Manovra finanziaria- Bolli deposito titoli

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02340
Atto n. 3-02340 (in Commissione)

Pubblicato il 27 luglio 2011
Seduta n. 588

LANNUTTI , GIAMBRONE – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

nell’ultimo decennio il fenomeno del “risparmio tradito” caratterizzato da crac finanziari ed industriali, ha coinvolto circa un milione di famiglie che hanno perduto parzialmente o totalmente il frutto del loro sudato risparmio, a quanto risulta all’interrogante spesso per precise responsabilità delle banche che hanno collocato bond “bidone” senza informare sul rischio dell’investimento. Un milione di famiglie coinvolte nella perdita del proprio risparmio (bond argentini, Cirio, Parmalat, Giacomelli, Lehman Brothers, eccetera) per un controvalore di 50 miliardi di euro. Fondi perduti non per una scelta di rischio consapevole, ma perché gli operatori finanziari e soprattutto le banche, in cui i risparmiatori avevano riposto piena fiducia, hanno consigliato strumenti finanziari descritti come “prodotti sicuri” che poi invece sono risultati rischiosissimi, come i bond argentini, dati ad oltre 450.000 famiglie, che hanno poi perso così in gran parte i due terzi dei risparmio affidato, in altri casi la totalità;

la storia del crac dell’Argentina è una storia dolorosa sia per il Paese sudamericano popolato in buona parte da immigrati italiani che hanno subito una crisi durissima, che per i risparmiatori italiani, indotti dai cattivi consigli delle banche ad investire la loro liquidazione o i propri sudatissimi risparmi, in obbligazioni che erano già state contrassegnate dal dissesto e che le banche hanno venduto in contropartita diretta, senza alcuna preventiva informazione sul rischio degli investimenti. I bond argentini sono come i Bot italiani, affermavano le banche nel vendere quei prodotti, addossando il rischio di un Paese già destinato al default dalle agenzie di rating e da banche internazionali che avevano emesso report su titoli “spazzatura”, all’insaputa dei compratori che fiduciosi acquistavano quei titoli perché consigliati dalle banche, trasferendo così dal portafoglio titoli degli istituti di credito masse di obbligazioni acquistate in precedenza ai portafogli delle famiglie, nel numero considerevole di 450.000 per un controvalore di 14,5 miliardi di dollari;

come riportato da un comunicato dell’agenzia Asca del 14 maggio 2010 l’Adusbef: «Gli interessi dei banchieri non coincidono mai con quelli dei risparmiatori ed utenti dei servizi bancari, come dimostra la storia dei bond argentini venduti, spesso fraudolentemente negli anni scorsi come sicuri a 450.000 famiglie per un controvalore di 14,5 miliardi di dollari, perché analoghi ai nostri titoli di Stato. Il sistema bancario italiano infatti, dopo aver offerto consigli degli acquisti dei tango bond a centinaia di migliaia di famiglie italiane orfane dei Bot per la caduta dei tassi di interesse anche quando già conoscevano l’imminente fallimento della Repubblica Argentina, a volte in contropartita diretta – come dimostrano le sentenze dei tribunali di condanna delle banche – per scaricare sui risparmiatori titoli presenti nel loro portafoglio, aveva voluto istituire e finanziare la Task Force Argentina (TFA), con la finalità di riparare agli errori e tutelare la clientela frodata. La TFA, l’associazione ideata dall’Abi e dalle banche presieduta dal dottor Nicola Stock ha raccolto le deleghe negli sportelli bancari di 180 mila obbligazionisti di titoli argentini in default, per un controvalore di 4,5 miliardi di dollari, con l’obbligo per gli aderenti di non chiamare le banche in giudizio e la promessa di un ricorso all’arbitrato internazionale ICSID, che a distanza di 5 anni dalla prima offerta pubblica di scambio (OPS) avvenuta nel 2005 deve ancora svolgere l’udienza a metà giugno 2010, solo per decidere se ha competenza giurisdizionale per questo ricorso. Mentre la nuova ed ultima proposta denominata Par, per sanare la situazione del mancato rimborso delle obbligazioni argentine andate in default nel lontano 2001, prevede un’offerta di 19 miliardi di dollari di tango bond ancora in circolazione, per quasi un terzo (6 miliardi di dollari) in mano ai risparmiatori italiani, dei quali 4,5 miliardi rappresentati dalla TFA con 180mila obbligazionisti, la Task Force dell’Abi ha valutato che la nuova offerta di swap proposta dalla Repubblica Argentina sarebbe peggiorativa, ma spetta agli obbligazionisti decidere se aderire o meno allo swap. In un comunicato che analizza i termini finanziari dell’offerta di swap sui 19 miliardi di debito ancora in circolazione, la TFA infatti non dà raccomandazioni ma si limita a riscontrare tecnicamente che “dai dati sopra riportati risulta quindi confermato quanto previsto dalle Legge della Repubblica Argentina 26547 (del 9 dicembre 2009) art. 3, ai sensi della quale “le condizioni ed i termini finanziari non potranno essere gli stessi o migliori di quelli offerti ai creditori nell’offerta del 2005”. Resta nell’autonomia decisionale dei singoli obbligazionisti ogni decisione sull’opportunità di aderire o meno alla nuova Ops”. Adusbef che ha ottenuto centinaia di sentenze di condanna delle banche nei Tribunali sui tango bond, consiglia di aderire all’offerta di swap dell’Argentina, che salvo proroghe, termina il 7 giugno 2010», e questo mentre banche, Abi e Tfa possono essere soddisfatte, perché dopo aver collocato bond “bidone” a 450.000 famiglie per 14,5 miliardi ed aver illuso 180.000 risparmiatori-clienti nel ricorso all’Icsid per prendere tempo e far scadere i termini prescrizionali del ricorso in Tribunale contro gli istituti di credito, hanno perfezionato la presa in giro verso gli utenti e le famiglie doppiamente truffate;

considerato che:

risulta all’interrogante che l’ultima manovra economica ideata dal Ministro dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti ed approvata “a tamburo battente” in una settimana, invece del “fissato bollato” che avrebbe colpito pesantemente i trader più attivi, società di intermediazione mobiliare e gli istituti di credito maggiormente specializzati in materia, ha istituito una patrimoniale sui risparmi, ancora più grave, per gli effetti più pesanti e duraturi del famigerato 6 per mille, una tantum sui depositi bancari e postali del Governo Amato nel 1992;

Beppe Scienza, professore di matematica all’Università di Torino ed autore di un fortunato libro intitolato: “Il risparmio tradito”, in un articolo pubblicato su “Affari & Finanza” del 25 luglio 2011, ha scritto: «Di per sé la soluzione per evitare il bollo sui depositi titoli ci sarebbe: sono gli estratti conto quadrimestrali. Infatti la manovra economica correttiva ha fissato l’ammontare maggiorato del bollo solo per gli invii mensili, trimestrali, semestrali e annuali, né contiene una disposizione generica in caso di diversa frequenza. È però chiaro che tale scappatoia sarebbe presto bloccata con un apposito intervento correttivo. Qualche correzione è comunque probabile. Per esempio il riferimento esplicito “al valore nominale o di rimborso”, anziché a quello di mercato, lascerebbe fuori alcune azioni e sopravaluterebbe le obbligazioni in default. Prendiamo però come un dato di fatto che la particolare imposta di bollo sui depositi titoli, ferma a 34,2 euro l’anno sotto i 50 mila euro, sale a 70 euro al superamento di questa soglia, quindi a 240 euro toccati i 150 mila euro di patrimonio, per attestarsi a 680 euro dai 500 mila euro in su. Con le stesse soglie passerà dal 2013 rispettivamente a 230, 780 e 1.100 euro l’anno. Un’aliquota a saliscendi. La prima critica sollevata al riguardo è che si tratta di un’imposta neppure proporzionale, ma addirittura regressiva. Che cioè diminuisce in percentuale al crescere dell’imponibile. Questo cozza con l’articolo 53 della Costituzione, secondo cui “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. In realtà ciò è indiscutibilmente vero per i patrimoni oltre i 500 mila euro. Non sotto quella soglia, dove appare piuttosto come un’imposta a zig zag. C’è un abuso di grafici che danno solo l’illusione di spiegare le cose, ma in questo caso nulla meglio di un grafico come quello in pagina, del tutto inedito, che evidenzia l’andamento a saliscendi dell’aliquota effettiva di tale imposta. Tutto questo appare assurdo o, per dirla in modo più blando, fortemente incoerente. Non stupisce che anche le conseguenze operative, che è opportuno trarre, abbiano un che di curioso. Si è spesso letto, intercalato a pubblicità redazionale per i fondi comuni, che i risparmiatori concentreranno in un unico conto i loro titoli per ridurre il bollo complessivamente dovuto. In realtà non sempre questa è la scelta più opportuna. Lo è magari per chi abbia più conti tutti superiori al mezzo milione di euro. Meglio due dossier. Ma per patrimoni inferiori o anche un po’ superiori a tale cifra può convenire addirittura il contrario, ovvero spezzare il patrimonio in due o più depositi. Attualmente per esempio con 170 mila euro di titoli si verrebbero a pagare 240 euro l’anno, mentre con due depositi da 140 e 30 mila euro solo 104 euro complessivi. Sono 135 euro in meno; e le commissioni di amministrazione di un deposito titoli aggiuntivo sono di regola minori. Ancora più forte appare il risparmio dopo i diciotto mesi iniziali, anche se politicamente e finanziariamente il 2013 è molto distante. Non ci sarebbe cioè da stupirsi nel caso di modifiche non solo degli importi ma della stessa normativa nel suo complesso. Ma in base alla legge in vigore ripartendo opportunamente quello stesso patrimonio in due conti si risparmierebbero ben 515 euro l’anno. E ci si può sbizzarrire a trovare altri casi analoghi. Qui gioca un fatto, a quanto mi risulta generalmente ignorato. Dove infatti la norma appare ritagliata sui ricchi è proprio nel passaggio dal periodo transitorio 2011-12 al 2013. Rincareranno infatti nell’ordine del 225% i bolli per i patrimoni nella fascia 50-500 mila euro, ma solo del 63% per chi possiede mezzo milione o più di euro»;

a quanto risulta all’interrogante, i depositi titoli che contengono “carta straccia” come valore nominale, ossia azioni, quali per esempio Alitalia e/o altre aziende fallite o obbligazioni in default, quali ad esempio Lehman Brothers o tango bond, possono essere stimate in circa 500.000, che è come dire 500.000 famiglie che oltre ad aver subito la truffa dei risparmi volatilizzati per precise responsabilità delle banche, subiscono una vera e propria beffa da parte di un Ministro dell’economia che impone l’inasprimento dei bolli sui depositi, a prescindere se contengono titoli validi oppure quelli andati in fumo,

si chiede di sapere:

se il Governo abbia valutato, nell’introduzione dell’imposta di bollo che per il biennio 2011-2012 passerà dagli attuali 34,20 euro a 120 euro, con un aumento del 250,88 per cento dei costi fissi per gli investitori, mentre dal 2013, in occasione di un ulteriore balzello del bollo, verrà fatta la distinzione sul valore complessivo del deposito, facendo pagare 150 euro a chi avrà titoli o azioni in custodia fino a 50.000 euro, le situazioni descritte di risparmi “carta straccia” custoditi ma volatilizzati e diventati oggetto di bollo sul valore facciale;

se sia a conoscenza che l’inasprimento dei bolli che nel 2013, rispetto ai valori attuali, subiranno incrementi da un minimo del 338,60 per cento a un massimo del 1.011,11 per cento, con un gettito previsto del tributo pari a 721 milioni nel 2011, 1,3157 miliardi nel 2012, 3,5813 miliardi nel 2013 e 2,4 miliardi a partire dal 2014, colpirà anche i risparmiatori che sono già costretti a pagare custodie titoli su risparmi depositati che non hanno alcun valore;

se risponda al vero che i depositi titoli dei conti correnti aperti presso Banco Posta non siano stati colpiti dalla patrimoniale mascherata sul risparmio e sui risparmiatori;

se abbia valutato l’impatto negativo che tale patrimoniale mascherata potrebbe avere sulle aste dei titoli pubblici, già in gravissima sofferenza a causa della crisi sistemica e dei report, a giudizio dell’interrogante spesso fasulli delle agenzie di rating, resi pubblici ad orologeria per alimentare la speculazione finanziaria;

per quale ragione il Ministro in indirizzo, invece di far gravare i costi della manovra sul “fissato bollato” che avrebbe colpito pesantemente i trader, le società di intermediazione mobiliare e gli istituti di credito maggiormente specializzati in materia, abbia ritenuto preferibile l’istituzione una patrimoniale sui risparmi, ancora più grave, per gli effetti più pesanti e duraturi del famigerato 6 per mille, una tantum sui depositi bancari e postali del Governo Amato nel 1992;

se il Governo abbia considerato che, facendo richiesta di invio di estratti conto quadrimestrali, i consumatori potrebbero evadere il pagamento dei nuovi e più pesanti tributi;

quali misure urgenti di competenza intenda attivare per evitare che siano sempre gli stessi, ossia i risparmiatori truffati e le famiglie, a pagare i costi della crisi sistemica generata dalle banche di affari ed agenzie di rating che continuano ogni giorno a portare un pesante attacco speculativo sui titoli di Stato ed al mercato azionario.

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