Month: maggio 2011

Rata Università Roma Tre

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05122
Atto n. 4-05122

Pubblicato il 4 maggio 2011
Seduta n. 548

LANNUTTI – Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

secondo quanto riporta l’agenzia AgenParl, l’Università di Roma Tre ha cambiato le modalità di pagamento della seconda rata delle tasse senza darne giusto preavviso agli studenti iscritti fuori corso;

infatti fino al 2010 la seconda rata scadeva ad aprile e la relativa documentazione di pagamento veniva inviata a casa. Molti studenti non si sono quindi allarmati quando non hanno ricevuto la seconda rata. Solo pochi giorni fa hanno saputo di essere morosi, perché la rata è scaduta il 5 febbraio 2011 senza che gli studenti del vecchio ordinamento avessero ricevuto alcuna comunicazione;

si apprende, sempre dall’AgenParl che dal 2011 il bollettino è scaricabile dal portale dello studente, il cui accesso è però interdetto agli studenti fuori corso; inoltre, di tale novità non è stato dato avviso alcuno in maniera cartacea;

gli studenti suddetti hanno ricevuto la documentazione per il pagamento della prima rata in formato cartaceo a casa, senza che nella comunicazione fosse data notizia della variazione delle modalità di scadenza della seconda rata. Una procedura che, a parere dell’interrogante, non rispecchia i criteri di trasparenza e regolarità, tanto che la mora che ora questi studenti si trovano a pagare dipende da una non corretta procedura di informazione,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto descritto e se non ritenga di dover tutelare, per gli aspetti di propria competenza, gli studenti fuori corso che non potevano conoscere la novità introdotta dall’ateneo di Roma Tre, facendo sì che quest’ultimo conceda loro una deroga fino a giugno per il pagamento della rata senza mora;

se non ritenga opportuno adottare le opportune iniziative al fine di verificare le responsabilità relative allo scorretto comportamento dell’ateneo.

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Alemanno- libro “Le mani sulla città”

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05147
Atto n. 4-05147

Pubblicato il 5 maggio 2011
Seduta n. 550

LANNUTTI – Ai Ministri dell’interno, dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale. -

Premesso che:

il libro dal titolo: “Le mani sulla città”, edizioni Alegre, scritto da Daniele Nalbone, giornalista di “Liberazione”, e Paolo Berdini, che uscirà dal prossimo 8 giugno 2011, è un’analisi della Roma “transitata” da Veltroni a Alemanno e in piena corsa per le Olimpiadi del 2020;

si legge in un articolo pubblicato sul sito “Flash News”: «Cosa c’è dietro l’abbattimento di Tor Bella Monaca? Chi guadagnerà dalle speculazioni dell’Eur? Chi sta spingendo per raddoppiare l’aeroporto Leonardo Da Vinci e costruire i porti di Fiumicino e Ostia? In poche parole, qual è il modello di governance messo in piedi dall’amministrazione Alemanno? Un’amministrazione caratterizzata da legami a doppio filo non solo con i poteri forti, ma addirittura con l’estremismo di destra – dal quale proviene lo stesso Alemanno e uomini importanti della sua squadra. Ecco alcuni stralci di ciò che sarà contenuto nel capitolo “Forchettoni Neri” (…), curato da tal Caio Gregorio, nome evidentemente di fantasia di chi preferisce rimanere nell’anonimato», viene tracciata la ricostruzione della «fascistopoli romana nell’epoca del camerata sindaco»;

si legge nel citato articolo: «Molto si è parlato di Stefano Andrini: condannato a suo tempo per il tentato omicidio di due giovani di sinistra picchiati selvaggiamente (era il 1989) insieme a una squadraccia di naziskin, viene arrestato nuovamente (1994) nel corso di scontri con militanti di sinistra dopo essersi avvicinato all’ex leader di Avanguardia Nazionale Stefano delle Chiaie, noto come “er caccola” per la non imponente statura. Il cursus honorum di Delle Chiaie comprende la partecipazione alla fondazione di Ordine Nuovo e un discreto curriculum vitae al servizio di Pinochet e altri dittatori latinoamericani degli anni 70 e 80. Da Wikipedia: “(Delle Chiaie) ebbe coinvolgimenti con il regime di Augusto Pinochet in Cile partecipando alla Guerra Sporca e all’Operazione Condor per l’azzeramento dei dissidenti. Sempre in Sud America aiutò il dittatore Luis Garcia Meza Tejada a prendere il potere in Bolivia con un colpo di stato (1980). Il gruppo paramilitare che lì dirigeva assieme al neofascista Pierluigi Pagliai e al criminale nazista Klaus Barbie si autodefinì ‘i fidanzati della morte’ e fu responsabile di numerosi omicidi e torture contro esponenti politici e cittadini”. (…) L’amico dei vecchi ‘fidanzati della morte’ viene insediato nel 2009 sulla poltrona di amministratore delegato di Ama Servizi Ambientali nonostante le proteste dell’opposizione di cui Alemanno non si cura e che, comunque, finiscono presto. Andrini, infatti, sarà costretto a dimettersi non a causa del suo torbido passato ma per il suo coinvolgimento nella falsa candidatura di Nicola Di Girolamo, senatore “di proprietà” di Gennaro Mokbel e delle famiglie della ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto. E il nome di Mokbel ricorre spesso quando si parla del sistema di potere romano impostosi dopo l’elezione del sindaco con la celtica al collo. (…) Giuseppe Dimitri, detto Peppe, classe 1956 (…) il 15 marzo del 1979 partecipa con camerati come Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Alessandro Alibrandi e Livio Lai alla rapina di un’armeria, impresa che verrà rivendicata dai NAR. Il 27 novembre dello stesso anno, il camerata Peppe organizza e mette in atto un’altra rapina, questa volta ai danni della filiale della Chase Manhattan Bank del suo quartiere, l’Eur. Il bottino verrà affidato per il riciclaggio a Franco Giuseppucci, detto Er Fornaretto o Er Negro – Il Libanese della fiction Romanzo Criminale – uno di fondatori della Banda della Magliana, con cui Peppe è in ottimi rapporti. (…) Sbolliti i furori antisistema, nel 1994 il camerata Peppe si risciacqua a Fiuggi, aderisce ad Alleanza Nazionale e nel 2001 il suo vecchio amico Alemanno, diventato intanto ministro per le Politiche Agricole del secondo governo Berlusconi, (…) arruola Dimitri come consulente al suo Ministero, carica che ricoprirà fino al 2006 quando un banale incidente stradale metterà improvvisamente fine alla sua vita movimentata. Altri nomi “caldi” che stanno mettendo in difficoltà il sindaco con la celtica al collo sono quelli di Antonio Lucarelli, ex portavoce di Forza Nuova e oggi capogabinetto di Alemanno, protagonista di strani giri d’affari “marca” Mokbel; Fabrizio Mottironi, ex leader di Terza Posizione e messo da Alemanno nel 2003 (quando allora era ministro delle Politiche Agricole) a capo di Buonitalia Spa; Riccardo Mancini, ingegnere honoris causa, “vicino” a Peppe Dimitri, Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, messo da Alemanno a capo di Eur Spa, il “centro” delle speculazioni in vista di Roma 2020»;

considerato che:

la città di Roma è preda di una feroce speculazione edilizia, sottoposta ad un impetuoso processo di valorizzazione immobiliare che, non governato, crea squilibri e allontanamento di residenti dai centri;

si assiste ovunque alla nascita di centri commerciali identici espressione di speculazione in piena regola che arricchisce gli immobilaristi, e che fa perdere l’identità;

un esempio per tutti, la scorsa estate il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha lanciato il suo piano per la riqualificazione del quartiere di Tor Bella Monaca, alla periferia est della città. Un quartiere sorto negli anni ’80 per far fronte alla cronica carenza di alloggi di edilizia popolare; pianificato ed edificato, nella sua quasi totalità, con intervento pubblico. Il progetto esposto dal sindaco prevede la demolizione di 14 “torri” di 15 piani ciascuna ed il trasferimento delle persone che vi abitano in nuove costruzioni di 4/5 piani;

visto lo stato delle finanze capitoline l’annuncio poteva sembrare uno scherzo, ma nei mesi successivi il sindaco ha esplicitato meglio il suo piano: realizzare l’operazione “a costo zero”, consentendo l’ingresso di privati che, in cambio della loro opera di demolizione e ricostruzione, verrebbero ricompensati tramite la cessione di “cubatura premiale”, un modo elegante (ma un po’ criptico) per dire che verrà consentito loro di edificare altri immobili destinati ad essere immessi sul mercato;

il progetto prevede una variante urbanistica del piano di zona che consentirà di triplicare la capacità edificatoria che porterà il quartiere ad estendersi e le cubature complessive a salire portando la popolazione residente dagli attuali 28.000 abitanti a 44.000 abitanti;

tutto questo, che anche ai più sprovveduti non può non apparire come un regalo (sostanzioso) ai costruttori, per il sindaco Alemanno è riqualificazione del territorio;

non ha senso parlare di riqualificazione quando si riducono quasi a zero i fondi per interventi sociali in un contesto di degrado e di disagio inimmaginabili, non si forniscono adeguati servizi di trasporto pubblico, scuole, asili nido, spazi di socializzazione e tutto ciò che è di pertinenza pubblica viene lasciato all’incuria più totale. Riqualificare significa ridare qualità all’ambiente ed alla vita delle persone che vivono nel quartiere;

emerge sempre più forte un ceto politico a giudizio dell’interrogante colluso culturalmente ed economicamente con i poteri finanziari e il mondo del cemento continua sistematicamente a distruggere le regole urbanistiche. Il susseguirsi dei condoni edilizi e di ulteriori liberalizzazioni in materia. E mentre gli altri Paesi europei tentano di uscire dalla crisi economica investendo nella ricerca, nell’università e nelle tecnologie di risparmio energetico, l’Italia continua ad espandere all’infinito le città per poi tagliare la spesa locale, così da rendere impossibile la realizzazione delle opere che rendono civili i quartieri;

ad avviso dell’interrogante la XII disposizione (non) transitoria e finale della Costituzione, che vieta la ricostituzione del partito fascista, è stata aggirata dall’estremismo nero molto attivo nel Lazio ed in particolare a Roma,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che i piani di abbattimento di Tor Bella Monaca, il piano regolatore all’Eur, il raddoppio dell’aeroporto “Leonardo da Vinci” e la costruzione dei nuovi porti ad Ostia e Fiumicino possano nascondere una gigantesca speculazione edilizia tesa a favorire i cosiddetti “palazzinari”;

se le nomine ad alcune aziende pubbliche romane, che hanno caratterizzato lo scandalo definito “parentopoli”, non abbia procurato danni alla qualità dei servizi nel trasporto pubblico;

quali misure urgenti il Governo intenda assumere per prevenire fenomeni speculativi sulle aree edificabili già martoriate dal cosiddetto “sacco di Roma”, che ha creato quartieri dormitorio e periferie senza servizi abbandonate dalle amministrazioni.

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Giugno 2011-”Manovra Estiva” del Governo

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05143
Atto n. 4-05143

Pubblicato il 5 maggio 2011
Seduta n. 550

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il Governo, dopo aver nascosto la testa sotto la sabbia negando gli effetti della crisi sistemica provocata dall’avidità dei banchieri, con i quali sembra andare a braccetto assecondando tutti i loro desiderata, (dalla legge antiusura che si appresta a smantellare all’anatocismo), quando anche in Italia la crisi ha portato alla perdita di migliaia di posti di lavoro ed eroso il potere di acquisto delle famiglie di circa 2.000 euro solo nel 2011, proprio mentre nell’Aula del Senato si dibatte sul Def (Documento di economia e finanza 2011) e dopo aver sempre smentito una correzione dei conti pubblici, prepara un’ulteriore stangata sui contribuenti con una manovra di aggiustamento prevista per il prossimo mese di giugno di 7-8 miliardi di euro;

spacciata per la “manutenzione” estiva dei conti, questa stangata sarà più consistente del previsto con un intervento di manutenzione dei conti e spese da rifinanziare per 7-8 miliardi di euro nel biennio 2011-2012. Tra le spese obbligatorie da rifinanziare non previste a legislazione corrente ci sono le missioni internazionali all’estero e le assunzioni di una parte dei precari della scuola;

la manovra d’estate, ormai consuetudine degli ultimi anni, arriverà quindi in un secondo momento rispetto al “decreto sviluppo” che sarà invece approvato domani dal Consiglio dei ministri ma che sarà a saldo zero;

dopo la guerra tra i poveri per finanziare con l’aumento delle accise sulla benzina la cultura, i contribuenti onesti, in maggioranza lavoratori dipendenti e pensionati che non evadono il fisco, assisteranno, stando a quanto previsto nel “decreto omnibus“, ad un ulteriore aumento dell’accisa sulla benzina;

considerato che il dato relativo alla crescita del tasso di inflazione al 2,4 per cento, ai livelli massimi dal 2008, trova una possibile spiegazione solo nell’esistenza di forti ed incredibili speculazioni. I consumi, infatti, sono in continua contrazione (del 6,5 per cento negli ultimi 3 anni), inoltre vi è una fortissima caduta del credito al consumo che, a consuntivo 2010, ha registrato un crollo del 5,3 per cento. Tali dati dimostrano una tendenza più che preoccupante: non solo le famiglie tagliano i propri consumi, a discapito anche della qualità dei prodotti, ma ora non sono nemmeno più in grado di indebitarsi per far fronte alle spese quotidiane. Spese che lieviteranno in misura notevole nel 2011. Anzi, purtroppo, tale crescita dell’inflazione risulta ancora sottostimata rispetto alle previsioni dell’ONF (Osservatorio nazionale federconsumatori) relativamente alle ricadute dovute all’aumento di prezzi e tariffe nel 2011, che stimavano con rincari che raggiungeranno 1.164 euro annui (ma che, alla luce della crisi petrolifera e delle ricadute su prodotti energetici e prodotti di largo consumo, rischiano di far crescere ulteriormente la stangata 2011 portandola a ben 1.897 euro). Banche, assicurazioni, filiera petrolifera possono continuare a speculare a danno dei cittadini,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che il Governo si accinge ad introdurre una stangata estiva di circa 7-8 miliardi di euro spacciata per manutenzione dei conti pubblici;

per quale ragione il Governo, mentre offre tutti gli aiuti alle banche, non agisca per superare la cattiva congiuntura che riverbera i suoi effetti peggiorando notevolmente le condizioni di vita dei cittadini nonché incidendo negativamente sull’intera economia del Paese;

quali siano i motivi per cui non ha mai realizzato un serio piano di verifiche e controlli per contrastare severamente ogni tipo di speculazione, ricorrendo, se necessario, ad un vero e proprio blocco di prezzi e tariffe, o avviando una manovra di sostegno alle famiglie a reddito fisso, attraverso un processo di detassazione;

quali siano i motivi per cui non intervenga per riequilibrare la tassazione sui carburanti attraverso il meccanismo dell’accisa mobile e per calmierarne i prezzi con l’attuazione delle misure previste dal protocollo con la filiera petrolifera;

quali misure urgenti si intendano attivare per restituire potere di acquisto alle famiglie a reddito fisso ed ai pensionati letteralmente taglieggiati da banchieri, assicuratori e capitalisti con bollette e pedaggi che svuotano sistematicamente le tasche dei consumatori.

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Finmeccanica-Marina Grossi nomine figli dirigenti

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05142
Atto n. 4-05142

Pubblicato il 5 maggio 2011
Seduta n. 550

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

alle ore 10,30 del 4 maggio 2011, era già piena la sala romana del centro convegni “Matteo Ricci” dove è iniziata l’assemblea di Finmeccanica che segna l’inizio di una nuova epoca per il gruppo nato nel marzo 1948, che ha eletto un nuovo consiglio di amministrazione composto da 11 membri (7 della lista del Ministero dell’economia e delle finanze e 4 della lista presentata da investitori istituzionali e società di gestione del risparmio) e rimarrà in carica per il triennio 2011-2013. La lista presentata dal Ministero comprende Pier Francesco Guarguaglini (designato alla carica di presidente), Giuseppe Orsi, Franco Bonferroni, Dario Galli, Francesco Parlato, Giovanni Catanzaro Guido Venturoni. Quella presentata dalle società di gestione e investitori istituzionali titolari dell’1,063 per cento del capitale, comprende Paolo Cantarella, Silvia Merlo, Marco Iansiti, Christian Streiff. Il consiglio di amministrazione di Finmeccanica ha nominato Giuseppe Orsi amministratore delegato al posto di Pier Francesco Guarguaglini che è stato confermato presidente;

«Ad eccitare la curiosità – scrive il sito Dagospia – è arrivato stamane nelle edicole il giornale “Finanza e Mercati” che spara in prima pagina la notizia sull’intenzione di Marina Grossi di dare via libera all’assunzione dei figli di decine di manager prepensionati. Rispetto a ciò che sta accadendo nel mondo e in Italia forse questa notizia non meritava tanto rilievo, ma è la spia di una polemica che dura da mesi sull’irriducibile signora che non ha voluto fare un passo indietro nemmeno dopo le pressioni del Tesoro. Peraltro va detto che l’assunzione dei figli dei dirigenti è una prassi in uso da tempo nelle grandi aziende pubbliche, e in genere scatta quando i padri che vi lavorano decidono di lasciare il posto ai loro eredi. Nel clima infuocato di Finmeccanica tutto fa brodo, ma ciò che interessa di più agli azionisti forti, primo fra tutti il ministero dell’Economia, è capire che cosa succederà a piazza Monte Grappa. Per quanto riguarda l’organigramma i giochi sono fatti. Da settimane il direttore generale Giorgio Zappa, il barbuto manager che godeva dei favori di Bersani e D’Alema, ha già svuotato i cassetti; al suo posto arriverà Alessandro Pansa, figlio del noto giornalista, 49 anni, una laurea alla Bocconi e un curriculum dove spiccano 15 anni di lavoro nella finanza dentro realtà come Euromobiliare, Lazard, e altre società pubbliche e private. Dal luglio 2001 il giovane Pansa, che oltre alla lettura predilige l’alpinismo e la bicicletta, ha assunto la carica di direttore finanziario di Finmeccanica, ed è con queste credenziali che si appresta ad affiancare il nuovo comandante Orsi. Quest’ultimo avrà deleghe molto ampie perché sembra che nella trattativa finale a Guarguaglini siano rimasti le strategie e gli affari internazionali, mentre le relazioni esterne e la comunicazione passeranno nelle mani del neo-amministratore delegato. Sembra infatti che Orsi si porterà da Agusta Westland il fidato collaboratore Marco Conte che avrà il compito di tenere anche le relazioni istituzionali e politiche. Oltre all’organigramma, che una volta definito nei dettagli vedrà riempirsi le caselle di manager leghisti, la curiosità dell’Assemblea è rivolta oggi alle strategie complessive del Gruppo nel medio e lungo termine. E qui il discorso diventa davvero interessante perché al di là dei messaggi armoniosi che trapelano dai piani alti di piazza Monte Grappa, corrono due interpretazioni meritevoli di attenzione. Secondo una prima versione Guarguaglini e Orsi sarebbero d’accordo nel difendere l’unitarietà del Gruppo per non compromettere la forza di un colosso che con 73mila dipendenti realizza in decine di Paesi un fatturato poco al di sotto dei 20 miliardi. Accanto a questa versione circola la tesi dello “spacchettamento”, cioè della cessione di alcuni rami aziendali ad entità italiane e straniere. Il pensiero va alle riserve che sarebbero state formulate anche negli ambienti del Tesoro sull’acquisto dell’americana DRS, la prima azienda nel campo della difesa comprata da Finmeccanica nel maggio 2008 per 5,2 miliardi di dollari. Non c’è dubbio che l’idea di mettere le mani su qualcuno dei gioielli più pregiati di Finmeccanica fa gola a molti investitori internazionali tra i quali il Fondo Carlyle della famiglia Bush che in Italia ha come suo rappresentante Marco De Benedetti. Non è quindi un caso che il 74enne manager di Castagneto Carducci abbia voluto tenersi strette le deleghe per le strategie e gli affari internazionali, ma nessuno pensa che il comandante dell’Ordine Britannico, Giuseppe Orsi, voglia sposare l’ipotesi di una frantumazione di quello che insieme all’Eni è l’ultimo impero industriale italiano»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero la notizia pubblicata su “Finanza e Mercati” secondo la quale la signora Marina Grossi avrebbe deliberato l’assunzione dei figli di decine di manager prepensionati;

se, in un periodo di forte precarietà con milioni di giovani che non riescono a trovare occasioni di lavoro e che invecchiano senza il posto fisso, il Governo ritenga giusto che alcuni figli siano avvantaggiati rispetto ad altri;

quali misure urgenti intenda attivare per attuare politiche economiche in grado di aiutare milioni di giovani precari, figli di padri “senza santi in Paradiso”, a realizzare la propria aspirazione costituzionale ad un lavoro per potersi formare una famiglia e ad un tenore di vita più dignitoso dello stabile precariato.

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Ligresti-Costi RCA

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02140
Atto n. 3-02140 (in Commissione)

Pubblicato il 5 maggio 2011
Seduta n. 550

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

i costi delle tariffe assicurative per la responsabilità civile degli autoveicoli (RC auto) obbligatorie continuano a lievitare sulla pelle degli assicurati, anche per i conducenti più virtuosi che hanno subito rincari del 179,7 per cento dal 1994, mentre gli assicuratori di compagnie quotate in borsa, a giudizio dell’interrogante al riparo delle distratte autorità vigilanti, come Consob ed Isvap, gestiscono le aziende esclusivamente secondo logiche privatistiche;

allo stesso modo si caratterizza la gestione del gruppo Ligresti da parte della famiglia e dei figli, che hanno addossato alle società della galassia ogni sorta di hobby, alla stessa stregua di un inesauribile bancomat. Dopo le critiche alla gestione spericolata del gruppo Ligresti, tenuto in piedi dalla generosità di banchieri amici e sodali uscite sulla stampa negli ultimi tempi, Ettore Livini ha pubblicato su “la Repubblica” un articolo al vetriolo su una gestione privatistica dei Ligresti;

si legge nel citato articolo: «Un po’ di soldi per il purosangue di Jonella. Qualche milione per la pubblicità gestita dalle aziende di Giulia. Stipendi da supermanager. Più una serie da brividi di assegni a sette-otto cifre per comprare fattorie valutate come miniere d’oro, alberghi in perenne passivo, arredi d’ufficio e preziose (?) consulenze. La crisi di Fonsai affondata da un miliardo di perdite nel 2010 non nasce solo dai guai del core business assicurativo. Il buco nei conti, dati alla mano, ha anche un’altra spiegazione: il fattore Ligresti. La vorticosa girandola di operazioni infragruppo che in cinque anni ha trasferito dalle casse della galassia quotata in Borsa alle tasche dell’inossidabile ingegnere la bellezza di 525 milioni, trasformando Fondiaria e Milano Assicurazioni in una sorta di bancomat pronto uso per le casseforti della famiglia di Paternò. Lo scopo di questa partita di giro iniziata in sordina nel 2005 e decollata per volumi tra il 2008 e il 2010 è stato chiaro sin dall’inizio: puntellare i conti delle holding personali della dinastia siciliana, messe alle corde dalla crisi del mattone e da una serie di diversificazioni non proprio azzeccate. Obiettivo, tra l’altro, fallito. Sinergia, capofila dei business di Ligresti, è stata costretta per ben due volte a rinegoziare la sua esposizione con i creditori esposti per oltre 300 milioni e una terza è ancora in corso malgrado l’”aiutino” delle assicurazioni di casa. Solo tra 2009 e 2010, come riportano i dati in bilancio alla voce rapporti con parti correlate, le due compagnie hanno pompato verso i piani superiori della catena di controllo oltre 280 milioni. Mentre dal 2005 ad oggi il bilancio dare/avere tra famiglia e aziende quotate a Piazza Affari segna un saldo positivo ovviamente per i Ligresti di 367 milioni. Un fiume d’oro alimentato in buona parte dai loro soci di minoranza (ma non dal punto di vista numerico: Sinergia in realtà controlla attraverso tre livelli di scatole cinesi solo il 20,6% di Fondiaria e il 12% della Milano) costretti adesso oltre alla beffa il danno a mettere mano al portafoglio per ricapitalizzare le due assicurazioni. La parte più corposa delle partite infragruppo di casa Ligresti è legata, come tradizione di famiglia, al mattone. Fondiaria e Milano negli ultimi anni hanno affidato alla Imco e alle sue controllate, aziende che fanno capo direttamente alla famiglia, buona parte dei business immobiliari del gruppo. Nel 2005 hanno acquistato per 93 milioni gli immobili di via Lancetti a Milano, poi hanno finanziato la Avvenimenti e Sviluppo Immobiliari per 102 milioni per un’operazione a Roma, in via Fiorentini, si sono impegnate a rilevare dalle casseforti di casa un hotel con centro benessere a San Pancrazio a due passi da Parma. Tutte operazioni, naturalmente, segnalate con puntualità nei bilanci e accompagnate come prevede la legge da apposite valutazioni di periti. Il timing di queste operazioni è stato sempre chirurgico. Quando un paio di anni fa la Imco si è trovata con un buco nei conti a pochi giorni dalla chiusura del bilancio è arrivato puntuale il salvagente della Fonsai: la compagnia ha messo mano al libretto degli assegni e rilevato dall’ingegnere alcuni indispensabili terreni a Bruzzano e a Cormano oltre a un bell’albergo a Varese. Cosa c’entrino questi blitz con il corebusiness di un’assicurazione non è chiaro. È certo però che i 15 milioni di plusvalenze garantiti così ai Ligresti hanno consentito di spegnere, almeno temporaneamente, la spia rossa dell’allarme finanziario. Un deal fotocopia è andato in onda nel 2009 quando la Milano ha rilevato dalla Imco la Hdef Isola per 15,5 milioni regalando un altro po’ d’ossigeno alla controllante. Il knowhow dei piani alti di casa Ligresti non si limita però al trading immobiliare. Prova ne è che le due società quotate in Borsa si sono affidate a Imco e alle sue controllate anche per una serie di servizi collaterali. Poco meno di 10 milioni sono finiti alla Europrogetti per le consulenze legate all’area Castello di Firenze, 30 milioni sono stati girati per i lavori su una struttura sanitaria a Firenze. Non solo: una volta costruite case e ospedali, poi, c’è bisogno di arredarle. E, guarda caso, i fornitori sono di nuovo aziende private dei soci di riferimento. Fondiaria si è comprata nel 2010 2,5 milioni di arredi dalla Icein e 2,2 milioni di mobili per ufficio dalla Imco quando forse sarebbe stato più semplice (e con ogni probabilità più economico) fare un salto all’Ikea. Affari in fattoria e in hotel. Uno degli accordi più controversi tra i vari piani della galassia Ligresti è quello relativo alla tenuta agricola Cesarina. A fine 2008 Sinergia si è trovata in debito d’ossigeno finanziario. Che fare? Niente paura. L’ingegner Salvatore si è ricordato di questi mille ettari di paradiso nel parco di Marcigliana, in Lazio, dove si pigia olio e produce latte. Poco importa che il business fosse (come è ora) in perdita per due milioni l’anno. I panni sporchi si lavano in famiglia e Sinergia ha girato a Fonsai per 80 milioni di euro la megafattoria. Grazie, naturalmente, alla solita dettagliata perizia sul valore dell’immobile rurale stilata da apposito esperto indipendente. Il troppo però è troppo. E in quell’occasione l’Isvap, l’istituto che veglia sulla solvibilità del comparto assicurativo, ha acceso il semaforo rosso: “Il prezzo è troppo alto”, ha sancito e l’affarone (per chi è evidente) è saltato, costringendo pochi mesi dopo Sinergia a chiedere ai creditori bancari una moratoria sul suo debito. Nella stessa occasione sono state poste le basi per una delle più disastrose (per i soci Fonsai e Milano) partite infragruppo dei Ligresti. Quella di Atahotels, la società di gestione alberghiera controllata da Sinergia e affidata dall’ingegnere al figlio Gioacchino Paolo. Storia del 2008. L’acquisizione della catena è “un’opportunità per il gruppo in un settore trainante dell’economia nazionale” sentenziarono allora convinte in un comunicato diffuso a tutto il mercato Fonsai e Milano firmando senza batter ciglio un assegno da 30 milioni per rilevare dalla cassaforte rispettivamente il 51% e il 49% del presunto gioiello dell’hotellerie nazionale. Difatti: prima l’Isvap le ha obbligate a ridurre il prezzo d’acquisto a 25 milioni perché quello iniziale era giudicato di nuovo troppo favorevole (ça va sans dire) ai venditori. Poi, pochi mesi dopo, è iniziato il calvario. Subito sono emersi buchi per 20 milioni in sei mesi, poi la necessità di un aumento di capitale da 12. Poi, un annetto dopo, è spuntata un’altra voragine da una cinquantina di milioni che si è tradotta in altri 30 milioni di contabilizzazioni in perdita. Se Atahotels fosse stata ancora in pancia a Sinergia, per la cassaforte di famiglia sarebbe stato il crac. Invece alla fine a saldare il conto sono stati i poveri piccoli azionisti delle due compagnie. Ricchi premi e cotillons. A riempire i portafogli di casa Ligresti negli ultimi anni hanno contribuito anche i lauti stipendi pagati loro dalle aziende di famiglia. Dal 2005 al 2010 Giulia, Jonella e Gioacchino hanno incassato una busta paga complessiva da oltre 60 milioni di euro emolumenti pari al triplo della media degli assicuratori europei. Anche l’anno scorso, con i titoli alle corde in Borsa e una voragine da un miliardo nei conti di Fondiaria, i tre moschettieri della famiglia siciliana hanno ricevuto una bella gratifica da 8,3 milioni di euro complessivi. Ma i compensi sono solo la punta dell’iceberg della pioggia d’oro che hanno incassato direttamente. Fondiaria Sai ad esempio ha staccato nel 2010 un assegno da 6,7 milioni per consulenze tecnico amministrative legali a parti correlate. Banca Sai, oltre ad aver finanziato per 19 milioni Sinergia, ha garantito prestiti personali per 3 milioni di euro a singoli amministratori. Qualche spicciolo – nel corso degli anni – è finito pure nelle aziende personali dei figli di Salvatore. Gilli Communications, una società di Giulia, ha fatturato un paio di milioni per le campagne pubblicitarie della Dialogo, una controllata del gruppo Fonsai, mentre Laità, la società proprietaria di Toulon, il cavallo di Jonella, è stata misteriosamente gratificata dalle assicurazioni quotate di un pagamento di 1,4 milioni»,

si chiede di sapere:

quali iniziative urgenti il Governo intenda attivare a tutela degli assicurati, affinché essi non debbano pagare, nel caro polizza per la RC auto obbligatoria, i capricci degli amministratori del gruppo Ligresti e degli appetiti della famiglia che ha fatto registrare nella Fondiaria Sai un buco di circa un miliardo di euro nel 2010, anche per soddisfare gli hobby dei tre rampolli Jonella, Giulia e Gioacchino, che hanno guadagnato dal 2005 al 2010 una paga superiore a 60 milioni di euro acquistando a peso d’oro fattorie ed alberghi in perenne passivo nonché costosi arredi, purosangue di razza in leasing da Unicredit e floride consulenze familiari;

se non ritenga opportuno intervenire per mettere un limite all’eccessiva avidità di tali amministratori che dissanguano aziende quotate in borsa per finanziare le loro smodate avidità di guadagno, sulla pelle dei piccoli azionisti danneggiati, degli assicurati saccheggiati e del mercato.

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Smantellamento legge antiusura

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02141
Atto n. 3-02141 (in Commissione)

Pubblicato il 5 maggio 2011
Seduta n. 550

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

a quanto risulta all’interrogante la legge antiusura, legge n. 108 del 1996, che prevede tassi soglia per tipologie di prestiti al fine di verificare se un prestito è usurario, approvata 15 anni fa sotto la spinta delle associazioni dei consumatori, del volontariato e della Chiesa e che ha funzionato benissimo per inchiodare gli strozzini legalizzati alle loro responsabilità, avrebbe le ore contate per precise responsabilità del Ministro dell’economia Tremonti, il più fedele esecutore degli interessi, talvolta al limite dalla legalità, dei banchieri, i quali avevano chiesto da tempo, già nel decreto-legge n. 225 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 10 del 2011 (cosiddetto “decreto milleproroghe”) di smantellare la sentenza di Cassazione sull’anatocismo e di aumentare i tassi di interesse usurari, per consentire alle banche di macinare profitti, stock option e laute prebende, a carico delle famiglie vessate e delle piccole e medie imprese;

spacciare per aiuti alle famiglie che non possono pagare le rate dei mutui, rinviando di qualche mese l’agonia con il conteggio degli interessi che maturano e dovranno poi essere pagati, per pacchetto sviluppo, vera e propria elemosina in cambio dello smantellamento della legge antiusura del 1996, che riformando l’art. 644 del codice penale in merito allo stato di bisogno, prova diabolica e di difficile individuazione, aveva inserito il tasso soglia per tipologia di prestiti per determinare il reato di usura, è a giudizio dell’interrogante un’operazione indecorosa che potrebbe rappresentare addirittura un imbroglio;

le associazioni Adusbef e Federconsumatori avevano da tempo denunciato lo scippo con destrezza di un Governo, a giudizio dell’interrogante nemico acerrimo di consumatori e risparmiatori, che, nei suoi tre anni di esistenza, ha smantellato la class action, cancellato il pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni approvando controriforme a misura di assicuratori e potentati economici, elargito finanziamenti ai signori banchieri sottraendoli ai più bisognosi, ai pensionati ed alle famiglie stremate, ritenendo inaccettabile ed illegale aumentare per legge i tassi di interesse per compiacere i signori banchieri, la cui avidità, spregiudicatezza ed azzardo morale è senza alcun limite;

a fronte dei costi di gestione dei conti correnti pari a 295 euro contro i 114 della media europea, di tassi sui mutui più alti dello 0,52 per cento, dei tassi per il credito al consumo più elevati dell’1,90 per cento (dati ultimo bollettino BCE) di tassi sui depositi dello 0,025 per cento con un tasso di riferimento dell’1,25 per cento, le banche italiane non si accontentano di praticare tassi di interesse fino al 29 per cento, vogliono che il Governo trucchi le carte per favorire i loro sporchi interessi;

con crediti personali al tasso del 10,93 per cento, crediti revolving del 17,39 per cento, finanziamenti alle famiglie regolati al 12,60 per cento, cessione del quinto dello stipendio al 13,710 per cento, i signori banchieri capeggiati dall’Abi, adusi ad erogare allegri affidamenti ai loro amici e sodali, non si accontentano di tassi soglia usurari che arrivano per alcune tipologie di prestiti fino al 29,235 per cento, ma vogliono ottenere l’ennesimo salvacondotto alle loro scorrerie finanziare ed alle loro quotidiane malefatte,

si chiede di sapere:

se sia vero che il Governo si accinga a barattare la proroga del pagamento della rata dei mutui, vera e propria elemosina secondo l’interrogante, con lo smantellamento della legge antiusura n. 108 del 1996, a giudizio dell’interrogante per soddisfare le richieste dei banchieri;

se sia al corrente che esistono in Italia evidenti difficoltà economiche di cittadini, famiglie e piccole e medie imprese strangolate dalle banche già con gli attuali tassi di interesse, che risultano tuttavia più elevati dello 0,50 sui mutui rispetto alla media europea e di quasi due punti percentuali sul credito al consumo;

quali misure urgenti intenda adottare per salvaguardare gli interessi ed i diritti di consumatori, risparmiatori, famiglie e piccole e medie imprese, vessate da tassi elevati e da condizioni capestro, letteralmente strangolate da usi, abusi e quotidiani soprusi dei signori del credito, adusi a non pagare mai il conto perché, a giudizio dell’interrogante tutelati da un Ministro dell’economia e da un Governo che a giudizio dell’interrogante assumono la funzione di fedeli servitori degli interessi dei banchieri.

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Educazione Finanziaria nelle scuole

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05133

Atto n. 4-05133

Pubblicato il 4 maggio 2011
Seduta n. 549

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

l’educazione finanziaria degli italiani è nell’agenda del Governo e nelle preoccupazioni della scuola e delle imprese. Ciò è tanto più apprezzabile da quando diversi studi e analisi hanno messo in evidenza come i cittadini si trovino in difficoltà nel comprendere i principali concetti finanziari e previdenziali. L’educazione finanziaria, naturalmente, può essere un’etichetta o una prassi efficace, volta ad aiutare concretamente i consumatori a indirizzare le loro scelte in maniera consapevole. Importante, a tal fine, la definizione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che qualifica l’educazione finanziaria come processo attraverso il quale i consumatori migliorano la propria comprensione di prodotti e nozioni finanziarie e, attraverso l’informazione, l’istruzione e la consulenza oggettiva, sviluppano le capacità e la fiducia necessarie per diventare maggiormente consapevoli dei rischi e delle opportunità finanziarie, per effettuare scelte informate, comprendere a chi chiedere consulenza e mettere in atto altre azioni efficaci per migliorare il loro benessere finanziario;

pertanto sia gli erogatori sia i fruitori avrebbero bisogno di intraprendere percorsi di educazione finanziaria efficaci e capaci di compensare il continuo diminuire delle tutele dello Stato sociale. A questo obiettivo si riferiscono in primo luogo gli impegni del legislatore italiano, che sta definendo un processo di educazione finanziaria moderno e omnicomprensivo, orientato cioè verso una educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale. In secondo luogo, è necessario diffondere il lavoro di istituzioni che si stanno dedicando a definire iter e percorsi capaci di offrire risultati mediante l’attività dei diversi portatori di interessi e di diritti. Tra questi è necessario citare il lavoro dell’Ente nazionale italiano di unificazione, preso peraltro a riferimento nell’ultima formulazione del disegno di legge in esame al Senato. In ultimo, ma certo non meno importante, bisogna diffondere il tema dell’educazione finanziaria in maniera divulgativa, non tecnica, a coloro che di questo si occuperanno, in qualità di progettisti, erogatori e fruitori;

considerato che:

presso la 10ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo) del Senato sono in discussione i disegni di legge nn. 1288 – 1477 – 1593 – 1626 – 1796 in materia di educazione finanziaria. Dopo alcuni mesi dall’assegnazione il Comitato ristretto, costituitosi per l’esame dei testi, è pervenuto ad un testo unificato che la Commissione ha adottato come testo base unico. L’ultima seduta di Commissione risale al 3 novembre 2011 dove il Presidente comunicava che erano stati presentati emendamenti al nuovo testo e rinviava il seguito dell’esame;

prosegue a ritmo serrato l’attività normativa di UNI sulla pianificazione finanziaria personale. Dopo la pubblicazione – avvenuta nel 2008 – della norma UNI ISO 22222 che specifica la metodologia della pianificazione nonché i comportamenti etici, le competenze e l’esperienza professionale richieste agli operatori di questo delicato settore, nel gennaio 2010 è stata pubblicata la specifica tecnica UNI/TS 11348 che analizza i requisiti di qualità della consulenza finanziaria, indicati nella norma internazionale UNI ISO 22222, adattandoli al contesto culturale e di mercato italiano ed alle normative vigenti quali la MiFID. Ma l’attività normativa in materia è tutt’altro che conclusa. Come necessario e coerente completamento di tali norme, UNI ha infatti sottoposto nei giorni scorsi all’inchiesta pubblica – ossia al giudizio degli operatori del settore – il nuovo progetto di norma U83000740 “Educazione finanziaria del cittadino – Requisiti del servizio” che definisce i requisiti di qualità della educazione finanziaria del cittadino: si tratta di una guida che offre un quadro di riferimento organico dell’attività di educazione finanziaria, sia per le tipologie possibili di servizio sia per i relativi requisiti di progettazione ed erogazione. Il documento da particolare importanza ai temi di trasparenza nei rapporti tra erogatore ed utente, di indipendenza dell’azione di educazione finanziaria e di definizione dei ruoli e delle responsabilità dei soggetti coinvolti. Gestire i propri risparmi e le proprie risorse economico-finanziarie richiede infatti capacità di analisi e valutazioni che necessitano della consulenza di professionisti di settore: è quindi importante – tramite l’educazione finanziaria – mettere in grado i cittadini di utilizzare competenze consulenziali professionali che possano permettere un’organizzazione efficace delle risorse, coerente con gli obiettivi personali. A testimonianza della delicatezza del tema, la legislazione italiana ha mostrato grande interesse verso la normazione: proprio sull’educazione finanziaria si è infatti svolta, nel dicembre 2010, l’audizione UNI presso la 10ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo) del Senato relativamente all’esame dei 5 disegni di legge in materia di educazione finanziaria. Il progetto di norma UNI potrebbe costituire un’utile integrazione ai lavori della Commissione, mettendo così in atto un’attività coordinata e coerente tra la definizione di una legge in materia ed i relativi strumenti tecnici di attuazione,

si chiede di sapere:

quale sia la posizione del Governo sui disegni di legge in discussione presso la 10ª Commissione permanente del Senato e quali iniziative intenda assumere per accelerare l’iter di esame di provvedimenti su cui i Gruppi parlamentari avevano offerto la loro disponibilità anche per un testo unificato dei diversi disegni di legge presentati;

se i Ministri in indirizzo non ritengano che, anche se le passate generazioni avevano la cultura del risparmio caratterizzato anche dal salvadanaio come simbolo di accumulazione delle paghette mentre oggi ai ragazzi vengono regalate le carte di credito, come istigazione alla spesa da parte della società del consumo, riscoprire il valore del risparmio dovrebbe rappresentare una delle priorità dei Governi;

se, a fronte del fenomeno del risparmio tradito, che continua ancora oggi a mietere vittime nella distruzione del sudato risparmio, il Governo non abbia il dovere di adoperarsi per offrire ai ragazzi, già nelle scuole elementari, l’educazione finanziaria quale strumento utile per valorizzare quanto economizzato.

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Unicredit: la banca dei derivati avariati condannata per aver appioppato al comune di Ortona swap fasulli

 
 
Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02130
Atto n. 3-02130 (in Commissione)

Pubblicato il 3 maggio 2011
Seduta n. 547

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale. -Premesso che:

da ultimo si è verificata la sconfitta di Unicredit, la banca dei derivati “avariati”, con la pronuncia 5118/2011 della VI sezione civile del Tribunale di Milano che ha annullato tre collar swap stipulati il 10 gennaio 2006 fra Unicredit e il Comune di Ortona (Chieti), a cui è stato riconosciuto un risarcimento di quasi 345.000 euro, mentre il disastro derivati, proposti dalle grandi banche, continua a gonfiare i debiti degli enti locali e delle piccole imprese “taglieggiate” dagli istituti di credito, con un nozionale negativo di oltre 52 miliardi di euro al 31 dicembre 2010;

le banche infatti non hanno resistito ai consistenti profitti consentiti da altri derivati Over the counter (Otc, scambiati, cioè, fuori da mercati regolamentati), di “copertura” contro il rialzo dei tassi di interesse, venduti a enti territoriali, imprese, società finanziarie e piccoli istituti di credito nostrani. Al 31 dicembre 2010, infatti, le perdite potenziali sui derivati Otc del “sistema Italia” nei confronti degli istituti di credito (italiani e esteri con filiali in Italia) sono di 52,2 miliardi di euro. Le cifre complessive che i sottoscrittori di questi contratti dovrebbero versare ai grossi istituti di credito operanti nel Paese nel caso in cui decidessero (oppure fossero costretti a farlo) di chiudere anticipatamente gli swap, con perdite potenziali pari a 52,2 miliardi di euro, tratti dalla base informativa della Banca di Italia sul “fenomeno” derivati (swap sui tassi d’interesse e, in minima parte, sui tassi di cambio), sono stati riportati da “Il Sole 24 Ore”, in un articolo pubblicato sul settimanale “Plus” da parte di un giornalista esperto ed attento come Marcello Frisone;

mentre dai dati della Banca di Italia si ricava un rischio di controparte per le banche di ben 52,2 miliardi, con i disavanzi man mano cresciuti nel corso di sei anni (dal 2005 vengono rese note le perdite in derivati in Centrale Rischi della Banca di Italia), la nuova bozza di regolamento del Ministero dell’economia (previsto dall’art. 62 del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, come modificato dalla legge n. 203 del 2008), invece di rendere chiari i rischi per gli enti locali ed i sottoscrittori che vogliono intentare vere e proprie scommesse sull’azzardo morale, in ossequio ai desiderata dell’Associazione bancaria italiana (Abi), banche e banchieri, è ancora più oscura e meno trasparente;

nonostante il blocco dei contratti derivati sia stato attuato nel 2008 dal Governo per tutelare gli enti locali, il provvedimento che dovrebbe adesso sbloccarne la stipula perde parti importanti in merito alla trasparenza. La nuova bozza di regolamento in circolazione in queste ore, infatti, non prevede più informazioni chiare e semplici utili a individuare i rischi del derivato; anzi, il nuovo sistema aumenterà probabilmente la confusione degli enti locali che, seppure subissati di informazioni, non avranno modo di capire molto dello strumento finanziario proposto dalle banche;

Adusbef e Federconsumatori, le due principali associazioni di difesa dei risparmiatori e dei consumatori, sono indignate dalle posizioni della Consob e del Ministro dell’economia che, a giudizio dell’interrogante, sembra sia diventato il bieco esecutore esterno nonché il collettore degli esclusivi interessi delle banche, che possono così continuare a frodare, con la vendita dei derivati avariati, enti locali e piccole e medie imprese ancor più di prima;

la prima bozza del regolamento (posta in consultazione dal Ministero dell’economia dal 22 settembre al 30 ottobre 2009) conteneva disposizioni in materia di trasparenza dei contratti prevedendo che agli enti locali fosse data un’informativa basata sull’approccio probabilistico risk-based della Consob e da elaborare rispettando le metodologie allegate alla bozza stessa. Questa informativa, cioè, rappresentava in modo chiaro, breve e oggettivo se e in quale misura (appunto una probabilità) il derivato proposto avrebbe potuto migliorare o meno la situazione dell’ente legata ad una ben precisa passività finanziaria (riducendone i costi e/o i rischi). E, questo, confrontando semplicemente la posizione finale dell’ente “con” e “senza” la sottoscrizione del contratto derivato;

rispondendo alla consultazione, l’Abi ha fortemente criticato gli scenari probabilistici e ha chiesto la loro sostituzione con «l’analisi di sensitività», un altro modo di chiamare l’approccio what-if (lo stesso che è stato adottato a dicembre 2010 per i fondi strutturati della Ucits N e fortemente criticato da numerosi accademici di fama internazionale per la sua parzialità, discrezionalità e manipolabilità. Se la nuova versione della bozza (quella appunto con il what-if) verrà emanata, il numero delle tabelle che dovranno essere lette dall’ente locale aumenterà notevolmente, senza alcun beneficio rispetto all’approccio probabilistico;

rispetto alla prima bozza, il nuovo schema di regolamento non consente più agli enti locali la stipula dei Forward rate agreement ma conferma la stipula soltanto dello swap di tasso di interesse, di quello di cambio, gli acquisti di un cap (un tetto massimo oltre al quale l’ente non paga più la “rata” prevista dal derivato) e di un collar (cioè il flusso da corrispondere alla banca oscilla in un corridoio ben preciso). Nella nuova bozza è prevista la stipula di combinazioni di questi derivati, mentre sono vietate le operazioni riferite a tassi d’interesse diversi dai parametri dell’area euro e contratti che impongono tassi predeterminati in crescita (i tassi “fissi” diversi di anno in anno). Le informazioni che le banche sono tenute a dare agli enti locali devono essere redatte in italiano, mentre a sua volta l’ente locale dovrà sottoscrivere un’apposita dichiarazione in base alla quale attesti di «aver pienamente compreso le caratteristiche dell’operazione». Approccio risk-based: si tratta di un modo di informare i clienti sullo strumento finanziario che stanno acquistando. Questa informativa rappresenta in modo chiaro, breve e oggettivo quante probabilità ha il derivato proposto di migliorare o meno la situazione dell’ente. Tutto ciò si ottiene confrontando la posizione finale dell’ente locale “con” e “senza” la sottoscrizione del contratto derivato, mediante simulazioni che tengono conto di tutti i fattori di rischio sottostanti;

considerato che:

secondo un articolo di Isabella Bufacchi, pubblicato su “Il Sole 24 Ore” del 29 aprile 2011, il valore nozionale degli swap ammonterebbe a 360.000 miliardi fuori da ogni controllo. Nel complesso, per i derivati fuoriborsa, strumenti negoziati fuori da piattaforme e circuiti regolamentati, si sfiorano 500.000 miliardi di euro. L’Isda, associazione mondiale degli operatori in derivati otc, stima che il rischio di credito di questi contratti sia pari a 2.430 miliardi di euro. Se il mercato degli swap è immenso e senza controllo, i derivati rappresentano un possibile rischio anche per le grandi banche europee che non differiscono nelle pratiche dai colossi Usa. Ammontano infatti a 4.000 miliardi di euro i derivati nei bilanci degli istituti del Vecchio continente, un valore pari a1 20 per cento degli attivi;

l’allarme-swap del valore di 2.500 miliardi al netto delle perdite potenziali corrisponde a tre volte il debito di Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda. Entro luglio Sec e Cftc dovranno introdurre nuove regole. Già il nome desta sospetto: lo strumento derivato letteralmente “deriva” prezzo e valore da tassi d’interesse e di cambio, debiti e prestiti, materie prime e metalli preziosi, azioni, indici e persino altri derivati. È una conseguenza, un’appendice. I sospetti aumentano quando il derivato viene scambiato over-the-counter (otc), cioè fuoriborsa, negoziato fuori da piattaforme e circuiti regolamentati. I derivati con targhetta otc, principalmente gli swap, mancano di quotazioni ufficiali e prezzi trasparenti, non sono garantiti dalla cassa di compensazione con versamento di margini giornalieri, a fronte delle perdite anche potenziali per annullare il rischio controparte. Al giugno 2010 – ultima statistica Bri – i derivati fuoriborsa avevano un valore nozionale (entità delle passività o attività sottostanti) di poco inferiore a 600.000 miliardi di dollari, quasi 500.000 miliardi di euro di cui 360.000 in swap. L’Isda stima che dopo il netting (compensazione delle posizioni tra due controparti che elimina i doppioni) il rischio di credito di questi contratti è pari a 3.600 miliardi di dollari, 2.430 miliardi di curo. Tenuto conto che il 70 per cento dei derivati fuoriborsa tra istituzioni gode di garanzie collaterali, secondo gli addetti ai lavori, il rischio di perdita per colpa dell’insolvenza della controparte è di 1.100 miliardi di dollari, circa 750 miliardi di euro: pari alla somma del default di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. Negli ultimi 12 mesi, intanto, i volumi sono tornati a salire a ritmi sostenuti. Una dimensione monstre che, proprio a causa dell’opacità e natura sfuggente dei derivati, preoccupa autorità di controllo e Governi in tutto il mondo: swap e derivati otc sono visti come fonte di rischio sistemico e quindi destinatari di una “rivoluzione regolamentare”;

è però il paradosso. I derivati nascono per gestire i rischi e proteggere istituzioni finanziarie, Stati, aziende e risparmiatori dall’andamento avverso di cambi, merci, tassi, prezzi di azioni oppure obbligazioni. E invece sono loro stessi ora un rischio. Questo perché sono stati “snaturati” quando hanno cessato di servire ai soli fini di copertura e si sono prestati alla speculazione, alimentando le scommesse, le opportunità di profitto o i rischi di perdita. Nulla di illecito, ma questo ha fatto sì che i derivati e i loro utilizzatori siano lievitati, tra copertura, speculazione e arbitraggio. I volumi dell’industria dei derivati, regolamentati e non, sono in costante crescita: la più grande crisi economico-finanziaria dal dopoguerra, scaturita dalle cartolarizzazioni sui mutui subprime, non li ha messi fuori uso. E nessuno intende ora sopprimerli. Solo domarli. I derivati “buoni”, come i futures, sono stati inquadrati in un sistema collaudato da decenni per evitare l’opacità e disinnescare il rischio-controparte. Sono negoziati in Borsa con contratti standardizzati che garantiscono quasi sempre la liquidabilità (compravendita per grandi volumi) e quotazioni trasparenti. Per ogni contratto future, una delle due controparti è sempre la cassa di compensazione, la clearing house che durante la giornata o a fine seduta calcola le perdite della controparte operatore finanziario e pretende il versamento di margini a fronte delle perdite virtuali. Margini che si riducono o si annullano quando le perdite svaniscono, ma che si attivano quando i contratti chiudono in perdita. Se una controparte fallisce, il future viene sempre onorato. Annullato il rischio di credito, i futures sono entrati comunque nell’occhio del ciclone: sulle commodities sono additati per aver esasperato, a fini speculativi, il rialzo dei prezzi delle materie prime, come petrolio e prodotti alimentari. La stretta dei regolatori è in arrivo e sarà inevitabile. Nel mirino delle autorità sono ora finiti i derivati otc. Gli swap, per esempio, in Italia sono oggetto di contenzioso tra le banche, la clientela costituita da piccole e medie imprese e gli enti locali. Serve a tutt’oggi un chiarimento da parte degli organi di controllo o del Ministero dell’economia e delle finanze che aiuti a identificare con esattezza la remunerazione del servizio bancario e la copertura dei costi e dei rischi ai quali si espone la banca, all’interno delle condizioni del contratto. Agli swap e ai derivati otc verrà imposta in prospettiva la registrazione delle operazioni, la standarizzazione dei contratti, la negoziazione in borse regolamentate, a clearing house e il pagamento di margini. Perché il rischio sistemico, come emerso dalle cartolarizzazioni subprime, si nasconde tra le pieghe della complessità e opacità finanziaria,

si chiede di sapere:

se il Governo sia in grado di confermare che, a seguito delle critiche dell’Abi agli scenari probabilistici più chiari e trasparenti per i sottoscrittori, sia stata subito cambiata la bozza di regolamento sui derivati con «l’analisi di sensitività», un altro modo di chiamare l’approccio what-if;

se non ritenga che l’emanazione della nuova versione della bozza (quella appunto con il what-if), che aumenta il numero delle tabelle sottoposte all’ente locale, non porti alcun beneficio rispetto all’approccio probabilistico, ma crei confusione ed artifizi collaterali lesivi dei diritti dei contraenti, con indubbi vantaggi per gli interessi dei banchieri adusi a speculare nell’opacità;

se risponda al vero che il Ministro dell’economia, d’intesa con la Consob, stia cercando di modificare il regolamento sui derivati, la cui prima bozza conteneva disposizioni in materia di trasparenza, prevedendo che agli enti locali fosse data un’informativa sull’approccio probabilistico risk-based con le reali probabilità di perdita e/o di guadagno nella sottoscrizione del derivato, in favore delle banche, dell’Abi e dei banchieri, che intendono continuare ad operare nella opacità più totale, ad avviso dell’interrogante per frodare enti locali e piccole e medie imprese con contratti capestro di derivati avariati con posticce analisi di “sensitività” chiamate in gergo wath-if;

se siano veritiere le accuse mosse dalle associazioni Adusbef e Federconsumatori;

quali misure urgenti il Governo intenda adottare per evitare che fenomeni così gravi come quelli descritti in premessa, di speculazione finanziaria con la creazione del denaro dal nulla, possano continuare legittimati da un regolamento fraudolento della trasparenza contrattuale e di una legalità violata e calpestata, a giudizio dell’interrogante con il concorso dei distratti controllori, quali Consob e Banca di Italia;

quali misure urgenti si intendano attuare per prevenire fenomeni speculativi a danno degli enti locali e delle piccole medie imprese da parte di un sistema bancario aduso a frodare e truffare i cittadini, a giudizio dell’interrogante con la complicità del Governo e delle distratte autorità di controllo.

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Tornerà la quiete in Generali ?

Atto a cui si riferisce:
S.4/05132 inistro dell’economia e delle finanze – Premesso che:un articolo di “La Repubblica” “Tornerà la quiete in Generali dopo la tempesta che ha portato alla clamorosa uscita del presidente Cesare…

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze – Premesso che:

un articolo di “La Repubblica” “Tornerà la quiete in Generali dopo la tempesta che ha portato alla clamorosa uscita del presidente Cesare Geronzi?” riferisce: «Le premesse ci sono visto che il nuovo chairman che verrà designato dall’assemblea di fine aprile è Gabriele Galateri di Genola, un signore che ha gestito senza strappi i cda prima di Medio-banca, reduce dalla capitolazione di Maranghi, e poi di Telecom nella difficile fase post pirelliana. (…) Ma occorre dire che anche il management dovrà fare la sua parte. Giovanni Perissinotto e Raffaele Agrusti avranno il compito di far correre il più possibile la compagnia cercando di soddisfare il più possibile le esigenze degli azionisti privati che hanno investito soldi propri in grande quantità e vorrebbero vedere il loro investimento tornare in attivo. Ma soprattutto Perissinotto e Agrusti non dovranno sgarrare di una virgola sul fronte delle operazioni con parti correlate. Dovranno allontanare da tutti l’idea che a Trieste si fanno affari con qualcuno che poi restituisce il favore comprando azioni Generali e garantendo così l’autocontrollo del management. Anche se Petr Kellner, lo smaliziato finanziere del gruppo Ppf con cui si è costruita una valida posizione sui mercati dell’est, tornasse alla carica proponendo altri investimenti, questi dovrebbero essere valutati con la massima circospezione. Un po’ perché c’è una cambiale da pagare al 2014, la put su Generali Ppf, del valore di 3 miliardi di euro e per non ricorrere ad aumenti di capitale dovrà essere finanziata accantonando utili e riserve di utili, come ha scritto Perissinotto nella nota integrativa al bilancio. Ma anche perché Kellner è ormai una “parte correlata” dell’azienda avendo acquistato sul mercato il 2 per cento del capitale di Generali, e dunque oltre a rispettare le procedure c’ è anche una necessità superiore di trasparenza che il Leone si deve riconquistare. Lo stesso discorso vale per gli altri azionisti e in primis per il maggiore di essi cioè Mediobanca. Il rischio del dopo Geronzi è che sul mercato si pensi che chi osa toccare le Generali muore. Da molti anni ormai esiste un rapporto incestuoso tra piazzetta Cuccia e il Leone che se visto in chiave positiva può servire a preservare e dare stabilità al controllo della più grande cassaforte italiana. Se si guarda al rovescio della medaglia, però, si deve constatare che il 50 per cento degli utili di Mediobanca proviene dalla controllata Generali, non solo sotto forma di dividendo ma anche di commissioni per qualsiasi operazione Trieste voglia intraprendere. Anche solo l’acquisto di una piccola quota nella banca russa Vtb, compiuta in autonomia dal management dal momento che era al disotto della soglia critica dei 300 milioni, e che ha sollevato in consiglio le obiezioni di Francesco Gaetano Caltagirone e Vincent Bolloré, sembra abbia fruttato succose commissioni a Mediobanca. E, infine, medesimo discorso vale per i soci veneti di Ferale, diventati soci di Generali qualche anno fa, e con cui il Leone sta lavorando immettendo risorse in un fondo per lo sviluppo delle infrastrutture che vede presenti gli stessi soci veneti. Tra l’altro, visti gli eventi delle scorse settimane, il comitato investimenti di Generali rischia di diventare la sede nella quale si gestiscono gli affari più importanti e li Caltagirone, sempre restato nell’ombra e senza affari intrecciati con il Leone, giura che non si farà scappare niente che non sia più che trasparente. Il primo banco di prova per Perissinotto e colleghi arriverà già questa settimana quando il cda Telecom dovrà decidere se sospendere o meno il manager Luca Luciani raggiunto da un avviso di garanzia per un’inchiesta della procura di Milano. Luciani è l’uomo sponsorizzato da Generali e da manager Telecom ha sviluppato rapporti poco trasparenti con società che fanno capo alla famiglia Agrusti. Solo per questo motivo Perissinotto si dovrebbe astenere dal voler a tutti i costi nominare Luciani alla direzione generale e scegliere un altro candidato, almeno sino a quando le inchieste non avranno fatto il loro corso»;

considerato che:

si apprende da un articolo de “Il Sole 24 Ore” che Mario Sentinelli, l’ex direttore generale Tim, ideatore delle carte prepagate, «è rientrato nel board di Telecom Italia come indipendente in quota Generali. Era l’ultimo nominativo della lista Telco, ma si è aggiudicato la partecipazione a due comitati su tre: l’importante comitato esecutivo, che esprime parere preventivo sulle operazioni da sottoporre all’approvazione del consiglio di amministrazione; e il comitato per il controllo interno e la corporate governance che, formato tutto da amministratori indipendenti, è di contrappeso ai manager esecutivi. All’assemblea della settimana scorsa, nell’annunciare di avere lasciato la carica di “presidente onorario” di Onda Communication (società fondata da Michelangelo Agrusti, fratello del dg di Generali, Raffaele Agrusti), ha dichiarato tutto il suo amore per Tim: “È il mio gioiello, e il mio cane si chiama Timmy”»;

come riporta l’articolo di Giovanni Pons per “La Repubblica” dell’8 marzo 2011, « (…) Sentinelli al momento del suo ingresso nel cda Telecom era Presidente di Onda Communications, società fornitrice di chiavette il cui amministratore delegato è Michelangelo Agrusti, fratello del più noto Raffaele, l’attuale direttore generale del Leone di Trieste. Generali però al momento non sembra disposta ad avallare un ruolo operativo di Sentinelli nel gruppo Telecom. La Onda ha ricevuto molte commesse dalla società di tlc sia quando il capo delle attività italiane nel mobile era Luca Luciani, sia quando quest’ultimo fu trasferito alla guida di Tim Brasil»;

dall’ultimo libro “Sanguisughe” scritto dal giornalista Mario Giordano si apprende che Sentinelli è il pensionato dell’INPS più ricco d’Italia, in particolare riceverebbe ogni mese 90.000 euro di pensione, pari a 1,173 milioni che significano 3.008 euro al giorno;

su quest’uomo sono state spese grandi lodi perché è stato lui a lanciare l’idea del servizio prepagato Tim Card per il quale fu nominato “uomo marketing dell’anno”;

nessuno ha mai spiegato le ragioni misteriose per cui sei anni fa il suo rapporto con Telecom fu interrotto dalla mattina alla sera. La vicenda è rimasta coperta dal mistero anche se sono corse strane voci sui conflitti con Marco De Benedetti e Tronchetti,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che vi siano stati contatti di Agrusti con Geronzi per perorare l’ascesa di Luciani ai vertici di Telecom;

quali iniziative di competenza intenda assumere il Governo al fine di garantire agli azionisti e agli utenti l’assoluta trasparenza contro ogni logica clientelare affinché non si arrivi a fare affari con qualcuno che poi restituisce il favore comprando azioni Generali e garantendo così l’autocontrollo del management;

se corrisponda al vero che Sentinelli percepisce una pensione di 90.000 euro al mese;

se risulti al Governo che Luca Luciani sia ancora indagato assieme a Riccardo Ruggiero per i reati di truffa aggravata, false comunicazioni ed ostacolo all’attività di vigilanza, sulle sim false inventate appositamente per gonfiare il fatturato e gli scandalosi compensi dei manager dell’azienda telefonica, nonché per i rapporti poco trasparenti che in qualità di manager Telecom avrebbe sviluppato con società che fanno capo alla famiglia Agrusti ovvero per reati che, se comprovati, dovrebbero condurre ad una sua sospensione dal richiamato incarico da parte dei vertici dell’azienda, che dovrebbero peraltro evitare di conferire allo stesso altri incarichi di responsabilità.

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