Month: luglio 2011

Ventilata nomina di Varazzani a Fintecna

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05731
Atto n. 4-05731

Pubblicato il 28 luglio 2011
Seduta n. 590

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

dopo la recente tornata di nomine negli enti pubblici controllati dal Ministero dell’economia e delle finanze, come il gruppo Finmeccanica – che le inchieste delle Procure stanno accertando sarebbero avvenute sotto il fuoco incrociato dei ricatti come l’ultima riconferma di Guarguaglini – il Ministro dell’economia si accinge ad un cambio della guardia a Fintecna, con la ventilata nomina di Massimo Varazzani;

in un articolo del 1° aprile 2011 pubblicato dal “il Fatto Quotidiano” dal titolo: “Varazzani, il super manager dallo stipendio occultato”, Fiamma De Violi passa in rassegna la brillante carriera e gli incarichi dell’avvocato di Parma: «Ha un doppio incarico, al Comune di Parma e a quello di Roma. Ma i suoi compensi non si conoscono. La trasparenza vale per (quasi) tutti. Non per lui. E secondo i Radicali i due ruoli sono incompatibili. A novembre del 2008, in un’intervista al Corriere, Massimo Varazzani aveva dichiarato che la politica deve stare fuori dall’amministrazione delle società pubbliche. Ma sembra proprio che sia la politica a volere lui a tutti i costi dentro alle società pubbliche, chiudendo un occhio su regolamenti e leggi, oltre che apportare modifiche per ritoccare il suo stipendio. Sulla figura di Massimo Varazzani e sul suo duplice ruolo, commissario straordinario per il rientro del debito del Comune di Roma e anche presidente di Stt holding, partecipata parmigiana anch’essa ricoperta dai debiti e sotto inchiesta, il mistero continua. Non solo le due cariche sarebbero incompatibili tra loro, come prevede la legge Frattini del 2004 in cui si afferma che chi svolge incarichi come commissario straordinario di governo non possa ricoprire incarichi all’interno di enti pubblici. Ma anche la validità della sua nomina romana è in discussione, nonostante continui ad operare senza porsi molti problemi. Per quanto riguarda l’incompatibilità delle due cariche, i Radicali italiani hanno presentato un esposto all’antitrust, su cui si dovrebbe ricevere una risposta nell’arco di qualche altra settimana. “La prossima settimana invieremo un sollecito per ricevere una risposta”, spiega Mario Staderini, segretario nazionale dei Radicali. Per quanto riguarda la sua nomina a commissario straordinario per il Comune di Roma, invece, si è già espresso il Tar e il consiglio di Stato. Ma Massimo Varazzani continua a rimanere ancorato alla poltrona: “La nomina al comune di Roma è già stata annullata dal Tar a febbraio 2010 su ricorso dell’ex commissario straordinario Domenico Oriani – prosegue Staderini -. L’avvocatura di Stato ha fatto ricorso, ma il consiglio di Stato ha bocciato la richiesta del governo di sospendere gli effetti della sentenza del Tar. Lui però continua ad esserci, anche se a Roma è tutto bloccato, in attesa di capire che succederà”. Ma lo stipendio, continua ad arrivare. E non si sa nemmeno in che quantità. Al calderone infatti bisogna aggiungere anche che Varazzani riceve uno stipendio non identificato: “Per l’operazione trasparenza sono noti tutti gli stipendi tranne il suo – prosegue Staderini -. A Roma è stato determinato da una norma speciale contenuta nel Milleproroghe, che ha innalzato il potere di spesa per le assunzioni da 200mila euro a 2 milioni di euro. Si specifica solamente che il suo stipendio non deve superare la somma dello stipendio di tutti i dipendenti: ovvero 600mila euro. A Parma, invece, nel sito internet Internet del Comune in cui ci sono tutti i dati delle partecipate, si legge lo stipendio di tutti gli amministratori, tranne il suo”. E l’ufficio stampa afferma che ci deve essere un errore, che lo stipendio sarà reso pubblico al più presto. Una situazione troppo torbida, alla quale i radicali vogliono mettere fine: “Deve scegliere che cosa vuole fare, sempre che non lo obblighi l’antitrust”. Aldilà della compatibilità legale delle due nomine, comunque, gli impegni sono ingenti: non solo Varazzani si deve occupare di risanare un debito di 12 miliardi di euro per il Comune di Roma, per il rientro del debito del municipio della capitale. Ma si deve occupare anche di Stt, società per la trasformazione del territorio, ovvero partecipata del Comune di Parma che raggruppa sei altre società addette ai lavori di urbanistica. Il tutto con un presidente dimissionario, Andrea Costa, sotto inchiesta per consulenze ingiustificate e la finanza molto attenta ai libri contabili. Si può quindi chiamare Varazzani ‘mister buco’, vista la sua esperienza con il risanamento dei debiti e la sua lunga esperienza come manager pubblico, ricoprendo numerosi incarichi di prestigio anche nel campo bancario. Cinquantanove anni, avvocato parmigiano, è sposato, ha due figlie. Da aprile è commissario straordinario del governo per il piano di rientro di Roma, mentre da novembre 2008 è stato l’amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti spa e, prima ancora, membro dell’organismo di vigilanza di Cassa depositi e prestiti. La sua carriera nasce nel gruppo bancario Imi. Nel marzo del 2002 viene designato dal Ministro per l’economia e le finanze amministratore unico dell’Enav (Ente Nazionale per l’Assistenza al Volo). Dal luglio 2003 al gennaio 2005 è amministratore delegato di Ferservizi, società del gruppo Ferrovie dello Stato, per poi tornare a Sanpaolo Imi dal 2005 al 2007, come amministratore delegato di Sanpaolo Imi Fondi chiusi Sgr, presidente e ad di Sanpaolo Imi Investimenti per lo sviluppo Sgr e amministratore delegato di Imi Investimenti spa. È stato infine consigliere di amministrazione di Infragruppo e Infracom, importante gruppo operante in ambito informatico (dall’aprile 2005 al settembre 2008), e consigliere di amministrazione in Azimut – Benetti, leader mondiale nella produzione di mega-yacht, dal giugno 2005 al giugno 2008»;

considerato che:

in un’inchiesta pubblicata su “la Repubblica” del 28 luglio 2011 che riguarda la vicenda della casa del ministro Tremonti messa a disposizione da un noto esponente politico, ex collaboratore, e talune rivelazioni dell’imprenditore Di Lernia nell’indagine Enav, si apprende che il Ministro sarebbe stato ricattato per la conferma di Guaraglini a Finmeccanica;

Carlo Bonini e Maria Elena Vincenzi raccontano i ricatti incrociati per la conferma del Guarguaglini a Finmeccanica: «Dal carcere, dove è precipitato con l’accusa di corruzione nell’inchiesta sugli appalti Enav e finanziamento illecito per aver acquistato lo yacht da 24 piedi di un noto esponente politico, stretto collaboratore del Ministro Tremonti, un uomo racconta a verbale una “verità de relato” capace, se riscontrata, di travolgere il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. L’uomo è Tommaso Di Lernia (nel giro, lo chiamano “er cowboy”). È un ex muratore che si è fatto imprenditore edile e che si trova al crocevia di tre vicende annodate tra loro: Finmeccanica, gli appalti Enav, i rapporti incestuosi tra l’ex consigliere politico del ministro e imprenditori corrotti. Il suo racconto svela tre circostanze. La prima: l’affitto della casa abitata dal ministro in via di Campo Marzio, era pagato non dal noto esponente politico, stretto collaboratore del Ministro Tremonti, ma da un imprenditore, Angelo Proietti, che in cambio avrebbe ricevuto subappalti in Enav. Lo stesso che quella casa aveva ristrutturato gratuitamente e che è oggi accusato di corruzione per gli appalti ottenuti dalla sua impresa, la “Edilars”, con Sogei (società pubblica partecipata al 100 per cento dal Tesoro). La seconda: Tremonti venne ricattato da Lorenzo Cola, uomo del Presidente di Finmeccanica, perché fosse costretto a riconfermare Pierfrancesco Guarguaglini al vertice della holding e la pressione decisiva fu il “dossier” che Cola aveva sulla compravendita della barca del ex consigliere politico del ministro Giulio Tremonti, sull’affitto della casa (…). La terza: Di Lernia chiese all’ex collaboratore di Tremonti una pressione sull’Agenzia delle Entrate perché ammorbidisse la verifica sulla sua società “Print Sistem”. “Ho deciso di parlare”. È l’11 luglio e alle 13 e 10, nel carcere di Regina Coeli, Di Lernia compare di fronte al gip Anna Maria Fattori per il suo interrogatorio di garanzia. Di Lernia è accusato di corruzione e frode fiscale nell’inchiesta condotta dai pm Paolo Ielo e Giancarlo Capaldo sugli appalti Enav. Nella ricostruzione dell’accusa, la sua società, la “Print sistem” è infatti lo snodo cruciale del Sistema di appalti e corruzione con cui, attraverso un gioco di sovrafatturazioni, la “Selex Sistemi integrati” (Finmeccanica) di Marina Grossi, per la quale Di Lernia lavora in subappalto, è riuscita a creare fondi neri necessari a corrompere il management dell’Ente e i suoi referenti politici. Ma l’11 luglio, Di Lernia ha un nuovo problema»;

nell’articolo si legge poi che una seconda ordinanza di custodia cautelare, chiesta e ottenuta dal pm Ielo, lo accusa di aver acquistato nel 2010 lo yacht dell’ex collaboratore di Tremonti a condizioni capestro che ne svelano le vere ragioni: «Convincere l’allora consigliere politico di Tremonti a pilotare la nomina di Fabrizio Testa al vertice di Technosky (società di Enav). È una nuova mazzata che convince Di Lernia a uscire dal suo silenzio. A scrivere e consegnare al magistrato che lo interroga un memoriale (che gli guadagnerà, di lì a qualche giorno, gli arresti domiciliari). “L’indagato – annota il gip – acconsente a rispondere alle domande, consultando degli appunti che vengono sottoscritti e allegati al presente verbale”. Di Lernia conferma di aver acquistato lo yacht dell’ex consigliere politico del ministro Tremonti. Le ragioni per cui l’operazione si fece: risolvere un problema al consigliere del ministro, piazzare Testa in “Technosky”. Ma, spiega, la sua non fu una scelta, ma l’obbedienza dovuta a un uomo cui doveva tutto: Lorenzo Cola, il “facilitatore” di Pierfrancesco Guarguaglini, che, per conto di Finmeccanica, governa appalti e subappalti in Enav. “Cola – dice Di Lernia – non mi volle dire chi era il proprietario della barca. Mi disse solo che l’ordine era arrivato dal Palazzo, intendendo Finmeccanica nella persona del Presidente, e dunque che non mi sarei potuto sottrarre. A Cola non si poteva dire di no, e quindi gli chiesi dove avrei dovuto prendere il milione e mezzo di euro per l’acquisto della barca. Lui mi rispose: “Tirali fuori dagli utili che hai dal lavoro che ti diamo”. Quando Di Lernia scopre che il venditore è l’ex consigliere politico del ministro Tremonti, il nome non gli dice nulla. “Confesso la mia stupidità”»;

l’articolo prosegue affermando che fu Cola a riferirgli chi fosse l’ex consigliere di Tremonti: «Mi disse che era uno che “capiva poco” e “mangiava tanto”. Che era “un problema per Tremonti”, una sorta di inconveniente imbarazzante”». Giulio Pugliesi, amministratore delegato di Enav, riferì di essere stanco delle pressioni subite per Testa a Technosky, e per un certo Angelo Proietti con riferimento ai subappalti all’aeroporto di Palermo, un lavoro per il quale Cola aveva già deciso che l’affidamento fosse dato alla “Electron”, del gruppo Finmeccanica, e a Pugliesi. «Perché far lavorare questo Angelo Proietti e la sua “Edilars” nei subappalti Enav? Di Lernia non se lo spiega. Ne chiede conto a Cola», il quale avrebbe detto che di Proietti gli aveva parlato l’ex collaboratore di Tremonti, «descrivendolo con queste parole: “È il tipo che mi dà solo 10 mila euro al mese per pagare l’affitto a Tremonti”. (…) A giugno del 2010, accade dell’altro. “Mi chiamò Cola e mi spiegò di essere dispiaciuto per avermi fatto acquistare la barca”»; gli disse che il collaboratore di Tremonti «”sta sostenendo la candidatura di Flavio Cattaneo a Finmeccanica, invece di Guarguaglini. In più, ho saputo che ha fatto delle estorsioni a delle persone a Napoli. E Tremonti non risponde al telefono a Guarguaglini”. A Di Lernia, Cola confida qualcosa di più, che è pronto a usare anche la storia della “barca” e della casa per vincere la partita su Finmeccanica: “Cola aggiunse che questa storia non la mandava giù e dunque avrebbe organizzato un blitz dal ministro (Tremonti) per mostrargli l’evidenza e la portata» degli illeciti commessi «da lui e dai suoi consiglieri. Che di sicuro avrebbe cambiato idea sui vertici di Finmeccanica»; in seguito, l’ex collaboratore di Tremonti gli fece sapere per il tramite di Testa che Guarguaglini sarebbe stato riconfermato. «”E fu Cola, poi, a dirmi che il blitz era andato a segno”. Di Lernia incontra Proietti nell’estate 2010 perché, dopo l’arresto di Cola (8 luglio), è diventato lui il suo “canale”» con l’ex collaboratore di Tremonti. «Una prima volta lo incrocia in Enav, nell’ufficio di Pugliesi, che lo convoca per sollecitarlo “a chiudere l’acquisto della barca”. Una seconda volta, in piazza del Parlamento, per risolvere un suo “problema”. “Portai a Proietti un incartamento riguardante un accertamento dell’Agenzia delle Entrate per il 2005. Gli dissi che volevo “una parola buona” con l’Agenzia, di cui temevo l’accanimento. Tre giorni dopo, Proietti mi diede appuntamento in piazza del Parlamento e mi disse di stare tranquillo”» perché l’ex collaboratore di Tremonti «”aveva interceduto con Attilio Befera (direttore dell’Agenzia)”. Ma, a dire di Di Lernia, in senso opposto. “Mi hanno fatto una multa di 18 milioni di euro. Roba carnevalesca”»,

si chiede di sapere:

se, a quanto risulti al Governo, i molteplici incarichi di Massimo Varazzani, ex amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti SpA e, prima ancora, membro dell’organismo di vigilanza della Cassa, commissario straordinario del Governo per il piano di rientro di Roma, già dirigente Imi, nominato nel marzo 2002 dal Ministro dell’economia amministratore unico dell’Enav, nel 2005 amministratore delegato di Ferservizi, società del gruppo Ferrovie dello Stato, per poi tornare a Sanpaolo Imi dal 2005 al 2007, come amministratore delegato di Sanpaolo Imi Fondi chiusi Sgr, presidente e amministratore delegato di Sanpaolo Imi Investimenti per lo sviluppo Sgr e amministratore delegato di Imi Investimenti SpA, siano compatibili con le norme di legge e l’etica alle quali dovrebbero ispirarsi i manager pubblici;

se risponda al vero che il Ministro dell’economia si accinge a nominare Massimo Varazzani ai vertici di Fintecna, aggiungendo altri incarichi ai suoi impegni già numerosi, e se tale nomina sia frutto di una libera scelta e non condizionata dal passato;

se il Governo sia a conoscenza di quante siano state le cause e le consulenze ed i rispettivi valori del contenzioso affidati allo studio Tremonti, Vitali, Piccardi, nel periodo in cui l’avvocato Varazzani era amministratore di Sanpaolo Imi Investimenti;

quali ragioni abbiano indotto il Ministro dell’economia a sostituire l’avvocato Massimo Varazzani dalla Cassa depositi e prestiti a fine aprile 2010 con Giovanni Gorno Tempini, ex capo operativo della Mittel, una holding di partecipazioni presieduta da Giovanni Bazoli, il banchiere presidente di Intesa Sanpaolo;

se risponda al vero che Tommaso Di Lernia, l’ex muratore divenuto imprenditore edile, si sia trovato al crocevia di tre vicende annodate tra loro, quali Finmeccanica, gli appalti Enav, i rapporti “incestuosi” tra l’ex consigliere politico del ministro Tremonti e imprenditori corrotti, con l’affitto della casa abitata dal Ministro in via di Campo Marzio, pagato da un imprenditore, Angelo Proietti, che in cambio, secondo le citate fonti di stampa, avrebbe ricevuto subappalti in Enav, oggi accusato di corruzione per gli appalti ottenuti dalla sua impresa, la “Edilars”, con Sogei (società pubblica partecipata al 100 per cento dal Tesoro);

se siano corrispondenti al vero le notizie di stampa secondo cui il Ministro dell’economia sarebbe stato indotto da Lorenzo Cola, uomo del Presidente di Finmeccanica, a riconfermare Pierfrancesco Guarguaglini al vertice della holding;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per restituire trasparenza e credibilità alle nomine pubbliche, spesso frutto di ricatti, manipolazioni e totale assenza di trasparenza.

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Crisi economica-Borse

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02349
Atto n. 3-02349 (in Commissione)

Pubblicato il 28 luglio 2011
Seduta n. 590

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

la crisi sistemica, generata dall’avidità dei banchieri e dall’evidente collusione delle autorità vigilanti con banche e banchieri di affari e delle agenzie di rating, a parere dell’interrogante ha messo in mezzo ad una strada ben 32 milioni di famiglie che hanno perso il posto di lavoro; il Senato ha approvato alcune mozioni per un nuovo ordine monetario e regole di vigilanza più ferree e pregnanti, mentre la Camera dei deputati ha approvato il 27 luglio 2011 una risoluzione che chiede al Governo di ”contrastare in sede di Unione europea comportamenti (…) sostanzialmente riconducibili ad ipotesi di aggiotaggio o simili, tra i quali alcuni recentemente posti in essere dalle agenzie di rating, suscettibili di alterare l’equilibrio e di destabilizzare i mercati finanziari e di incidere sulle condizioni di collocamento del debito, eventualmente sottoponendo la questione alla neocostituita European Securities Market Authority (Esma)”, cui è affidata l’azione di vigilanza; far introdurre nelle normative Ue ”efficaci ed effettivi meccanismi di responsabilizzazione delle agenzie di rating nel caso in cui le loro valutazioni sugli emittenti risultino scorrette o gravemente viziate, e prevedere, nel caso in cui le loro decisioni e i loro comportamenti non siano ispirati al rispetto di doverose regole di deontologia professionale, puntuali misure sanzionatorie di carattere pecuniario”. Infine il Governo dovrà agire affinché l’Unione europea istituisca “un’agenzia di rating creditizio pubblica e indipendente, al fine di controbilanciare il potere delle tre maggiori agenzie di rating e di migliorare il livello di concorrenza nel mercato dei servizi di rating, il quale è invece connotato da una pericolosa condizione di sostanziale oligopolio”;

in un articolo pubblicato su “il Fatto quotidiano” del 27 luglio 2011 dal titolo: “Borse, sul caos mercati, la minaccia della finanza ombra” Andrea Di Stefano afferma che «gli attacchi speculativi sono riconducibili al mondo delle cosiddette borse alternative. Una sorta di finanza ombra ove si possono negoziare grandi quantitativi di azioni senza che nessuno riesca a vedere i prezzi intermedi della contrattazione. Gli attacchi che stanno investendo mercati azionari e obbligazionari italiani hanno un mandante: la finanza ombra che ha letteralmente stravolto il sistema economico mondiale e che rischia di produrre danni incalcolabili. Ogni giorno le cronache registrano il ruolo della speculazione nell’andamento altalenante sia dell’indice di Piazza Affari sia dei prezzi dei titoli obbligazionari dai quali dipende il famoso spread, cioè la differenza dell’interesse pagato sui titoli di Stato decennali italiani rispetto a quelli della Germania. La volatilità, cioè l’incredibile altalena che porta le borse a crescere di due punti percentuali per perderne il giorno dopo due o tre, trae origine diretta dalle piattaforme di contrattazione lanciate dalle grandi banche e operanti nel segmento over the counter, cioè completamente non regolamentato. Per capire di che cosa stiamo parlando basta qualche dato: durante il lunedì nero dell’11 luglio scorso ad esempio, sul Chi-X (mercato parallelo gestito dalla banca d’affari giapponese Nomura) per il titolo Intesa SanPaolo sono passati di mano oltre 80 milioni di pezzi, rispetto ai 300 circa di piazza Affari (quasi il 30% di quanto scambiato dal titolo in Borsa Italiana); aggregando anche altre piattaforme alternative (in gergo chiamate MTF) come Bats e Turquoise, il valore si avvicina al 50%. Per Unicredit la quota scambiata sui mercati alternativi è risultata nella giornata di lunedì prossima al 25% di quanto fatto in Borsa. In gergo queste piattaforme sono chiamate “dark pools” (pozze scure): si tratta di borse alternative dove si possono negoziare grandi quantitativi di azioni senza che nessuno riesca a vedere i prezzi intermedi della contrattazione. Si vede solo il prezzo finale, quando i giochi sono fatti. E qui la speculazione, soprattutto quella ribassista, impazza con effetti incontrollabili. L’associazione che raggruppa gli operatori specializzati in questo settore (Isda, International Swaps and Derivatives Association) si sta battendo contro qualsiasi nuova normativa che possa frenare il boom di attività su queste piattaforme che oltre che opache sono il terreno di caccia dell’high frequency trading, l’uccelliera dove il cacciatore spara raffiche di palline utilizzando sistemi informatizzati basati su astrusi algoritmi con l’obiettivo di comprare e vendere decine di milioni di pezzi di un titolo per la durata di un battito di ciglia per realizzare utili giganteschi»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che gli OTC (over the counter) scambiati sui mercati non regolamentati abbiano raggiunto la cifra di 630 miliardi di dollari, oltre 12 volte il Prodotto interno lordo del mondo che misura la fatica degli uomini;

se sia vero che durante il lunedì nero dell’11 luglio 2011, sul Chi-X per il titolo di Intesa Sanpaolo sono passati di mano oltre 80 milioni di pezzi, rispetto ai 300 circa di piazza Affari che aggregando anche altre piattaforme alternative, il valore si avvicina al 50 per cento del titolo bancario oggetto di speculazione;

se risponda al vero che i titoli Unicredit, scambiati sui mercati alternativi sempre nella giornata di lunedì 11 luglio, si siano avvicinati al 25 per cento dei titoli scambiati sui mercati ufficiali in borsa, e che tali piattaforme, denominate in gergo “dark pools” (pozze scure), possano essere negoziate su borse alternative dove passano grandi quantitativi di azioni senza che nessuno riesca a vedere i prezzi intermedi della contrattazione, eccezion fatta per il prezzo finale, dando fiato alla speculazione, specie quella ribassista per abbattere il valore dei titoli e ricomprare a prezzi artificiosamente sviliti;

quali ragioni inducano i Governi a non contrastare le proposte dell’Isda (International Swaps and Derivatives Association), l’associazione che raggruppa gli operatori specializzati in questo settore, che si sta battendo contro qualsiasi nuova normativa che possa frenare il boom di attività su queste piattaforme che, oltre che opache, sono il terreno di caccia dell’high frequency trading, l’uccelliera dove il cacciatore spara raffiche di palline utilizzando sistemi informatizzati basati su astrusi algoritmi con l’obiettivo di comprare e vendere decine di milioni di pezzi di un titolo per la durata di un battito di ciglia per realizzare utili giganteschi;

quali iniziative urgenti il Governo intenda attivare per evitare che la creazione del denaro dal nulla mediante swap e derivati possa essere nociva all’economia reale e danneggiare risparmiatori e famiglie.

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Parentopoli Consob- Dott. Luigi Spada

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05714
Atto n. 4-05714

Pubblicato il 27 luglio 2011
Seduta n. 588

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

è giunto all’interrogante un esposto intitolato “Brogli alla Consob per le promozioni relative all’anno 2009″, che è stato oggetto dell’atto di sindacato ispettivo 4-03483, riguardante le assunzioni e gli avanzamenti di carriera all’interno della Consob, durante il 2009, l’ultimo anno della gestione, a giudizio dell’interrogante scandalosissima, di Lamberto Cardia, che ha generato un sistema di parentopoli con assunzioni clientelari degli elementi peggiori, per i quali sono state costruite carriere dorate nei posti chiave tramite concorsi interni probabilmente pilotati;

nel dettagliatissimo esposto, vengono trasmessi gli elenchi dei dipendenti promossi al fine di dimostrare, per l’ennesima volta, il grado di degrado, di lottizzazione e di favoritismo esistente all’interno della Consob, guidata dall’ex presidente Cardia preoccupato solo di ottenere la proroga della proroga del suo mandato perché solo così potrà continuare ad “interagire” con le banche e le società quotate per “convincerle” a conferire incarichi di consulenza al figlio Marco, semplice avvocato. Valga per tutti l’esempio della Banca Popolare di Lodi che ha stipulato con il rampollo Marco Cardia un contratto biennale per la cifra di 250.000 euro annui;

nel suddetto esposto vengono elencati i nomi dei dipendenti che sono stati promossi insieme al nome delle persone che li avrebbero favoriti;

nel lungo atto di sindacato ispettivo venivano riportati fatti, nomi e circostanze di assunzioni per chiamata diretta, concorsi interni di stabilizzazione ed avanzamenti di carriera che destano sospetti alla Consob, suffragate da relative delibere;

in data 16 luglio 2010, il quotidiano “l’unità”, con un lungo articolo a pag. 31 firmato da Bianca Di Giovanni intitolato: «”Parentopoli” anche alla Consob. Un esposto attacca la gestione Cardia», dava conto dell’atto di sindacato ispettivo dell’interrogante, segnalando correttamente l’eventualità di “polpette avvelenate” per offrire ai lettori ampia libertà di giudizio;

in data 17 luglio 2010, con una lunga lettera pubblicata a pag. 32 de “l’unità” indirizzata al direttore del quotidiano, Vittorio Conti, Presidente vicario della Consob, affermava con sicumera da veggente «che l’esposto è anonimo. Di esposti di questo tipo ne sono arrivati parecchi in Consob nel corso degli ultimi anni, in coincidenza con gli avanzamenti di carriera del personale. Sono esposti che contengono falsità, con elementi che possono configurarsi come calunnia e diffamazione del personale della Consob. (…) Lascio ai vostri lettori ogni valutazione sulla pratica di costruire interrogazioni parlamentari in base ad esposti anonimi. Auspico che l’autorità giudiziaria possa fare piena luce sulla genesi dell’esposto»;

negli ultimi anni coincidenti con la gestione Cardia e del vicario “onnisciente” signor Conti, si è registrata una lunga catena di crac finanziari ed industriali di società quotate quindi soggette alla vigilanza della Commissione, da Parmalat a Cirio, da Giacomelli a Lehman Brothers, da Eutelia, con distrazione di denaro nelle periferie londinesi, al gruppo Burani, passando per le scalate estive dei “furbetti del quartierino” oggetto di articolati processi giudiziari che hanno ridotto sul lastrico centinaia di migliaia di risparmiatori e messo in mezzo ad una strada decine di migliaia di lavoratori, ad opinione dell’interrogante senza che la Consob abbia effettuato una minimale attività di prevenzione;

a giudizio dell’interrogante la Consob quindi, invece di effettuare tutele preventive su società quotate che gestiscono il pubblico risparmio, sembra che abbia tessuto rapporti “incestuosi” con le aziende vigilate per finalità privatistiche del signor Cardia che, non avendo ottenuto l’agognata proroga, è riuscito ad aggiudicarsi una dorata poltrona alle Ferrovie dello Stato dal Governo come ricompensa per l’opera svolta secondo l’interrogante contro diritti ed interessi di piccoli azionisti e risparmiatori;

considerato che a quanto risulta all’interrogante:

il dottor Luigi Spada, sponsorizzato dal professor Spada, docente di diritto commerciale all’Università “La Sapienza” di Roma, è entrato alla Consob il 16 gennaio 1995 nella carriera esecutiva con la qualifica di “coadiutore”. La costruzione della sua carriera è iniziata al momento stesso dell’ingresso. Infatti, come risulta dalla delibera n. 9778 del 12 febbraio 1996, quando era ancora nella carriera esecutiva, con la qualifica di “coadiutore”, venne nominato segretario supplente della Commissione esaminatrice per l’abilitazione allo svolgimento dell’attività di negoziazione di valori mobiliari;

con delibera n. 13192 del 4 dicembre 2001 venne nominata una Commissione esaminatrice della selezione pubblica per l’assegnazione di 20 borse di studio presso le sedi di Roma e Milano e si trova ancora il coadiutore Luigi Spada;

con delibera n. 13373 del 14 febbraio 2002 è diventato funzionario di secondo livello e si è continuato a conferirgli incarichi per consentirgli di proseguire nella carriera. Infatti, come risulta dalla delibera n. 15726 del 9 gennaio 2007, ricoprì la carica di vice segretario del collegio di disciplina per il biennio 2006-2007;

dopo 3 anni e 6 mesi (periodo minimo previsto dal regolamento), si è presentato per la prima volta allo scrutinio per la qualifica di funzionario di primo livello ed è stato subito promosso (si veda la disposizione n. 11 del 12 aprile 2007). Inoltre, per rendere più sicura la successiva promozione, alla qualifica di condirettore, dopo qualche giorno dalla prima promozione, con delibera n. 15905 del 27 aprile 2007, venne nominato responsabile dell’Ufficio vigilanza ed albo intermediari e agenti di cambio. Senza contare poi che, anche nella nuova qualifica, continuarono a conferirgli incarichi, come per esempio quello di membro supplente della Giunta di scrutinio per la carriera operativa e dei Servizi generali per l’anno 2007;

considerato inoltre che:

un rappresentante di un’associazione dei consumatori, l’avvocato Paolo Polato, alcuni mesi fa inviava una lettera al dottor Spada, responsabile dell’Ufficio vigilanza e albo intermediari della Consob, per chiedere delucidazioni nell’ambito del calcolo delle perdite potenziali su mercati IDEM (Italian Derivatives Market) e il comportamento dell’intermediario nell’ipotesi che le perdite fossero pari al capitale di riferimento;

in particolare nella lettera si evidenziava che la lettura dell’art. 28 del Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, recepito nell’articolo 55 della delibera n. 16190 del 29 ottobre 2007, lascia aperti alcuni interrogativi e dubbi applicativi, anche in sede di applicazione giudiziaria dei suddetti precetti;

l’art. 28 del regolamento della Consob prevede che: “Gli intermediari autorizzati informano prontamente e per iscritto l’investitore appena le operazioni in strumenti derivati e in warrant da lui disposte per finalità diverse da quelle di copertura abbiano generato una perdita, effettiva o potenziale, pari o superiori al 50% del valore dei mezzi costituiti a titolo di provvista e garanzia”;

in una comunicazione (n. DI/90088209 del 98) la Consob aveva fornito, tra l’altro, una specifica precisazione: “Sui contratti derivati per i quali è previsto un sistema di margini ‘mark to market’, la comunicazione è dovuta una volta che la somma algebrica dei margini accreditati e addebitati, che riflette l’andamento economico delle posizioni aperte, ha determinato una riduzione del 50% del valore del capitale di riferimento”;

nella richiamata lettera si elencava una serie di possibili criteri, chiedendo al dottor Spada, al fine di determinare le perdite potenziali su derivati (opzioni su Mib) trattati su mercati regolamentati (IDEM), quale potesse essere tra quelli sotto elencati (o, eventualmente altri) quello da adottare: 1) si prende come riferimento la somma algebrica dei margini iniziali. Questi, calcolati secondo la metodologia TIMS, rappresentano il valore teorico di liquidazione e la perdita massima teorica; 2) si prende come riferimento la somma algebrica dei margini ordinari, che misurano la differenza tra il valore teorico di liquidazione (margini iniziali) ed il prezzo di chiusura giornaliero (mark to market). Si valuterebbe così la perdita massima ragionevolmente possibile; 3) si prende come riferimento la somma algebrica dei valori giornalieri del Mark to Market moltiplicati per le rispettive posizioni aperte; 4) si prende come riferimento la somma algebrica dei valori giornalieri del Mark to Market, moltiplicati per le rispettive posizioni aperte dopo averli depurati dei rispettivi importi (incassati o spesi) per aprire tali posizioni;

si richiedeva anche quale condotta dovesse tenere l’intermediario nell’ipotesi che le perdite effettive o potenziali fossero pari o superiori al capitale di riferimento indicato dall’investitore in contratto ed in particolare quale delle due fattispecie si dovesse applicare: 1) dovere di dare specifica comunicazione all’investitore ed invitarlo a ricostituire il capitale di riferimento e nel frattempo di bloccare ogni operatività e in denegata ipotesi procedere alla liquidazione dei derivati presenti in portafoglio; 2) nessun obbligo, ritenendo già assolto ogni suo onere informativo con la comunicazione al cliente dell’eventuale perdita che superi la soglia predeterminata nel contratto;

alla lettera non ha fatto seguito alcuna risposta del dottor Spada nonostante gli innumerevoli solleciti;

considerato che l’interrogante si domanda:

se il dottor Spada abbia le necessarie competenze per offrire chiarimenti ai quesiti delle associazioni e, in caso contrario, perché debba essere chiamato a ricoprire tale delicato incarico;

se all’interno della Consob non eserciti un’azione pressante e pervasiva, ad onta di indipendenza ed autonomia, la longa manus dei potentati economici, politici e di noti legali con i quali i commissari sembrano interagire attraverso la disponibilità a svolgere generose consulenze aziendali per primarie banche pur ricoprendo cattedre universitarie e posti pubblici,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quante siano state le assunzioni per chiamata diretta, per concorso pubblico nonché quali siano stati gli avanzamenti di carriera e la copertura di posti strategici di funzioni ad hoc da parte dei “predestinati”;

quali misure urgenti intenda attivare, nell’ambito delle proprie competenze, per restituire alla Consob quella credibilità interna ed internazionale messa a dura prova da una gestione a giudizio dell’interrogante tracotante ed illiberale a scapito dei diritti, della legalità e degli interessi lesi dei piccoli azionisti risparmiatori ed assicurati sempre più taglieggiati.

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Manovra finanziaria- Bolli deposito titoli

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02340
Atto n. 3-02340 (in Commissione)

Pubblicato il 27 luglio 2011
Seduta n. 588

LANNUTTI , GIAMBRONE – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

nell’ultimo decennio il fenomeno del “risparmio tradito” caratterizzato da crac finanziari ed industriali, ha coinvolto circa un milione di famiglie che hanno perduto parzialmente o totalmente il frutto del loro sudato risparmio, a quanto risulta all’interrogante spesso per precise responsabilità delle banche che hanno collocato bond “bidone” senza informare sul rischio dell’investimento. Un milione di famiglie coinvolte nella perdita del proprio risparmio (bond argentini, Cirio, Parmalat, Giacomelli, Lehman Brothers, eccetera) per un controvalore di 50 miliardi di euro. Fondi perduti non per una scelta di rischio consapevole, ma perché gli operatori finanziari e soprattutto le banche, in cui i risparmiatori avevano riposto piena fiducia, hanno consigliato strumenti finanziari descritti come “prodotti sicuri” che poi invece sono risultati rischiosissimi, come i bond argentini, dati ad oltre 450.000 famiglie, che hanno poi perso così in gran parte i due terzi dei risparmio affidato, in altri casi la totalità;

la storia del crac dell’Argentina è una storia dolorosa sia per il Paese sudamericano popolato in buona parte da immigrati italiani che hanno subito una crisi durissima, che per i risparmiatori italiani, indotti dai cattivi consigli delle banche ad investire la loro liquidazione o i propri sudatissimi risparmi, in obbligazioni che erano già state contrassegnate dal dissesto e che le banche hanno venduto in contropartita diretta, senza alcuna preventiva informazione sul rischio degli investimenti. I bond argentini sono come i Bot italiani, affermavano le banche nel vendere quei prodotti, addossando il rischio di un Paese già destinato al default dalle agenzie di rating e da banche internazionali che avevano emesso report su titoli “spazzatura”, all’insaputa dei compratori che fiduciosi acquistavano quei titoli perché consigliati dalle banche, trasferendo così dal portafoglio titoli degli istituti di credito masse di obbligazioni acquistate in precedenza ai portafogli delle famiglie, nel numero considerevole di 450.000 per un controvalore di 14,5 miliardi di dollari;

come riportato da un comunicato dell’agenzia Asca del 14 maggio 2010 l’Adusbef: «Gli interessi dei banchieri non coincidono mai con quelli dei risparmiatori ed utenti dei servizi bancari, come dimostra la storia dei bond argentini venduti, spesso fraudolentemente negli anni scorsi come sicuri a 450.000 famiglie per un controvalore di 14,5 miliardi di dollari, perché analoghi ai nostri titoli di Stato. Il sistema bancario italiano infatti, dopo aver offerto consigli degli acquisti dei tango bond a centinaia di migliaia di famiglie italiane orfane dei Bot per la caduta dei tassi di interesse anche quando già conoscevano l’imminente fallimento della Repubblica Argentina, a volte in contropartita diretta – come dimostrano le sentenze dei tribunali di condanna delle banche – per scaricare sui risparmiatori titoli presenti nel loro portafoglio, aveva voluto istituire e finanziare la Task Force Argentina (TFA), con la finalità di riparare agli errori e tutelare la clientela frodata. La TFA, l’associazione ideata dall’Abi e dalle banche presieduta dal dottor Nicola Stock ha raccolto le deleghe negli sportelli bancari di 180 mila obbligazionisti di titoli argentini in default, per un controvalore di 4,5 miliardi di dollari, con l’obbligo per gli aderenti di non chiamare le banche in giudizio e la promessa di un ricorso all’arbitrato internazionale ICSID, che a distanza di 5 anni dalla prima offerta pubblica di scambio (OPS) avvenuta nel 2005 deve ancora svolgere l’udienza a metà giugno 2010, solo per decidere se ha competenza giurisdizionale per questo ricorso. Mentre la nuova ed ultima proposta denominata Par, per sanare la situazione del mancato rimborso delle obbligazioni argentine andate in default nel lontano 2001, prevede un’offerta di 19 miliardi di dollari di tango bond ancora in circolazione, per quasi un terzo (6 miliardi di dollari) in mano ai risparmiatori italiani, dei quali 4,5 miliardi rappresentati dalla TFA con 180mila obbligazionisti, la Task Force dell’Abi ha valutato che la nuova offerta di swap proposta dalla Repubblica Argentina sarebbe peggiorativa, ma spetta agli obbligazionisti decidere se aderire o meno allo swap. In un comunicato che analizza i termini finanziari dell’offerta di swap sui 19 miliardi di debito ancora in circolazione, la TFA infatti non dà raccomandazioni ma si limita a riscontrare tecnicamente che “dai dati sopra riportati risulta quindi confermato quanto previsto dalle Legge della Repubblica Argentina 26547 (del 9 dicembre 2009) art. 3, ai sensi della quale “le condizioni ed i termini finanziari non potranno essere gli stessi o migliori di quelli offerti ai creditori nell’offerta del 2005”. Resta nell’autonomia decisionale dei singoli obbligazionisti ogni decisione sull’opportunità di aderire o meno alla nuova Ops”. Adusbef che ha ottenuto centinaia di sentenze di condanna delle banche nei Tribunali sui tango bond, consiglia di aderire all’offerta di swap dell’Argentina, che salvo proroghe, termina il 7 giugno 2010», e questo mentre banche, Abi e Tfa possono essere soddisfatte, perché dopo aver collocato bond “bidone” a 450.000 famiglie per 14,5 miliardi ed aver illuso 180.000 risparmiatori-clienti nel ricorso all’Icsid per prendere tempo e far scadere i termini prescrizionali del ricorso in Tribunale contro gli istituti di credito, hanno perfezionato la presa in giro verso gli utenti e le famiglie doppiamente truffate;

considerato che:

risulta all’interrogante che l’ultima manovra economica ideata dal Ministro dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti ed approvata “a tamburo battente” in una settimana, invece del “fissato bollato” che avrebbe colpito pesantemente i trader più attivi, società di intermediazione mobiliare e gli istituti di credito maggiormente specializzati in materia, ha istituito una patrimoniale sui risparmi, ancora più grave, per gli effetti più pesanti e duraturi del famigerato 6 per mille, una tantum sui depositi bancari e postali del Governo Amato nel 1992;

Beppe Scienza, professore di matematica all’Università di Torino ed autore di un fortunato libro intitolato: “Il risparmio tradito”, in un articolo pubblicato su “Affari & Finanza” del 25 luglio 2011, ha scritto: «Di per sé la soluzione per evitare il bollo sui depositi titoli ci sarebbe: sono gli estratti conto quadrimestrali. Infatti la manovra economica correttiva ha fissato l’ammontare maggiorato del bollo solo per gli invii mensili, trimestrali, semestrali e annuali, né contiene una disposizione generica in caso di diversa frequenza. È però chiaro che tale scappatoia sarebbe presto bloccata con un apposito intervento correttivo. Qualche correzione è comunque probabile. Per esempio il riferimento esplicito “al valore nominale o di rimborso”, anziché a quello di mercato, lascerebbe fuori alcune azioni e sopravaluterebbe le obbligazioni in default. Prendiamo però come un dato di fatto che la particolare imposta di bollo sui depositi titoli, ferma a 34,2 euro l’anno sotto i 50 mila euro, sale a 70 euro al superamento di questa soglia, quindi a 240 euro toccati i 150 mila euro di patrimonio, per attestarsi a 680 euro dai 500 mila euro in su. Con le stesse soglie passerà dal 2013 rispettivamente a 230, 780 e 1.100 euro l’anno. Un’aliquota a saliscendi. La prima critica sollevata al riguardo è che si tratta di un’imposta neppure proporzionale, ma addirittura regressiva. Che cioè diminuisce in percentuale al crescere dell’imponibile. Questo cozza con l’articolo 53 della Costituzione, secondo cui “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. In realtà ciò è indiscutibilmente vero per i patrimoni oltre i 500 mila euro. Non sotto quella soglia, dove appare piuttosto come un’imposta a zig zag. C’è un abuso di grafici che danno solo l’illusione di spiegare le cose, ma in questo caso nulla meglio di un grafico come quello in pagina, del tutto inedito, che evidenzia l’andamento a saliscendi dell’aliquota effettiva di tale imposta. Tutto questo appare assurdo o, per dirla in modo più blando, fortemente incoerente. Non stupisce che anche le conseguenze operative, che è opportuno trarre, abbiano un che di curioso. Si è spesso letto, intercalato a pubblicità redazionale per i fondi comuni, che i risparmiatori concentreranno in un unico conto i loro titoli per ridurre il bollo complessivamente dovuto. In realtà non sempre questa è la scelta più opportuna. Lo è magari per chi abbia più conti tutti superiori al mezzo milione di euro. Meglio due dossier. Ma per patrimoni inferiori o anche un po’ superiori a tale cifra può convenire addirittura il contrario, ovvero spezzare il patrimonio in due o più depositi. Attualmente per esempio con 170 mila euro di titoli si verrebbero a pagare 240 euro l’anno, mentre con due depositi da 140 e 30 mila euro solo 104 euro complessivi. Sono 135 euro in meno; e le commissioni di amministrazione di un deposito titoli aggiuntivo sono di regola minori. Ancora più forte appare il risparmio dopo i diciotto mesi iniziali, anche se politicamente e finanziariamente il 2013 è molto distante. Non ci sarebbe cioè da stupirsi nel caso di modifiche non solo degli importi ma della stessa normativa nel suo complesso. Ma in base alla legge in vigore ripartendo opportunamente quello stesso patrimonio in due conti si risparmierebbero ben 515 euro l’anno. E ci si può sbizzarrire a trovare altri casi analoghi. Qui gioca un fatto, a quanto mi risulta generalmente ignorato. Dove infatti la norma appare ritagliata sui ricchi è proprio nel passaggio dal periodo transitorio 2011-12 al 2013. Rincareranno infatti nell’ordine del 225% i bolli per i patrimoni nella fascia 50-500 mila euro, ma solo del 63% per chi possiede mezzo milione o più di euro»;

a quanto risulta all’interrogante, i depositi titoli che contengono “carta straccia” come valore nominale, ossia azioni, quali per esempio Alitalia e/o altre aziende fallite o obbligazioni in default, quali ad esempio Lehman Brothers o tango bond, possono essere stimate in circa 500.000, che è come dire 500.000 famiglie che oltre ad aver subito la truffa dei risparmi volatilizzati per precise responsabilità delle banche, subiscono una vera e propria beffa da parte di un Ministro dell’economia che impone l’inasprimento dei bolli sui depositi, a prescindere se contengono titoli validi oppure quelli andati in fumo,

si chiede di sapere:

se il Governo abbia valutato, nell’introduzione dell’imposta di bollo che per il biennio 2011-2012 passerà dagli attuali 34,20 euro a 120 euro, con un aumento del 250,88 per cento dei costi fissi per gli investitori, mentre dal 2013, in occasione di un ulteriore balzello del bollo, verrà fatta la distinzione sul valore complessivo del deposito, facendo pagare 150 euro a chi avrà titoli o azioni in custodia fino a 50.000 euro, le situazioni descritte di risparmi “carta straccia” custoditi ma volatilizzati e diventati oggetto di bollo sul valore facciale;

se sia a conoscenza che l’inasprimento dei bolli che nel 2013, rispetto ai valori attuali, subiranno incrementi da un minimo del 338,60 per cento a un massimo del 1.011,11 per cento, con un gettito previsto del tributo pari a 721 milioni nel 2011, 1,3157 miliardi nel 2012, 3,5813 miliardi nel 2013 e 2,4 miliardi a partire dal 2014, colpirà anche i risparmiatori che sono già costretti a pagare custodie titoli su risparmi depositati che non hanno alcun valore;

se risponda al vero che i depositi titoli dei conti correnti aperti presso Banco Posta non siano stati colpiti dalla patrimoniale mascherata sul risparmio e sui risparmiatori;

se abbia valutato l’impatto negativo che tale patrimoniale mascherata potrebbe avere sulle aste dei titoli pubblici, già in gravissima sofferenza a causa della crisi sistemica e dei report, a giudizio dell’interrogante spesso fasulli delle agenzie di rating, resi pubblici ad orologeria per alimentare la speculazione finanziaria;

per quale ragione il Ministro in indirizzo, invece di far gravare i costi della manovra sul “fissato bollato” che avrebbe colpito pesantemente i trader, le società di intermediazione mobiliare e gli istituti di credito maggiormente specializzati in materia, abbia ritenuto preferibile l’istituzione una patrimoniale sui risparmi, ancora più grave, per gli effetti più pesanti e duraturi del famigerato 6 per mille, una tantum sui depositi bancari e postali del Governo Amato nel 1992;

se il Governo abbia considerato che, facendo richiesta di invio di estratti conto quadrimestrali, i consumatori potrebbero evadere il pagamento dei nuovi e più pesanti tributi;

quali misure urgenti di competenza intenda attivare per evitare che siano sempre gli stessi, ossia i risparmiatori truffati e le famiglie, a pagare i costi della crisi sistemica generata dalle banche di affari ed agenzie di rating che continuano ogni giorno a portare un pesante attacco speculativo sui titoli di Stato ed al mercato azionario.

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Baronie universitarie- prof.Fraioli-prof.Vagnozzi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05718
Atto n. 4-05718

Pubblicato il 27 luglio 2011
Seduta n. 589

LANNUTTI – Ai Ministri della salute e dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

in un precedente atto di sindacato ispettivo (4-05282) l’interrogante denunciava lo scandalo delle baronie delle Università italiane con figli, mogli e parenti che occupano le cattedre, concorsi pilotati dove non vincono i “migliori” ma i figli di papà raccomandati;

si evidenziava particolare il caso del la cattedra di Neurochirurgia dell’Università di Roma “Tor Vergata”, diretta dal professor Bernardo Fraioli, che ha tra i suoi assistenti il proprio figlio Mario, recentemente specializzatosi in neurochirurgia presso la Scuola di specializzazione di Tor Vergata da lui stesso diretta, ed immediatamente dopo ciò risultato vincitore di un concorso per ricercatore universitario di neurochirurgia appunto;

nella stessa scuola di specializzazione da lui diretta, il professor Fraioli, oltre al figlio, chiama anche la moglie, dottoressa Baldassarre, che così diventa la professoressa Baldassarre;

era voce insistente negli ambienti del Policlinico di Tor Vergata che il Fraioli figlio fosse l’unico specializzando del proprio corso ad operare con assoluta regolarità – a differenza dei suoi colleghi, impiegati di regola per compiti di segreteria o per accompagnare i malati in barella -, e non raramente le attività chirurgiche dei Fraioli, padre e figlio, venivano svolte in camera operatoria a porte chiuse;

l’attività scientifica della cattedra è di bassissimo profilo. In compenso però il Fraioli invierebbe con assoluta regolarità dei malati di tumori operati presso il Policlinico di Tor Vergata ad effettuare il ciclo di radioterapia presso il CIRAD, centro di radioterapia privato ubicato in una villetta del quartiere Montesacro e, a quanto risulta, di proprietà dello stesso Fraioli e dei suoi figli;

in particolare la CIRAD Srl gestisce una struttura privata specializzata in radioterapia, radiochirurgia stereotassica, oncologica, neurologia, neurochirurgia e neurochirurgia funzionale convenzionata con l’Università di Tor Vergata;

la clinica registra un numero elevato di pazienti provenienti dalle strutture ospedaliere e, a quanto risulta all’interrogante, soprattutto dall’Università di Tor Vergata. Da circa un anno la Casa di cura dispone inoltre di un servizio di fisiatria e di oncologia medica anche essi affidati a docenti di Tor Vergata. Stando a quanto risulta all’interrogante, secondo lo schema usuale, il paziente “reclutato” presso la Divisione di neurochirurgia verrebbe inviato per i trattamenti chirurgici e radioterapici alla Casa di cura che provvede anche al trattamento fisioterapico;

il rappresentante legale della struttura è uno dei figli del professor Bernardo Fraioli, il quale è contemporaneamente anche primario della Divisione di neurochirurgia dell’Università di Tor Vergata. Il Centro è diretto dalla figlia Chiara, specializzatasi in radioterapia presso Tor Vergata. Il Fraioli dirige la cattedra di neurochirurgia di Tor Vergata dall’anno 2001, quando fu nominato appunto direttore in seguito alla prematura scomparsa del suo predecessore, professor Renato Giuffrè;

pertanto il professor Fraioli, dipendente universitario e del Servizio sanitario nazionale, invierebbe i pazienti a se stesso per i trattamenti del caso. Così, ogni anno passano per la Casa di Cura oltre 1.000 pazienti; il 70 per cento di essi provengono da Tor Vergata;

dal 2001 in poi il Fraioli avrebbe “convinto” tre docenti di provata esperienza ad abbandonare la cattedra, con un conseguente evidente danno in termini di attività sia clinica che di ricerca, ma anche con l’evidente risultato di favorire l’ingresso del più giovane degli attuali docenti, cioè il figlio;

considerato che a quanto risulta all’interrogante:

in seguito alle suddette affermazioni contenute nel richiamato atto di sindacato ispettivo, il professor Fraioli scriveva al Rettore dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata contestando ogni parola di quelle denunciate e ritenendosi, a suo giudizio, accusato per cose che non avrebbero alcun fondamento;

fra le varie puntualizzazioni il professor Fraioli contesta l’accusa rivoltagli di aver “convinto” nel 2001 tre docenti di provata esperienza ad abbandonare la cattedra;

a riprova di quanto affermato in riferimento ai tre docenti l’interrogante riporta il caso del professor Roberto Vagnozzi che nel 2001 diventava oggetto delle manovre del professor Fraioli attraverso lettere indirizzate al Rettore e al Preside dell’Università degli Sudi di Roma Tor Vergata e al direttore Generale dell’Azienda sanitaria locale al fine di destrutturarlo dalla Divisione di Neurochirurgia dell’Ospedale S. Eugenio afferente alla cattedra di Neurochirurgia dell’Università di Roma Tor Vergata adducendo vari pretesti infondati;

per la precisione nella lettera il professor Fraioli: imputava al professor Roberto Vagnozzi la mancanza dell’esperienza neurochirurgica minima necessaria; dava il suggerimento alla direzione di trasferirlo nel settore disciplinare BIO/09 fisiologia che secondo il professor Fraioli sarebbe il settore che egli predilige e nel quale di fatto ha lavorato; riteneva che Vagnozzi, essendo sempre stato assorbito dal lavoro sperimentale di laboratorio avrebbe sì raggiunto apprezzabili risultati di ordine neurofisiologico, ma non l’esperienza neurochirurgica minima necessaria per essere strutturato in una Divisione di Neurochirurgia; sosteneva di aver tentato di motivare il professor Vagnozzi dicendogli di avere intenzione di “recuperarlo” come neurochirurgo, visto che aveva eseguito solo 12 interventi neurochirurgici, e, di conseguenza, di avergli assegnato l’esecuzione di due interventi semplici che egli ha eseguito correttamente;

la lettera del professor Fraioli al Rettore conclude dicendo che il risultato di tutto questo è che la Divisione di Neurochirurgia da lui diretta si trova ad avere un neurochirurgo, il professor Vagnozzi, che non opera e che non è inseribile in un Servizio di guardia specialistica;

in riferimento alla suddetta lettera del professor Fraioli, risulta all’interrogante il professor Vagnozzi ha ritenuto opportuno precisare quanto segue: dopo aver frequentato l’Istituto di Neurochirurgia dell’Università di Roma “La Sapienza” dal 1975, con il professor Guidetti prima e con il professor Cantore poi, nel 1987 ha chiesto il trasferimento presso l’Università degli Sudi di Roma Tor Vergata con strutturazione all’Ospedale S. Eugenio. Le iniziali difficoltà di inserimento della Neurochirurgia nell’ospedale sono ben note e testimoniate dall’esiguo numero di interventi (circa 300 nei primi cinque anni). Ciononostante, il professor Vagnozzi aggiunge che sono sempre state garantite non solo le guardie specialistiche, ma egli e i suoi colleghi hanno assicurato anche i turni delle guardie di chirurgia generale del pronto soccorso. Con il passare degli anni, pur essendo migliorata la situazione logistica, non è aumentata la disponibilità delle sale operatorie. Un solo giorno a settimana per un gruppo composto, allora, da quattro strutturati più dieci specializzandi; a cui si aggiunse nel 1991 il professor Fraioli. Visto l’esiguo numero di interventi di elezione a cui si poteva aspirare e in considerazione del fatto che l’interesse del professor Vagnozzi fin dal 1980 si era diretto verso la traumatologia cranica (Cattedra di Neurotraumatologia diretta dal professor Cantore dal 1978 al 1984, soggiorno presso uno dei più importanti centri di Neurotraumatologia degli Stati Uniti, Richmond in Virginia diretto dal professor Becker nel 1982), d’accordo con il professor Giuffrè cominciò, nel 1990, ad organizzare un laboratorio di Neurochirurgia sperimentale in cui elaborare dei modelli di trauma cranico per studiarne gli aspetti fisio-patologici prima e l’applicazione clinica in seguito; tale laboratorio è stato inoltre luogo di addestramento per numerosi specializzandi. Nello stesso tempo, su proposta del professor Giuffrè, il professor Vagnozzi entrò a far parte del gruppo di studio di traumatologia cranica della Società italiana di neurochirurgia. Pur senza tralasciare mai l’impegno assistenziale (guardie, reparto, camera operatoria, ambulatorio), l’attività di ricerca del professor Vagnozzi è stata ricca di soddisfazioni tanto da portare ad una collaborazione, sul piano sperimentale e clinico, con centri neurochirurgici di prestigio quali quello del Medical College of Virginia e quello dell’Università. di Verona. Proprio gli ultimi lavori pubblicati testimoniano sia come sia stato possibile trasferire con successo i dati ottenuti dal modello sperimentale sul paziente traumatizzato, sia la fattiva collaborazione di quattro diverse Università (Roma “Tor Vergata”, Verona, Catania, Richmond);

il professor Vagnozzi, pur non potendo negare le affinità culturali e la stima che lo legano alle scienze di base (fisiologia e biochimica in particolare) e ai Professori che le rappresentano, ritiene che sia evidente dai contenuti dei suoi lavori e dalle riviste su cui sono stati pubblicati che oggetto delle sue ricerche sono argomenti di neurochirurgia e neurotraumatologia nei loro aspetti sperimentali e clinici e gli dispiace notare che il professor Fraioli ritenga i suoi studi di Neurofisiologia considerato che di alcuni lo stesso Fraioli è il coautore;

il professor Vagnozzi, prendendo inoltre in considerazione alcuni punti in particolare della lettera del professor Fraioli, ritiene opportuno far notare che dei 1.945 interventi eseguiti fino al dicembre 2000 solo 418 sono di “valenza maggiore” per attenersi ad una definizione del professor Fraioli. Di questi 345 cranici e 73 spinali (32 l’anno). Se si considera che i chirurghi strutturati erano cinque, a cui vanno aggiunti dieci specializzandi, i numeri parlano da soli. Dei 345 interventi cranici maggiori il professor Fraioli ne ha eseguiti 70 (7,7 l’anno); dei 73 spinali 12 (1,3 l’anno) per un totale di 9 interventi neurochirurgici maggiori l’anno (neanche 1 al mese). Questo a conferma della difficoltà di accesso alle patologie “maggiori” anche da parte del professor Fraioli, chirurgo di sicura esperienza (evidentemente maturata altrove). A questi numeri vanno doverosamente aggiunti 142 tra interventi e reinterventi eseguiti per via transfenoidale tutti personalmente dal professor Fraioli che sfortunatamente non ha trovato in nessuno del gruppo medico un degno discente;

il professor Vagnozzi aggiunge che per quanto riguarda il “tentativo di recupero” operato dal professor Fraioli nei suoi confronti deve dire che i due pazienti assegnatigli erano in realtà due pazienti visitati dallo stesso professor Vagnozzi nell’ambulatorio del S. Eugenio e da lui fatti ricoverare;

il professor Fraioli in una lettera inviata al Magnifico Rettore e al Preside (prot. n. 05/2000) ha ben illustrato i criteri di assegnazione degli interventi. Nella stessa si legge che il Neurochirurgo strutturato I° operatore viene scelto in base al giudizio che il sottoscritto ha maturato sulla sua capacità operatoria di aiutare quel paziente. Allora viene da domandarsi come mai, nonostante il professor Fraioli abbia ammesso che gli interventi siano stati dal professor Vagnozzi eseguiti correttamente, non abbia ritenuto opportuno affidargliene altri (per lo meno della stessa valenza). Molto probabilmente questo non è il vero problema. Il professor Vagnozzi non vede come le sue capacità chirurgiche possano influire sulla mancata convocazione alle ultime riunioni della Scuola di specializzazione di cui fa parte, esami e tesi finale compresi e non vede altresì come le stesse possano esimere il professor Fraioli dal proporlo quale membro interno di almeno uno dei due concorsi di ricercatore banditi per il settore disciplinare MED27, pur essendo l’unico della Cattedra con i requisiti necessari, e preferire invece docenti di altre Università;

di seguito, un anno dopo, il professor Fraioli scriveva al professor Vagnozzi che, in vista dell’apertura del Dipartimento clinico di neuroscienze presso il Policlinico di Tor Vergata, era necessario che lui desse il suo assenso circa la partecipazione ai soli turni di guardia dipartimentale;

di conseguenza il professor Vagnozzi rispondeva con una lettera al professor Fraioli in cui asseriva che, facendo riferimento alla precedente lettera dove si poteva leggere della necessità che il professor Roberto Vagnozzi si destrutturasse dalla Divisione di Neurochirurgia per mancanza dell’esperienza minima necessaria e che la Divisione di Neurochirurgia si trova ad avere un neurochirurgo che non opera e che non è inseribile in un Servizio di guardia specialistica, era alquanto curioso che oggi gli si chiedesse di entrare in un turno di guardia specialistica neurochirurgica pena la non strutturazione. Il professor Vagnozzi non vedeva con quale spirito di reciproca fiducia potesse cominciare questa collaborazione e soprattutto con quale vantaggio per i pazienti;

il professor Vagnozzi evidenziava che il professor Fraioli sapeva benissimo di cosa si era interessato in questi ultimi dieci anni: edema cerebrale, pressione intracranica, alterazioni del metabolismo cerebrale nel trauma cranico e nell’insulto cerebrale in genere, sia sperimentalmente che nell’applicazione clinica, come testimoniano i lavori pubblicati su riviste internazionali, la partecipazione a Congressi dal 1992 ad oggi, e la sua proposta di afferire ad una sezione di terapia sub-intensiva neurochirurgica fatta in una lettera del 22 ottobre 2001 di cui non si parlava più. Pertanto, questo era il contributo che il professor Vagnozzi poteva portare al reparto di prossima apertura e di questo il professor Fraioli si sarebbe dovuto rendere portavoce con il professor Bernardi, nella speranza che il Dipartimento clinico di Neuroscienze da lui diretto potesse trovare utili le sue conoscenze;

il professor Vagnozzi asseriva che, d’altra parte, la sua eventuale mancata strutturazione completa concludeva un iter coinciso con l’avvento del professor Fraioli alla direzione della cattedra. Iter iniziato il 14 febbraio 2001 con un intervento del professor Fraioli al Consiglio di Dipartimento di Neuroscienze, proseguito con la sostituzione del professor Vagnozzi dall’insegnamento di Neurotraumatologia alla Scuola di specializzazione in neurochirurgia (insegnamento da lui tenuto dall’istituzione della Scuola fino a quando il professor Giuffrè ne è stato direttore, cioè per 11 anni) e conclusosi con la lettera di richiesta di destrutturazione dal reparto di Neurochirurgia dell’Ospedale S.Eugenio;

nel febbraio 2002 il professor Vagnozzi veniva destrutturato,

si chiede di sapere:

se, anche alla luce delle obiezioni del professor Fraioli fatte pervenire ai vertici dell’Università di Tor Vergata circa le affermazioni contenute nell’atto di sindacato ispettivo 4-05282, il Governo intenda acclarare la veridicità di quanto richiamato in premessa;

se non ritenga che quanto precisato dal professor Vagnozzi, uno dei tre docenti spinti a lasciare la propria cattedra, non sconfessi quanto sostenuto dal professor Fraioli e di conseguenza quali iniziative di propria competenza intenda adottare al fine di riportare nelle università italiane la meritocrazia necessaria per garantirne le eccellenze, anche con la finalità di restituire speranza a moltissimi giovani meritevoli costretti ad espatriare pur di non subire un vero e proprio mobbing professionale dai baroni che si appropriano spesso di strutture pubbliche per coltivare interessi privati.

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San Raffaele Fondi neri – Politici -CL

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05697
Atto n. 4-05697

Pubblicato il 26 luglio 2011
Seduta n. 587

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e della salute. -

Premesso che:

i giornalisti Mario Gerevini e Simona Ravizza sul “Corriere della Sera” riportano che a Lugano, in Svizzera, «c’è una società, la Iuvans International, che da anni intratterrebbe ambigui rapporti d’affari con il San Raffaele attraverso Pierangelo (detto Piero) Daccò»;

Daccò, sempre secondo quanto scrivono i due cronisti, «attivo nel settore sanitario, avrebbe il ruolo di ufficiale di collegamento tra l’ospedale milanese e un gruppo di manager e politici della Regione Lombardia guidata dal governatore Roberto Formigoni». L’uomo, italiano con residenza a Londra, ufficio in Svizzera, casa a Sant’Angelo lodigiano (Lodi) e interessi in Cile, è un «ex fornitore di servizi di lavanderia per il Fatebenefratelli»;

Ravizza e Gerevini ricordano che «in un articolo del Corriere della Sera del 2001, dedicato alla Compagnia delle Opere, il braccio economico di Comunione e Liberazione (Cl), Daccò veniva descritto come “un amico di Cl che segue l’attività dell’Ordine del Fatebenefratelli”»;

nell’articolo si legge ancora che secondo quanto sostenuto dalle fonti ascoltate dal “Corriere della Sera”, il San Raffaele, fondato da don Luigi Verzé, «aveva rapporti economici con Daccò solo in quanto “espressione” di un determinato ambiente politico in grado di influenzare i bilanci del gruppo”. (…) le fonti affermano che i “vertici del San Raffaele quando trattavano con Daccò, cioè spessissimo, sapevano bene che lo svizzero era la longa manus degli uomini della Regione. Solo questo era il motivo dei rapporti”»;

a Lugano ha l’ufficio la Iuvans International, indicata dal San Raffaele come controparte in numerose transazioni finanziarie. Ma la Iuvans di Lugano altro non è che una succursale della Iuvans Bv olandese;

la Iuvans, società di consulenza, secondo quanto si scrive nel citato articolo, è “riconducibile” a Daccò, che ne gestiva la succursale fino a due anni fa insieme al consulente fiscale Rudy Cereghetti e alla società Zenco management;

Cereghetti nel 2010 venne coinvolto in un’inchiesta a Massa Carrara sul fallimento di un immobiliarista, «e finì in carcere per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e bancarotta fraudolenta». Più di recente a Cosenza gli è stata confermata «in secondo grado una condanna a 6 anni per riciclaggio»;

per quanto riguarda «l’altro soggetto che amministrava la Iuvans di Daccò», la Zenco management, questa viene definita «management company della Rocca & Partners Stichting in un documento della Sec», la Consob americana. La Rocca & Partners Stichting, scrive sempre il “Corriere”, è la fondazione olandese al vertice del gruppo della famiglia Rocca, proprietaria anche di uno dei più importanti gruppi ospedalieri privati, l’Humanitas, sempre di Milano;

c’è poi un’altra Iuvans, scrivono sul “Corriere”, italiana, che offriva servizi sanitari. Ma è fallita nel 2003. Portandosi dietro “qualche segreto”. «Prima del 2000, il proprietario della Iuvans Srl era Claudio Cogorno, uomo di sanità e di Cl nonché membro del consiglio direttivo della Compagnia delle Opere. Cogorno è rimasto socio per anni di Iuvans insieme a Daccò e a Roberto Sega, un medico vicino a Formigoni. Poi, prima che la società fallisse, il gruppetto girò le partecipazioni a una finanziaria olandese, la Expertisebureau di Rotterdam. Fine della Iuvans italiana. Nel frattempo partiva la Iuvans svizzero-olandese, quella delle presunte triangolazioni pericolose con il San Raffaele. Quando nacque, a Rotterdam, si chiamava Expertisebureau»;

ogni anno l’ospedale San Raffaele contratta con la Regione Lombardia il budget a disposizione per le cure da offrire ai cittadini lombardi. Sono i rimborsi per le prestazioni riconosciute dal Servizio sanitario nazionale. La cifra sfiora i 200 milioni di euro. È una somma che sale, poi, a 450 milioni di euro, con i soldi ottenuti per le cure oncologiche e tutte le terapie più gravi che vengono pagate extra budget (senza limiti di spesa);

complessivamente, invece, il fatturato del San Raffaele è di oltre 600 milioni di euro perché comprende le cure offerte ai malati che vengono dalle altre regioni d’Italia e quelle pagate dai pazienti di tasca propria. Ai finanziamenti versati sulla base dei Drg (ossia le tariffe di rimborso per le singole prestazioni) spesso negli anni il Ministero della salute e la Regione Lombardia hanno riconosciuto erogazioni a fondo perduto come una sorta di bonus per l’eccellenza dell’attività svolta nell’assistenza, nella ricerca e nella didattica (15 milioni di euro, per esempio, nel 2006 e nel 2007),

si chiede di sapere se, alla luce di quanto riferito dalla stampa circa gli affari tra Lugano e Rotterdam con Daccò molto attivo nel settore della sanità, tanto da ricoprire il ruolo di collegamento tra l’ospedale milanese e un gruppo di manager e politici della Regione Lombardia, il Governo sia a conoscenza dell’esistenza di fondi neri all’estero di cui beneficiano esponenti politici legati al faccendiere e di conseguenza quali iniziative intenda adottare al fine di garantire gestioni trasparenti lontane da fondi neri, mazzette ed altre utilità che danneggiano l’efficienza del Servizio sanitario nazionale.

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Incendio Stazione Tiburtina

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05698
Atto n. 4-05698

Pubblicato il 26 luglio 2011
Seduta n. 587

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

un incendio violento è scoppiato la mattina del 24 luglio 2011 intorno alle ore 4 nella centrale elettrica della stazione ferroviaria di Roma Tiburtina; le fiamme hanno reso difficile l’intervento dei Vigili del fuoco che solo dopo tre ore di operazioni sono riusciti ad entrare nelle sale dove è divampato il fuoco. Gravi conseguenze si sono avute sulla circolazione di tutto il traffico ferroviario nazionale e i disagi hanno riguardato non solo i treni diretti a Roma Tiburtina ma anche quelli soltanto di passaggio;

la prima ricostruzione parla di un incendio divampato a causa di un corto circuito nella sala relais della stazione, ovvero della centrale che opera sugli scambi dei binari, sui semafori e sul traffico dello scalo. La centrale è nuova e dalle Ferrovie fanno sapere che non c’è stato nessun elemento che potesse far prevedere ciò che è poi accaduto. Le operazioni dei Vigili del fuoco sono state ostacolate dalla sospensione dell’erogazione dell’acqua prevista nella zona a causa di lavori. Ulteriori problemi sono derivati dalla difficoltà ad accedere alla zona interessata dalle fiamme: secondo quanto dichiarato dal sindaco Alemanno l’incendio è stato domato ma permane molto fumo;

le Ferrovie dello Stato hanno invitato ad evitare di mettersi in treno qualora il viaggio preveda il passaggio per Roma Tiburtina e hanno anche comunicato che le problematiche andranno avanti per diversi giorni con la stazione che sarà soltanto di transito e non di arrivo e partenza treni. Trenitalia sta provvedendo a modificare gli orari dei convogli che saranno coinvolti nei disagi, che interesseranno anche i treni ad alta velocità. Per garantire il collegamento tra Nord e Sud del Paese, Trenitalia ha attivato due linee di passaggio, una per il trasporto regionale e una per i treni a media-lunga percorrenza, con una capacità per ognuna di loro di quattro treni all’ora. Ripercussioni ci sono state anche sul trasporto cittadino con la linea B della metropolitana di Roma che, dopo diverse ore di chiusura, è stata riaperta, nella sua totalità, tranne le fermate tra Monti Tiburtini e Castro Pretorio;

considerato che:

a giudizio dell’interrogante, il caos ferroviario che ha costretto a bivaccare nelle stazioni migliaia di viaggiatori è la diretta conseguenza di una gestione quantomeno negligente delle FS, presieduta da Lamberto Cardia, per l’assenza di un sistema di prevenzione, dato che, stando a quanto pubblicato da alcuni mass media, non ci sarebbe stato alcun sistema atto a segnalare lo scoppio dell’incendio né alcun piano di assistenza ai viaggiatori in balia del caos e della disinformazione;

secondo quanto riportato a caldo da alcuni giornali, a giudizio dell’interrogante probabilmente ispirati dalle FS, è stato cercato di addossare le gravissime negligenze, che in un Paese normale dovrebbe indurre più di un responsabile ad irrevocabili dimissioni, ad un attentato terroristico da parte dei gruppi “No Tav”, stante lo snodo di Roma Tiburtina come area di passaggio dell’Alta Velocità. Dopo la sdegnata smentita, altre fonti hanno parlato di non meglio identificati furti di rame, i cui effetti si svilupperebbero a giorni di distanza;

caos e disservizi per migliaia di viaggiatori non hanno indotto Moretti e Cardia, capi azienda, ad alcun cenno di autocritica, salvo l’annunciata istituzione dell’ennesima commissione di inchiesta che a giudizio dell’interrogante lascia il tempo che trova. La Procura di Roma ha aperto un’indagine;

a quanto risulta all’interrogante anche la linea Roma Termini-Fiumicino aeroporto, con un treno dal nome altisonante di “Leonard Express”, vera e propria gallina dalle uova d’oro per le FS, la cui tariffa è in costante aumento (è pari a 14 euro, ossia 0,50 centesimi per ognuno dei 28 chilometri), forse tra i più cari del mondo malgrado la qualità dei servizi offerti lasci a desiderare in ordine alla pulizia, puntualità, frequenza degli scippatori e che non ha alcuna attinenza con la stazione Tiburtina, ha subito ritardi, caos, cancellazioni ed un disservizio derivante dalla disorganizzazione che è, a quanto risulta, pari all’arroganza sempre presente nel “personale viaggiante”;

ad esempio, risulta che il treno non stop, senza interruzioni, che collega Fiumicino aeroporto a Termini, delle ore 20,08, del 25 luglio 2011, arrivato con 12 minuti di ritardo, è partito alle 20,30 senza che sia stata fornita alcuna notizia ai viaggiatori in attesa. L’altoparlante, invece di dare le doverose informazioni ai passeggeri, tra cui molti stranieri, diffondeva ad intermittenza di 5 minuti una litania in ordine all’incendio occorso a Tiburtina. Il capotreno decideva senza alcuna comunicazione doverosa che quel treno doveva effettuare fermate “compiacenti” a Ponte Galeria (ore 20,36), a Trastevere (20,55) e a Ostiense (20,58), diventando in tal modo un accelerato; ai reclami dei viaggiatori, il capotreno replicava che di fronte all’emergenza (non si sa bene a quale titolo, visto che non era affatto interessata dall’incendio la linea Roma-Fiumicino), potevano fare quello che volevano;

considerato che a giudizio dell’interrogante, dopo l’errore di nominare Cardia (volto ad assecondare logiche clientelari, essendo lo stesso privo di esperienza, anche minima nel settore dei trasporti e la cui incapacità nella gestione dei trasporti ferroviari pubblici è chiara, lampante e cristallina), il Governo dovrebbe riparare ad un errore con un ravvedimento operoso, sostituendo l’ex presidente Consob nelle molteplici consulenze con persone più qualificate,

si chiede di sapere:

per quale ragione, a fronte dell’ennesima negligenza, come dimostrato a Roma Tiburtina, il Governo non intenda sollecitare doverose dimissioni di Lamberto Cardia, presidente dell’azienda ferroviaria, beneficato da un contratto di 750.000 euro all’anno, ovvero sollevarlo immediatamente dall’incarico;

quali iniziative intenda assumere affinché siano chiamati a pagare i responsabili dei disagi subiti da migliaia di viaggiatori costretti a vere e proprie odissee, per l’incendio di origine non “doloso”, come invece avrebbero voluto dimostrare le “veline” interessate, ma certamente “colposo” per l’omessa prevenzione da parte degli strapagati manager delle Ferrovie;

quali misure urgenti di competenza intenda attivare, compresa l’individuazione del capotreno del treno delle ore 20,30 del 25 luglio 2011 partito da Fiumicino aeroporto che ha inteso speculare con i viaggiatori, facendo pagare una tariffa di 14 euro, rispetto a quella di 8 euro per Roma Tiburtina, imponendo un equo risarcimento per tutti i danni, morali e materiali inferti a migliaia di viaggiatori.

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Renata Polverini-Fiera del peperoncino

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05702
Atto n. 4-05702

Pubblicato il 26 luglio 2011
Seduta n. 587

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa (si veda, ad esempio, l’articolo pubblicato su “la Repubblica” il 23 luglio 2011) che il Presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, è arrivata con un volo della Protezione civile alla festa del peperoncino organizzata a Rieti dal consigliere Rai Guglielmo Rositani;

mentre il tema dei privilegi della politica torna di strettissima attualità, un giornalista de “il Fatto Quotidiano” tenta di chiedere lumi direttamente alla Polverini, che seccata risponde: “lei non troverà nessuna spesa che mi riguarda, nemmeno le cene, vada in bilancio a controllare”. Il cronista insiste e per tutta risposta Guglielmo Rositani lo minaccia: “vattene perché ti prendo a schiaffi”;

a questo punto, dopo l’energico rifiuto di qualsiasi spiegazione sul famigerato volo, sono iniziate a fiorire varie versioni, proprio da parte di alcuni dei protagonisti di questa vicenda che ha sollevato un polverone sulla governatrice;

sul citato articolo si legge «”Il volo l’ha pagato la presidente, di tasca sua”, sostiene Luciano Villani, presidente della Heliwest, la società che ha un appalto triennale con la Regione per il servizio di spegnimento degli incendi boschivi e che ha operato il volo di andata e ritorno da Roma a Rieti. “L’ha pagato una cordata di associazioni sponsor della Fiera del peperoncino”, precisa il comandante Marco Pavan, responsabile per il Lazio di Heliwest. “Qui alla Fiera cadiamo dalle nuvole: di questo elicottero proprio non ne sappiamo nulla”, ribattono da Rieti gli organizzatori dell’appuntamento enogastronomico. Dalla Regione, invece, continua un silenzio assoluto. Ufficialmente la presidente “non si interessa della faccenda”. L’ultima sua dichiarazione in merito è quella di due giorni fa, quando ha assicurato di non aver fatto “nessun uso improprio e di non gravare sul denaro pubblico”. E poi ha rilanciato nel suo stile: “Lo userò ancora se avrò bisogno di conciliare la mia presenza in più contesti”. Tutte queste versioni discordanti, però, non fanno altro che alimentare i sospetti e alzare una coltre di nebbia su un viaggio durato, raccontano dalla Heliwest, 54 minuti e costato «circa mille euro», racconta Pavan. In una vicenda volutamente ingarbugliata ci sono alcuni punti fermi: la Heliwest, che fornisce per la protezione civile regionale il servizio anti incendio, nel Lazio offre anche un servizio di trasporto passeggeri e merci. E, secondo la loro versione, sarebbe questo quello utilizzato dalla Polverini. “Era un elitaxi, non uno dei velivoli della protezione civile”, precisa Pavan. “La tariffa che applichiamo normalmente è tra i 20 e i 25 euro al minuto – continua il comandante – e il tutto è costato un migliaio di euro. Forse c’è stato uno sconto”. Se il prezzo finale è dunque di mille euro, il prezzo al minuto per il volo della Polverini (“54 minuti”) si abbassa a 18,5 euro. Per il presidente di Heliwest, Villani, sindaco di Castelletto di Branduccio, provincia di Pavia, «quel volo è stato pagato dalla Polverini in qualità di privato cittadino. Ci ha chiamato la sua segreteria, non la sala operativa della protezione civile. Ma era una richiesta privata, non da presidente della Regione». Esiste una fattura del pagamento? “Ci diranno loro a chi fatturare il viaggio. Pagheranno in seguito. D’altronde – continua Villani – siamo abituati: la Regione ci deve due anni e mezzo di arretrati, stiamo aspettando da loro 5 milioni di euro”. Pavan, invece, fornisce un’altra versione: “Sono stato contattato dalla Fiera del peperoncino, mi hanno chiesto un preventivo per il volo, io non sapevo nemmeno chi dovevamo trasportare. Poi mi ha chiamato la Regione ma a pagare saranno alcuni sponsor della Fiera”.Sugli sponsor però regna il mistero: «Per ragioni di riservatezza non posso dirlo. Una cosa è certa: se avessi immaginato questa bufera avrei rifiutato il servizio. Purtroppo l’equivoco nasce perché siamo anche vincitori di un appalto con la Regione. Ma per noi, questo volo non rientra in quella convenzione. E poi, la Regione l’abbiamo anche messa in mora perché non ci paga da anni”»;

considerato che in un articolo del “Corriere della Sera”, Aldo Grasso commenta: «”A Rieti il cda della Rai al peperoncino”, visibile su corriere. it, è il più bel servizio giornalistico targato Rai degli ultimi anni. Peccato che non verrà mai trasmesso né dal Tg1, né dal Tg2 e, presumiamo, nemmeno dal Tg3. Eppure è un ritratto perfetto, uno di quei piccoli affreschi che ti permettono di capire le cose, più di tanti discorsi, più di tante analisi. “Targato Rai” significa, in questo caso, che il filmato ha per protagonisti alcuni vertici di Viale Mazzini in trasferta a Rieti. Il cda ha anticipato la tradizionale riunione del giovedì, in cui si dovevano prendere importanti decisioni su «Report» e su altre nomine, su richiesta del consigliere Guglielmo Rositani (ex finiano convertito a Berlusconi), impegnato nella sua città per la prima Fiera mondiale del peperoncino. Di più: l’ineffabile Rositani (scortesissimo con la stampa) ha pensato bene di invitare alla sagra anche alcuni amici consiglieri, il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, la governatrice Renata Polverini (arrivata sul luogo in elicottero e oggetto di forti contestazioni cui ha risposto in maniera plateale) e altre eminenti autorità del nostro Belpaese. Da non crederci! Interrogati da un cronista indiscreto, il bravo Luca Chianca, i consiglieri Antonio Verro (ex dirigente dell’Edilnord) e Alessio Gorla (uno dei fondatori di Forza Italia) hanno prefigurato i destini del Servizio pubblico. Verro: “Sono a testimoniare direi anche a nome dell’azienda nella quale ho l’onore di lavorare l’attenzione al territorio”. A proposito di “Report”, con vivido senso del peperoncino, ha poi balbettato: “Onestamente credo che siamo in una fase di interregno nel quale ufficialmente ancora il vertice, e quindi il cda, non ha preso una decisione, quindi non è stata scelta una linea politica”. Per questo si trovavano tutti a Rieti, per via dell’interregno. Tocca poi a Gorla: «È l’amicizia con il collega Rositani che mi ha portato qua… Siamo un gruppo di amici che a volte litigano, ma che quasi sempre trovano poi un’intesa perché è necessaria per portare avanti gli interessi dell’azienda». Gli interessi della Rai o del peperoncino? La Rai non deve preoccuparsi del suo ruolo nel nuovo scenario mediatico, della concorrenza, delle tecnologie digitali, della linea editoriale, degli ascolti. No, il suo futuro sarà all’insegna del pluralismo fieristico. Un giorno il cda si terrà alla Fiera della porchetta, la settimana dopo alla Sagra del tortellino di castagna, il mese a venire alla Festa dello stufato d’asino: i programmi possono aspettare. E dire che i due membri del cda eccitati dal peperoncino dirigono uno dei più grandi gruppi editoriali d’Europa, la (ex) più grande industria culturale d’Italia. Trionfi il locale, che al globale ci pensano altri!»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

in un periodo in cui i costi della politica continuano a far discutere, anche per il bollente ambiente anti-casta, la governatrice del Lazio Renata Polverini è incappata in un clamoroso passo falso, proprio poche ore dopo il suo sfogo nel palazzo della Regione, in cui aveva invocato tagli ai privilegi, agli sprechi e ai trattamenti speciali;

la Rai dovrebbe preoccuparsi del suo ruolo nel nuovo scenario mediatico, della concorrenza, delle tecnologie digitali, della linea editoriale, degli ascolti piuttosto che lasciar pensare ad un futuro fieristico;

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali siano le sue valutazioni al riguardo per gli aspetti di propria competenza;

quali iniziative di competenza intenda adottare al fine di conoscere il nome degli sponsor che, stando alle dichiarazioni del Presidente della Heliwest, avrebbero sostenuto la spesa del viaggio in elicottero della presidente Polverini da Roma a Rieti, considerato che gli organizzatori della fiera smentiscono di aver pagato l’elicottero in quanto il budget di spesa era limitato e non lo avrebbero utilizzato in questo modo;

se, alla luce delle contraddizioni delle varie versioni dei protagonisti, non intenda, nell’ambito delle proprie competenze, adottare le opportune iniziative al fine di chiarire la vicenda e conoscere chi ha pagato il trasporto del Presidente della Regione Lazio per raggiungere la festa del peperoncino;

se corrisponda al vero che la Regione Lazio da anni non paga la società Heliwest e che per questi motivi sarebbe stata messa in mora dalla stessa per i debiti legati al servizio della protezione civile.

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Roma aumento biglietto Atac

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05675
Atto n. 4-05675

Pubblicato il 21 luglio 2011
Seduta n. 585

LANNUTTI – Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

in data 14 luglio 2011 il piano industriale Atac approvato dal Consiglio d’amministrazione ha introdotto la novità che dal 2012 i biglietti di metro e bus a Roma costeranno 1,50 euro invece del prezzo attuale di un euro;

le misure dovranno ora passare al vaglio dell’azionista di maggioranza, il Comune, e verranno poi rese operative dalla Regione;

gli aumenti hanno creato numerose polemiche, sia tra quanti usano i mezzi regolarmente, sia tra gli utenti occasionali;

il Codacons ritiene che “L’aumento tariffario in questione è assolutamente ingiustificato, in quanto non corrisponde ad alcun aumento della qualità del servizio, che anzi tende a peggiorare costantemente – commenta il Presidente del Codacons, Carlo Rienzi – Se il Comune di Roma avallerà tale proposta, ci opporremo con tutti i mezzi, ricorrendo al Tar del Lazio e in ogni altra sede”. Per il Codacons neanche l’aumento della durata del biglietto, da 75 a 100 minuti, può in alcun modo giustificare il rincaro: “nessun utente, infatti, viaggia per quasi 2 ore consecutive sui mezzi pubblici, e l’allungamento della durata dei ticket rappresenta solo fumo negli occhi”;

anche l’Adoc si oppone a questo aumento del 50 per cento del costo biglietto dei trasporti pubblici locali di Roma. Secondo l’Associazione i cittadini sarebbero costretti a pagare 70 euro in più l’anno. «È assurdo il rincaro del 50% del costo del biglietto da parte di Atac, si scaricano sui cittadini gli errori dell’amministrazione – dichiara Carlo Pileri, Presidente dell’Adoc – oltretutto il servizio non garantisce, ad oggi, uno standard di efficienza e di qualità, i romani e i turisti si lamentano continuamente della sporcizia, dei ritardi e della scarsa qualità del servizio. In un momento di crisi come questo, pretendere dai cittadini un esborso di circa 70 euro l’anno in più rispetto ad oggi sembra senza senso. Se un biglietto costerà 50 centesimi in più, un abbonamento annuale, dal costo odierno di 230 euro, aumenterà molto probabilmente di oltre 60 euro. Stesso discorso per l’abbonamento mensile e per l’abbonamento agevolato per studenti e anziani, per cui prevediamo un rincaro di circa 15 euro. Pertanto, ci auguriamo una pronta inversione di tendenza sull’aumento del biglietto, che non dovrà essere posto in atto. Solo una volta assicurata un’ottima qualità del servizio sarà possibile parlare di aumenti»;

considerato che:

la qualità dei servizi del trasporto pubblico romano, specie dopo lo scandalo di disinvolte assunzioni effettuate senza i criteri di trasparenza e legalità a vantaggio di amici, parenti e conoscenti (cosiddetta “Parentopoli”), sta sempre più deteriorandosi, con gli utenti lasciati alla mercé di scioperi, disagi, disfunzioni, tagli delle frequenze delle corse che caratterizzano soprattutto i servizi della metropolitana;

i bus romani o non escono per niente dai depositi, oppure una volta su tre sono costretti a rientrare ai box per guasto. Roma va a piedi e il management dell’Atac segna il primo flop. Come risulta da un articolo di Fabio Carosi pubblicato sul quotidiano on line “Affaritaliani.it”, «ha preso visione di un documento riservatissimo che sancisce il record negativo storico dei guasti dei bus della flotta più grande d’Europa: il report dei guasti relativo al mese di marzo»;

si legge ancora: «Trenta giorni terribili per l’azienda di via Prenestina, trenta giorni in cui la media dei guasti ha superato il 27 per cento. Di fatto è come se d’improvviso i romani fossero stati privati di un autobus su 3, come se il servizio annuale fosse stato ridotto di quasi 30 milioni di chilometri, crollando miseramente verso i parametri di una media città. Non certo della Capitale da sempre alle prese col problema del traffico e con l’alternativa all’automobile. Con questi numeri ci vuole coraggio ad invitare i cittadini e i turisti ad usare il mezzo pubblico. Se da una parte l’aumento sconsiderato dei guasti ha tenuto un terzo della flotta nei depositi, dall’altra però ha consentito all’azienda qualche risparmio: poche migliaia di euro, però, perché in Atac il costo del lavoro è la prima voce del bilancio. Dunque, non solo mezzi fermi, ma anche autisti a spasso in attesa che gli operai riparino i mezzi. Secondo alcune fonti aziendali molto ben informate, la causa della morìa dei bus sarebbe da rintracciare nelle nuove scelte manageriale che hanno bloccato le manutenzioni esterne, in particolare quelle affidate tramite un contratto contestatissimo alla società Amati, concessionaria italiana della tedesca ZF, leader mondiale dei cambi automatici e delle idroguide. La scure dei tagli agli appalti esterni avrebbe di fatto bloccato qualsiasi attività, andando a sommarsi ad una flotta la cui età media costringerebbe qualsiasi altra società ad importanti e costanti manutenzioni per garantire l’efficienza. Invece Atac ha tagliato tutto, scegliendo la via interna alle riparazioni e pagando lo scotto dovuto all’assenza di qualificazione professionale degli operai. Il dramma dei bus “morenti” appare anche più grave se si confronta il dato di marzo con la media nazionale delle aziende di altre città: a fronte del 27 per cento di guasti romani, Milano, Bologna, Genova e persino Napoli non superano il 12 per cento, considerato fisiologico e comunque legato strettamente alla vetustà dei mezzi che aumenta il costo delle manutenzioni man mano che i bus invecchiano. Milano, poi sorride di fronte a Roma. L’Atm di Elio Catania, fa rientrare nei depositi solo 7 bus su cento, anni luce dalla Capitale. E questo le aziende pubbliche, perché invece i privati viaggiano con percentuali di mezzi rotti che non supera quasi mai il 5 per cento, considerata come media naturale. Ma Roma si prende anche un altro record assoluto negativo: a fronte di un parco che ha un’età media di 12 anni, è la città che ora spende meno per ripararli. E all’orizzonte non si vede neanche un euro per nuovi bus. Eccezion fatta per i 470 destinati al servizio periferico, previsti in arrivo già nei prossimi giorni. Mezzi nuovi di zecca, per i quali è in via di allestimento una kermesse di presentazione e che però non finiranno nei depositi Atac, bensì in quelli della società privata che si è aggiudicata il servizio nella cintura urbana. Per l’Atac neanche un bus, dovranno farcela con quello che hanno in rimessa e, visti, i chiari di luna, è sempre più necessario un piccolo piano Marshall per assicurare lunga vita ai mezzi già provati. Ma tra debiti stratosferici che pongono l’azienda sull’orlo del baratro e hanno costretto ad inserire nel bilancio del Comune, la ri-fusione con Atac Patrimonio per aumentare l’esposizione bancaria e avere nuovi liquidi, il futuro è nero. Anxi, è un futuro praticamente a piedi». Il 14 aprile 2011 l’amministratore delegato Atac, Maurizio Basile, ha rassegnato le sue dimissioni dal consiglio di amministrazione dell’azienda di trasporto capitolina. Insieme a Basile, si è dimesso anche il presidente del consiglio di amministrazione Luigi Legnani. Le dimissioni saranno in vigore dalla prossima Assemblea convocata per l’approvazione del bilancio 2010;

nonostante le dimissioni dei vertici Atac siano effettive dal 16 giugno 2011, dopo l’approvazione del bilancio, i tempi per trovare nuovi manager sono strettissimi. Gli equilibri politici all’interno del Popolo della libertà sono già in forte crisi. Non a caso, come si legge su un articolo pubblicato su “Il Tempo”, il 16 aprile, «sono arrivate le dimissioni del vice capo gabinetto di Alemanno, Alfredo Mantici. I motivi sono, come sempre, personali. Ma in tre anni di Governo, tre capi di gabinetto, altrettanti assessori al Bilancio, quattro amministratori delegati di Atac e l’azzeramento della giunta comunale, non sono una bella media per il centrodestra. E l’equilibrio politico che garantisce governabilità sembra ancora ben lontano a venire»,

si chiede di sapere:

quali iniziative urgenti di propria competenza il Governo intenda attivare per evitare che i dissesti dell’Atac e della metro, a giudizio dell’interrogante frutto del fenomeno Parentopoli e di scelte economiche difficilmente comprensibili della Giunta Alemanno, possano ricadere sui cittadini-utenti, già usurati da condizioni di trasporto pubblico locale indegni di una capitale;

quali iniziative di competenza intenda assumere affinché la mobilità pubblica della capitale raggiunga almeno la stessa efficienza delle altre capitali europee, assicurando un livello di decoro ed efficienza che Roma, capitale e patrimonio culturale dell’umanità, merita;

quali iniziative intenda adottare, nell’ambito delle proprie competenze, al fine di fare maggiore chiarezza sulla gestione dell’azienda municipalizzata Atac affinché non siano solo i cittadini a pagare la disinvolta e fallimentare gestione dell’azienda che sta producendo solo disservizi e sprechi di ogni genere.

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Crack Comitato Provinciale CRI (Croce Rossa Italiana) Roma

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05676
Atto n. 4-05676

Pubblicato il 21 luglio 2011
Seduta n. 585

LANNUTTI – Ai Ministri della salute, dell’economia e delle finanze e della difesa. -

Premesso che:

un’ordinanza commissariale del Comitato centrale della Croce rossa italiana (CRI) del 15 luglio 2011, firmata dal commissario straordinario avvocato Francesco Rocca, ha dichiarato il crac finanziario del comitato provinciale di Roma;

in particolare l’ordinanza determina di prendere atto del rilevante stato di crisi in cui versa, sotto il profilo economico, il comitato provinciale CRI di Roma per questi motivi: il comitato provinciale CRI di Roma non è riuscito ad approvare il bilancio di previsione in considerazione del previsto disavanzo finanziario di 9.313.215,32 euro; dall’analisi del bilancio consuntivo 2010 emerge un disavanzo di amministrazione di circa 16.086.067,41 euro; l’ARES 118 della Regione Lazio non ha inteso rinnovare la convenzione per servizio 118 di trasporto di emergenza in ambulanza, attività principale del comitato provinciale CRI di Roma (COSP), che impiega la maggioranza delle risorse umane e strumentali del Comitato, limitandosi ad una proroga fino al 31 dicembre 2011 e manifestando l’intenzione di procedere all’assegnazione di tale servizio – a decorrere dal 1° gennaio 2012 – previo espletamento di una gara europea; nel corso delle trattative condotte con ARES 118 della Regione Lazio per il rinnovo della predetta Convenzione è emerso, grazie ad un’analisi condotta con i nuovi criteri a seguito dell’ordinanza commissariale n. 90 del 5 marzo 2010 dal dirigente preposto al comitato provinciale CRI di Roma, che la predetta convenzione per il servizio 118 sottoscritta con ARES non era comunque in equilibrio finanziario; il Centro di educazione motoria del comitato provinciale CRI di Roma presenta una grave situazione deficitaria derivante da oneri di gestione estremamente superiori al finanziamento previsto dall’accreditamento con la Regione Lazio; il piano di risanamento della Sanità regionale del Lazio non consentirebbe un adeguamento del contributo, finalizzato alla copertura integrale dei costi; le perdite gestionali di entrambe le strutture, COSP e CEM, sono la principale causa dello squilibrio finanziario del comitato provinciale CRI di Roma; il comitato centrale è costretto a concedere continue anticipazioni di cassa al Comitato di Roma per consentire pagamento delle spese obbligatorie. Le attività sanitarie promosse dal COSP (attività di 118) rientrano, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione, tra le attività di principale competenza delle Regioni; le cause del predetto squilibrio economico dovranno trovare soluzione entro l’esercizio finanziario corrente poiché le proiezioni per l’esercizio 2012 consentono sin d’ora di prevedere che non vi saranno risorse finanziarie sufficienti affinché il comitato centrale possa ripianare il deficit del comitato provinciale CRI di Roma; l’unica possibilità di ripianare il deficit 2012 del comitato provinciale di Roma consisterebbe in un prelievo forzoso di risorse economiche da altre unità territoriali sull’intero territorio nazionale, soluzione, questa, assolutamente non percorribile in quanto non equa, profondamente avversata dalle unità CRI che negli anni hanno dimostrato una gestione economicamente sana e che rischia di provocare difficoltà economiche in altre unità dell’associazione con gravi riflessi sui servizi resi ai cittadini; vi è dunque la necessità di intervenire con urgenza per interrompere una gestione diseconomica suscettibile di ulteriore aggravamento, per ristrutturare le attività del comitato provinciale CRI di Roma al fine di riportarle nel quadro della sostenibilità di bilancio, per porre in sicurezza le attività del comitato provinciale CRI di Roma che presentano un equilibrio entrate/uscite e per avviare un processo virtuoso di riorganizzazione delle attività della sede di Roma;

considerato che:

la CRI è l’unica organizzazione del suo genere, almeno in Europa, che dipende politicamente ed economicamente dal Governo, il quale versa nelle casse dell’organizzazione oltre 160 milioni di euro l’anno (l’80 per cento del quale è destinato alle spese per il personale). La storia recente dice che la CRI è stata commissariata quattro volte dal 1995 a oggi e ha vissuto 18 degli ultimi 25 anni in gestione straordinaria, con commissari nominati per cercare di sanare i deficit delle precedenti gestioni. L’ultimo commissario straordinario è il dottor Francesco Rocca;

da troppo tempo vengono denunciate irregolarità, poca trasparenza nella gestione dell’associazione, nonché una situazione di caos organizzativo con mancata corresponsione degli arretrati salariali ai dipendenti, assunzioni «facili» e senza concorso nel Corpo militare;

è sintomatico che già nel 2008, il “Corriere della sera”, in un articolo di Gian Antonio Stella del 27 settembre, titolava: “Sprechi, dossier dello Stato alla Corte dei Conti. La Croce rossa raddoppia i Centri. Ma per sole nove pratiche all’anno. Dopo l’ispezione partita richiesta alla Difesa di bloccare “il contributo per l’incapacità di spesa dimostrata””. Nell’articolo si fa riferimento ad un Rapporto firmato da Fabrizio Valenza dei Servizi ispettivi di finanza pubblica nel quale, tra l’altro, relativamente alle verifiche fatte su stipendi, rimborsi e promozioni, si denuncia «l’”irregolare riconoscimento al personale di assistenza di gradi non previsti dalla legge”, l’”illegittima presenza di personale militare in servizio continuativo in assenza di una norma che lo consenta”, la “necessità di annullare promozioni effettuate” grazie alla laurea in materie non previste dalla legge, l’assenza di copertura finanziaria dei provvedimenti con cui erano stati distribuiti molti aumenti in busta paga, “l’erogazione di buoni pasto per importi superiori al dovuto” e così via»;

e ancora il 10 dicembre 2009, il quotidiano “la Repubblica” riporta un articolo dal titolo “Assunzioni facili e conti fuori controllo. Il crac Croce Rossa”. L’articolo riferisce ancora una volta di una Croce rossa «alle prese con i mali della pubblica amministrazione italiana: conti incerti, organici sovraffollati, gestioni instabili, influenza della politica». E ancora: «Otto ufficiali superiori sono stati chiamati a restituire i gradi, ottenuti in seguito a promozioni giudicate illegittime da un ispettore ministeriale, e cento dipendenti hanno fatto ricorso al giudice del lavoro dopo l’annullamento di generosi benefici economici»;

l’articolo sottolinea come la Croce rossa sia «un ente costretto a muoversi al confine fra solidarietà e spreco, fra volontariato entusiasta e lavoro assistito. La grana più grossa rimane quella della riorganizzazione del corpo militare, una delle sei componenti della Croce rossa (le altre sono i volontari del soccorso, i donatori di sangue, i giovani pionieri, le pie donne e le crocerossine) che, a leggere il j’accuse dell’ispettore del ministero, si è trasformata in un carrozzone. Ben 670 degli 877 militari in servizio continuativo nel corpo sono stati di fatto stabilizzati “senza che alcuna norma lo prevedesse”. E due terzi del personale, a fine 2007, risultavano impiegati in servizi civili, per lo svolgimento di attività in convenzione con enti pubblici e organismi privati (…). Per le emergenze come alluvioni e terremoti, insomma per la funzione istituzionale del corpo, la Croce rossa ha fatto soprattutto ricorso ai precari, che oggi sono 375, tutti arruolati senza concorso. Il personale militare a tempo determinato, dal 2001 al 2007, è cresciuto del 77 per cento. Quello civile in sette anni è addirittura triplicato»;

più recentemente, il 23 marzo 2010, il settimanale “L’espresso” riportava un articolo di Fittipaldi e Soldano dal sottotitolo chiarificatore “Vertici strapagati. Boom di consulenti. Debiti in aumento. Sprechi. Anche un ex terrorista a fianco del commissario. Ecco come funziona l’associazione”;

il medesimo articolo sottolinea come «Non stupisce che in Italia, unico caso in Occidente, l’ente invece di essere indipendente è sotto il controllo ferreo dei partiti. Che da sempre usano la Croce rossa per fare assunzioni di massa (migliaia di precari militari e civili sono stati chiamati senza concorso e senza criteri): le emergenze e le calamità sono eventi secondari. I bilanci non vengono approvati dal 2005, e i commissari straordinari vanno e vengono». Nell’articolo si legge inoltre che, nel 2008, «un’ispezione del Ministero dell’economia (…) stilò una lista di ben 54 rilievi che denunciavano gravi irregolarità degli ausiliari: promozioni illegittime, benefici economici non dovuti, sprechi senza fine». Successivamente, gli ispettori del Ministero della difesa verificavano per il periodo che va dal 2005 al 2009, «le storture della gestione di presidenti e commissari: 17 milioni destinati dalla Difesa per le esigenze del Corpo (medicinali, automezzi, attrezzature da campo) non sarebbero stati mai spesi, le esposizioni con le banche sarebbero “ormai stabilmente sopra i 55 milioni di euro nelle sue punte massime”, mentre oltre 15 milioni di euro avuti dalla Cri per l’operazione Antica Babilonia in Iraq sono “ancora da impegnare”»;

ancora “L’espresso”, in un articolo del 30 luglio 2010 dal titolo «Croce Rossa conti al verde» riporta come il 12 luglio, la Banca nazionale del lavoro ha scritto al servizio amministrazione e finanza della CRI per lanciare l’allarme: è stata superata la soglia di fido e di extrafido di 53 milioni di euro e non sarà possibile effettuare i pagamenti giacenti per 11 milioni. In gran parte, oneri previdenziali e fiscali in scadenza;

la CRI sta attraversando ormai da tempo una situazione di disordine organizzativo e funzionale con mancata corresponsione degli arretrati salariali ai dipendenti, nonché stabilizzazione di migliaia di precari, come segnalato dall’interrogante negli atti di sindacato ispettivo 4-02926, 4-04108 e 4-05304;

la CRI è un costo per i contribuenti: finanziata da 4 Ministeri percepisce circa 170 milioni di euro all’anno (184.437.664 nel 2004, 180.021.377,55 nel 2005, 174.219.737 nel 2006, 166.305.527,22 nel 2007), anche se non mostra un bilancio alla Corte dei conti dal 2005. Un fiume di denaro pubblico affluisce nelle sue casse a cui si aggiungono le donazioni dei privati;

una recente inchiesta televisiva condotta dai giornalisti di “Report” dedicata all’ente di soccorso dal titolo “la croce in rosso” denunciava proprio gli sprechi, le clientele durante le ultime campagna elettorali, il caos che regnava con le donazioni dei cittadini, specie dopo i terremoti dell’Abruzzo e di Haiti. E poi la confusione nell’amministrazione del cespite più grande in mano alla CRI: le proprietà immobiliari. Donati o comprati negli anni da generosi benefattori. Immobili, in molti casi, lasciati andare in rovina;

anche in questo caso il funzionario del settore vendite del patrimonio immobiliare dell’ente pubblico, che aveva rilasciato un’intervista al programma di Milena Gabanelli, è stata vittima di un durissimo provvedimento disciplinare con due mesi di sospensione e interruzione dello stipendio. Un provvedimento che equivale all’anticamera del licenziamento;

considerato inoltre che:

l’interrogante aveva sollevato il caso di Vincenzo Lo Zito, il militare dipendente della CRI che, nel 2008, aveva denunciato irregolarità amministrative e contabili compiute dall’allora presidente del comitato regionale CRI Abruzzo, Maria Teresa Letta, e per questo ha subito denunce e la sospensione dello stipendio (atto 4-04108);

il giudice Anna Maria Fattori del Tribunale ordinario di Roma ha disposto il non luogo a procedere nei confronti del maresciallo Lo Zito per il reato di calunnia;

inoltre il giudice ha deciso di trasmettere il fascicolo alla Procura perché indaghi su eventuali ipotesi di reato, facendo attenzione in particolare alla nota 22/08 del 5 gennaio 2008, indirizzata al direttore nazionale del Corpo militare della CRI, colonnello Piero Ridolfi, con cui la dottoressa Letta richiedeva l’immediato allontanamento del militare;

in più, il giudice Antonio Lepore del Tribunale militare di Roma ha assolto il maresciallo Lo Zito dal reato di diserzione aggravata perché il fatto non sussiste;

sarà il sostituto procuratore Assunta Cocomello a condurre le indagini ora, dopo che la Procura ordinaria di Roma ha aperto un fascicolo (n. 431 del 2011) per capire quali siano state le ragioni per cui, dopo le denunce di irregolarità fatte dal maresciallo Lo Zito, si è ritenuto di doverlo sottoporre a denunce e alla sospensione dal servizio,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che un’ordinanza del calibro di quella esposta in premessa non possa essere stata fatta appositamente per dichiarare il crac finanziario del comitato provinciale di Roma, poter chiudere i comitati provinciali e licenziare personale al fine di fine di rimediare a una gestione dissennata dell’organizzazione per le inadempienze degli amministratori con conti incerti, organici sovraffollati, gestioni instabili e influenza della politica;

se non intenda intervenire con fermezza per porre fine alle irregolarità nella gestione della CRI nonché agli innumerevoli sprechi, riportando la necessaria indispensabile trasparenza nell’organizzazione e gestione di questa storica associazione.

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