Consob e autorità europee elaborano il metodo “Wat if” per identificare il grado di rischio dei prodotti finanziari

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05466
Atto n. 4-05466

Pubblicato il 23 giugno 2011
Seduta n. 573

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che la Consob e le autorità europee di regolamentazione starebbero per cambiare il metodo di esplicazione dei prodotti finanziari. Una scelta che in un momento come quello attuale, in cui una crisi generata proprio da titoli tossici non è ancora stata assimilata, né dai mercati né dagli investitori, appare all’interrogante quantomeno come imprudente;

sino ad oggi quando un investitore doveva valutare l’opportunità di scegliere o meno un determinato titolo, si trovava di fronte ad un’analisi obbligatoriamente fornita dall’istituto erogante, circa il profilo di rischio prescelto con quel prodotto;

nel caso di un prodotto finanziario rivelare la distribuzione dei valori futuri dell’investimento è la via maestra per la misurazione del rischio che si corre. Se si è informati che, in caso di investimento di 100 euro, con una probabilità del 40 per cento dopo un anno si può perdere il 25 per cento del valore investito, con una probabilità del 10 per cento si guadagna quanto un titolo a tasso fisso (il 2 per cento) e con probabilità del 50 per cento si ottiene un rendimento positivo in media del 35 per cento, si ha una buona visione del rischio assunto. Si è consapevoli per esempio che, in quattro casi su dieci, si rimane con 75 euro per ogni 100 investiti;

questo, in sintesi, era l’approccio che la Consob aveva adottato sin dal 2007 imponendo agli emittenti di titoli strutturati che il prospetto d’offerta contenesse un’efficace disclosure del rischio (nonché dei prezzi e costi dell’investimento, e anche dell’orizzonte appropriato, approccio denominato in gergo risk-based o “a 3 pilastri”);

come riporta l’articolo de “Il Sole 24 Ore” del 20 giugno 2011: «Ora pare che la Consob (assieme alle autorità europee) abbia intenzione di abbandonare questo approccio a favore di un altro cosiddetto “what-if”: in sintesi, si costruiscono tre scenari detti “sfavorevole”, “neutrale” e “favorevole” e si comunicano questi al cliente. La scelta di come definire i tre scenari è a discrezione dell’emittente, se ne considerano tre su infinite possibilità, non si dice nulla sulle probabilità di accadimento e quindi sulla quantificazione del rischio, il che non depone bene. Per capire le potenziali differenze applichiamo le due strategie a un caso concreto: quello del “Convertendo” Bpm 2009/2013, un’obbligazione con cedola 6,75% più una call americana lunga e una put europea corta sulle azioni Banca Popolare di Milano (un prodotto strutturato assurto recentemente agli onori della cronaca). Il prospetto che i sottoscrittori di questo titolo si trovarono di fronte seguiva il primo approccio. In esso si avvertiva il sottoscrittore che con il 68,5% di probabilità si sarebbe ottenuto a scadenza (nel 2013) una redditività negativa di circa il 40%, nel 24,3% dei casi un’elevata redditività (+62%) e nei casi rimanenti una redditività prossima a un titolo privo di rischio. Questa informazione fa capire anche a un risparmiatore sprovveduto che c’è un rischio molto elevato e asimmetrico: chi vuole fare una bella scommessa, si accomodi. Guarda caso, oggi, a quasi un anno e mezzo dal collocamento, lo strutturato Bpm ha perso almeno metà del suo valore e la banca sta cercando, in extremis, di intervenire migliorando i termini contrattuali della conversione. Si può dire, banalmente, che si sta verificando lo scenario a suo tempo valutato come il più probabile. Che cosa sarebbe stato comunicato all’investitore se si fosse seguito il secondo approccio, quello oggi proposto dalla Consob? Ebbene, che nello scenario “sfavorevole” il rendimento alla scadenza del titolo strutturato verrebbe presentato come negativo con perdita del -7% (ma all’anno), nello scenario “neutrale” positivo del +2,71% e nello scenario “favorevole” positivo del +6,75%. Ma, si noti bene, niente si dice delle probabilità dei tre scenari. È così verosimile che l’investitore li legga come equiprobabili. Ma nella realtà non è così: la probabilità di perdita (scenario sfavorevole) è più che doppia rispetto alla probabilità di rendimento positivo. Di fronte a questi dati, l’ultima cosa che verrebbe in mente è eliminare il prospetto a 3 pilastri dall’informativa per il comune risparmiatore. Eppure questo è quanto sembra stiano facendo le autorità preposte, in Italia come in Europa. Non è una buona idea. La strategia di come rivelare il rischio deve essere decisa dal regolatore. (…) Nel caso dei prodotti finanziari rivelare la distribuzione di probabilità dei rendimenti non impone nessun costo aggiuntivo all’emittente: quella distribuzione è infatti indispensabile per stabilire il prezzo del prodotto finanziario, proprio perché prezzo e misurazione del rischio sono l’uno la faccia dell’altro. Poiché ogni emittente deve saper prezzare un prodotto, è anche in grado di darne una valutazione in termini di rischio. Per di più alla lunga gli intermediari potrebbero anche beneficiarne: rivelare la rischiosità dei loro prodotti in modo ambiguo, come accade con l’approccio “what if”, sarà fonte di controversie ex post che potranno mettere a rischio la loro stessa reputazione. Se di questo aspetto gli intermediari non si curano direttamente non può non preoccuparsene il regolatore»;

considerato che c’è da interrogarsi:

su come sia possibile che una tale adulterata rappresentazione dei rischi finanziari abbia trovato non solo udienza ma addirittura l’approvazione delle Autorità poste a salvaguardia della correttezza e trasparenza dei mercati europei dopo gli errori (anche in vigilando) che hanno portato alla crisi finanziaria mondiale del 2008;

sull’efficacia di cambiare le regole in corso d’opera, soprattutto se, cambiandole, si ottiene una sorta di deregulation che rischia di lasciare libere le banche nella promozione del loro prodotto e tutela poco l’investitore nella percezione del rischio in un momento in cui l’Unione europea sta ancora pagando caro il conto di una crisi creata da titoli tossici,

si chiede di sapere:

se risulti vero quanto esposto in premessa;

quali iniziative di competenza intenda assumere affinché non venga dissipata un’importante lezione offerta dalla crisi, ossia l’importanza che il risparmiatore presti una costante attenzione ai rischi dei suoi investimenti e, fatto ancor più importante, che, quando investe i propri risparmi, abbia consapevolezza del rischio che assume;

quali iniziative urgenti intenda intraprendere al fine di trovare il modo di trasmettere un’informazione sul rischio, cui un investitore va incontro se investe in quel prodotto, che sia intellegibile e dia il senso delle eventuali conseguenze;

se non intenda provvedere, nelle competenti sedi, a dissipare ogni forma di confusione che possa disorientare i risparmiatori nonché evitare ogni artifizio collaterale lesivo dei diritti dei contraenti, con indubbi vantaggi per gli interessi dei banchieri a giudizio dell’interrogante adusi a speculare nell’opacità.

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