Month: giugno 2011

Nomine Enti di Ricerca

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05433
Atto n. 4-05433

Pubblicato il 21 giugno 2011
Seduta n. 570

LANNUTTI – Ai Ministri dell’istruzione, dell’università e della ricerca e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il decreto legislativo del 31 dicembre 2009, n. 213, all’art. 11 stabilisce che i presidenti e i consiglieri di amministrazione degli enti di ricerca, vigilati dal Ministero dell’istruzione, università e ricerca, devono essere nominati dal Ministro ed individuati tra una rosa di nomi presentata da apposito Comitato di selezione, composto da un massimo di cinque esperti, designati anch’essi dal Ministro;

con decreto ministeriale 2 maggio 2011, n. 4520, il Ministro ha costituito il suddetto Comitato. Lo stesso, il 20 maggio 2011, ha emanato un bando per la presentazione delle candidature ai vertici dei seguenti enti di ricerca pubblica, dando termine di soli 20 giorni per partecipare alla selezione: Consiglio nazionale delle ricerche (CNR); Agenzia spaziale italiana (ASI); Istituto nazionale di fisica nucleare (INFN); Istituto nazionale di astrofisica (INAF); Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV); Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale (INOGS); Istituto nazionale di ricerca metrologica (ex Galileo Ferraris); Istituto nazionale di alta matematica; Consorzio per l’area di ricerca scientifica e tecnologica di Trieste; Museo storico della fisica Enrico Fermi; Istituto di studi germanici; Stazione zoologica Anton Dohrn;

tra questi il CNR, l’INFN, l’INAF e il Consorzio per l’area scientifica di Trieste hanno un impatto eccezionale sul prestigio internazionale dell’Italia. Il Consorzio di Trieste costituisce l’interfaccia italiana, nell’area scientifica di Trieste, dell’International centre for theoretical physics (ICTP), fondato da Abdus Salam, premio Nobel per la fisica 1979, con l’intento prevalente di favorire la formazione di giovani ricercatori e creare un istituto sovranazionale che potesse accogliere anche studenti provenienti dal terzo mondo. Sotto la sua direzione (dalla fondazione fino al dicembre 1993) l’istituto divenne rapidamente uno dei centri più importanti della comunità scientifica internazionale. Oggi, l’ICTP è dedicato proprio ad Abdus Salam (il nome è appunto: Abdus Salam International centre for theoretical physics) ed è un prestigioso istituto dedito alla ricerca nei diversi campi della fisica teorica;

a giudizio dell’interrogante non si comprende come possano i soli saggi nominati dal ministro Gelmini, con il decreto richiamato, essere tanto versatili e competenti da poter scegliere i più meritevoli cittadini italiani per guidare enti competenti in materie tanto diverse come le seguenti: scienze e tecnologie spaziali e astronautica (ASI); fisica nucleare (INFN); astrofisica (INAF); fisica teorica (Centro di Trieste); vulcanologia e terremoti (INGV); oceanografia e tettonica (INOGS); metrologia (ex Gaileo Ferraris, l’equivalente italiano dell’Istituto pesi e misure di Parigi); alta matematica; zoologia; germanistica, oltre alle diverse scienze e discipline studiate dal CNR;

il bando (“avviso di chiamata pubblica”) emanato dallo stesso Comitato di selezione è aperto a chiunque ritenga di voler inviare il proprio curriculum, senza chiara specificazione in ordine a titoli che debbano essere posseduti, a parte la generica attinenza, richiesta, alle materia di competenza degli enti interessati. Ciò sembra consentire un’amplissima arbitrarietà da parte dei saggi che costituiscono il comitato di selezione, senza che gli stessi possano valutare la specializzazione richiesta in tutte le materie interessate, in contrasto con il disposto dell’art. 97 della Costituzione, che ad avviso dell’interrogante presuppone il rispetto del principio di specializzazione da parte dei dirigenti pubblici;

particolarmente delicata è certamente la scelta in ordine alla Presidenza ed al consiglio di amministrazione del CNR. L’ente è gravemente scosso dagli scandali causati dagli sprechi imputati alla attuale gestione, come anche riportato dal “Corriere della sera” con «Il dossier sugli “sprechi” del CNR – La Ragioneria dello Stato: irregolarità anche sui conti Fondi mai usati. Bilanci con oltre diecimila variazioni», di Massimo Sideri;

il CNR, guidato dal 2008 dall’illustre fisico professor Luciano Maiani, ha subito in questi ultimi tre anni molti problemi per attività, anche di notevole rilievo, poste in essere dall’ente. Atti che non hanno passato positivamente il vaglio di una inchiesta amministrativo-contabile della Ragioneria generale dello Stato, condotta nel 2010 dagli ispettori Filippo D’Alterio e Patrizia Padroni; inchiesta che ha prodotto una relazione di ben 108 pagine. Il “Corriere della sera” parla infatti di “sprecopoli” e cita solo a titolo di esempio: il caso dell’immobile di Anacapri, il cui restauro è costato all’erario 2,48 milioni anche se il consiglio di amministrazione del CNR aveva deliberato che la struttura non risultava funzionale alle esigenze dell’ente; il caso dell’immobile in località Calata Porta di Massa, Napoli, il cui restauro finanziato dal Ministero dell’istruzione, università e ricerca per 12,27 milioni è rimasto a metà a causa dell’occupazione abusiva da parte di una ditta privata, l’officina F.lli Solla Srl; il caso degli appartamenti romani venduti dal CNR e ripresi in affitto dallo stesso ente con canoni che in quattro anni hanno ripagato gli acquirenti di un quarto dell’importo sborsato (32 milioni di euro circa). Come si legge nel citato articolo, “una gestione del tutto antieconomica” di un patrimonio immobiliare che “nel 2009 risultava di 646 milioni di euro”. C’è poi il caso dei “dirigenti in posizione di comando e in forze presso altre realtà il cui stipendio è pagato dal CNR” con un “onere complessivo di 3,5 milioni”. E ancora: «irregolarità delle partecipazioni societarie con la “mancata inerenza al perseguimento dei fini istituzionali del CNR delle partecipazioni in Rete Ventures e Quantica Sgr”». «Una delle molte guerre – prosegue – su cui si è concentrato Maiani tra il 2009 e il 2010 insieme alla sua fedelissima, Manuela Arata»;

ulteriori denunce provengono anche dal mondo sindacale. In un articolo di Alex Malaspina apparso su “Il Foglietto”, organo dell’USI-RdB, il 28 aprile 2009 si sottolinea che: nonostante i numerosi giuristi di cui dispone l’ente (il quale infatti annovera nella sua organizzazione l’Istituto di ricerca sui sistemi giudiziari IRSIG, l’Istituto di ricerche sulle attività terziarie IRAT, l’Istituto di studi giuridici internazionali, e i filosofi del diritto e della scienza in servizio all’Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno ISPF), l’amministrazione del CNR per colmare le carenze in campo giuridico ha affidato una consulenza a Ugo Braico, dirigente dell’INFN in pensione, con un compenso annuo lordo di 75 mila euro. Poco se si confronta con l’esborso per la consulenza triennale attribuita, per complessivi 240.000 euro, alla dottoressa in biologia Cinzia Caporale che non risulta avere titoli accademici, se non il servizio di docente a contratto presso l’Università di Siena. «Consorte di Angelo Petroni, consigliere di amministrazione RAI, fiduciario del Ministro dell’Economia», la dottoressa Caporale, per quanto riporta Alex Malaspina, fu «definita qualche anno fa da La Stampa “amica degli Ogm”, sulla vicenda di Eluana Englaro avrebbe dichiarato al Corriere della Sera “È stata mandata a morte sulla base di una presunta volontà, in mancanza di dichiarazioni esplicite autentiche. È inaccettabile”». La dottoressa Caporale sembra dar dell’incompetente ai giudici di primo e secondo grado che hanno deciso il caso. In proposito viene in evidenza la differenza tra il sistema giuridico italiano di civil law e quello della common law: la magistratura degli Stati Uniti per simili affermazioni probabilmente procederebbe per “oltraggio alla Corte”;

a questo punto è lecito temere che la dottoressa Caporale, per la posizione attualmente ricoperta, ancorché a termine, e per le carenze del meccanismo di selezione messo in piedi dal Ministero, possa essere chiamata a far parte del consiglio d’amministrazione del CNR, in contrasto con il principio costituzionale di buon andamento e di equità della pubblica amministrazione, di cui all’art. 97, primo comma, della Costituzione. Il principio di equità sarebbe vulnerato per il fatto che la dottoressa ha maturato soltanto un’anzianità di servizio di uno o due anni, a fronte di quella dei molti ricercatori del CNR che hanno anzianità di servizio e di ricerca, documentata da pubblicazioni scientifiche internazionali, ultradecennale;

secondo anticipazioni di autorevoli fonti, la dottoressa Caporale, per la vicinanza privata ad eminenti autorità politiche, segnalata da “Il Foglietto”, garantendo la conferma del presidente Maiani, da contrattista con un anno di anzianità presso il CNR, sarebbe addirittura in corsa per la posizione di direttore generale del CNR;

tali anticipazioni non appaiono improbabili, dopo il caso della nomina da parte del ministro Gelmini di Roberto De Mattei alla vicepresidenza del CNR, il cui titolo accademico consiste nel fatto che insegna nella privata Università europea di Roma. Egli ha organizzato al CNR un convegno nel 2009, i cui atti sono stati stampati da Cantagalli ad onere del CNR (9.840 euro, come comunicato ufficialmente), per sostenere il creazionismo contro l’evoluzionismo (della vicenda ha riferito, tra gli altri, Telmo Piovani su “Micromega” n. 6/2009);

come ricordato in un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 25 marzo 2011, il 16 marzo 2011, nella sua rubrica “Radici cristiane” su Radio Maria, il dottor De Mattei si è distinto per aver sostenuto che lo Tsunami che ha colpito il Giappone potrebbe essere un castigo divino, richiamando la tesi di monsignor Mazzella, arcivescovo di Rossano Calabro, all’indomani del terremoto di Messina nel 1908: “Le grandi catastrofi sono una voce terribile ma paterna della bontà di Dio” e “sono talora esigenza della sua giustizia della quale sono giusti castighi”,

si chiede di sapere:

se quanto esposto corrisponda al vero;

quali urgenti iniziative il Governo intenda intraprendere al fine di garantire la massima doverosa trasparenza ed imparzialità nelle procedure di selezione degli amministratori degli enti di ricerca sottoposti alla vigilanza del Ministero dell’istruzione, università e ricerca;

se non intenda integrare opportunamente il Comitato di selezione costituito con decreto ministeriale 2 maggio 2011, n. 4520, in modo che siano presenti tutte le specializzazioni richieste dalla fattispecie;

se non intenda vincolare la discrezionalità di tale Comitato con criteri di valutazione, quali quelli che vengono adottati per i corpi dello Stato di interesse nazionale, di cui all’art. 3, comma 1, del decreto legislativo n. 165 del 2001.

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Sentenza Consob-nomine

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05432
Atto n. 4-05432

Pubblicato il 21 giugno 2011
Seduta n. 570

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze, per la pubblica amministrazione e l’innovazione e per la semplificazione normativa. -

Premesso che a quanto risulta all’interrogante:

la sentenza n. 4/2010 V.G. della Corte di appello di Perugia, pubblicata il 28 settembre 2010 con la quale veniva annullata la delibera CONSOB 17071 con cui era stata comminata la sanzione di 100.000 euro per manipolazione dei mercati ex art. 187-ter del decreto legislativo n. 58 del 1998 (testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria – TUF) nei confronti dell’interrogante, presidente dell’ADUSBEF, per le dichiarazioni rese ad un giornale circa l’esposizione in derivati di UNICREDIT all’epoca guidata dall’Amministratore delegato Alessandro Profumo, veniva impugnata con ricorso per Cassazione notificato il 31 marzo 2011 dalla CONSOB rappresentata e difesa dagli avvocati Fabio Biagianti, Maria Letizia Ermetes e Paolo Palmisano;

l’interrogante ritualmente si costituiva in giudizio previa notifica alla ricorrente dell’atto di controricorso con ricorso incidentale nel quale, oltre alle contestazioni di merito, eccepiva l’inammissibilità del ricorso per difetto di delibera della Commissione alla proposizione dello stesso, giacché dagli atti appariva come un’iniziativa individuale del Presidente Giuseppe Carlo Ferdinando Vegas non supportata da provvedimento in tal senso della Commissione e, come tale, adottato in violazione dell’art. 1, sesto comma, del decreto-legge n. 95 del 1974, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 216 del 1974 istitutiva della CONSOB secondo cui le deliberazioni della Commissione sono adottate collegialmente;

in data 10 giugno 2011 veniva notificato atto di controricorso a ricorso incidentale nel quale la CONSOB rispondendo alle eccezioni di controparte allegava la Relazione per la Commissione della Divisione consulenza legale recante la proposta motivata alla Commissione di interporre ricorso per Cassazione datata 14 ottobre 2010 e l’estratto del verbale della seduta n. 4783 del 18 ottobre 2010 della Commissione tenuta a Milano sotto la presidenza del facente funzione Vittorio Conti già dirigente di banca, ed alla presenza dei commissari Michele Pezzinga e in videoconferenza da Roma Luca Enriques;

tuttavia nelle copie notificate come per legge (art. 372 del codice di procedura civile), che devono essere speculari ovviamente a quelli depositati in cancelleria, entrambi i documenti recano le mere intestazioni e decisioni risultando secretato il corpo del provvedimenti con le motivazioni;

ciò impedirà alla Corte di cassazione quel doveroso sindacato di legittimità sugli atti presupposti il ricorso, che, come è noto anche agli studenti di giurisprudenza, l’atto amministrativo illegittimo è oggetto di disapplicazione da parte dell’autorità giudiziaria ordinaria ex artt. 4 e 5, della legge 20 marzo 1865, n. 2248, All. E nota – sempre agli studenti di cui sopra – come legge sul contenzioso amministrativo, con gli effetti consequenziali sull’esito del ricorso dell’amministrazione procedente,

considerato che:

la relazione alla Commissione da parte della Divisione legale CONSOB è datata 14 ottobre 2010 e la delibera della Commissione è di appena quattro giorni appresso (18 ottobre 2010) l’interrogante si interroga su quali siano state le ragioni che hanno indotto il presidente Vegas a firmare il mandato alle liti dopo il suo insediamento nel marzo 2011 omettendo di investire della responsabilità il presidente vicario facente funzioni, l’ex dirigente di banca Vittorio Conti che aveva adottato la delibera sanzionatoria e deciso il ricorso in Cassazione e che aveva avuto tutto il tempo, fino alla fine del 2010, per conferire la procura alle liti ai legali interni, prestandosi a parere dell’interrogante quanto meno ingenuamente e banalmente alle macchinazioni della “cricca” costituita da Claudio Salini e Michele Maccarone (peraltro immediatamente pensionati) e di Vittorio Conti;

in data 16 giugno 2011, anche la Corte d’Appello di Roma 1° Sezione Civile Volontaria Giurisdizione, Presidente e Relatore cons. Corrado Mafffei, ha accolto il ricorso di ADUSBEF, difesa dagli avvocati Antonio Tanza, Marisa Costelli e Lucio Golino, avverso la delibera 17071 con cui CONSOB aveva sanzionato ADUSBEF e il suo Presidente per manipolazione dei mercati ex art. 187-ter del TUF su esposto dell’UNICREDIT, a seguito di una dichiarazione del Presidente di ADUSBEF sull’esposizione della banca dell’allora amministratore delegato Profumo sui derivati comminando l’ingiunzione di pagamento di 100.000 euro. Il dispositivo della sentenza è stato letto in udienza. Dopo l’estate saranno rese pubbliche le motivazioni. La sentenza fa il paio con quella della Corte d’appello di Perugia del 10 giugno-28 settembre 2010 che aveva accolto il ricorso dell’interrogante avverso la medesima delibera;

considerato altresì che l’interrogante riterrebbe utile sapere:

se il presidente Vegas e i commissari Vittorio Conti, Michele Pezzinga, Lucas Enriques e Paolo Troiano esercitino o abbiano mai esercitato una qualche forma di sindacato sull’operato degli avvocati interni Fabio Biagianti, Maria Letizia Ermetes e Paolo Palmisano, autorizzando in particolare il deposito di provvedimenti verosimilmente determinanti l’esito di un ricorso alla Suprema Corte di cassazione ampiamente secretati;

posto che risulta all’interrogante che nel tempo siano stati assunti in CONSOB non pochi tra dirigenti e funzionari senza laurea e con selezioni pilotate da ragioni politico – clientelari, senza tener conto delle disposizioni di legge che impongono agli aspiranti il possesso di diploma di laurea con votazione minima di 105/110, se Fabio Biagianti, Maria Letizia Ermetes, Paolo Palmisano e Fabio Colavecchi abbiano superato esami di evidenza pubblica per l’assunzione in CONSOB, e se i suddetti abbiano effettivamente conseguito il diploma di laurea ed abbiano superato l’esame di stato per l’esercizio della professione forense;

chi e su quali basi normative abbia autorizzato l’avvocato Fabio Colavecchi, Coadiutore della CONSOB e Segretario della Commissione, a certificare la conformità delle copie “vuote” dei prefati documenti, costellati di omissis a giudizio dell’interrogante funzionali ad occultare le seriali “malefatte” di una CONSOB, vera e propria succursale dell’Abi volta ad assecondare i desiderata dei banchieri e longa manus delle banche tramite Vittorio Conti, Giuseppe Zadra e Giovanni Sabatini, principalmente responsabile del fenomeno del risparmio tradito che ha distrutto 50 miliardi di euro ad 1 milione di famiglie, dai bond argentini a Lehman Brothers, Cirio e Parmalat la cui evidente collusione è sancita perfino dagli atti processuali, nel filone penale della Procura della Repubblica di Parma;

se il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma, presso il cui albo i signori Fabio Biagianti e Maria Letizia Ermetes risultano iscritti come patrocinanti all’esercizio della professione in Cassazione e nelle giurisdizioni superiori, su quali presupposti possa autorizzare a presenziare innanzi alla Suprema Corte chi manca platealmente di rispetto alla Corte, prima della controparte, producendo documenti costellati di omissis,

si chiede di sapere:

se al Governo risultino elementi informativi sulla vicenda richiamata in premessa;

quali misure urgenti di competenza intenda attivare per assicurare alla CONSOB quella funzione di indipendenza ed autonomia dalle banche e dai banchieri, posto che Vittorio Conti (che dovrebbe essere immediatamente dimissionato) e la Commissione hanno eseguito gli ordini di UNICREDIT e dell’ex amministratore delegato signor Profumo per colpire la limpida attività dell’interrogante, che denunciava e denuncia la vendita di derivati avariati ampiamente collocati presso piccole e medie imprese ed enti locali per arricchire i manager di UNICREDIT e truffare clamorosamente enti locali, come il comune di Milano (come del resto testimoniano alcune intercettazioni acquisite dal pubblico ministero Alfredo Robledo nel processo penale) che, proprio a causa di quelle scommesse, versano in precarie condizioni economiche, alcune verso la bancarotta.

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Giudici Tributari

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05425
Atto n. 4-05425

Pubblicato il 16 giugno 2011
Seduta n. 569

LANNUTTI – Al Ministro della giustizia. -

Premesso che:

la tutela costituzionale dell’interesse fiscale non dovrebbe mai comportare l’attenuazione del diritto di difesa, a sua volta tutelato dall’art. 24 della Costituzione e delle regole del giusto processo che significa un processo, che si possa svolgere davanti ad un giudice indipendente ed imparziale;

il perseguimento dell’autonomia, l’indipendenza e la professionalità e l’efficienza della giustizia tributaria non possono prescindere anche dalla destinazione di risorse adeguate;

considerato che ad avviso dell’interrogante:

non può ritenersi imparziale un giudice che dipende economicamente dal Ministero dell’economia e delle finanze, che è anche parte in causa del processo tributario;

non può ritenersi imparziale un giudice che viene retribuito al di sotto del minimo di una pensione sociale erogata dall’INPS;

non può ritenersi imparziale un giudice cui non viene corrisposta neppure l’indennità giudiziaria che, al contrario, viene erogata dal Ministero dell’economia e delle finanze a tutti i dipendenti delle Commissioni tributarie;

non può definirsi giudice un componente delle Commissioni tributarie che a dispetto del termine, Commissione, emette sentenze impugnabili dinnanzi alla Corte di Cassazione;

non dovrebbero essere attribuite responsabilità di natura amministrativa e penale a giudici che svolgono l’attività in maniera precaria e che sono pagati come precari,

si chiede di sapere quali siano le valutazioni del Governo sulla richiamata questione e quali iniziative intenda assumere al fine di procedere ad una rivisitazione immediata delle questioni ormai divenute indifferibili e che, a dispetto anche delle ipotetiche sanzioni paventate a danno dei giudici ed anticipate dalla stampa di settore, assicurino la risoluzione dell’inqualificabile situazione giuridica descritta.

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Regione Lazio- Nomina Dirigente AreaProgrammazione Rete Ospedaliera

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05424
Atto n. 4-05424

Pubblicato il 16 giugno 2011
Seduta n. 569

LANNUTTI – Al Ministro per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale. -

Premesso che:

con deliberazione del Consiglio dei ministri del 23 aprile 2010 il Presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, è stato nominato Commissario ad acta per la realizzazione degli obiettivi di risanamento finanziario previsti nel piano di rientro dai disavanzi regionali nel settore sanitario;

numerosi decreti commissariali, tra cui, a titolo esemplificativo e non esaustivo, si richiamano i DCA 9/2010 e 37/2010, hanno evidenziato la necessità dì potenziare la struttura regionale competente in materia di sanità, che presenta una grave carenza di organico, tale da limitarne fortemente le capacità operative;

la Regione Lazio, con decreto n. 80 del 30 settembre 2011 ha presentato un piano di riorganizzazione della rete ospedaliera che il Tavolo tecnico per la verifica degli adempimenti regionali e il Comitato permanente per la verifica dei livelli essenziali di assistenza, nelle riunioni congiunte del 13 e 26 ottobre 2010, hanno valutato in modo estremamente positivo, rappresentando che i provvedimenti adottati relativi alla ristrutturazione della rete ospedaliera e della rete laboratoristica risultano significativi sul piano del risanamento strutturale e che Tavolo e Comitato, anche in funzione delle rilevanti azioni di risanamento finora adottate, valutano al contempo che sussistano le condizioni per procedere all’erogazione di una quota delle spettanze residue a tutto l’anno 2009, pari a 2.023 milioni di euro;

il dirigente dell’Area programmazione rete ospedaliera che ha elaborato il Piano di riordino della rete ospedaliera e della rete laboratoristica della Regione Lazio, persona di provata competenza e professionalità, ha cessato il proprio servizio presso la Regione Lazio in data 31 marzo 2011 in seguito al mancato rinnovo del contratto da parte dell’Amministrazione;

la Regione Lazio non ha ancora provveduto alla nomina del dirigente dell’Area programmazione rete ospedaliera;

anche il ruolo del direttore regionale della programmazione sanitaria, massima autorità sanitaria regionale dopo la presidente-Commissario, è vacante da circa un anno e non si è ancora proceduto ad una nuova nomina,

si chiede di sapere se al Governo risulti:

quale sia la ragione per cui non sia stato prorogato l’incarico ad un professionista competente che aveva operato con esito positivo e con risultati riconosciuti dal Governo, generando una gravissima vacatio in una situazione già caratterizzata da grave carenza di personale, peraltro, con aggravio di costi per l’Amministrazione;

quali siano i motivi per cui non si sia ancora proceduto alla nomina del direttore regionale della programmazione sanitaria;

se corrisponda al vero che il dottor Mario Braga, direttore sanitario di una struttura privata accreditata, abbia partecipato a riunioni di lavoro in rappresentanza della Regione Lazio e che questi operi presso gli uffici dell’area programmazione ospedaliera;

se sia vero che l’amministrazione regionale si stia accingendo a nominare il suddetto dipendente di struttura privata accreditata quale massima autorità regionale in materia di rete ospedaliera;

se la Regione intenda porre in essere garanzie di imparzialità e terzietà qualora la prevedibile nomina del dottor Mario Braga venga attuata.

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Nucleare: Accordo Italia -Francia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05421
Atto n. 4-05421

Pubblicato il 16 giugno 2011
Seduta n. 569

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’interno, dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

nel febbraio 2009 il premier Silvio Berlusconi e il Presidente francese Nicolas Sarkozy hanno firmato a Roma l’accordo intergovernativo sul nucleare che avrebbe visto Italia e la Francia sempre più vicine nella produzione di energia dall’atomo. L’accordo è accompagnato da due memorandum of understanding tra i due gruppi elettrici Enel ed Edf che prevedono la costruzione da parte francese di 4 centrali nucleari in territorio italiano e il rafforzamento della presenza di Enel sul territorio francese, in particolare nella costruzione delle centrali nucleari EPR di Flamanville e di Penly;

il principale accordo riguarda tutti gli aspetti del nucleare, dalla collaborazione in sede europea ai temi della sicurezza, dalla cooperazione tecnologica alla formazione dei tecnici, dallo smantellamento degli impianti alla collaborazione industriale in Paesi terzi. Nel clima della pax electrica sancita all’ultimo summit di Nizza nel 2007, l’intesa prevede – secondo indiscrezioni di stampa – che Edf partecipi alla costruzione di una centrale nucleare di nuova generazione in Italia, mentre per Enel si profila una quota (12,5 per cento) della futura centrale Epr di Penly che sarà costruita da Edf;

pertanto, riportava la stampa di allora, non appena la legge che prevede il ritorno del nostro Paese al nucleare fosse stata approvata, i due colossi elettrici avrebbero dato vita ad un consorzio guidato da Enel (60 per cento) ma aperto al contributo di altri operatori (A2A, Eon, gruppi energivori, Eni, Sorgenia) che ha come obiettivo quello di costruire nel nostro paese almeno 4 reattori Epr prodotti dalla francese Areva. Ad approvazione avvenuta il Governo avrebbe avuto sei mesi di tempo per la scelta dei siti che dovranno ospitare le nuove centrali nucleari italiane;

una parte rilevante del documento era destinata a definire anche la collaborazione industriale sempre nel settore nucleare tra Areva e Ansaldo energia nella costruzione e nella progettazione dei reattori nucleari Epr. Ansaldo dovrebbe essere pienamente coinvolta, attraverso la sua controllata Ansaldo nucleare non solo per quanto riguarda la realizzazione e la progettazione dei reattori italiani, ma anche per quanto riguarda quelli in via di autorizzazione in Francia e quelli che sono stati già commissionati da Areva in paesi terzi. Altro capitolo del protocollo di intesa tra i due Paesi riguarda una piena collaborazione sul tema delle scorie che coinvolge la Sogin e l’apertura di una più forte collaborazione nel settore della ricerca con un occhio particolare da parte dei francesi nei confronti delle università italiane. La scelta di realizzare 4 reattori Epr in Italia implica come contrappeso che il resto della flotta nucleare italiana sarà costituito dai reattori Ap 1000 fabbricati da Westinghouse. Si parla di almeno 6 reattori raggruppati in due centrali che saranno costruiti per raggiungere il target di circa 12.000 megawatt dichiarato dal Governo;

considerato che:

ad oggi, delle varie parti che compongono l’accordo italo-francese per la cooperazione nel settore dell’energia nucleare è stato reso pubblico soltanto quello relativo ai principi generali;

con decreto del Presidente della Repubblica 23 marzo 2011 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 77 del 4 aprile 2011 si è provveduto all’indizione del referendum popolare per l’abrogazione parziale di norme dettate dal decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, dalla legge 23 luglio 2009, n. 99, dal decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, e dal decreto legislativo 15 febbraio 2010, n. 31, in materia di nuove centrali per la produzione di energia nucleare. I relativi comizi sono stati convocati per il giorno di domenica 12 giugno 2011, con prosecuzione delle operazioni di votazione nel giorno di lunedì 13; con altrettanti decreti presidenziali pubblicati sulla medesima Gazzetta Ufficiale si è provveduto all’indizione del referendum popolare per l’abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte costituzionale, nonché all’indizione del referendum popolare per l’abrogazione dell’articolo 23-bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, come modificato dall’articolo 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, e dall’articolo 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, convertito, con modificazioni, dalla legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 325 del 2010, in materia di modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. È stato, infine, indetto, per la medesima data, un referendum popolare per l’abrogazione parziale del comma 1 dell’articolo 154 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in materia di determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito;

con decreto del Ministro dell’interno del 3 marzo 2011, è stata fissata, per i giorni di domenica 15 maggio e lunedì 16 maggio 2011, la data di svolgimento, nell’ambito delle Regioni a statuto ordinario, delle consultazioni per l’elezione diretta dei Presidenti di Provincia e dei consigli provinciali e dei Sindaci e dei Consigli comunali nonché per l’elezione dei consigli circoscrizionali, limitatamente ai Comuni dove l’istituzione delle circoscrizioni di decentramento è ancora consentita dalla legge e prevista e disciplinata dalle norme statutarie e regolamentari dell’ente locale. Il decreto del Ministro ha fissato altresì, per i giorni di domenica 29 maggio e lunedì 30 maggio 2011, la data di svolgimento dell’eventuale turno di ballottaggio per l’elezione diretta dei Presidenti di Provincia e dei Sindaci non proclamati eletti all’esito del primo turno di votazione; la legislazione vigente prevede che i referendum si tengano in una domenica compresa tra il 15 aprile ed il 15 giugno 2011 e le elezioni amministrative – riguardanti 1.310 Comuni italiani e 11 Province;

poiché le date disposte per i turni delle elezioni amministrative sono il 15 e il 29 maggio, appare evidente all’interrogante che la scelta del 12-13 giugno per i referendum sia stata dettata non tanto da ragioni pratiche oggettive quanto piuttosto dalla speranza che la fissazione di una data estrema, tale da scoraggiare l’affluenza, e la sopravvenuta, seppur tardiva e inadeguata, moratoria nucleare potessero contribuire a ridurre le possibilità di successo della tornata referendaria;

a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 174 del 2011, i cittadini italiani, recandosi alle urne in quantità tale da determinare il netto superamento del quorum, hanno fatto fallire ogni simile speranza, bocciando definitivamente per la seconda volta dal 1987 l’opzione nucleare;

la separazione dei due momenti elettorali – oltre a comportare disagio per molti cittadini che si sono trovati a votare per tre volte nell’arco di poche settimane – ha però comportato anche un inutile ed ingente esborso economico per le pubbliche amministrazioni, dell’ordine di diversi milioni di euro, in un contesto nazionale dominato da una grave e perdurante crisi economico-finanziaria;

in data 19 aprile 2011 il Governo, con un altro escamotage, aveva cercato di evitare il referendum del 12-13 giugno 2011 presentando un emendamento all’articolo 5 del cosiddetto “decreto-legge omnibus” (di cui al decreto-legge n. 34 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 75 del 2011) con il quale, al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, si abroga la legge sulla costruzione di impianti nucleari all’art. 5, rubricato “Abrogazione di disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari”: si legge: «1. Al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, mediante il supporto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza nucleare, tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare»;

con tale iniziativa, ovvero con quello che l’interrogante definisce un emendamento “truffa”, si è tentato di far saltare il quesito referendario, senza restituire ai cittadini in chiarezza circa la decisione del Governo per una cessazione definitiva del programma nucleare italiano o solo per una sospensione in attesa dell’acquisizione, appunto, delle ulteriori evidenze scientifiche, nel fondato timore che la bocciatura degli elettori fosse la pietra tombale del ritorno delle centrali atomiche nel nostro Paese;

considerato che, per quanto risulta all’interrogante:

lungi dall’inquadrarsi in una pianificazione energetica nazionale trasparente, condivisa e coerente sia con la tutela ambientale che con le politiche comunitarie ed internazionali in materia, le varie misure assunte dal Governo in campo energetico dal 2008 in poi si sono mosse prevalentemente, da un lato, nella direzione della mera velocizzazione delle procedure di autorizzazione alla costruzione e all’esercizio di grandi impianti, compresi nuovi reattori nucleari, e, dall’altro, nella penalizzazione delle fonti energetiche rinnovabili in termini di politiche di incentivazione, il tutto senza aver preliminarmente predisposto, illustrato e condiviso il necessario quadro strategico in cui inserire le azioni per i singoli comparti energetici e senza aver coinvolto cittadini, Regioni ed enti locali;

di fatto, nella programmazione governativa e negli strumenti normativi sin qui adottati, non si è mai voluto tenere conto dell’inadeguatezza del territorio italiano ad ospitare impianti nucleari, in termini di morfologia, sismicità, presenza di centri abitati e corsi d’acqua, sicurezza dei suoli ed altri fattori, che, naturalmente, accrescono costi e rischi delle ipotizzate nuove centrali, di per sé già più costose di quelle di vecchia generazione. Ancor prima dell’approvazione della legge 99 del 2009, il Governo ha infatti ritenuto di firmare un protocollo di accordo con la Francia sulla cooperazione nel settore dell’energia nucleare, in occasione del vertice di villa Madama del 24 febbraio 2009. In virtù di tale accordo-quadro il progetto nucleare italiano si sarebbe dovuto avvalere del know how tecnologico francese, determinando quindi un’ulteriore forma di dipendenza tecnologica ed operativa dall’estero, che si sarebbe sommata alla già certa dipendenza per l’approvvigionamento delle fonti necessarie per la produzione di energia nucleare. Tale accordo è stato siglato senza aver previsto, nell’ordinamento nazionale, adeguate misure per la sicurezza ambientale e della popolazione, dal momento che la gran parte degli adempimenti fondamentali (individuazione e localizzazione dei siti, scelta e valutazione della tipologia di impianto e delle tecniche di realizzazione, analisi del territorio, analisi costo-benefici) sarebbe stata rinviata a momenti successivi, in palese spregio al principio comunitario di precauzione. Né il Governo ha inteso valutare adeguatamente la circostanza che le uniche due centrali EPR (European pressurized-water reactor) di terza generazione in costruzione in Europa, ad Olkiluoto in Finlandia ed a Flamanville in Francia, hanno riscontrato numerose carenze tecniche ed un forte aumento dei tempi programmati di messa in esercizio, con conseguenze anche in termini di maggiori oneri per l’Italia che tali centrali EPR avrebbe inteso attivare, se i cittadini italiani non si fossero inequivocabilmente espressi abrogando le norme volute dal Governo;

tale accordo è stato stipulato senza tenere conto del fatto che la maggior parte degli studi disponibili effettuati da istituzioni pubbliche o da enti terzi, non direttamente interessati a costruire centrali e realizzati dopo il 2008 in Europa e negli USA, dimostrasse come il costo medio attualizzato dell’energia elettrica prodotta dalle nuove centrali nucleari fosse ben più alto di quello stimato dal Governo italiano e comunque non competitivo con i costi delle altre fonti, con particolare riferimento alle rinnovabili, tenendo conto anche degli oneri, non eliminabili, di decommissiong, di custodia in sicurezza delle scorie e degli incalcolabili costi nel malaugurato caso di incidente. Né il Governo, stipulando l’accordo, sembra aver tenuto conto del costo, diretto e indiretto, rappresentato dalla dipendenza tecnologica per la componentistica dei reattori e per le tecniche di arricchimento, passaggio indispensabile per l’utilizzazione dell’uranio. Tale accordo potrebbe aver contribuito quindi a mantenere elevata la dipendenza nazionale dalle importazioni energetiche e tecnologiche estere, oltre ad aver ignorato gli obblighi nazionali di abbattimento delle emissioni, dal momento che tecnologia nucleare, a differenza delle rinnovabili, non garantisce emissione zero di gas serra, poiché il ciclo di lavorazione dell’uranio comporta il rilascio di emissioni e causa un notevolissimo consumo di risorse idriche ed energetiche;

l’Unione europea ha fissato in modo vincolante il percorso da intraprendere, da qui al 2020, per combattere i cambiamenti climatici e promuovere l’uso delle energie rinnovabili. Ciò consentirà all’Unione di ridurre del 20 per cento le emissioni di gas a effetto serra rispetto al 1990, di conseguire un risparmio energetico del 20 per cento e di aumentare al 20 per cento la quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale di energia entro il 2020. Per l’Italia l’incremento finale, entro il 2020, dovrà essere non inferiore al 17 per cento, laddove gli ultimi dati disponibili attestano che le fonti rinnovabili di energia hanno contribuito complessivamente al consumo interno lordo italiano di energia per una percentuale inferiore al 10 per cento. Sarebbe stato dunque necessario un significativo sforzo per i miglioramento di tale produzione, anziché procedere ad un accordo come quello in questione. Eurostat ha confermato che il consumo di energie rinnovabili è raddoppiato in dieci anni (1999-2009), passando dal 5,4 al 9 per cento nei Paesi dell’Unione europea, mentre non si è registrato alcun incremento nell’utilizzo di energia nucleare, il che rende ancor più lampante, ad avviso dell’interrogante, l’irragionevolezza della procedura seguita dal Governo, di cui occorre ora comprendere, dopo che i cittadini hanno inequivocabilmente bocciato l’opzione nucleare, i costi palesi ed occulti;

il decreto legislativo n. 28 del 2011 attuativo della direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili, approvato dal Governo disattendendo gli stessi pareri parlamentari, ha causato forti polemiche e contestazioni da parte degli operatori delle rinnovabili a causa delle drastiche penalizzazioni che esso impone al settore, a cominciare dalla iniziale previsione di un tetto complessivo di fotovoltaico e alla limitazione dei “premi” del terzo conto energia al 31 maggio 2011, con grave incertezza per i progetti autorizzati, finanziati o in corso, che dovessero risultare allacciati dopo la suddetta scadenza del 31 maggio 2011;

in altre parole, invece di provvedere alla correzione di fenomeni patologici rilevati in alcuni momenti di gestione del sistema delle incentivazioni esistenti e di prevedere conseguentemente un sistema di regole più precise e trasparenti e una condivisa revisione complessiva dei sistemi di incentivazione, rafforzando opportunamente anche le linee guida per la realizzazione degli impianti in modo da conseguire affettivamente la tutela paesaggistica e prevenire possibili abusi, il Governo ha inteso procedere, in significativa coincidenza con l’iter del programma nucleare, ad un’improvvisa e drastica opera di penalizzazione di tali fonti, in netta controtendenza rispetto alla politica comunitaria che prevede di portare dal 20 al 25 per cento il livello di riduzione delle emissioni di gas-serra nel 2020, senza chiudere definitivamente la pagina degli incentivi CIP6 a favore delle fonti impropriamente “assimilate” alle fonti rinnovabili,

si chiede di sapere:

a quanto ammontino le spese per il mancato accorpamento dei referendum tra il primo ed il secondo turno delle elezioni amministrative;

se, alla luce dell’emendamento “truffa” all’art. 5 del decreto-legge n. 34 del 2011 con cui il Governo stesso ha abrogato la legge n. 99 del 2009 sul nucleare, su quali basi giuridiche poggi l’accordo italo-francese e se questo sia ancora efficace nonché se il Governo italiano abbia provveduto a disdirlo visti gli esiti del referendum del 12-13 giugno 2011, in rispetto del “no” schiacciante espresso da 25.643.562 italiani al ritorno dell’utilizzo dell’energia nucleare nel nostro Paese;

se tra il 2009 e il 13 giugno 2011 tale misterioso accordo abbia comportato l’assunzione di impegni, accordi su opere, attivazione di procedure, e, in caso affermativo, se il Governo non intenda informarne con urgenza il Parlamento;

alla luce dei protocolli di accordo sottoscritti dalla Repubblica italiana e dalla Repubblica francese per la cooperazione nel settore dell’energia nucleare, a quanto corrispondano, in termini di risorse pubbliche, le eventuali penali sottoscritte qualora l’Italia rinunci al nucleare;

se non si intenda, infine, informare il Parlamento sugli accordi che il Governo intende stringere in materia di energie rinnovabili, abbandonando una strategia che ha gettato nell’incertezza un settore innovativo e strategico, impostando invece una politica coerente, stabile ed organica di potenziamento ed incentivazione delle fonti pulite, che, in ossequio alla normativa comunitaria e procedendo secondo il metodo del confronto positivo con gli operatori del settore, le associazioni ambientaliste, le istituzioni e gli enti locali, assicuri la trasparenza delle procedure, con particolare attenzione per la piena tutela del paesaggio e delle aree agricole e la riduzione del carico sulla bolletta elettrica, investendo in tale settore quanto risparmiato grazie al mancato avvio del programma nucleare.

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Vittorio casale- Inchiesta trading immobiliare

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00371
Atto n. 2-00371

Pubblicato il 15 giugno 2011
Seduta n. 567

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si legge su un articolo pubblicato su “Il Sole-24 ore” del 15 giugno 2011: «”Per essere degli immobili corrono come lepri”. L’ironico commento è di uno degli investigatori del nucleo milanese della polizia tributaria che, ieri, hanno tratto in arresto l’immobiliarista Vittorio Casale, insieme ai soci Gian Guido Bonatti e Francesco Vizzari, su ordine del gip Fabrizio D’Arcangelo. Oggetto dell’inchiesta, coordinata dai pm milanesi Gaetano Ruta e Luigi Orsi è, appunto, una girandola di operazioni condotte da diverse società specializzate in trading immobiliare riconducibili ai tre uomini d’affari in totale evasione fiscale. Ma tra le accuse vi sono anche più rilevanti fatti di bancarotta fraudolenta per distrazione. Le cinque società intorno alle quali si snoda la ridda delle operazioni sono tutte del gruppo guidato da Casale: si tratta della Operae Abruzzi, Operae Partners, Operae Parlamento e Cile Immobiliare Castello, tutte dichiarate fallite dal Tribunale di Milano il 16 e il 17 dicembre 2010 su istanza della procura della Repubblica di Milano»;

si legge ancora: «La quinta società, la Durini partecipazioni, era fallita il 9 aprile dell’anno precedente. Per tutte e cinque le società le modalità delle operazioni considerate illecite erano le medesime: le società acquistavano, spesso in tempi brevissimi, gli immobili realizzando elevate plusvalenze, che venivano nascoste all’erario. Quindi si distribuivano i dividendi ai soci e, in seguito, le si spogliava dei beni cedendole a terzi, abbandonandole al debito con l’erario e al loro destino fallimentare. Da sottolineare come alcune delle operazioni siano state condotte proprio nel corso dell’estate calda del 2005, quella delle scalate bancarie. Un’estate in cui, evidentemente, la necessità di approvigionamento di liquidità era impellente, fors’anche per potere partecipare ai tentativi di scalata in corso su Bnl. Un esempio di come funzionasse il meccanismo è nell’operazione che ha avuto come oggetto un immobile in piazza della Costituzione a Bologna. Sull’immobile la Operae Partners, il 31 maggio 2004, acquisisce dalla società Elementa Srl un contratto di leasing acceso con la Locat (UniCredit) il 10 gennaio del 2003. Lo stesso giorno Operae esercita nei confronti di Locat il proprio diritto di riscatto e, versando 45.600.000 euro (Iva inclusa), diventa proprietaria dell’immobile. Sempre il 31 maggio la Operae cede l’immobile alla Unipol per un valore di 60 milioni più Iva. Una plusvalenza realizzata in un giorno solo. Da notare che la società Elementa, che cesserà l’attività cinque mesi dopo l’operazione, verrà incorporata, prima dalla Safiri Spa e poi dalla Finco Spa, nel cui capitale risulta la fiduciaria Vonwiller, società dietro cui, secondo quanto ricostruito dagli investigatori in un’intercettazione, si scherma uno degli indagati: Bonatti. Un’altra operazione “tipica” è quella che ha visto transitare l’immobile di piazza del Parlamento 18 a Roma. Operae Parlamento, acquista l’edificio dalla Tiglio (gruppo Pirelli real estate) per 60 milioni e alcuni mesi dopo la ricede a Banca Italease per 87 milioni con una plusvalenza di 27 milioni erosa da “costi per servizi” pari a circa 16,9 milioni di euro (che la procura reputa fittizi, visto che in contabilità non c’è traccia di costi di ristrutturazione). Ma la procura di Milano è convinta anche di altro. Che quello di Casale sia un metodo che, lungi dall’esaurirsi e circoscriversi in un arco di tempo delimitato, sia proseguito sino a oggi. «La dichiarazione di fallimento delle quattro società – scrive il gip – “s’inserisce in una situazione fortemente compromessa sul piano finanziario per tutto il gruppo Operae. La Guardia di Finanza ha esaminato i bilanci delle principali società del gruppo. Ne emerge uno stato di decozione dell’intero gruppo. (…) Le due holding facenti capo a Casale Immofinanziaria e Operae versano entrambe in stato di sostanziale insolvenza”»;

considerato che:

tra gli istituti che hanno relazioni più strette ci sono UniCredit, Unipol Merchant, la ex Italease e la Banca delle Marche;

si legge infatti su un altro articolo de “Il Sole-24 ore” dello stesso giorno: «Era uno degli ultimi immobiliaristi rampanti a essersi salvato dal giro di vite giudiziario nell’immobiliare di qualche anno fa, famoso per aver portato le sale Bingo in Italia. Ora la magistratura ha stretto le maglie anche su Vittorio Casale. Il dato che emerge oggi è la debolezza finanziaria verso il mondo bancario e verso i fornitori del suo impero immobiliare concentrato sulle holding Operae e su Immofinanziaria. La galassia delle società che fa capo a Vittorio Casale avrebbe un’esposizione verso le banche di oltre 700 milioni di euro: verso UniCredit, Banca Marche e nei confronti di Unipol Merchant. Di rilievo anche l’esposizione verso la ex Banca Italease, sulla base di numerosi contratti di leasing garantiti dai cespiti sottostanti: una posizione, quella verso la controllata del Banco Popolare, che sarebbe tuttavia in bonis sulla base del regolare pagamento delle rate. I debiti verso il mondo bancario, spiegano alcune fonti vicine alla vicenda, avrebbero come corrispettivo un patrimonio di oltre un miliardo: valore però, secondo alcuni operatori del settore, sopravvalutato. Casale, negli ultimi tempi, stava tentando di rimettere in sesto la sua galassia societaria sotto pressione: ci stava provando con qualche operazione immobiliare. Aveva appena ceduto per circa 60 milioni l’immobile (finanziato per 55 milioni) di via della centralinista a Bologna, sede della Telecom Italia, e aveva una trattativa in corso per vendere, in provincia di Milano, il palazzo di San Donato sede di Saipem. Con questa cessione avrebbe ottenuto probabilmente un po’ di liquidità necessaria per rifiatare. Casale, fino allo scorso anno, dichiarava di essere liquido, in particolare dopo il dissequestro di 55 milioni legati all’affaire Unipol. Nel 2007 la Procura di Roma aveva infatti ordinato il sequestro di 55 milioni di euro (15 milioni in contanti, circa 40 milioni in azioni e immobili): una tranche dell’indagine sul tentativo di scalata alla Bnl relativa alla dismissione di 133 immobili dell’Unipol dell’allora Ad Giovanni Consorte in favore della società Glenbrooker di Casale per circa 250 milioni tra il 2004 e il 2005. Ma quella vicenda era finita positivamente per l’immobiliarista con il dissequestro della somma: una piccola boccata d’ossigeno, visto che nel giro di poco più di un anno l’architettura societaria è finita sotto pressione»,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo che Unicredit, banca Marche, Unipol Merchant, che lesinano il credito ad imprenditori privi di autorevoli conoscenze quando vogliono intraprendere seriamente la loro attività, chiedendo spesso fidejussioni omnibus e garanzie illimitate, abbiano concesso alle società che fanno capo a Vittorio Casale linee di credito per oltre 700 milioni di euro, sebbene le garanzie immobiliari offerte si siano svalutate con la bolla immobiliare risultando così incapienti e di difficile escussione;

se sia vero che il metodo usato da Casale, l’immobiliarista che partecipò alla fallita scalata alla Bnl assieme all’Unipol di Consorte, accusato di bancarotta fraudolenta, tramite le società controllate acquisiva immobili realizzando plusvalenze nascoste all’erario;

se risulti quale sia la rete di protezione politica, bancaria ed economica di Casale, l’uomo d’affari incarcerato insieme ai soci Gian Guido Bonatti e Francesco Vizzari, che per lungo tempo è riuscito a frodare il fisco occultando ricavi e plusvalenze;

quali misure urgenti di competenza intenda attivare per evitare che le banche possano erogare “allegri” affidamenti frutto del sudato risparmio depositato dai cittadini a spregiudicati personaggi, per ricondurre l’attività bancaria verso criteri di meritorietà ed attento esame che possano prevalere rispetto a clientele e raccomandazioni, che ledono la gestione oculata del credito e del risparmio.

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Presidente Pambianchi- Confcommercio Roma

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05400
Atto n. 4-05400

Pubblicato il 15 giugno 2011
Seduta n. 567

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende dal sito www.grr.rai.it che quarantacinque ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dalla magistratura romana nei confronti, tra gli altri, di imprenditori e professionisti nell’ambito di un’inchiesta su un presunto giro di evasione fiscale. Tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi anche il presidente di Confcommercio di Roma, Cesare Pambianchi, ed il commercialista, Carlo Mazzieri;

secondo gli inquirenti sono loro «i promotori dell’associazione a delinquere» e gli «ideatori e realizzatori diretti e indiretti di soluzioni fraudolente personalizzate in favore dei vari gruppi imprenditoriali, clienti dello studio»;

si legge su un articolo pubblicato su “Leggo Italia” il 14 giugno: «In particolare l’indagine, dei Pm Francesca Loy, Francesco Ciardi e Sabina Calabretta (coordinati dal procuratore aggiunto Nello Rossi), riguarda un meccanismo di elusione fiscale attuato attraverso il trasferimento all’estero, specie in Bulgaria ed Inghilterra, di società in stato prefallimentare. Agli arrestati, la metà circa in carcere e il resto ai domiciliari, sono contestati a vario titolo l’associazione a delinquere, la bancarotta fraudolenta, il riciclaggio, reati fiscali, emissione di fatture false e appropriazione indebita. L’inchiesta della guardia di finanza e della Procura di Roma riguarda complessivamente un’ottantina di persone tra cui anche bancari, avvocati, notai e appartenenti ai gruppi Conad e Centrapol. E’ stato inoltre disposto il sequestro di beni e valori per oltre 80 milioni di euro. I particolari dell’operazione, compiuta dalla guardia di finanza, saranno illustrati alle 11 nel corso di una conferenza stampa che si terrà in Procura. Sotto accusa, hanno fatto sapere i militari, ci sono 703 società, che hanno debiti erariali per 550 milioni di euro. Di queste, 300 sono state trasferite all’estero»;

si legge su un articolo pubblicato su “Il Journal” del 15 giugno: «la carriera di Pambianchi è stata quasi interamente dedicata all’economia e al mondo delle aziende. Romano, classe 1946, il presidente della confederazione laziale è stato sin dopo la laurea abilitato alla professione di commercialista; negli anni, poi, si è occupato di catene alberghiere, di consulenze familiari e anche di quelle aziendali. Negli anni Ottanta è stato invece il turno del settore immobiliare e turistico. Ma è nel 1996 che viene avviato il suo progetto più interessante e duraturo, Dabliu: si costituisce infatti un’apposita società per azioni, la Profit, la quale si specializza nelle attività sportive e della gestione del tempo libero. In questi quindici anni si è riusciti addirittura a dar vita a 450 unità lavorative. E forse proprio questa continua espansione è stata dannosa per Pambianchi. Le perquisizioni in questione si sono infatti rivolte al periodo compreso tra l’inizio del 2010 e l’attuale mese, soprattutto per quel che riguarda le commercializzazioni relative a Caffè Palombini, una delle catene di ristorazione più celebri della Capitale. In pratica, i trasferimenti all’estero di alcuni immobili sarebbero stati resi possibili attraverso la distrazione di 207 milioni di euro e numerosi episodi di evasione ed elusione del fisco. Queste società trasferite, inoltre, erano in stato di pre-fallimento, un altro elemento che ha fortemente insospettito: in effetti, si decideva in gran parte dei casi di puntare su paesi come l’Inghilterra o la Bulgaria. In questo modo, le società indebitate non potevano più fallire, visto che erano ormai cancellate dal registro delle imprese, un accorgimento volto ad evitare il processo per bancarotta fraudolenta»;

come si legge sul sito www.ilpost.it il 16 settembre 2010 era arrivata la notizia che Pambianchi e Mazzieri figuravano tra gli indagati per reati fiscali nel settore dell’imprenditoria edile, dell’arredamento e della produzione di beni industriali, insieme a Giampiero Palenzona (fratello di Fabrizio, vicepresidente di Unicredit group), «Renato Semeraro e Gianmauro Borsano» (ex presidente del Torino calcio ed ex deputato del Psi di Bettino Craxi). Il reato contestato a Pambianchi e agli altri inquisiti è la “sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte” (articolo 11 del decreto legislativo n. 74 del 2000 in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto), per la quale è prevista la reclusione da sei mesi a quattro anni;

come scrive Carlo Bonini per il quotidiano “la Repubblica” del 15 giugno: «Se la rideva Pambianchi. In pubblico, in questi anni, posava con il presidente del Consiglio nel chiedere “un Fisco giusto, contro il governo delle tasse”. In privato, al telefono che non sapeva intercettato, gongolava per il tracollo della nostra economia: “È un momento de’ crisi… E so’ crisi pe’ tutti, no? E quindi,… Noi quando c’è il momento de’ crisi…. eh eh eh…. è il momento pe’ mette’ il maggior lavoro”. In fondo, aveva ottimi motivi per farlo. A leggere l’imponente documentazione raccolta dalla Procura e dalla Finanza, il suo studio di via Emilio de’ Cavalieri 7, nell’elegante quartiere Parioli, era diventata un’officina dell’illecito fiscale chiavi in mano. Di cosa aveva bisogno il cliente? Ristrutturazioni aziendali con trasferimento fittizio di società all’estero per evitare fallimenti, bancarotte, e seppellire debiti con il Fisco? Pambianchi aveva fior di collaboratori nel ramo (Paolo Verrengia), una rete di prestanome (anche cittadini bulgari) e di conti correnti. Il cliente doveva sottrarsi al pagamento delle imposte? Doveva autofinanziarsi con operazioni farlocche di lease-back immobiliare o, più banalmente, riciclare beni e denaro? Lo studio si proponeva come “l’eccellenza nel settore”. Il Sistema lo si può riassumere con una parola: “bare fiscali”. I clienti facevano la fila (tra loro Giampiero Palenzona, fratello di Fabrizio, vicepresidente di Unicredit, Renato Semeraro, Gianmauro Borsano, ex presidente del Torino ed ex deputato del Psi). I “becchini” dei debiti con l’Erario, Mazzieri e Pambianchi non avevano il tempo di contare i soldi. Le chiamavano “parcelle”. “Di fatto – scrivono i magistrati – erano compartecipazioni agli utili del reato”. Qualcosa come 8 milioni di euro, naturalmente in nero. Ai gruppi Vichi, Di Veroli e Visa garantiscono “la sottrazione fraudolenta del pagamento delle imposte”»;

considerato che:

come risulta da un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano”, è del 14 marzo 2011 la notizia che il pubblico ministero Giuseppe Cascini ha chiesto una condanna a «sette anni di reclusione per Sergio Billè, ex presidente di Confcommercio (…) nel processo sulla compravendita di un palazzo a Roma, in via Lima, sull’appropriazione di somme versate a fondi previdenziali e sulla gara per l’assegnazione del patrimonio immobiliare di Enasarco. Cascini ha chiesto, inoltre, una condanna a 3 anni per il figlio di Billè, Andrea, e a cinque anni di reclusione per l’ex presidente di Enasarco Donato Porreca e per l’ex consulente Fulvio Gismondi. E ancora 3 anni e mezzo per Luigi Gargiulo, ex collaboratore del finanziere Stefano Ricucci, che non sarà processato perché ha già patteggiato (…) Tra gli episodi attribuiti dagli inquirenti c’è la promessa di 50 milioni di euro fatta da Ricucci affinchè la sua Magiste Real Estate spa si aggiudicasse nel 2005 la gara indetta per il servizio di gestione e valorizzazione del patrimonio immobiliare della fondazione Enasarco. Soldi che sarebbero stati destinati per il 40% a Porreca, presidente della stessa Enasarco, nonché presidente della Commissione che gestiva la gara, per il 20% al mediatore Fulvio Gismondi e per il 40% a Sergio Billè»,

si chiede di sapere:

quali iniziative urgenti il Governo intenda assumere al fine di combattere efficacemente l’evasione fiscale considerato che, come afferma il procuratore aggiunto Nello Rossi, tutto quello che guadagna la criminalità economica, lo perdono i singoli cittadini in termini di reddito, di copertura previdenziale e di sicurezza sociale;

quali iniziative intenda adottare al fine di tutelare le vittime scarsamente visibili di queste storie di bancarotta come i lavoratori delle varie società, i fornitori, i creditori e, alla fine, i contribuenti;

quali siano i motivi per cui Equitalia, a parere dell’interrogante feroce nel vessare i contribuenti onesti applicando ganasce fiscali spesso per tributi inesistenti, scaduti, prescritti o per somme inferiori ad 8.000 euro, ha, per anni, ignorato la scintillante clientela dello studio Pambianchi, lasciando il tempo che i suoi crediti milionari languissero, mentre numerosi professionisti trasferivano risorse all’estero rendendo così quei crediti per sempre inesigibili;

se, anche alla luce delle analoghe vicende che hanno riguardato i precedenti vertici della Confcommercio, non intenda intraprendere le opportune iniziative per evitare che vi siano evasori di serie “A” riveriti ed impuniti, ed evasori di serie “B”, come i piccoli esercenti che spesso vengono perseguitati dal fisco, allargando in tal modo il solco dell’iniquità e dell’ingiustizia che allontana i cittadini onesti dalle istituzioni democratiche soprattutto quando si tratta di imprenditori che non creano ricchezza, ma al contrario puntano a distruggere sistematicamente la ricchezza collettiva ai fini di un arricchimento personale.

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Scandalo Calcioscommesse- Arbitro Gavillucci

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05399
Atto n. 4-05399

Pubblicato il 15 giugno 2011
Seduta n. 567

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri. -

Premesso che un articolo del “Corriere dello sport” del 13 giugno 2011 riferisce che «C’è una sottile linea rossa che unisce, inconsapevolmente, un arbitro, un bookmaker inglese, una lettera, lo scandalo che sta travolgendo, ancora una volta, il nostro calcio (con una partita in particolare, finita nel mirino degli inquirenti), l’Associazione Italiana Arbitri e due dei protagonisti al centro dell’inchiesta della Procura di Cremona, il portiere ex Cremonese e Benevento, Marco Paoloni, e il socio di due agenzie di scommesse (il gruppo è – maledetta casualità – lo stesso), Massimo Erodiani. L’arbitro è Claudio Gavillucci, sezione Aia di Latina, promessa arbitrale da tre stagioni alla Can Pro (all’epoca della promozione, estate 2008, si chiamava ancora Can C), in odore di promozione (con i colleghi Di Paolo, Irrati, Viti, Di Bello e Mariani). La linea rossa del destino lo porta, quest’anno a dirigere (anche) Cremonese-Spezia, partita finita 2-2 che a tre minuti dalla fine era 2-0, partita nella quale Paoloni si fa rubare il pallone dalle mani da Colombo e finisce per spintonare proprio Gavillucci, che deve espellerlo. Partita che è – con altre – al centro delle indagini dei pm di Cremona. Ma la linea rossa, che fa sempre più rima con diabolica coincidenza, aveva cominciato a tratteggiare il suo filo già prima. (…) Claudio Gavillucci, di professione, si occupava di alcuni dipartimenti (Customer Service, Pubbliche relazioni e Comunicazioni) dell’agenzia di scommesse Stanleybet, il bookie inglese che banca, ovviamente, anche partite di Lega Pro. È proprio nell’anno della sua promozione all’allora serie C che la Stanleybet invia (anche con corriere UPS e con tanto di ricevute) all’allora presidente della sezione Aia di Latina, Giancarlo Bersanetti, una lettera (in nostro possesso) per spiegare quali sono le mansioni che l’arbitro occupa all’interno dell’agenzia, anche per capire la portata dell’eventuale incompatibilità. Lettera firmata (di suo pugno) addirittura da John Whittaker, all’epoca Managing Director e ora Ceo di Stanleybet. Destino diabolico e beffardo. Perché Gavillucci, posto davanti ad una scelta a gennaio di quest’anno dal bookie inglese, ha dato le dimissioni da Stanleybet per inseguire il suo sogno nell’arbitraggio. Dimissioni che avevano come time limit la finale di Champions (28 maggio), ma visto che quest’anno si è giocato di sabato, tutto è slittato alla settimana successiva. Al primo giugno, giorno in cui scoppia lo scandalo scommesse. Ma non è finita. (…) L’inconsapevole linea rossa stava annodando un altro cappiolo. Perché le agenzie gestite da Massimo Erodiani (con Francesca La Civita, entrambi sono ai domiciliari) appartengono entrambe allo stesso gruppo ed il gruppo, che dal 1997 ha fissato il suo quartier generale a Liverpool, è quello di Stanleybet. L’AIA (Associazione Italiana Arbitri), sapeva, dunque, tutto. Perché era stata informata direttamente dalla società di scommesse, con una lettera del 3 luglio 2008, alla quale Stanleybet non ha mai ricevuto risposta. E perché ogni arbitro deve compilare (art. 3 delle norme di funzionamento dell’Aia) un «foglio notizie, da aggiornare annualmente, contenente i dati interessanti l’associato (cognome, nome (…) professione e rapporto di lavoro…)»,

si chiede di sapere:

se, alla luce di quanto esposto in premessa, il Governo non ritenga che vi possano essere ragioni di incompatibilità quando un arbitro dell’AIA lavora per un’agenzia di scommesse che quota anche le partite che lui dirige;

se sia a conoscenza dei motivi per cui l’AIA, pur sapendo, non abbia fatto nulla sottovalutando una questione così delicata, soprattutto da un punto di vista etico.

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Groupon- acquisti on-line

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05401
Atto n. 4-05401

Pubblicato il 15 giugno 2011
Seduta n. 567

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

sono giunte all’interrogante segnalazioni di cittadini che lamentano di essere stati raggirati da un sito di acquisti on line, www.groupon.it;

in particolare il caso denunciato da un cittadino che in data 13 ottobre 2010 ha acquistato sul sito due coupon per un centro estetico in Roma, del valore di 150 euro cadauno;

entrambi i coupon avevano una durata di nove mesi, quindi fruibili dal 14 ottobre 2010 al 14 luglio 2011. L’offerta prevedeva, per ogni coupon, un pacchetto di massaggi;

in data 8 giugno 2011 alle ore 13:35 il cittadino telefonava al centro estetico per prendere appuntamento, e gli veniva riferito che non poteva fruire dell’offerta in quanto uomo perché quel centro estetico è solo femminile;

il cittadino rispondeva che tale precisazione non era specificata da nessuna parte nei coupon, e che era la prima volta che la sentiva, e l’operatrice riferiva che forse era stata una leggerezza di Groupon di non specificare nell’offerta che essa era riservata solo a donne;

alla reazione stupefatta dell’utente l’operatrice del centro estetico replicava che comunque non avrebbe potuto fruire dell’offerta in quanto gli appuntamenti erano già stati tutti fissati fino ad agosto e ha consigliato all’utente di rivolgersi al numero verde Groupon per chiedere il rimborso dei due coupon, dicendogli anche che altre persone avevano già fatto lo stesso;

l’utente ha dunque contattato il numero verde dove un operatore, dopo aver sentito tutta la spiegazione della vicenda, gli ha risposto che il sistema informatico non gli permetteva di inserire la disposizione di rimborso perché erano passati più di sei mesi dalla data di inizio dell’offerta. A quel punto l’utente ha fatto presente che la durata dell’offerta – secondo quanto riportato nei due coupon – era di nove mesi, ma l’operatore ha risposto che comunque non poteva ottenere il rimborso perché la politica di Groupon prevede che lo si possa chiedere solo entro sei mesi, e non oltre;

il cittadino ha sottolineato che tale scadenza temporale non è riportata da nessuna parte sui coupon, e che comunque sarebbe stato assurdo poter esercitare il proprio diritto di richiedere il rimborso in un lasso di tempo notevolmente inferiore a quello di fruizione dell’offerta, e allora gli veniva suggerito di inoltrare una e-mail all’indirizzo infogroupon.it, dove, forse, qualche responsabile avrebbe potuto prendere in considerazione la sua lamentela,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo che vi siano gestori di siti per vendite on line che non rispettano gli obblighi previsti dalla legge e che danno informazioni poco dettagliate agli utenti;

quali iniziative intenda assumere al fine di assicurare ai consumatori la massima trasparenza e chiarezza nelle indicazioni che vengono fornite negli acquisti on line garantendo loro una migliore informazione.

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Dichirazione Drgahi- Informazione non completa

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05406
Atto n. 4-05406

Pubblicato il 15 giugno 2011
Seduta n. 567

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della giustizia, dello sviluppo economico e per le politiche europee. -

Premesso che:

il giorno 14 giugno 2011, il candidato unico alla presidenza della Banca centrale europea, dottor Mario Draghi, che dovrebbe sostituire Jean Claude Trichet, è stato ascoltato dalla Commissione europea. “Repubblica on-line” riferisce sull’audizione del signor Governatore della Banca d’Italia, riportando correttamente anche alcune domande scomode che sono state rivolte da europarlamentari. Nell’articolo, dal titolo: «Draghi e le domande scomode al Pe “Non sono un italiano germanizzato”», si legge: «Dal suo passato in Goldman Sachs alla scarsa presenza femminile nel board Bce, il futuro presidente passa l’”esame orale” con l’Europarlamento: “In Germania mi hanno presentato come un piatto di pasta, ma certe cose le dico da sempre”. Aveva già risposto per iscritto, stavolta Mario Draghi ha dovuto affrontare le legittime curiosità degli europarlamentari nel corso dell’audizione alla quale si è sottoposto quale presidente designato della Banca centrale europea. Draghi ha confermato all’Aula tutti i suoi giudizi, dal valore dell’euro e della unità monetaria alle politiche della Bce, dal no alla ristrutturazione del debito greco fino alle scelte delle istituzioni finanziare per uscire dalla crisi. Nel faccia a faccia con gli eurodeputati, però, il prossimo presidente della Bce ha dovuto affrontare anche domande scomode e dare spiegazioni su alcune scelte del passato e del presente. Un parlamentare gli ha chiesto se avesse svolto un ruolo nell’operazione che la Goldman Sachs compì nel 2000 sul debito della Grecia e se non si senta in “conflitto di interesse” rispetto a quell’esperienza. Draghi ha risposto di aver sempre agito correttamente: “È molto importante non solo aver agito con integrità ma anche essere percepito come integro – ha premesso Draghi -. Gli accordi fra Goldman Sachs e il governo greco sono stati avviati prima che io ci andassi e, come ho detto tante volte, non ho nulla a che fare con questi accordi né prima né dopo”. “Anzi, io lavoravo con il settore privato”, ha aggiunto: “Ho passato 6 anni alla Banca d’Italia – ha ricordato – con il controllo della vigilanza che mostra il contrario. Penso che grazie alla vigilanza della Banca d’Italia nessuna banca italiana ha mai avuto problemi”. “Chiedete ai banchieri italiani se sono stato troppo gentile o leggero con loro” o se come “presidente dell’Fsb” sono stato “gentile con le banche”. L’eurodeputata francese Sylvie Goulard (MoDem/Alde) ha invece chiesto a Draghi se il suo approccio alla Bce non sia “diventato di colpo troppo tedesco”. Draghi ha replicato dicendo di non sentirsi “un italiano improvvisamente germanizzato”. “Se vuole sapere cosa sono – ha detto – certo sono italiano. È vero che molti giornali tedeschi mi hanno rappresentato come un piatto di pasta o di pizza. Ma quando ho parlato ho sempre ripetuto quello che dico da tutta una vita” e cioè che obiettivo primario della Bce è garantire la stabilità dei prezzi. In proposito Draghi ha ricordato di aver vissuto in Italia “negli anni ’70 quando avevamo un’inflazione oltre il 20% per cento”. Una parlamentare gli ha quindi chiesto se non ritenesse inadeguata la rappresentanza femminile alla Bce: “Sono assolutamente d’accordo con lei – ha risposto Draghi – . C’è un problema, non solo a livello di Bce, ma ovunque, io almeno lo sento come tale. Ma la nomina dei membri del comitato esecutivo della Bce e del governing council è regolata dai trattati e vengono scelti in base alla competenza, non c’è una regola per una distribuzione pro-quota in base alla nazionalità o al genere se maschile o femminile”. Comunque, ha aggiunto, “in Bankitalia noi abbiamo una donna nel nostro direttorio”, riferendosi al vice direttore generale Anna Maria Tarantola. Draghi ha giudicato premature le ipotesi di emissione di un eurobond (che ha il ministro Tremonti fra i primi sponsor) e dell’istituzione di un ministero delle Finanze per l’Eurozona: “Per me è legittimo, se si vuole un’Unione più stretta, ci arriveremo a lungo termine”. Infine, da segnalare la battuta del belga Phillippe Lamberts, del gruppo dei verdi, davanti all’ennesima risposta di Draghi sulla contrarietà della Bce alla ristrutturazione del debito della Grecia: “Signor Draghi – ha detto Lamberts -, lei è il cattolico più ortodosso che abbia mai incontrato”. Draghi ha concluso l’audizione ringraziando ‘europarlamento: “È stata la mia prima esperienza di responsabilità democratica – ha detto -: è stato molto interessante: Ho imparato molto, apprezzo e apprezzerò in futuro le vostre domande per le quali vi ringrazio”. Solo un deputato non è rimasto soddisfatto, il leghista Mario Borghezio, che ha chiesto a Draghi se appartenesse al Bilderberg Group o alla Trilaterale e afferma in una nota di aver ricevuto dal governatore “risposte piuttosto imbarazzate e, per il vero, non proprio soddisfacenti”. Il Bilderberg Group è un incontro annuale a invito che riunisce esponenti influenti del mondo finanziario, economico e politico. La Commisione Trilaterale fu creata da David Rockfeller per riunire personalità influenti di Giappone, Europa e Nordamerica, al fine di promuovere una maggiore cooperazione tra le tre aree”»;

il dettagliato resoconto dell’inviato a Bruxelles è stato sfumato dalla maggior parte dei giornali che in data 15 giugno 2011 hanno riportato la notizia. Quasi del tutto sparite le domande scomode sul passato di vice-presidente per l’Europa di Goldman Sachs, del tutto censurata quella relativa all’appartenenza al Bilderberg Group o alla Trilaterale di un europarlamentare italiano che ha affermato, in una nota, di aver ricevuto dal Governatore “risposte piuttosto imbarazzate e, per il vero, non proprio soddisfacenti”;

in data 28 marzo 2007 il Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti ha approvato la Carta dei doveri dell’informazione economica, che, tra l’altro, dispone: «art. 1) Il giornalista riferisce correttamente, cioè senza alterazioni e omissioni che ne alterino il vero significato, le informazioni di cui dispone, soprattutto se già diffuse dalle agenzie di stampa o comunque di dominio pubblico. L’obbligo sussiste anche quando la notizia riguardi il suo editore o il referente politico o economico dell’organo di stampa. Non si può subordinare in alcun caso al profitto personale o di terzi le informazioni economiche e finanziarie di cui si sia venuti a conoscenza nell’ambito della propria attività professionale né si può turbare l’andamento del mercato diffondendo fatti o circostanze utili ai propri interessi; (…) art. 4) Il giornalista rifiuta pagamenti, rimborsi spese, elargizioni, vacanze gratuite, regali, facilitazioni o prebende da privati o enti pubblici che possano condizionare il suo lavoro e la sua autonomia o ledere la sua credibilità e dignità professionale. (…) La violazione di queste regole integranti lo spirito dell’art. 2 della legge 3 febbraio 1963 n. 69 comporta l’applicazione delle norme contenute nel Titolo III della citata legge»;

considerato che a giudizio dell’interrogante c’è da interrogarsi in ordine a quali criteri di verità, autonomia ed indipendenza si ispirino i quotidiani italiani, che omettono spesso, in una sorta di gara all’autocensura, di riportare fatti e notizie secondo i criteri di un’informazione completa e veritiera sul ruolo e sul passato svolto da potentati ed oligarchi,

si chiede di sapere:

se risulti quale sia stato il ruolo del vice-presidente per l’Europa nell’operazione che la Goldman Sachs compì nel 2000 sul debito della Grecia e se gli accordi fra la Goldman Sachs e il Governo greco, per falsificare i conti ed entrare nell’area euro, non abbiano provocato l’indebolimento economico dell’area euro con lacrime e sangue per risanare successivamente i conti dello Stato ellenico tuttora a rischio di default;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che i mezzi di informazione, specie quelli che si occupano di fatti economici, possano rispettare i parametri della deontologia professionale, soprattutto nel riferire correttamente, cioè senza contraffazioni e omissioni che ne alterino il vero significato, le informazioni di cui dispone, soprattutto se già diffuse dalle agenzie di stampa o comunque di dominio pubblico;

se sia a conoscenza di quante violazioni delle regole integranti lo spirito dell’art. 2 della legge 3 febbraio 1963, n. 69, che comporta l’applicazione delle norme contenute nel titolo III della citata legge, sia in merito alla censura o all’autocensura, che all’art. 4 della Carta dei doveri, laddove il giornalista rifiuta pagamenti, rimborsi spese, elargizioni, vacanze gratuite, regali, facilitazioni o prebende da privati o enti pubblici che possano condizionare il suo lavoro e la sua autonomia o ledere la sua credibilità e dignità professionale, siano state comminate finora dall’ordine nazionale dei giornalisti e di quali siano stati i giornalisti oggetto di provvedimenti disciplinari per violazione della Carta dei doveri.

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