Month: luglio 2011

Roma aumento biglietto Atac

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05675
Atto n. 4-05675

Pubblicato il 21 luglio 2011
Seduta n. 585

LANNUTTI – Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

in data 14 luglio 2011 il piano industriale Atac approvato dal Consiglio d’amministrazione ha introdotto la novità che dal 2012 i biglietti di metro e bus a Roma costeranno 1,50 euro invece del prezzo attuale di un euro;

le misure dovranno ora passare al vaglio dell’azionista di maggioranza, il Comune, e verranno poi rese operative dalla Regione;

gli aumenti hanno creato numerose polemiche, sia tra quanti usano i mezzi regolarmente, sia tra gli utenti occasionali;

il Codacons ritiene che “L’aumento tariffario in questione è assolutamente ingiustificato, in quanto non corrisponde ad alcun aumento della qualità del servizio, che anzi tende a peggiorare costantemente – commenta il Presidente del Codacons, Carlo Rienzi – Se il Comune di Roma avallerà tale proposta, ci opporremo con tutti i mezzi, ricorrendo al Tar del Lazio e in ogni altra sede”. Per il Codacons neanche l’aumento della durata del biglietto, da 75 a 100 minuti, può in alcun modo giustificare il rincaro: “nessun utente, infatti, viaggia per quasi 2 ore consecutive sui mezzi pubblici, e l’allungamento della durata dei ticket rappresenta solo fumo negli occhi”;

anche l’Adoc si oppone a questo aumento del 50 per cento del costo biglietto dei trasporti pubblici locali di Roma. Secondo l’Associazione i cittadini sarebbero costretti a pagare 70 euro in più l’anno. «È assurdo il rincaro del 50% del costo del biglietto da parte di Atac, si scaricano sui cittadini gli errori dell’amministrazione – dichiara Carlo Pileri, Presidente dell’Adoc – oltretutto il servizio non garantisce, ad oggi, uno standard di efficienza e di qualità, i romani e i turisti si lamentano continuamente della sporcizia, dei ritardi e della scarsa qualità del servizio. In un momento di crisi come questo, pretendere dai cittadini un esborso di circa 70 euro l’anno in più rispetto ad oggi sembra senza senso. Se un biglietto costerà 50 centesimi in più, un abbonamento annuale, dal costo odierno di 230 euro, aumenterà molto probabilmente di oltre 60 euro. Stesso discorso per l’abbonamento mensile e per l’abbonamento agevolato per studenti e anziani, per cui prevediamo un rincaro di circa 15 euro. Pertanto, ci auguriamo una pronta inversione di tendenza sull’aumento del biglietto, che non dovrà essere posto in atto. Solo una volta assicurata un’ottima qualità del servizio sarà possibile parlare di aumenti»;

considerato che:

la qualità dei servizi del trasporto pubblico romano, specie dopo lo scandalo di disinvolte assunzioni effettuate senza i criteri di trasparenza e legalità a vantaggio di amici, parenti e conoscenti (cosiddetta “Parentopoli”), sta sempre più deteriorandosi, con gli utenti lasciati alla mercé di scioperi, disagi, disfunzioni, tagli delle frequenze delle corse che caratterizzano soprattutto i servizi della metropolitana;

i bus romani o non escono per niente dai depositi, oppure una volta su tre sono costretti a rientrare ai box per guasto. Roma va a piedi e il management dell’Atac segna il primo flop. Come risulta da un articolo di Fabio Carosi pubblicato sul quotidiano on line “Affaritaliani.it”, «ha preso visione di un documento riservatissimo che sancisce il record negativo storico dei guasti dei bus della flotta più grande d’Europa: il report dei guasti relativo al mese di marzo»;

si legge ancora: «Trenta giorni terribili per l’azienda di via Prenestina, trenta giorni in cui la media dei guasti ha superato il 27 per cento. Di fatto è come se d’improvviso i romani fossero stati privati di un autobus su 3, come se il servizio annuale fosse stato ridotto di quasi 30 milioni di chilometri, crollando miseramente verso i parametri di una media città. Non certo della Capitale da sempre alle prese col problema del traffico e con l’alternativa all’automobile. Con questi numeri ci vuole coraggio ad invitare i cittadini e i turisti ad usare il mezzo pubblico. Se da una parte l’aumento sconsiderato dei guasti ha tenuto un terzo della flotta nei depositi, dall’altra però ha consentito all’azienda qualche risparmio: poche migliaia di euro, però, perché in Atac il costo del lavoro è la prima voce del bilancio. Dunque, non solo mezzi fermi, ma anche autisti a spasso in attesa che gli operai riparino i mezzi. Secondo alcune fonti aziendali molto ben informate, la causa della morìa dei bus sarebbe da rintracciare nelle nuove scelte manageriale che hanno bloccato le manutenzioni esterne, in particolare quelle affidate tramite un contratto contestatissimo alla società Amati, concessionaria italiana della tedesca ZF, leader mondiale dei cambi automatici e delle idroguide. La scure dei tagli agli appalti esterni avrebbe di fatto bloccato qualsiasi attività, andando a sommarsi ad una flotta la cui età media costringerebbe qualsiasi altra società ad importanti e costanti manutenzioni per garantire l’efficienza. Invece Atac ha tagliato tutto, scegliendo la via interna alle riparazioni e pagando lo scotto dovuto all’assenza di qualificazione professionale degli operai. Il dramma dei bus “morenti” appare anche più grave se si confronta il dato di marzo con la media nazionale delle aziende di altre città: a fronte del 27 per cento di guasti romani, Milano, Bologna, Genova e persino Napoli non superano il 12 per cento, considerato fisiologico e comunque legato strettamente alla vetustà dei mezzi che aumenta il costo delle manutenzioni man mano che i bus invecchiano. Milano, poi sorride di fronte a Roma. L’Atm di Elio Catania, fa rientrare nei depositi solo 7 bus su cento, anni luce dalla Capitale. E questo le aziende pubbliche, perché invece i privati viaggiano con percentuali di mezzi rotti che non supera quasi mai il 5 per cento, considerata come media naturale. Ma Roma si prende anche un altro record assoluto negativo: a fronte di un parco che ha un’età media di 12 anni, è la città che ora spende meno per ripararli. E all’orizzonte non si vede neanche un euro per nuovi bus. Eccezion fatta per i 470 destinati al servizio periferico, previsti in arrivo già nei prossimi giorni. Mezzi nuovi di zecca, per i quali è in via di allestimento una kermesse di presentazione e che però non finiranno nei depositi Atac, bensì in quelli della società privata che si è aggiudicata il servizio nella cintura urbana. Per l’Atac neanche un bus, dovranno farcela con quello che hanno in rimessa e, visti, i chiari di luna, è sempre più necessario un piccolo piano Marshall per assicurare lunga vita ai mezzi già provati. Ma tra debiti stratosferici che pongono l’azienda sull’orlo del baratro e hanno costretto ad inserire nel bilancio del Comune, la ri-fusione con Atac Patrimonio per aumentare l’esposizione bancaria e avere nuovi liquidi, il futuro è nero. Anxi, è un futuro praticamente a piedi». Il 14 aprile 2011 l’amministratore delegato Atac, Maurizio Basile, ha rassegnato le sue dimissioni dal consiglio di amministrazione dell’azienda di trasporto capitolina. Insieme a Basile, si è dimesso anche il presidente del consiglio di amministrazione Luigi Legnani. Le dimissioni saranno in vigore dalla prossima Assemblea convocata per l’approvazione del bilancio 2010;

nonostante le dimissioni dei vertici Atac siano effettive dal 16 giugno 2011, dopo l’approvazione del bilancio, i tempi per trovare nuovi manager sono strettissimi. Gli equilibri politici all’interno del Popolo della libertà sono già in forte crisi. Non a caso, come si legge su un articolo pubblicato su “Il Tempo”, il 16 aprile, «sono arrivate le dimissioni del vice capo gabinetto di Alemanno, Alfredo Mantici. I motivi sono, come sempre, personali. Ma in tre anni di Governo, tre capi di gabinetto, altrettanti assessori al Bilancio, quattro amministratori delegati di Atac e l’azzeramento della giunta comunale, non sono una bella media per il centrodestra. E l’equilibrio politico che garantisce governabilità sembra ancora ben lontano a venire»,

si chiede di sapere:

quali iniziative urgenti di propria competenza il Governo intenda attivare per evitare che i dissesti dell’Atac e della metro, a giudizio dell’interrogante frutto del fenomeno Parentopoli e di scelte economiche difficilmente comprensibili della Giunta Alemanno, possano ricadere sui cittadini-utenti, già usurati da condizioni di trasporto pubblico locale indegni di una capitale;

quali iniziative di competenza intenda assumere affinché la mobilità pubblica della capitale raggiunga almeno la stessa efficienza delle altre capitali europee, assicurando un livello di decoro ed efficienza che Roma, capitale e patrimonio culturale dell’umanità, merita;

quali iniziative intenda adottare, nell’ambito delle proprie competenze, al fine di fare maggiore chiarezza sulla gestione dell’azienda municipalizzata Atac affinché non siano solo i cittadini a pagare la disinvolta e fallimentare gestione dell’azienda che sta producendo solo disservizi e sprechi di ogni genere.

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Crack Comitato Provinciale CRI (Croce Rossa Italiana) Roma

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05676
Atto n. 4-05676

Pubblicato il 21 luglio 2011
Seduta n. 585

LANNUTTI – Ai Ministri della salute, dell’economia e delle finanze e della difesa. -

Premesso che:

un’ordinanza commissariale del Comitato centrale della Croce rossa italiana (CRI) del 15 luglio 2011, firmata dal commissario straordinario avvocato Francesco Rocca, ha dichiarato il crac finanziario del comitato provinciale di Roma;

in particolare l’ordinanza determina di prendere atto del rilevante stato di crisi in cui versa, sotto il profilo economico, il comitato provinciale CRI di Roma per questi motivi: il comitato provinciale CRI di Roma non è riuscito ad approvare il bilancio di previsione in considerazione del previsto disavanzo finanziario di 9.313.215,32 euro; dall’analisi del bilancio consuntivo 2010 emerge un disavanzo di amministrazione di circa 16.086.067,41 euro; l’ARES 118 della Regione Lazio non ha inteso rinnovare la convenzione per servizio 118 di trasporto di emergenza in ambulanza, attività principale del comitato provinciale CRI di Roma (COSP), che impiega la maggioranza delle risorse umane e strumentali del Comitato, limitandosi ad una proroga fino al 31 dicembre 2011 e manifestando l’intenzione di procedere all’assegnazione di tale servizio – a decorrere dal 1° gennaio 2012 – previo espletamento di una gara europea; nel corso delle trattative condotte con ARES 118 della Regione Lazio per il rinnovo della predetta Convenzione è emerso, grazie ad un’analisi condotta con i nuovi criteri a seguito dell’ordinanza commissariale n. 90 del 5 marzo 2010 dal dirigente preposto al comitato provinciale CRI di Roma, che la predetta convenzione per il servizio 118 sottoscritta con ARES non era comunque in equilibrio finanziario; il Centro di educazione motoria del comitato provinciale CRI di Roma presenta una grave situazione deficitaria derivante da oneri di gestione estremamente superiori al finanziamento previsto dall’accreditamento con la Regione Lazio; il piano di risanamento della Sanità regionale del Lazio non consentirebbe un adeguamento del contributo, finalizzato alla copertura integrale dei costi; le perdite gestionali di entrambe le strutture, COSP e CEM, sono la principale causa dello squilibrio finanziario del comitato provinciale CRI di Roma; il comitato centrale è costretto a concedere continue anticipazioni di cassa al Comitato di Roma per consentire pagamento delle spese obbligatorie. Le attività sanitarie promosse dal COSP (attività di 118) rientrano, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione, tra le attività di principale competenza delle Regioni; le cause del predetto squilibrio economico dovranno trovare soluzione entro l’esercizio finanziario corrente poiché le proiezioni per l’esercizio 2012 consentono sin d’ora di prevedere che non vi saranno risorse finanziarie sufficienti affinché il comitato centrale possa ripianare il deficit del comitato provinciale CRI di Roma; l’unica possibilità di ripianare il deficit 2012 del comitato provinciale di Roma consisterebbe in un prelievo forzoso di risorse economiche da altre unità territoriali sull’intero territorio nazionale, soluzione, questa, assolutamente non percorribile in quanto non equa, profondamente avversata dalle unità CRI che negli anni hanno dimostrato una gestione economicamente sana e che rischia di provocare difficoltà economiche in altre unità dell’associazione con gravi riflessi sui servizi resi ai cittadini; vi è dunque la necessità di intervenire con urgenza per interrompere una gestione diseconomica suscettibile di ulteriore aggravamento, per ristrutturare le attività del comitato provinciale CRI di Roma al fine di riportarle nel quadro della sostenibilità di bilancio, per porre in sicurezza le attività del comitato provinciale CRI di Roma che presentano un equilibrio entrate/uscite e per avviare un processo virtuoso di riorganizzazione delle attività della sede di Roma;

considerato che:

la CRI è l’unica organizzazione del suo genere, almeno in Europa, che dipende politicamente ed economicamente dal Governo, il quale versa nelle casse dell’organizzazione oltre 160 milioni di euro l’anno (l’80 per cento del quale è destinato alle spese per il personale). La storia recente dice che la CRI è stata commissariata quattro volte dal 1995 a oggi e ha vissuto 18 degli ultimi 25 anni in gestione straordinaria, con commissari nominati per cercare di sanare i deficit delle precedenti gestioni. L’ultimo commissario straordinario è il dottor Francesco Rocca;

da troppo tempo vengono denunciate irregolarità, poca trasparenza nella gestione dell’associazione, nonché una situazione di caos organizzativo con mancata corresponsione degli arretrati salariali ai dipendenti, assunzioni «facili» e senza concorso nel Corpo militare;

è sintomatico che già nel 2008, il “Corriere della sera”, in un articolo di Gian Antonio Stella del 27 settembre, titolava: “Sprechi, dossier dello Stato alla Corte dei Conti. La Croce rossa raddoppia i Centri. Ma per sole nove pratiche all’anno. Dopo l’ispezione partita richiesta alla Difesa di bloccare “il contributo per l’incapacità di spesa dimostrata””. Nell’articolo si fa riferimento ad un Rapporto firmato da Fabrizio Valenza dei Servizi ispettivi di finanza pubblica nel quale, tra l’altro, relativamente alle verifiche fatte su stipendi, rimborsi e promozioni, si denuncia «l’”irregolare riconoscimento al personale di assistenza di gradi non previsti dalla legge”, l’”illegittima presenza di personale militare in servizio continuativo in assenza di una norma che lo consenta”, la “necessità di annullare promozioni effettuate” grazie alla laurea in materie non previste dalla legge, l’assenza di copertura finanziaria dei provvedimenti con cui erano stati distribuiti molti aumenti in busta paga, “l’erogazione di buoni pasto per importi superiori al dovuto” e così via»;

e ancora il 10 dicembre 2009, il quotidiano “la Repubblica” riporta un articolo dal titolo “Assunzioni facili e conti fuori controllo. Il crac Croce Rossa”. L’articolo riferisce ancora una volta di una Croce rossa «alle prese con i mali della pubblica amministrazione italiana: conti incerti, organici sovraffollati, gestioni instabili, influenza della politica». E ancora: «Otto ufficiali superiori sono stati chiamati a restituire i gradi, ottenuti in seguito a promozioni giudicate illegittime da un ispettore ministeriale, e cento dipendenti hanno fatto ricorso al giudice del lavoro dopo l’annullamento di generosi benefici economici»;

l’articolo sottolinea come la Croce rossa sia «un ente costretto a muoversi al confine fra solidarietà e spreco, fra volontariato entusiasta e lavoro assistito. La grana più grossa rimane quella della riorganizzazione del corpo militare, una delle sei componenti della Croce rossa (le altre sono i volontari del soccorso, i donatori di sangue, i giovani pionieri, le pie donne e le crocerossine) che, a leggere il j’accuse dell’ispettore del ministero, si è trasformata in un carrozzone. Ben 670 degli 877 militari in servizio continuativo nel corpo sono stati di fatto stabilizzati “senza che alcuna norma lo prevedesse”. E due terzi del personale, a fine 2007, risultavano impiegati in servizi civili, per lo svolgimento di attività in convenzione con enti pubblici e organismi privati (…). Per le emergenze come alluvioni e terremoti, insomma per la funzione istituzionale del corpo, la Croce rossa ha fatto soprattutto ricorso ai precari, che oggi sono 375, tutti arruolati senza concorso. Il personale militare a tempo determinato, dal 2001 al 2007, è cresciuto del 77 per cento. Quello civile in sette anni è addirittura triplicato»;

più recentemente, il 23 marzo 2010, il settimanale “L’espresso” riportava un articolo di Fittipaldi e Soldano dal sottotitolo chiarificatore “Vertici strapagati. Boom di consulenti. Debiti in aumento. Sprechi. Anche un ex terrorista a fianco del commissario. Ecco come funziona l’associazione”;

il medesimo articolo sottolinea come «Non stupisce che in Italia, unico caso in Occidente, l’ente invece di essere indipendente è sotto il controllo ferreo dei partiti. Che da sempre usano la Croce rossa per fare assunzioni di massa (migliaia di precari militari e civili sono stati chiamati senza concorso e senza criteri): le emergenze e le calamità sono eventi secondari. I bilanci non vengono approvati dal 2005, e i commissari straordinari vanno e vengono». Nell’articolo si legge inoltre che, nel 2008, «un’ispezione del Ministero dell’economia (…) stilò una lista di ben 54 rilievi che denunciavano gravi irregolarità degli ausiliari: promozioni illegittime, benefici economici non dovuti, sprechi senza fine». Successivamente, gli ispettori del Ministero della difesa verificavano per il periodo che va dal 2005 al 2009, «le storture della gestione di presidenti e commissari: 17 milioni destinati dalla Difesa per le esigenze del Corpo (medicinali, automezzi, attrezzature da campo) non sarebbero stati mai spesi, le esposizioni con le banche sarebbero “ormai stabilmente sopra i 55 milioni di euro nelle sue punte massime”, mentre oltre 15 milioni di euro avuti dalla Cri per l’operazione Antica Babilonia in Iraq sono “ancora da impegnare”»;

ancora “L’espresso”, in un articolo del 30 luglio 2010 dal titolo «Croce Rossa conti al verde» riporta come il 12 luglio, la Banca nazionale del lavoro ha scritto al servizio amministrazione e finanza della CRI per lanciare l’allarme: è stata superata la soglia di fido e di extrafido di 53 milioni di euro e non sarà possibile effettuare i pagamenti giacenti per 11 milioni. In gran parte, oneri previdenziali e fiscali in scadenza;

la CRI sta attraversando ormai da tempo una situazione di disordine organizzativo e funzionale con mancata corresponsione degli arretrati salariali ai dipendenti, nonché stabilizzazione di migliaia di precari, come segnalato dall’interrogante negli atti di sindacato ispettivo 4-02926, 4-04108 e 4-05304;

la CRI è un costo per i contribuenti: finanziata da 4 Ministeri percepisce circa 170 milioni di euro all’anno (184.437.664 nel 2004, 180.021.377,55 nel 2005, 174.219.737 nel 2006, 166.305.527,22 nel 2007), anche se non mostra un bilancio alla Corte dei conti dal 2005. Un fiume di denaro pubblico affluisce nelle sue casse a cui si aggiungono le donazioni dei privati;

una recente inchiesta televisiva condotta dai giornalisti di “Report” dedicata all’ente di soccorso dal titolo “la croce in rosso” denunciava proprio gli sprechi, le clientele durante le ultime campagna elettorali, il caos che regnava con le donazioni dei cittadini, specie dopo i terremoti dell’Abruzzo e di Haiti. E poi la confusione nell’amministrazione del cespite più grande in mano alla CRI: le proprietà immobiliari. Donati o comprati negli anni da generosi benefattori. Immobili, in molti casi, lasciati andare in rovina;

anche in questo caso il funzionario del settore vendite del patrimonio immobiliare dell’ente pubblico, che aveva rilasciato un’intervista al programma di Milena Gabanelli, è stata vittima di un durissimo provvedimento disciplinare con due mesi di sospensione e interruzione dello stipendio. Un provvedimento che equivale all’anticamera del licenziamento;

considerato inoltre che:

l’interrogante aveva sollevato il caso di Vincenzo Lo Zito, il militare dipendente della CRI che, nel 2008, aveva denunciato irregolarità amministrative e contabili compiute dall’allora presidente del comitato regionale CRI Abruzzo, Maria Teresa Letta, e per questo ha subito denunce e la sospensione dello stipendio (atto 4-04108);

il giudice Anna Maria Fattori del Tribunale ordinario di Roma ha disposto il non luogo a procedere nei confronti del maresciallo Lo Zito per il reato di calunnia;

inoltre il giudice ha deciso di trasmettere il fascicolo alla Procura perché indaghi su eventuali ipotesi di reato, facendo attenzione in particolare alla nota 22/08 del 5 gennaio 2008, indirizzata al direttore nazionale del Corpo militare della CRI, colonnello Piero Ridolfi, con cui la dottoressa Letta richiedeva l’immediato allontanamento del militare;

in più, il giudice Antonio Lepore del Tribunale militare di Roma ha assolto il maresciallo Lo Zito dal reato di diserzione aggravata perché il fatto non sussiste;

sarà il sostituto procuratore Assunta Cocomello a condurre le indagini ora, dopo che la Procura ordinaria di Roma ha aperto un fascicolo (n. 431 del 2011) per capire quali siano state le ragioni per cui, dopo le denunce di irregolarità fatte dal maresciallo Lo Zito, si è ritenuto di doverlo sottoporre a denunce e alla sospensione dal servizio,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che un’ordinanza del calibro di quella esposta in premessa non possa essere stata fatta appositamente per dichiarare il crac finanziario del comitato provinciale di Roma, poter chiudere i comitati provinciali e licenziare personale al fine di fine di rimediare a una gestione dissennata dell’organizzazione per le inadempienze degli amministratori con conti incerti, organici sovraffollati, gestioni instabili e influenza della politica;

se non intenda intervenire con fermezza per porre fine alle irregolarità nella gestione della CRI nonché agli innumerevoli sprechi, riportando la necessaria indispensabile trasparenza nell’organizzazione e gestione di questa storica associazione.

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Libretti risparmio dormienti- raggiro di avvocati per utenti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05674
Atto n. 4-05674

Pubblicato il 21 luglio 2011
Seduta n. 585

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia. -

Premesso che:

nei giorni scorsi, anche a causa di un servizio su un Tg Rai, sono usciti diversi articoli riguardanti i libretti di risparmio dormienti, con la possibilità, paventata da taluni legali, di reclamarne capitali ed interessi;

il 9 luglio 2011, sul “Corriere del Veneto”, Marika Damaggio racconta la storia di un pensionato che ritrova un libretto con 49.000 lire e chiede alle Poste 8 milioni di euro tra rivalutazioni ed interessi;

si legge sul citato articolo: «Sarà la prima class action italiana dedicata alla riscossione dei libretti “antichi”, sia bancari che postali. E lui, pensionato classe 1931, potrebbe diventare milionario. Virginio Oro, ex maresciallo di Castagnole di Paese, nel Trevigiano, ha finalmente ritrovato il libretto postale smarrito il 24 gennaio del 1957. Quelle 49.000 lire depositate nel conto di Poste italiane oggi potrebbero rivelarsi un vero tesoro. L’uomo di 80 anni si è rivolto allo studio associato Orecchioni e Canzona di Roma. Un consulente dei legali ha stabilito che oggi l’ex militare dell’Arma, tenuto conto di interessi e rivalutazioni, avrebbe diritto a 8 milioni di euro. Questo sarebbe infatti il valore del conto rimasto silente per più di cinquant’anni. Il 21 dicembre prima udienza nella capitale con le perizie. Sono dieci, in tutto, le persone che si sono rivolte allo studio laziale per avanzare una causa civile nei confronti di Poste italiane, Banca d’Italia e ministero dell’economia. Ognuno ha una storia diversa. Proviene da una regione diversa e si aspetta una rivalutazione diversa. Ma il denominatore comune è sufficiente per sollevare una querelle comune. Un’azione curiosa e allo stesso tempo pionieristica. Il filo conduttore che avvicina i protagonisti è la volontà di recuperare i risparmi contenuti nei libretti antichi. Smarriti e poi ritrovati. Tra loro c’è anche il cavaliere della Repubblica Virginio Oro. Nel corso della sua vita ha prestato servizio nell’arma e nel 1955 è stato nella legione di Bolzano per circa un anno. “Poi sono stato trasferito a Malcesine, a San Bonifacio e a Bari” racconta. Tutto inizia quando apre un libretto postale. Complice la vita frenetica e il continuo cambio di città, perde il conto. “Quando ho perso il libretto il saldo era di 49.182 lire” spiega Oro. L’equivalente contemporaneo di quella somma è paragonabile a 3.000 euro. Ma la rivalutazione potrebbe far lievitare la somma. Poco tempo fa l’uomo ha ritrovato in un cassetto il conto ingiallito. “Stavo facendo pulizie e l’ho trovato proprio in fondo a una scatola – spiega -, non pensavo fosse rimasto lì per tutto quel tempo”. Incuriosito ha deciso di battere cassa e incalzare Poste italiane. Ora lo studio Orecchioni e Canzona assisterà l’ex maresciallo. “Un nostro consulente ha stabilito che oggi il valore del libretto potrebbe ammontare a 8 milioni di euro – racconta Anna Orecchioni -. La rivalutazione monetaria e della capitalizzazione tiene conto della media dei tassi e degli interessi maturati nel corso degli anni”. Accanto a Oro ci sono altre persone. “Sono dieci in tutto i nostri clienti” spiega il legale. A risarcire gli smemorati dovrebbero essere Poste italiane, Banca d’Italia e il Ministero dell’economia e della finanza. I convenuti potrebbero però cambiare. Infatti nel corso degli anni gli assorbimenti e i passaggi di proprietà delle banche dovranno essere ricostruiti. La prima udienza è fissata per il 21 dicembre. Oro si affida alla sorte: “Non so bene quanto mi spetterà, ritrovare il libretto è stato comunque una vera fortuna”»;

in data 7 luglio, è Marcello Francesco Simone a raccontare su “Il quotidiano italiano”, «la fortuna di ritrovare le cose andate perdute. Un uomo di 71 anni di Agrigento, Giuseppe Provenzano, ha ritrovato per caso un libretto bancario del 1947 in cui vennero a quel tempo depositate 7 mila lire e che oggi, dopo “soli” 64 anni, varrebbe circa 1 milione e 600 mila euro. L’uomo ha ritrovato il libretto bancario per caso durante i lavori di ristrutturazione della vecchia casa paterna nel centro storico di Agrigento. L’abitazione era rimasta chiusa per decenni e là dentro, nel cassetto di una vecchia credenza, fra foto antiche e francobolli, Provenzano ha ritrovato il libretto bancario che era stato aperto da suo padre, alto ufficiale dell’Esercito Italiano, nel 1947, proprio per lui. A raccontare la storia del fortunato signore è l’avvocato Marco Angelozzi che afferma: “Il libretto bancario era stato smarrito e, soltanto nei giorni scorsi, è stato ritrovato. Provenzano ha deciso di richiedere quella somma, tramite il nostro studio legale che si occupa del recupero delle somme dei libretti bancari ‘antichi’, tramite una class-action, della Banca d’Italia e del Ministero delle Finanze che subentrano, a garanzia, nei rapporti di credito degli istituti bancari”. Le sole 7 mila lire depositate 64 anni fa dal padre di Provenzano valgono oggi “un patrimonio” fra interessi, rivalutazione monetaria e capitalizzazione. Ma i soldi non sono già nelle tasche dell’anziano signore e il suo legale, Marco Angelozzi, infatti dice: “Adesso, dopo 64 anni di giacenza in banca, quel libretto è milionario. Intanto faremo una lettera di diffida per far corrispondere quei soldi al nostro cliente alla Banca d’Italia e se avremo, come crediamo, risposte evasive o che parlano di prescrizione, il nostro cliente aderirà alla class-action”». La favola milionaria, o meglio la “bufala” fa il giro delle redazioni e viene pubblicata sul sito del TG1, (http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-d81a4ac3-21de-4e6d-b29c-bf1771ff900d.html); lo stesso che probabilmente aveva diffuso la notizia, di “Lettera 43″ ed altri quotidiani, alimentando molte telefonate di speranza, in una fase di crisi durissima, arrivate alle associazioni di consumatori, quale Adusbef;

si legge ancora sul sito del TG1: «Le settemila lire del 1947, tra interessi, rivalutazione monetaria e capitalizzazione, sono diventate oggi circa un milione e seicentomila euro. Il problema, però, ora è riscuotere la somma. La legge sul punto è chiara. I depositi dormienti, questo il nome dato ai gruzzoli dimenticati, si estinguono dopo dieci anni e le somme finiscono al fondo istituito presso il ministero dell’Economia e delle finanze per risarcire i risparmiatori vittime di frodi finanziarie. Ma Provenzano a quelle settemila lire diventate un tesoro non ha alcuna intenzione di rinunciare. Tanto da aver deciso di rivolgersi a un legale per riscuoterle. “Il libretto bancario – racconta l’avvocato scelto dal potenziale Paperon de’ Paperoni, Marco Angelozzi – era stato smarrito e, soltanto nei giorni scorsi, è stato ritrovato. Provenzano ha deciso di richiedere quella somma, tramite il nostro studio legale che si occupa del recupero delle somme dei libretti bancari antichi, tramite una class action della Banca d’italia e del ministero delle Finanze”. “Intanto – spiega il legale – faremo una lettera di diffida per far corrispondere quei soldi al nostro cliente alla Banca d’Italia e se avremo, come crediamo, risposte evasive o che parlano di prescrizione, il nostro cliente aderirà alla class action”. L’azione sarebbe proponibile, allegando la documentazione necessaria, anche senza l’assistenza di un avvocato. La storia di Provenzano è arrivata presto oltreconfine, addirittura in Germania, dove un altro agrigentino, Angelo Peritore, emigrato nel 1990, ha raccontato di avere ritrovato un libretto aperto nel 1965 e ritrovato solo mesi fa. Anche lui annuncia battaglia”»;

considerato che:

su “La Nuova Ferrara” del 12 luglio, analogo articolo di Stefano Ciervo, dal titolo “Migliaia di euro per ogni lira antica. Nasce una class action per rivalutare i depositi storici al portatore. Boom di richieste d’informazione nel Ferrarese” alimenta le speranze. Si legge nel citato articolo: «Un lettore di Vigarano ha trovato qualche settimana fa un libretto bancario al portatore del 1960 che i genitori gli intestarono, con un deposito di 500 lire. A una signora di Ostellato è capitato di recente tra le mani un libretto del ’72 con 30mila lire. Segnalazioni su altri casi del genere, nelle ultime ore, sono arrivate un po’ da tutta la provincia, da Argenta a Ferrara. Ritrovamenti che fino a ieri rappresentavano una curiosità da raccontare agli amici, al massimo, ma che oggi si trasformano improvvisamente nella speranza di mettere le mani su di un vero e proprio tesoretto. Merito delle notizie uscite in questi giorni sul diritto alla rivalutazione dei libretti bancari e postali “dormienti”, cioè dimenticati e ritrovati oppure ereditati non più tardi di dieci anni fa, che hanno fatto scattare numerose richieste d’informazione. Comprensibile, considerato che nel caso di un risparmiatore ravennate, ad esempio, è stato calcolato che 100 lire depositate su di un libretto del 1942 valgono oggi 200mila euro. “Sono calcoli dei nostri consulenti sulla base dei tre fattori (interessi legali, capitalizzazione e rivalutazione monetaria) che sono di fatto automatici in casi come questi. Per trasformarli in rimborsi – spiega Giacinto Canzona, uno dei legali del pool nato nel Lazio per seguire la questione-libretti – bisogna attivare la class action nei modi previsti dalla nuova legge. Si può fare al foro di Roma, dove ne abbiamo già incardinata una con 800 partecipanti e la prima udienza prevista il 21 dicembre 2011, oppure nelle città di residenza”. L’aspetto singolare è che, stando al pool legale romano (“molte richieste arrivano dal Nord Est, stiamo cercando corrispondenti in zona”), la controparte non è rappresentata dai singoli istituti depositari del libretto, ma Bankitalia e ministero delle Finanze in caso di libretti bancari, e Poste italiane, che sono considerati in qualche modo garanti della salvaguardia in termini reali di questi risparmi. Chi può partecipare a questa class action? “I possessori di vecchi libretti che possano dimostrare di essere venuti a conoscenza della loro esistenza non oltre i dieci anni dall’adesione alla class action – spiega Canzona – Non si applica in questo caso il decreto legge sui cosiddetti depositi dormienti, perché i conti correnti sono diversi dai libretti, che considerati veri e propri titoli di credito”. Chi è interessato può ottenere delle prime informazioni, “gratuitamente” assicura il legale, inviando una mail a infolibrettiantichi@libero.it oppure aprendo la pagina Facebook “libretto antico”. La legge sulla class action consente anche di incardinare il procedimento presso il tribunale di residenza, anche se per il momento la strada della richiesta di maxi-rivalutazione dei depositi “storici” è stata battuta in particolare dal pool legale romano”»;

la legge sulla class action, rinviata e a parere dell’interrogante snaturata dal Governo Berlusconi, esclude l’azione collettiva per eventi fraudolenti a danno dei consumatori precedenti all’entrata in vigore della legge, avvenuta il 1° gennaio 2010. Sono stati quindi esclusi tutti i crac finanziari ed industriali ad esempio, come quelli di Parmalat, Cirio, Giacomelli, tango bond, Lehman Brothers, perché concretizzati prima dell’entrata in vigore della legge. L’azione collettiva è prevista dall’art. 49 della legge 23 luglio 2009, n. 99, che ha inserito nel cosiddetto “codice del consumo” (decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206) l’art. 140-bis, con il quale è stata disciplinata l’azione di classe per l’accertamento della responsabilità e per la condanna al risarcimento del danno e alle restituzioni.

essa può essere proposta con atto di citazione al Tribunale competente dal singolo cittadino, da un comitato o da un’associazione. Se più soggetti si aggregano e presentano gli stessi illeciti e gli stessi fatti, le procedure vengono riunite. Il testo vigente toglie alle associazioni dei consumatori l’esclusività nel promuovere l’azione, prevista invece nella vecchia versione della legge. Il giudice ha facoltà di fissare l’importo minimo dei risarcimenti, valido non solo per chi ha presentato il ricorso con la class action, ma per quanti agiscono in giudizio successivamente alle sentenze dell’azione collettiva, ottenendo dal giudice l’assimilazione della causa individuale all’azione collettiva. Per consumatore si intende la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta. Sono dunque esclusi dalla normativa i diritti delle persone giuridiche e dei professionisti. La legge esclude il danno punitivo, limitando il risarcimento al solo riconoscimento dei danni subiti, senza prevedere una penalità, anche devoluta allo Stato, per la violazione delle norme e i casi di recidiva. Tuttavia, il risarcimento del danno ammesso è inteso in senso lato, non limitato al solo danno materiale, ma anche morale, esistenziale o di immagine, e quindi afferente a un importo che può essere sensibilmente maggiore e penalizzante rispetto a quanto introitato attraverso pratiche illecite;

resta la non-appellabilità delle sentenze di primo grado favorevoli alle imprese, che escludono la responsabilità civile delle imprese e respingono le richieste di risarcimento. La norma, a giudizio dell’interrogante di dubbia costituzionalità, consente alle società di accordarsi, promuovere e perdere una class action preventiva, in modo da precludere ai consumatori la libertà di azione in giudizio. Dopo tre gradi di giudizio e sentenza di Cassazione favorevole ai consumatori che hanno promosso la class action, la legge obbliga i singoli consumatori ad avviare una seconda causa civile individuale con relativi nuovi tre gradi di giudizio, per ottenere quanto loro spetta, tramite l’esecuzione forzata delle sentenze relative alla causa collettiva;

se il consumatore perde la causa, può essere obbligato a pagare la pubblicizzazione della sentenza e citato in giudizio per il risarcimento dei danni di immagine alla controparte. Il decreto legislativo n. 198 del 2009 ha anche introdotto nell’ordinamento italiano l’azione collettiva per l’efficienza delle amministrazioni e dei concessionari di pubblici servizi. Quest’ultimo tipo di azione può essere esercitato contro una pubblica amministrazione o un concessionario di pubblico servizio se derivi una lesione diretta, concreta ed attuale dei propri interessi, dalla violazione di termini o dalla mancata emanazione di atti amministrativi generali obbligatori e non aventi contenuto normativo da emanarsi obbligatoriamente entro e non oltre un termine fissato da una legge o da un regolamento, dalla violazione degli obblighi contenuti nelle carte di servizi ovvero dalla violazione di standard qualitativi ed economici;

scrive un consumatore di aver scoperto che un anno fa, con la morte della nonna, sua madre ha ritrovato in un cassetto un libretto di risparmio a lei (la madre) intestato. Dopo aver appurato la veridicità e l’autenticità del libretto datato 1948 e rilasciato dall’istituto bancario Cassa di risparmio delle province lombarde, meglio conosciuta come Cariplo in seguito diventata banca Intesa ed ora riconosciuta come Intesa Sanpaolo, con all’attivo 1.096 lire, si è messo alla ricerca dell’avvocato che, sulle pagine dei giornali, adduceva di essere in procinto di promuovere una class action nei confronti della Banca d’Italia, del Ministero dell’economia e delle finanze e delle Poste italiane per chi aveva libretti di risparmio postali. Tramite Internet ha trovato diversi nominativi. Il primo, il più acclamato è quello dell’avvocato Marco Angelozzi che collabora con l’avvocato Orecchioni che, a sua volta, è spesso in collaborazione con l’avvocato Canzona. Sempre tramite Internet ha mandato una richiesta all’indirizzo infolibrettiantichi@libero.it per avere maggiori dettagli e delucidazioni, Ricevendo risposta in 15 minuti con della documentazione standard per conferire la procura, con una copia della lettera di mandato e con una richiesta di 100,00 euro per sostenimento spese di segreteria. Preso dall’euforia di riuscire a ricavare da 2.000 lire “del vecchio conio” una ingente fortuna (potrebbero essere, secondo gli articoli di giornale e secondo i calcoli effettuati dai professionisti legati a questi tre avvocati, circa 450.000 euro) ha resistito alla tentazione di inviare immediatamente il bonifico bancario, avendo scoperto su Internet che di Canzona e di Orecchioni si parla da tempo come di avvocati con il vizietto di dare notizie farlocche e fantasiose con il solo scopo di finire sui giornali o nelle televisioni. Una persona, in un blog, asserisce addirittura di conoscere questi due personaggi, dell’avvocato Angelozzi dice di non aver mai sentito parlare e di sapere per certo che sono avvezzi a raggiri, piccoli inganni e fantomatiche e fumose azioni legali al solo scopo di fare soldi facili e di farsi pubblicità e di essere quasi certo, oltre tutto, che anche per questa faccenda si tratti di una “bufala” estiva,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di un fenomeno propagandistico di taluni legali, privi, a giudizio dell’interrogante, di un solido fondamento giuridico, tendenti ad alimentare speranze di rivalutazioni dei propri libretti di risparmio, con la finalità di incassare almeno 100 euro a pratica dai possessori dei titoli di risparmio, con il miraggio di improbabili rivalutazioni;

quale sia il fondamento giuridico sul quale si possa basare una class action per i possessori dei libretti di risparmio, posto che l’azione collettiva non può essere esercitata per fatti anteriori all’entrata in vigore della legge, avvenuta il 1° gennaio 2010;

se tale propagandata azione collettiva, che induce molti risparmiatori o loro eredi al miraggio di rivalutazioni milionarie, non integri un abuso della credulità popolare sanzionato dall’art. 661 del codice penale;

se tali atti propagandistici, finalizzati alla divulgazione di notizie destituite di solide basi giuridiche, non siano volti a produrre un illecito arricchimento a danno di consumatori, risparmiatori e famiglie stretti nella morsa di una crisi e che si attaccano ad ogni promessa di facili guadagni;

se non intenda verificare i comportamenti di iscritti ad albi professionali, quindi soggetti al rispetto della deontologia, per sanzionarne comportamenti che sembrano debordare dal codice deontologico e che appaiono incompatibili con l’esercizio stesso dell’attività professionale.

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Studdio Inzitari- accordo ristrutturazione gruppo Delta

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05666
Atto n. 4-05666

Pubblicato il 20 luglio 2011
Seduta n. 584

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

nell’ambito della procedura di amministrazione straordinaria del gruppo Delta, che fa capo alla Cassa di risparmio di San Marino, commissariata dalla Banca d’Italia nel 2010 dopo le indagini della magistratura per riciclaggio, affidata ai commissari straordinari nominati da Banca d’Italia, tra cui il commissario straordinario Bruno Inzitari, i quali dal 5 maggio 2009 gestiscono il gruppo bolognese del credito al consumo, da ultimo è stato predisposto un accordo di ristrutturazione del debito depositato presso il registro delle imprese di Bologna e di prossima omologa da parte del Tribunale di quella città;

a quanto risulta all’interrogante, fra i documenti allegati a detto accordo figura una relazione giurata del dottor Dino Martinazzoli nella quale è testualmente riportato: “elaborato dai Commissari straordinari con il supporto (…) dello Studio Legale Inzitari per gli aspetti di struttura societaria”;

considerato che:

nell’atto di sindacato ispettivo 4-04798 l’interrogante ha segnalato che nel 2010 il commissario straordinario del gruppo Delta, professor Bruno Inzitari, è stato nominato dal Ministro dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti, su designazione di Banca d’Italia, anche commissario di banca MB;

la banca MB è stata commissariata dall’estate 2009 per irregolarità legate alla concessione di prestiti ai suoi stessi azionisti, prestiti che hanno creato una forte crisi di liquidità;

come precisò Stefano Elli de “Il Sole-24 ore”, in occasione della nomina, si tratta di una designazione insolita quella di Banca d’Italia che, di fatto, ha aggiunto un suo uomo di fiducia a due commissari precedentemente nominati: Luigi Moncada e Marco Zanzi;

a riguardo l’interrogante aveva presentato un atto di sindacato ispettivo (4-04047), che non ha ancora avuto risposta, per chiedere chiarimenti su detto conflitto di interessi, considerato che anche la banca MB ha collegamenti con banche di San Marino e, inoltre, non risulta che, al momento della nomina del professor Inzitari, la situazione del gruppo Delta fosse ancora del tutto risolta;

consultando il sito dello studio “Inzitari e Partners”, tra gli altri avvocati, c’è Anna Maria Paradiso, che in data 7 ottobre 2010 veniva nominata quale secondo commissario straordinario, in aggiunta al dottor De Flaviis, del Banco emiliano romagnolo (Ber) SpA, posto in amministrazione straordinaria dal Ministro dell’economia e delle finanze in data 8 luglio 2009;

l’avvocato Anna Maria Paradiso è anche membro del Comitato di sorveglianza del Credito di Romagna, commissariato;

il Ministro dell’economia con decreto del 29 settembre 2010, emanato su proposta della Banca d’Italia, disponeva lo scioglimento degli organi con funzioni di amministrazione e di controllo della banca Carim, Cassa di risparmio di Rimini SpA, e la sottoposizione della stessa ad amministrazione straordinaria per gravi irregolarità nell’amministrazione e violazioni normative, gravi perdite patrimoniali nonché per gravi inadempienze nell’esercizio dell’attività di direzione e coordinamento del gruppo bancario, con particolare riferimento alla controllata Credito industriale sammarinese (CIS);

la Carim, un “gigante” della Romagna con 116 filiali, possiede al 100 per cento una banca di San Marino, il Credito industriale sammarinese;

quindi, a quanto risulta all’interrogante, quattro banche commissariate sono sotto il controllo dello studio “Inzitari e Partners”;

considerato infine che ad avviso dell’interrogante si potrebbero muovere rilievi critici sia alla nomina della Banca d’Italia dei commissari, che difettano dei requisiti di terzietà e indipendenza necessari per gestire funzioni delicate, sia all’operato dei medesimi commissari, probabilmente influenzato dai desiderata della Banca d’Italia stessa, la cui filosofia pone al centro gli esclusivi interessi dei banchieri, e come corollario gli eventuali diritti di lavoratori, consumatori e utenti,

si chiede di sapere:

se, alla luce dei fatti esposti in premessa, non risultino profili di illegittimità, anche tenendo conto della veste di pubblico ufficiale rivestita dal commissario Inzitari nonché della circostanza che risultano altresì essere state pagate nel corso della procedura parcelle per prestazioni professionali rese da un avvocato socio dello studio legale Inzitari, tutto questo non generi un evidente conflitto di interessi;

se risultino i motivi per cui vengano scelti il titolare e i componenti dello studio “Inzitari e Partners” per seguire le banche commissariate e quali siano i compensi erogati ai commissari liquidati dalle stesse banche;

se risultino i criteri di scelta delle proposte di nomina dei commissari da parte della Banca d’Italia da sottoporre al Ministero dell’economia per le banche in crisi;

quali misure urgenti intenda attivare, anche con l’istituzione di un apposito albo di professionisti meritevoli, per evitare che siano sempre gli stessi commissari designati dalla Banca d’Italia e ratificati obbligatoriamente dal Ministero a gestire in maniera discrezionale le situazioni di crisi delle banche, che, oltre a non rispondere ad alcuno del loro operato, dissipano le risorse a spese delle stesse banche con fior di consulenze e tenori di vita che non è chiaro come possano permettersi;

quali iniziative urgenti di competenza intenda intraprendere per rafforzare i necessari profili di trasparenza in un settore delicato come quello della vigilanza, delle nomine dei commissari e dei commissariamenti di banche in crisi, ad avviso dell’interrogante oggi pervaso dalla più totale omertà ed opacità.

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Consob non vieta le vendite allo scoperto

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05663
Atto n. 4-05663

Pubblicato il 20 luglio 2011
Seduta n. 584

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

la Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob), per correre ai ripari dopo il venerdì nero dell’8 luglio 2011 per il crollo di piazza Affari, ha annunciato che, a partire da lunedì 11 luglio 2011, a piazza Affari, scatta per le posizioni ribassiste rilevanti, fino al 9 settembre 2011, l’obbligo di comunicazione alla Consob riguardo alle vendite allo scoperto;

pertanto restano consentite le vendite allo scoperto, ma le posizioni ribassiste rilevanti dovranno essere comunicate alla Consob;

come si apprende dalla lettera di un articolo pubblicato su “Liquida network” il 10 luglio 2011, «Dopo una lunga riunione tenuta nel pomeriggio l’autorità presieduta da Giuseppe Vegas, secondo quanto si apprende, ha deciso di non vietare le vendite allo scoperto, così come si era potuto ipotizzare dopo l’annuncio della riunione, perché dopo il provvedimento di questo tipo messo in atto a seguito del crac Lehman nel 2008 si era constatato che aveva poca efficacia se limitato ad un solo paese. Anche perché non impediva le vendite sulle società bersaglio in altri mercati, in particolare sulla piazza londinese. Inoltre sembra che a motivare la decisione siano state anche le rassicurazioni arrivate sulla buona salute delle banche italiane, in grado di superare gli stress test di prossima pubblicazione. Nella sostanza il provvedimento adottato, spiega nella nota la Commissione “rafforza i poteri di vigilanza della Consob nell’attuale fase di mercato, caratterizzata da un elevato livello di volatilità nell’andamento delle quotazioni. In particolare, dovranno essere rese note alla Consob le posizioni nette corte relative ai titoli azionari delle società quotate in Italia, quando superino determinate soglie quantitative. Il primo obbligo di comunicazione scatta al raggiungimento di una posizione netta corta uguale o superiore allo 0,2% del capitale dell’emittente. Successivamente l’obbligo si attiva per ogni variazione pari o superiore allo 0,1% del capitale”. Durante una pausa dei lavori ai microfoni delle Tv il presidente della Consob assicura che con queste misure sarà assicurata maggiore “trasparenza” e aiuterà “a far venire allo scoperto gli speculatori”. La situazione “ha le sue difficoltà” ammette Vegas, ma con queste misure si cerca di alleggerire la tensione e rassicurare i mercati. (…) Le vendite allo scoperto (o “short selling”) sono operazioni che sfruttano la possibilità, prevista sui mercati finanziari, di non avere materialmente in mano un titolo per poterlo cedere. Di solito sono legate all’attesa – o alla speculazione – di un prezzo in calo e per questo possono rappresentare un “pericolo”, se effettuate da grandi investitori come gli hedge fund. Si possono effettuare vendite allo scoperto senza possedere del tutto un titolo, oppure dopo averlo ottenuto in prestito da parte di una banca o di un altro intermediario, cui verrà corrisposta una commissione legata anche alla durata del prestito. Nel primo caso si parla di vendite allo scoperto “nude” (“naked short selling”, in inglese), nel secondo di vendite allo scoperto “ricoperte”. In generale chi vende uno strumento finanziario ha tre giorni di tempo per consegnarlo effettivamente: vendendo un titolo il cui prezzo scende, può riacquistarlo a un prezzo inferiore a quello di vendita, con conseguente guadagno, anche nei giorni successivi. (…) Negli attuali sistemi di trading è comunque possibile effettuare delle vendite allo scoperto riacquistando il titolo ceduto in una stessa giornata e contando sul fatto che il conteggio sul possesso effettivo di uno strumento finanziario tra acquisti e vendite verrà fatto alla fine delle contrattazioni. Paletti sulle vendite allo scoperto erano stati già decisi dalle diverse Autorità al culmine delle turbolenze sui mercati successive alla crisi dei mutui e al crac Lehman. In Italia la Consob aveva deciso lo stop il 22 settembre del 2008 sulle operazioni su titoli di banche e assicurazioni vietando dapprima la vendita di azioni “non disponibili” (era in pratica il divieto di vendite allo scoperto “nude”) e poi, dal primo ottobre successivo, vietando anche la vendita di azioni su cui non ci fosse anche la proprietà. Si trattava in quel caso di un divieto totale di vendite allo scoperto su banche e assicurazioni, in cui anche le vendite “short” nell’arco di una stessa giornata erano impossibili. Le restrizioni sono poi cadute. (…) Dieci mesi fa la Commissione Europea ha dato il via libera alle nuove regole su alcuni dei prodotti finanziari considerati rischiosi per l’andamento dei mercati. In particolare, le nuove norme – che entreranno in vigore nel 2012 – prevedono anche la possibilità di vietare le vendite allo scoperto nel caso ci sia una grave minaccia per la stabilità finanziaria, e nel caso questi strumenti finanziari riguardino titoli pubblici dei Paesi Ue»;

a mobilitarsi contro la speculazione finanziaria in queste settimane sui titoli di piazza Affari, in particolare, contro le agenzie di rating e i report sull’Italia pubblicati a ridosso di giornate di borsa particolarmente negative sono le due Procure di Trani e Roma. I giudici di Trani hanno ampliato l’inchiesta già aperta in passato su Moody’s (dal giugno 2010) e Standard & Poor’s (maggio 2011). In particolare, il pubblico ministero Michele Ruggiero si è recato ieri presso la sede della Consob dove ha chiesto ufficialmente i tabulati degli scambi azionari delle drammatiche sedute dell’8 e dell’11 luglio scorsi, giorni in cui piazza Affari ha chiuso con un ribasso di oltre 7 punti sul mercato azionario e di circa il 10 per cento sui mercati obbligazionari e sui titoli del reddito fisso. Calo che ha portato il differenziale al massimo storico degli spread tra i Btp e i Bund tedeschi. Un’iniziativa cui si è aggiunta in serata anche la Procura di Roma che ha aperto un fascicolo di atti relativi senza indicazione di persona o di reati sempre con riferimento all’andamento della borsa nei giorni 24 giugno e 8 e 11 luglio;

considerato che, a giudizio dell’interrogante:

nonostante le decisioni prese dalla Consob, l’attacco speculativo all’Italia continua proprio perché sono assolutamente insufficienti e mal poste. È evidente che se non sono stabilite le tempistiche e le modalità di cumulazione di posizioni corte il broker potrebbe usare ad esempio 10 piattaforme, e “shortare” sul mercato lo 0,199999 ovviamente con 10 intermediari differenti, senza dover comunicare nulla;

inoltre, la decisione non blocca in alcun modo la speculazione in atto perché non comprende i derivati ed i sottostanti ma soprattutto non include i broker esteri, quando gli addetti ai lavori sanno che la speculazione deriva soprattutto da fondi inglesi ed americani;

in realtà lo sa anche la Consob che, interfacciandosi con Borsa italiana la quale ha i tabulati di tutte le contrattazioni, ben vede chi sono gli speculatori;

le cose che invece dovrebbe immediatamente porre in essere la Consob al fine di mettere un freno alla speculazione, sono le seguenti: 1) blocco dello short selling intraday e overnight (proveniente sia dall’Italia che dall’estero) su tutti i mercati regolamentati, comprendendo nel blocco sia i titoli azionari che obbligazionari e i relativi sottostanti e derivati, come anche il future sull’indice e relativi derivati; 2) blocco delle vendite allo scoperto così dette “naked”, ovvero in marginazione, siano esse provenienti dall’Italia che (soprattutto) dall’estero su tutti gli strumenti citati, interfacciando controlli incrociati coi tabulati forniti da borsa italiana, al fine di verificare se qualche broker estero non rispetti il divieto; 3) obbligo dell’immediata ricopertura su tali strumenti per tutti i brokers (italiani ed esteri) che, per conto proprio o per conto terzi, abbiano effettuato un “naked short selling” su qualunque strumento finanziario quotato a piazza Affari, ivi compresi derivati e sottostanti; 4) Costante monitoraggio, attraverso i dati forniti da Borsa italiana, sugli ordini di vendita passanti sui finanziari quotati e relativi sottostanti e derivati, quantomeno quelli quotati nell’indice principale; 5) costante monitoraggio e incrocio di controlli con Borsa italiana relativa ai titoli di Stato quotati, per verificare che sia rispettato il divieto di short selling;

in questo periodo il pericolo, visto l’aumento costante dello spread rendimento BTP – Bund tedesco, è allarmante e l’Italia deve andare sul mercato a rifinanziarsi a costi sempre maggiori, proprio per colpa della speculazione, con conseguenze sui conti pubblici e sulle tasse dei cittadini;

la scorsa settimana l’agenzia Moody’s ha attaccato il Portogallo proprio 4 giorni prima che il Portogallo dovesse andare a mercato per rifinanziarsi, pertanto è stato costretto a farlo a rendimenti molto elevati per colpa di quel downgrade;

la speculazione, quindi, attacca il nostro Paese, e la tempistica è sempre la stessa, qualche giorno prima che andasse sul mercato con aste di titoli di stato per rifinanziarsi;

questa speculazione è una mafia, ma la cosa grave è che Consob sa bene da dove arrivano gli ordini “short”;

ad esempio c’è un fondo che lavora anche in Italia e che è partecipato in Moody’s con il 3,29 per cento: è il fondo BlackRock, lo stesso che mercoledì scorso ha parlato di “rischio Italia”;

considerato inoltre che:

la normativa Consob, presente oramai da anni, impedisce di visualizzare, con la scusa della privacy, il codice della controparte;

alla luce degli ultimi due anni, la normativa rappresenta una decisione molto grave, perché impedisce di verificare chi sia lo speculatore di turno che continua a “shortare” sul nostro mercato. E tutto questo a discapito della trasparenza, che sembra per qualcuno ben più importante della stessa privacy,

si chiede di sapere:

se al Governo risultino motivi delle recenti decisioni della Consob, che, pur essendo preposta alla tutela di interessi generali e alla tutela del risparmio, ad avviso dell’interrogante in realtà non sta tutelando nulla e nessuno anzi, con la sua inerzia, sta alimentando la speculazione a danno dei piccoli investitori. Nello specifico l’interrogante ritiene che la suddetta normativa Consob favorisca le lobby (Abi, banche, hedge fund, eccetera) in modo da permettere loro in gran segreto di speculare senza freni;

considerato che negli ultimi mesi i mercati continuano a scendere, se al Governo risulti che ci siano vendite vere sul mercato o sia invece vero che si specula da oltre quattro mesi al ribasso;

quale sia la valutazione sulla vicenda, per gli aspetti di propria competenza, ed in particolare quali misure urgenti intenda intraprendere per far sì che la Consob, a giudizio dell’interrogante sospettabile di essere collusa con la speculazione, possa avvalersi degli strumenti più validi ed idonei per combattere l’attacco speculativo al nostro Paese, prima che sia troppo tardi;

se non ritenga urgente intervenire, nelle opportune sedi normative, al fine di promuovere iniziative per frenare lo spread, sempre in continua sofferenza, tra BTP e Bund tedesco, tenendo conto che occorrerebbe impedire le vendite allo scoperto in qualunque forma sui titoli del debito pubblico, sia da broker italiani che esteri, per non rischiare di compromettere, solo per speculazione pura, la salute dello Stato;

se risulti, anche attraverso le informazioni di cui dispone la Consob, se alla luce dei tabulati di tutte le compravendite effettuate sui finanziari ci sia qualche fondo collegato e partecipato in qualche misura da Moody’s, Standand&Poor e Fitch.

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Alitalia-manovra Finanziaria- a rischio processo Cimoli

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05664
Atto n. 4-05664

Pubblicato il 20 luglio 2011
Seduta n. 584

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

la nuova manovra finanziaria (decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, recante “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”) prevede la nomina di due commissari extra che affiancheranno l’amministratore straordinario di Alitalia Augusto Fantozzi al fine di dividere il potere decisionale;

questo è quanto previsto da un comma della nuova legge di stabilizzazione finanziaria che, come si legge sull’articolo di Matteo Cavallito pubblicato su “il Fatto Quotidiano” il 12 luglio 2011, «avrebbe scatenato la rabbia dello stesso amministratore facendogli considerare anche l’ipotesi delle dimissioni. Il nodo, riferiscono le stesse fonti, nell’ostacolo imposto implicitamente dalla nuova norma all’ipotesi di un’azione di responsabilità contro l’ex numero uno dell’azienda Giancarlo Cimoli (…). Certo il sospetto non manca, soprattutto a fronte dei rumors che iniziano a circolare negli ambienti finanziari. Da sempre critico nei confronti della mala gestione che negli anni passati ha contribuito in modo decisivo ad affossare Alitalia, facendo lievitare al contempo il costo di ristrutturazione scaricato sui contribuenti e sui piccoli risparmiatori, il commissario straordinario Augusto Fantozzi rischia ora di perdere buona parte della propria autonomia con la concreta ipotesi di ritrovarsi di volta in volta in “minoranza”. È questa, in sintesi, la possibile conseguenza dell’ultimo provvedimento assunto dal Governo e inserito tra le pieghe del decreto di stabilizzazione finanziaria. Un’iniziativa criptica, formalmente lecita ma anche terribilmente discutibile. Soprattutto a fronte di un malcontento generale che non sembra proprio destinato a placarsi»;

in particolare l’articolo 15, comma 5, del decreto-legge n. 98 del 2011 dispone: “Al fine di contenere i tempi di svolgimento delle procedure di amministrazione straordinaria delle imprese di cui all’articolo 2, comma 2 del decreto-legge 23 dicembre 2003, n. 347, convertito dalla legge 18 febbraio 2004, n. 39 e successive modificazioni, nelle quali sia avvenuta la dismissione dei compendi aziendali e che si trovino nella fase di liquidazione, l’organo commissariale monocratico è integrato da due ulteriori commissari, da nominarsi con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro dello sviluppo economico”. Traducendo: nelle imprese sottoposte ad amministrazione straordinaria, come Alitalia, l’amministratore straordinario, Augusto Fantozzi ad esempio, sarà affiancato da due nuovi commissari graditi al Governo e nominati formalmente da Paolo Romani oppure direttamente da Silvio Berlusconi ma, in ogni caso, scelti di fatto dal premier;

si legge ancora nel citato articolo: «Augusto Fantozzi, è noto, non ha voluto fino ad oggi cedere alle pressioni di chi da due anni invoca un suo intervento diretto contro la precedente gestione della compagnia. Ma al tempo stesso ha avuto parole fortemente critiche nei confronti degli sprechi che avevano portato l’azienda al collasso. Un tracollo divenuto conclamato nel 2007, quando per la prima volta si iniziò a parlare con sempre maggiore convinzione di una cessione salvifica ai concorrenti di Air France che, all’inizio dell’anno successivo, avrebbero formalizzato un’offerta da 1,7 miliardi di euro per l’acquisizione dell’impresa e, particolare non da poco, di tutti i suoi debiti. Il seguito è noto: dopo l’inconsistente ipotesi di cordata promossa da Antonio Baldassarre (che costerà all’ex presidente della Corte Costituzionale una sanzione da 400 mila euro da parte della Consob e un rinvio a giudizio con l’accusa di aggiotaggio) Air France entra nella proprietà della compagnia acquisendo il 25% delle quote Alitalia per la cifra di 300 milioni. E i conti ovviamente non tornano visto che una simile operazione identifica un valore totale dell’azienda pari a 1,2 miliardi (500 milioni in meno della prima offerta sdegnosamente rifiutata) e che, rieccoci al “particolare non da poco”, quel prezioso 25% risulta, al contrario di prima, perfettamente sano. Già, perché tutti i debiti di Alitalia, nel frattempo, sono stati convogliati in una bad company che sopravvive grazie a un prestito pubblico (cioè dei contribuenti) pari a 300 milioni di euro e impone una sostanziale svalutazione di fatto dei titoli azionari in mano ai piccoli risparmiatori. Alla fine il conto finale dell’operazione Alitalia si collocherà tra i 4 e i 5 miliardi di euro. Il commissario straordinario Fantozzi viene chiamato in causa nel giugno del 2009 quando il rappresentante degli obbligazionisti della compagnia Gianfranco Graziadei invita la Consob a chiedere chiarimenti al nuovo numero uno dell’azienda. Fantozzi avvierà un’azione di responsabilità portando in tribunale, sede civile, i vecchi amministratori dell’azienda? La domanda inizia a farsi strada anche se il commissario preferisce non esprimersi. Un fatto è però certo: Fantozzi non ha propriamente un atteggiamento assolutorio nei confronti dei suoi predecessori, anzi. “Alitalia è morta di grandeur” dichiarò più di due anni fa l’amministratore straordinario. Come a dire che una gestione più oculata avrebbe potuto salvare la compagnia immolata, al contrario, sull’altare degli sprechi. “Nella mia relazione sulle cause dell’insolvenza dico chiaramente che l’azienda ha sperperato – spiegò allora Fantozzi – . Non è un mistero che ci sono cinque procuratori della Repubblica al lavoro nei nostri uffici e la Corte dei conti che indaga”. L’ex numero uno di Alitalia Giancarlo Cimoli ha ricevuto una liquidazione d’oro intascando 5 milioni di euro. Per i suoi primi due anni di lavoro, Fantozzi ha ricevuto un compenso totale di 6 milioni. Il commissario, come detto, non ha mai promesso alcuna azione civile contro gli ex dirigenti di Alitalia ma non per questo l’ipotesi può essere esclusa. Anzi. Fonti interne agli ambienti finanziari confermano questa possibilità sostenendo che da qualche tempo Fantozzi stia, o forse sarebbe meglio dire “stesse”, pensando di portare in tribunale proprio Cimoli e i suoi colleghi per contestare le loro responsabilità di ex gestori. Un’intenzione che dovrebbe fare i conti oggi con l’opinione dei due nuovi amministratori “promossi” proprio dal già citato comma 5 dell’articolo 15 con i quali l’amministratore (presto non più) unico dovrà dividere il potere decisionale con il rischio di ritrovarsi eventualmente anche “in minoranza”. Le stesse fonti di cui sopra riferiscono di un Fantozzi particolarmente arrabbiato e pronto, in extrema ratio, a dare addirittura le dimissioni. Consolandosi, a quel punto, con una liquidazione proporzionata al suo attuale stipendio»;

l’Anelta (Associazione nazionale ex lavoratori trasporto aereo) provvederà a lanciare una class action contro i Ministri delle infrastrutture e trasporti, del lavoro e politiche sociali e, di concerto, la Presidenza del Consiglio che a suo tempo siglarono l’accordo di ristrutturazione della compagnia e come si legge nel citato articolo, «per questo responsabili, secondo il Presidente dell’Anelta Mario Canale, di aver “smembrato la compagnia aerea di bandiera, lasciando che solo pochi potessero gioire delle positività dell’azienda, mentre i più dovessero piangerne i debiti”. Raggiunto telefonicamente, Canale chiarisce così il suo pensiero. “L’avvio di una azione di responsabilità contro gli ex dirigenti da parte di Fantozzi? Non lo so, non credo. Diciamo che ho più fiducia nella magistratura che sta indagando. Certo, ormai la frittata è fatta. Ma sarebbe comunque bello recuperare un po’ del maltolto da coloro che se ne andarono con liquidazioni così generose”»;

in particolare si legge nel comunicato stampa disponibile sul sito di Anelta: “Nell’operazione CAI-Alitalia si è agito in violazione dei principi generali del commercio, dell’industria e dell’impresa ed il Governo ha permesso di violare tutte le regole economico-commerciali del sistema giuridico italiano ed europeo”; questa l’opinione dell’avvocato Davide Romano del Foro di Bari e dell’avvocato Francesca Scoppetta del Foro di Roma», legali dell’associazione;

il comunicato stampa prosegue: «All’indomani della pubblicazione dei dossier riservati dell’ambasciata americana sulla cordata Cai, (resi pubblici su WikiLeaks) ritenuta “una pagina triste” del nostro Paese in cui “Berlusconi ha aiutato i suoi amici e fatto pagare i debiti ai contribuenti italiani”, riservando per loro il “meglio della compagnia, lasciando ai contribuenti il peso dei debiti”, per il Governo si prospetta un ulteriore problema da affrontare (…). Più in dettaglio l’Anelta denuncia che: “l’operazione è stata posta in essere in violazione delle regole economiche e giuridiche esistenti nel nostro Paese ed in contrasto con i principi che regolano il commercio e l’industria in Europa, permettendo ad una compagnia neonata di proseguire l’attività produttiva dell’Alitalia e, a quest’ultima, di rimanere infangata nei propri debiti spalmati tra ex lavoratori, fornitori-creditori e tutti i cittadini” (…). Gli Avvocati Davide Romano e Francesca Scoppetta illustreranno le motivazione del ricorso al TAR Lazio e già da ora annunciano: “Se il TAR Lazio non provvederà a cassare l’operato del Governo, è già pronto il ricorso alla Corte di Giustizia Europea, nella convinzione che se il sistema nazionale dovesse non essere sufficiente a porre fine alle disfunzioni governative, giustizia sarà fatta in sede europea”»;

considerato che sul blog “Fatti e misfatti” si legge che la Corte dei conti ha sentenziato che «i 750 mila euro elargiti da “Alitalia” a Giancarlo Cimoli quale emolumento legato a non ben specificati risultati aziendali (…) sono da considerarsi un danno erariale, anche in considerazione del fatto che “Alitalia”, quando Giancarlo Cimoli fu liquidato, si trovava con attività e bilancio in profondo rosso (…) Giancarlo Cimoli, il quale, tra l’altro, nel fare le valigie per andarsene in quelle valigie aveva lietamente messo anche quattro milioni e mezzo di liquidazione, non dovrà, però, restituire tutti i 750 mila euro sottratti non meritatamente all’Erario perché la Corte dei conti ha stabilito che dovrà versare appena 150 mila»;

considerato inoltre che è del 19 luglio 2011 la notizia che il commissario straordinario di Alitalia (la parte della società in amministrazione controllata) Augusto Fantozzi si dimette. Questo perché – si legge in una nota pubblicata sul sito di Alitalia – «ha ritenuto che sia venuta meno la fiducia del Governo nei suoi confronti ed ha rassegnato le proprie dimissioni nelle mani del Sig. Presidente del Consiglio e del Sig. Ministro per lo Sviluppo Economico. La stessa cosa hanno fatto tutti i componenti dell’Ufficio del Commissario». L’articolo pubblicato su “Il Messaggero” lo stesso giorno rileva che «La decisione fa seguito all’approvazione della manovra che contiene misure che riguardano proprio le procedure di amministrazione straordinaria delle imprese»,

si chiede di sapere:

quale sia la valutazione sulle possibili conseguenze derivanti dalla citata disposizione della manovra economica di cui al decreto-legge n. 98 del 2011 che costituisce un ostacolo imposto implicitamente all’ipotesi di un’azione di responsabilità contro l’ex numero uno dell’azienda Giancarlo Cimoli, atteso che anche in questo caso ad avviso dell’interrogante sembra che si sia escogitato un sistema per salvare i responsabili di gestioni a giudizio dell’interrogante scellerate, come quella di Cimoli per l’Alitalia, che, dopo aver lasciato l’azienda sul lastrico, se ne andò intascando svariati milioni di euro di liquidazione, dopo aver fatto altrettanto in Montedison e Ferrovie dello Stato;

quali iniziative intenda assumere il Governo affinché non siano sempre e unicamente gli utenti a pagare le cattive amministrazioni con ponti d’oro ai manager pubblici che se ne vanno dopo aver portato le aziende al fallimento senza che nessuno venga chiamato a risponderne.

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Fondo pensioni CCRVE

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05665
Atto n. 4-05665

Pubblicato il 20 luglio 2011
Seduta n. 584

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che, per quanto risulta all’interrogante:

nel maggio 2008 a seguito di referendum il fondo pensioni CCRVE (Cassa centrale di risparmio Vittorio Emanuele, ex Sicilcassa), ormai privo dell’istituto di credito di riferimento finito in liquidazione coatta amministrativa, che doveva garantire agli iscritti delle prestazioni integrative sulla pensione, è stato trasformato in fondo complementare con lo scopo di pervenire in breve alla vendita del patrimonio immobiliare, valutato in circa 300 milioni di euro, e suddividerlo tra gli oltre 5.000 soci in cosiddetti zainetti di importo variabile in base al grado e all’anzianità;

questo doveva garantire soprattutto i dipendenti andati in pensione dal 1997 in poi (anno in cui era finita in liquidazione amministrativa la Sicilcassa, banca di riferimento) che non vedevano riconosciuta alcuna pensione integrativa pur avendo versato per oltre 30 anni i loro soldi nel richiamato fondo;

con la riforma statutaria del 2008 si era fatto credere che di lì a poco si sarebbe pervenuti alla dismissione dell’ingente patrimonio, che sarebbe stato diviso tra i soci specie i più bisognosi, ma purtroppo sono passati oltre tre anni e alle promesse non sono seguiti i fatti;

in tutta questa vicenda gli unici a guadagnare sono stati gli attuali amministratori e sindaci che, a seguito della modifica statutaria proposta, si sono attribuiti compensi elevati, tanto che, come risulta dai bilanci pubblicati, mediamente ognuno ha guadagnato circa 60.000 euro, oltre il rimborso spese, senza parlare di alcuni sindaci che facendo causa hanno percepito circa 145.000 euro per prestazioni reclamate, relative agli anni precedenti, mentre lo statuto dell’ex Sicilcassa non prevedeva alcun compenso ma solo il rimborso spese, il tutto condito da mancanza di informazione ai soci sulle varie trattative che in questi anni si sono succedute;

visto che i soldi degli iscritti finivano in mano ai propri rappresentanti, anche essi soci, alcuni di loro hanno pensato di costituirsi sotto forma di associazione spontanea, denominata Costifondo (Comitato spontaneo tutela iscritti e patrimonio fondo CCRVE), per promuovere una modifica referendaria dello statuto che mettesse regole certe, quali la richiesta dell’assemblea dei rappresentanti dei soci e la riduzione dei gettoni di presenza e delle indennità annue (tetto massimo 8.000 euro annui oltre spese) per consiglieri e sindaci;

detta proposta, che reca la firma di circa 800 soci, comunicata pure alla Covip, è stata presentata all’attuale consiglio di amministrazione con l’indicazione di indire il referendum unitamente alle elezioni per il rinnovo delle cariche che dovranno essere espletate entro il mese di settembre;

purtroppo, l’attuale consiglio mostrando poca sensibilità, ha ritenuto di non prendere in considerazione l’ipotesi di modifica statutaria presentata dall’associazione Costifondo, pensando di andare direttamente alle elezioni, per le quali molti degli uscenti si candidano, e mostrando, in questo modo, di non voler cambiare le regole prima delle elezioni;

a giudizio del Costifondo il fondo pensioni CCRVE in queste condizioni rischia, se non lo è già, di diventare il classico carrozzone clientelare. Le premesse ci sono tutte. La scarsa redditività del patrimonio immobiliare (sotto il 3 per cento), l’innegabile conflitto di interessi che si configura con i compensi per gli amministratori e i sindaci, ben oltre ogni possibile rendita dei loro “zainetti”, e l’assenza dei diritti più elementari dei soci ne sono la prova. I soggetti che investono cifre così alte lo fanno solo quando la redditività del patrimonio su cui investono supera il 7 per cento. È superfluo chiedersi perché gli incaricati alla vendita dovrebbero migliorare la redditività di un patrimonio (si vedano i canoni di inquilini importanti), che non hanno interesse a vendere. Infatti – è un paradosso – in caso di dismissione subirebbero un danno economico notevole. Questa contraddizione può essere una delle possibili e potenziali concause della mancata dismissione. In previsione del prossimo rinnovo delle cariche sociali, che con le presenti regole elettorali potrebbe perpetuare una sostanziale situazione di redditizio stallo per chiunque sarà eletto, è urgente apportare gli opportuni correttivi;

nelle more della totale dismissione, che il Comitato si augura sia realizzata il prima possibile, sarà necessaria una sana ed efficiente gestione del fondo: a) massimizzando i rendimenti delle risorse finanziarie ed eliminando inutili e ridondanti rapporti contrattuali; b) ricontrattando, ove possibile, alle condizioni di mercato il rendimento del patrimonio immobiliare; c) mettendo in luce quella parte di patrimonio in atto non utilizzata o sotto-utilizzata (ci sono immobili sfitti); d) curando costantemente la manutenzione con minimizzazione dei costi; e) verificando necessità e funzionalità del personale distaccato; f) curando il costante recupero dei crediti, con particolare attenzione ai crediti verso inquilini; g) pervenendo alla definizione della vertenza con la Sicilcassa in liquidazione e con altre eventuali controparti per chiusure a stralcio, senz’altro meno onerose di pluriennali spese legali a carico dei soci. Si dovrà, infine, ma non per ultimo: 1) studiare la fattibilità per la pronta applicazione dell’art. 23 dello statuto (messa a reddito degli zainetti), avendo un occhio di riguardo verso i soci in atto in servizio e verso i pensionati aventi integrazione pari e/o di poco superiore a zero; 2) rivisitare in senso migliorativo l’attuale progetto di riforma delle prestazioni alla luce delle nuove necessità scaturenti dal lungo tempo ormai trascorso (quattro anni) dalla data della sua approvazione;

secondo Costifondo sulla mancata dismissione del patrimonio immobiliare hanno risposto i numeri che, se inalterati, potranno condizionare una possibile vendita futura come riportano da un’analisi dei bilanci 2009 e 2010: onorari a professionisti (transazioni vertenze sindaci) da 324.000 a 462.000 euro; rimborso spese per amministratori e sindaci da 37.000 a 30.000 euro; gettoni di presenza (9.600 euro per ogni riunione) da 391.000 a 427.000 euro; compensi di carica (presidente, vice presidente, consiglio d’amministrazione e sindaci) da 68.000 a 66.000 euro; assicurazioni (responsabilità civile e penale per i componenti del Consiglio d’amministrazione e del Collegio sindacale) 39.000 euro confermati anche nel 2010; emolumenti direttore 91.000 euro, confermati anche nel 2010. Per un totale per gli anni 2010 e 2011 di 2.105.000 euro;

questi i numeri degli ultimi due anni che hanno sorpreso tutti per un ente previdenziale che, per la fisiologica contrazione delle prestazioni (circa 1.600.000 euro l’anno), dovrebbe già essere in pareggio, invece di registrare un disavanzo nel 2009 di 5.590.000 euro e nel 2010 di 6.133.000 euro, registrando per la prima volta un incremento;

gli amministratori e i sindaci ribadiscono che queste cifre sono conseguenza della corretta applicazione dello statuto, approvato dai soci con il referendum del 2008;

proprio per questi motivi il Comitato in data 9 giugno 2011 ha presentato al consiglio d’amministrazione la richiesta di un referendum correttivo dello statuto del fondo CCRVE che propone tre quesiti su: a) introduzione i diritti fondamentali dei Soci: assemblea deliberante; approvazione bilancio annuale; introduzione del bilancio preventivo; pubblicazione di un rendiconto semestrale; diritto presa visione allegati bilanci; b) le scontate incompatibilità di carica: sussistenza di contenzioso, rapporti professionali, commerciali, eccetera; c) disciplina che mette un limite ai discussi compensi degli amministratori e dei sindaci;

il Comitato in occasione delle prossime elezioni per il rinnovo delle cariche ha intenzione di proporre una lista autonoma senza interferenze sindacali;

considerato che:

il consiglio di amministrazione non prevede un’assemblea dei soci ed in tanti anni questi ultimi hanno ricevuto pochissime informazioni in merito alle procedure di dismissione del patrimonio immobiliare;

dopo un’assemblea molto vivace il consiglio d’amministrazione ha spostato le elezioni da agosto a settembre, ma il regolamento elettorale continua a prevedere liste bloccate;

ad oggi molti dei soci che aspettavano di ricevere questi soldi sono morti, altri avevano contratto debiti pensando di poterli ripianare a breve e ora hanno grosse difficoltà economiche, altri ancora versano in gravi condizioni di salute e i soldi che servirebbero per curarsi non ci sono ancora,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quali siano i motivi per cui il fondo CCRVE non ha ancora provveduto alla dismissione del patrimonio immobiliare valutato in circa 300 milioni di euro e se detta inerzia non sia avallata dagli interessi economici degli amministratori e dei sindaci, che possono continuare a percepire lauti compensi, a svantaggio dei soci;

quali iniziative di competenza intenda assumere affinché il fondo proceda immediatamente alla vendita del patrimonio immobiliare per garantire soprattutto i dipendenti andati in pensione che non si sono visti riconosciuta alcuna pensione integrativa pur avendo versato per oltre 30 anni i loro risparmi nel fondo;

se non ritenga che sia un diritto legittimo dei soci, secondo i principi della trasparenza e della corretta informazione previsti dalla legge, poter rinnovare le cariche sociali dopo averne valutato l’operato, anche attraverso il rendiconto economico e finanziario dell’anno precedente, considerato che lo statuto attuale non prevede rendiconti economici finanziari intermedi rispetto a quello dell’esercizio annuale;

quali iniziative di competenza intenda adottare affinché sia dato seguito alle richieste del comitato circa la modifica referendaria dello statuto per garantire regole certe e consentire ai soci di partecipare ed essere informati.

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Bond Argentini-Procura di Roma

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05662
Atto n. 4-05662

Pubblicato il 20 luglio 2011
Seduta n. 584

LANNUTTI – Ai Ministri della giustizia e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

la gestione a giudizio dell’interrogante scandalosa delle dormienti Autorità indipendenti, come la Consob, è stata messa in luce anche da una puntata di “Report” di domenica 14 novembre 2010, il programma di giornalismo d’inchiesta che non ha remore nei confronti di nessuno che la Rai vorrebbe chiudere di fatto non garantendo la tutela legale;

nella trasmissione Milena Gabanelli ha evidenziato il carattere filo-bancario della Consob e il “tempo sprecato” dall’Autorità a inseguire teoremi e castelli di accuse contro i rappresentanti dei consumatori invece di perseguire le attività fraudolente delle banche che hanno assegnato derivati “avariati” ad enti locali ed imprese fatte fallire;

i crac finanziari ed industriali hanno segnato un’epoca nel rapporto tra risparmiatori e banche, con circa un milione di famiglie coinvolte nella perdita del proprio risparmio (bond argentini, Cirio, Parmalat, Giacomelli, eccetera) per un controvalore di 50 miliardi di euro. Fondi perduti non per una scelta di rischio consapevole, ma perché gli operatori finanziari e soprattutto le banche in cui i risparmiatori avevano riposto piena fiducia hanno consigliato strumenti finanziari descritti come “prodotti sicuri” che poi invece sono risultati rischiosissimi, come i bond argentini, dati ad oltre 450.000 famiglie, perdendo così in gran parte i due terzi dei risparmio affidato, in altri casi la totalità;

la storia del crac dell’Argentina è una storia dolorosa sia per il Paese sudamericano popolato in buona parte da immigrati italiani che hanno subito una crisi durissima, che per i risparmiatori italiani, indotti dai cattivi consigli delle banche ad investire la loro liquidazione o i propri sudatissimi risparmi, in obbligazioni che erano già state contrassegnate dal dissesto e che le banche hanno venduto in contropartita diretta, senza alcuna preventiva informazione sul rischio degli investimenti. I bond argentini sono come i Bot italiani, affermavano le banche nel vendere quei prodotti, addossando il rischio di un Paese già destinato al default dalle agenzie di rating e da banche internazionali che avevano emesso report su titoli “spazzatura”, all’insaputa dei compratori che fiduciosi acquistavano quei titoli perché consigliati dalle banche, trasferendo così dal portafoglio titoli degli istituti di credito masse di obbligazioni acquistate in precedenza ai portafogli delle famiglie, nel numero considerevole di 450.000 per un controvalore di 14 miliardi di dollari;

considerato che:

a giudizio dell’interrogante pseudo autorità indipendenti come Consob e Banca d’Italia, colluse con le banche vigilate perché aduse a tutelare la stabilità del sistema sulla concorrenza, sono state complici nell’impedire un “massacro” dei sudati risparmi delle famiglie italiane;

nel 2004, quattro associazioni di consumatori (Aduc, Adusbef, Codacons, Federconsumatori) per venire incontro alle richieste ed agli appelli di tantissimi risparmiatori, fondavano il CITA – Comitato investitori titoli argentini, invitando tra l’altro i risparmiatori truffati dalla banche con i bond sudamericani in default dal 2001 ad inviare esposti-denunce alle Procure della Repubblica. Nel 2010 gli stessi si vedevano notificare gli avvisi di richiesta di archiviazione. A quanto risulta all’interrogante, gli avvocati delle associazioni, delegati dai risparmiatori, si recavano in procura per visionare il fascicolo al fine di proporre un’eventuale opposizione ma si vedevano consegnare dalla segreteria di un Procuratore aggiunto della Procura di Roma, delegato alle indagini, un fascicolo contenente solo la denuncia e la richiesta di archiviazione: in sei anni non era stato compiuto alcun atto d’indagine. La Procura della Repubblica di Roma non tentava neppure di salvare la faccia simulando la benché minima attività investigativa, acquisendo, ad esempio, la copiosissima documentazione presente da tempo in rete sui bond argentini. Neppure la dovuta richiesta di proroga delle indagini prevista dal codice di procedura penale dopo ogni sei mesi era stata mai proposta. Il fascicolo formalmente aperto era stato immediatamente abbandonato ad avviso dell’interrogante giacché si sarebbe dovuto indagare sulle banche e sulle modalità di collocamento indiscriminato di titoli ad alto rischio ai risparmiatori e, notoriamente, per quanto risulta, la Procura della Repubblica di Roma è storicamente poco incline ad ogni approccio investigativo con i potentati economico-finanziari e politici,

si chiede di sapere:

se al Governo risultino le ragioni che hanno indotto la Procura della Repubblica di Roma a tenere aperto un fascicolo per sei anni senza attivare alcuna investigazione sulla presunta truffa delle banche a danno di migliaia di risparmiatori;

quali iniziative anche di carattere legislativo intenda assumere per evitare che la Consob, consolidato sistema di “porte girevoli” con le banche, possa diventare una succursale dell’Associazione bancaria italiana, deliberando contro diritti ed interessi dei risparmiatori anche nella vendita di bond da banco che nessun cliente o utente bancario intende comprare, ma che con l’avallo in termini di affidabilità della Consob potrebbero diventare più attraenti;

quali misure urgenti di competenza intenda attivare per verificare eventuali responsabilità disciplinari da parte di un’importante Procura, quale quella di Roma, che ha la nomea di “porto delle nebbie”, che con la richiamata archiviazione le speranze di legalità e giustizia di tantissimi risparmiatori ed acquirenti di tango bond ed altri prodotti finanziari rischiosi, molti dei quali hanno ottenuto condanne risarcitorie in sede civile, frodati e truffati dalle banche;

se il Ministro della giustizia, alla luce dello scandalo che ha coinvolto la Procura di Roma nell’”affaire G8″, emersa solo grazie alle indagini doverose della Procura della Repubblica di Firenze e del procuratore capo Quattrocchi, accusato di invasione di campo dal procuratore capo di Roma Ferrara che ha visto coinvolto un magistrato a lui molto vicino come Achille Toro, che ha patteggiato nei giorni scorsi la pena, non Rdebba predisporre un’urgente ispezione ministeriale tesa a verificare eventuali responsabilità disciplinari per comportamenti che potrebbero essere stati in contrasto con la legalità e l’equilibrata e serena amministrazione della giustizia, che deve essere “uguale per tutti” e non a vantaggio di coloro che sono legati a cricche, circoli e centri di potere.

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CNPR Saltarelli-Bisignani

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05672
Atto n. 4-05672

Pubblicato il 20 luglio 2011
Seduta n. 584

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e della giustizia. -

Premesso che:

la Cassa nazionale di previdenza dei ragionieri (Cnpr), continua ad essere al centro di aspre critiche, sia per la dismissione del patrimonio immobiliare fortemente contestata dagli inquilini in maggioranza iscritti alla stessa, sia perché attaccata per una gestione disinvolta dei fondi dai dottori commercialisti che non ritengono proficua la fusione ragionieri-commercialisti per l’insostenibilità pensionistica e per presunti buchi nei conti che ammonterebbero ad oltre 3 miliardi di euro nei bilanci attuariali come illustrati dalla Commissione parlamentare di controllo sull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale;

premesso altresì che a quanto risulta all’interrogante:

il ragioniere Paolo Saltarelli, profondamente frustrato per il rifiuto dei commercialisti di fondersi con i ragionieri, si è trovato al centro di una vicenda misteriosa e inquietante che ruota intorno al nome dell’architetto Maurizio Mazzotta;

già negli atti di sindacato ispettivo 4-04715 e 4-04943, l’interrogante parlava dell’architetto Mazzotta, «indicato nella lettera del Direttore generale della Cnpr Alberto Piazza» come «collaboratore diretto della Cassa», e si chiedeva se il Mazzotta fosse «lo stesso architetto, portaborse di Francesco Pazienza, condannato ad otto anni dai giudici del tribunale di Milano nell’ambito dell’inchiesta sul crac del vecchio Banco ambrosiano»;

in una dichiarazione pubblicata da «Plus24», “Il Sole-24 ore” del 21 marzo 2011, il presidente della Cnpr, Paolo Saltarelli, aveva escluso che Mazzotta avesse a che fare con loro, non essendo né dipendente né consulente della Cnpr, aggiungendo che il documento citato dall’interrogante, che riguardava un ordine di servizio del direttore Piazza affisso nei palazzi di proprietà della Cnpr oggetto di dismissione immobiliare, rappresentasse un documento falso;

in seguito alla suddetta dichiarazione “Plus 24″ de “Il Sole-24 ore”, in un articolo del 2 aprile 2011, formula la stessa domanda (se Mazzotta sia dipendente o consulente) al portavoce di Reag che, attraverso la controllata Reag Tekna, sta lavorando per l’ente pensione dei ragionieri dopo la messa in liquidazione di Previra Immobiliare (che gestiva il patrimonio immobiliare della Cassa). La risposta del portavoce Reag non lascia margini di dubbio e conferma la fondatezza dell’interrogazione 4-04715: «Maurizio Mazzotta è un consulente esterno di Reag e tra i lavori in cui è coinvolto c’è anche quello di Cassa dei ragionieri»;

nell’avviso agli inquilini, datato 16 febbraio 2011, giudicato falso dal presidente ragioniere Saltarelli, Maurizio Mazzotta veniva indicato come collaboratore della Cnpr abilitato a svolgere i rilievi necessari sullo stato degli appartamenti prima della dismissione. Ma il ragioniere Saltarelli, piccato dall’interrogazione parlamentare del sottoscritto, annunciava, e perfezionava, secondo la stampa, una denuncia penale all’autorità giudiziaria chiedendo di indagare sulla veridicità del documento affisso nei 38 stabili dell’ente pensionistico dei ragionieri e a firma di Piazza;

due fonti ufficiali, quella di Reag e del ragioniere Saltarelli, hanno fornito versioni differenti sul ruolo dell’architetto Mazzotta, incaricato di recarsi nei 38 stabili da una circolare del signor Piazza, ma disconosciuto dai vertici dei ragionieri;

considerato che:

a distanza di mesi, nulla è stato chiarito sui legami della Cassa ed il suo consulente architetto Mazzotta, che potrebbe essere lo stesso Maurizio Mazzotta portaborse di Francesco Pazienza, condannato a otto anni dai giudici del tribunale di Milano nell’ambito dell’inchiesta sul crac del vecchio Banco ambrosiano;

in una lettera ricevuta dall’interrogante in data 19 luglio 2011 e già inviata ai magistrati di Napoli che indagano sulla “P4″ ed acquisita agli atti della Commissione bicamerale di controllo sugli enti gestori in data 20 luglio 2011 – nelle cui audizioni il presidente della Cassa dei ragionieri riferiva, a parere dell’interrogante con rara arroganza e inusuale spavalderia, spesso irrispettoso perfino del ruolo del Parlamento – il ragionier Paolo Saltarelli, su carta intestata Cnpr. Pre.10/03/2011.301.R scrive una lettera indirizzata al dottor Luigi Bisignani, piazza Colonna 370, 00186 Roma, dal seguente tenore: «Caro Luigi, è con grande gioia che ti scrivo per ringraziarti a nome di tutto il Consiglio, per aver sbloccato la situazione dismissione immobiliare con gli amici del Ministero. In questo Paese le leggi sembrano fatte apposta per bloccare le nostre attività ma noi non ci arrendiamo. Ti aspetto a Milano a presto»,

si chiede di sapere:

se risulti che il ragionier Saltarelli, presidente della Cassa dei ragionieri, accusato di aver utilizzato come collaboratore l’architetto Maurizio Mazzotta, portaborse di Francesco Pazienza, condannato a otto anni dai giudici del tribunale di Milano nell’ambito dell’inchiesta sul crac del vecchio Banco Ambrosiano, che aveva minacciato di sporgere denuncia penale della Cassa, chiedendo all’autorità giudiziaria di indagare sul “finto documento” affisso nei 38 stabili dell’ente, abbia mai inoltrato la minacciata denuncia alla magistratura;

se le gestioni, spesso disinvolte, delle casse di previdenza, seppur privatizzate, che hanno investito ingenti risorse nei titoli tossici quali Antrachite e Lemhan Brothers attraverso broker e consulenti finanziari operanti dai paradisi fiscali e legali, anche ubicati nelle isole Cayman, mettendo a repentaglio la sostenibilità delle future pensioni, possano ricadere sugli iscritti ed inquilini danneggiati dalle dismissioni del patrimonio immobiliare spesso per far fronte ai buchi di bilancio;

a quanto ammontino le spese ed i compensi nel bilancio della Cnpr, e se, sotto le voci organi amministrativi e di controllo e compensi professionali, non siano occultate eventuali consulenze che possano sfuggire alla trasparenza dei bilanci;

se il Governo non intenda intervenire urgentemente con appositi provvedimenti di competenza, tendenti a perseguire le responsabilità gestionali dei presidenti, dei consiglieri di amministrazione, direttori generali e collegi sindacali delle casse di previdenza, evitando che gli eventuali buchi di bilancio possano ricadere sulla previdenza pubblica, con gli oneri a carico della fiscalità generale, mentre gli autori di gestioni disastrose possono farla franca e festeggiare i disastri provocati;

se i numerosi ragionieri, iscritti all’ente di previdenza, non debbano meritare una gestione migliore e più oculata del vasto patrimonio immobiliare, posto che i dottori commercialisti hanno rifiutato che gli oneri gestionali e gli eventuali buchi attuariali possono essere spalmati e ripianati dai loro iscritti sulla loro Cassa;

se risulti quali fossero i rapporti con Luigi Bisignani, accusato dai magistrati di Napoli di gravissimi reati ed agli arresti domiciliari, che scrive con grande gioia per ringraziarlo a nome di tutto il Consiglio, per aver sbloccato la situazione di dismissione immobiliare con gli amici del Ministero, e se tale lettera non sia la prova della partecipazione dello stesso presidente dei ragionieri Saltarelli, che, ad avviso dell’interrogante, dovrebbe sentire il dovere di rassegnare irrevocabili dimissioni, e la loggia P4, che operava contro gli interessi generali e l’ordinamento costituito per finalità oscure anche tendenti a rafforzare cricche di faccendieri per conseguire sporchi affari a danno della collettività e gli interessi generali del Paese. Al riguardo l’interrogante ritiene che occorra chiedere conto al ragioniere Saltarelli di quali siano stati i contatti da parte di Bisignani, e con quali funzionari, per sbloccare le vendite immobiliari, se tali intermediazioni non siano state fonti di rimborsi, commissioni o altre utilità illegali e se, all’interno del Ministero vigilante, vi sia una rete di rapporti facenti parte della P4;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per ristabilire la legalità ed il rispetto delle leggi, mettendo in campo strumenti sanzionatori atti a prevenire deviazioni istituzionali e costituzionali.

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Mediolanum – Fisco

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02322
Atto n. 3-02322 (in Commissione)

Pubblicato il 19 luglio 2011
Seduta n. 582

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che l’Agenzia delle entrate e gli istituti di riscossione dei tributi quali Equitalia, Gerit, eccetera, oltre a vessare i contribuenti onesti con ingiunzioni di pagamento e ganasce fiscali su beni mobili ed immobili senza alcuna preventiva comunicazione, praticando interessi illegali anatocistici vietati dalla legge antiusura che spesso fanno triplicare il valore originario della contestazione fiscale, usano due pesi e due misure a seconda del contribuente che si trovano di fronte: forti, intolleranti e prepotenti con i cittadini onesti, quali lavoratori e pensionati adusi a pagare fino all’ultimo centesimo le tasse perché hanno la trattenuta alla fonte, timidi e tolleranti con soggetti economici abituati a praticare l’evasione e l’elusione fiscale. Anche gli accertamenti fiscali sembrano seguire spesso due diversi iter, vessatori e rigidi per i piccoli artigiani e/o commercianti, morbidi per i grandi gruppi bancari e finanziari, che non fanno alcun mistero di ubicare le proprie sedi legali in domicili fiscali più attraenti di quello vigente in Italia. Come racconta Vittorio Malagutti per “il Fatto Quotidiano” del 14 luglio 2011, per banca Mediolanum si profila una stangata fiscale da decine di milioni di euro, tale da dare un taglio netto ai brillanti risultati di bilancio di Mediolanum. Si legge sul sito di Dagospia: «Peggio ancora, una botta pesantissima, tale da compromettere i profitti aziendali anche nel futuro prossimo. Ecco in estrema sintesi la posta in gioco della partita in corso da mesi tra il fisco e il gruppo finanziario controllato da Ennio Doris. E allora, se da una parte è ancora tutto da provare quello che il generale della Guardia di finanza Emilio Spaziante ha dichiarato ai magistrati di Napoli. E cioè che i manager di Mediolanum l’anno scorso sarebbero stati avvertiti in anticipo, forse dal generale Michele Adinolfi, dell’arrivo imminente di una verifica delle Fiamme Gialle. D’altra parte è sicuro che i collaboratori di Doris avevano ben chiaro in mente che quell’indagine rischiava di dare un colpo durissimo al modello di business dell’azienda. Un modello che negli ultimi anni ha moltiplicato i profitti aziendali. Funziona così: il motore del gruppo, cioè le società che gestiscono il risparmio raccolto tra i risparmiatori, sono state trasferite a Dublino. Questo significa che la quasi totalità dei profitti viene realizzata all’estero. E siccome il fisco irlandese è a dir poco generoso con le società straniere, il risultato è che l’aliquota media applicata al gruppo Mediolanum raggiunge a malapena il 19 per cento. Meno della metà di quanto in teoria potrebbe essere costretta a pagare in Italia. Tutto questo è legale. Molte aziende italiane, in particolare le banche, prendono la scorciatoia che porta a Dublino per pagare meno tasse. Nessuna però arriva a produrre in Irlanda addirittura il 90 per cento degli utili di gruppo, come ha fatto Mediolanum nel 2010, quando ha chiuso l’esercizio con 245 milioni di profitti. I militari del nucleo di Polizia tributaria di Milano non hanno però contestato a Doris il ricorso al doping fiscale irlandese. Le accuse delle Fiamme Gialle si fondano alcune violazioni specifiche. La più importante ruota attorno al concetto di transfer price. In pratica, la Mediolanum international fund di Dublino, che gestisce qualcosa come 17 miliardi di euro, paga commissioni milionarie alle società italiane del gruppo che si occupano della raccolta. Nel 2010, per esempio, le cosiddette distribution fee hanno superato i 130 milioni . È tutto denaro che dall’Irlanda riprende la strada dell’Italia. Il prezzo è giusto? Oppure i vertici di Mediolanum fanno in modo di pagare commissioni inferiori alla media di mercato? Proprio questa è l’accusa della Guardia di finanza che messo nel mirino Banca Mediolanum con un’ispezione cominciata a settembre del 2010 e terminata a fine febbraio. Ma perché Doris farebbe uno sconto a se stesso sulle commissioni da versare in Italia? Semplice: più soldi restano in Irlanda meno tasse sarà chiamato a pagare il gruppo. Questa interpretazione è ovviamente controversa. Mediolanum ha ribattuto alle accuse sostenendo che una norma contenuta in un decreto-legge del maggio 2010 confermerebbe la correttezza dell’azienda. Si vedrà. Il processo tributario è solo alle prime battute. In caso di condanna però i danni per il gruppo finanziario potrebbero essere pesanti. Le Fiamme Gialle hanno contestato imposte (Irap e Ires) non pagate per un totale di 121,4 milioni di euro negli anni tra il 2006 e io 2009. Altri 48,3 milioni di euro riguardano invece l’esercizio 2005. Tirando le somme si arriva a quasi 170 milioni di euro a cui andrebbero aggiunte eventuali sanzioni. Non finisce qui. Nel corso della stessa ispezione, quella al centro della presunta soffiata di Adinolfi, i militari hanno presentato a Mediolanum anche il conto di un’evasione Iva che verrebbe sanzionata con una multa di 64 milioni. Questa volta l’Irlanda non c’entra. L’accusa riguarda il mancato pagamento dell’imposta sui compensi versati ai promotori per il “coordinamento, supervisione e controllo” di altri promotori. Secondo le Fiamme Gialle queste attività non rientrerebbero tra quelle di carattere finanziario e quindi esenti da Iva. “Tutto regolare”, risponde Mediolanum. “Non c’è stata nessuna violazione e i rilievi sono del tutto infondati”. Può essere. Intanto però anche questi 64 milioni di multa andrebbero sommati ai 170 milioni delle contestazioni sul transfer price e il conto finale supera i 230 milioni. Basta così? No, perché nel 2010 anche l’Agenzia delle Entrate (Direzione Lombardia) è arrivata alla conclusione che Mediolanum Vita (il braccio assicurativo del gruppo) nel 2005 abbia pagato al Fisco 18 milioni in meno di quanto dovuto. Questa volta però Doris è venuto a patti. La transazione potrebbe essere definita a giorni. Resta aperta la questione irlandese. Senza contare che adesso su tutta la vicenda pesa il sospetto di quella soffiata eccellente»,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo che i manager di Mediolanum nel 2010 sarebbero stati avvertiti in anticipo, forse da un generale, dell’arrivo imminente di una verifica fiscale;

se il modello che negli ultimi anni ha moltiplicato i profitti aziendali di Mediolanum, quale il trasferimento a Dublino delle società che gestiscono il risparmio raccolto tra i risparmiatori, esentando la quasi totalità dei profitti realizzati all’estero, con il fisco irlandese che applica l’aliquota media del 19 per cento, meno della metà di quanto in teoria potrebbe essere costretta a pagare in Italia, seppur legale, sia compatibile con la produzione in Irlanda del 90 per cento degli utili di gruppo, come ha fatto Mediolanum nel 2010, quando ha chiuso l’esercizio con 245 milioni di profitti;

se sia vero che Mediolanum international fund di Dublino, che gestisce 17 miliardi di euro, paga commissioni milionarie alle società italiane del gruppo che si occupano della raccolta, pari a 130 milioni di euro nel 2010, mediante le distribution fee, denaro che dall’Irlanda riprende la strada dell’Italia;

se risulti che i vertici di Mediolanum, nel pagare commissioni inferiori alla media di mercato, evadano ed eludano l’equa pressione fiscale pagando meno tasse di quanto spetterebbero al gruppo;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per ripristinare l’equità fiscale e la corretta, trasparente applicazione delle medesime condizioni a tutti i contribuenti, siano essi banche, grandi gruppi economici o normali cittadini che hanno gli stessi diritti davanti al fisco e alla legge.

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