Month: giugno 2011

Nuovo sistema tassazione fondi – milleproroghe

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05499
Atto n. 4-05499

Pubblicato il 29 giugno 2011
Seduta n. 575

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

ai sensi della legge n. 10 del 26 febbraio 2011 di conversione del decreto-legge n. 225 del 2010 (cosiddetto milleproroghe) viene sancito un nuovo sistema di tassazione dei fondi di investimento;

in particolare dal 1° luglio 2011 cambierà il sistema di tassazione dei fondi la cui quotazione, che oggi è indicata al netto della tassazione, sarà al lordo e la tassazione si applicherà sul risultato positivo al momento della vendita;

detta modifica comporterà che la determinazione del risultato positivo conseguito, per fondi già detenuti, avverrà sottraendo al valore di disinvestimento delle quote il prezzo di carico delle stesse, assumendo come valore di carico la quotazione del 30 giugno 2011 e non il valore delle quote al momento dell’acquisto;

ne consegue che chi possiede fondi in perdita, qualora dovesse, a giudizio dell’interrogante miracolosamente, aumentare il valore delle quote dopo il 1° luglio, si troverà a pagare una tassa del 12,50 per cento (salvo future maggiorazioni) sul risultato positivo conseguito, anche se non ha ancora recuperato il disavanzo negativo. La minusvalenza derivante dalle perdite ottenute fino ad oggi sui fondi non verrà considerata e non si potrà minimamente compensare un eventuale futuro risultato positivo;

a titolo di esempio: quote di un fondo acquistate nel 2007 al valore unitario di 7 euro; quotazione delle stesse al 30 giugno 2011 5 euro (circa 28 per cento di perdita); qualora dopo il 1° luglio il valore dovesse recuperare un po’ della perdita conseguita negli anni (ad esempio: 6 euro) il plusvalore di 1 euro sarà tassato anche se non ancora recuperata la perdita, e non si potrà nemmeno tener conto della minusvalenza del periodo precedente,

si chiede di sapere se, alla luce di quanto esposto in premessa, il Governo non intenda valutare attentamente le conseguenze relative a quanto disposto dal citato decreto-legge, con il quale si modifica il sistema di tassazione dei fondi di investimento, al fine di non danneggiare migliaia di piccoli risparmiatori che hanno investito tempo addietro in fondi comuni, riportando dopo qualche anno un risultato ampiamente negativo, visto l’andamento di questi ultimi anni.

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Blocco sistema informatico Trenitalia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05502
Atto n. 4-05502

Pubblicato il 29 giugno 2011
Seduta n. 575

LANNUTTI – Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

sono arrivate all’interrogante numerose segnalazioni di cittadini che lamentano i continui disservizi della compagnia ferroviaria Trenitalia;

in particolare sabato 25 giugno 2011, si è verificato il blocco del sistema informatico delle ferrovie per ben 7 ore (delle 14.30 fino alle 21.00). Sono andati in tilt tutti i canali di vendita con conseguente impossibilità di acquistare biglietti ferroviari per chi aveva bisogno di prendere treni a lunga percorrenza. Inoltre moltissimi passeggeri hanno perso tutte le prenotazioni già effettuate con il servizio Postoclick perché risultava impossibile richiedere la stampa dei biglietti;

molti passeggeri hanno perso il biglietto a tariffa ridotta già prenotato, vedendosi costretti a riacquistare il biglietto a tariffa intera (che spesso costa quasi il doppio), sempreché, naturalmente, ci fossero ancora posti disponibili;

a riguardo Trenitalia ha emesso solo un breve messaggio pubblicato sul proprio sito in cui ha annunciato, nel primo pomeriggio di sabato 25 giugno, che chi voleva mettersi in viaggio sui binari non avrebbe potuto farlo. Almeno non sulle tratte a lunga percorrenza, a meno che i biglietti non fossero stati acquistati in precedenza. Il messaggio reca le seguenti parole: “Gentile Cliente, Siamo spiacenti ma per un malfunzionamento sui sistemi Ibm non è possibile acquistare biglietti con prenotazioni o modificare le prenotazioni effettuate. Si prega di provare più tardi. Ci scusiamo per l’inconveniente”;

la causa di tutto questo è da imputare ad un guasto ai servizi informatici di Ibm, lo stesso colosso dell’informatica che solo 9 giorni fa ha festeggiato i primi cent’anni e che solo pochi giorni fa era stato protagonista del caos alle Poste;

anche in quel caso, infatti, le lunghe code agli sportelli, gli anziani rimasti senza pensione, le multe non pagate, sono stati scatenati da un blocco al servizio informatico Ibm;

in quella circostanza fu lo stesso amministratore delegato di Poste Italiane, Massimo Sarmi, a chiedere un risarcimento da parte di Ibm, gigante con una capitalizzazione di mercato di 200 miliardi di dollari e detentore del maggior numero di brevetti fra le aziende statunitensi;

nel caso delle ferrovie, Trenitalia, come riportato dalla stampa (si veda, ad esempio, “tg1online”), ha subito puntualizzato che “I tecnici di Ibm sono al lavoro per ripristinare la funzionalità di tali sistemi anche se non è possibile, al momento, determinare con certezza i tempi necessari. Trenitalia sta avvisando i propri clienti con annunci nelle stazioni e attraverso i propri media (FsNews Radio e sitoInternet ) della possibilità di salire comunque sui treni. A bordo i viaggiatori saranno regolarizzati senza alcun sovrapprezzo”;

intanto l’ultimo sabato di giugno molti italiani sono rimasti bloccati. Proprio pochi giorni dopo il glorioso annuncio dell’amministratore delegato Mauro Moretti di treni ad alta velocità che percorreranno la tratta Milano-Roma in due ore e venti minuti entro il 2015;

domenica 26 giugno 2011 si è verificato il blocco della linea ferroviaria tra Rovigo e Bologna per un guasto all’impianto di tensione. Tutti i treni di passaggio su quella linea hanno subito pesanti ritardi. Stranamente tuttavia nella grande maggioranza dei casi gli annunci ufficiali comunicavano ai passeggeri che i ritardi erano sempre di 50 o al massimo 55 minuti: all’interrogante non pare un caso che le indicazioni fossero appena sotto i 60 minuti di ritardo, che, secondo la normativa europea, danno diritto al rimborso almeno parziale del biglietto;

ai passeggeri del Freccia Argento 9423 Venezia-Roma è stato negato il rimborso perché secondo Trenitalia il treno aveva solo 58 minuti di ritardo;

considerato che da un annuncio dell’ANSA si apprende che il personale viaggiante delle Ferrovie insorge contro il sistema informatico della gestione dei turni, reo di provocare continue cancellazioni di treni e notevoli disagi per i passeggeri. Così, l’Organizzazione dei sindacati autonomi e di base (Orsa) ha indetto una giornata di sciopero per il 22 luglio.La Direzione regionale di Trenitalia è in stato confusionale – ha affermato l’Orsa, che ha ripetutamente chiesto il ritiro del piano aziendale – e, mentre cerca di ottimizzare le risorse, ottiene l’effetto esattamente contrario. Lo sciopero è a tutela dei lavoratori ma anche degli utenti, ha sostenuto il sindacato. Venti treni regionali sono stati soppressi solo nelle ultime ore, a causa del nuovo sistema informatico sulla turnazione del personale viaggiante. Si è verificato caos nel traffico ferroviario delle Marche, e l’assessore Luigi Viventi ha scritto una lettera di protesta a Trenitalia, chiedendo che venisse risolta immediatamente la situazione. Pendolari inferociti, gente che ha perso una giornata di lavoro perché non c’è stata alcuna informazione preventiva. A parere dell’interrogante ciò è intollerabile per la Regione, che paga un contratto di servizio oneroso,

si chiede di sapere:

quali iniziative urgenti il Governo intenda assumere al fine di garantire il risarcimento agli utenti vittime di un’architettura di software voluta da Trenitalia che crea grandi disagi a migliaia di utenti vessati da tariffe in continuo aumento senza che sia corrisposto loro un adeguato servizio e in considerazione del fatto che, prima di disporre nuovi aumenti, devono essere verificate tutte le strade per ridurre i costi di esercizio e aumentare l’efficienza gestionale dei treni;

quali iniziative intenda adottare al fine di tutelare maggiormente i viaggiatori e per evitare ulteriori danni e disagi alla collettività;

se vi sia stata una regolare gara pubblica per l’assegnazione dell’appalto relativo all’informatizzazione dei sistemi che sovrintendono alla vendita dei biglietti ferroviari per i treni a lunga percorrenza di Trenitalia;

se il sistema informatico della gestione dei turni che, stando alla protesta del personale viaggiante provocherebbe continue cancellazioni di treni, sia gestito dalla stessa società Ibm.

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Torri Eur

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05500
Atto n. 4-05500

Pubblicato il 29 giugno 2011
Seduta n. 575

LANNUTTI , PEDICA – Ai Ministri per i beni e le attività culturali, dell’economia e delle finanze e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale. -

Premesso che:

le Torri dell’EUR ex sede del Ministero delle finanze, nel quartiere EUR a Roma, sono tra gli edifici censiti nel 2002 dal Dipartimento Architettura contemporanea del Ministero per i beni e le attività culturali tra le architetture di rilevante interesse del secondo ’900 e tra quelli censiti dal QART/La Sapienza tra le architetture di rilevante interesse storico-artistico realizzate a Roma dal 1945 ad oggi, e come tali inserite nella Carta per la qualità del nuovo piano regolatore generale (PRG) di Roma adottato nel 2006, per il quale sono parte della città storica;

tali edifici sono stati oggetto di un protocollo d’intesa tra Ministero dell’economia e delle finanze e Comune di Roma del dicembre 2001 finalizzato alla valorizzazione di questi e altri beni demaniali; sono stati dismessi appena dopo tale protocollo mediante la società veicolo Fintecna SpA (a totale partecipazione statale);

la loro attuale destinazione direzionale è compatibile con una razionale trasformazione ad alberghi e spazi direzionali a supporto dell’attiguo costruendo Centro congressi (cosiddetta nuvola di Fuksas);

malgrado il loro indiscutibile interesse storico culturale e l’opportunità di destinarle a supporto del Centro congressi, il Comune di Roma ha inteso aderire fin dal 2005 alla richiesta della Alfiere SpA, proprietaria delle Torri (appartenente per il 50 per cento imprenditori privati e fondi di enti pubblici e per il 50 per cento a Fintecna, che ne ha mantenuto il controllo) di poterle demolire per sostituirle con un edificio con destinazione d’uso prevalentemente residenziale di lusso, con sagoma e caratteristiche architettoniche completamente diverse, progettato dall’architetto Renzo Piano. Tuttavia, a causa di forti opposizioni all’interno e all’esterno del Consiglio comunale, la variante predisposta nel 2006, da realizzare mediante accordo di programma, non è stata approvata in tempo per essere recepita nel nuovo PRG di Roma. Dopo la definitiva approvazione del PRG nel febbraio 2008 e in contrasto con tale strumento appena approvato, il Comune di Roma ha inteso perseguire l’obiettivo della demolizione delle Torri mediante l’adozione dello stralcio di tali edifici dalla Carta per la qualità con la delibera n. 87 dell’11 aprile 2008 del commissario Morcone e la definitiva approvazione di tale stralcio con la delibera n. 40 del maggio 2010;

il Comune non ha richiesto il parere della Soprintendenza né quando nel luglio 2007 sono iniziati i lavori di manutenzione straordinaria: sostituzione degli elementi di facciata, ristrutturazione interna con redistribuzione funzionale, eccetera mediante una semplice dichiarazione di inizio attività (DIA), né per le citate delibere di stralcio dalla Carta per la qualità; nessun esperto del settore è stato interpellato;

la Soprintendenza non è intervenuta a tutela di tali edifici né quando motivati appelli di eminenti esperti e di Italia Nostra si sono levati per la conservazione e la tutela delle Torri oltre che per richiedere l’applicazione delle normative urbanistiche vigenti, aggirate con l’espediente dello stralcio dalla Carta per la qualità; né quando sono state formulate motivate istanze dai residenti dell’EUR attraverso i Comitati che li rappresentano; né quando il Direttore regionale del Lazio (architetto Lolli Ghetti) ha formalmente richiesto (note prot. 652 del 14 gennaio 2010 e prot. 2462 del 10 febbraio 2010) di procedere alla verifica d’ufficio dell’interesse culturale degli edifici, considerando il loro valore storico architettonico nonostante il loro attuale stato di edificazione a seguito dei lavori di ristrutturazione;

dato il permanere della mobilitazione dei cittadini e degli esperti, nel settembre 2010 la Direzione generale PABAAC (Paesaggio, belle arti, architettura e arte contemporanea) rimetteva la questione al Comitato tecnico scientifico per l’architettura urbana e l’arte contemporanea, presieduto dal professor Portoghesi, che con il parere del 21 settembre 2010 si esprimeva per la tutela delle Torri e raccomandava di dare immediato inizio alle procedure cautelari per evitare che lo stato attuale del complesso immobiliare venisse ulteriormente compromesso;

gli organi territoriali del Ministero per i beni e le attività culturali, cui la raccomandazione era rivolta, non procedevano per la tutela; il Direttore regionale (architetto Federica Galloni) chiedeva al contrario un riesame attraverso il nuovo parere, questa volta congiunto del suddetto Comitato di settore presieduto dal professor Portoghesi e del Comitato tecnico scientifico per i beni architettonici e paesaggistici, presieduto dall’architetto Carbonara; nella seduta del 16 novembre 2010 i due Comitati ritenevano indispensabile che l’eventuale trasformazione delle Torri facesse salve le tipologie edilizie degli edifici sviluppati in altezza e la possibilità visiva delle aree circostanti mantenendo le caratteristiche ambientali ormai impresse nella memoria collettiva, in pratica smentendo la possibilità di sostituirle con un edificio con sagoma e caratteristiche del tutto estranee al contesto urbanistico architettonico di cui fanno parte, quale quello progettato dall’architetto Piano;

gli organi territoriali, cui il parere veniva immediatamente notificato, non intervenivano neppure in esito di tale riesame; al contrario la Direzione regionale del Lazio si rivolgeva al Segretariato generale (architetto Cecchi) per ottenere un secondo riesame;

nella nuova seduta congiunta del 14 febbraio 2011 i suddetti due Comitati bocciavano comunque la variante del progetto di edificio da realizzare in sostituzione delle Torri, peraltro irritualmente acquisita dalla Direzione regionale del Lazio, e si astenevano dal formulare un nuovo parere; pertanto rimanevano confermati i due precedenti del 21 settembre 2010 e 16 novembre 2010;

in tutti i pareri dei suddetti Comitati è stata affermata la necessità di procedere – in ogni caso – ad apporre un vincolo di carattere paesaggistico su tutto il quartiere EUR, ma non si è ancora provveduto in tal senso;

considerato che è indiscutibile che le Torri dell’EUR siano beni culturali da tutelare ai sensi del codice dei beni culturali (in particolare risultano applicabili al caso specifico gli articoli 10, 12, 13 e 28 del decreto legislativo n. 42 del 2004), tanto più che, a seguito dei citati pareri dei Comitati tecnico scientifici, la tutela può essere esercitata mediante la verifica d’ufficio (per la quale risulta sussistano tutti i requisiti) con esito positivo; in alternativa il Ministero per i beni e le attività culturali può procedere mediante la dichiarazione dell’interesse culturale; in entrambi i casi previa immediata adozione degli atti cautelari necessari per evitare la demolizione degli edifici;

a fronte di ben tre pareri dei Comitati di settore e comunque di una vasta documentazione tecnico scientifica a favore della conservazione degli attuali edifici o quanto meno delle volumetrie e delle caratteristiche architettoniche attuali, è da ritenersi venuta meno l’ordinaria discrezionalità degli uffici territoriali in ordine alla tutela da attuare mediante atti di verifica o di dichiarazione di interesse, che appaiono ormai quindi atti dovuti;

è imminente – ad horas – il rilascio del permesso di costruire che consentirà la demolizione delle Torri, da parte del Dipartimento urbanistica del Comune di Roma;

considerato inoltre che esistono ampie analogie tra la vicenda Torri e la vicenda Velodromo olimpico, altra opera architettonica di riconosciuto interesse storico architettonico realizzata all’EUR per le Olimpiadi del 1960 che è stata demolita nel luglio 2008 ad esito di una vicenda che ha visto un’incerta e tardiva tutela da parte della Soprintendenza e infine l’immediato accoglimento da parte del Direttore generale del ricorso gerarchico proposto contro la dichiarazione di interesse appena adottata nell’aprile 2008 dal Direttore regionale (architetto Prosperetti);

nel momento in cui la stampa riportava la notizia dell’imminente demolizione del Velodromo, gli uffici territoriali non intervenivano per evitarla, cosa cui erano tenuti dato che la Direzione regionale non aveva ancora emesso il decreto di annullamento del vincolo architettonico e comunque secondo il parere del Comitato tecnico esso andava sostituito con un altro con la finalità di conservare l’assetto planivolumetrico e paesaggistico esistente;

non è stato mai avviato il procedimento di vincolo paesaggistico richiesto dal Comitato di settore a tutela dell’area del Velodromo olimpico;

le due vicende hanno visto gli stessi protagonisti in diversi ruoli; per il Velodromo era funzionario responsabile dell’Ufficio vincoli della Soprintendenza l’attuale Soprintendente di Roma architetto Pierdominici, era Soprintendente l’attuale Direttore regionale del Lazio architetto Galloni, era Direttore generale l’attuale Segretario generale architetto Cecchi,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

se il Governo ritenga che, in merito a tali fatti, l’inerzia degli organi territoriali del Ministero per i beni e le attività culturali preposti alla tutela dei beni culturali di Roma sia compatibile con gli obblighi derivanti dalle previsioni del codice di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004;

quali iniziative intenda adottare per ottenere la tutela degli edifici in questione e il vincolo paesaggistico dell’EUR, in conformità con quanto indicato nei pareri dei Comitati tecnico scientifici del Ministero per i beni e le attività culturali;

quali iniziative intenda intraprendere per verificare quali siano le dinamiche interne in ordine alla gestione delle competenze in materia di tutela dei beni culturali nella città di Roma, in particolare se esistano specifiche direttive e/o quali siano allo stato attuale i protocolli d’intesa o qualunque altro tipo di accordo con il Comune di Roma che impegni il Ministero per i beni e le attività culturali in ordine alle attività di tutela dei beni culturali della città di Roma.

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Macchina del Fango

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02279
Atto n. 3-02279

Pubblicato il 29 giugno 2011
Seduta n. 576

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia. -

Premesso che:

secondo quanto dichiarato dallo scrittore Roberto Saviano al festival internazionale del giornalismo di Perugia (si veda “La Repubblica” del 12 aprile 2011) “la macchina del fango” è un meccanismo micidiale che tende alla «delegittimazione, attacco personale, screditamento attraverso il gossip, gogna pubblica», un collaudato sistema semplice e antico che funziona talmente bene da diventare regola: «chi si pone contro alcuni poteri, finirà infangato. Critichi? Ti opponi? Sarai delegittimato. Si attiva una macchina fatta di dossier, di giornalisti conniventi, di politici faccendieri che cercano attraverso media e ricatti di delegittimare gli avversari. Spesso si giustificano con la scusa dell’inchiesta. Ma esiste una differenza fondamentale tra diffamazione e inchiesta. L’inchiesta raccoglie una molteplicità di elementi per mostrarli al lettore. La diffamazione prende un singolo elemento privato e lo rende pubblico. Non perché si tratti di un reato e nemmeno di qualcosa che tiene al ruolo pubblico della persona nel mirino. Ma la mette in difficoltà, la espone, la costringe a difendersi. Così il fango intimidisce, ostacola la partecipazione, invita a evitare di rovinarsi l’esistenza. Utilizza ogni cosa e non solo qualcosa di privato che attiene alla tua sfera intima ma un tuo connotato che faccia ombra: un talento, un coraggio, un’ambizione, un’aspirazione alla bellezza. Qualunque cosa attenti alla selezione alla rovescia che è prevalsa nella vita pubblica, e che deve garantire la durata dei peggiori. I peggiori sono i peggiori, o, peggio, i migliori che hanno tradito e si sono traditi e non se la sentono più di cambiare, di risalire, e mirano a tirare giù gli altri. Il gossip, paroletta che vuole rendere leggera la brutalità della maldicenza e rendere carina la liquidazione della discrezione, è oggi uno strumento estorsivo sulla vita personale, un racket sulla privacy. Perché il fango mira alla tua sfera più intima. Ti costringe a difenderti da ciò che non è né colpa né crimine, ma solo la tua vita privata. È sacra la privacy su chi incontri, su chi frequenti, sul fatto che nessuno, tranne la persona amata, deve ascoltare una tua dichiarazione d’amore. Ma se candidi le tue amiche e puoi finire vittima di ricatti ed estorsioni, questo smette di essere un fatto privato e diventa invece condizionamento della vita pubblica di un intero Paese. La privacy è tutela della vita e della voglia di vivere. L’abuso di potere è un’altra cosa, scontata da altri»;

la «macchina del fango», che scatta ogni volta che potenti interessi costituiti, più o meno legali, si sentono minacciati. Sul sito di Roberto Saviano si legge: «Spesso mi si chiede come sia possibile che delle parole possano mettere in crisi organizzazioni criminali potenti». In verità ciò che spaventa è che tutti possano d’improvviso avere la possibilità di capire come vanno le cose. Avere gli strumenti che svelino quel che sta dietro. La diffamazione è stata sempre al centro della ricerca di Saviano perché è nato in una terra in cui chiunque decida di ostacolare il potere criminale viene diffamato. Come funziona la macchina del fango? Si legge ancora nell’intervento citato: «Il meccanismo – è evidente, si gioca a buttare fango su chiunque si opponga a certi poteri, ma nel momento in cui il giocattolo della macchina del fango si rompe, nel momento in cui certi meccanismi diventano palesi, sta al cittadino capire come funzionano le cose e modificarne il corso»;

l’interrogante ha subito la macchina del fango, tendente a screditarne la limpida attività di 25 anni a tutela dei diritti dei risparmiatori, utenti dei servizi bancari e finanziari e dei consumatori, dalla Consob su diretto mandato di Unicredit, da parte dell’ex dirigente Alessandro Profumo cacciato dai suoi compagni con una liquidazione da 40 milioni di euro e dal combinato disposto Abi-Consob;

in data 15 ottobre 2007, a seguito di una puntata di “Report” andata in onda il giorno precedente sui derivati avariati che Unicredit collocava ampiamente presso la propria clientela, l’interrogante nella sua qualità di presidente Adusbef e Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori, inoltravano, ad integrazione di precedenti esposti, specifiche denunce a 10 Procure della Repubblica, chiedendo di procedere contro Unicredit, la banca dei derivati avariati, anche con l’acquisizione della puntata di “Report”, con il seguente integrale testo di comunicato stampa riportato sul sito di Federconsumatori: «Sullo scandalo dei prodotti derivati appioppati dalle banche ed allibratori senza scrupoli ad utenti ed enti locali, al di fuori da qualsiasi controllo delle autorità monetarie, che nonostante gli allarmi e le denunce ricevute, hanno sottovaluto i rischi reali consentendo la crescita di una leva finanziaria che divora i risparmi dei cittadini, Adusbef e Federconsumatori hanno inoltrato oggi nuovi esposti denunce a 10 Procure della Repubblica, dopo quelli dell’11 luglio 2007, chiedendo di acquisire, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la puntata di Report andata in onda ieri sera. Gli swap sui tassi infatti, sofisticati strumenti affibbiati dalle banche italiane negli anni scorsi a migliaia di imprenditori ed enti locali (soltanto Unicredit ne ha piazzato circa 32.000 ad altrettante piccole e medie aziende che ritenevano così di garantirsi dall’aumento dei tassi, salvo poi a scoprire che non erano affatto salvaguardati, rischiando così il tracollo), è la più grande bolla speculativa della famiglia degli hedge fund, che non solo la banca centrale europea, ma anche Federal Riserve ed altre banche centrali hanno lasciato lievitare, per consentire l’esclusiva speculazione dei maggiori istituti di credito europei ed americani, di incassare 25 miliardi di dollari Usa di commissioni. Scrivono Adusbef e Federconsumatori: La condotta della Banca appare dunque contraria a buona fede ed alle prescrizioni della Legge n. 154/1992 (Norme per la trasparenza nei servizi bancari e finanziari – v. anche Direttiva Consiglio n.89/646/Cee del 15 dicembre 1989) circa gli obblighi di trasparenza, di comunicazione e d’informazione al cliente. Ma, essendo lo swap uno strumento finanziario (vedasi art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 58/1998, si intendono anche… i contratti di scambio a pronti e a termine (swap) su tassi di interesse, su valute, su merci nonché su indici azionari (equity swaps), anche quando l’esecuzione avvenga attraverso il pagamento di differenziali in contanti; nonché comunicazione Consob 1055860 del 19/07/2001) e il contratto di swap un’operazione di intermediazione finanziaria, va sottolineato come la Banca abbia del tutto disatteso la legislazione attuale in materia di intermediari finanziari, che offre molte garanzie ai risparmiatori ed agli investitori, nel momento in cui ha proceduto all’offerta fuori sede di prodotti finanziari da parte di funzionari bancari non autorizzati. L’art. 31 del decreto legislativo n. 58/98 (c.d. TUF, Testo Unico in materia finanziaria), invero, recita: “Per l’offerta fuori sede, i soggetti abilitati si avvalgono di promotori finanziari.” e l’art. 166 dello stesso decreto commina le sanzioni previste per il reato di abusivismo, così stabilendo: “1. E’ punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni e con la multa da lire quattro milioni a lire venti milioni chiunque, senza esservi abilitato ai sensi del presente decreto svolge servizi di investimento o di gestione collettiva del risparmio offre fuori sede, ovvero promuove o colloca mediante tecniche di comunicazione a distanza, strumenti finanziari o servizi di investimento. E, aggiunge che con la stessa pena è punito chiunque esercita l’attività di promotore finanziario senza essere iscritto nell’albo indicato dall’articolo 31. Pertanto nel caso di funzionario che abbia venduto in azienda i prodotti finanziari evocati in narrativa se non è anche un promotore finanziario ha concretato con la propria condotta un fatto di reato. La condotta della Banca pare essere stata preordinata al fine di procurarsi un ingiusto profitto se si considera che dalla vendita di “swap” la banca guadagna sempre e molto mentre l’azienda perde indebitandosi talora in maniera letale. Va aggiunto che i Funzionari che si recano fuori sede per l’offerta omettono ovviamente di illustrare correttamente, esaurientemente e comprensibilmente la reale portata del rischio, insito nelle operazioni di cui sopra omettendo in particolare di verificare se dall’amministratore sia davvero compresa la portata della dichiarazione e degli effetti di essa, in rapporto alla dichiarazione ex art. 31, co. 2, Reg. Consob n. 11522/98. Né la Banca previamente verifica il concreto livello di competenza in capo al legale rapp.te p.t. dell’Azienda o in capo a specifiche professionalità presenti in seno alla stessa. E tutto questo importa e rileva al di là del fatto che sia stato consegnato e sottoscritto il Documento Consob sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari. È opportuno ricordare che nello svolgimento dei servizi di investimento e accessori, i soggetti abilitati “devono comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, nell’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati” (art. 21, comma 1, lett. a) del TUF). Il concetto di diligenza di cui all’art. 21 del TUF si riferisce, naturalmente, alla “diligenza del buon professionista” (e non a quella del “buon padre di famiglia”); così che, anche se non menzionata espressamente, la professionalità contrassegna la modalità di comportamento degli intermediari, precisando il significato della diligenza. A conferma di ciò, può essere richiamato l’art. 23, comma 6 del TUF, che sancisce: “nei giudizi di risarcimento dei danni cagionati al cliente, nello svolgimento dei servizi di investimento e di quelli accessori, spetta ai soggetti abilitati [cioè, agli intermediari] l’onere della prova di aver agito con la specifica diligenza richiesta”. La “cura dell’interesse del cliente” (strumentale all’integrità del mercato) è, quindi, l’obiettivo primario che il principio della correttezza mira a raggiungere. In tal senso, l’art. 28, comma 2, del Regolamento Consob n. 11522/98 prevede che i soggetti abilitati “(…) non possono effettuare o consigliare operazioni (…) se non dopo aver fornito all’investitore informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione o del servizio, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento o disinvestimento”. In considerazione dei fatti esposti in narrativa si configura agevolmente il concretarsi della fattispecie p.e p. dall’art. 640 c.p. (TRUFFA) e di tutti quelli infra prospettati. Conseguentemente – hanno chiesto Adusbef e Federconsumatori – nell’integrazione dell’esposto del luglio scorso inviato oggi alle Procure della Repubblica di Milano, Roma, Torino, Firenze, Genova, Palermo, Bari, Lecce, Napoli, Bologna- sedi delle maggiori banche che hanno commercializzato i prodotti derivati anche a Comuni, Province e Regioni di indagare per i reati di truffa, abuso d’ufficio, truffa contrattuale, falso in atto pubblico e falso in bilancio, invitando le AAGG in indirizzo nell’ambito delle rispettive competenze territoriali allo svolgimento di tutte le indagini sottese ad accertare i riscontri ai reati ipotizzati, e con riserva di costituirsi parte civile nell’eventuale istaurando procedimento penale. Anche gli Enti locali infatti – non soltanto gli imprenditori – sono stati indotti dalle banche ad acquistare strumenti derivati di copertura, spesso con artifizi e raggiri, con la promessa di passare da uno strumento di copertura all’altro a costo zero, invece di implicite commissioni di decine di milioni di euro occultate nelle pieghe delle quotazioni, configurando il reato di truffa contrattuale, anche con la finalità di postergare nel tempo l’indebitamento, da ripagare con tasse e balzelli sempre più nuovi per alimentare il debito, in modo da lasciarlo in eredità alle nuove generazioni. Adusbef e Federconsumatori chiedono infine alle sonnacchiose autorità vigilanti, di verificare preventivamente le politiche di marketing attuali di primarie banche come Antonveneta, che per ripianare le attese di bilancio, chiedono di piazzare 600 milioni di euro di prodotti derivati ai clienti. Anche questo ultimo scandaloso episodio denunciato da anni dalle associazioni dei consumatori, conferma che la questione bancaria, dopo i casi Cirio, Parmalat, Bond argentini, e tutto il corollario del risparmio tradito, è diventata la vera questione democratica che un governo serio deve sciogliere se non vuole farsi prendere in giro, per non sfociare in una deriva da Repubblica delle banche”»;

considerato che:

il citato comunicato veniva ripreso da un annuncio Ansa del 15 ottobre 2007: «Adusbef e Federconsumatori hanno inoltrato oggi nuovi esposti denunce a 10 Procure della Repubblica (dopo quelli dell’11 luglio scorso) chiedendo di acquisire la puntata di Report, andata in onda domenica sera, dedicata a swap e strumenti finanziari derivati. Scrivono Adusbef e Federconsumatori: la condotta della banca (citata nella trasmissione televisiva) “appare dunque contraria a buona fede ed alle prescrizioni della Legge n. 154/1992 (Norme per la trasparenza nei servizi bancari e finanziari) circa gli obblighi di trasparenza, di comunicazione e d’informazione al cliente”. Secondo i consumatori è stata anche disattesa “la legislazione attuale in materia di intermediari finanziari, che offre molte garanzie ai risparmiatori ed agli investitori, nel momento in cui si è proceduto all’offerta fuori sede di prodotti finanziari da parte di funzionari bancari non autorizzati. Conseguentemente – hanno chiesto Adusbef e Federconsumatori – nell’integrazione dell’esposto del luglio scorso inviato oggi alle Procure della Repubblica di Milano, Roma, Torino, Firenze, Genova, Palermo, Bari, Lecce, Napoli, Bologna – sedi delle maggiori banche che hanno commercializzato i prodotti derivati anche a Comuni, Province e Regioni di indagare per i reati di truffa, abuso d’ufficio, truffa contrattuale, falso in atto pubblico e falso in bilancio, invitando le Autorità giudiziarie, nell’ambito delle rispettive competenze territoriali, allo svolgimento di tutte le indagini sottese ad accertare i riscontri ai reati ipotizzati, e con riserva di costituirsi parte civile nell’eventuale istaurando procedimento penale»;

la Consob di Cardia, all’epoca presidente, e di Vittorio Conti (vicario), di concerto con Profumo di Unicredit e quasi sicuramente dell’Abi, che con la Consob ha un sistema di porte girevoli volte a scambiarsi i direttori generali, come testimoniato dalla successione a Giuseppe Zadra, ex direttore generale Abi con Giovanni Sabatini, entrambi provenienti dalla Consob, invece di aprire un’istruttoria su un sistema bancario che ha collocato derivati avariati per un valore di 80 miliardi di euro presso gli enti locali, apriva un procedimento sanzionatorio contro Adusbef ed il suo presidente per turbativa di mercato, comminando in data 30 novembre 2010 una sanzione amministrativa di 100.000 euro;

Adusbef, fondata dall’interrogante il 13 maggio 1987, ha svolto un’attività di serrate denunce contro un sistema bancario e finanziario poco trasparente ed autoreferenziale perché colluso con le autorità vigilanti, in primis Banca d’Italia e Consob, rivolgendosi alla magistratura sia sul fenomeno del risparmio tradito, che ha generato crac finanziari ed industriali per 50 miliardi di euro a danno di 1 milione di famiglie, che sulle scalate estive dei “furbetti del quartierino” scoprendo che l’avvocato Marco Cardia, figlio di Lamberto, facente parte di un gruppo ben consolidato di potere com’è dimostrato dalla nomina alla presidenza delle Ferrovie dello Stato da parte della Presidenza del Consiglio dei ministri subito dopo l’uscita dalla Consob, risultava a libro paga di numerose aziende vigilate dal padre con consulenze ben retribuite dai Ligresti ai Fiorani. Le circostanziate e puntuali denunce dell’Adusbef, che hanno anche contribuito all’allontanamento dell’ex Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio in merito alle malefatte finanziarie ed agli omessi controlli della Consob e della Banca d’Italia, in primis su un sistema a giudizio dell’interrogante al limite della legalità con il quale alcuni banchieri hanno gestito il credito ed il risparmio, sempre a danno dei consumatori e delle famiglie, rappresentava una spina nel fianco di un potere economico e di sistemi di controllo collusi con le banche. Per questo il potere economico, minacciato dalle denunce e dalle quotidiane segnalazioni dell’Adusbef, doveva dare una lezione all’interrogante con un vero e proprio abuso di potere da parte di una Consob che non è mai riuscita a prevenire fenomeni di crac e dissesti finanziari ed è stata condannata ripetute volte a congrui risarcimenti per i danni inferti, anche per omessa vigilanza, ai risparmiatori ed alle famiglie. La macchina del fango scattava così su input di Profumo di Unicredit, che denunciava una presunta manipolazione dei mercati derivanti dalle denunce a 10 procure della Repubblica in data 15 ottobre 2007, dai presidenti di Adusbef e Federconsumatori, ma solo l’interrogante avrebbe manipolato il mercato. A seguito della delibera sanzionatoria firmata da Vittorio Conti, commissario Consob ed ex dirigente bancario, successivamente smontata dagli avvocati Antonio Tanza, Lucio Golino e Marisa Costelli, notificata il 30 novembre 2010, il 1° dicembre il difensore dei consumatori finiva sulle prime pagine dei giornali come un manipolatore dei mercati. La Consob di Cardia, Conti e Maccarone, coadiuvati da Rocco Salini e da altri funzionari assunti alla Consob, a quanto risulta all’interrogante per raccomandazione e senza alcun concorso di evidenza pubblica, avevano compiuto la missione loro ordinata ed affidata da Alessandro Profumo amministratore delegato di Banca Unicredit, che così poteva tranquillamente continuare nelle disinvolte vendite di derivati avariati ed altri bond ad alto rischio ad ignari risparmiatori spesso frodati e truffati dai banchieri, con il concorso dei collusi controllori. Sono stati necessari mesi per ottenere la pronuncia della Corte di appello di Perugia, che, nel procedimento relativo al ricorso del Presidente Adusbef e senatore dell’Italia dei Valori Elio Lannutti, con delibera del 19 novembre 2009, lo sanzionava per l’astronomica somma di 100.000 euro per aver reso dichiarazioni pubblicate a tutela dei risparmiatori su un giornale minore del 16 ottobre 2007 successivamente alla messa in onda della puntata di “Report” (14 ottobre 2007) che aveva messo in luce come le banche avessero piazzato in maniera criminale a imprese ed enti locali i prodotti derivati cagionandone il fallimento o profondi buchi di bilancio;

i giudici perugini, Sergio Matteini Chiari (Presidente), Massimo Zanetti (relatore) che avevano accolto il ricorso di sospensiva sin dal 10 giugno scorso, leggendo il dispositivo in udienza, hanno considerato che le dichiarazioni dell’interrogante non potevano in alcun modo considerarsi fuorvianti per il mercato ed anzi si inserivano nel pubblico dibattito sul pericolo universale per la massiccia ed irresponsabile diffusione di quelle mine vaganti come i derivati emessi a piene mani per finanziare le laute prebende e le stock option dei banchieri. Nello specifico, in merito allo scontro sull’entità dell’ammontare del disavanzo del mark to market (secondo Unicredit 1 miliardo di euro, secondo Adusbef almeno 4-5), la Corte non ha mancato di evidenziare come Consob si sia limitata a recepire pedissequamente le dichiarazioni di Unicredit interessata a diffondere comunicazioni rassicuranti, senza compiere alcuna istruttoria in merito, a conferma che l’ex banchiere di Intesa San Paolo, Vittorio Conti, che ha firmato la sanzione, ed altri dirigenti hanno agito eseguendo il mandato di Unicredit per punire ed infangare il buon nome di Adusbef e dell’interrogante, che si battono senza tregua contro truffe, frodi ed abusi quotidiani dei banchieri a danno dei risparmiatori. Si tratta di una censura senza appello che getta un’ombra sinistra sul sistema Consob incline a punire gli storici censori, quali l’interrogante, neppure per conto proprio ma addirittura per conto terzi (nel caso l’Unicredit del mai troppo biasimato Alessandro Profumo), recentemente cacciato dai suoi stessi compagni con una buona uscita di 40 milioni di euro, oltre stock option. I giudici di Perugia hanno confermato che Consob ha imbastito quello che è apparso subito – sin dalla comunicazione dell’atto di accertamento nel novembre 2008 – il simulacro di procedimento sanzionatorio, un teorema senza alcun fondamento giuridico. I quotidiani che avevano riportato la notizia in prima pagina il 1° dicembre 2010, inconsapevoli o colpevoli esecutori della macchina del fango ordita a carico dell’Adusbef e dell’interrogante, o non riportavano affatto la notizia o la riportavano con un’evidenza grafica sapientemente occultata per non dare la possibilità ai propri lettori di prendere conoscenza della limpida sentenza della Corte di appello di Perugia, replicata in data 16 giugno 2011 dalla Corte d’appello di Roma, 1°Sezione Civile, volontaria giurisdizione, Presidente e Relatore Cons. Corrado Maffei, che ha accolto il ricorso di Adusbef su difesa dagli avvocati Antonio Tanza, Marisa Costelli e Lucio Golino avverso la delibera 17071 con cui Consob aveva sanzionato Adusbef e il suo presidente Lannutti per manipolazione dei mercati ex art. 187-terdel decreto legislativo n. 58 del 1998, testo unico in materia di intermediazione finanziaria, su esposto Unicredit, a seguito di una dichiarazione del Presidente di Adusbef sull’esposizione della banca dell’allora amministratore delegato Profumo sui derivati comminando l’ingiunzione di pagamento di 100.000 euro. Il dispositivo della sentenza è stato letto in udienza, rinviando le motivazioni a dopo l’estate. Anche su questa ultima vittoria, che ha confutato le tesi accusatorie di una Consob a giudizio dell’interrogante asservita ai potentati per diffamare, tramite la macchina del fango, le limpide attività di un difensore di consumatori e risparmiatori, non c’è stato alcun articolo di giornale;

lo scandalo della P4 reso noto dalle inchieste della magistratura su Bisignani già iscritto alla loggia massonica P2, manovratore occulto di una ben definita cricca di potere che aveva la finalità di sovvertire l’ordine costituito per piegarlo ad interessi di parte e che vede coinvolto in primis il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dottor Gianni Letta, al quale il faccendiere sembra rispondere per designare non i migliori, ma i peggiori in posti chiave ed ordire trame per consolidare una tela di ragno che avvolge in un sistema gelatinoso manager, dirigenti di azienda, generali, autorità vigilanti, banchieri ed assicuratori, ha messo in luce un sistema di potere parallelo allo stesso ordinamento democratico. La stessa tela di ragno che a quanto risulta all’interrogante nella Consob, tramite Cardia e Conti, i maggiori esecutori della descritta macchina del fango, ha generato un sistema di parentopoli con assunzioni clientelari degli elementi peggiori, per i quali sono state costruite carriere dorate nei posti chiave tramite concorsi interni probabilmente pilotati;

considerato che ad avviso dell’interrogante:

occorrerebbe verificare i fatti descritti in merito ad una vera e propria macchina del fango ordita da Unicredit e dall’ex amministratore delegato Profumo ed eseguita dalla Consob, in primis dal duo Cardia-Conti, con la finalità di diffamare ed infangare un paladino dei risparmiatori che si batte da un quarto di secolo per tutelare i diritti dei cittadini, dei consumatori e della povera gente dalle grinfie dei banchieri e dei loro sodali platealmente collusi con le autorità vigilanti per conseguire i propri affari;

occorrerebbe promuovere, stante la gravità dei fatti descritti, iniziative tendenti a verificare un consolidato sistema denominato Parentopoli all’interno della Consob, con assunzioni senza concorsi di evidenza pubblica, progressioni di carriera ad hoc ed apparentemente pilotate finalizzate a promuovere i peggiori ai posti chiave, in modo da renderli soggetti a eseguire i desiderata di superiori ed esecutori materiali di denigrazione verso le voci critiche ed i rappresentati dei diritti dei consumatori e risparmiatori;

occorrerebbe far sì che il gruppo, guidato dal commissario Vittorio Conti, a quanto risulta all’interrogante esecutore materiale della macchina del fango, venga messo in condizione di non nuocere, posto che il suddetto commissario, ex dirigente bancario, non sente il dovere di rassegnare immediate dimissioni a causa del fallimento di un vero e proprio disegno criminoso, richiesto dai suoi ex colleghi banchieri, smontato da ben due sentenze delle Corti di appello di Perugia e di Roma e per impedire che fatti così gravi e scandalosi, avallati dal presidente della Consob Giuseppe Vegas, possano di nuovo accadere,

si chiede di sapere quale sia la valutazione del Governo sulla vicenda, per gli aspetti di propria competenza, ed in particolare quali misure urgenti intenda intraprendere per far sì che la Consob, a giudizio dell’interrogante vera e propria succursale dell’Abi e degli interessi dei banchieri che chiedono alla Commissione di eseguire le proprie direttive, svilendo un compito di terzietà e di pubbliche garanzie verso i cittadini vessati quotidianamente dalle banche, possa avvalersi degli strumenti più idonei per operare nell’ambito della piena legalità, nel preminente interesse dei risparmiatori.

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Tutela furto Bancomat

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05491
Atto n. 4-05491

Pubblicato il 28 giugno 2011
Seduta n. 574

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

è arrivata all’interrogante la segnalazione di un cittadino che lamenta il mancato risarcimento da parte della propria banca in seguito al prelevamento illecito di somme di denaro attraverso la propria carta bancomat rubata nonostante abbia provveduto a bloccare la stessa dopo il furto;

in particolare il cittadino, dopo essere stato derubato del borsello contenente il cellulare, il portafogli, il documento d’identità, la patente di guida, la carta di credito e il bancomat presso una stazione di servizio, tempestivamente si metteva in contatto con la propria banca, Unicredit, per comunicare la perdita del possesso delle carte e attivare il blocco delle carte, e successivamente si recava al posto di polizia per produrre denuncia, specificando che la stazione di servizio ove era avvenuto il furto è videosorvegliata e quindi era possibile acquisire il filmato dell’accaduto;

purtroppo, qualche giorno più tardi, consultando on line il suo conto corrente, l’utente si accorgeva che addirittura 10 minuti dopo il furto era stato effettuato un primo prelievo, attraverso il bancomat, di 250 euro, poi uno successivo corrispondente alla cifra di 1.500 euro, fino a raggiungere l’ammontare di 3.190 euro, con l’aggiunta di spese sostenute in vari negozi;

l’utente si recava in banca, dalla quale non era stato minimamente avvertito dei movimenti, per avere spiegazioni e gli veniva consigliato di attivare la procedura di richiesta di rimborso, allegando la denuncia prodotta, con l’integrazione relativa alle somme prelevate e alle spese;

l’impiegata dell’Unicredit contattata avanzava il sospetto che il cliente derubato avesse annotato il numero del codice PIN sulla carta bancomat, ma il cittadino spiegava di non essere avvezzo a tale comportamento;

dopo qualche giorno la banca invitava il cliente a ritirare l’esito della richiesta relativa al rimborso che era negativo, in quanto per le operazioni era stato utilizzato il codice PIN che il titolare deve conservare con cura, senza annotarlo;

considerato che:

sono numerosi gli utenti che subiscono il furto delle carte bancomat e non vengono risarciti perché viene loro contestato dalla banca il difetto di diligenza nella custodia del PIN; difetto che la banca inferisce dalla circostanza che i prelievi avvengono in rapida successione a brevissima distanza di tempo dal furto e che non potrebbero essere effettuati da persona che non fosse in possesso del PIN del cliente. Da parte loro i clienti ripetutamente escludono di essere incorsi in tale difetto di diligenza, avendo sempre custodito il PIN in luogo sicuro e comunque separato dalla carta;

la pronunzia del Tribunale di Roma, Terza Sezione, del 20 marzo 2006, ha stabilito che, in caso di uso illegittimo di una tessera bancomat, l’ente che eccepisca la colpa concorrente del titolare, per custodia difettosa del codice personale, ha l’onere di provare certamente tale negligenza, la quale non può ritenersi in re ipsa per il solo fatto che una tessera, dopo il furto, sia stata utilizzata per prelevare contanti utilizzando il PIN. L’illecita acquisizione di questo potrebbe essere avvenuta, prosegue la sentenza, attraverso speciali software in grado di leggere le informazioni contenute nella banda magnetica della tessera, oppure potrebbe essere stato carpito prima del furto, in esito ad appostamenti o pedinamenti del titolare della carta. In ogni caso, conclude la decisione, sarebbe stato onere della banca provare le concrete modalità di acquisizione del PIN da parte dell’ignoto utilizzatore abusivo;

è infatti risaputo che esistono svariate tecniche, più o meno complesse e sofisticate, le quali consentono al terzo frodatore di appropriarsi del PIN dei titolari di carte di pagamento o carte bancomat, anche quando nessuna violazione dell’obbligo di diligente custodia sia ad essi imputabile: dette tecniche vanno dal phishing all’installazione di videocamere in corrispondenza delle postazioni di prelievo al cosiddetto PIN-hacking e cioè all’utilizzo di software altamente sofisticati che consentono di risalire al PIN delle carte trafugate o smarrite. Pertanto, la spendita non autorizzata dello strumento di pagamento, sulla base della digitazione del PIN da parte del terzo frodatore, non è di per sé sufficiente a dimostrare la grave negligenza del titolare;

tale assunto è stato recepito in sede comunitaria e trova infatti espressione nell’art. 59 della menzionata direttiva 2007/64/CE, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno;

alla stregua di queste considerazioni, risulta corroborato l’assunto dell’impossibilità di inferire in via di presunzione la grave negligenza del cliente dal fatto che i prelievi illeciti siano avvenuti attraverso la digitazione del PIN e perciò del difetto di prova della colpa grave del cliente medesimo nel caso di specie;

l’articolo 11, comma 1, del decreto legislativo 27 gennaio 2010, n. 11, recante l’attuazione della direttiva 2007/64/CE, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, che modifica le direttive 97/7/CE, 2002/65/CE, 2005/60/CE, 2006/48/CE ed abroga la direttiva 97/5/CE stabilisce che, fatto salvo l’obbligo di comunicazione dell’utilizzatore (articolo 9), nel caso in cui un’operazione di pagamento non sia stata autorizzata, il prestatore di servizi di pagamento rimborsa immediatamente al pagatore l’importo dell’operazione medesima;

nel giugno 2010 una decisione dell’Arbitro bancario finanziario (ABF) istituito dalla Banca d’Italia, relativamente al caso di un cittadino al quale è stato rifiutato da parte di Intesa Sanpaolo il rimborso delle somme fraudolentemente prelevate attraverso il suo bancomat data, a detta di Intesa Sanpaolo, la comprovata incauta custodia del numero segreto della quale risulterebbe essersi reso responsabile, ha stabilito che quest’ultimo ha diritto di ottenere la ripetizione delle somme fraudolentemente prelevate mediante la sua carta bancomat, in quanto l’operazione non è stata autorizzata;

pertanto con questo nuovo provvedimento l’acquisizione di dati da parte di terzi può prescindere da qualsiasi forma di negligenza dal titolare della carta cambiando il precedente orientamento,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quali siano i parametri secondo i quali le banche concedono il rimborso delle spese effettuate fraudolentemente tramite i bancomat di cui si è perso il possesso;

alla luce dei fatti nonché di quanto recepito con il decreto legislativo n. 11 del 2010, quali siano i motivi per cui le banche continuano a tutelarsi dietro il difetto di diligenza nella custodia del PIN da parte del cliente per non risarcirlo e sono solo i consumatori a dover supportare il peso di un rischio che dovrebbe assumersi l’istituto di credito;

se non ritenga che il nuovo orientamento di cui alla recente pronuncia dell’ABF non possa rappresentare nel settore bancario una svolta importante per la tutela dei diritti dei consumatori e contro le numerose banche che più volte hanno tratto vantaggio dai precedenti orientamenti e quali iniziative intenda assumere affinché gli istituti di credito rispettino quanto dettato dalla normativa comunitaria anche esigendo obblighi contrattuali più stringenti a garanzia degli utenti.

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Situazione Agenzia Spaziale Italiana- Relazione Corte dei conti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05490
Atto n. 4-05490

Pubblicato il 28 giugno 2011
Seduta n. 574

LANNUTTI – Ai Ministri della difesa, dello sviluppo economico, dell’economia e delle finanze e dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

mentre continuano molto a rilento le procedure per la selezione dei candidati a presidenti dei vari enti di ricerca, si parla dell’assunzione di un cospicuo numero di persone, pari a 150, di cui circa 15 per l’Agenzia spaziale italiana (ASI);

non vi è soltanto la relazione predisposta dal Ministero dell’economia e delle finanze, di cui si attende un giudizio definitivo, sulla situazione amministrativo-gestionale dell’ASI, redatta a conclusione dell’ispezione avviata alcuni mesi fa e tenuta in grande segreto, che appare quanto meno molto severa, sulle attività esplicate dall’ASI in ordine a varie tematiche di cui è preminente quella relativa al personale (atto 4-05231), ma anche la Relazione sulla gestione finanziaria dell’ASI per il 2008-2009 depositata nei giorni scorsi dalla Corte dei conti;

la relazione concerne l’ASI in quanto ente sottoposto al controllo della Corte dei conti ex legge n. 259 del 1958 ed è esaustiva in ordine a tutti i profili organizzativi istituzionali-gestionali-finanziari ed economico-patrimoniali;

la relazione rappresenta un vero e proprio allarme sulla situazione gestionale e contabile dell’ASI e, a giudizio dell’interrogante, è significativo, tra l’altro, il richiamo dei magistrati contabili al vasto contenzioso dell’ASI;

in primis, quello tra l’ASI e l’Università “La Sapienza” seguito al passaggio della gestione del Centro spaziale di Malindi “Luigi Broglio”, disposto dal decreto legislativo 4 giugno 2003, n. 128;

nel 2009 è intervenuta una sentenza del Tar Lazio che ha condannato l’Agenzia al pagamento in favore dell’Università di 2,7 milioni di euro, oltre ad interessi e spese legali. Avverso tale sentenza l’Agenzia a febbraio 2009 ha presentato appello al Consiglio di Stato;

altro contenzioso consistente è quello in materia di rapporto di lavoro del personale dell’Agenzia, su questioni relative all’inquadramento ed al riconoscimento di mansioni superiori, e con riferimento al mobbing;

secondo dati forniti al Collegio dei revisori, nel corso del 2010 risultano pendenti 56 giudizi, di cui 22 dinanzi all’autorità giudiziaria ordinaria e 34 in sede amministrativa;

in due casi vi è stata soccombenza dell’Agenzia con conseguente condanna al pagamento, rispettivamente, di 193.126,19 e 26.981,96 euro, cui è seguita da parte del Collegio dei revisori segnalazione alla competente Procura erariale;

inoltre nella relazione vi è un paragrafo circostanziato dedicato alle società partecipate costituite da ALTEC, CIRA, ELV, CIRA, E-GEOS e da Impresambiente, società consortile mista pubblica, privata partecipata dall’ASI al 7,41 per cento;

questa società, finalizzata ad una non meglio definita prevenzione del rischio ambientale, come è riportato dalla Corte dei conti, presenta un debito preoccupante che, se nel 2008 era di circa 152.000 euro, nel 2009 raggiunge la quota di un passivo di circa 409.000 euro;

è molto singolare che il passivo a bilancio sia di una società con un personale costituito soltanto da 2 dipendenti a contratto determinato oltre a un numero imprecisato di collaboratori a progetto;

si legge su “cesarealbanesi.blogspot.com” «non è l’ultima società, perché forse proprio in questi giorni dovrebbe venire approvata definitivamente dal Consiglio di amministrazione dell’ASI, così come è stato riportato a Le Bourget, la società ASITEL aperta ai privati che comporterà peraltro ulteriori nomine di Presidente e consiglio di amministrazione da parte di un consiglio ormai di fatto se non anche de Jure valido soltanto per gli affari ordinari»;

la relazione, a giudizio dell’interrogante, non è proprio un bel biglietto da visita per l’attuale gestione in cui il Presidente in carica è candidato alla successione di se stesso;

considerato che:

sul comitato di valutazione per la scelta dei presidenti e dei consiglieri d’amministrazione degli enti di ricerca vigilati dal Ministero dell’università, istruzione e ricerca e sottoposti al riordino, sono state presentati atti di sindacato ispettivo (4-05331 e 4-05433) dove si esprimevano dubbi circa la regolarità delle procedure in particolare sulla terzietà del comitato, poiché un componente si troverebbe ad essere consigliere di amministrazione di un ente sottoposto al riordino, nonché sulle “competenze” di un Comitato che dovrà selezionare un numero imprecisato di candidati comunque superiore al centinaio per un altrettanto numero elevato di enti di ricerca che abbracciano per competenza molteplici discipline;

l’ente stima che entro luglio la vicenda relativa all’ispezione del Ministero potrebbe concludersi. Pertanto il mese di luglio sarà cruciale per la vita dell’Agenzia in quanto il 7 luglio la commissione incaricata concluderà le procedure di preselezione degli idonei alla presidenza degli enti di ricerca e di ASI. Successivamente il Ministro, sulla base della preselezione, individuerà i candidati da sottoporre al Consiglio dei ministri e al Parlamento e presumibilmente entro l’estate sarà nominato anche il nuovo consiglio di amministrazione,

si chiede di sapere:

quali iniziative, alla luce di quanto sollevato dalla relazione della Corte dei conti, il Governo abbia adottato al fine di vigilare sulla situazione gestionale e contabile dell’ASI che appare allarmante;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di conoscere con chiarezza gli obiettivi e gli aspetti gestionali della società Impresambiente;

quali iniziative urgenti intenda intraprendere affinché vengano dissipati definitivamente tutti i dubbi sollevati dalla relazione ispettiva che, qualora fosse confermata, getterebbe certamente ombra sull’attuale gestione dell’ASI con preoccupanti conseguenze, e se non intenda soprassedere sull’individuazione del candidato alla presidenza, nell’attesa che la vicenda ispettiva venga definitivamente risolta.

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Strage Ustica- aerei nascosti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05489
Atto n. 4-05489

Pubblicato il 28 giugno 2011
Seduta n. 574

LANNUTTI – Ai Ministri della difesa e degli affari esteri. -

Premesso che:

il 27 giugno 1980 ottantuno persone morirono in un disastro aereo nel cielo tra le isole di Ustica e Ponza: disastro al quale ancora oggi, dopo oltre trent’anni, non è possibile dare una spiegazione precisa. Negli anni si sono fatte decine di ipotesi, dalla bomba a bordo dell’aereo fino all’attacco missilistico e alla battaglia tra caccia militari, e si è assistito – specie nei primi anni di indagini – a tutto il repertorio di depistaggi e oscurità che hanno caratterizzato i cosiddetti misteri d’Italia;

Andrea Purgatori su “Il Corriere della Sera”, in un articolo del 26 giugno 2011, racconta un ulteriore sviluppo delle indagini e delle ricostruzioni di quanto accadde, legato alle tracce radar di quattro aerei militari – formalmente sconosciuti e forse francesi – di cui una rogatoria italiana ha chiesto alla NATO la formale identificazione. Nel caso di Ustica, la quantità di piste investigative ritenute credibili e decisive per essere poi abbandonate è talmente lunga da imporre una certa cautela anche nel seguire gli sviluppi odierni;

si legge nel citato articolo: «La vera “bomba” della strage di Ustica sono le tracce radar di quattro aerei militari ancora formalmente “sconosciuti” – due/tre caccia e un Awacs – su cui la Nato, dopo una rogatoria avanzata un anno fa dalla Procura della Repubblica di Roma (con il sostegno operativo ma silenzioso dell’ufficio del consigliere giuridico del capo dello Stato), sta decidendo in questi giorni se apporre le bandierine d’identificazione. Tutti gli indizi portano allo stormo dell’Armée de l’air che nel 1980 operava dalla base corsa di Solenzara. Lo stesso contro cui puntò il dito pubblicamente (poi anche a verbale) Francesco Cossiga. Forse dopo aver saputo che i caccia francesi avevano lasciato le loro impronte su un tabulato del centro radar di Poggio Ballone (Grosseto), miracolosamente non risucchiato dal buco nero che dalla sera dell’esplosione del DC9 Itavia aveva ingoiato nastri, registri e persino la memoria di tanti testimoni. La questione non è più militare ma sostanzialmente politica. E non solo perché la risposta ai magistrati italiani deve prima ottenere il benestare dei 28 paesi membri dell’Alleanza, nessuno escluso. Il fatto è che, come in un surreale gioco dell’oca, dopo trentun anni gli attori tirati in ballo nella strage (Italia, Francia, Stati Uniti) si ritrovano insieme alla casella di partenza. Alleati in una guerra (stavolta dichiarata) a Gheddafi, vittima designata oggi come allora, e al solito con posizioni tutt’altro che sovrapponibili. In più l’identificazione certa dei caccia francesi non sarebbe cosa facile da digerire nei rapporti bilaterali, visto che Parigi ha sempre negato che il 27 giugno 1980 i suoi aerei fossero in volo nel cielo di Ustica e, persino contro l’evidenza delle prove raccolte dalla magistratura italiana, ha sostenuto che nella base di Solenzara le luci furono spente alle cinque e mezza del pomeriggio. Il 2 ottobre del 1997, il segretario generale della Nato Javier Solana graziò Parigi consegnando al nostro governo la relazione di sei pagine di un team di specialisti dell’Alleanza atlantica che aveva incrociato tutte le tracce radar sopravvissute al buco nero, identificando in una tabella dodici caccia in volo quella sera (americani e britannici) ma evitando di apporre la bandierina su una portaerei e quattro aerei la cui presenza nella zona e all’ora della strage non veniva comunque messa in discussione. Un lavoro ripetuto più e più volte con i sistemi informatici in dotazione alla Difesa aerea dell’Alleanza e definito dagli stessi specialisti Nato senza alcuna possibilità di errore. Però reticente su un unico punto, cruciale: l’identificazione dei caccia francesi. Ma il radar di Poggio Ballone (Grosseto), all’epoca uno tra i più efficienti, aveva visto che tre di quegli aerei provenivano da Solenzara e a Solenzara erano rientrati dopo l’esplosione del DC9 Itavia. E il quarto – un aereo radar Awacs – era rimasto in volo sopra l’isola d’Elba registrando tutto ciò che era accaduto nel raggio di centinaia di chilometri, quindi anche a Ustica. Sarà un caso che il registro della sala radar con cui si sarebbero potuti incrociare i dati del tabulato non fu trovato durante il sequestro ordinato dal giudice istruttore Rosario Priore e che l’Aeronautica lo consegnò cinque giorni dopo senza il foglio di servizio del 27 giugno 1980? Sarà un caso che Mario Dettori, uno dei controllori, dichiarò a moglie e cognata che si era arrivati «a un passo dalla guerra» e poi fu trovato impiccato a un albero? Sarà un caso che il capitano Maurizio Gari, responsabile del turno in sala radar e perfettamente in salute, sia morto stroncato da un infarto a soli 32 anni? Sarà un caso che i capitani Nutarelli e Naldini, morti anche loro nella disastrosa esibizione delle Frecce tricolori nel 1988 a Ramstein, con il loro TF 104 abbiano incrociato quella sera tra Siena e Firenze il DC9 sotto cui si nascondeva un aereo militare sconosciuto e siano rientrati alla base di Grosseto segnalando per tre volte e in due modi diversi l’allarme massimo come da manuale (codice 73)? C’è grande fibrillazione intorno a questa perizia della Nato su cui molti hanno cercato inutilmente di mettere le mani, in alcuni casi negandone addirittura l’esistenza. Ma il documento, un macigno sulle parole di chi ha sostenuto che il DC9 sia esploso per una bomba in un cielo deserto, ora è tornato a galla e ha consentito ai magistrati della Procura di Roma di preparare la partita finale di quest’indagine. Cinque rogatorie che potrebbero finalmente rendere giustizia alle 81 vittime di quella strage e di un segreto ancora inconfessabile»,

si chiede di sapere:

quali iniziative, alla luce dei fatti esposti in premessa, abbia adottato il Governo al fine di fare luce sul dettaglio dei tracciati radar e sugli infarti, suicidi, omicidi, attentati, rapimenti e sparizioni, nonché incidenti stradali e aerei di potenziali testimoni sulla strage di Ustica, con oltre una ventina di persone decedute in circostanze drammatiche – lista troppo lunga per sostenere la tesi delle coincidenze -, che avrebbero potuto fornire elementi utili per ricostruire ciò che avvenne la sera del 27 giugno 1980 sul Mar Tirreno;

se non intenda attivarsi presso gli altri Paesi interessati affinché mettano a disposizione la documentazione necessaria al fine di consentire la esauriente ricostruzione della dinamica dell’evento e la individuazione dei responsabili rimuovendo le ambiguità, i dubbi e le ombre che ancora oggi circondano una tragedia che resta viva nella coscienza dell’intero Paese e che esige una valida e adeguata risposta di verità e giustizia.

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Banca di Pompiano-Cannistraro Bankitalia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02273
Atto n. 3-02273 (in Commissione)

Pubblicato il 28 giugno 2011
Seduta n. 574

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il fenomeno del risparmio tradito, che ha bruciato 50 miliardi di euro di sudati sacrifici ad un milione di famiglie, ha messo in luce la questione di scarsi o omessi controlli, se non vera e propria collusione, da parte delle autorità vigilanti, in primis Banca d’Italia e Consob, come è dimostrato da alcuni processi penali a carico dei “furbetti del quartierino” e delle varie “cricche economico-bancarie”, dal caso Cirio a Parmalat fino al crac di Lehman Brothers, le cui obbligazioni venivano reclamizzate come sicuri investimenti dalla massima affidabilità sul sito dell’Associazione bancaria italiana “Patti Chiari”;

nei mesi scorsi, con esposto inviato da un gruppo di cittadini alla Banca d’Italia – nonché ad altre autorità – veniva affermato che il vertice della Banca di Pompiano (presidente e direttore generale) avevano posto in essere operazioni finanziarie gravemente lesive dell’immagine societaria oltre che della stabilità finanziaria della banca;

nel citato documento veniva evidenziato un poco trasparente affidamento a favore del presidente dell’Istituto di credito per milioni di euro – la più elevata esposizione anche nei confronti della banca – con una perdurante insolvenza dello stesso supportata da operazioni di anticipazioni di fatture di dubbia autenticità, analoghe alle false RIBA per oltre 2 miliardi di euro accertate dalle perizie nel crac Parmalat, senza che l’Ufficio di vigilanza della Banca d’Italia e la Centrale rischi avessero mai eseguito accertamenti preventivi su tali volumi anomali di ricevute bancarie;

veniva fatto riferimento a rapporti con la magistratura inquirente, a verifiche fiscali con un accertamento transato e possibile procedimento giudiziario;

in relazione a tale esposto risulta all’interrogante che le lettere del Presidente della banca di credito cooperativo di Pompiano e del Presidente del Collegio sindacale vengono inviate al signor Cannistraro (responsabile della vigilanza a Brescia) sulla sua e-mail personale in bozza, durante l’orario di ufficio, come del resto altre comunicazioni, delibere ed altro, affinché il signor Cannistraro, dirigente della Banca d’Italia, dopo un attento esame provveda a fare le sue revisioni, mitigando i documenti, considerazioni e valutazioni, per poi rinviare i documenti revisionati, sempre durante l’orario di ufficio attraverso la sua e-mail personale, alla e-mail personale della segretaria del presidente della banca di Pompiano;

nei documenti revisionati dal signor Cannistraro, viene fatto riferimento, con esplicito scopo di rafforzare la difesa della banca e dei citati esponenti bancari oggetto dell’esposto, al rapporto redatto dal gruppo ispettivo inviato presso la banca di Pompiano nel 2007, il quale non avrebbe rilevato alcunché;

infatti il gruppo ispettivo è stato costituito appositamente da componenti fiduciari riconducibili proprio al signor Cannistraro, come in altre circostanze, con l’evidente finalità di mitigare la stessa ispezione;

il signor Cannistraro è un dirigente della Banca d’Italia (recentemente promosso a direttore della filiale di Bolzano nonostante tali comportamenti che denotano commistioni con le banche vigilate), preposto al settore vigilanza; pertanto il suo compito istituzionale è quello di controllare le banche vigilate – secondo il rispetto della legge come prevede il testo unico bancario del 1993 – e non svolgere attività di consulenza e difesa delle banche vigilate redigendo per conto delle stesse banche sottoposte alla vigilanza della Banca d’Italia documenti riservati, in particolare al suo controllo e gestione quale responsabile della vigilanza;

il responsabile della vigilanza, quale referente dell’istituzione Banca d’Italia, ha il compito di accertare, sulla base di segnalazioni ed esposti, verifiche a distanza e in loco per meglio appurare i fatti, astenendosi da attività di consulenza e difesa degli esponenti bancari tramite la redazione di documenti per conto dei soggetti sottoposti a controllo dell’organo di vigilanza;

tali comportamenti, affatto rari nell’attività ispettiva, rappresentano grave violazione del segreto e dei doveri di ufficio, che vietano espressamente di svolgere attività di consulenza, difesa e redazione di documenti riservati a favore, per conto e nell’interesse di esponenti bancari soggetti al controllo di vigilanza della Banca d’Italia, in contrasto con le norme e le disposizioni della Banca d’Italia, in palese conflitto di interessi e che possono configurare finalità di vantaggio personale e patrimoniale a discapito delle attività istituzionali della Banca d’Italia;

considerato altresì che, ad avviso dell’interrogante:

è censurabile il comportamento del signor Cannistraro, recentemente promosso a direttore della filiale di Bolzano della Banca d’Italia come premialità per la sua contiguità con le banche vigilate, e tali fatti, una volta accertati, dovrebbero essere suscettibili di provvedimenti disciplinari;

sembra che sia diventata una vera e propria prassi l’instaurazione di rapporti collusivi tra vigilanti e vigilati e i rapporti fiduciari descritti tra dirigenti bancari, che ottengono di addomesticare le ispezioni e vigilanti, configurano violazioni così evidenti da integrare i rischi con presunte utilità e sarebbe opportuno avviare un’urgente indagine patrimoniale che possa escludere tali vantaggi, per non compromettere la reputazione dell’istituzione Banca d’Italia,

si chiede di sapere se al Governo risulti che la Banca d’Italia abbia effettuato sulla vicenda verifiche e/o accertamenti e quali provvedimenti intenda adottare nei confronti di dirigenti collusi con il sistema bancario locale, per restituire limpidezza e trasparenza a comportamenti censurabili.

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Trasparenza Pubblica Amministrazione – Dott. Vincenzo Conte

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05449
Atto n. 4-05449

Pubblicato il 22 giugno 2011
Seduta n. 571

LANNUTTI – Ai Ministri dell’interno e per la pubblica amministrazione e l’innovazione. -

Premesso che:

all’Ispettorato per la funzione pubblica del Dipartimento per la pubblica amministrazione e l’innovazione, il cittadino può rivolgersi per segnalare eventuali ritardi o inadempienze procedimentali nei rapporti con le pubbliche amministrazioni (ministeri, regioni, province, comuni, comunità montane, università, istituti autonomi case popolari; camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura; enti pubblici non economici; aziende del Servizio sanitario nazionale; scuole);

l’articolo 60, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, attribuisce all’Ispettorato per la funzione pubblica compiti ispettivi di vigilanza sulla conformità dell’azione amministrativa ai principi di imparzialità e buon andamento, sull’efficacia dell’attività amministrativa, con particolare riferimento alle riforme volte alla semplificazione delle procedure, sull’esercizio dell’azione disciplinare, oltre che sull’osservanza delle disposizioni inerenti al controllo dei costi; ha il compito di controllare in particolare, con la Guardia di finanza, l’osservanza delle norme sulla incompatibilità e sul cumulo di impieghi e incarichi;

l’articolo 60 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000, rubricato “Ineleggibilità”, prevede che non siano eleggibili a sindaco, presidente della provincia, consigliere comunale, provinciale e circoscrizionale, fra gli altri, anche i titolari di organi individuali ed i componenti di organi collegiali che esercitano poteri di controllo istituzionale sull’amministrazione del comune o della provincia nonché i dipendenti che dirigono o coordinano i rispettivi uffici;

l’articolo 63 del citato testo delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, rubricato “Incompatibilità”, prevede che non possa ricoprire la carica di sindaco, presidente della provincia, consigliere comunale, provinciale e circoscrizionale, anche colui che, nel corso del mandato, viene a trovarsi in una condizione di ineleggibilità prevista nei precedenti articoli;

l’articolo 68 del medesimo testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, rubricato “Perdita delle condizioni di eleggibilità e incompatibilità”, dispone: «1. La perdita delle condizioni di eleggibilità previste dal presente capo importa la decadenza dalla carica di sindaco, presidente della provincia, consigliere comunale, provinciale o circoscrizionale. 2. Le cause di incompatibilità, sia che esistano al momento della elezione sia che sopravvengano ad essa, importano la decadenza dalle predette cariche. 3. Ai fini della rimozione delle cause di ineleggibilità sopravvenute alle elezioni, ovvero delle cause di incompatibilità sono applicabili le disposizioni di cui ai commi 2, 3, 5, 6 e 7 dell’articolo 60. 4. La cessazione dalle funzioni deve avere luogo entro dieci giorni dalla data in cui è venuta a concretizzarsi la causa di ineleggibilità o di incompatibilità»;

considerato che il dottor Vincenzo Conte è attualmente in servizio quale dirigente di II fascia, presso l’Ispettorato del Dipartimento per la funzione pubblica, per svolgere attività di vigilanza sulle pubbliche amministrazioni;

il predetto dottor Vincenzo Conte risulta essere attualmente ancora in carica come consigliere comunale e capogruppo del Popolo della Libertà a Frascati (RM),

si chiede di sapere quali azioni i Ministri in indirizzo, ciascuno per le proprie competenze, intendano intraprendere, affinché sia garantita la trasparenza nella pubblica amministrazione in merito all’incompatibilità tra gli incarichi oggetto della presente interrogazione e siano rispettati i principi legislativi in materia.

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Giudici Popolari Corte di Assise

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05450
Atto n. 4-05450

Pubblicato il 22 giugno 2011
Seduta n. 571

LANNUTTI – Ai Ministri della giustizia, per la pubblica amministrazione e l’innovazione e per la semplificazione normativa. -

Premesso che:

per quanto risulta all’interrogante, i cittadini del XV municipio del comune di Roma stanno ricevendo in questi giorni in cassetta postale un “invito di presentazione” sulla falsariga, quanto meno per i toni, del vero e proprio ordine a comparire emesso dal giudice, del seguente tenore: “La S.V. è invitata a presentarsi negli orari sottoindicati ed entro 5 giorni dalla data del presente invito presso il Comando·del XV·Gruppo della Polizia municipale di Roma Via di Poggio Verde 389, Reparto Anagrafico-Notifiche-ATER – stanza 31 per l’aggiornamento degli Elenchi del Giudici Popolari di Corte di Assise e di Corte di Assise di Appello. Dovrà presentarsi munito di documento d’identità e fornire informazioni relative all’esatto titolo finale di studio e data di rilascio; alla denominazione e ubicazione dell’Istituto Scolastico dove è stato conseguito il titolo finale di studio; alla professione esercitata. È richiesta la presenza della persona invitata che dovrà sottoscrivere quanto dichiarato”. Di seguito “orario per il ritiro dell’atto; lunedì, mercoledì e venerdì ore 8,30-13,00 martedì 8,30,13; 00/ 15;00-17,00 giovedì 8,30-17; 00″;

come è noto le Corte d’assise e le Corte d’assise d’appello sono formate da due giudici togati e sei giudici popolari. La nomina a giudice popolare viene effettuata dal Presidente del Tribunale ed è subordinata al possesso dei seguenti requisiti: la cittadinanza italiana, l’età compresa tra i 30 e i 65 anni, il godimento dei diritti civili e politici, la buona condotta morale, la licenza di scuola media inferiore per la Corte di assise, licenza di scuola media superiore per la Corte di assise di appello. Sono esclusi i magistrati e i funzionari in servizio all’ordine giudiziario, gli appartenenti alle Forze armate e alla Polizia, i membri di culto e i religiosi di ogni ordine e congregazione;

gli elenchi dei giudici popolari vengono aggiornati con cadenza biennale e chi, senza giustificato motivo, non si presenta, è condannato al pagamento di una somma che va da 2,58 a 15,49 euro, nonché alle spese dell’eventuale sospensione o rinvio del dibattimento, senza pregiudizio delle più gravi sanzioni stabilite dalla legge nel caso che il fatto da lui commesso costituisca reato;

posto dunque che i dati relativi a cittadinanza, età, godimento dei diritti civili e politici e buona condotta morale sono già in possesso dell’amministrazione comunale tramite l’anagrafe; che anche l’eventuale causa di esclusione per ragioni professionali sono nella quasi totalità dei casi in possesso dell’amministrazione risultando nella carta d’identità; che dalla professione svolta è desumibile anche il livello di scolarizzazione del cittadino; che non si comprendono le ragioni per cui i vigili urbani del XV municipio di Roma siano interessati a conoscere “denominazione e ubicazione dell’Istituto Scolastico dove è stato conseguito il titolo finale di studio”, dati che a distanza di molto tempo, talora, sono stati ampiamente dimenticati dall’interessato; che comunque oggi i cittadini che non siano in possesso almeno del diploma di scuola media inferiore è una rarità,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti descritti;

se non si intenda promuovere iniziative, anche di legge, volte ad esigere che i giudici popolari, deputati a formare collegi che giudicano dei reati più gravi (omicidio e stragi) e che comminano le più gravi pene previste dall’ordinamento (ergastolo) siano in possesso quanto meno di diploma di laurea affinché dispongano di quella maturità culturale che consenta l’effettiva partecipazione agli organi collegiali;

se ritengano i Ministri, rispettivamente per le proprie competenze, di poter giustificare in qualche modo la condotta di una pubblica amministrazione che obblighi un cittadino che, abitando ai confini dello stesso municipio (ad esempio via Majorana), sia costretto a percorrere 13 chilometri tra andata e ritorno a proprio rischio e pericolo, spese, perdendo mezza giornata di lavoro per fornire alla stessa dati di cui è già in possesso o del tutto inutili;

se non si ritenga di intervenire per quanto di competenza affinché i Vigili urbani di Roma abbandonino l’intollerabile atteggiamento autoritario e repressivo che stanno adottando nei confronti dei cittadini.

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