque sempre in occasione di “uscite” in carico a via dei Prefetti. Sono 250 mila euro il 2 gennaio 2006. E sono oltre 280 mila il 28 ottobre 2004. Con una particolarità, in questo caso: i soldi vengono annotati in entrata e in uscita nello stesso momento e per lo stesso importo. Perché? È un fatto che via dei Prefetti è indirizzo che sta a cuore ad Anemone. Perché dell’immobile vengono regolarmente pagate le utenze (luce, acqua, gas), prima e dopo la sua vendita. (…) Del resto, del tipo di legame del costruttore con Propaganda Fide e gli ambienti vaticani, la contabilità elide ogni traccia prosaica. Il 12 novembre 2004, escono per “cassa” 5 mila euro per “C. Sepe”, il cardinale a capo della Congregazione. A monsignor Francesco Di Muzio, capo ufficio dell’amministrazione immobiliare di “Propaganda”, vanno “5 mila euro” per l’indulgenza di una “benedizione” e due omaggi in profumi (105 euro il 7 luglio 2008, 535 l’11 dicembre dello stesso anno). Mentre monsignor Franco Camaldo, mondano cerimoniere del Papa, non deve disturbarsi per saldare il meccanico che ha in carico il suo fuoristrada. Fanno 3 mila 250 euro. Annotati puntualmente come anche “una torta di compleanno per Monsignore” da 23 euro. (…) Anche la solerzia per i bisogni di Guido Bertolaso non viene via gratis. Nei 4 anni (2003-2007) di “affitto inconsapevole” del capo della protezione civile in via Giulia, se ne vanno 33 mila 632 euro e 56 centesimi tra pigione, utenze, riparazioni di guasti alla tv, spese di lavanderia. Senza contare, si legge alla voce uscite del 27 settembre 2006, “30 mila euro per ft. Olivia Bertolaso (la figlia ndr.) emessa odd. ” e “20 mila euro” per spese sostenute da “G. Bert.” a “Marilleva”, località sciistica trentina. Nulla rispetto al pozzo senza fondo della famiglia Balducci. In nove anni, le voci in uscita sono centinaia. Quante le migliaia di euro che contabilizzano. E che coprono ogni possibile bisogno di papà Angelo, della moglie Rosanna Thau, dei figlioli Filippo e Lorenzo. Acquisto di case, manutenzione della villa di Montepulciano, acquisto di quote in società di produzione cinematografica e compenso dei loro attori, pagamento annuale dell’Ici per l’intero nucleo familiare (salassi da 5-6 mila euro), utenze, ricariche telefoniche, anticipi per acquisto di auto e di un “quad” per Lorenzo. Ragazzo a cui non viene fatto mancare proprio niente. Neppure uno skipass per l’inverno (200 euro), il bollino blu (8 euro) e “l’estratto di famiglia per l’allaccio del gas” (23 centesimi)»,

si chiede di sapere:

se, alla luce dei fatti esposti, risulti al Governo che pubblici ufficiali e persone ricoprenti incarichi di Governo abbiano ricevuto regalie, favori o altre utilità non dovute e, a riguardo, se non si intenda promuovere un’indagine autonoma in tutti i Ministeri eventualmente interessati al fine di rivedere gli atti firmati dagli stessi nonché le relative procedure;

se risulti che la cosiddetta “cricca degli appalti”, che sembra aver esportato i soldi all’estero tramite i normali canali bancari, si sia avvalsa del terzo scudo fiscale per ripulire i proventi di attività illecite, e che non abbia altresì trovato ausilio indiretto nelle larghe maglie dei controlli di vigilanza;

a quale titolo e per quali favori particolari sia stata elargita la somma di 18.000 euro al Presidente dell’Enac, Vito Riggio;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di rendere maggiormente spedito l’esame di tutti i disegni di legge sulla corruzione e i reati contro la pubblica amministrazione giacenti in Parlamento.

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Baronie Universitarie- Prof. Bernardo Fraioli

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05282
Atto n. 4-05282

Pubblicato il 26 maggio 2011
Seduta n. 559

LANNUTTI – Ai Ministri della salute e dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

domenica 15 maggio 2011 è andata in onda una puntata di “Report” su Raitre con un’inchiesta di Sabrina Giannini dal titolo: «Concorso in reato», dove è stato messo in luce lo scandalo delle baronie delle Università italiane con figli, mogli e parenti che occupano le cattedre, concorsi pilotati dove non vincono i “migliori” ma i figli di papà raccomandati, veri e propri rapporti incestuosi delle commissioni esaminatrici che si scambiano i favori;

l’inchiesta si è soffermata, fra l’altro, su alcuni concorsi universitari, mostrando lo scambio di favori che permette di far vincere alcuni parenti di presidi e rettori;

«Il concorso pubblico» si legge nell’abstract della trasmissione on line sul sito della Rai «dovrebbe servire a selezionare la classe dirigente di un paese. Scegliere i migliori di ogni categoria sulla base di criteri oggettivi basati sulla meritocrazia. Volete che a fabbricare un ponte sia un ingegnere capace o un raccomandato che ha trovato il compito fatto? Quando vi fate operare volete che il chirurgo prenda in mano il bisturi dopo una “giusta ed equa valutazione” o solo dopo essere stato considerato “figlio di”? Quando comprate un casa pagate caro un notaio per essere certi che nessuno verrà un giorno a rivendicare qualcosa»;

l’inchiesta di Sabrina Giannini si è soffermata sui “trucchi” di alcuni concorsi universitari, svelando lo scambio di favori che consente di far vincere alcuni “prescelti”. Sabrina Giannini ha trattato soprattutto l’esempio della parentopoli romana dell’università La Sapienza, il cui attuale rettore Luigi Frati vede tra i professori ordinari della facoltà di Medicina ben cinque parenti prossimi;

la mancanza di meritocrazia, per esempio, non riguarda solo l’assunzione di figli e parenti, ma soprattutto la più generale scarsa inclinazione dei cosiddetti «baroni» a promuovere persone non allineate con il loro pensiero, ma comunque – e in alcuni casi proprio per questo – più originali, acute, innovative;

un ricercatore universitario viene assunto dopo essere stato sfruttato, ad un’età media di 38 anni e cioè dopo almeno 15 anni di studio e ricerca post-laurea, con uno stipendio netto di 1.000 euro al mese più qualche spicciolo. Un professore associato con 5 anni di anzianità, che in media ha circa 50 anni, prende poco più di 2.000 euro netti al mese, lavorando, se fa bene il suo mestiere, dieci ore al giorno e spesso anche nel weekend e nei giorni festivi;

lo scandalo dei “baroni” universitari e dei concorsi farsa, ad esempio quello dei notai con le tracce dei temi forniti da una scuola del notariato, era già stato affrontato da articoli ed inchieste giornalistiche. Il 22 dicembre 2010, Claudia Marincola, in un articolo pubblicato su “Il Messaggero” di Roma, dal titolo: “A Tor Vergata dopo la nuora anche due nipoti. E alla Sapienza arriva il figlio di Luigi Frati”, ironizzava sul presepe dei baroni che si popola di altre statuette. Si legge nel citato articolo: «Spuntano parenti veri o presunti promossi o assunti e comunque agganciati all’ultimo istante al grande carrozzone prima del varo della riforma. Succede a Roma, a Tor Vergata, dove il rettore Renato Lauro, ex preside di Medicina e Chirurgia, ha imbarcato in extremis la nuora Paola Rogliani come professore associato di Malattie dell’Apparato respiratorio. Dove insegna anche suo figlio Davide, marito della Rogliani. E ora spuntano altri due nipoti ricercatori di Roma 2. Succede all’Università La Sapienza, dove Giacomo, 36 anni, figlio del rettore Luigi Frati ha battuto 24 concorrenti più anziani di lui. Ma ha vinto sul fotofinish la sua personale corsa contro il tempo: è diventato professore ordinario prima che le norme anti-parentopoli glielo vietassero. Giacomo Frati si aggiunge ad una lista che somiglia molto al suo certificato di famiglia: la madre Luciana Rita Angeletti, moglie del Magnifico, professoressa ordinaria, e la sorella Paola, anche lei professore ordinario. Tutti insieme i più alti dietro, i bassi avanti, nell’album della facoltà di Medicina. L’ultimo assalto alla diligenza riguarda un nodo nevralgico del ddl in discussione al Senato: le modalità di arruolamento dei docenti. (…) La II Università della Capitale è un ateneo spalmato con le sue varie facoltà nell’Agro Romano. (…) Oltre alla nuora e al figlio, nell’organico di Roma 2 figurerebbero secondo fonti bene informate anche due nipoti del Magnifico: il dottor Manfredi Tesauro, endocrinologo, e orginario di Palermo, come Lauro, e il dottor Roberto Leo, cardiologo. “Vedo che la mia famiglia si allarga… – è il commento ironico del rettore Lauro, ieri poco propenso a parlare – non si tratta di miei parenti, sono entrambi ricercatori, uno dei due tra l’altro se non vado errato è lucano”. Alla vigilia del nuovo corteo di protesta l’atmosfera si scalda intanto anche tra i ricercatori e tra i docenti. “Quali sono i reali interessi economici che muovono i sostenitori della riforma Gelmini?”, si chiedono gli studenti che hanno scritto una lettera aperta. Secondo i firmatari, il rettore Renato Lauro “appartiene a quella schiera di docenti politici che, dopo un primo momento di titubanza, ha accolto a braccia aperte la riforma Gelmini, quella del “merito”, quella contro i baroni”, lo stesso che “a due giorni dall’approvazione della legge in Senato ha permesso la chiamata in cattedra di sua nuora”. “Chi entrerà, ad esempio, nel CdA di Tor Vergata, quando l’ingresso dei privati sarà obbligatorio per legge?”, si chiedono ancora gli universitari di Roma 2 – Entrerà qualche parente, qualche amico degli amici? Forse qualche industriale della cricca di Balducci con cui il rettore è in stretto contatto, come dimostrato dalle indagini in merito agli appalti de L’Aquila e del G8 della Maddalena? (Renato Lauro nelle intercettazioni legate all’inchiesta veniva definito “lo zio”, ndr)»;

prima di Lauro, era stato Magnifico per circa 12 anni Alessandro Finazzi Agrò, stimato professore che nella stessa facoltà di medicina ha il figlio Enrico e due nipoti di primo grado. La parentopoli, insomma, si configura, ad avviso dell’interrogante, come lunga e consolidata tradizione di famiglia;

alle inchieste giornalistiche sui baroni e le baronie universitarie era però sfuggito finora il caso del professor Fraioli di cui l’interrogante è venuto personalmente a conoscenza;

premesso che, nello specifico, a quanto risulta all’interrogante:

la cattedra di Neurochirurgia dell’Università di Roma “Tor Vergata”, diretta dal professor Bernardo Fraioli, ha a disposizione, come personale strutturato, un professore associato, tre ricercatori, ed inoltre 6 specialisti a contratto a progetto, oltre a vari volontari in lista d’attesa per borse di studio, assegni o altro;

ciò nonostante, la casistica clinico-chirurgica della cattedra stessa è di circa 300 casi all’anno, attività che non giustificava assolutamente i 20 posti letto che la cattedra aveva assegnati, tanto è vero che recentemente sono stati ridotti a 10 nell’ambito della riorganizzazione dell’attività delle neurochirurgie laziali voluta appunto dalla nuova Giunta regionale;

il professor Fraioli ha tra i suoi assistenti il proprio figlio Mario, recentemente specializzatosi in Neurochirurgia presso la scuola di specializzazione di Tor Vergata da lui stesso diretta, ed immediatamente dopo ciò risultato vincitore di un concorso per ricercatore universitario di neurochirurgia appunto;

nella stessa scuola di specializzazione da lui diretta, il professor Farioli, oltre al figlio, chiama anche la moglie, dottoressa Baldassarre, che così diventa la professoressa Baldassarre;

era voce insistente negli ambienti del Policlinico di Tor Vergata che il Fraioli figlio fosse l’unico specializzando del proprio corso ad operare con assoluta regolarità – a differenza dei suoi colleghi, impiegati di regola per compiti di segreteria o per accompagnare i malati in barella -, e non raramente le attività chirurgiche dei Fraioli, padre e figlio, venivano svolte in camera operatoria a porte chiuse;

l’attività scientifica della cattedra è di bassissimo profilo. In compenso però il Fraioli invierebbe con assoluta regolarità dei malati di tumori operati presso il Policlinico di Tor Vergata ad effettuare il ciclo di radioterapia presso il CIRAD, centro di radioterapia privato ubicato in una villetta del quartiere Montesacro e, a quanto risulta, di proprietà dello stesso Fraioli e dei suoi figli;

in particolare la CIRAD Srl gestisce una struttura privata specializzata in radioterapia, radiochirurgia stereotassica, oncologica, neurologia, neurochirurgia e neurochirurgia funzionale convenzionata con l’Università di Tor Vergata;

la clinica registra un numero elevato di pazienti provenienti dalle strutture ospedaliere e, a quanto risulta all’interrogante, soprattutto dall’Università di Tor Vergata. Da circa un anno la Casa di cura dispone inoltre di un servizio di fisiatria e di oncologia medica anche essi affidati a docenti di Tor Vergata. Stando a quanto risulta all’interrogante, secondo lo schema usuale, il paziente “reclutato” presso la Divisione di neurochirurgia verrebbe inviato per i trattamenti chirurgici e radioterapici alla Casa di cura che provvede anche al trattamento fisioterapico;

il rappresentante legale della struttura è uno dei figli del professor Bernardo Fraioli, il quale è contemporaneamente anche primario della Divisione di neurochirurgia dell’Università di Tor Vergata. Il Centro è diretto dalla figlia Chiara, specializzatasi in radioterapia presso Tor Vergata. Il Fraioli dirige la cattedra di neurochirurgia di Tor Vergata dall’anno 2001, quando fu nominato appunto direttore in seguito alla prematura scomparsa del suo predecessore, professor Renato Giuffrè;

nel caso specifico, il professor Fraioli, dipendente universitario e del Servizio sanitario nazionale, invierebbe i pazienti a se stesso per i trattamenti del caso. Così, ogni anno passano per la Casa di Cura oltre 1.000 pazienti; il 70 per cento di essi provengono da Tor Vergata;

il professor Fraioli, al fine di proseguire la redditizia attività, avrebbe fatto predisporre dalla Facoltà di medicina dell’Università di Tor Vergata un altro posto di professore nella specialità, da assegnare, nelle sue intenzioni, al figlio che ha recentemente vinto un posto di ricercatore universitario non appena terminata la Scuola di specializzazione;

dal 2001 in poi il Fraioli avrebbe “convinto” tre docenti di provata esperienza ad abbandonare la cattedra, con un conseguente evidente danno in termini di attività sia clinica che di ricerca, ma anche con l’evidente risultato di favorire l’ingresso del più giovane degli attuali docenti, cioè il figlio. Risulta al contempo che la richiesta di uno di questi tre di rientrare in servizio presso la cattedra è curiosamente ignorata dalla facoltà da oltre un anno, e da ultimo la decisione al riguardo è stata ulteriormente rinviata a data imprecisata in occasione della stessa seduta di Facoltà nella quale è stata chiamata come professore associato la nuora del Rettore, vicenda che ha richiamato l’interesse della stampa e dell’opinione pubblica;

inoltre vi è stata una protesta non ufficiale, ma più volte comunicata ai vertici dell’università da parte del personale docente non imparentato con il Direttore, riguardo alle situazioni di privilegio intollerabile di cui i parenti stretti del suddetto godono nell’ambito dell’attuale cattedra;

il livello modesto di qualità della cattedra ha portato ad una riduzione di posti letto da 20 a 10. La riduzione richiesta degli organi competenti era in realtà più cospicua (solo 8 posti letto), ma al riguardo sono intervenuti i vertici dell’università al fine appunto di mitigare l’impatto negativo,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda acclarare la veridicità di quanto richiamato in premessa, in particolare con riferimento alla vicenda del professor Fraioli;

se non ritenga che le modalità di esplicazione del servizio del professor Fraioli circa l’invio della maggior parte dei pazienti di Tor Vergata presso la casa di cura gestita dai suoi familiari, non configuri un palese conflitto interessi;

quali iniziative intenda assumere al fine di assicurare la piena regolarità dei concorsi da ricercatore affinché non ci siano casi di nepotismo;

se corrisponda al vero che il professor Fraioli avrebbe fatto predisporre dalla Facoltà di medicina dell’Università di Tor Vergata un altro posto di professore nella specialità per poterlo assegnare al figlio e, di conseguenza, quali iniziative di competenza intenda adottare affinché siano rispettati i diritti di coloro che operano nella struttura pubblica e che da anni sono in attesa di migliorare il proprio status al servizio e nell’interesse della sola sanità pubblica;

se corrisponda al vero che il professor Fraioli avrebbe indotto tre docenti ad abbandonare la cattedra per favorire l’ingresso del figlio e quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere al fine di garantire il rientro in servizio di uno dei docenti che ne ha fatto richiesta;

quali misure urgenti intenda adottare per consentire ai giovani più meritevoli, ma non rientranti nell’orbita delle baronie familiari, come quella dei Fraioli, di poter esprimere il loro valore nelle università italiane, invece di emigrare e di portare all’estero la loro eccellente capacità ed affermazione indubitabile nel mondo della ricerca straniera con gravissimo danno del Paese.

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Bankitalia- Profilo del credito-Commisariamenti BBC Garda, Mantovabanca

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02203
Atto n. 3-02203 (in Commissione)

Pubblicato il 26 maggio 2011
Seduta n. 559

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

secondo quanto risulta dalla documentazione contabile di cui l’interrogante è a conoscenza, emerge in modo chiaro che a fine 2010 la Banca di credito cooperativo (BCC) del Garda aveva pregiudicato la sua dotazione patrimoniale in relazione alle elevate sofferenze. Si è infatti in presenza di 73 milioni di euro di sofferenze (di cui più del 45 per cento senza garanzie né reali né personali), di 74 milioni di euro di incagli (anticamera della sofferenza), di 15,8 milioni di euro di sofferenze non segnalate, di 60,4 milioni di euro di incagli allargati (sicure perdite future), per un totale di 214 milioni di anomalie creditizie a fronte di un patrimonio di vigilanza pari a 108 milioni di euro. Di fronte a tale situazione catastrofica – dotazione patrimoniale insufficiente o compromessa – l’organo di vigilanza, la Banca d’Italia, in cui opera la dottoressa Anna Maria Tarantola, capo della vigilanza ed amica del dottor Alessandro Azzi, vice presidente dell’Abi, nonostante la presenza di gravi anomalie creditizie e carenze nei sistemi di controllo, non avrebbe disposto né un commissariamento né tantomeno un’ispezione generale. Anzi si sarebbe consentito alla Banca di emettere obbligazioni per 55 milioni di euro all’inizio del 2011 per permettere di rientrare subito entro i previsti requisiti patrimoniali pari all’8 per cento degli impieghi erogati, ciò che non è stato consentito, ad esempio alla Mantovabanca la quale aveva espresso la medesima intenzione, e per la quale si è invece proceduto al commissariamento dopo che l’ispettore inviato dalla signora Tarantola, Emilio Aldo Gramano, a quanto risulta è entrato nel libro paga del dottor Azzi per i servigi resi, essendosi dimesso anzitempo dalla Banca d’Italia;

la situazione non muta e le gravi carenze permangono, quelle che hanno consentito l’erogazione di credito senza alcuna garanzia. Nel verbale, il Direttore generale della Banca dichiara che il 75 per cento del credito risulta garantito; invece, nel documento interno della Banca d’Italia (scheda preparatoria del 30 novembre 2010) viene evidenziato e dichiarato che il 60 per cento delle sofferenze non sono garantite, cioè il credito verrebbe erogato senza alcuna garanzia. L’organo di vigilanza avrebbe pertanto consentito alla Banca di svalutare le anomalie creditizie per una percentuale pari allo 0,7 per cento (percentuale fisiologica di svalutazione dei crediti in bonis) e non certamente per la percentuale di svalutazione dei crediti anomali. A dicembre l’organo di vigilanza aveva tutti gli elementi per intervenire pesantemente, eppure, a quanto risulta all’interrogante, non è stato fatto nulla per tutelare i depositanti della Banca il cui denaro viene prestato ad amici degli amici e persino senza alcuna garanzia. Ad avviso dell’interrogante, in assenza di efficaci controlli a tutela dei risparmiatori, la Banca d’Italia non evidenzia quell’indipendenza e quella credibilità che la dovrebbero contraddistinguere rispetto alle continue ingerenze da parte di una ben consolidata cricca di potere economico, finanziario e bancario che può gestire allegramente il credito e il risparmio. A breve si provvederà ad esaminare il bilancio della BBC del Garda: al riguardo, l’interrogante auspica che sia effettuata una rigorosa attività di controllo, senza alcuna “distrazione interessata” da parte del responsabile (il dottor Cannistraro) e dei suoi collaboratori, peraltro impegnati in costose missioni;

non è stato evidentemente tenuto lo stesso atteggiamento, ben più rigoroso, riservato alla Mantovabanca;

il profilo del credito, secondo i requisiti della Banca d’Italia pari a 6, è testimonianza di gravissima anomalia, carenze dei sistemi di controllo, credito erogato senza garanzie per centinaia di milioni di euro;

considerato che, a giudizio dell’interrogante, alla luce di tali anomali comportamenti dell’ufficio di vigilanza della Banca d’Italia, occorre un intervento per ripristinare la legalità violata e restituire all’istituto di vigilanza quel prestigio istituzionale pregiudicato dal Capo dell’Ufficio di vigilanza (dottoressa Tarantola) e dal Capo della vigilanza di Brescia (dottor Cannistraro), addirittura promosso direttore della sede di Bolzano della Banca d’Italia come premio per censurabili iniziative a danno dei correntisti, dei risparmiatori e delle piccole e medie imprese vessate da una gestione allegra del credito e del risparmio,

si chiede di sapere quali iniziative, anche di carattere legislativo, il Governo intenda promuovere al fine di rafforzare l’indipendenza e la credibilità della Banca d’Italia, al fine di assicurare un’effettiva tutela ai risparmiatori, che non sembra sia stata perseguita in relazione alla vicenda della BCC richiamata in premessa.

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Cina detiene il 13% del debito italiano

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05269
Atto n. 4-05269

Pubblicato il 25 maggio 2011
Seduta n. 558

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

da un’inchiesta di Federica Bianchi e Maurizio Maggi per “L’Espresso” si apprende che: «All’inizio dell’anno i cinesi hanno comprato dal Portogallo, tramite un collocamento privato, un miliardo di euro di titoli di Stato. È circa lo 0,6 per cento del debito di Lisbona ma soltanto lo 0,2 per cento dei 200 miliardi di dollari che la Cina ha investito nell’ultimo trimestre del 2010. Basta l’esempio – citato da François Godement dell’European Council of Foreign Relations – per dare un’idea delle proporzioni. Cosa vuol dire? Che alla potenza asiatica basta una manciata dei suoi spiccioli per condizionare i mercati europei. Grande Timoniere a Grande Creditore. Dopo anni di acquisti massicci di Treasury bond, la Cina ha preso di mira l’euro. E negli ultimi mesi ha iniziato ad ammiccare ai paesi periferici in difficoltà, e a conquistare con discrezione i mercati obbligazionari delle nazioni più solide come la Germania. Secondo gli analisti, il recente interesse per il debito europeo da parte del Potere Silente è destinato a crescere. Al momento ne deterrebbe un dieci per cento, ma nessuno ne è sicuro. Quello che è certo è che il corteggiamento cinese potrebbe non essere privo di conseguenze per le politiche economiche nazionali. Visti da Pechino i mercati obbligazionari europei sono davvero poca cosa e offrono limitate opportunità di investimento all’immenso tesoro valutario dell’Impero d’Oriente: oltre 3 mila miliardi di dollari alla fine di marzo. A volte non occorre nemmeno che compri. Nei mesi scorsi, solo l’annuncio dell’intenzione di un suo acquisto ha fatto andare esaurite le aste obbligazionarie dei paesi più piccoli. Che poi la Cina non abbia mantenuto la parola, come è avvenuto nel caso della Grecia, di cui a dispetto dei proclami non detiene oggi una sola obbligazione, non importa. Il mercato ha reagito, e il valore dei rendimenti dei bond si è abbassato. “Il rischio è che le scelte di investimento della Cina diventino un elemento importante della politica economica degli europei”, spiega Mark Williams della società di consulenza londinese Capital Economics. “Tutti noi gestori specializzati in bond pendiamo dalle labbra dei cinesi”, spiega Andrea Ciaccio, gestore del gruppo Azimut in procinto di trasferirsi da Lussemburgo a Hong Kong: “Vivisezioniamo le dichiarazioni dei capi della Safe (State Administration of Foreign Exchange), del Cic (il fondo sovrano), dei fondi pensione statali, studiamo le mosse di geopolitica, il tutto per capire cosa interessa ai cinesi. Il dilemma è verificare se a certe loro scelte ci possiamo accodare anche noi. Mettiamo che decidano di puntare sulla Grecia: lo faranno perché i titoli costano poco e rendono tanto o per averne un dividendo politico?”. La Cina è ben consapevole di questo suo nuovo potere. E sta imparando a gestirlo. Non rivela quasi mai il controvalore o l’ammontare delle obbligazioni che intende comprare e nemmeno il momento in cui lo farà. Nelle loro dichiarazioni i politici di Pechino parlano degli investimenti obbligazionari come di gesti di amicizia, ma rimangono sempre sul generico, e le loro parole non sono mai sincronizzate con le scelte effettive della Safe. Se poi la Cina compra davvero, lo fa spesso tramite paesi terzi (soprattutto Gran Bretagna, Canada e paradisi fiscali come le Virgin Islands o le Cayman) per garantirsi l’anonimato ed evitare rimostranze, non solo in Europa. “Quando qualche settimana fa sono entrati sullo yen, a Tokio quasi si sono ribellati perché l’intervento faceva crescere la loro moneta danneggiando l’export nipponico”, spiega Salvatore Biasco, docente di Economia internazionale alla Sapienza. E aggiunge: “I cinesi non vogliono essere i “cavalieri bianchi” di Grecia o Portogallo, anche perché, se intervenissero davvero sui debiti di questi paesi gli altri europei, Germania in testa, non avrebbero più motivo per sostenere gli stati in crisi. Sottoscriveranno una parte dei prestiti garantiti dall’Europa nel maxi piano di salvataggio da 750 miliardi, ma non saranno loro a togliere le castagne dal fuoco della zona euro”. Gli fa eco Derek Scissors, studioso del centro di ricerca e analisi economica americano Heritage Foundation: “La Cina non ha interesse a distorcere i mercati obbligazionari europei o a rendere complicata la vita delle banche centrali. Deve solo piazzare le sue riserve valutarie da qualche parte, e il debito americano non le basta più”. Secondo Scissors, nel 2010 la Cina ha aggiunto 470 miliardi di dollari alle sue riserve, e la somma crescerà ancora nel 2011. Di quei soldi, circa 200 miliardi sono impiegati nel mercato obbligazionario Usa, il più profondo e liquido al mondo; altri 60 in acquisti di aziende e attività produttive estere, e il resto in Europa e Giappone. Rendimento medio degli investimenti? Poco più del due per cento. Stabilità e garanzie, evidentemente, sono più importanti del guadagno. Avvolti come sono nella segretezza i loro investimenti, nessuno sa esattamente quanto i cinesi abbiano puntato sul debito pubblico del mondo. Numeri esatti, al di fuori di quelli americani, non esistono. Secondo gli analisti, gli Usa assorbirebbero tra il 65 e il 70 per cento del tesoretto, il Giappone circa il 10 per cento e l’Europa il 20. A seconda delle stime, la presenza di Pechino nei bond pubblici europei viaggia tra i 700 e i 900 miliardi di dollari. Ben 33 miliardi di euro in cinque anni sarebbero stati spesi per i bond tedeschi, mentre, secondo la stampa spagnola, 25 miliardi di euro sarebbero parcheggiati nelle obbligazioni statali di Madrid (su 551 di debito complessivo a fine 2010). Più massiccio lo shopping in Btp e Cct. Il bollettino della Banca d’Italia – a cui rimanda il ministero dell’Economia – raggruppa sotto la voce “Resto del mondo” gli acquirenti non italiani di titoli di Stato, chiudendo la porta a ogni possibilità di capire meglio. Ma ad esporsi con una stima è Alberto Forchielli, del fondo di private equity Mandarin (joint venture italocinese) e presidente di Osservatorio Asia: secondo lui, la Cina deterrebbe il 13 per cento del nostro debito (1.868 miliardi di euro). Purtroppo non spiega come ha fatto i calcoli. “Non posso aggiungere altro, in Cina il dato è un segreto di Stato”. Questa situazione opaca è il frutto di un mondo che non c’è più. Gli europei, abituati per decenni a comprarsi reciprocamente le obbligazioni, non erano interessati granché a conoscere la provenienza degli acquirenti, comunque in stragrande maggioranza di paesi europei. Almeno fin a oggi. “Con l’arrivo dei cinesi, un monitoraggio su dove finiscono le obbligazioni potrebbe aiutare a prevenire brutte sorprese”, sottolinea Scissors. Nel breve termine l’attivismo di Pechino è ben accolto in Occidente. “È una manna per gli Usa perché possono rinviare le correzioni fiscali necessarie a ridurre il deficit pubblico, e anche per il Fondo europeo di stabilità: deve emettere obbligazioni per contrastare la crisi e può contare su un acquirente disponibile”, spiega Luca Mezzomo, capo della ricerca macroeconomica di Intesa Sanpaolo. La Cina è obbligata a comprare all’estero. La struttura della sua economia, disegnata dal governo centrale per mantenere un tasso di crescita annua intorno al 10 per cento la obbliga a disporre di uno yuan sottovalutato, capace di mettere il turbo all’export. Come contropartita negativa però la nuova potenza deve fare i conti con un’eccessiva crescita del credito interno, un tasso di inflazione troppo elevato (il 5,5 per cento è quello ufficiale, da molti considerato sottostimato) e un costante aumento delle riserve in valuta, passate dai 175 miliardi del marzo 2001 ai 3.045 mila miliardi del marzo 2011. Un aumento di 18 volte. “I cinesi dovrebbero raffreddare l’inflazione e rivalutare la divisa”, spiega Mezzomo: “Se però rivalutano lo yuan, la massa di bond occidentali in portafoglio perde sensibilmente valore”, e le esportazioni potrebbero subire un forte contraccolpo. Perché allora non puntare a investire le riserve su progetti interni che migliorino le ancora basse condizioni di vita di milioni di persone? “Porto sempre l’esempio del terremoto del 2008″, spiega Scissors: “Tre anni fa la Cina aveva 1.800 mila miliardi di dollari di riserve straniere, ma investirne anche solo 100 miliardi nel Sichuan sarebbe stato impossibile. La valuta estera ha un uso limitato all’interno del Paese e le leggi cinesi impediscono ai cittadini di inviarla all’estero. Si sarebbero potuti convertire le banconote in yuan ma così facendo le banche – tutte di Stato – avrebbero finito per tornare in possesso di quella stessa valuta di cui avrebbero voluto liberarsi. Oltretutto avrebbero immesso nel sistema economico ulteriore liquidità che, a sua volta, avrebbe spinto in alto l’inflazione”. Che la situazione non sia sostenibile nel lungo periodo e che lo yuan prima o poi dovrà essere ampiamente rivalutato nessun analista lo mette in discussione. Ma il problema sono i tempi. E visto che dopotutto di tempi cinesi si tratta, il breve periodo è fuori discussione. Intanto lo shopping di Bot continuerà»,

si chiede di sapere se corrisponda al vero quanto rivelato dall’Osservatorio Asia per cui Pechino deterrebbe il 13 per cento del debito italiano, qualcosa come 230 miliardi di euro di BTp, CcT e BoT, e, in caso contrario, a quanto ammonti il debito pubblico italiano acquistato dalla Cina.

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Bankitalia, dopo aver disposto un elevato numero di promozioni, mette a disposizione 60 Ipad per i dirigenti

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00359
Atto n. 2-00359

Pubblicato il 25 maggio 2011
Seduta n. 558

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

a quanto risulta all’interpellante la Banca d’Italia, nonostante le richieste di austerità provenienti da lavoratori e pensionati che più di tutti hanno subito l’impatto delle crisi sistemica generata dai banchieri e dalle banche di affari, colluse con le autorità vigilanti, ha proceduto negli ultimi giorni a una serie di promozioni senza precedenti, ben 135 dirigenti nuovi, definite scandalose dal sindacato interno Sibc in un volantino del 18 maggio 2011. Il provvedimento di venerdì 13 maggio rappresenta ad avviso dell’interpellante uno “scandalo gestionale” consumato ai danni della quasi totalità del personale. Le promozioni del 17 per cento dei dirigenti del ruolo unificato – scrive il Sibc – si scontra con le misere quote fissate per gli avanzamenti dell’area funzionale, con l’effetto di penalizzare i redditi più bassi (operai, impiegati, coadiutori, eccetera) che trasferiranno 2 milioni di euro l’anno dalle loro tasche per incrementare le retribuzioni dell’alta dirigenza;

in un volantino di giovedì 19 maggio 2011, intitolato: “dopo le promozioni, arriva l’Ipad”, il sindacato Sibc lamenta che la Banca di Italia, dopo aver elargito in maniera disinvolta un elevato numero di promozioni (che hanno interessato 135 dirigenti su un totale di poco più di 600 solo nell’ultimo anno e 238 negli ultimi due anni), si appresta a mettere a disposizione 60 iPad per altrettanti dirigenti. Il sindacato critica tale scelta rilevando, da un lato, che i dirigenti sarebbero già in possesso di preziosi strumenti di lavoro quali telefoni Blackberry e costosissimi personal computer portatili e, dall’altro, che gli iPad non rappresenterebbero uno strumento di comprovata efficacia ai fini lavorativi. Tutto ciò contravverrebbe all’obiettivo di contenimento delle spese, che dovrebbe essere assicurato anche da tale autorità indipendente,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo che, su un totale di poco più di 600 dirigenti in servizio (di cui 135 promossi in un solo anno e 238 in due anni), l’amministrazione della Banca d’Italia, che ha già beneficato molti dirigenti di strumenti di tecnologia aggiornata, abbia intenzione di regalare iPad a 60 dirigenti, atteso che ciò a giudizio dell’interpellante contrasta con la politica di risparmi ed austerità annunciata anche al fine di mettere in sordina la perdita del potere di acquisto di salari, stipendi e pensioni della generalità non privilegiata del mondo del lavoro;

quali iniziative legislative il Governo intenda porre in essere per far sì che il principio di contenimento delle spese sia attuato anche dalle autorità indipendenti, ed in primis dalla Banca d’Italia, atteso che ad avviso dell’interpellante non sono più tollerabili scelte organizzative che rendano immune il comparto dirigenziale dal concorso al raggiungimento di tale obiettivo; detto comparto, che rappresenta meno del 10 per cento del personale dipendente, che non ha sofferto dei tagli previsti per il resto dei dipendenti pubblici e che è stato gratificato da disinvolte promozioni, continua a godere di benefit aziendali e/o remunerazioni indirette come premialità di vantaggio per la vigilanza sul settore del credito, a scapito dei consumatori, utenti e risparmiatori, spesso vessati proprio per via di un’adeguata attività di vigilanza.

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Agenzia Rating Standard&Poor’s tagliato outlook italiano

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05271
Atto n. 4-05271

Pubblicato il 25 maggio 2011
Seduta n. 558

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che

l’agenzia Standard & Poor’s ha tagliato l’outlook dell’Italia da stabile a negativo, confermando il rating “A+” al debito a lungo termine. È quanto si legge in una nota, in cui si sottolinea che le attuali prospettive di crescita sono deboli e l’impegno politico per riforme che aumentino la produttività sembra incerto;

allo stesso tempo, spiega S&P’s nella nota diffusa nella notte in cui ha confermato anche il rating “A-1+” al debito a breve, “il potenziale ingorgo politico potrebbe contribuire ad un rilassamento nella gestione del debito pubblico. Come risultato, crediamo che le prospettive dell’Italia per ridurre il debito pubblico siano diminuite”. L’outlook negativo sull’Italia riflette la previsione di S&P’s dei rischi collegati al piano di riduzione del debito nel periodo 2011-2014 e implica una possibilità su tre che i rating possano essere ridotti nei prossimi 24 mesi. Secondo l’agenzia, i rischi sono connessi alla crescita dell’economia più debole delle attuali stime, che prevedono una crescita dell’1,3 per cento nel periodo 2011-2014. Per questo motivo, il debito dell’Italia potrebbe ristagnare agli attuali alti livelli. D’altro canto, avverte comunque l’agenzia, “se il governo riesce ad ottenere sostegno politico per l’attuazione di riforme strutturali a favore della competitività, ponendo le basi per una crescita economica più elevata ed una più veloce riduzione del debito, i rating potrebbero rimanere al livello attuale”;

la decisione di Standard & Poor’s non è stata improvvisa. A dichiararlo è Frank Gill, senior director dell’agenzia di rating. “Stavamo monitorando la situazione macroeconomica del paese dallo scorso autunno e la performance è stata debole”. “Nell’elevato rapporto debito/pil il problema è tutto al denominatore che non cresce sufficientemente, la situazione diverrebbe preoccupante se prevalesse il nostro scenario più pessimistico con un Pil che cresce dello 0,7% o 0,8%”;

Standard & Poor’s resta in pressing sull’Italia e, dopo aver rivisto nei giorni scorsi da «stabile» a «negativo» l’outlook sul debito pubblico italiano, e anzi proprio in funzione di quella bocciatura, annuncia la rivisitazione al ribasso delle prospettive per quattro banche italiane: Mediobanca, Bnl, Findomestic e Intesa SanPaolo, i cui rating restano confermati;

ciò significa che i rating dei quattro istituti, che sono stati confermati, potrebbero essere abbassati in futuro. L’agenzia ha spiegato che la revisione non è legata direttamente alle prospettive dei conti degli istituti, ma discende dall’abbassamento dell’outlook sul rating dell’Italia 1 da stabile a negativo, annunciato il 21 maggio;

in sostanza, sottolinea Standard & Poor’s, la previsione “pessimistica” dipende dal fatto che i quattro gruppi sono fortemente dipendenti dal mercato domestico e se l’economia italiana resterà a livelli bassi un abbassamento del rating italiano avrebbe come conseguenza anche un downgrading dei rating assegnati agli istituti citati. Il giudizio è esteso anche a tre sussidiarie di Intesa (Imi, Biis e Cassa di Risparmio di Bologna) che hanno un rating uguale o superiore a quello del Paese. Resta invece stabile l’outlook sui rating di Cariparma e Credito sportivo;

lo stesso legame molto stretto con il Governo è alla base del taglio sull’outlook, da stabile a negativo, della Cassa depositi e prestiti e di Poste Italiane (conferma rating “A”). Standard & Poor’s conferma i rating della Cassa depositi e prestiti ad “A+” e “A-1+” in quanto allineati a quelli di lungo periodo dell’Italia, ma rivede al ribasso le prospettive considerando il difficile ruolo della Cassa, legato al mandato politico ed alla stretta connessione con il Governo;

nella stessa tornata di valutazioni, S&P ha confermato il rating ad “A+”, ma rivisto al ribasso l’outlook anche per la Provincia di Ancona, il Comune di Bologna, la Provincia di Mantova, la Regione Marche, la Provincia di Roma, la Regione Sicilia, la Regione Emilia-Romagna, la Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia, il Comune di Genova, la Regione Liguria, il Comune di Lucca e la Regione Umbria;

alla decisione di Standard & Poor’s sono seguiti toni più rassicuranti da parte delle altre agenzie di rating. Sia Fitch sia Moody’s sembrano riconoscere al Governo italiano un’immutata capacità di tenere sotto controllo la dinamica dei conti pubblici nazionali;

“Non vediamo al momento alcuna modifica dell’outlook o del rating sovrano dell’Italia” ha detto a Reuters l’analista di Fitch David Riley, confermando che “non c’è evidenza che la situazione dei conti pubblici italiani si stia deteriorando” e che il Governo “è sul sentiero per centrare i target 2011″;

il rating di Fitch sull’Italia è attualmente ad “AA-”, con outlook stabile; quello di S&P ad “A+”, ora con outlook negativo;

Riley spiega che una potenziale causa di revisione del rating o dell’outlook per l’Italia potrebbe aversi in caso di deviazione dal piano di consolidamento fiscale varato dal Governo, cosa che non sta avvenendo in quanto si è riusciti a ridurre il rapporto deficit/pil del 2010 al 4,6 per cento rispetto a proiezioni di un 5 per cento, a fronte di “un’economia che si è ampiamente mossa in linea con le attese”;

nonostante un qualche “rumore” politico c’è scarsa evidenza che ciò stia avendo un impatto sulla capacità;

l’altra grande agenzia internazionale, Moody’s, si limita a notare che le prospettive sul merito di credito italiano sono stabili. “Il rating di Moody’s sull’Italia è Aa2 con outlook stabile” ricorda il portavoce dell’agenzia Francesco Meucci, senza ulteriori commenti;

in un incontro con la stampa di un mese fa, l’analista per l’Italia di Moody’s, Alexander Kockerbeck, aveva spiegato che a parere dell’agenzia l’Italia è in grado di stabilizzare o persino invertire il processo di accumulo del debito, anche in presenza di una crescita economica modesta;

Standard & Poor’s ha cambiato l’outlook sul rating della Repubblica Italiana da stabile a negativo a causa del rischio che l’elevato indebitamento pubblico possa persistere nel tempo. L’agenzia ha spiegato in una nota che ritiene deboli le attuali prospettive di crescita dell’Italia e incerto l’impegno politico nelle riforme tese a migliorare la produttività;

un outlook negativo implica una probabilità del 33 per cento che i rating vengano abbassati entro i prossimi 24 mesi, ha aggiunto S&P;

in data 25 maggio 2011 il mercato ha risposto alla notizia del peggioramento dell’outlook italiano da parte di S&P con un allargamento dello spread Italia/Germania sul decennale, calcolato in base ai dati della piattaforma Tradeweb, fino a 187 punti base, ovvero ai missimi dall’11 gennaio di quest’anno;

una reazione soprattutto emotiva, come scrive Unicredit in una nota, spiegando che la decisione di S&P arriva in una congiuntura di elevata tensione, dopo parecchie settimane di discussione su una potenziale ristrutturazione della Grecia;

a livello generale – come ricorda David Riley – Fitch rivede l’outlook quando ritiene che ci sia oltre il 50 per cento delle possibilità che il rating di un’emittente venga ridotto entro uno o due anni. Per S&P la probabilità del taglio di rating deve essere almeno di una su tre;

dopo il giudizio negativo della compagnia di rating S&P sulle prospettive per l’economia italiana, la borsa di Milano perde 3 punti percentuali in avvio di contrattazioni, calo paragonabile a quello registrato su alcune piazze asiatiche e decisamente inconsueto per una borsa occidentale. Tra i titoli più colpiti dalle vendite il Banco Popolare (-3,16%), Intesa Sanpaolo (-1,89%) e Unicredit (-1,88%). Sotto pressione anche Fiat (-1,87%), Fiat Industrial (-2,77%) e Geox (-2,75%). In campo finanziario si segnalano anche i cali di Mediobanca (-1,86%) e Generali (-1,65%), mentre si mantengono in rialzo Azimut (+1,14%), Ansaldo Sts (+0,56%) e Parmalat (+0,3%). Invariata Eni ed anche il mercato obbligazionario e dei titoli di Stato ha subito perdite;

considerato che:

le tre maggiori agenzie di rating sono delle entità private strutturate come società per azioni e quindi parte della logica di mercato e sottoposte al principio del massimo profitto possibile;

inoltre le agenzie in questione hanno partecipazioni dirette, anche attraverso i membri dei loro consigli direttivi, board of directors, nelle più grandi corporation internazionali e nelle più grandi banche internazionali, pesantemente coinvolte nelle operazioni di finanza derivata, cioè in quelle speculazioni finanziarie principalmente responsabili delle bolle speculative e dell’attuale crisi finanziaria sistemica globale; a conferma l’interrogante ritiene utile riportare un’analisi del 2005, di cui è a conoscenza, relativa delle tre agenzie di rating dirigenziali: 1) la Standard & Poor’s (S&P) è sussidiaria della multinazionale McGraw-Hill Companies, con sede centrale a New York, colosso delle comunicazioni, dell’editoria, delle costruzioni e presente in quasi tutti i settori economici. La multinazionale, proprietaria anche di Business Week, nel 2005 vantava un fatturato di 6 miliardi e un profitto di 844 milioni di dollari. Il presidente di McGraw-Hill è Harold McGraw III, che è, tra le altre cose, contemporaneamente membro del Board of Directors della United Technology (multinazionale degli armamenti) e della ConocoPhillips (petrolio ed energia). È stato anche membro del Transition Advisory Committe on Trade del presidente George W. Bush, padre dell’ex capo della Casa Bianca. Tra i membri del Board of Directors della McGraw-Hill, che decidono quindi anche dell’attività della S&P, figurano: sir Winfried Bishoff, presidente della Citigroup Europa e uomo di punta della Henry Schroder Bank di Londra; Dougals N. Daft, presidente della Coca Cola Co.; Hilde Ochoa-Brillenmbourg, alto responsabile della Credit Union del FMI-World Bank; James H. Ross, della British Petroleum; Edward B. Rust Jr., presidente della’assicurazione State Farm Insurance Company (gigante del settore assicurativo, bancario e immobiliare, sotto scrutinio per le politiche troppo disinvolte dopo l’urgano Katrina), direttore della Helmyck & Payne, colosso del settore petrolifero e già membro del Transition Advisory Team Committee on Education della presidenza di George W. Bush (padre); Sidney Taurel, presidente della farmaceutica Eli Lilly (che in passato ha vantato tra i suoi dirigenti anche Kenneth Lay, condannato per la bancarotta della Enron) e direttore dell’IBM, già membro nel 2002 dell’Homeland Security Advisory Council (l’apparato dell’antiterrorismo); 2) l’agenzia di rating Fitch di New York è sussidiaria della multinazionale dei servizi finanziari Fimalac, con sede centrale a Parigi. Nel 2005 la multinazionle americana delle comunicazioni Hearst Corporation ha rilevato il 20 per cento del pacchetto azionario. Il suo presidente è Marc Ladreit de Lacharriere, uomo della Renault e della Banque Suez. Tra i membri del Board of Directors figurano: David Dautresme della banca Lazard Freres; Philippe Lagayette della JPMorgan & Cie; Bernard Mirat della Cholet-Dupont (finanza); Bernard Pierre della Fremapi (metalli preziosi). La Fimalac vanta anche un International Advisory Board per dare più lustro e potere alla multinazionale, che nel 2002 annoverava tra gli altri: Felix Rohatyn della Lazard Freres, l’uomo che ha recentemente smantellato l’industria americana dell’auto, Sholley della UBS Warburg, Reimnits della Kommerz Bank, Peberan della Parisbas, rappresentanti della Nestlè, della Bentelsmann e anche l’ex presidente della Federal Reserve americana Paul Volker e l’italiano Lamberto Dini; 3) l’agenzia di rating Moody’s è sussidiaria della Moody’s Corporation, con sede centrale a New York. Il presidente è Raymond W. McDaniel Jr. Tra i membri del Board of Directors figurano: Basil L. Anderson della Stables Inc. e della Hasbro Inc (due giganti del settore vendite e servizi); Robert Glauber della ING Group (settore bancario e assicurativo con base in Olanda), già sottosegretario del Ministero delle finanze americano nel periodo 1989-92; Henry Mc Kinnell, della multinazionale farmaceutica Pfizer e della Exxon Mobil (petrolio); Nancy S. Newcomb della Citigroup e della Sysco Corporation (settore alimentare); John K. Wulff, della multinazionale chimica Herculer, della KPMG (la multinazionale di consulenza finanziaria e di certificazione dei bilanci), della Sunoco (petrolio) e della Fannie Mae (che, insieme alla Freddie Mac, detiene quasi per intero il pacchetto ipotecario immobiliare americano);

a giudizio dell’interrogante, le suddette tre agenzie americane di rating non sono solamente l’espressione dell’intreccio dominante delle multinazionali, ma in particolar modo sono una struttura organizzata delle principali banche del pianeta che controllano il sistema finanziario e debitorio delle nazioni e di tutti i settori dell’economia sia privata che pubblica. Ma la cosa che si vuole con precisione sottolineare è l’influenza determinante esercitata sulle “tre sorelle” da quella finanza altamente speculativa che è responsabile della gigantesca bolla in derivati finanziari che ha precipitato il mondo intero in un processo di crisi sistemica;

considerato inoltre che:

la Procura della Repubblica di Trani ha aperto un’inchiesta a seguito di un comunicato del 2010, in cui l’agenzia di rating Moody’s lanciò l’allarme sulla solidità dei titoli italiani, un vero e proprio pericolo per gli investimenti in Bot e Cct che causò un crollo verticale del valore degli stessi e la perdita di miliardi di euro. Un successivo comunicato aveva poi spiegato che il messaggio era stato male interpretato, ma la Procura dovrà ora appurare se non si sia trattato di un attacco speculativo in piena regola;

la stessa Procura, a seguito dell’indagine penale che sta portando a conclusione, indaga per gravissimi reati quali aggiotaggio e manipolazione dei mercati;

il Ministro dell’economia e delle finanze, Giulio Tremonti, conferma che il Paese è impegnato nell’assicurare il raggiungimento del pareggio di bilancio, entro il 2014. Lo stesso Ministro ha aggiunto che entro luglio saranno approvate misure, che verranno presentate in Europa, finalizzate proprio a raggiungere quell’obiettivo;

inoltre il Ministro dell’economia mostra il proprio ottimismo sulla tenuta dei conti pubblici nonostante una situazione tutt’altro che semplice. Per il Ministro, la crisi è ormai alle spalle ed è stata superata senza rotture sociali, industriali o finanziarie e molto importante è stato il lavoro svolto insieme alle banche: sulla notizia pubblicata su “Affari e finanza” il 23 maggio 2011 si legge che ha asserito: “Abbiamo tenuto e ci sono tutte le basi per continuare a tenere i conti pubblici in ordine. (…) Il lavoro di questi anni non è stato solo esercizio contabile ma coesione sociale, risparmio delle famiglie ed è stato tenuto aperto il canale di finanziamento alle imprese. Questo continuerà a essere il lavoro dei prossimi anni”,

si chiede di sapere:

se il Governo non abbia il dovere di intervenire in sede internazionale per limitare il potere delle agenzie di rating, sussidiarie delle grandi corporation, ed in perenne conflitto di interesse, corresponsabili della crisi sistemica che ha messo in ginocchio le economie degli Stati causando crack e fallimenti; istituzioni creditizie che, dal 7 luglio 2007, data di inizio della crisi dei sub prime hanno generato oltre 30 milioni di disoccupati globali, le rivolte del pane in Nord Africa, la speculazione sulla commodities sul petrolio, con l’unica finalità di far conseguire profitti privati a banchieri e speculatori con guadagni di miliardi di euro sulla pelle dei popoli e a carico degli Stati per i salvataggi delle banche;

se nell’ambito del prossimo G20 il Governo non debba porre un veto affinché le suddette agenzie di rating con i loro report avvelenati ed emessi ad orologeria non possano più attentare alla stabilità degli Stati sovrani ed alla ricchezza delle nazioni;

quali misure urgenti intenda attivare, compresa la costituzione in giudizio nel processo della Procura di Trani contro Moody’s, per impedire che tali consolidate cricche di potere possano continuare a destabilizzare la solidità degli Stati costretti a politiche di lacrime e sangue, depauperando sistematicamente il risparmio delle famiglie.

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Bankitalia-Proroga commissariamento Mantovabanca

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00358
Atto n. 2-00358

Pubblicato il 24 maggio 2011
Seduta n. 557

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che

il 23 maggio 2011, secondo un lancio dell’agenzia ANSA, «Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, su proposta della Banca d’Italia, ha prorogato la durata della procedura di commissariamento di Mantovabanca, sottoposta lo scorso anno alla procedura di amministrazione straordinaria per gravi irregolarità della gestione aziendale, che avevano determinato gravi perdite nel comparto del credito. Lo rende noto un comunicato dei commissari, Claudio Puerari e Vittorio Gesmundo, in cui si precisa che la proroga è stata decisa per consentire “di realizzare compiutamente gli interventi programmati, che comportano anche la convocazione di un’Assemblea straordinaria per approvare le necessarie modifiche dello Statuto (essenziali per restituire la Banca alla comunità locale)». Mantovabanca era stata commissariata il 25 maggio 2010 su proposta dell’Ispettore della Banca d’Italia Aldo Emilio Gramano, che, dopo aver eseguito l’ispezione, ha lasciato anzitempo la banca centrale per essere assunto, dalla Federlombarda, presieduta dall’avvocato Alessandro Azzi, nonché Presidente della federazione lombarda delle banche di credito cooperative e vice Presidente dell’Abi, candidato a diventare Cavaliere del lavoro;

Claudio Puerari, uno dei commissari designati, è stato direttore del gruppo Intesa San Paolo e mandato in pensione nell’ottobre 2009 dalla Banca di Trento e Bolzano, a conferma che i dirigenti delle “banche di sistema” sono sempre disponibili ad assecondare i desiderata della Banca d’Italia azionista di riferimento in un intreccio a parere dell’interrogante incestuoso di rapporti che toglie il futuro ai giovani. Vittorio Gesmundo, l’ex commissario dell’Isveimer, oggi di Mantovabanca e accusato di allegre consulenze alla fine degli anni novanta a riprova dell’esistenza di una sorta di cricca, una casta, quasi sempre gli stessi ai quali Banca d’Italia attinge per sistemare situazioni che non devono turbare gli equilibri di un sistema bancario, vera e propria idrovora del risparmio e del sudore dei depositanti;

in un’interrogazione parlamentare che venne presentata dall’ex Presidente del Banco di Napoli on. Carlo Pace, infatti furono mosse accusa di sperperi, sprechi ed allegre consulenza dei liquidatori dell’Isveimer. In un articolo intitolato “Compensi d’oro ai consulenti”, occhiello: “In otto mesi Masala e Gesmundo hanno speso 3 miliardi e mezzo”; Maria Rosaria Marchisano su “Il Denaro” del 20 settembre 1997, ricostruisce la storia delle allegre consulenze dell’Isveimer, l’Istituto controllato dal Banco di Napoli: «In poco più di otto mesi l’Isveimer ha speso tre miliardi e mezzo in consulenze. È quanto emerge da un’interrogazione parlamentare che porta la firma di Carlo Pace, ex Presidente del Banco di Napoli e deputato di Alleanza nazionale. L’accusa è indirizzata ai due liquidatori dell’Istituto, Antonio Masala e Vittorio Gesmundo, nominati ad aprile ’96 dall’allora ministro del Tesoro Lamberto Dini. Nel documento Pace denuncia il ricorso, da parte dei liquidatori a quattordici professionisti pagati a peso d’oro nel periodo che va dal 10 giugno ’96 al 17 febbraio ’97. Non solo. Il deputato si domanda come mai per l’attività di liquidazione non venga utilizzato il personale dell’Isveimer le cui “prospettive di mantenere il lavoro per il periodo di liquidazione sembrano sempre meno consistenti” proprio a causa degli ingenti costi sopportati per le consulenze esterne. L’interrogazione parlamentare, che va ad aggiungersi a quelle che sullo stesso argomento sono state presentate da Rifondazione comunista e dal partito popolare, rappresenta un colpo di scena nella vicenda della liquidazione dell’Isveimer che come anticipato sugli ultimi due numeri del Denaro (numero 32 del 6 settembre e numero 33 del 13 settembre) rivela alcuni aspetti anomali. Che cosa vuol dire? Grazie a un meccanismo di nomine incrociate, nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali di tre società controllate dall’Isveimer (Finban, Bn Commercio e Finanza e Bn Finproget) compaiono sempre gli stessi nomi. Si tratta di un gruppo di commercialisti e avvocati incaricati dai commissari liquidatori di amministrare e controllare le tre società che presto saranno messe in vendita. Chi sono i consulenti a cui Pace fa riferimento? E perché costano tanto? Da oltre un anno, e cioè da quando l’Istituto è stato posto in liquidazione volontaria dal Banco di Napoli, nella sede di via Marittima si è insediata una pattuglia di persone di fiducia di Masala e Gesmundo. Segretarie, avvocati, commercialisti, revisori dei conti hanno preso possesso di uffici e scrivanie per “dare una mano” allo scioglimento della società del gruppo Banco di Napoli. Sono tutti alloggiati, a spese dell’Isveimer, e quindi dello Stato, all’Hotel Excelsior, dal lunedì al venerdì, giorno in cui tornano nelle loro case di Roma, Firenze e Milano. Non è finita: per gli spostamenti, hanno in dotazione automobili di grossa cilindrata e la possibilità di attingere a un fondo spese per pagare aerei e treni. La lista si apre con Antonella Cavarischia e Vittoria Tesei, la prima segretaria “storica” di Masala, la seconda già assistente di Gesmundo nel suo studio legale di Firenze. Subito dopo i liquidatori firmano un accordo di consulenza con la società di revisione romana Macfin, ben accreditata negli ambienti del Tesoro e della Banca d’Italia. Un gruppo di rappresentanti della Macfin prendono possesso degli uffici dell’Isveimer (e delle stanze dell’albergo extralusso): Giuseppe Vidau, (già consulente dell’Isveimer alcuni anno fa per conto della Peat Marwick), Fabrizio Montaruli, Afan De Rivera, Federico Cioffi. A giugno di quest’anno i liquidatori, dopo aver licenziato due funzionari con mansioni dirigenziali, nominano un nuovo direttore generale: è Bruno Verdiglione, una vecchia conoscenza di Antonio Masala (era stato il suo vice al Fonspà, società che fa capo al Credito Fondiario). Tale decisione è oggetto di un’altra interpellanza presentata il 2 giungo ’97 al ministro del Tesoro dal senatore dei popolari Severino Lavagnini: “Si chiede di conoscere – scrive Lavagnini – se non si ritenga che tale nomina ecceda macroscopicamente i poteri dei liquidatori tenuto conto… soprattutto del fatto che l’unica attività che i liquidatori devono perseguire è lo scioglimento della società”. L’elenco dei consulenti si allunga con il passare del tempo. In Isveimer giungono Dino Vanin e Carlo Icardi, entrambi ex funzionari della Banca Commerciale dove Masala ha a lungo lavorato. Il primo si occupa del personale, il secondo gli fa da assistente. Ma non è finita. Ad apportare il suo contributo allo scioglimento dell’Isveimer viene chiamato, su indicazione di Bankitalia, Berardino Libonati, docente di diritto all’Università di Roma e già commissario liquidatore della Sicilcassa. Libonati è consulente per l’area legale dove di recente è approdato Valerio Ceppetelli Caprini, ex dirigente di Comit e oggi, grazie ai suoi consolidati rapporti con il liquidatore Masala, Presidente di Bn Commercio e Finanza e Bn Finproget e consigliere di amministrazione di Finban. Ceppetelli Caprini è anch’egli ospite fisso dell’Excelsior. Rarissimi i professionisti napoletani nell’elenco. Tra questi, Raffaele De Luca Tamaio, che cura il contenzioso legale con i dipendenti, ed Enrico Nuzzo, tributarista. Insomma, è chiaro che la liquidazione dell’Isveimer si è trasformata in un affare miliardari. Oltre ai costi sopportati per mantenere i consulenti esterni, ci sono gli emolumenti per sindaci e amministratori delle tre società controllate. Valerio Ceppetelli Caprini, Luca Noferi, Silvio Tirdi, Pietro Cavasola e Aldo Filippini, tutti professionisti romani o fiorentini, occupano contemporaneamente i vertici di Finban, Bn Commercio e Finanza e Bn Finproget, aumentandosi i compensi annui da 15 milioni a oltre 50 milioni. Come e quando finirà la festa intorno alle spoglie dell’ex impero del Banco di Napoli non si sa. Nessun termine è stato fissato dal Tesoro per portare a termine il processo di scioglimento. Una sola cosa è certa: c’è interesse affinché tutto questo duri all’infinito. Masala e Gesmundo, per mettersi al sicuro da eventuali rischi collegati con la propria attività professionali, hanno sottoscritto, sempre a spese dell’Isveimer due polizze assicurative di 30 milioni ciascuna. Come per dire: se per caso commettiamo qualche errore a risarcire il danno sarà lo stesso committente che ci ha incaricati. Un paradosso. Soprattutto se si considera che Masala e Gesmundo incassano 400 milioni l’anno ciascuno, oltre vitto, alloggio e rimborsi spese, come risulta dal verbale dell’assemblea dei soci del 30 aprile ’96. Tra i beneficiari della messa in liquidazione dell’Isveimer ci sono pure alcune società di revisione e consulenza: oltre alla Macfin, la Arthur Andersen e la Roland Berger. Al momento del loro insediamento, Masala e Gesmundo revocano tutti gli incarichi alla Price Waterhouse che si rifiuta di certificare il bilancio Isveimer ’95 a causa di irregolarità nella tenuta dei libri contabili (vedere testo della relazione della società di revisione del 24 aprile 1996). Entra in scena la Arthur Andersen che riesce a soffiare alla Price Waterhouse anche gli incarichi alla Finban e alla Bn Commercio e Finanza. Quest’ultima, inoltre, si affida nelle mani della Roland Berger, società di consulenza organizzativa, che per 140 milioni prepara un piano di ristrutturazione e rilancio di Bn Commercio e Finanza che nel ’95 ha fatto registrare una perdita di bilancio di ’52 miliardi di lire»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quali siano i criteri di scelta dei commissari da parte della Banca d’Italia da sottoporre al Ministero dell’economia e delle finanze per le banche in crisi, e per quale motivo non si sia tenuto conto di sperperi, sprechi ed allegre consulenze a carico delle banche commissariate, quindi dei depositanti ed azionisti, descritti in premessa da parte, in particolare, dell’avvocato Gesmundo, in merito alla liquidazione dell’Isveimer, che certo non dovrebbero rappresentare un titolo di merito;

se non ritenga urgente approfondire, per gli aspetti di propria competenza, lo scandalo di Mantovabanca, commissariata il 25 maggio 2010 su proposta dell’Ispettore della Banca d’Italia Aldo Emilio Gramano, che dopo aver eseguito l’ispezione ha lasciato anzitempo la banca centrale per essere assunto, dalla Federlombarda, presieduta dall’avvocato Alessandro Azzi, nonché Presidente della federazione lombarda delle banche di credito cooperative e vice Presidente dell’Abi;

se sia al corrente di una situazione di forte criticità della provincia di Mantova, la cui gestione del credito e del risparmio dopo il commissariamento di Mantovabanca, che a giudizio dell’interrogante conservava intatto il patrimonio di vigilanza nonostante la crisi sistemica che aveva colpito alcune esposizioni soprattutto nell’immobiliare, sta mettendo in ginocchio le piccole e medie imprese che, strozzate nel credito, devono portare i libri in Tribunale mettendo così a repentaglio magliaia di posti di lavoro;

quali misure urgenti intenda attivare, anche con l’istituzione di un apposito albo di professionisti meritevoli, per evitare che siano sempre gli stessi commissari designati dalla Banca d’Italia e ratificati obbligatoriamente dal Ministero dell’economia a gestire in maniera discrezionale le situazioni di crisi delle banche, che, oltre a non rispondere ad alcuno del loro operato, dissipano le risorse a spese delle stesse banche con fior di consulenze e tenori di vita che non è chiaro come possano permettersi.

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Unicredit, dopo crisi Premiafin, non chiede rientro garanzie Gruppo Ligresti e non vende quote Fonsai

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02194
Atto n. 3-02194 (in Commissione)

Pubblicato il 24 maggio 2011
Seduta n. 557

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

come si apprende dalla lettura di molti blog su Internet, domenica 15 maggio 2011, una settimana prima dell’importantissima giornata di elezioni regionali del 22 maggio, che ha visto la débacle per il premier Zapatero, la Spagna è scesa in piazza a chiedere una vera democrazia. Gli organizzatori della protesta “Democracia Real Ya!” stimano che più di 130.000 persone siano scese a manifestare nelle principali città spagnole al motto “non siamo merce di politici e banchieri”. Per i manifestanti, i principali colpevoli della crisi attuale sono i partiti politici ed i banchieri, che vogliono far pagare il costo della crisi ai giovani. Migliaia di giovani, ribattezzati gli “indignados” dalla stampa spagnola, hanno occupato nei giorni scorsi la Puerta del Sol, nel cuore di Madrid, da dove erano stati sgomberati dalla polizia. I giovani, che si erano autoconvocati attraverso i social network e il sito Democracia Real Ya, protestavano contro i tagli imposti dal Governo e denunciano la collusione fra politici e banchieri;

anche le banche italiane, nonostante la mistificazione mediatica di giornali di proprietà e giornalisti economici spesso proni agli interessi, ai desiderata ed alle “veline” dei banchieri, tendono a nascondere fatti e circostanze di usi, abusi e soprusi quotidiani a danno delle famiglie e delle piccole e medie imprese con tassi elevatissimi e condizioni capestro, suscitano l’indignazione popolare finora repressa e poco organizzata. In modo particolare Unicredit, la banca dei derivati “avariati” assegnati ad enti locali e piccole e medie imprese, non ha modificato la pessima gestione di Profumo, messo alla porta dopo una buona uscita di 40 milioni di euro, premio immeritato per aver portato il valore del titolo da 8 ad 1,8 euro ad azione in poco tempo, massacrando il sudato risparmio dei piccoli azionisti;

le operazioni spericolate di Unicredt, che lesina i fidi ai richiedenti “senza santi in paradiso”, accordando centinaia di milioni di euro alla solita compagnia di giro come Zuno e Ligresti, spesso girati alle voci “incagli” e “sofferenze”, sono scandalose. Anche Alessandro Penati, in un articolo pubblicato su “la Repubblica” del 22 maggio 2011, ha stigmatizzato i comportamenti di Unicredit che danneggiano i piccoli azionisti investitori, i clienti saccheggiati e taglieggiati con costi insopportabili, balzelli e rincari ingiustificati;

si legge: «Se il buon giorno si vede dal mattino, quello di Unicredit, novella banca “di sistema”, promette di essere plumbeo: operazioni “di sistema” come la ristrutturazione Premafin-Fonsai non sono un buon presagio di redditività, o di scintille in Borsa. Per la Consob, quella di Premafin-Fonsai è una ristrutturazione. “La società è in una situazione di crisi attestata”, e pertanto Unicredit è esonerata dall’Opa. L’operazione quindi, va valutata come salvataggio. Ma di quale azienda? Più della compagnia assicurativa Fonsai, a rischio dissesto sono Premafin, che la controlla con poco meno del 42%, e le altre holding più a monte: la solita piramide con cui i Ligresti controllano Premafin. Tralasciamo per semplicità le holding a monte. Premafin è chiaramente in crisi: la sua unica attività, la quota in Fonsai, ai prezzi di mercato vale 301 milioni, ed è tutta in pegno alle banche (Unicredit capofila) a fronte di un indebitamento di 302. Di fatto, Fonsai è delle banche creditrici. L’unica attività rimasta ai Ligresti è il valore del premio di controllo. In una situazione simile, qualsiasi banca agirebbe a tutela dei propri crediti. Potrebbe richiede il reintegro della garanzia; ma i Ligresti non hanno i soldi per farlo. O imporre la vendita della quota Fonsai al miglior offerente, e con l’incasso del premio di controllo rimborsare anche i debiti delle società a monte; ma così se ne mette a rischio l’italianità! O escutere il pegno, diventare azionista di controllo di Fonsai, ristrutturarla, valorizzarla e ricollocarla sul mercato: bella operazione di ristrutturazione, ma non “di sistema”. O convertire il debito in azioni, diluendo i Ligresti, per poi procedere come sopra alla ristrutturazione. Invece, Unicredit mette mano al portafogli per aumentare il valore della garanzia (Fonsai) offerta dal debitore Premafin in crisi: 170 dei 450 milioni dell’aumento Fonsai saranno versati dalla banca. Stupefacente. E inefficiente: dei 170 milioni, solo il 42% (la quota Premafin) andrà ad aumentare la garanzia; il resto sarà a beneficio degli altri creditori di Fonsai (Mediobanca in primis). Ma non basta: invece di pretendere che i Ligresti mettano nuove risorse in Premafin, Unicredit gliele elargisce a fondo perduto. Per sottoscrivere la sua quota di aumento, infatti, Unicredit non acquisterà i diritti sul mercato, ma dai Ligresti a un prezzo almeno doppio: se per esempio l’aumento avvenisse ai valori odierni, 5,8 euro, Unicredit pagherebbe ogni nuova azione 12,7 euro. Vale a dire, le basterebbero meno di 80 milioni per rilevare il 6,6% di Fonsai pattuito, ma ne paga 170: la differenza viene elargita ai Ligresti. È un prezzo più basso di quello offerto da Groupama, argomenta Unicredit: ma i francesi pagavano per il controllo (ergo l’Opa); mentre per Unicredit è una ristrutturazione. Tanta munificenza a vantaggio di un imprenditore straordinario colpito dalla sfortuna? Non direi. Tra operazioni in conflitto di interessi, affari immobiliari e investimenti dubbi, la gestione Ligresti di Fonsai è stata disastrosa (come ben riassunto su Affari&Finanza dal 3/5). Non bastasse, i Ligresti si sono fatti pagare emolumenti per 60 milioni in 5 anni. Almeno di questi, Unicredit dovrebbe pretendere la restituzione. Sorge il dubbio che per Unicredit sia un’operazione di marketing. Da domani, ogni imprenditore italiano vorrà essere suo cliente. Se le cose vanno male, potranno richiedere il “trattamento Ligresti” e lanciare un aumento di capitale: Unicredit sarà felice di sottoscriverlo, e di fornire all’imprenditore, a fondo perduto, le risorse per mantenere il controllo. E non è finita. Viene richiesto un aumento da 350 milioni anche alla Milano Assicurazioni, controllata di Fonsai, che non ne ha bisogno: non serve a migliorare i solvency ratio del gruppo, non previsti dalla regolamentazione attuale; ed è l’opposto di quanto Fonsai potrebbe fare per patrimonializzarsi, ovvero, cedere attività. A meno che si stia preparando il terreno per una fusione tra le due assicurazioni: il costo, oggi, sulle spalle della minoranza della Milano; il beneficio, domani, a chi controlla Fonsai. Il gruppo smentisce. Ma a pensar male, con le operazioni di sistema, spesso si indovina»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quali siano i motivi per cui Unicredit, al fine di tutelare i propri crediti ed i risparmi dei depositanti, non abbia finora chiesto il reintegro delle garanzie al gruppo Ligresti, dopo la crisi di Premafin;

se conosca quali siano le motivazioni che inducono Unicredit a non imporre la vendita della quota Fonsai al miglior offerente e, con l’incasso del premio di controllo, rimborsare anche i debiti delle società a monte, oppure ad escutere il pegno, diventare azionista di controllo di Fonsai, ristrutturarla, valorizzarla e ricollocarla sul mercato;

se, a quanto risulti al Governo, la scelta di Unicredit di non acquisire i diritti sul mercato per sottoscrivere la sua quota di aumento, ma quella di Ligresti a un prezzo almeno doppio, non possa integrare ipotesi delittuose a danno dei piccoli azionisti, del mercato e dei depositanti;

se risponda al vero che la banca “di sistema” Unicredit, con meno di 80 milioni di euro potrebbe rilevare il 6,6 per cento di Fonsai, così come è stato pattuito, invece di pagare 170 milioni di euro, con la differenza allegramente elargita ai Ligresti, che possono continuare a godere di appoggi inconciliabili con il mercato ed i diritti dei soci di minoranza, che a quanto risulta all’interrogante dovrebbero essere tutelati qualora la Consob non fosse allineata a difendere gli interessi di banchieri assicuratori e società quotate;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare che Unicredit possa finanziare il valore della garanzia (Fonsai) offerta dal debitore Premafin in crisi, con 170 dei 450 milioni di euro dell’aumento Fonsai versati dalla banca a fondo (quasi) perduto, posto che, dei 170 milioni, solo il 42 per cento (la quota Premafin) andrà ad aumentare la garanzia mentre il resto sarà a beneficio degli altri creditori di Fonsai (Mediobanca in primis).

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BNP Paribas finanzia il nucleare in Giappone

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00357
Atto n. 2-00357

Pubblicato il 24 maggio 2011
Seduta n. 557

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze, dello sviluppo economico e dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. -

Premesso che

il sito “Caffè News” del 20 maggio 2011, in un articolo “Ecco chi finanzia il nucleare in Giappone”, riporta la notizia che BNP Paribas, proprietaria della Banca nazionale del lavoro, impiega oltre 13 miliardi di euro per finanziare l’energia atomica;

si legge: «Più di tredici miliardi di euro per finanziare l’energia atomica in diversi paesi tra i quali Giappone, Brasile e India. La BNP Paribas, “La banca per un mondo che cambia” (come recita lo slogan), è la prima banca per investimenti nel nucleare. Tra i maggiori clienti della BNP Paribas c’è la TEPCO (Tokyo Electric Power Company) – l’azienda energetica che gestisce la centrale di Fukushima. Secondo uno studio commissionato da un consorzio di Ong all’istituto di ricerca Profundo, la BNP Paribas ha investito nella TEPCO 547,5 milioni di euro (tra il 2000 e il 2009). Di cui 436 milioni circa in bond, 73 milioni in prestiti societari e una somma pari a 38 milioni circa in credito revolving. Inoltre la BNP Paribas, ha interessi in altre due aziende energetiche giapponesi: la KEPCO (Kansai Electric Power Company) per 5,1 milioni di euro e la J-Power, nella quale ha investito 59,5 milioni di euro in assets. Tutte e tre queste compagnie possiedono reattori nucleari in Giappone. I reattori presenti sul territorio del sol levante sono in tutto 55, mentre 14 sono in costruzione. La TEPCO – la quarta compagnia energetica del mondo – ne ha 17 in tre diversi impianti: Fukushima I, Fukushima II e Kashiwazaki-Kariwa. Altri quattro reattori della TEPCO sono in fase di costruzione: due a Higashidori e due a Fukushima I, lo stesso impianto che ha causato problemi. La J-Power sta costruendo un reattore a Ohma che dovrebbe essere operativo entro il 2014. Mentre la KEPCO ne possiede 11, negli impianti di Mihama, Ohi e Takahama. Le banche hanno un forte ruolo nel finanziamento del nucleare; i costi per la costruzione dei reattori, infatti, sono così alti che le aziende hanno bisogno di abbondanti investimenti per realizzarli. Il gruppo BNP Paribas è uno dei più grandi gruppi bancari al mondo e può permettersi di finanziare le compagnie nucleari. Nel 2010 ha annunciato entrate per 43,6 miliardi di euro (+ 9,2% rispetto al 2009) ed ha assunto 24 mila nuovi dipendenti. In Italia fanno parte del gruppo BNP Paribas la BNL e Findomestic. La banca si presenta con il logo verde e sbandiera progetti ecosostenibili ma evita accuratamente di parlare dei propri investimenti nell’atomo: non siamo riusciti a trovare una sola riga in cui la banca ammetta di investire nel nucleare. Il dibattito è da tempo presente sul web, mentre non è stato trattato dai giornali; forse perché il gruppo BNP Paribas è anche un grande compratore di spazi pubblicitari nei più importanti quotidiani e periodici. Nei giorni successivi al terremoto, la BNP Paribas ha annunciato di aver versato 885 mila euro alla Croce rossa del Giappone. In più due sue controllate, la BNP Paribas Assurance e la Bank of the West hanno donato rispettivamente 442,5 mila euro e 140 mila euro. “I nostri pensieri sono con il popolo giapponese e con i nostri 900 impiegati di Tokyo”, ha dichiarato il direttore generale di BNP Paribas Baudouin Prot. Non una parola sul sostegno al nucleare. Abbiamo provato a contattare la BNP Paribas per chiedere loro un commento ma non rispondono alle domande per telefono, né hanno reagito alle nostre e-mail. Avremmo voluto sapere a quanto ammontano i profitti che la banca ricava dal nucleare. E soprattutto quanti clienti della banca sono informati di ciò che contribuiscono a finanziare. “I clienti non sono assolutamente informati su come le banche investono i capitali – dice Giulio Caselli di ADUSBEF. Non c’è trasparenza; specialmente su investimenti non sempre condivisibili come nel caso del nucleare”. Per l’associazione che difende gli utenti dei servizi bancari e finanziari “sarebbe necessario un intervento legislativo che obbligasse le banche a informare i consumatori, visto che gli istituti non sono interessati a pubblicizzare questo tipo di attività”. La BNP Paribas finanzia anche la realizzazione di reattori ad alto rischio in Brasile e in India. Secondo Greenpeace, in Brasile sta per riprendere la costruzione del reattore Angra 3 (a 130 Km da Rio de Janeiro) iniziata nel 1984 e fermata nel 1986 (dopo i fatti di Chernobyl). La costruzione di Angra 3 riprenderebbe con le stesse tecniche di trent’anni fa, ritenute ormai obsolete in Europa. Da notare che il Brasile è uno dei più grandi produttori di energia rinnovabile e riesce già a provvedere al proprio fabbisogno energetico senza ricorrere all’atomo. In India la BNP Paribas finanzia la costruzione di un impianto nucleare a Jaitapur. L’Azienda indiana per l’energia nucleare (NPCIL), ha dichiarato alla stampa che l’impianto è del tipo Epr, cioè il più sicuro sul mercato; ma l’esperta nucleare di Greenpeace International Beth Herzfeld afferma che “la centrale sarà costruita su una zona ad alto rischio sismico”. “In più – dice – anche le centrali Epr costruite in Europa hanno mostrato la presenza di difetti che ne condizionano la sicurezza, come nel caso di Olkiluoto in Finlandia”. Da quando l’Ue ha fissato al 2020 il termine per la riduzione del 20% delle emissioni gas serra, gli investitori sono incoraggiati a scommettere di più sull’energia rinnovabile e sul nucleare europeo. Fra i maggiori clienti italiani di BNP Paribas c’è – sempre secondo la ricerca – il gruppo Ansaldo, interessato alla creazione di centrali nucleari e alla gestione delle scorie. Secondo Caselli, “se i clienti fossero più informati di ciò che fanno alcune banche probabilmente metterebbero i soldi da qualche altra parte”. Da un sondaggio della Commissione Europea pubblicato nel Marzo 2010, emerge che solo il 20% degli Italiani sarebbe favorevole a un aumento dell’uso di energia nucleare, ma ben il 78% degli intervistati ha risposto di non essere “per nulla” oppure “non molto” informato sull’argomento. Per il professor Carlo Andrea Bollino, ordinario di Economia dell’energia all’Università degli studi di Perugia, la banca non è direttamente responsabile del disastro di Fukushima, “ma – dice – sarebbe auspicabile che i piccoli risparmiatori fossero informati su come la banca gestisce i loro soldi; è un fatto di civiltà”. “Si potrebbe aumentare la trasparenza permettendo la tracciabilità degli investimenti finanziari, come si fa per la Chianina o per altri prodotti alimentari, attraverso un’autoregolamentazione del sistema. Anche se – ammette – la tracciabilità della carne è stata una regola imposta e non volontaria”»,

si chiede di sapere:

se la tragedia di Fukushima, la cui gravità è forse superiore a quella di Chernobil, nascosta dalla TEPCO, con 17 reattori in tre diversi impianti ed altri quattro in fase di costruzione, con la J-Power che sta costruendo un reattore a Ohma, che dovrebbe essere operativo entro il 2014, e la KEPCO che ne possiede 11, non debba servire da monito per un abbandono definitivo del nucleare;

se risponda al vero che tra i maggiori clienti italiani di BNP Paribas-Bnl ci sia il gruppo Ansaldo, interessato alla creazione di centrali nucleari ed alla gestione delle scorie;

se le banche, che hanno un ruolo determinante nel finanziamento del nucleare, dati gli alti costi per la costruzione dei reattori che necessitano di elevati investimenti per realizzarli, non debbano informare i correntisti su quali investimenti indirizzano i loro soldi;

se la pubblicità del gruppo BNP Paribas, proprietaria di BNL e Findomestic, che si presenta con il logo verde sbandierando progetti ecosostenibili ed evitando accuratamente di parlare dei propri investimenti nell’atomo, non possa essere considerata ingannevole;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per imporre ai signori del credito, che hanno generato la crisi sistemica per soddisfare una smisurata avidità di guadagno ed i loro personali profitti al riparo da un’informazione schietta quando piuttosto cercano di controllarla o direttamente o mediante il “ricatto” degli investimenti pubblicitari, di rendere trasparenti e fruibili agli occhi della clientela gli investimenti a cui vengono indirizzati, considerato che il direttore generale di BNP, Paribas, Baudouin Prot, si ostina a tenerli oscuri.

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