Divania-Unicredit sottoscrizione titoli di credito derivati

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05464
Atto n. 4-05464

Pubblicato il 23 giugno 2011
Seduta n. 573

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

Divania, azienda con sede nella zona industriale di Bari, un tempo leader a livello nazionale nella produzione di divani e poltrone e che dava lavoro a 430 dipendenti, rischia il fallimento stritolata dalla bolla dei derivati, ma non solo;

la vicenda parte dall’inchiesta sul rapporto intercorso tra la società pugliese Divania e l’Unicredit relativo alla sottoscrizione di titoli di credito derivati;

nel gergo delle aziende di credito erano definiti «codici rossi» ovvero gli strumenti derivati che avevano accumulato una grossa perdita e che quindi si potevano «rimodulare» con nuovi contratti che partivano già in perdita al momento della sottoscrizione per effetto dei premi dovuti a Divania e che la banca non avrebbe pagato, causando al cliente perdite sempre più elevate che lo spingevano sempre più in basso. Questa la spirale perversa che ha ridotto sul lastrico la società;

se per 20 funzionari e dirigenti di Unicredit e Antonveneta (Gruppo Mps) la Procura di Bari si appresta a chiedere il rinvio a giudizio con l’accusa a vario titolo di truffa, appropriazione indebita ed estorsione, nei confronti del Banco di Napoli, invece, la magistratura inquirente ha da poco aperto un secondo fascicolo per usura aggravata. Accade che il Banco di Napoli presenta istanza di fallimento. Al 31 marzo 2010 sostiene di essere creditore di oltre due milioni di euro. L’azienda ritiene invece che il debito relativo ai finanziamenti ottenuti era di un milione e duecentomila euro. La banca replica che intende applicare gli interessi del 13,75 per cento fino al 31 marzo 2007 e del 12,25 per cento fino al 31 marzo 2010 quando ritiene risolta la convenzione con cui venivano ristrutturati i debiti contratti con un gruppo di banche, sulla base di una lettera che Divania contesta. Saverio Parisi, titolare dell’azienda, a questo punto, denuncia il Banco di Napoli. E la Procura apre un fascicolo per usura aggravata. L’ipotesi – l’indagine è solo all’inizio e al momento non sono state provate responsabilità penali dell’istituto – è che gli interessi avrebbero superato la soglia prevista dalla legge. Entrambe le inchieste, coordinate dal pubblico ministero inquirente Isabella Ginefra, sono partite da denunce dell’imprenditore;

per l’associazione Adusbef appare quanto mai singolare che il Banco di Napoli abbia depositato un’istanza di fallimento contro Divania dopo aver atteso quattro anni l’esito delle controversie insorte tra la società e Unicredit, e proprio nel momento in cui si è prossimi alla definitiva sentenza;

il problema è che il caso non sembra affatto isolato. A giudizio dell’interrogante, da un lato, si operano vessazioni sui clienti, dall’altro, si tende a minimizzare i rischi degli innumerevoli contenziosi ai quali la banca si espone, sì da poter accantonare nei bilanci somme irrisorie per fare fronte alle spese processuali occorrenti, scaricando poi sui malcapitati azionisti il ben più alto costo reale delle sentenze. Per l’associazione, decisivo è il ruolo delle istituzioni;

l’interrogante auspica che in questa situazione non venga dichiarato il fallimento di Divania e le sia consentito di ottenere le ormai prossime sentenze dei procedimenti civili avviati presso il Tribunale di Bari contro Unicredit per centinaia di milioni di euro;

in precedenti atti di sindacato ispettivo (4-04894, 3-01961) l’interrogante aveva sollevato la questione Divania e i comportamenti tenuti dalla relativa banca nei confronti della società,

si chiede di sapere:

alla luce del caso di specie, quali iniziative, nelle opportune sedi di competenza, il Governo intenda assumere per porre fine al comportamento paradossale tenuto dal ceto bancario per cui, trovandosi in difficoltà, la banca tenta di annientare l’ex cliente mettendolo a tacere al fine di evitare che alcune tematiche vengano puntualmente approfondite;

se i derivati altamente rischiosi suggeriti dagli istituti di credito, emessi con la finalità di finanziare stipendi e stock option dei banchieri, con sistemi di sofisticata ingegneria algoritmica, che portavano le banche a guadagni certi con calcoli probabilistici di matematica finanziaria con una probabilità vicina al 90 per cento, mentre ai contraenti restava la probabilità di copertura dei rischi che erano costretti ad assumere per perdite altamente probabili, non abbiano danneggiato migliaia di piccole e medie imprese, contribuendo in tal modo alla grave recessione ed alla crisi addossata sulle famiglie;

quali misure urgenti si intendano attuare per prevenire fenomeni speculativi a danno degli enti locali e delle piccole medie imprese da parte di un sistema bancario aduso a frodare e truffare i cittadini, a giudizio dell’interrogante con la complicità del Governo e delle distratte autorità di controllo.

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