Deposito Armi Isola della Maddalena

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05585
Atto n. 4-05585

Pubblicato il 7 luglio 2011
Seduta n. 580

LANNUTTI , PEDICA – Ai Ministri della difesa e degli affari esteri. -

Premesso che:

il 4 giugno 2011, un dispaccio dell’Ansa dal titolo: “Carico armi e missili trasportato su navi passeggeri” ha riportato all’attenzione la questione del traffico delle armi. “Un carico di missili e munizioni, messo sotto sequestro dalla magistratura torinese nell’ambito di un’inchiesta per un traffico internazionale d’armi che portò in carcere il miliardario russo Alexander Zhukov, sarebbe stato trasferito da depositi sotterranei nell’isola di Santo Stefano, a Civitavecchia, utilizzando navi passeggeri. Lo rivela un’inchiesta del quotidiano La Nuova Sardegna. Secondo fonti militari, sentite dagli autori dell’inchiesta, il trasferimento non avrebbe comportato alcun pericolo perché tutto il materiale esplosivo sarebbe stato reso inattivo”;

“La Nuova Sardegna” del 10 giugno 2011 ha pubblicato un articolo dal titolo: “L’arsenale di Zhukov portato a Santo Stefano da un’impresa privata” dove si legge: «La Maddalena. Il colossale arsenale sequestrato nel 1994 all’organizzazione che faceva capo al miliardario russo Alexander Borisovich Zhukov, e destinato alla guerra nei Balcani, fu trasferito nel deposito sottoroccia di Guardia del Moro, a Santo Stefano, da una ditta privata e non dai militari. Notizia certa: parola dell’ex ministro della Difesa Antonio Martino. Altamente probabile, invece, la notizia secondo la quale anche allora furono usati traghetti di linea. D’altra parte, se il trasporto fosse avvenuto su una nave militare o su un cargo affittato dalla Difesa, non ci sarebbe stato alcun bisogno di ricorrere a un’impresa privata. La circostanza emerge dai verbali della Camera dei deputati. Seduta numero 592 del 24 febbraio 2005: il ministro della Difesa Martino si era presentato in aula per rispondere a un’interrogazione presentata da un folto gruppo di parlamentari del centrosinistra. Era quella una stagione attraversata da profonde tensioni tra la Regione e il Governo sulla quantità e qualità delle servitù militari in Sardegna. I quesiti posti al presidente del Consiglio e al ministro della Difesa ruotavano tutti intorno al “caso La Maddalena”. Il misterioso incidente al sommergibile americano Uss Hartford, avvenuto nell’ottobre del 2003, aveva infatti innescato una reazione a catena: l’allarme su un possibile inquinamento radioattivo, l’esistenza o meno di un piano di emergenza per la popolazione civile in caso di allarme atomico, il mancato funzionamento della rete di monitoraggio ambientale e la presenza a Guardia del Moro del gigantesco arsenale di Zhukov. E proprio su questo punto, nell’interrogazione si leggeva: “per quali ragioni il materiale bellico di provenienza russa, sottoposto a sequestro dall’autorità giudiziaria italiana, si trovi depositato nell’isola di Santo Stefano nella completa disponibilità della marina militare americana; chi abbia trasportato il materiale bellico nell’isola di Santo Stefano; se vi sia stata autorizzazione dell’autorità giudiziaria italiana procedente”. Ed ecco la risposta scritta del ministro Martino: “… il munizionamento e il materiale d’armamento custodito nell’isola di Santo Stefano risale al carico d’armi occultato e rinvenuto a bordo della motonave Jadran Express il 15 settembre 1994 durante la sosta dell’unità nel porto di Taranto e già sottoposto a provvedimento di sequestro disposto dalla prefettura di Taranto… in data primo giugno 1994 per l’accertata violazione delle disposizioni sull’embargo decretate dall’Onu. Il materiale bellico, affidato – su conforme direttiva della competente autorità prefettizia – in custodia alla Marina militare per essere depositato presso strutture idonee è stato trasportato, a cura di ditta privata abilitata, all’interno del magazzino munizionamento torpedini del comprensorio logistico dell’isola di Santo Stefano…”. È quindi lo stesso ministro Martino a dire formalmente che il trasporto del carico di kalashnikov, razzi, missili e munizioni era stato affidato, e poi eseguito, da una ditta privata. Esattamente come è successo nelle scorse settimane per riportare le armi nella Penisola. È dunque verosimile, anzi molto probabile, che le procedure utilizzate siano state le stesse, e cioè siano state utilizzate navi di linea passeggeri. Ultimo giallo: il trasferimento dell’arsenale di Zhukov è stato completato o è ancora in corso? Sì, perché proprio l’altro ieri non è passato inosservato alla Maddalena l’imbarco verso Palau di grossi container color verde-militare»;

considerato che:

il 10 giugno 2011, Giancarlo Chetoni, su “Rinascita”, ha pubblicato un articolo dal titolo “Armamenti: i nostri aiuti umanitari ai ribelli” nel quale si legge: «Il materiale “made in Russia”, messo sotto sequestro dalla Procura di Torino dopo il fermo avvenuto nel Canale di Otranto nel 1994 del cargo Jadran Express ad opera di un’unità della Marina Militare operante nell’Adriatico per il rispetto della risoluzione Onu che vietava l’esportazione di armi verso Paesi belligeranti nei Balcani, lasciò, in custodia temporanea, nella disponibilità del ministero della Difesa 30 mila fucili d’assalto Ak 47, 150.000 caricatori, 32 milioni di proiettili in calibro 7,62×33, 5 mila Bm 21 da 122 mm, 50 lanciatori e 400 razzi anticarro Rpg. Il carico finì per essere momentaneamente dirottato in Sardegna per lo smaltimento dove è rimasto fino alla sentenza della Cassazione arrivata nel 2005. Stivato nei depositi-bunker sotterranei dell’isola di Santo Stefano in località “Guardia del Moro” è rimasto in giacenza fino al mese di aprile di quest’anno sotto la custodia delle Forze Armate. Per 6 anni i tre titolari di via XX Settembre degli esecutivi Berlusconi-Prodi-Berlusconi hanno omesso di dare esecuzione al provvedimento della magistratura del capoluogo piemontese e confermato in terzo grado di giudizio in quello laziale. Dal 15 di maggio il deposito-bunker nell’arcipelago della Maddalena è incappato nella curiosità dei residenti. L’interesse sollevato dalla guerra dell’Italia alla Libia e qualche dichiarazione di Frattini sugli aiuti da destinare alla Cirenaica hanno fatto da miccia. Si è notato un aumento di presenze di personale militare e la movimentazione di contenitori imbarcati sul traghetto della Saremar che collega l’isola con Palau prima di essere trasferiti su un unità della società di navigazione Tirrenia che fa servizio passeggeri sulla rotta Olbia Civitavecchia. Ne ha dato notizia la “Nuova Sardegna” il 4 giugno. Il quotidiano di Sassari riferisce di quattro contenitori da 40 piedi trasportati sul continente. Secondo voci locali l’attività in uscita di materiale bellico dalla base-deposito va avanti dalla prima settimana di aprile con più di 35 “carichi eccezionali” affidati a trasportatori provenienti, come si dice da queste parti… dall’Italia per marcare il muro psicologico venutosi a creare tra gli isolani e i governi nazionali per il costante disinteresse che hanno manifestato per lo sviluppo economico e sociale della Sardegna dagli anni ’80 in poi. Interrogata la Capitaneria di Porto sulla pericolosità di far stazionare su un trasporto passeggeri materiali militari il comando locale ha escluso qualunque possibilità di “esplosione” durante la navigazione perché reso preventivamente “inattivo”. Un lavoratore portuale avrebbe dato per certo dallo sforzo delle motrici nel moto di avviamento sulla rampa-nave e dalle “imbarcate” dei pianali l’esistenza nei contenitori di “carico pesante” come armi e munizioni. La notizia è corsa come il vento in tutta la Sardegna. Il sospetto avanzato è che le “uscite” siano state movimentate per far arrivare una parte delle scorte conservate a “Guardia del Moro” a Bengasi nonostante le smentite arrivate sia da La Russa che da Frattini che il Bel Paese si sarebbe astenuto dal fornire armi offensive di qualunque genere ai sostenitori della monarchia senussita anche se… pronti a fornirne di adatte alla difesa. Un confine, come si capisce, sottilissimo e che puzza lontano un miglio della solita fogna ottosettembrista. Un conto è far distribuire da qualche decina di “istruttori” del Bel Paese a dei tagliagole un centinaio di mitragliette M(P)12, come è stato già fatto, altro sarebbe stato il consegnare al Consiglio Transitorio della Libia delle migliaia di fucili d’assalto Beretta Ar 70-90 con tanto di stampigliatura e altra cosa ancora è la donazione sottobanco di esuberi di Ak 47 di fabbricazione ex sovietica, già di proprietà dell’oligarca Alexander Zhukov, destinati a mimetizzarsi perfettamente sul terreno con le armi e il materiale inizialmente saccheggiato dai “ribelli” nei depositi del colonnello Gheddafi. Un trasferimento in Cirenaica di armi e munizioni anche pari a quelle a suo tempo messe sotto sequestro sulla motonave “Jadran Express” non lascerebbe tracce di sorta. Verrebbe facilmente assorbito dal mercato della guerra sporca alla Jamahiriya dove circola unicamente materiale ex sovietico, russo o di esubero “occidentale” degli anni ’80 di provenienza centroafricana. Per capire perché la Nato abbia intensificato i bombardamenti sulla Jamahiriya, accanendosi sul quadrilatero del compound di Bab al Azizya, nei giorni 7-8-9-10 giugno basterà sapere che una delegazione di altissimo livello del “rais” è stata negli stessi giorni in visita di Stato in Cina. Una visita piena zeppa di segnali politici nel caso si rendesse necessario un ulteriore passaggio all’Onu per un attacco a terra dell’Alleanza Atlantica alla Libia. Anche se al Comando Centrale di Bruxelles si stima che un impiego protratto su larga scala di elicotteri di attacco e di cacciabombardieri oltre che di “istruttori” e bande di tagliagole sia di per sé già sufficiente per portare a “breve” al collasso le forze armate di Gheddafi. La Nato punta inoltre a distruggere qualsiasi deposito di carburante, anche sotterraneo, del Colonnello e a tagliarne le linee di approvvigionamento via terra. Il blocco navale impedisce, tra l’altro, i rifornimenti di derrate alimentari alla popolazione libica. Le scorte accumulate sono destinate ad esaurimento. I metodi di guerra adottati contro la Jamahiriya ricordano da molto, molto vicino quelli usati contro l’Iraq di Saddam Hussein. Pressoché identica anche la morfologia del terreno e la strategia militare di strangolamento adottata dall’aggressore, compreso i bombardamenti “ad personam”. La differenza più significativa sta nel volume di fuoco scatenato nel 2003 su Baghdad e nel 2011 su Tripoli anche se c’è da dire che sia i numeri che le qualità, nel personale e nelle dotazioni militari, sul campo non sono comparabili. Nel tentativo di spezzare il cerchio di fuoco che si va concentrando sulla Jamahiriya, giovedì 7 il ministro degli Esteri Obeidi è andato a Pechino per incontrare l’omologo Yang Jechi e il premier Wen Jiabao trattenendosi nella capitale per 72 ore. Tempi da visite di Stato con l’obbiettivo di mandare “segnali” all’esterno. L’esito degli incontri ha soddisfatto in pieno le aspettative dell’inviato di Gheddafi. Il portavoce di Pechino Hong Lei, dal canto suo, ha dichiarato che la Cina incrementerà i legami politici, finanziari, commerciali e militari con tutti i governi emergenti dei Paesi Arabi che hanno dimissionato i “leaders storici” in Africa e Vicino Oriente. Il riferimento a Tunisia ed Egitto e al prossimo defenestramento nello Yemen, è apparso implicitamente evidente. Poco meno, di fatto, che una dichiarazione di guerra a Usa, Europa e Nato. Il ministro della Difesa di Pechino ha inoltre lanciato un durissimo avviso agli Stati Uniti. Un attacco al Pakistan, alla sua integrità territoriale, ai suoi impianti atomici o al suo armamento nucleare costituirebbe una minaccia intollerabile per la Repubblica Popolare di Cina. Per rendere più credibile l’ultimatum a Wastington il presidente Hu Jintao ha firmato un ordine esecutivo di trasferimento immediato, senza compenso finanziario, a Islamabad di 50 moderni cacciabombardieri multiruolo JF 17 e del relativo armamento di supporto. A livello planetario, dal 1953, non è mai successo qualcosa del genere. Una donazione da miliardi di dollari che la dice lunga sullo stato dei rapporti politici e militari tra Usa e Cina al di là dell’interesse commerciale e finanziario reciprocamente vantaggioso esistente al momento. Una bonaccia che si va (lentamente?) o dissolvendo o trasformando in una sorta di odio-amore da guerra fredda. Naturalmente in Italia nessuno ne ha saputo nulla. L’unica notizia circolata ha riguardato un incontro di “informazione” richiesto dal Consiglio Nazionale Transitorio avvenuto tra il “responsabile esteri” al Issawi e un funzionario dell’ambasciata di Pechino in Egitto per tamponare come possibile l’iniziativa della Jamahiriya. Tanto è bastato all’Ansa, all’Agi e all’Adnkronos per titolare all’unanimità “la Cina apre alla nuova Libia”.Nella Repubblica delle Banane vanno, è evidente, di moda le “lesbiche fantasma” di Facebook. Nel frattempo dall’ambasciata della Siria a Roma arriva la denuncia di “manipolazioni criminali” nell’informazione. Tutt’altro che un caso. A Damasco si ricorda perfettamente l’invito di qualche tempo fa del Quirinale alla (splendida lo aggiungiamo noi) Signora Asma al Assad per testare il terreno sulla possibilità di uno sganciamento di Damasco dall’Iran. Frattini sta facendo il resto. Resta da capire quale sia il livello di autonomia politica con cui opera l’ex magistrato contabile. Per questo fine settimana di giugno Roma potrà offrire opportunità di svago da favola al presidente del Consiglio»;

si legge su www.cronacheisolane.it: «Il fisico siciliano Claudio Gentile, esperto di armi e balistica, all’università di Messina responsabile di un laboratorio per la ricerca scientifica, è uno dei maggiori specialisti italiani in questo campo. Oggi i suoi dubbi sono legati al trasporto del maxi-arsenale sui due traghetti tra il 18 e il 20 maggio scorso. “Il lavoro per il disinnesco di tutti gli esplosivi che i militari hanno detto di aver fatto prima della partenza avrebbe richiesto un tempo molto lungo e un’azione estremamente complessa”, spiega il super tecnico. Lui non lo aggiunge, ma è chiaro come pensi ai rischi potenziali a come una possibilità del genere sia realistica e funzionale soltanto se le armi, in una seconda fase, dovranno venire del tutto distrutte»,

si chiede di sapere:

se siano state rese inerti le armi in questione e se tale trasporto non abbia messo in pericolo la pubblica incolumità di ignari passeggeri che hanno viaggiato inconsapevolmente con gli esplosivi;

se risponda al vero che il numero di cartucce custodite a Santo Stefano erano di ben 32 milioni la cui carica di lancio (polvere da sparo di 1,65 grammi), equivalente ad un deposito esplosivo viaggiante di parecchie tonnellate, se inertizzata mediante l’estrazione, abbia così vanificato il successivo uso;

se risponda al vero che sull’isola bunker di Santo Stefano, nell’arcipelago de La Maddalena, siano stati stoccati circa 5.000 katiuscia e 400 missili terra-aria di tipo Fagot e come sia stato possibile trasportarli in condizioni di sicurezza, se non disinnescandoli;

se la miscela pirotecnica che costituisce il propellente di lancio ad alto contenuto incendiario non avrebbe potuto produrre deflagrazioni micidiali e se non sia stato sottovalutato il pericolo potenziale che non può essere addossato ad ignari passeggeri;

se il Governo non debba riferire sulle procedure di inertizzazione seguite e della reale natura e consistenza di quanto residuato dopo tale attività e trasportato all’interno dei container, e su quale sia stata la destinazione di tali enormi quantità di armamenti;

se, a giudizio del Governo, tale traffico di armi, la cui destinazione è ancora ignota, non rischi di indebolire il processo di pace nel Medio Oriente dilaniato e infuocato da guerre tribali e dalle rivolte popolari.

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