Month: luglio 2011

Agenzie di Ratimg- Crollo Piazza Affari

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05653
Atto n. 4-05653

Pubblicato il 19 luglio 2011
Seduta n. 582

LANNUTTI – Ai Ministri della giustizia e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

dopo le denunce alla magistratura penale presentate da Adusbef e Federconsumatori contro le agenzie di rating, soggetti privati interessati a generare panico e turbolenze sui mercati, che con i loro rapporti posticci alimentano speculazioni ad orologeria sui mercati, per beneficare qualche azionista, almeno una Procura della Repubblica vuole verificare se dietro il crollo dei mercati di venerdì 15 e lunedì 18 luglio 2011 ci sia stato qualche soggetto che, approfittando dell’incertezza politica, abbia speculato sui mercati e sui titoli del reddito fisso generando un crollo dei titoli in borsa con perdite di circa 30 miliardi di euro;

si legge su “Agi News On” del 17 luglio 2011: «La Procura di Trani infatti, che dal giugno 2010 indaga sull’agenzia di rating Moody’s, per via di un report diffuso nel maggio del 2010 su precisa denuncia di Adusbef e Federconsumatori e che dal maggio 2011 ha aperto un’indagine su Standard & Poor’s, ha chiesto ufficialmente alla Consob i tabulati degli scambi azionari delle drammatiche sedute dell’8 e dell’11 luglio scorsi, giorni in cui Piazza Affari ha chiuso con un ribasso di oltre 7 punti sul mercato azionario,e di circa il 10% sui mercati obbligazionari e sui titoli del reddito fisso,che ha portato il differenziale al massimo storico degli spread tra i Btp e i Bund tedeschi. Il magistrato titolare dell’inchiesta su Moody’s, dott.Michele Ruggiero, che intende coordinarsi anche con le Procure di Milano e Roma alle quali Adusbef e Federconsumatori avevano fatto recapitare analoghi esposti denunce sulle agenzie di rating, vuole capire se dietro le manovre speculative anti-Piazza Affari ci sia un disegno preciso di hedge fund e di altri soggetti non identificati che possa collegarsi in qualche modo ai giudizi negativi espressi sui conti pubblici italiani dalle agenzie di rating negli ultimi mesi. Per acquisire i tabulati all’indagine aperta, almeno dalla Procura di Trani oltre 1 anno fa, il Pm che agisce sulla base di 2 precisi esposti denunce presentati da Adusbef e Federconsumatori contro Moody’s e Standard & Poor’s, integrati in data 11 luglio 2011, ha chiesto alla Consob uno screening completo degli scambi azionari del venerdì nero (proprio quel giorno la commissione comunicò al mercato di aver effettuato un monitoraggio serrato delle compravendite) durante il quale furono bruciati la bellezza di 14 miliardi a Piazza Affari, colpendo in primis le banche con Unicredit ed Intesa San Paolo»;

considerato che:

in un lancio dell’agenzia Ansa del 18 luglio, Corrado Chiominto informa che «La magistratura ha acceso un faro sulla probabile speculazione che, dopo la diffusione di alcuni report di agenzie di rating sull’Italia, hanno messo in difficoltà i mercati finanziari. Il pm di Trani, Michele Ruggiero, ha già acquisito materiale dalla Consob e ha ampliato l’inchiesta già avviata a inizio anno, estendendola alle ultime settimane. Le ipotesi di reato per Moody’s e S&p – ma anche per eventuali altri speculatori non ancora identificati – sarebbero quelle di Insider Trading e Market Abuse previsti dal nuovo testo unico finanziario. Per verificare eventuali anomalie nelle valutazioni di rating, inoltre, il magistrato avrebbe chiesto una “due diligence” indipendente sui conti dello Stato a un gruppo di esperti autonomi anche rispetto al settore pubblico. Trani non sarebbe comunque la sola procura ad indagare. Anche Roma e Milano hanno aperto un fascicolo anche se al momento non ci sono indagati e non sono ipotizzati reati. Tutto parte dalla testardaggine e da due esposti denuncia inviati a molte procure italiane da Elio Lannutti e Rosario Trefiletti, presidenti di Adusbef e Federconsumatori, nei quali non solo veniva chiesto il blocco delle diverse tipologie di vendita allo scoperto, le short selling intraday-overnaight e le “naked”, ma anche di monitorare gli ordini di vendita passati sui mercati finanziari e il ruolo della Consob nella tutela degli interessi generali e del risparmio. Ruggiero, che già in passato si era attivato su reati finanziari, non ha aspettato molto. Ha subito “esteso” anche alle ultime settimane l’indagine che aveva aperta a inizio anno, dopo che Moody’s a mercati aperti aveva diffuso un report sulle banche italiane, con immediato impatto sui titoli creditizi in borsa. Ha quindi chiesto a Consob i dati di Borsa Italiana sui mercati e le vendite. Oggi, accompagnato da alcuni ufficiali della Guardia di Finanza, ha varcato il portone della sede dell’authority a Roma e chiesto anche ulteriore documentazione. In particolare avrebbe raccolto elementi sui confronti che la stessa Consob aveva avuto a tambur battente con le Agenzie di Rating le scorse settimane. L’inchiesta di Ruggiero era stata aperta a inizio anno, dopo la diffusione di un comunicato Moody’s sul sistema bancario italiano (che subito aveva trovato la replica del governatore di Bankitalia, Mario Draghi). Una situazione analoga si è riproposta lo scorso 21 maggio, quando l’annuncio del possibile declassamento dell’Italia da parte di S&p aveva ricevuto una pronta replica di Giulio Tremonti: il ministro dell’Economia aveva spiegato che i dati macroeconomici dell’Italia “non solo non hanno subito variazioni sfavorevoli, ma in alcuni casi sono risultati migliori” rispetto al passato. In pratica, non c’erano motivazioni tecniche per cambiare outlook. Sotto osservazione, poi, sarebbe l’ulteriore report di Standard and Poor’s, diffuso il primo luglio, che esprimeva giudizi negativi sulla manovra correttiva. “Restano sostanziali rischi per il piano di riduzione del debito principalmente a causa della debole crescita”, era scritto nel rapporto. Ma a insospettire il magistrato sarebbe il fatto che la valutazione, arrivata a mercati aperti, giudicava la manovra varata la sera prima a Palazzo Chigi ma della quale non si conoscevano, se non in modo sommario, i contenuti. Lo conferma il fatto che il decreto è poi stato pubblicato con grande ritardo e con modifiche, dopo l’intervento del Presidente della Repubblica. La Procura ipotizzerebbe una “manipolazione informativa” del mercato, nella convinzione che attori così importanti sul settore finanziario, come le agenzie di Rating, quando informano il mercato degli esiti delle proprie valutazioni sono a conoscenza degli impatti che questi produrranno. Così che, anche se non avessero voluto direttamente danneggiare gli investitori di uno specifico mercato, di fatto sarebbero comunque stati in grado di prevedere cosa sarebbe accaduto. L’inchiesta di Trani, comunque, non si fermerebbe solo alle Agenzie di Rating. È a tutto campo e si stanno valutando anche aspetti collaterali riguardanti possibili speculatori, al momento anonimi. Questo filone di inchiesta, al momento, si presenta il più difficile perché richiederà l’eventuale collaborazione internazionale per risalire al vero “mandante” di acquisti o vendite speculative»;

in un annuncio “TM News” del 18 luglio 2011 si legge che anche «la Procura di Roma ha aperto un fascicolo d’inchiesta sull’andamento di titoli di Borsa. L’accertamento considerato esplorativo da parte degli inquirenti segue le segnalazioni della Consob che sono state inviate agli inquirenti di piazzale Clodio e a quelli di Milano. Secondo quanto si è appreso le verifiche, allo stato, si concentreranno sui giorni del 28 giugno, dell’8 e 11 luglio. I magistrati incaricati di seguire gli accertamenti sono quelli del pool dei reati economici coordinati dal procuratore aggiunto Nello Rossi. Al momento i controlli non riguardano nello specifico le agenzie di rating. In ogni caso si dovranno verificare tutti i diversi elementi che possano aver contribuito ad alterare il mercato»;

Adusbef e Federconsumatori, in data 10 maggio 2010, inviarono esposti denunce alle principali Procure della Repubblica, tra le quali Roma, Trani e Milano, in merito al report diffuso dall’Agenzia di rating Moody’s sull’Italia il precedente 6 maggio. Solo la Procura di Trani ha attivato i procedimenti di inchiesta interrogando gli esponenti ed altre personalità per fare luce sulla vicenda. In data 25 maggio 2011, a seguito di un report negativo diffuso dall’agenzia di rating Standard’s & Poor’s, le due associazioni inviarono ulteriori esposti denunce alle Procure della Repubblica, tra le quali Roma, Milano e Trani, e solo quest’ultima avviò le indagini. In data 11 luglio, dopo il venerdì ed il lunedì nero in borsa, le due associazioni integrarono l’esposto diffondendo il seguente comunicato reperibile sul sito: www.adusbef.it: «Anche oggi continua l’attacco speculativo all’Italia, perché le decisioni prese ieri dalla Consob di comunicare vendite allo scoperto pari allo 0,2 % sono assolutamente insufficienti, essendo evidente che se non sono state stabilite le tempistiche e le modalità di cumulazione di posizioni corte, il broker può usare 10 piattaforme, e shortare sul mercato lo 0,199999 ovviamente con 10 intermediari differenti, senza dover comunicare nulla. Inoltre la decisione non blocca in alcun modo la speculazione in atto perché non comprende i derivati ed i sottostanti ma soprattutto non include i broker esteri, quando tutti sanno bene che la speculazione deriva soprattutto da fondi inglesi ed americani. In realtà lo sa anche la Consob, che interfacciandosi con Borsa Italiana (che ha i tabulati di tutte le contrattazioni) ben vede chi sono gli speculatori. Una Consob che non sia la succursale dell’Abi e degli interessi delle banche e dei banchieri, avrebbe il dovere di porre in essere questi comportamenti, per frenare la speculazione: 1) Blocco dello short selling intraday e overnight (proveniente sia dall’italia che dall’estero) su tutti i mercati regolamentati, comprendendo nel blocco sia i titoli azionari che obbligazionari e i relativi sottostanti e derivati, come anche Il future sull’indice e relativi derivati. 2) Blocco delle vendite allo scoperto così dette naked, ovvero in marginazione, siano esse provenienti dall’italia che (soprattutto) dall’estero su tutti gli strumenti sopra citati, interfacciando controlli incrociati coi tabulati forniti da borsa italiana, al fine di verificare se qualche broker estero non rispetti il divieto. 3) Obbligo della immediata ricopertura su tali strumenti per tutti i brokers (italiani ed esteri) che, per conto proprio o per conto terzi, abbiano effettuato un naked short selling su qualunque strumento finanziario quotato a piazza affari, ivi compresi derivati e sottostanti. 4) Costante monitoraggio, attraverso i dati forniti da Borsa Italiana, sugli ordini di vendita passanti sui finanziari quotati e relativi sottostanti e derivati, quantomeno quelli quotati nell’indice principale. 5) Costante monitoraggio e incrocio di controlli con Borsa Italiana relativa ai titoli di stato quotati, per verificare che ria rispettato il divieto di short selling. 6) Ammenda fino a 5 milioni di euro per chiunque non rispetti tale divieto. La Consob preposta alla tutela di interessi generali e del risparmio, non sta tutelando nulla e nessuno, alimentando con i suoi provvedimenti ‘spot’ da veri e propri “pannicelli caldi”, una speculazione che oramai passa alla cassa ogni giorno a danno dei piccoli investitori e delle casse pubbliche visto l’aumento costante ed allarmante dello spread rendimento BTP – Bund tedesco, che ci costringe ad andare sui mercati a rifinanziarci a costi sempre maggiori, proprio a causa della speculazione, con conseguenze sui conti pubblici e sulle tasse dei cittadini. La speculazione guidata dalle agenzie di rating attacca l’Italia che questa settimana deve andare sul mercato con aste di titoli di Stato, come 4 giorni fa, guidata da Moody’s, ha attaccato il Portogallo dovendo andare a mercato per rifinanziarsi, è stata costretta a farlo a rendimenti molto elevati per colpa di quel downgrade! Consob sa bene da dove arrivano gli ordini short e che dietro Moody’s, c’è un fondo che lavora anche in Italia partecipato dalla stessa Moody’s col 3.29%: è il fondo BlackRock, lo stesso che mercoledì scorso ha parlato di rischio Italia! Adusbef e Federconsumatori, ad integrazione degli esposti denuncia inviati ad alcune Procure della Repubblica contro Moody’s e Standard’& Poor’s, in un ulteriore esposto inviato oggi, hanno chiesto l’acquisizione dei tabulati di tutte le compravendite effettuate sui finanziari (basteranno Unicredit, Intesa e Generali) per verificare se via sia qualche fondo collegato e partecipato in qualche misura da Moody’s (o Standand&Poor) per fare scattare le manette per il reato di aggiotaggio e turbativa dei mercati»;

il quotidiano “la Repubblica” del 19 luglio 2011, informa che «Dopo Trani, l’andamento della Borsa nelle ultime settimane finisce anche sulla scrivania dei magistrati di Roma. Nessuna ipotesi di reato, non ancora, nessun indagato, ma il procuratore aggiunto Nello Rossi, coordinatore del pool sui reati economici, vuole vederci chiaro sul caos del mercato delle ultime settimane. Lo vuole l’autorità giudiziaria, lo vuole la Consob che, nei giorni scorsi, ha inviato alle procure di Roma e Milano (dove non si esclude possa essere aperto nei prossimi giorni un altro fascicolo), un dossier sui giorni neri della Borsa. Presto ancora per dire quale sarà la direzione delle indagini, ma nel documento presentato dall’autorità si parla di una serie di cause. Si fa un rapido accenno ai rating di Moody’s e a Standard & Poor’s e alle audizioni fatte a proposito dalla Consob. Ma il documento fa un passo in più. Parla di varie concause che avrebbero influito sui movimenti anomali e sul crollo dei mercati, tra cui alcuni ordini cospicui di vendita a cui ha fatto seguito una cascata di ordini automatici predeterminati di vendita al ribasso. Sarebbero questi due gli elementi che avrebbero giocato il ruolo principale nella crisi dei giorni scorsi. E forse non sono gli unici. Un’inchiesta ancora al via (è stato aperta solo ieri) che ha, però, un dato certo: nel mirino dei magistrati romani, oltre che della Consob, tre giornate in particolare, le più critiche. Il 24 giugno, l’8 e l’11 luglio scorso. Il fascicolo, che al momento è, per usare il linguaggio giuridico, di “atti relativi a”, ovvero senza ipotesi di reato e senza indagati, è solo “esplorativo”. Ci si limita ad osservare, dunque, a tenere sott’occhio il mercato. E non si esclude che nei prossimi giorni si possano delegare alcune indagini. È un fatto, però, che a piazzale Clodio si è scettici rispetto all’inchiesta dei colleghi di Trani che procedono, sulla base di una denuncia presentata da Adusbef e Federconsumatori, per market abuse (manipolazione del mercato) e insider trading dopo le valutazioni negative sull’Italia e sulla manovra correttiva. Ipotesi di reato, quelle pugliesi, che non trovano riscontro nelle carte su cui lavora la capitale: al momento non c’è alcun elemento per sostenere che le agenzie di rating Moody’s e Standard and Poor’s abbiano deliberatamente diffuso notizie false per alterare il mercato. Almeno non a Roma. Già pochi giorni fa, la Procura di Roma si era espressa a favore del regolamento con cui la Consob (pur non attuando un vero e proprio blocco come fece invece in un altro momento di speculazione nel 2008) ha imposto un obbligo di trasparenza alle vendite allo scoperto. Una garanzia per la Borsa e una certezza per i magistrati: in caso di violazione di questa norma, infatti, si delinea il reato penale di ostacolo all’attività di vigilanza. Che prevede, tra l’altro, una reclusione che arriva fino 4 anni. Fino a ieri solo ragionamenti astratti. Ora, fascicolo alla mano, una realtà, una certezza da cui partire»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

è singolare che la Procura di Roma si possa permettere di diffondere notizie a mezzo stampa volte a denigrare il lavoro di altre Procure, affermando che le ipotesi di reato, quelle pugliesi, non trovano riscontro nelle carte su cui lavora la capitale, poiché al momento non ci sarebbe alcun elemento per sostenere che le agenzie di rating Moody’s e Standard and Poor’s abbiano deliberatamente diffuso notizie false per alterare il mercato;

è proprio il connubio con le pseudo autorità indipendenti da parte della Procura di Roma, che, pochi giorni fa, si era espressa a favore del regolamento con cui la Consob (pur non attuando un vero e proprio blocco come fece invece in un altro momento di speculazione nel 2008) ha imposto un obbligo di trasparenza alle vendite allo scoperto, a generare “gelosie” investigative o peggio il perseguimento di una forma di monopolio del reato da perseguire, che non dovrebbe essere consentito dall’ordinamento giudiziario e dalla leale collaborazione tra gli uffici,

si chiede di sapere:

se risultino le ragioni che hanno indotto la Consob ad evitare il blocco totale dello short selling intraday e overnight (proveniente sia dall’Italia che dall’estero) su tutti i mercati regolamentati, comprendendo nel blocco sia i titoli azionari che obbligazionari e i relativi sottostanti e derivati, come anche il future sull’indice e relativi derivati;

se risulti che il mancato provvedimento della Consob sulle vendite allo scoperto cosiddette naked, ovvero in marginazione, siano esse provenienti dall’Italia che (soprattutto) dall’estero su tutti gli strumenti sopra citati, interfacciando controlli incrociati con i tabulati forniti dalla borsa italiana, al fine di verificare se qualche broker estero non rispetti il divieto, non siano stati la concausa della successiva speculazione sui mercati avvenuta lunedì 18 luglio 2011 con oltre 12 miliardi di euro bruciati alla borsa valori di Milano, la peggiore d’Europa con un calo di oltre il 3 per cento;

se risulti che la scettica Procura di Roma, notissima come “Porto delle nebbie”, i cui sostituti aggiunti a parere dell’interrogante sono adusi ad inseguire teoremi privi di qualsivoglia consistenza giuridica per alimentare macchine del fango ed arrecare discredito, abbia ricevuto gli esposti denunce inviati da Adusbef e Federconsumatori in data 10 maggio 2010, 25 maggio e 11 luglio 2011, e se risultino i motivi della sua inerzia rispetto ad attacchi speculativi delle agenzie di rating indagati da altre Procure della Repubblica;

quali misure urgenti di competenza si intendano attivare, in assenza di doverosi interventi sanzionatori, per evitare ad alcune Procure di insabbiare scientificamente atti giudiziari rilevanti, specie nel settore della tutela del risparmio e del risparmio tradito, che arrecano danno enorme ai diritti collettivi di consumatori, utenti, risparmiatori, alle famiglie ed agli interessi generali del Paese.

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Eni – Consulenza Lamberto Cardia per rinnovo governance

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05652
Atto n. 4-05652

Pubblicato il 19 luglio 2011
Seduta n. 582

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che in data 13 luglio 2011 Eni ha presentato 35 proposte per innovare il sistema italiano di corporate governance delle società quotate. Come si legge su “Affari e Finanza” del 13 luglio 2011: «Le proposte avanzate come contributo al dibattito nazionale e internazionale sull’efficienza del governo d’impresa, originano da un’analisi condotta da Eni a partire dalle best practice estere che ancora non trovano riscontro nel sistema italiano e alle quali la società presta particolare attenzione in ragione della dimensione internazionale delle proprie attività. Le proposte sono state illustrate dal Presidente di Eni, Giuseppe Recchi, e dal Direttore Affari Societari e Governance Roberto Ulissi, con l’intervento di Lamberto Cardia, già presidente della Consob, e di Massimo Capuano, già ad di Borsa Italiana, componenti esterni della Commissione di esperti istituita da Eni per valutare le proposte stesse. Le misure proposte si rivolgono principalmente alle società quotate e tengono conto delle loro differenze dimensionali. Molte di esse potrebbero essere adottate in via di autoregolamentazione mentre altre necessitano di modifiche normative. Le proposte riguardano in primo luogo il Consiglio di amministrazione, il suo ruolo strategico, la composizione, i requisiti dei membri e i principi di comportamento che ne regolano l’attività. Tra i principali obiettivi perseguiti: il rafforzamento del ruolo strategico del CdA e l’introduzione sia dell’esperienza manageriale come requisito di professionalità degli amministratori sia della scadenza differenziata degli stessi (c.d. staggered board) al fine di favorire la stabilità e la continuità della gestione. Le proposte mirano inoltre ad assicurare la diversità nella composizione del Consiglio, sia di genere sia di esperienza e professionalità. Le proposte si soffermano altresì su alcune figure chiave del Consiglio (Presidente, Amministratore Delegato, ma anche il Segretario del Consiglio). Un’altra serie di misure riguarda la composizione e i compiti dei diversi Comitati del Consiglio di Amministrazione, sempre in funzione di un ruolo maggiormente strategico dello stesso e della valorizzazione dei compiti di controllo del Collegio Sindacale. Tra le proposte: il potenziamento del ruolo del Comitato per il Controllo Interno in materia di risk management, la creazione di un Comitato per la Corporate Governance, il rinnovo periodico dei Comitati e la razionalizzazione delle funzioni del Comitato per il Controllo Interno e del Collegio Sindacale al fine di evitarne la sovrapposizione. Un ultimo gruppo di proposte riguarda l’Assemblea e mira a coinvolgere maggiormente gli azionisti nella vita societaria e a migliorarne l’informazione. Per l’Assemblea, in particolare, sono auspicate, tra le altre, norme che ne snelliscano le procedure e permettano all’Assemblea di concentrarsi sulle questioni di reale interesse di tutti gli azionisti e iniziative che promuovano la trasparenza delle politiche di voto degli investitori istituzionali»;

considerato che:

“Il Sole-24 ore” dell’8 maggio 2010 con un sondaggio condotto tra gli operatori metteva in evidenza le attese di una discontinuità da parte del presidente Cardia alla guida dell’Autorità;

come si legge nell’articolo pubblicato su “L’Espresso” dell’8 aprile 2010: «Sempre più spesso negli ultimi mesi, il presidente della Consob Lamberto Cardia ha scelto di non partecipare al voto o al dibattito in commissione su alcuni specifici argomenti all’ordine del giorno. Una decisione irrituale, con pochi precedenti, anzi forse nessuno, nella storia pluridecennale dell’Authority di controllo sui mercati finanziari, In sostanza, in più di un’occasione, Cardia ha annunciato agli altri quattro commissari che preferiva rinunciare a esprimere la propria opinione sul punto in discussione. Come si spiega un simile comportamento? Questioni gravi, questioni di famiglia. Perché l’avvocato Marco Cardia, figlio di Lamberto, intrattiene da tempo rapporti d’affari con società quotate in Borsa. Società, quindi, sottoposte alla sorveglianza della commissione che negli ultimi sette anni è stata presieduta da suo padre»;

l’articolo prosegue rilevando: «Nel frattempo Marco Cardia ha allargato il suo parco clienti. E tra le new entry non mancano le società presenti sul listino di Borsa oppure che collocano al pubblico prodotti finanziari. Risalgono a poco tempo fa, per esempio, i contatti con il gruppo Poste italiane che vende ai risparmiatori fondi comuni, obbligazioni e altri titoli. Mentre è emerso di recente che l’avvocato avrebbe avuto rapporti professionali con KR energy, un’azienda quotata che da tempo naviga in cattive acque. Da qui la decisione del padre-presidente: meglio astenersi per evitare che possa emergere il sospetto di un conflitto d’interessi tra la sua posizione e l’attività del figlio. Va segnalato, però, almeno un dato di fatto. Di volta in volta, Cardia senior si è chiamato fuori soltanto dopo che i rapporti d’affari del figlio-avvocato erano diventati di dominio pubblico grazie ad articoli di stampa. Ecco un paio di esempi. A febbraio del 2008 un’inchiesta de “L’espresso” rivela che il figlio del numero uno della Consob si occupa di legge 231 per conto della Premafin, holding quotata di Salvatore Ligresti, ed è uno dei professionisti di fiducia dell’Immobiliare Lombarda, un altra società del gruppo del finanziere-costruttore siciliano. Quest’ultimo, tramite società sotto il suo controllo, forniva casa (a Roma) e ufficio (a Milano) all’avvocato Cardia. Pochi giorni dopo queste rivelazioni, arriva la risposta del numero uno dell’Authority, affidata a una lettera al quotidiano “Il Sole 24 Ore” che aveva ripreso il caso. In pratica Cardia spiega che la Commissione si sarebbe occupata in sua assenza della vicenda in discussione in quei giorni, che riguardava l’Immobiliare Lombarda. Niente conflitto d’interessi, quindi. Solo che di lì a qualche mese l’argomento torna d’attualità. E questa volta al centro di tutto c’è la griffe Burani, marchio della moda controllato dall’omonima famiglia emiliana. Cardia junior si era messo in affari anche con loro. Una decisione doppiamente sfortunata.» Inoltre: «Prima Ligresti e Burani, ora le Poste. Sempre più spesso Cardia lascia le riunioni della Commissione: si parla di società legate al figlio»;

il citato articolo riferisce ancora che «Il 17 marzo scorso i Burani hanno fatto crack, travolti da oltre 500 milioni di debiti. Il tribunale di Reggio Emilia ha dichiarato lo stato d’insolvenza della Mariella Burani Fashion group, la holding quotata in Borsa del gruppo. Lo stop dei giudici è arrivato dopo un’agonia durata almeno un paio di anni. Un’agonia scandita da manovre sui titoli e disperati tentativi di salvataggio». Proprio in quel periodo a dir poco travagliato, prima che il dissesto fosse evidente, nel marzo 2009, «un articolo de “L’espresso” rivela i rapporti tra l’avvocato Cardia e i Burani provocando la reazione del presidente della Consob, che non partecipa ai lavori della Commissione quando entra in ballo il gruppo emiliano»;

si legge ancora: «Cardia junior, classe 1963, è titolare di uno studio legale (uffici a Milano e Roma) specializzato nel diritto societario con un’attenzione particolare alla legge 231, quella che disciplina la responsabilità penale delle aziende. Durante le indagini su Gianpiero Fiorani e la sua Popolare di Lodi era già emerso che il figlio del presidente della Consob era a libro paga del banchiere finito in manette: 220 mila euro l’anno versati da Banca Eurosistemi, controllata dall’istituto lombardo. La vicenda è tornata d’attualità nei giorni scorsi con la deposizione di Giampiero Fiorani in aula nel processo in corso a Milano» davanti al pubblico ministero dottor Eugenio Fusco;

come richiamato nell’articolo, del «perché un banchiere d’assalto decide di pagare parcelle al figlio del presidente della Consob» dà risposta Gianpiero Fiorani «in tribunale, nei più recenti interrogatori sulla scalata all’Antonveneta, bloccata dai magistrati nel luglio 2005. Il pm Eugenio Fusco gli chiede se nel febbraio precedente sapesse già degli esposti alla Consob. L’imputato Fiorani risponde: “Si, il dottor Bisogni, nostro consulente per le procedure informali con la Consob, mi disse che il presidente voleva incontrarmi. Bisogni era socio di studio del figlio di Cardia, che era nostro consulente da due anni, a Roma, con un contratto importante: 250 mila euro all’anno. (…) Incontro Cardia padre alle 5.30 di sera, mi fa entrare dalla porta di servizio alla Consob di Milano e mi fa vedere esposti della Abn Amro, dicendo di aver già informato il governatore, che non me l’aveva detto (…) Cardia mi chiede di spiegare l’operazione. lo mi ero preparato: gli mostro i nostri affidamenti ai clienti, non le pratiche, ma l’elenco dei nominativi che avevano comprato azioni Antonveneta”. Fiorani sa di parlare dei fidi poi incriminati: 545 milioni girati ai clienti alleati nella scalata. “Cardia mi dice: Prima o poi devo mandarle un’ispezione. lo rispondo: Presidente, aspettiamo almeno che finisca il patto, il 18 aprile. Perché poi il 18 aprile. scaduto il patto, abbiamo potuto liberare i clienti e acquistare formalmente le azioni. E quando la Consob ha fatto l’ispezione, questi affidamenti non c’erano più”. A quel punto l’avvocato della Consob, parte civile, difende Cardia, che non è imputato: “Lei finora aveva sempre detto il contrario: Avevo rapporti molto formali con la Consob, a Cardia diedi solo notizie generiche. Ma Fiorani insiste: Formali con la Consob, ma con il presidente anche informali: quando volevo incontrarlo, chiedevo al figlio, che ha organizzato almeno due pranzi in via Veneto: io, lui e il figlio. E per gli affidamenti, il mio è un arricchimento: allora ero agli arresti, ora ho ricostruito tutto con agende e telefonate”. Di certo il 10 maggio 2005 la Consob ha dichiarato illegale la scalata di Fiorani, dodici giorni dopo il primo blitz dei pm milanesi»;

la Consob di Cardia, all’epoca presidente, e di Vittorio Conti (vicario), di concerto con Profumo di Unicredit e quasi sicuramente dell’Abi, che con la Consob ha un sistema di porte girevoli volte a scambiarsi i direttori generali, come testimoniato dalla successione a Giuseppe Zadra, ex direttore generale Abi con Giovanni Sabatini, entrambi provenienti dalla Consob, invece di aprire un’istruttoria su un sistema bancario che ha collocato derivati avariati per un valore di 80 miliardi di euro presso gli enti locali, apriva un procedimento sanzionatorio contro Adusbef ed il suo presidente per turbativa di mercato, comminando in data 30 novembre 2010 una sanzione amministrativa di 100.000 euro;

Adusbef, fondata dall’interrogante il 13 maggio 1987, ha svolto un’attività di serrate denunce contro un sistema bancario e finanziario poco trasparente ed autoreferenziale perché colluso con le autorità vigilanti, in primis Banca d’Italia e Consob, rivolgendosi alla magistratura sia sul fenomeno del risparmio tradito, che ha generato crac finanziari ed industriali per 50 miliardi di euro a danno di 1 milione di famiglie, che sulle scalate estive dei “furbetti del quartierino” scoprendo che l’avvocato Marco Cardia, figlio di Lamberto, facente parte di un gruppo ben consolidato di potere com’è dimostrato dalla nomina alla presidenza delle Ferrovie dello Stato da parte della Presidenza del Consiglio dei ministri subito dopo l’uscita dalla Consob, risultava a libro paga di numerose aziende vigilate dal padre con consulenze ben retribuite dai Ligresti ai Fiorani. Le circostanziate e puntuali denunce dell’Adusbef, che hanno anche contribuito all’allontanamento dell’ex Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio in merito alle malefatte finanziarie ed agli omessi controlli della Consob e della Banca d’Italia, in primis su un sistema a giudizio dell’interrogante al limite della legalità con il quale alcuni banchieri hanno gestito il credito ed il risparmio, sempre a danno dei consumatori e delle famiglie, rappresentava una spina nel fianco di un potere economico e di sistemi di controllo collusi con le banche. Per questo il potere economico, minacciato dalle denunce e dalle quotidiane segnalazioni dell’Adusbef, doveva dare una lezione all’interrogante con un vero e proprio abuso di potere;

la sanzione è stata annullata da una sentenza della Corte d’appello di Perugia a riprova che la manovra di censura architettata dalla Consob, su mandato di Unicredit, costituiva un vero e proprio falso per colpire l’Adusbef ed il suo presidente;

lo scandalo della P4, reso noto dalle inchieste della magistratura su Bisignani già iscritto alla loggia massonica P2, manovratore occulto di una ben definita cricca di potere che aveva la finalità di sovvertire l’ordine costituito per piegarlo ad interessi di parte e che vede coinvolto in primis il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri dottor Gianni Letta, al quale il faccendiere sembra rispondere per designare non i migliori, ma i peggiori in posti chiave ed ordire trame per consolidare una tela di ragno che avvolge in un sistema gelatinoso manager, dirigenti di azienda, generali, autorità vigilanti, banchieri ed assicuratori, ha messo in luce un sistema di potere parallelo allo stesso ordinamento democratico. La stessa tela di ragno che a quanto risulta all’interrogante nella Consob, tramite Cardia e Conti, i maggiori esecutori della descritta macchina del fango, ha generato un sistema di parentopoli con assunzioni clientelari degli elementi peggiori, per i quali sono state costruite carriere dorate nei posti chiave tramite concorsi interni probabilmente pilotati;

come riporta “la Repubblica” del 2 luglio 2011: «Lamberto Cardia, 77enne ex presidente di Consob, ha fondato Caredo srl, specializzata in “assistenza e gestione degli organismi di vigilanza”. Ne è amministratore con il 99%, l’ 1% è di Francesca Mascaro, già sua partner contabile in Enalcaccia, associazione venatoria che Cardia pure presiede. Facile al tedio, l’ ex magistrato era uscito dal settenato Consob con la presidenza delle Ferrovie, e della controllata Sistemi urbani. Ora torna al primo amore, e ad altro come “assistenza legale e finanziaria, valutazioni d’ impresa, ristrutturazioni, convegni e tavole rotonde”. Forse farà ombra al figlio Marco, legale da un decennio consulente delle prime banche italiane»,

si chiede di sapere:

per quale ragione, nonostante gli scandali finanziari ed industriali mai preventivamente rilevati dall’Autorità di borsa durante la presidenza Cardia, che a giudizio dell’interrogante hanno rovinato milioni di risparmiatori truffati e lavoratori messi in mezzo ad una strada anche per omessa vigilanza, e una gestione clientelare della Consob quando lo stesso Cardia addomesticava l’invio delle ispezioni favorendo la scalata ad Antonveneta, si sia ritenuto opportuno premiare l’ex presidente della Consob con un incarico di consulenza presso l’Eni al fine di elaborare proposte sulla governance;

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere per revocare l’incarico di consulenza presso Eni, conferito a Lamberto Cardia, al fine di assicurare quella credibilità e trasparenza necessaria ad un ente pubblico economico che, ad avviso dell’interrogante, potrebbe essere pregiudicata dalla presenza in ruoli di responsabilità di persone come l’ex presidente della Consob il quale non è riuscito a garantire all’Autorità l’autonomia, la legalità e l’indipendenza nell’opera di vigilanza cui era preposto.

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condanne processo Cirio – Unicredit deve risarcire

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05622
Atto n. 4-05622

Pubblicato il 14 luglio 2011
Seduta n. 581

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si legge sull’articolo di Luca Ricci pubblicato sul blog “Taormina – L’informazione dal Sud al Nord” che i giudici della prima sezione penale del tribunale di Roma hanno condannato Sergio Cragnotti «a 9 anni di reclusione per il crac da 1.125 milioni di euro del gruppo agroalimentare Cirio. Quattro anni invece per l’ex presidente delle Generali, Cesare Geronzi. Assolti Giampiero Fiorani, ex amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, e la moglie di Cragnotti, Flora Pizzichemi, per “non aver commesso il fatto”. (…) I giudici hanno riconosciuto la colpevolezza anche del genero dell’ex patron della Lazio, Filippo Fucile, per il quale è stata stabilita una pena di 4 anni e 6 mesi. Per i figli di Cragnotti, altre condanne: 4 anni per Andrea, 3 per Elisabetta e Massimo. (…) L’inchiesta, cominciata nel 2003, si concluse alla metà di maggio del 2005 e ha coinvolto inizialmente 45 persone. Il dissesto ha danneggiato 13.000 persone che avevano sottoscritto bond e titoli di credito della Cirio, dichiarata in default nel novembre del 2002 e quindi finita in amministrazione straordinaria nell’ottobre 2003. L’accusa per Cragnotti era di bancarotta fraudolenta e truffa. Ma nell’inchiesta sono finiti, a mano a mano e a vario titolo, anche alcuni grandi nomi, da Cesare Geronzi, a Rainer Masera, presidente del San Paolo Imi, a Livio Ferruzzi, deceduto nei giorni scorsi. Nel novembre del 2008 il processo ha rischiato lo stop a causa dell’inserimento di un emendamento cosiddetto “salva-manager” nel decreto Alitalia, successivamente ritirato. L’approvazione avrebbe significato lo stop al procedimento su tutti i grandi reati finanziari che non comprendessero un vero e proprio fallimento delle aziende coinvolte»;

l’Adusbef, Associazione degli utenti dei servizi bancari e finanziari, è stata ammessa come parte civile nel processo Cirio per perseguire il suo scopo statutario, esclusivo e prevalente, ed ottenere il risarcimento del danno morale;

si legge ancora sul citato articolo: «Il tribunale ha deciso l’entità dei risarcimenti alle parti civili: 200 milioni di euro per danni a titolo di provvisionale, che dovranno essere versati dal responsabile civile Unicredit e da tutti gli imputati condannati all’amministrazione straordinaria Cirio. La banca e gli stessi condannati dovranno risarcire anche le spese legali sostenute dalle stesse parti in questo processo. “Resto tranquillo perché continuo a ritenere di avere agito correttamente – ha commentato Cesare Geronzi – nell’ambito delle responsabilità statutarie, esercitando il compito proprio, naturale del banchiere, senza commettere alcun illecito. Diversamente, in casi della specie, la funzione di ogni banchiere resterebbe paralizzata. Per questa ragione e per la fiducia che nutro nella Magistratura – ha aggiunto – confido che in sede di appello come è già accaduto in un’altra circostanza del genere, l’ulteriore, ponderata riflessione consentirà di fare piena chiarezza e di riconoscere l’assoluta non colpevolezza del mio comportamento”»;

su un articolo pubblicato il 5 luglio 2011 sul quotidiano on line “Lettera 43″ si legge: «I legali dell’istituto di credito potrebbero presentare una istanza alla Corte di appello per sospendere l’esecuzione della condanna al pagamento di una provvisionale di 200 milioni deciso dal tribunale di Roma nell’ambito del processo per il crac Cirio. La richiesta potrà essere avanzata dagli avvocati Unicredit non appena il collegio presieduto da Giuseppe Mezzofiore depositerà le motivazioni della sentenza e ciò è previsto entro novanta giorni. (…) I duecento milioni andrebbero in favore dell’amministrazione straordinaria del gruppo Cirio e dei risparmiatori cui è stato riconosciuto il 5% dell’importo nominale del valore delle obbligazioni o azioni acquistate. Tra i difensori di Unicredit non si nasconde una certa ‘perplessità’ sui criteri che hanno spinto il tribunale a definire il quantum della provvisionale tenuto conto che il risarcimento è legato alla vicenda Eurolat, per la quale, peraltro, è pendente in appello un contenzioso civile già avviato dall’amministrazione straordinaria Cirio, e non è riferito, invece, alla bancarotta preferenziale legata all’emissione dei bond (accusa dalla quale ieri tutti gli imputati sono stati assolti) e neppure all’ipotesi di truffa dichiarata prescritta»;

su un articolo del 4 luglio pubblicato sempre su “Lettera 43″ si legge che sarà «difficile che dai coniugi Cragnotti possano arrivare liquidi per risarcire gli obbligazionisti Cirio. L’ex patron della Cirio, già condannato a risarcire 300 milioni di euro per l’affare Eurolat, dopo aver mandato in fumo un miliardo e 125 milioni di euro per la società delle conserve, risulta nullatenente. Anche se dopo il crac ha tentato di riprendersi l’azienda con 100 milioni nascosti nei paradisi fiscali. Mentre Flora, la moglie coimputata, proprietaria della Corte Flora di Montepulciano, gestita dal figlio Andrea, acquistata con 3 milioni e mezzo di euro, ormai risulta uscita anche dagli affari del vino. Intanto, il 3 luglio il ministero dello Sviluppo ha giudicato inammissibile l’accordo proposto da Unicredit all’amministrazione straordinaria Cirio che prevedeva 150 milioni cash da destinare ai creditori in cambio alla rinuncia (da parte della stessa banca) di crediti per 200 milioni»;

con il crac Cirio, seguito da quello di Parmalat, Giacomelli, Finmek, Finmatica, eccetera, emerse drammaticamente, a giudizio dell’interrogante, l’assoluta inconsistenza dell’attività di controllo e dell’autorevolezza della Consob nel decennio precedente. Secondo la Consob, che, nel 2005, aveva terminato le ispezioni negli istituti di credito che avevano collocato titoli presso i risparmiatori, i bond Cirio non furono mai inseriti nel paniere di offerta delle banche, ma si sarebbero improvvisamente materializzati nei depositi a custodia e nei portafogli della clientela per “smaterializzarsi” durante le “accurate” ispezioni annunciate dopo l’esplosione del caso;

considerato che:

risulta all’interrogante che le banche del gruppo Unicredit, soccombenti nei giudizi risarcitori civili promossi da consumatori, da qualche tempo omettono di liquidare quanto stabilito in sentenza, obbligando i legali di controparte a promuovere le necessarie azioni esecutive;

è il caso di ricordare che tali pronunciamenti avvengono dopo processi anche di lunghissima durata con cui viene riconosciuto il diritto del risparmiatore a rientrare in possesso di somme spesso frutto di sudatissimi risparmi di una vita ed incautamente gestiti dalla banca con investimenti fallimentari (si considerino, per esempio, i bond argentini),

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che le banche, quando vengono condannate al risarcimento dei risparmiatori danneggiati, debbano provvedere al pagamento e rispettare le sentenze;

se, alla luce della condotta del gruppo Unicredit esposta in premessa, il Ministro in indirizzo non intenda adottare le opportune iniziative di competenza, eventualmente sostenendo per gli aspetti di propria competenza eventuali iniziative della Banca d’Italia, al fine di accertare se tale condotta sia ascrivibile a mero, seppur incomprensibile, atteggiamento ostativo e dilatorio ovvero rappresenti la necessaria conseguenza di una condizione patrimoniale precaria del primo gruppo bancario italiano che debba in qualche modo suscitare preoccupazione sulla sua liquidità presente e futura.

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Adusbef- cartella Equitalia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00375
Atto n. 2-00375

Pubblicato il 14 luglio 2011
Seduta n. 581

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della giustizia e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

l’Adusbef – Associazione di utenti bancari, assicurativi, finanziari e postali – è associazione di consumatori di rilevanza nazionale ex art. 137 e seguenti del decreto legislativo n. 206 del 2005 (codice del consumo) – con sede legale a Roma in via Farini 62;

a seguito di una vicenda personale – il ricevimento di una cartella esattoriale da parte di SERIT Terni SpA per conto di AMA (Agenzia municipale e ambiente) di Roma per mancato pagamento del saldo 2006 della Ta.Ri. (tariffa rifiuti) ed accertato viceversa il tempestivo puntuale pagamento, l’interpellante inoltrava esposto denuncia alla Procura della Repubblica di Roma e segnatamente al sostituto dottor Pier Filippo Laviani, impegnato nelle indagini sulle “cartelle pazze” della Gerit SpA di Roma. Nell’esposto al dottor Laviani veniva allegata anche copia dell’avvenuto bonifico di 84,67 euro relativo appunto all’avvenuto pagamento;

nel maggio 2008, l’interpellante veniva contattato telefonicamente da un colonnello della Guardia di finanza del comando di Polizia tributaria di Roma per un accertamento sulla vicenda, a cui dava appuntamento nel suo studio al Senato il 27 maggio 2008 alle ore 14,30 (dopo la fine della seduta antimeridiana dell’assemblea e prima dell’inizio di quella pomeridiana). In quella sede si presentava l’ufficiale accompagnato da un maresciallo. L’interpellante immaginava che gli venisse richiesto un contributo alle indagini nei confronti di Gerit SpA per l’insostenibile prassi di questa di inviare a pioggia avvisi e cartelle di pagamento anche a cittadini regolarmente adempienti per tributi risalenti anche a diversi anni precedenti, gravandoli dell’onere di ricerca della prova (talora difficoltosissima) e che si rivolgevano ad Adusbef per assistenza e tutela. Viceversa i militari intendevano porre quesiti in merito alle modalità del pagamento. Infatti dalla documentazione allegata all’esposto inviato al dottor Laviani risultava che il bonifico effettuato in data 6 marzo 2006 era avvenuto dal conto Adusbef e non regolato per contanti alla cassa. L’interpellante non nasconde che il quesito lo irritava profondamente come cittadino circa le modalità con cui la Procura della Repubblica di Roma svolgeva indagini sulla condotta di Gerit SpA; ricordava comunque che, essendo costantemente impegnato nell’attività associativa, in talune circostanze come questa (avendo dato ordini di pagamento permanenti in merito alle bollette sul proprio conto corrente), avrà chiesto al tesoriere dell’associazione Errico Garozzo di effettuare il pagamento previa consegna del contante e che molto probabilmente, a causa di una fila allo sportello, il tesoriere potrebbe aver lasciato la bolletta da pagare al cassiere sul conto corrente intestato all’Adusbef, compensando la somma contante con la cassa dell’associazione. Ma la cosa non è finita qui. In data 29 luglio 2008 si presentavano presso la sede dell’Adusbef gli stessi militari della Guardia di finanza per procedere ad un riscontro da parte di Garozzo alle dichiarazioni dell’interpellante. L’interrogatorio non ha potuto aver luogo per assenza di Garozzo. Comunque l’interpellante ha verbalizzato di nuovo analoga versione dei fatti. Sono fatti che lasciano sgomenti e che gettano un’ombra sinistra sull’amministrazione della giustizia in particolare sulla Procura di Roma, ancor più incomprensibile in questo momento storico;

tanto più incomprensibile per l’interpellante e per l’associazione che ha fondato da bancario operante in un grande istituto di credito il 13 maggio 1987, che continua ad avere l’onore di presiedere, e che ha fatto del ricorso alla correttezza e trasparenza, alla legalità ed alla giustizia il primario strumento di lotta, vincendo epiche battaglie contro i colossi bancari ed assicurativi (si pensi alla giurisprudenza sull’anatocismo con le storiche sentenze della Corte costituzionale e della Corte di cassazione, ai mutui cosiddetti “usurari” ed alla nullità della clausola della commissione di massimo scoperto, alla declaratoria di incostituzionalità delle leggi cosiddette “salva compagnie”, alle denunce sul risparmio tradito ed i “furbetti del quartierino”, solo per ricordarne alcune), non perdendo occasione per dare pubblico riconoscimento ai magistrati di presidio incrollabile della legalità e di mezzo insostituibile di tutela dei diritti dei cittadini;

l’interpellante in qualità di presidente dell’Adusbef esponeva e denunciava la vicenda scrivendo al Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma e per conoscenza al Ministro della giustizia, al Ministro dell’economia e delle finanze e al Vice Presidente del Consiglio superiore della magistratura;

è di questi giorni la notizia che l’ex pubblico ministero Achille Toro, coinvolto insieme al figlio Camillo (che ha patteggiato 6 mesi) nell’indagine sui cosiddetti “Grandi eventi” e accusato di rivelazione di segreto d’ufficio, ha patteggiato 8 mesi di reclusione;

considerato che a giudizio dell’interpellante occorrerebbe capire:

se l’indagine del dottor Pier Filippo Laviani in merito ad un pagamento di una bolletta di 84,67 euro senza alcuna rilevanza penale sia stata predisposta con l’obiettivo di arrecare discredito ad un rappresentante dei consumatori che ha speso una vita per difendere i diritti dei cittadini, dei risparmiatori e delle famiglie e che ha fatto di trasparenza, correttezza e legalità una bandiera;

se tale incomprensibile quanto illegale episodio che non integrava neppure l’ombra di valenza penalmente rilevante, dalle inqualificabili venature persecutorie ispirate proprio da coloro che sembrano adusi a manovrare “macchine del fango” per colpire, infangare e screditare i paladini dei consumatori, possa rientrare nell’alveo della negligenza e superficialità, conseguenza tuttavia dell’assenza totale di direzione e controllo a cui è tenuto per legge il Procuratore capo della Repubblica di Roma, o del dolo;

se, l’indagine su Gerit SpA, aperta dal Procuratore della Repubblica di Roma e delegata al Procuratore aggiunto dottor Laviani e da questi delegata a sua volta alla Polizia giudiziaria e/o tributaria, ai sensi dell’art. 6 del decreto legislativo 20 febbraio 2006, n. 106 (Disposizioni in materia di riorganizzazione dell’ufficio del pubblico ministero, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera d), della legge 25 luglio 2005, n. 150), che assegna al Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma di assolvere alle funzioni di vigilanza “al fine di verificare il corretto ed uniforme esercizio dell’azione penale ed il rispetto delle norme sul giusto processo, nonché il puntuale esercizio da parte dei procuratori della Repubblica dei poteri di direzione, controllo e organizzazione degli uffici ai quali sono preposti”, si possa estendere anche alla provenienza di un bonifico che non ha neppure l’ombra di alcuna rilevanza penale;

se l’abuso connesso all’impiego reiterato di ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza, per compiere indagini su un fatto di nessuna rilevanza penale, civile, amministrativa e fiscale come la verifica della fonte di pagamento di un bonifico di 84,67 euro per il pagamento della tassa sull’immondizia, non abbia tratto ispirazione da una consolidata cricca che opera per diffamare ed infangare la limpida attività di un rappresentante dei consumatori che con le sue ripetute denunce già attentava allo status quo dei furbetti del quartierino e delle consolidate cricche che operano contro l’interesse generale del Paese, diventato ancor più pericoloso con l’elezione a senatore della Repubblica e in quanto membro della 6a Commissione permanente (Finanze e tesoro) del Senato;

se, alla luce delle dichiarazioni del Ministro dell’economia Tremonti rese ai magistrati di Napoli che indagano sulla P4 in ordine a due cordate operanti all’interno della Guardia di finanza, oltre al dottor Laviani, non vi sia stato l’intervento di alti ufficiali della Guardia di finanza, in un’operazione dal chiaro sapore intimidatorio privo di qualsivoglia presupposto giuridico, nel vano tentativo di infangare l’attività cristallina dell’interpellante che ha speso 25 anni della sua vita a difendere i diritti dei consumatori e risparmiatori ed a denunciare cricche, banchieri e faccendieri con, a parere del medesimo, la collusione evidente con le autorità di controllo quali Consob e Banca d’Italia;

se la Procura regionale presso la Corte dei conti non abbia il dovere di accertare se la spesa a carico dell’erario per l’impiego di ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza per indagini e riscontri manifestamente inutili, infondati e probabilmente persecutori, non abbia configurato un’ipotesi di danno erariale,

si chiede di sapere se il Governo non intenda attivarsi per gli aspetti di propria competenza ed in particolare se il Ministro della giustizia non intenda promuovere un’azione ispettiva sulla Procura della Repubblica di Roma, con particolare riferimento all’attività del sostituto procuratore dottor Laviani, per attivare, eventualmente, l’azione disciplinare, atteso che la richiamata indagine potrebbe aver avuto la finalità di lanciare un messaggio preventivo all’interpellante.

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Cordate Guardia di finanza

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05631
Atto n. 4-05631

Pubblicato il 14 luglio 2011
Seduta n. 581

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia. -

Premesso che:

come si legge sull’articolo pubblicato su “l’unità” il 10 luglio 2011, «il ministro dell’Economia, ascoltato di recente come testimone dalla Procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta P4, ha addirittura ammesso che esistono due cordate nella Guardia di Finanza che operano per favorire due diversi candidati alla nomina di comandante generale»;

sull’articolo di Eugenio Scalfari pubblicato su “la Repubblica” dello stesso giorno si legge che il Ministro dell’economia sarebbe coinvolto dallo scandalo che ha interessato un noto esponente politico del Popolo della Libertà, «un uomo che è al suo fianco dal 2005 e che è stato colto con le mani nel sacco accusato com’è per decine di reati, ricatti, uso di informazioni riservate. Di tutto ciò il ministro garantisce di non essere mai stato al corrente. Delle due l’una: o il ministro non dice il vero oppure la sua dabbenaggine nella scelta dei collaboratori rasenta un livello tale da minare la sua credibilità»;

ancora su “la Repubblica” dell’11 luglio si legge che l’imprenditore Paolo Viscione, accusatore del richiamato esponente politico, durante l’interrogatorio con il pubblico ministero del 19 dicembre parla di «bande» e le descrive «in lotta tra loro». Vi si legge in particolare che: «Il gip Amelia Primavera rileva l’esistenza di “cordate”. Il pm Piscitelli si sofferma sull’”opacità” che, al netto della dedizione di migliaia di servitori dello Stato e dei tanti che difendono l’onore delle Fiamme Gialle, trapela dall’inchiesta sul plenipotenziario del ministro Tremonti (…) e sul giro di nomine e contropartite ad esse legate. Un groviglio di affari, accordi sottobanco e presunti episodi di corruzione scaturiti dal blitz napoletano, la cosiddetta “Operazione Malta”, del 14 dicembre scorso. (…) L’ex consigliere politico del ministro, sottolinea il gip, “ha strette e frequenti relazioni” con i vertici della Gdf che gli hanno consentito di “accedere alle notizie coperte da segreto” in un contesto “verosimilmente più ampio di quello evidenziato dai rapporti con il Viscione”. (…) Qui si affaccia l’ipotesi inquietante che gli inquirenti, e lo stesso giudice per le indagini preliminari, non possono nascondere: “La presunta serialità”. (…) È convincimento anche del gip che “le violazioni ai doveri d’ufficio non siano confinate al solo caso Viscione”. Se questo fosse vero, comporterebbe comunque – si ragiona in Procura – un costante accesso a fonti interne della Guardia di Finanza, “e/o con persone comunque gravitanti in posizione di responsabilità nell’ambiente specifico”, come scrive il gip»;

nel dicembre 2008 la “Voce delle Voci” pubblicava, a firma di Rita Pennarola, un’approfondita inchiesta sui «bravi “ragazzi”, i professionisti che il ministro dell’economia Giulio Tremonti ha voluto con sé in via XX Settembre, da cui partono le scelte rivolte ai destini finanziari del Paese in un momento di crisi mondiale». Nell’articolo si richiama il ruolo centrale svolto dal citato consigliere di Tremonti, inizialmente appartenente al Corpo della Guardia di finanza, che ha poi avviato una fulgida carriera politica. Si legge in particolare del suo percorso di studi (laurea in giurisprudenza, laurea in scienza della sicurezza economico-finanziaria, master in diritto tributario internazionale), nonché del suo percorso professionale (avvocato, professore ordinario di diritto tributario), nel quale può vantare anche la docenza presso la Scuola di formazione della Guardia di finanza. Nello specifico, Rita Pennarola asserisce che «Grazie a un decreto di Tremonti entra come docente alla Scuola di formazione della Guardia di Finanza, lo strategico istituto alle dipendenze del dicastero finanziato ogni anno con milioni di euro (e dove, fra gli altri, insegnava Gabriella Alemanno, sorella del sindaco di Roma, ora passata nello staff di Tremonti a via XX Settembre). Un incarico (…) che viene retribuito con circa 60 mila euro l’anno». Nell’articolo vi è anche un riferimento ad un presunto coinvolgimento dell’ex consigliere di Tremonti nella vicenda legata a Giuliano Tavaroli e alla sua attività svolta nella Telecom di Tronchetti Provera; inoltre si fa presente il ruolo svolto dall’ex consigliere nell’ambito delle attività ispettive della Guardia di finanza che hanno interessato anche la società di Berlusconi; dopo tale esperienza «appende al chiodo la divisa e passa a lavorare a tempo pieno presso gli studi di Tremonti, dividendosi fra Roma e Milano. La sua professionalità viene premiata» con una fulgida carriera politica. Nel medesimo articolo si legge poi che «nel capoluogo partenopeo si è appena insediato, al vertice delle Fiamme Gialle, un’altra personalità dello staff di Giulio Tremonti, il generale della Guardia di Finanza Giulio Mainolfi, assurto giovanissimo al massimo grado (ha appena 49 anni), che (…) è stato anche docente alla prestigiosa Scuola della Gdf (75.000 euro il compenso percepito nel 2005)»; egli «vanta solide origini irpine, anzi, proprio caudine: per festeggiare il suo cursus honorum il Comune di Paolisi (ridente paese della Valle Caudina) gli ha conferito la cittadinanza onoraria». Nell’articolo si ricorda altresì la vicenda di Alessio Vaccariello, cugino del politico ex consulente di Tremonti, ed in particolare che «Non poche furono le polemiche che accompagnarono il suo insediamento al vertice dell’Agenzia delle Entrate del Veneto. Era il 22 febbraio del 2006 quando “dopo un solo anno di servizio nella regione Enrico Pardi veniva allontanato per fare posto al dott. Alessio Vaccariello, dirigente di seconda fascia” (…) Ad aprile 2006, in coincidenza con l’insediamento del governo Prodi, la circostanza viene ricordata a muso duro da Vincenzo Visco, il quale assumendo il comando del dicastero sottolinea anche che “l’Ufficio controlli sui soggetti di grandi dimensioni” era stato affidato “al dott. Graziano Gallo, dottore commercialista a Milano”, sempre per volontà del super ministro Tremonti. Chi è Gallo? In occasione di quella famosa perquisizione della Guardia di finanza del 24 ottobre 1979 presso gli uffici di Silvio Berlusconi, al fianco del capitano Massimo Maria Berruti c’era, in veste di investigatore, il colonnello Salvatore Gallo, tessera 933 della disciolta Loggia P2. (…) Il figlio del colonnello è proprio quel Graziano Gallo che sta nel cuore delle manovre strategiche di Tremonti. Scrive Maurizio Chierici sull’Unità del 17 settembre 2007: “Quando nel 2003 il ministro Tremonti cambia i vertici della guardia di finanza di Milano, il dottore commercialista Graziano viene nominato direttore dell’agenzia Accertamenti. Deve controllare le imprese di grandi dimensioni. Inevitabilmente l’affare Telecom-Bell lo vede tra i protagonisti”. Inoltre, si legge che «Ci mancava solo, per le disastrate sorti di un Mezzogiorno sempre più in ginocchio nella tenaglia fra recessione e camorra, la nascita naif di una “banca no global”. La traduzione in moneta contante del sogno di Tremonti-scrittore? Forse. Peccato che a guastare la festa facciano già capolino vertici massonici in grande spolvero, imprenditori da prima repubblica, faccendieri. Vediamo. La Banca del Sud, sede a Napoli nella centralissima via Calabritto, (…) è un vecchio pallino di Tremonti, ovvero la creazione di “un istituto con un azionariato popolare e agevolazioni per i vecchi soci delle banche meridionali”. Detto fatto, vecchio e nuovo uniti (…) per far passare ‘a nuttata e veder risorgere, come l’araba fenice, l’economia partenopea dalla munnezza. Ecco cosa dice a fine ottobre l’inviato speciale del ministro e socio promotore della Banca (…): “Si tratta di un progetto di straordinaria attualità, proprio in questa fase di turbolenza dei mercati finanziari mondiali: questa banca del mezzogiorno si può definire un progetto no global, l’idea di un istituto di credito radicato sul territorio e non implicato negli tsunami dei mercati mondiali oggi è più che mai vincente e di prospettiva”. Ed è infatti sicuramente proiettata verso il futuro l’idea tremontiana di lanciare al vertice del progetto Carlo di Borbone delle Due Sicilie, che giusto dieci anni fa convolò a giuste nozze con Camilla Crociani, figlia di Camillo (protagonista della scandalo Lockheed). Nel suo pedigree, una hit parade dei cavalierati: Ordine di Malta (Balì Gran Croce d’Onore e Devozione), Ordine Costantiniano, e il più ruspante Real Ordine di San Gennaro. Buon sangue (reale) non mente. Segue quindi a ruota, tra i primatori nel parterre della Banca del Sud, Lillio Ruspoli Sforza, professione latifondista, impegnato com’è – al pari delle dame di San Vincenzo per il recupero di ragazze perdute – nei “Centri d’Azione Agraria”. Meridionalista convinto, ora; quattro anni fa, invece, legato al carroccio della Lega in occasione delle europee 2004, dove racimolò 280 voti. (…) Una banca che dovrà raccogliere idealmente e non solo il testimone di quel Banco di Napoli (anni anni fa passato per pochi spiccioli, 70 miliardi di vecchie lire, alla BNL e da questa smistato all’Imi-San Paolo per dieci volte tanto), la cui eredità è sparita nel nulla. A testimoniarlo, forse, la chiamata “alle armi” di un pezzo da novanta del Banco di Napoli edizione anni ’70, l’avellinese (allora demitiano) Aristide Savignano. Il quale dovrebbe affiancare, sul ponte di comando dell’istituto, Gerlando Genuardi, ex vice presidente della Bei (la banca europea degli investimenti) e lontano dall’Italia da quasi trent’anni. “Due facce per bene, due professori, ma lontani mille miglia dagli affari odierni dell’economia e della finanza”, sottolineano a Piazza Affari. Dalla Fondazione Banco Napoli, del resto, arriva il presidente onorario della Banca del Sud, l’economista Adriano Giannola. Lo affianca il presidente, Giulio Lanciotti, mentre la poltrona di vice e amministratore delegato tocca a Francesco Andreozzi. Nel consiglio di amministrazione (tredici i componenti) spicca la presenza di Adriano Gaito, dirigente di punta del Banco di Napoli, massone del Grand’Oriente d’Italia (l’avvocato Virgilio Gaito è stato Gran Maestro del Goi – a livello nazionale – per sei anni, dal novembre 1993 al marzo 1999). Nell’affollato comitato promotore, dal canto suo, fa capolino uno dei vertici della Gran Loggia d’Italia, Sergio Ciannella, avvocato anche lui. Ai destini della Banca del Sud si è a lungo interessato il potente brasseur d’affari Antonio Saladino, protagonista nell’inchiesta Why Not portata avanti per mesi e mesi dal pm di Catanzaro (ora trasferito dal Csm al Riesame di Napoli) Luigi De Magistris. Un’attenzione che si è manifestata in una sfilza di intercettazioni telefoniche, tutte del 2006 (quando la Banca era in fase di decollo)»;

considerato che le origini della Guardia di finanza risalgono alla costituzione della “Legione Truppe Leggere” avvenuta il 1° ottobre 1774 per il volere del Re di Sardegna Vittorio Amedeo III. È il primo esempio in Italia di un corpo speciale istituito ed ordinato appositamente per il servizio di vigilanza finanziaria sui confini, oltre che per la difesa militare delle frontiere. Nel 1881 il Corpo assunse il nome di “Guardia di finanza” e fu dichiarato parte integrante delle forze militari di guerra dello Stato. La Guardia di finanza è uno speciale corpo di polizia che dipende direttamente dal Ministro dell’economia, è organizzato secondo un assetto militare e fa parte integrante delle Forze armate dello Stato oltre che della Forza pubblica. I compiti della Guardia di finanza sono sanciti dalla legge di ordinamento del 23 aprile 1959, n. 189, e consistono nella prevenzione, ricerca e denuncia delle evasioni e delle violazioni finanziarie, nella vigilanza sull’osservanza delle disposizioni di interesse politico-economico e nella sorveglianza in mare per fini di polizia finanziaria. Inoltre, la Guardia di finanza concorre al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica e alla difesa politico-militare delle frontiere. Il decreto legislativo 19 marzo 2001, n. 68, ha previsto, in attuazione dei principi direttivi della legge n. 78 del 2000: la missione della Guardia di finanza come Forza di polizia a competenza generale su tutta la materia economica e finanziaria; l’estensione delle facoltà e dei poteri riconosciuti per legge ai militari del Corpo in campo tributario a tutti i settori in cui si esplicano le proiezioni operative della polizia economica e finanziaria; l’affermazione del ruolo esclusivo della Guardia di finanza quale polizia economica e finanziaria in mare; la legittimazione del Corpo a promuovere e sviluppare, coma autorità competente nazionale, iniziative di cooperazione internazionale con gli organi collaterali esteri ai fini del contrasto degli illeciti economici e finanziari, avvalendosi anche di dodici ufficiali da distaccare in qualità di esperti presso le rappresentanze diplomatiche e gli uffici consolari. Per lo svolgimento dei compiti assegnati sono attribuite ai militari del Corpo le qualifiche di: ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria; ufficiali ed agenti di polizia tributaria; agenti di pubblica sicurezza,

si chiede di sapere:

se all’interno della Guardia di finanza vi siano effettivamente due cordate parallele che, invece della missione assegnatagli dalla legge, quale Corpo di polizia competente su tutta la materia economica e finanziaria, tutelano gli interessi di gruppi interni ed esterni i quali, come nel caso della P4, ordiscono trame occulte ed operano contro l’interesse generale del Paese;

se oltre al generale della Guardia di finanza Giulio Mainolfi, assurto giovanissimo al massimo grado di generale verosimilmente perché facente parte dello staff del ministro Tremonti, di origini irpine e docente della prestigiosa Scuola della Guardia di finanza, vi siano state altre folgoranti carriere interne alle Fiamme gialle e se abbia prevalso il merito rispetto ad altre considerazioni;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che il glorioso Corpo della Guardia di finanza, scosso da scandali ed accuse, possa recuperare la credibilità ad avviso dell’interrogante compromessa, premiando nelle progressioni di carriera merito e fedeltà alle istituzioni repubblicane.

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lavori di bonifica amianto – Sede Rai Roma

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05623
Atto n. 4-05623

Pubblicato il 14 luglio 2011
Seduta n. 581

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e della salute. -

Premesso che:

uno studio condotto dall’Istituto di medicina del lavoro della Facoltà di medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma ha certificato la presenza di amianto nel palazzo della Rai di viale Mazzini;

il palazzo, costruito nel 1967, ne è un concentrato, come molti degli edifici progettati e realizzati nel secondo dopoguerra: doveva essere moderno, a tratti avveniristico, più simbolo che sostanza. Ora ospita circa 15.000 lavoratori, tra dirigenza, tecnici, ufficio stampa, legale, impiegati vari;

ancora oggi, dopo quasi una anno, l’ingresso principale dell’edificio è sbarrato per operazioni di bonifica, mentre i lavori si sarebbero dovuti concludere in pochi mesi;

i dipendenti lamentano che l’azienda doveva realizzare la bonifica in sicurezza, mentre, al contrario, essi sono stati lasciati tutti dentro e molti di loro riferiscono di aver subito anche delle pressioni per non parlare. Con atti formali i lavoratori hanno chiesto ufficialmente alla Rai di prendere provvedimenti o, quantomeno, di sapere la verità;

dei 15.000 lavoratori oltre cento hanno avuto il coraggio di rivolgersi a un avvocato per citare la televisione pubblica in tribunale, per ottenere quelle risposte ancora chiuse dietro un no comment;

si legge sul sito “Dagospia”: «Tutto, come spesso, avvolto nel silenzio, anche perché in un palazzo dove l’immagine è tutto, nessuno vuole perdere per primo la faccia, neanche se in gioco è la propria vita. Neanche se è una questione che va avanti da molti anni. Un articolo del 1998 del Corriere della Sera, recita: “Killer silenzioso alla Rai”, e spiega come l’allora direttore generale, Pierluigi Celli, ipotizzava un trasloco a Saxa Rubra, dopo la segnalazione, nel 1994, del consigliere Alfio Marchini, quando il Cda era presieduto da Letizia Moratti. L’oggetto era proprio l’amianto. Niente da fare. E non sono servite neanche le periodiche indagini ambientali (ben due, una nel 2000 e un’altra nel 2007), chiare nel segnalare il progressivo deterioramento dello stabile. “Il problema è che non sanno cosa fare – spiega l’avvocato Gian Nicola Iaricci, legale dei dipendenti -, è una questione di risorse economiche. Voci di corridoio raccontano che la televisione pubblica sta aspettando l’assegnazione dei Giochi Olimpici per ottenere i finanziamenti adeguati”. Finanziamenti per trovare una location tra i venti e i sessantamila metri quadri, dislocati intorno al quartiere Prati. Nel frattempo, tutti dentro. Tutti zitti. Chini sulle proprie scrivanie, in attesa che qualcuno, di superiore, decida della loro testa. E vita»;

l’Azienda precisa, in un comunicato, che il problema del rischio amianto è seguito con serietà e responsabilità in piena conformità con la normativa vigente. È inoltre in fase di implementazione un progetto di riallocazione immobiliare che sarà presto sottoposto all’esame del consiglio di amministrazione che prevederà soluzioni definitive. In ogni caso, i lavori di bonifica, periodicamente compiuti, avvengono in totale sicurezza per i dipendenti e sotto il controllo e vigilanza dell’Azienda sanitaria locale competente;

considerato che:

secondo una sentenza del 2008 della Cassazione, il cancro ai polmoni può arrivare a prescindere dalla quantità e dal tempo di esposizione all’asbesto. Basta una fibra, microscopica, ma capace di infilarsi nella pleura. Può restare lì per anni, sorniona, subdola. Poi all’improvviso venire fuori, e in quel momento non c’è più niente da fare;

le ultime stime degli pneumologi italiano recitano cifre da strage: ogni anno 3.000 persone vengono stroncate da patologie maligne correlate proprio all’amianto;

come analizza dottor Roberto Topino, specialista in medicina del lavoro, con l’amianto la storia è sempre la stessa: c’è chi conta i morti e chi dice che non è un problema. I primi sono i medici e i secondi sono spesso politici e datori di lavoro. Un caso emblematico è quello del grattacielo della Rai, che si trova in via Cernaia 33 a Torino;

l’edificio è stato costruito negli anni ’60. All’epoca i grattacieli venivano realizzati utilizzando grandi quantità di amianto con funzione di coibente ed insonorizzante. L’amianto veniva applicato a spruzzo sulle strutture portanti e sulle pareti. Prima si spruzzava una colla a base di lattice e successivamente veniva spruzzato l’amianto in polvere fibrosa per uno spessore di circa tre centimetri. La quantità di impasto di amianto applicato era di circa sette chilogrammi per metro quadro di infisso;

gli operai che lavoravano all’applicazione dell’impasto di amianto hanno riferito che durante la realizzazione del grattacielo, nubi di amianto si disperdevano in via Cernaia. L’applicazione dell’amianto in polvere era evidentemente molto pericolosa, non solo per chi aveva effettuato la lavorazione, ma anche per chi avrebbe di seguito soggiornato nei locali con quel tipo di coibentazione, perché l’amianto restava debolmente adeso alle superfici delle pareti e tendeva a staccarsi;

la pericolosità dell’amianto è nota da tempo e sono noti anche i costi ingenti delle bonifiche. Uno per tutti il caso dello storico palazzo Berlaymont di Bruxelles, che ospita gli uffici della Commissione europea. Il palazzo era stato costruito negli anni ’60 sul terreno che ospitava la canonica dell’Ordine di Sant’Agostino, proprietà del convento delle “Dame di Berlaymont”, da cui l’origine del nome tuttora utilizzato. La sua struttura a stella, considerata rivoluzionaria, costituiva all’epoca una prodezza tecnica: la grandiosa struttura era in effetti sospesa per mezzo di tiranti d’acciaio a delle travi che si posavano sul corpo centrale in cemento armato. Il palazzo era destinato ad ospitare 3.000 funzionari. Nel 1991, data la grande quantità di amianto presente nella struttura metallica, si è reso necessario smantellare il palazzo e mettere in cantiere la sua ristrutturazione completa, durata 13 anni (quattro più del previsto) e costata circa 600 milioni di euro (quasi 1.200 miliardi di lire);

la soluzione migliore è evidentemente la bonifica totale dell’amianto, ma spesso si preferisce lasciare in sede il pericoloso materiale effettuando controlli periodici sullo stato dei manufatti e misurando la dispersione nell’aria delle fibre di amianto. In genere i rapporti periodici sulla dispersione di fibre sono molto rassicuranti: il materiale risulta in buono stato e la concentrazione di fibre di amianto nell’aria è nei limiti di legge;

non esiste un limite sanitario di dispersione di fibre al di sotto del quale il rischio di ammalarsi di un tumore da amianto venga scongiurata. L’Organizzazione mondiale della sanità ha più volte ricordato che ogni esposizione ad amianto, indipendentemente dalla concentrazione nell’aria, va evitata;

la legge previene il rischio di ammalarsi di asbestosi (accumulo di amianto nei polmoni) ma non evita il rischio di contrarre un tumore da amianto, rischio esistente anche per chi ha inalato, nel tempo, piccole quantità di fibre di amianto. Va detto che la Rai ha sempre effettuato scrupolosi controlli degli ambienti di lavoro, ma, restando l’amianto nella struttura, è stato inevitabile che i dipendenti vivessero in un ambiente dove comunque l’amianto era presente, anche se a norma di legge. Il riscontro di alcuni casi di tumore da amianto (all’interrogante risultano tre casi) tra coloro che hanno lavorato nel grattacielo dimostra quanto era già noto da decenni e cioè che la prevenzione ottimale è quella che prevede la bonifica totale dell’amianto,

si chiede di sapere:

quali siano i rischi ai quali sono stati e sono tutt’ora sottoposti i 15.000 dipendenti che lavorano presso la sede principale della Rai;

se il Governo sia a conoscenza dei motivi per cui nessuno dei dirigenti Rai ha mai dato seguito alle richieste formali dei dipendenti;

quali siano i motivi per cui, ad oggi, dopo quasi un anno di cantiere, i lavori di bonifica della sede principale della Rai non siano ancora stati conclusi;

quali iniziative, alla luce delle precisazioni dell’azienda, il Governo intenda intraprendere al fine di verificare la correttezza e l’efficacia degli interventi di bonifica attualmente in atto;

se non ritenga che il proseguire delle attività di bonifica lasciando i dipendenti dentro la sede della Rai possa mettere in pericolo la salute dei lavoratori e, di conseguenza, quali urgenti iniziative intenda assumere per garantirne la sicurezza.

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Parlamento europeo- Gi stati membri possono limitare o vietare coltivazioni OGM

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05626
Atto n. 4-05626

Pubblicato il 14 luglio 2011
Seduta n. 581

LANNUTTI – Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. -

Premesso che:

il Parlamento europeo, in seduta plenaria, ha approvato con 548 voti favorevoli, 84 contrari e 31 astensioni la proposta della Commissione presentata dalla relatrice, ex Ministro dell’ambiente francese, Corinne Lepage, che permette agli Stati membri di limitare o vietare le coltivazioni di organismi geneticamente modificati (OGM);

la Commissione aveva proposto di concedere agli Stati membri il diritto di divieto, ma non per motivi di salute o ambientali. Questi, infatti, dovevano essere valutati esclusivamente dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare;

il Parlamento europeo ha invece deciso che gli Stati membri possono invocare motivi ambientali supplementari, tra i quali possono figurare la resistenza ai pesticidi, la salvaguardia della biodiversità o la mancanza di dati sulle conseguenze negative sull’ambiente. Gli europarlamentari hanno inoltre deciso a schiacciante maggioranza che anche l’impatto socio-economico potrà costituire un motivo legittimo di divieto, per esempio quando i rischi di contaminazione delle colture tradizionali o biologiche non possono essere praticamente gestiti;

gli Stati dovranno adottare misure per prevenire la contaminazione dell’agricoltura convenzionale o biologica da colture OGM, mentre un controllo, a livello europeo, della sicurezza e dell’autorizzazione continuerà a essere il presupposto per consentire la crescita degli OGM;

pertanto l’Europa lascia la decisione sugli OGM agli Stati membri e grazie al testo approvato l’Italia potrà proibire o limitare la coltivazione di sementi OGM sul proprio territorio;

nel contesto italiano questo provvedimento potrà avere un peso molto rilevante poiché aiuterà a limitare le questioni che sono nate nel dibattito Stato-Regioni. Nel corso di questi anni infatti molte Regioni, tra cui anche la Sardegna, hanno legiferato per escludere la coltivazione OGM, venendosi a scontrare con il regolamento comunitario già esistente;

l’applicazione di questo regolamento consentirà al Parlamento nazionale italiano e alle Regioni di affermare con fermezza e chiarezza il proprio no alla coltivazione degli OGM sul proprio territorio, salvaguardando la biodiversità, la salubrità e la genuinità dell’habitat naturale e delle produzioni agricole;

ad ogni modo, a prescindere dalla decisione di vietare la coltivazione o meno di OGM sul proprio territorio, è stata espressa la necessità che gli Stati membri adottino le norme di coesistenza al fine di garantire la non contaminazione di colture convenzionali o biologiche;

per garantire gli agricoltori convenzionali o biologici, che spesso non hanno goduto di un’adeguata tutela nei confronti di eventuali contaminazioni da OGM, è stata confermata la previsione per gli Stati membri di istituire un sistema obbligatorio generale di responsabilità finanziaria e di garanzie finanziarie, ad esempio, mediante un’assicurazione, applicabile a tutti gli operatori economici e tale da garantire che gli artefici di contaminazioni sostengano i costi degli effetti o dei danni involontari che potrebbero derivare dalla cessione deliberata o dall’immissione in commercio di OGM. Tale previsione è stata resa considerando che, se in Stati membri diversi vigono norme diverse in materia di coltivazione, è fondamentale che ciascuno Stato disponga di un rigoroso sistema al fine di prevedere che colui che contamina si faccia poi carico degli effetti o danni arrecati;

il Parlamento europeo ha ribadito la necessità di riconoscere a carico degli Stati membri l’obbligo di rendere pubbliche le norme nazionali di divieto di coltivazione almeno sei mesi prima del periodo vegetativo; inoltre, è stato previsto un limite di cinque anni per la durata in vigore dei provvedimenti nazionali e l’obbligo di revisione degli stessi qualora venga disposto il rinnovo dell’autorizzazione di un OGM;

in conclusione, si prevede la possibilità di basare il nuovo assetto della normativa che regola gli OGM su criteri che afferiscono direttamente alla sovranità statuale, come il diritto più immediato all’integrità del suolo e degli ecosistemi presenti;

considerato che:

i controlli di sicurezza effettuati dall’Unione europea così come un’autorizzazione europea restano comunque la conditio sine qua non per l’avvio della coltivazione di OGM, qualora uno Stato acconsenta al loro utilizzo agricolo;

attualmente la contraddittoria disciplina europea in materia di etichettatura di OGM, che esclude la conoscibilità del processo produttivo in ragione della tollerata soglia di contaminazione, non favorisce la trasparenza e rende il consumatore incapace di decidere in modo consapevole,

si chiede di sapere:

se il Governo non intenda promuovere l’adeguamento, al più presto, della normativa italiana vigente al dettato europeo per mantenere il territorio nazionale libero da OGM, come richiesto dalla maggioranza dei cittadini, considerato che in Italia, per la conformazione morfologica dei terreni e le dimensioni delle aziende, non sarebbe possibile evitare la contaminazione ambientale e sarebbe violata la libertà della stragrande maggioranza degli agricoltori e cittadini di avere i propri territori liberi da OGM;

quale posizione intenda assumere per regolamentare in modo adeguato la coesistenza di produzione di OGM-free e OGM, al fine di garantire totalmente da possibili contaminazioni le coltivazioni OGM-free;

quali iniziative intenda adottare al fine di intervenire in sede europea affinché si provveda a regolare l’etichettatura dei derivati ottenuti da OGM (carne, latte, uova, eccetera), anche in previsione di una futura possibile importazione di mais e soia transgenica da altri Stati limitrofi all’UE, per evitare che sul mercato potrà esserci indistintamente carne ottenuta da animali alimentati con mangimi OGM, ad un costo di produzione più basso, e carne ottenuta con mangimi convenzionali ad un costo di produzione più elevato con un margine di profitto maggiore per gli allevatori che utilizzeranno mangimi OGM rispetto a quelli che non lo utilizzeranno;

se non ritenga necessario intervenire presso la Commissione europea affinché le linee direttive per i controlli di rischio vengano migliorate.

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Agcom approvazione schema di regolamento diritto d’autore- Attacco alla rete

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05627
Atto n. 4-05627

Pubblicato il 14 luglio 2011
Seduta n. 581

LANNUTTI – Ai Ministri per i beni e le attività culturali, dello sviluppo economico e della giustizia. -

Premesso che:

l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha approvato recentemente lo schema di regolamento sul diritto d’autore. Regole che codificano cosa può legittimamente andare on line e cosa no, e che conferiscono al garante poteri importanti. Su tutti, quello di poter chiedere la rimozione di materiale coperto da diritto d’autore dai siti che lo ospitano, con procedure precise;

l’Agcom specifica che l’azione del garante è in ogni caso alternativa e non sostitutiva della via giudiziaria e in ogni caso si blocca in caso di ricorso al giudice di una delle parti coinvolte;

su “Laltranotizia.net” si legge: «Lo schema è stato approvato con i voti di tutti i commissari tranne quello di Nicola D’Angelo e c’è stata l’astensione di Michele Lauria. Il provvedimento è stato firmato dal commissario Gianluigi Magri, e all’approvazione seguiranno 60 giorni di consultazioni sul testo. Dopo le eventuali modifiche, la delibera sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e entrerà in vigore, verosimilmente non prima dell’autunno 2011. Il testo appare meno restrittivo rispetto a quanto ipotizzato (…) Lo schema delle regole si divide in due parti. La prima è relativa alle misure da sviluppare per favorire l’offerta legale tramite l’individuazione di misure di sostegno allo sviluppo dei contenuti digitali e delle soluzioni idonee alla riduzione delle barriere normative. Il Garante richiede poi l’elaborazione di codici di condotta dei gestori dei siti e dei fornitori di servizi di media audiovisivi e radiofonici. Necessaria secondo l’Autorità, anche la promozione di accordi tra produttori e distributori per la riduzione delle finestre di distribuzione, e la messa a disposizione di contenuti con modalità di acquisto semplificate e a costi contenuti. Ancora, promozione di accordi tra operatori volti a semplificare la filiera di distribuzione dei contenuti digitali relativi alle nuove modalità di sfruttamento, favorendo l’accesso ai contenuti premium, e individuazione di procedure per l’adozione di accordi collettivi di licenza. Agcom chiede anche la realizzazione di campagne di educazione alla legalità nella fruizione dei contenuti e l’istituzione di osservatorio per monitorare i miglioramenti della qualità e le riduzioni dei prezzi dell’offerta legale di contenuti digitali. Per raggiungere gli obbiettivi, verrà istituito presso l’Autorità di un Tavolo tecnico al quale saranno invitati a partecipare tutte le categorie interessate e le associazioni di consumatori e utenti. (…) La seconda parte prevede una serie di misure a tutela del diritto d’autore, e si articola in due fasi: una relativa al procedimento dinanzi al gestore del sito, la seconda al procedimento dinanzi all’Autorità. Nella prima fase, se riconosce che i diritti del contenuto oggetto di segnalazione sono effettivamente riconducibili al segnalante, il gestore del sito può rimuoverlo lui stesso entro 4 giorni (procedura di “notice and take down”). Nella seconda fase, qualora l’esito della procedura precedente non risulti soddisfacente per una delle parti, questa potrà rivolgersi all’Autorità. A questo punto Agcom, dopo un “trasparente contraddittorio” della durata di 10 giorni, potrà impartire nei successivi 20 giorni prorogabili di altri 15, un ordine di rimozione selettiva dei contenuti illegali o, rispettivamente, di loro ripristino, a seconda di quale delle richieste rivoltegli risulti fondata. Come tutti i provvedimenti dell’Agcom, anche le decisioni in materia di diritto d’autore potranno essere impugnati dinanzi al TAR del Lazio. (…) Sulla base del principio del fair use, la procedura non riguarda i siti non aventi finalità commerciale o scopo di lucro, l’esercizio del diritto di cronaca, commento, critica o discussione. E nemmeno l’uso didattico e scientifico, la riproduzione parziale, per quantità e qualità, del contenuto rispetto all’opera integrale che non nuoccia alla valorizzazione commerciale di questa. Il testo esclude quindi interventi riguardo siti personali e amatoriali, distinti da fornitori di contenuto professionali. (…) Le nuove norme Agcom non prevedono alcuna misura di inibizione dell’accesso a siti internet. Il Garante specifica che le regole non si rivolgono all’utente finale, nè intervengono sulle applicazioni “peer-to-peer”. L’Autorità sottolinea che la procedura inoltre non lede alcuna garanzia di contraddittorio tra le parti coinvolte, prevedendo tempi adeguati nell’interesse di tutte le parti coinvolte. E a differenza della maggior parte dei Paesi europei, in caso di upload, l’upoloader riceverà l’avviso di notifica e potrà avviare la procedura di contro notifica. (…) Tra le altre modifiche alla bozza 2010, è stata stralciata la prevista sezione del testo relativa ai siti esteri, che non potranno essere resi irraggiungibili. In caso di ipotesi di violazione, l’Agcom informerà l’autorità giudiziaria, che si attiverà nelle sedi competenti»;

considerato che:

si legge su un articolo di Carlo Infante dell’11 luglio 2011 pubblicato su “Notizie.tiscali.it”: «L’Agcom è andata avanti sulla sua strada, senza ascoltare l’ondata di proteste che, a partire dal web (…) si sono innalzate con fermezza ed entusiasmo partecipativo»;

per l’approvazione della delibera Agcom sul web si sono diffusi timori per la libertà di espressione in rete. La denuncia arriva dai promotori dell’iniziativa Sitononraggiungibile. Gli attivisti, organizzazioni e associazioni, uniti per dire no alla censura su Internet , ritengono che si tratti di un provvedimento che rischia di consegnare all’Italia un primato negativo: essere il primo Paese al mondo in cui un’autorità amministrativa può ordinare, alla fine di un procedimento sommario, la cancellazione di un contenuto multimediale dallo spazio pubblico telematico;

per Luca Nicotra, come si legge su un articolo di Carmine Saviano pubblicato sul sito di Luigi Berlinguer, «si è deciso di “mettere in scena il potere che non deve giustificarsi”». Gli effetti della delibera scatenerebbero “un inferno”, «fatto da decine di migliaia di richieste di rimozione che arriveranno all’Agcom. Ancora Nicotra: “Sarà il far west, con un approssimazione totale nella decisione di rimuovere o chiudere siti web, e decine, centinaia forse migliaia di contenuti innocenti e abusi del sistema. È questo l’ovvio risultato della censura, il motivo per cui non è mai accettabile in democrazia”. E per fermare la delibera dell’Agcom che è partita l’iniziativa No Censura. Una raccolta di firme e adesioni per evitare che “l’Italia finisca in un incubo”»;

per il popolo web l’Agcom si sarebbe arrogata il potere di sostituirsi ai giudici salvo che le parti coinvolte non intervengano sulla giustizia ordinaria entro il tempo dato dal procedimento;

l’avvocato Guido Scorza, presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione ed esperto di questioni connesse al diritto civile, industriale e della concorrenza, pur precisando che il provvedimento – nella forma in cui è stato reso noto – necessita di un’attenta analisi, ha affermato (si veda il sito del medesimo): «nonostante i ripensamenti ed i passi avanti importanti fatti dall’Autorità Garante si resta ancora lontani da una disciplina che possa davvero rappresentare un equo contemperamento dei diversi diritti ed interessi che si confrontano sul terreno del diritto d’autore». Il punto più contestato è però sempre lo stesso. Scorza ritiene che l’Autorità attribuisca a se stessa «una potestà regolamentare – e conseguentemente sanzionatoria – che non le compete anche in riferimento a contenuti diversi da quelli audiovisivi e a soggetti diversi dai fornitori di servizi media audiovisivi». Secondo l’esperto, quindi, l’Autorità avrebbe un potere di giudizio fatti i salvi i casi in cui una delle parti si rivolga al giudice ordinario prima del completamento del procedimento. Criticato anche il potere sanzionatorio autoaffidatosi dall’Agcom che avrà facoltà di irrogare «multe salate per centinaia di migliaia di euro che l’Autorità si riserva qualora i propri provvedimenti sommari non vengano adempiuti»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

il provvedimento dell’Agcom si contrappone alla libertà di manifestazione del pensiero e della creatività nello spazio pubblico del web mentre il diritto d’autore non sia usato come una negazione d’opportunità considerato che il web è un nuovo spazio pubblico e tale dovrebbe rimanere non solo difendendo i diritti e le libertà d’informazione ma creando opportunità per far circolare risorse;

alla luce delle forti preoccupazioni del popolo web, non si può escludere che il provvedimento possa essere espressione di politiche arbitrarie dell’Autorità la quale intende sostituirsi alla giustizia adducendo come motivo la protezione del diritto d’autore,

si chiede di sapere quali iniziative normative il Governo intenda promuovere al fine di mettere in campo un progetto organico di riforma del diritto d’autore che faccia chiarezza sulla disciplina da applicare favorendo la condivisione della cultura.

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Trenitalia – Passeggero morso da un cane

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05583
Atto n. 4-05583

Pubblicato il 7 luglio 2011
Seduta n. 580

LANNUTTI , GIAMBRONE – Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti, dello sviluppo economico e della salute. -

Premesso che

sui treni IC, ICN e sui treni regionali sono ammessi animali di piccola taglia custoditi nell’apposito contenitore di dimensioni non superiori a 70x30x50 e che per singolo viaggiatore è permesso il trasporto di un cane di qualsiasi taglia purché munito di museruola e guinzaglio;

il regolamento Trenitalia sancisce l’impossibilità per gli animali ammessi in carrozza di occupare posti destinati ai viaggiatori;

risulta all’interrogante che la normativa vigente non è correttamente applicata, nella specie risulta che in data 23 dicembre 2008 un passeggero pagante e con posto prenotato è stato aggredito e morso dal cane presente nel suo scompartimento senza museruola, né tantomeno allocato nell’apposito contenitore come previsto dal regolamento Trenitalia relativo al trasporto di animali;

riconoscendo i gravi danni arrecati al passeggero dall’incuria di chi, preposto al rispetto delle regole, avrebbe dovuto garantirne l’incolumità, viene data tramite raccomandata con avviso di ricevimento comunicazione al passeggero leso con cui si informa lo stesso di aver provveduto a trasmettere a Generali Business Solution CLD-Roma Corporate (alla sede sita in via di Santa Costanza, 11) la pratica relativa al danno n. 19488 del 23 dicembre 2008. Tuttavia l’infortunato, che più e più volte ha inoltrato – come attestano le ricevute in suo possesso – la documentazione richiesta tramite raccomandata con avviso di ricevimento, per fax, inviandola per posta elettronica, non è riuscito ad ottenere dalla succitata società mandataria per la gestione degli adempimenti amministrativi di Trenitalia alcuna risposta e quando finalmente, a distanza di tempo e di file interminabili e lungaggini burocratiche, è riuscito ad avere udienza, la società in questione dichiarava di aver archiviato il caso a causa della mancata ricezione della documentazione richiesta;

considerato che:

esiste documentazione tale da provare in modo incontestabile l’adempimento in tempi brevi degli oneri del passeggero leso;

tutelare il passeggero dovrebbe essere una precondizione anche per Trenitalia;

causa della lesione è stata l’incuria imputabile a Trenitalia,

si chiede di sapere:

cosa di fatto abbia impedito alla Generali Business Solution di ricevere raccomandate, fax e telefonate ai recapiti dalla stessa forniti;

se ci sia un interesse effettivo per tutelare i passeggeri, la loro sicurezza ed incolumità;

se l’inerzia di Trenitalia e di Generali Business Solution, che nel caso di specie ha negato il rimborso non rappresenti una prassi presente nelle compagnie assicurative;

quali siano stati i motivi ostativi per il rimborso della lesione subita;

se Trenitalia non abbia il dovere, a fronte di tale episodio, di rescindere il contratto con Generali Business Solution, per gravi inadempienze contrattuali.

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Deposito Armi Isola della Maddalena

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05585
Atto n. 4-05585

Pubblicato il 7 luglio 2011
Seduta n. 580

LANNUTTI , PEDICA – Ai Ministri della difesa e degli affari esteri. -

Premesso che:

il 4 giugno 2011, un dispaccio dell’Ansa dal titolo: “Carico armi e missili trasportato su navi passeggeri” ha riportato all’attenzione la questione del traffico delle armi. “Un carico di missili e munizioni, messo sotto sequestro dalla magistratura torinese nell’ambito di un’inchiesta per un traffico internazionale d’armi che portò in carcere il miliardario russo Alexander Zhukov, sarebbe stato trasferito da depositi sotterranei nell’isola di Santo Stefano, a Civitavecchia, utilizzando navi passeggeri. Lo rivela un’inchiesta del quotidiano La Nuova Sardegna. Secondo fonti militari, sentite dagli autori dell’inchiesta, il trasferimento non avrebbe comportato alcun pericolo perché tutto il materiale esplosivo sarebbe stato reso inattivo”;

“La Nuova Sardegna” del 10 giugno 2011 ha pubblicato un articolo dal titolo: “L’arsenale di Zhukov portato a Santo Stefano da un’impresa privata” dove si legge: «La Maddalena. Il colossale arsenale sequestrato nel 1994 all’organizzazione che faceva capo al miliardario russo Alexander Borisovich Zhukov, e destinato alla guerra nei Balcani, fu trasferito nel deposito sottoroccia di Guardia del Moro, a Santo Stefano, da una ditta privata e non dai militari. Notizia certa: parola dell’ex ministro della Difesa Antonio Martino. Altamente probabile, invece, la notizia secondo la quale anche allora furono usati traghetti di linea. D’altra parte, se il trasporto fosse avvenuto su una nave militare o su un cargo affittato dalla Difesa, non ci sarebbe stato alcun bisogno di ricorrere a un’impresa privata. La circostanza emerge dai verbali della Camera dei deputati. Seduta numero 592 del 24 febbraio 2005: il ministro della Difesa Martino si era presentato in aula per rispondere a un’interrogazione presentata da un folto gruppo di parlamentari del centrosinistra. Era quella una stagione attraversata da profonde tensioni tra la Regione e il Governo sulla quantità e qualità delle servitù militari in Sardegna. I quesiti posti al presidente del Consiglio e al ministro della Difesa ruotavano tutti intorno al “caso La Maddalena”. Il misterioso incidente al sommergibile americano Uss Hartford, avvenuto nell’ottobre del 2003, aveva infatti innescato una reazione a catena: l’allarme su un possibile inquinamento radioattivo, l’esistenza o meno di un piano di emergenza per la popolazione civile in caso di allarme atomico, il mancato funzionamento della rete di monitoraggio ambientale e la presenza a Guardia del Moro del gigantesco arsenale di Zhukov. E proprio su questo punto, nell’interrogazione si leggeva: “per quali ragioni il materiale bellico di provenienza russa, sottoposto a sequestro dall’autorità giudiziaria italiana, si trovi depositato nell’isola di Santo Stefano nella completa disponibilità della marina militare americana; chi abbia trasportato il materiale bellico nell’isola di Santo Stefano; se vi sia stata autorizzazione dell’autorità giudiziaria italiana procedente”. Ed ecco la risposta scritta del ministro Martino: “… il munizionamento e il materiale d’armamento custodito nell’isola di Santo Stefano risale al carico d’armi occultato e rinvenuto a bordo della motonave Jadran Express il 15 settembre 1994 durante la sosta dell’unità nel porto di Taranto e già sottoposto a provvedimento di sequestro disposto dalla prefettura di Taranto… in data primo giugno 1994 per l’accertata violazione delle disposizioni sull’embargo decretate dall’Onu. Il materiale bellico, affidato – su conforme direttiva della competente autorità prefettizia – in custodia alla Marina militare per essere depositato presso strutture idonee è stato trasportato, a cura di ditta privata abilitata, all’interno del magazzino munizionamento torpedini del comprensorio logistico dell’isola di Santo Stefano…”. È quindi lo stesso ministro Martino a dire formalmente che il trasporto del carico di kalashnikov, razzi, missili e munizioni era stato affidato, e poi eseguito, da una ditta privata. Esattamente come è successo nelle scorse settimane per riportare le armi nella Penisola. È dunque verosimile, anzi molto probabile, che le procedure utilizzate siano state le stesse, e cioè siano state utilizzate navi di linea passeggeri. Ultimo giallo: il trasferimento dell’arsenale di Zhukov è stato completato o è ancora in corso? Sì, perché proprio l’altro ieri non è passato inosservato alla Maddalena l’imbarco verso Palau di grossi container color verde-militare»;

considerato che:

il 10 giugno 2011, Giancarlo Chetoni, su “Rinascita”, ha pubblicato un articolo dal titolo “Armamenti: i nostri aiuti umanitari ai ribelli” nel quale si legge: «Il materiale “made in Russia”, messo sotto sequestro dalla Procura di Torino dopo il fermo avvenuto nel Canale di Otranto nel 1994 del cargo Jadran Express ad opera di un’unità della Marina Militare operante nell’Adriatico per il rispetto della risoluzione Onu che vietava l’esportazione di armi verso Paesi belligeranti nei Balcani, lasciò, in custodia temporanea, nella disponibilità del ministero della Difesa 30 mila fucili d’assalto Ak 47, 150.000 caricatori, 32 milioni di proiettili in calibro 7,62×33, 5 mila Bm 21 da 122 mm, 50 lanciatori e 400 razzi anticarro Rpg. Il carico finì per essere momentaneamente dirottato in Sardegna per lo smaltimento dove è rimasto fino alla sentenza della Cassazione arrivata nel 2005. Stivato nei depositi-bunker sotterranei dell’isola di Santo Stefano in località “Guardia del Moro” è rimasto in giacenza fino al mese di aprile di quest’anno sotto la custodia delle Forze Armate. Per 6 anni i tre titolari di via XX Settembre degli esecutivi Berlusconi-Prodi-Berlusconi hanno omesso di dare esecuzione al provvedimento della magistratura del capoluogo piemontese e confermato in terzo grado di giudizio in quello laziale. Dal 15 di maggio il deposito-bunker nell’arcipelago della Maddalena è incappato nella curiosità dei residenti. L’interesse sollevato dalla guerra dell’Italia alla Libia e qualche dichiarazione di Frattini sugli aiuti da destinare alla Cirenaica hanno fatto da miccia. Si è notato un aumento di presenze di personale militare e la movimentazione di contenitori imbarcati sul traghetto della Saremar che collega l’isola con Palau prima di essere trasferiti su un unità della società di navigazione Tirrenia che fa servizio passeggeri sulla rotta Olbia Civitavecchia. Ne ha dato notizia la “Nuova Sardegna” il 4 giugno. Il quotidiano di Sassari riferisce di quattro contenitori da 40 piedi trasportati sul continente. Secondo voci locali l’attività in uscita di materiale bellico dalla base-deposito va avanti dalla prima settimana di aprile con più di 35 “carichi eccezionali” affidati a trasportatori provenienti, come si dice da queste parti… dall’Italia per marcare il muro psicologico venutosi a creare tra gli isolani e i governi nazionali per il costante disinteresse che hanno manifestato per lo sviluppo economico e sociale della Sardegna dagli anni ’80 in poi. Interrogata la Capitaneria di Porto sulla pericolosità di far stazionare su un trasporto passeggeri materiali militari il comando locale ha escluso qualunque possibilità di “esplosione” durante la navigazione perché reso preventivamente “inattivo”. Un lavoratore portuale avrebbe dato per certo dallo sforzo delle motrici nel moto di avviamento sulla rampa-nave e dalle “imbarcate” dei pianali l’esistenza nei contenitori di “carico pesante” come armi e munizioni. La notizia è corsa come il vento in tutta la Sardegna. Il sospetto avanzato è che le “uscite” siano state movimentate per far arrivare una parte delle scorte conservate a “Guardia del Moro” a Bengasi nonostante le smentite arrivate sia da La Russa che da Frattini che il Bel Paese si sarebbe astenuto dal fornire armi offensive di qualunque genere ai sostenitori della monarchia senussita anche se… pronti a fornirne di adatte alla difesa. Un confine, come si capisce, sottilissimo e che puzza lontano un miglio della solita fogna ottosettembrista. Un conto è far distribuire da qualche decina di “istruttori” del Bel Paese a dei tagliagole un centinaio di mitragliette M(P)12, come è stato già fatto, altro sarebbe stato il consegnare al Consiglio Transitorio della Libia delle migliaia di fucili d’assalto Beretta Ar 70-90 con tanto di stampigliatura e altra cosa ancora è la donazione sottobanco di esuberi di Ak 47 di fabbricazione ex sovietica, già di proprietà dell’oligarca Alexander Zhukov, destinati a mimetizzarsi perfettamente sul terreno con le armi e il materiale inizialmente saccheggiato dai “ribelli” nei depositi del colonnello Gheddafi. Un trasferimento in Cirenaica di armi e munizioni anche pari a quelle a suo tempo messe sotto sequestro sulla motonave “Jadran Express” non lascerebbe tracce di sorta. Verrebbe facilmente assorbito dal mercato della guerra sporca alla Jamahiriya dove circola unicamente materiale ex sovietico, russo o di esubero “occidentale” degli anni ’80 di provenienza centroafricana. Per capire perché la Nato abbia intensificato i bombardamenti sulla Jamahiriya, accanendosi sul quadrilatero del compound di Bab al Azizya, nei giorni 7-8-9-10 giugno basterà sapere che una delegazione di altissimo livello del “rais” è stata negli stessi giorni in visita di Stato in Cina. Una visita piena zeppa di segnali politici nel caso si rendesse necessario un ulteriore passaggio all’Onu per un attacco a terra dell’Alleanza Atlantica alla Libia. Anche se al Comando Centrale di Bruxelles si stima che un impiego protratto su larga scala di elicotteri di attacco e di cacciabombardieri oltre che di “istruttori” e bande di tagliagole sia di per sé già sufficiente per portare a “breve” al collasso le forze armate di Gheddafi. La Nato punta inoltre a distruggere qualsiasi deposito di carburante, anche sotterraneo, del Colonnello e a tagliarne le linee di approvvigionamento via terra. Il blocco navale impedisce, tra l’altro, i rifornimenti di derrate alimentari alla popolazione libica. Le scorte accumulate sono destinate ad esaurimento. I metodi di guerra adottati contro la Jamahiriya ricordano da molto, molto vicino quelli usati contro l’Iraq di Saddam Hussein. Pressoché identica anche la morfologia del terreno e la strategia militare di strangolamento adottata dall’aggressore, compreso i bombardamenti “ad personam”. La differenza più significativa sta nel volume di fuoco scatenato nel 2003 su Baghdad e nel 2011 su Tripoli anche se c’è da dire che sia i numeri che le qualità, nel personale e nelle dotazioni militari, sul campo non sono comparabili. Nel tentativo di spezzare il cerchio di fuoco che si va concentrando sulla Jamahiriya, giovedì 7 il ministro degli Esteri Obeidi è andato a Pechino per incontrare l’omologo Yang Jechi e il premier Wen Jiabao trattenendosi nella capitale per 72 ore. Tempi da visite di Stato con l’obbiettivo di mandare “segnali” all’esterno. L’esito degli incontri ha soddisfatto in pieno le aspettative dell’inviato di Gheddafi. Il portavoce di Pechino Hong Lei, dal canto suo, ha dichiarato che la Cina incrementerà i legami politici, finanziari, commerciali e militari con tutti i governi emergenti dei Paesi Arabi che hanno dimissionato i “leaders storici” in Africa e Vicino Oriente. Il riferimento a Tunisia ed Egitto e al prossimo defenestramento nello Yemen, è apparso implicitamente evidente. Poco meno, di fatto, che una dichiarazione di guerra a Usa, Europa e Nato. Il ministro della Difesa di Pechino ha inoltre lanciato un durissimo avviso agli Stati Uniti. Un attacco al Pakistan, alla sua integrità territoriale, ai suoi impianti atomici o al suo armamento nucleare costituirebbe una minaccia intollerabile per la Repubblica Popolare di Cina. Per rendere più credibile l’ultimatum a Wastington il presidente Hu Jintao ha firmato un ordine esecutivo di trasferimento immediato, senza compenso finanziario, a Islamabad di 50 moderni cacciabombardieri multiruolo JF 17 e del relativo armamento di supporto. A livello planetario, dal 1953, non è mai successo qualcosa del genere. Una donazione da miliardi di dollari che la dice lunga sullo stato dei rapporti politici e militari tra Usa e Cina al di là dell’interesse commerciale e finanziario reciprocamente vantaggioso esistente al momento. Una bonaccia che si va (lentamente?) o dissolvendo o trasformando in una sorta di odio-amore da guerra fredda. Naturalmente in Italia nessuno ne ha saputo nulla. L’unica notizia circolata ha riguardato un incontro di “informazione” richiesto dal Consiglio Nazionale Transitorio avvenuto tra il “responsabile esteri” al Issawi e un funzionario dell’ambasciata di Pechino in Egitto per tamponare come possibile l’iniziativa della Jamahiriya. Tanto è bastato all’Ansa, all’Agi e all’Adnkronos per titolare all’unanimità “la Cina apre alla nuova Libia”.Nella Repubblica delle Banane vanno, è evidente, di moda le “lesbiche fantasma” di Facebook. Nel frattempo dall’ambasciata della Siria a Roma arriva la denuncia di “manipolazioni criminali” nell’informazione. Tutt’altro che un caso. A Damasco si ricorda perfettamente l’invito di qualche tempo fa del Quirinale alla (splendida lo aggiungiamo noi) Signora Asma al Assad per testare il terreno sulla possibilità di uno sganciamento di Damasco dall’Iran. Frattini sta facendo il resto. Resta da capire quale sia il livello di autonomia politica con cui opera l’ex magistrato contabile. Per questo fine settimana di giugno Roma potrà offrire opportunità di svago da favola al presidente del Consiglio»;

si legge su www.cronacheisolane.it: «Il fisico siciliano Claudio Gentile, esperto di armi e balistica, all’università di Messina responsabile di un laboratorio per la ricerca scientifica, è uno dei maggiori specialisti italiani in questo campo. Oggi i suoi dubbi sono legati al trasporto del maxi-arsenale sui due traghetti tra il 18 e il 20 maggio scorso. “Il lavoro per il disinnesco di tutti gli esplosivi che i militari hanno detto di aver fatto prima della partenza avrebbe richiesto un tempo molto lungo e un’azione estremamente complessa”, spiega il super tecnico. Lui non lo aggiunge, ma è chiaro come pensi ai rischi potenziali a come una possibilità del genere sia realistica e funzionale soltanto se le armi, in una seconda fase, dovranno venire del tutto distrutte»,

si chiede di sapere:

se siano state rese inerti le armi in questione e se tale trasporto non abbia messo in pericolo la pubblica incolumità di ignari passeggeri che hanno viaggiato inconsapevolmente con gli esplosivi;

se risponda al vero che il numero di cartucce custodite a Santo Stefano erano di ben 32 milioni la cui carica di lancio (polvere da sparo di 1,65 grammi), equivalente ad un deposito esplosivo viaggiante di parecchie tonnellate, se inertizzata mediante l’estrazione, abbia così vanificato il successivo uso;

se risponda al vero che sull’isola bunker di Santo Stefano, nell’arcipelago de La Maddalena, siano stati stoccati circa 5.000 katiuscia e 400 missili terra-aria di tipo Fagot e come sia stato possibile trasportarli in condizioni di sicurezza, se non disinnescandoli;

se la miscela pirotecnica che costituisce il propellente di lancio ad alto contenuto incendiario non avrebbe potuto produrre deflagrazioni micidiali e se non sia stato sottovalutato il pericolo potenziale che non può essere addossato ad ignari passeggeri;

se il Governo non debba riferire sulle procedure di inertizzazione seguite e della reale natura e consistenza di quanto residuato dopo tale attività e trasportato all’interno dei container, e su quale sia stata la destinazione di tali enormi quantità di armamenti;

se, a giudizio del Governo, tale traffico di armi, la cui destinazione è ancora ignota, non rischi di indebolire il processo di pace nel Medio Oriente dilaniato e infuocato da guerre tribali e dalle rivolte popolari.

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