Mediolanum – Fisco

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02322
Atto n. 3-02322 (in Commissione)

Pubblicato il 19 luglio 2011
Seduta n. 582

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che l’Agenzia delle entrate e gli istituti di riscossione dei tributi quali Equitalia, Gerit, eccetera, oltre a vessare i contribuenti onesti con ingiunzioni di pagamento e ganasce fiscali su beni mobili ed immobili senza alcuna preventiva comunicazione, praticando interessi illegali anatocistici vietati dalla legge antiusura che spesso fanno triplicare il valore originario della contestazione fiscale, usano due pesi e due misure a seconda del contribuente che si trovano di fronte: forti, intolleranti e prepotenti con i cittadini onesti, quali lavoratori e pensionati adusi a pagare fino all’ultimo centesimo le tasse perché hanno la trattenuta alla fonte, timidi e tolleranti con soggetti economici abituati a praticare l’evasione e l’elusione fiscale. Anche gli accertamenti fiscali sembrano seguire spesso due diversi iter, vessatori e rigidi per i piccoli artigiani e/o commercianti, morbidi per i grandi gruppi bancari e finanziari, che non fanno alcun mistero di ubicare le proprie sedi legali in domicili fiscali più attraenti di quello vigente in Italia. Come racconta Vittorio Malagutti per “il Fatto Quotidiano” del 14 luglio 2011, per banca Mediolanum si profila una stangata fiscale da decine di milioni di euro, tale da dare un taglio netto ai brillanti risultati di bilancio di Mediolanum. Si legge sul sito di Dagospia: «Peggio ancora, una botta pesantissima, tale da compromettere i profitti aziendali anche nel futuro prossimo. Ecco in estrema sintesi la posta in gioco della partita in corso da mesi tra il fisco e il gruppo finanziario controllato da Ennio Doris. E allora, se da una parte è ancora tutto da provare quello che il generale della Guardia di finanza Emilio Spaziante ha dichiarato ai magistrati di Napoli. E cioè che i manager di Mediolanum l’anno scorso sarebbero stati avvertiti in anticipo, forse dal generale Michele Adinolfi, dell’arrivo imminente di una verifica delle Fiamme Gialle. D’altra parte è sicuro che i collaboratori di Doris avevano ben chiaro in mente che quell’indagine rischiava di dare un colpo durissimo al modello di business dell’azienda. Un modello che negli ultimi anni ha moltiplicato i profitti aziendali. Funziona così: il motore del gruppo, cioè le società che gestiscono il risparmio raccolto tra i risparmiatori, sono state trasferite a Dublino. Questo significa che la quasi totalità dei profitti viene realizzata all’estero. E siccome il fisco irlandese è a dir poco generoso con le società straniere, il risultato è che l’aliquota media applicata al gruppo Mediolanum raggiunge a malapena il 19 per cento. Meno della metà di quanto in teoria potrebbe essere costretta a pagare in Italia. Tutto questo è legale. Molte aziende italiane, in particolare le banche, prendono la scorciatoia che porta a Dublino per pagare meno tasse. Nessuna però arriva a produrre in Irlanda addirittura il 90 per cento degli utili di gruppo, come ha fatto Mediolanum nel 2010, quando ha chiuso l’esercizio con 245 milioni di profitti. I militari del nucleo di Polizia tributaria di Milano non hanno però contestato a Doris il ricorso al doping fiscale irlandese. Le accuse delle Fiamme Gialle si fondano alcune violazioni specifiche. La più importante ruota attorno al concetto di transfer price. In pratica, la Mediolanum international fund di Dublino, che gestisce qualcosa come 17 miliardi di euro, paga commissioni milionarie alle società italiane del gruppo che si occupano della raccolta. Nel 2010, per esempio, le cosiddette distribution fee hanno superato i 130 milioni . È tutto denaro che dall’Irlanda riprende la strada dell’Italia. Il prezzo è giusto? Oppure i vertici di Mediolanum fanno in modo di pagare commissioni inferiori alla media di mercato? Proprio questa è l’accusa della Guardia di finanza che messo nel mirino Banca Mediolanum con un’ispezione cominciata a settembre del 2010 e terminata a fine febbraio. Ma perché Doris farebbe uno sconto a se stesso sulle commissioni da versare in Italia? Semplice: più soldi restano in Irlanda meno tasse sarà chiamato a pagare il gruppo. Questa interpretazione è ovviamente controversa. Mediolanum ha ribattuto alle accuse sostenendo che una norma contenuta in un decreto-legge del maggio 2010 confermerebbe la correttezza dell’azienda. Si vedrà. Il processo tributario è solo alle prime battute. In caso di condanna però i danni per il gruppo finanziario potrebbero essere pesanti. Le Fiamme Gialle hanno contestato imposte (Irap e Ires) non pagate per un totale di 121,4 milioni di euro negli anni tra il 2006 e io 2009. Altri 48,3 milioni di euro riguardano invece l’esercizio 2005. Tirando le somme si arriva a quasi 170 milioni di euro a cui andrebbero aggiunte eventuali sanzioni. Non finisce qui. Nel corso della stessa ispezione, quella al centro della presunta soffiata di Adinolfi, i militari hanno presentato a Mediolanum anche il conto di un’evasione Iva che verrebbe sanzionata con una multa di 64 milioni. Questa volta l’Irlanda non c’entra. L’accusa riguarda il mancato pagamento dell’imposta sui compensi versati ai promotori per il “coordinamento, supervisione e controllo” di altri promotori. Secondo le Fiamme Gialle queste attività non rientrerebbero tra quelle di carattere finanziario e quindi esenti da Iva. “Tutto regolare”, risponde Mediolanum. “Non c’è stata nessuna violazione e i rilievi sono del tutto infondati”. Può essere. Intanto però anche questi 64 milioni di multa andrebbero sommati ai 170 milioni delle contestazioni sul transfer price e il conto finale supera i 230 milioni. Basta così? No, perché nel 2010 anche l’Agenzia delle Entrate (Direzione Lombardia) è arrivata alla conclusione che Mediolanum Vita (il braccio assicurativo del gruppo) nel 2005 abbia pagato al Fisco 18 milioni in meno di quanto dovuto. Questa volta però Doris è venuto a patti. La transazione potrebbe essere definita a giorni. Resta aperta la questione irlandese. Senza contare che adesso su tutta la vicenda pesa il sospetto di quella soffiata eccellente»,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo che i manager di Mediolanum nel 2010 sarebbero stati avvertiti in anticipo, forse da un generale, dell’arrivo imminente di una verifica fiscale;

se il modello che negli ultimi anni ha moltiplicato i profitti aziendali di Mediolanum, quale il trasferimento a Dublino delle società che gestiscono il risparmio raccolto tra i risparmiatori, esentando la quasi totalità dei profitti realizzati all’estero, con il fisco irlandese che applica l’aliquota media del 19 per cento, meno della metà di quanto in teoria potrebbe essere costretta a pagare in Italia, seppur legale, sia compatibile con la produzione in Irlanda del 90 per cento degli utili di gruppo, come ha fatto Mediolanum nel 2010, quando ha chiuso l’esercizio con 245 milioni di profitti;

se sia vero che Mediolanum international fund di Dublino, che gestisce 17 miliardi di euro, paga commissioni milionarie alle società italiane del gruppo che si occupano della raccolta, pari a 130 milioni di euro nel 2010, mediante le distribution fee, denaro che dall’Irlanda riprende la strada dell’Italia;

se risulti che i vertici di Mediolanum, nel pagare commissioni inferiori alla media di mercato, evadano ed eludano l’equa pressione fiscale pagando meno tasse di quanto spetterebbero al gruppo;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per ripristinare l’equità fiscale e la corretta, trasparente applicazione delle medesime condizioni a tutti i contribuenti, siano essi banche, grandi gruppi economici o normali cittadini che hanno gli stessi diritti davanti al fisco e alla legge.

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