Decreto sviluppo- il governo ha deciso per la soppressione dell’art.8 comma 10 – rischio chiusura aziende che hanno lavorato legttimamente nel settore della riproduzione

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02255
Atto n. 3-02255

Pubblicato il 21 giugno 2011
Seduta n. 570

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

stanno giungendo all’interrogante numerose segnalazioni di piccole e medie imprese che lamentano la soppressione, a seguito dell’approvazione di un emendamento, del comma 10 dell’art. 8 del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70, cosiddetto decreto sviluppo, in discussione alla Camera dei deputati;

in particolare le aziende fanno presente che lavorano da anni nella piena legalità, non sono contraffattori, producono articoli di pubblico dominio ed hanno contribuito a diffondere il made in Italy nel mondo. Le società operanti nel settore, proprio come la Cassina riproducono la Chase Longue di Le Corbusier e gli altri prodotti degli autori dei primi del ’900. La Cassina non ha investito risorse in innovazione o progettazione di tali opere che sono in Italia di pubblico dominio da oltre 50 anni. Le aziende, parallelamente alla produzione dei classici, si vantano poi di fare da sempre innovazione con nuove collezioni che espongono da oltre 40 anni al Salone Internazionale del Mobile di Milano e di aver conseguito prestigiosi premi. Con la richiesta di soppressione della citata disposizione sostengono che non viene certo difeso il made in Italy, mentre si favorisce una forma di monopolio su tali opere, con il rischio che chiudano circa 700 imprese, che danno lavoro a 13.500 dipendenti. L’impostazione originaria voluta dal Governo invece faceva chiarezza, rafforzando ancor di più il made in Italy ed il design in quanto distingueva tra diritto d’autore e diritto industriale, laddove per tutte le produzioni di carattere industriale c’è la registrazione di disegni, modelli e brevetti che danno l’esclusiva per 25 anni all’azienda e/o al designer che ha creato il prodotto. Per cui c’è la possibilità di rientrare dell’investimento ed anche di guadagnarci abbondantemente. L’esempio più calzante è quello delle aziende farmaceutiche: il diritto esclusivo su un farmaco ha la durata di 15 anni, successivamente è di pubblico dominio e, quindi, è e deve essere patrimonio collettivo e dell’umanità intera;

considerato che:

presso la V Commissione permanente (Bilancio) della Camera dei deputati è stato approvato il richiamato emendamento volto a sopprimere il comma 10 dell’articolo 8, che aveva sostituito il testo dell’art. 239 del codice della proprietà industriale di cui al decreto legislativo n. 30 del 2005, già modificato numerose volte negli ultimi anni e da ultimo con il decreto legislativo n. 131 del 2010. Il comma 10 dell’articolo 8, prima dell’intervenuta approvazione dell’emendamento soppressivo, recitava: “La protezione accordata ai disegni e modelli ai sensi dell’articolo 2, n. 10), della legge 22 aprile 1941, n. 633, comprende anche le opere del disegno industriale che, anteriormente alla data del 19 aprile 2001, erano divenute di pubblico dominio a seguito della cessazione degli effetti della registrazione. Tuttavia i terzi che avevano fabbricato o commercializzato, nei dodici mesi anteriori al 19 aprile 2001, prodotti realizzati in conformità con le opere del disegno industriale allora divenute di pubblico dominio a seguito della scadenza degli effetti della registrazione, non rispondono della violazione del diritto d’autore compiuta proseguendo questa attività anche dopo tale data, limitatamente ai prodotti da essi fabbricati o acquistati prima del 19 aprile 2001 e a quelli da essi fabbricati nei cinque anni successivi a tale data e purché detta attività si sia mantenuta nei limiti anche quantitativi del preuso”;

l’argomento è assai dibattuto. Alla Presidenza di Confindustria la norma contenuta in origine nel decreto-legge non andava bene e in campo è sceso il presidente Emma Marcegaglia che nei giorni scorsi ha scritto una lunga lettera al Ministro dello sviluppo economico Paolo Romani e a quello dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti per spiegare le sue ragioni. Secondo Confindustria l’articolo 8, comma 10, del decreto sviluppo priva della protezione attraverso il diritto d’ autore molte opere del design italiano, danneggia gravemente le imprese italiane che negli anni hanno investito nella creazione e nello sviluppo di tali opere esportandole in tutto il mondo. Si legge su un articolo pubblicato su “Il Corriere della sera” il 28 maggio 2011: «La Marcegaglia concludeva la missiva confidando in un “intervento urgente per eliminare una norma pregiudizievole e dare finalmente un segnale chiaro ed univoco sulle scelte di politica industriale che questo governo intende adottare”»;

non tutti sono delle stesso avviso. Si legge ancora nel citato articolo: «Nel 1995 è infatti nato il Consorzio Origini per raggruppare le piccole aziende che producono oggetti di design. Il presidente Stefano Casprini, 50 anni, è un socio di Confindustria Firenze e un ex collega della Marcegaglia nel gruppo dei giovani imprenditori. Casprini spiega che il Consorzio oggi rappresenta un centinaio di aziende e altre 400 dell’indotto, con circa 200 milioni di euro di fatturato e parecchie decine di migliaia di dipendenti. Associate ci sono imprese della Cna, della Confapi, della Confartigianato e anche di molte associazioni territoriali di Confindustria come Arezzo, Pisa, Siena, e di realtà lombarde, marchigiane e venete. Casprini racconta che a Romani e Tremonti loro hanno invece scritto una lettera per ringraziarli. “Le mie imprese sono iscritte a Confindustria da 30 anni – afferma Casprini – e non capisco quali aziende la Marcegaglia voglia oggi rappresentare”. “Penso che Emma abbia firmato quella lettera in buona fede – continua l’imprenditore pratese – anche se in questi anni ho cercato più volte di parlarle senza mai riuscirci”. “Noi non siamo contraffattori – spiega ancora Casprini – siamo produttori di opere di design disponibili a tutti e grazie a questa norma in linea con l’Europa oggi siamo pienamente nella legalità”. Per convincere il governo a non fare marcia indietro il Consorzio sta organizzando una mobilitazione con tutti i sindacati del settore e i politici locali. In ballo non ci sono solo le chaise lounge di Le Corbusier, oggetto di una disputa legale tra Cassina e alcune aziende lombarde e toscane, ma molti posti di lavoro»;

si segnala infine, come già accennato, che il decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 131, aveva recentemente dettato una nuova formulazione dell’art. 239 che accordava la tutela prevista dal diritto d’autore a tutte le opere del disegno industriale precedenti al 2001 che, a prescindere dalla registrazione, erano divenute di pubblico dominio. Ciò con salvezza dei diritti acquisiti dai terzi che avevano fabbricato o commercializzato, nei dodici mesi anteriori al 19 aprile 2001, prodotti realizzati in conformità con le opere del disegno industriale allora in pubblico dominio, “limitatamente ai prodotti da essi fabbricati o acquistati prima del 19 aprile 2001 e a quelli da essi fabbricati nei cinque anni successivi a tale data e purché detta attività si sia mantenuta nei limiti anche quantitativi del preuso”;

di fatto, la norma attribuiva tutela in via retroattiva ad opere del disegno industriale;

va segnalata, sulla questione, la recente sentenza 27 gennaio 2011 della Corte di giustizia dell’Unione europea (causa C-189/2009) in risposta al rinvio pregiudiziale da parte del Tribunale di Milano (nel cosiddetto “caso Flos”), concernente la compatibilità dell’art. 239 del citato codice della proprietà industriale con la direttiva 98/71/CEE e, dunque la compatibilità della normativa italiana sulla protezione del design industriale ai sensi della legge sul diritto d’autore (in attuazione della citata direttiva) con il diritto europeo;

la Corte di giustizia dell’UE, affermando che gli Stati membri non possono negare l’accesso alla tutela di diritto d’autore alle opere di design che presentano i requisiti per l’ottenimento di detta tutela ai sensi della legge sul diritto d’autore, a prescindere dal momento in cui questi sono diventati di pubblico dominio, ha tuttavia precisato (al paragrafo 32 della motivazione) che ai sensi dell’articolo 17 della direttiva 98/71/CEE solo un disegno o modello che sia stato oggetto di una registrazione in uno Stato membro o con effetti in uno Stato membro, in conformità delle disposizioni di tale direttiva, può beneficiare, ai sensi della medesima, della protezione concessa dalla normativa sul diritto d’autore di tale Stato membro;

secondo la Corte (paragrafo 33) ne consegue che i disegni e modelli che, prima della data di entrata in vigore della normativa nazionale di trasposizione della direttiva 98/71/CEE nell’ordinamento giuridico di uno Stato membro, erano di pubblico dominio a causa della mancata registrazione non rientrano nell’ambito di applicazione di tale articolo;

la stessa sentenza della Corte ha però pure affermato che non si può escludere che la protezione del diritto d’autore per le opere che possano costituire disegni o modelli non registrati possa risultare da altre direttive in materia di diritto d’autore e, in particolare, dalla direttiva 2001/29/CE, se ricorrono le condizioni per la sua applicazione, il che deve essere verificato dal giudice del rinvio (paragrafo 34),

si chiede di sapere:

se, alla luce delle numerose segnalazioni, il Governo non intenda valutare attentamente le conseguenze relative alla modifica apportata all’art. 8, comma 10, del decreto sviluppo con il quale si modifica l’articolo 239 del codice della proprietà industriale e se non intenda sostenere, nel corso dell’esame parlamentare, l’approvazione di un emendamento volto a reintrodurre il testo recato nel testo originario;

qualora si fosse confermata la modifica apportata all’art. 8, comma 10, del decreto sviluppo quali iniziative intenda assumere al fine di salvaguardare i livelli occupazionali e le aziende che fino ad oggi quanto hanno lavorato legittimamente nel settore della riproduzione e che rischiano il fallimento.

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