Sig. M. causa contro Intesa Sanpaolo per difetto di informativa

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02256
Atto n. 3-02256

Pubblicato il 21 giugno 2011
Seduta n. 570

LANNUTTI – Ai Ministri della giustizia, dell’economia e delle finanze e per la pubblica amministrazione e l’innovazione. -

Premesso che:

la signora M., dal 1980 addetta al reparto sartoria di una nota casa di moda, apriva nello stesso periodo in Cariplo – Cassa di risparmio delle province lombarde, agenzia 4 di piazza di Spagna n. 3 a Roma, un conto corrente bancario per l’accredito del modesto stipendio di lavoratrice dipendente. Non disponendo di risorse alcune per investimenti ometteva di aprire il conto deposito titoli;

nel 1991 la signora veniva colta da improvviso malore. A seguito di lunghi e complessi esami clinici, le veniva diagnosticata una patologia gravemente invalidante (“conflitto neurovascolare tra arteria vertebrale di destra e VII nervo cranico omolaterale”);

iniziava così una lunga traversia tra ospedali, cliniche private e visite specialistiche. Le cure a cui si assoggettava comportavano notevoli costi e scarsi risultati tanto che da allora sono ancora in corso. In data 24 gennaio 1998, impossibilitata a continuare la propria attività lavorativa, presentava domanda di accertamento di grave invalidità all’INPS di Roma che, due anni dopo, in data 31 maggio 2000 veniva accolta con il riconoscimento del diritto al collocamento in quiescenza, assegno di invalidità ed erogazione del trattamento di fine rapporto pari a circa 26.000 euro;

in data 28 luglio 2000, la signora M. si recava in agenzia per accertare l’avvenuto accreditamento delle somme riconosciute e, constatato l’esito positivo, il preposto al servizio investimenti consigliava vivamente di investire la suddetta somma in prodotti finanziari;

la signora M. partecipava il preposto della sua grave situazione di salute che l’aveva costretta a lasciare il lavoro e lo informava che, per curarsi, avrebbe dovuto fare fronte a spese considerevoli per un programmato lungo ricovero a Bologna e per un probabile intervento chirurgico, ritenendo quindi insensato un impiego della suddetta somma;

il funzionario addetto al “borsino” la rassicurava informandola della possibilità di impegno a breve termine e le forniva assicurazioni sul fatto che comunque in qualunque momento avrebbe potuto vendere anticipatamente alla scadenza i titoli recuperando la liquidità e proponendo di investire tutti i suoi averi in bond argentini;

l’istante, che non aveva mai compiuto fino a quel momento operazioni di investimento e che, per cultura personale e professionale era totalmente ignara dei mercati finanziari, delle sue dinamiche e dei suoi strumenti, cedeva alle pressioni del fidato interlocutore;

così procedeva il 28 luglio 2000 all’acquisto di 26.000 quote di obbligazioni della Repubblica argentina – titolo di Stato 00-05 al tasso di interesse del 9.00 per cento con scadenza 24 maggio 2005 in euro per un controvalore di 26.337,93 euro;

nel 2001, attratta dalle notizie diffuse dai media televisivi circa la gravissima situazione economica e sociale argentina, la signora M. si recava in agenzia per assumere informazioni, e, constatando la perdita di quotazioni dell’investimento, decideva la vendita anticipata per salvare il salvabile, venendo tuttavia risolutamente dissuasa dal personale preposto che la rassicurava in vista di un non meglio precisato imminente intervento risolutivo del Fondo monetario internazionale e sul fatto che comunque mai avrebbe perso il capitale investito;

come tristemente noto, in data 23 dicembre 2001, la Repubblica argentina andava in default: la signora M., come altri 450.000 malcapitati risparmiatori italiani titolari di cosiddetti tango bond, si vedeva volatilizzare i propri risparmi impiegati nel primo ed ultimo investimento della sua vita;

nel 2008 citava in giudizio Intesa Sanpaolo SpA (nelle more succeduta a Cariplo, a seguito dei noti processi di fusione ed incorporazione) davanti al Tribunale civile di Roma deducendo i fatti descritti e richiedendo il risarcimento dei danni patiti per difetto d’informativa (non essendo stata minimamente informata dei rischi connessi all’investimento in obbligazioni argentine già ben noti agli operatori finanziari almeno sin dal 1998, trattandosi di titoli speculativi a basso rating (“B”) ed alto rischio), ed inadeguatezza dell’investimento e conseguente violazione delle regole di comportamento imposte agli intermediari finanziari dagli artt. 21 e seguenti del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria di cui al decreto legislativo n. 58 del 1998 (TUF) e artt. 26 e seguenti del regolamento CONSOB di attuazione n. 11522 del 1998;

ritualmente si costituiva la banca difesa dall’avvocato Benedetto Gargani titolare dell’omonimo studio legale e il processo proseguiva secondo lo speciale rito societario introdotto dal decreto legislativo n. 5 del 2003 all’epoca vigente con l’istanza di fissazione dell’udienza collegiale dell’attrice, la nomina del giudice relatore, la fissazione dell’udienza generale di discussione originariamente per il 25 novembre 2009, poi rinviata al 23 febbraio 2011 per successione dello stesso giudice relatore;

a quest’ultima le parti concludevano rimettendosi, come per prassi in questi giudizi, agli atti trattandosi di un procedimento eminentemente documentale. Il collegio quindi si riservava;

il 6 giugno 2011 il Tribunale a scioglimento della riserva pronunciava la sentenza con cui respingeva le domande attoree e compensava le spese;

a fondamento del pronunciamento il giudice relatore dottor Francesco Remo Scerrato dedicava ben 18 delle 21 pagine di cui è costituita la sentenza a passare in rassegna gli obblighi di legge in capo agli intermediari alla luce delle citate e ben note previsioni di cui agli artt. 21 e seguenti del TUF, evocando in particolare l’art. 21, comma 1, lett. a), in cui era previsto, con riferimento all’epoca dei fatti, che “i soggetti abilitati devono: a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, nell’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati;”, mentre, a seguito della modifica disposta con decreto legislativo n. 164 del 2007, è ora addirittura previsto che “i soggetti abilitati devono: a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, per servire al meglio l’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati”; osservando come dalla novella fosse stato individuato un vero e proprio obbligo di salvaguardia degli interessi del cliente, a prescindere da come costui li abbia manifestati – e gli artt. 26 e seguenti del regolamento CONSOB n. 11522 del 1988 – rilevando come ex art. 28, comma 2, del regolamento “Gli intermediari autorizzati non possono effettuare o consigliare operazioni o prestare il servizio di gestione se non dopo aver fornito all’investitore informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica operazione o del servizio, la cui conoscenza sia necessaria per effettuare consapevoli scelte di investimento o disinvestimento”, dettato a specificazione dell’obbligo previsto dall’art. 21, lettera b), del TUF, e le altrettanto note sentenze della suprema Corte di cassazione a sezioni unite 26724/2007 e la sentenza della I sez. civile 17340/2008 che avevano specificato, incrementato e puntualizzato gli obblighi degli intermediari a tutela dei risparmiatori;

dopo la lunga lezione di diritto, l’inquietante decisione: sulla base di tali considerazioni deve ritenersi che la banca non si sia comportata nella vicenda in esame con la dovuta chiarezza e trasparenza; ritiene tuttavia il Collegio che l’inadempimento della banca ai predetti obblighi di informativa e di condotta con trasparenza non sia stato di gravità tale da giustificare la risoluzione del contratto quadro in relazione all’ordine per cui è causa, atteso che l’art. 1455 del codice civile prevede la non scarsa importanza, con riguardo all’interesse dell’altra parte, per fondare la risoluzione. E, di seguito, in astratto si osserva che la violazione dei più volte richiamati obblighi di comportamento potrebbe assumere rilievo nella misura in cui, come inadempimento contrattuale, abbia prodotto un danno;

dunque per il giudice relatore dottor Francesco Remo Scerrato, la signora M., colpita da grave patologia invalidante al 100 per cento durante il lavoro, attualmente affetta da emiparesi, ricevuto il modesto trattamento di fine rapporto di 26.000 euro nel 2000, recatasi in banca per compiere l’unico investimento della sua vita in quelli che, consigliata dalla stessa come investimento tranquillo e conservativo, erano in realtà titoli altamente speculativi come considerati già all’epoca i bond argentini di cui le banche conoscevano tutti i rischi d’investimento, la quale, a distanza di un anno, perde tutti i suoi risparmi per le accertate responsabilità della banca convenuta, non merita, dopo 11 anni, di tornare in possesso dei suoi averi sebbene gravemente svalutati, giacché, sempre per il giudice dottor Francesco Remo Scerrato, perdere tutti i risparmi rappresentati dalla suddetta somma per una modesta lavoratrice non costituirebbe un danno;

si tratta evidentemente di un pronunciamento ostentatamente viziato da manifesta contraddittorietà, che apertamente reclama appello, a cui il giudice Francesco Remo Scerrato non è nuovo giacché, in una recente sua sentenza avente ad oggetto sempre bond argentini, come controparte sempre Intesa Sanpaolo difesa sempre dallo studio legale dell’avvocato Benedetto Gargani, si era espresso sempre in termini platealmente contraddittori evocando le manifeste inadempienze della banca ma respingendo le domande risarcitorie dei risparmiatori che venivano addirittura pesantemente condannati ad oltre 16.000 euro a titolo di spese legali,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano al corrente dei fatti descritti;

se non ritengano opportuno attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento, garantendo l’immagine del Tribunale civile, universalmente considerata tra le più efficienti, che vanta magistrati di primo ordine, le cui sentenze hanno sovente anticipato l’ermeneutica della suprema Corte ed un personale di cancelleria sempre presente, cortese con gli avvocati ma sempre intransigente nel rispetto delle procedure;

quali iniziative il Governo abbia intrapreso per ricondurre i fenomeni di cui sopra a livelli fisiologici;

se non ritengano necessario valutare l’opportunità di modifiche normative volte a considerare, nei casi come quelli descritti, forme risarcitorie, sub specie, quanto meno, di esenzione dal pagamento delle corpose somme a titolo di contributo unificato per incardinare il giudizio di appello, e corsie preferenziali in corso di procedura, al fine di evitare l’attesa degli ulteriori sei anni (di cui ben quattro tra la prima udienza e quella di precisazione delle conclusioni) per il pronunciamento.

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