Britannia 2

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05965
Atto n. 4-05965

Pubblicato il 28 settembre 2011
Seduta n. 611

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il Ministro in indirizzo, nei giorni scorsi, ha annunciato che si terrà un “seminario” sulle dismissioni del patrimonio pubblico aperto a tutti gli investitori possibili, nazionali e internazionali; come si legge, ad esempio, su un’agenzia del Tgcom del 13 settembre 2011 «Un vero e proprio “Britannia 2″ lo definisce Il Sole 24 ore, riferendosi a quando nel 1992 l’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi, incontrò sul panfilo della famiglia reale inglese, il Britannia appunto, una serie di investitori inglesi per presentare la privatizzazione di Iri, Eni, Isa e Imi». Oggi, come allora, l’Italia è scossa da una grave caduta morale, che coinvolge il rapporto tra affari e politica, e da una drammatica crisi economica, che mette in tensione la finanza pubblica;

nei piani del Ministro sembrerebbe che l’unico intervento che resta da fare, e sul quale pare che Tremonti sia intenzionato a puntare, è proprio l’immenso patrimonio immobiliare dello Stato assieme alle utilities locali. La privatizzazione di questi patrimoni, in particolare delle aziende municipalizzate, sarebbe, secondo “Il Sole-24 ore”, il vero oggetto di discussione dell’incontro avvenuto lunedì scorso tra Tremonti e Bossi, da sempre contrario a questa opzione. Secondo il piano Tremonti gli incassi delle dismissioni dovrebbero andare ad abbassare il livello del colossale debito pubblico che si trova ora al 120 per cento e portarlo a quota 100 per cento;

come risulta da diversi articoli di stampa pubblicati in questi ultimi mesi, c’è chi pensa di avviare la svendita delle società controllate dallo Stato; si legge, ad esempio, su “Rinascita”, in un articolo del 16 settembre 2011: «Un regalo per i soliti noti; banchieri e finanzieri sempre pronti a vestire i panni dei salvatori della Patria con il denaro degli altri. Molte di queste aziende rappresentano delle eccellenze a livello internazionale e non è affatto vero che siano tutte in perdita. Anzi, gli appetiti di molti sono stimolati dalla possibilità di maturare da subito lauti guadagni. Prima che Giulio Tremonti arrivasse a pensare ad un “Britannia Bis” c’è stata l’approvazione di un decreto legislativo che già consente – in prospettiva – la vendita dei beni dello Stato. Si tratta del cosiddetto federalismo demaniale. Una riforma fortemente voluta dalla Lega che, secondo lo spirito dei promotori della legge delega, doveva servire ad avvicinare l’amministrazione dei beni del demanio e del patrimonio indisponibile alle comunità. Un’autentica interpretazione del principio di sussidiarietà che è stata “condita” con l’aggiunta di una serie di articoli che giocano a favore di chi è interessato a mettere le mani su immobili e risorse naturali»;

sulla base del decreto legislativo n. 85 del 2010 è certo che alle Regioni passerà la titolarità del demanio marittimo e del demanio idrico. Le Province si dovranno invece accontentare dei laghi chiusi e delle miniere: un vero e proprio spacchettamento della proprietà pubblica che rischia di servire solo a rendere più complicata la gestione del patrimonio. Un dato di fatto che rischia di far passare in secondo piano la trasparenza necessaria nell’amministrare un tesoro che ricomprende anche migliaia di opere d’arte. Beni culturali che potranno essere trasferiti ad altri enti qualora sia stato raggiunto un programma di valorizzazione degli stessi;

nelle prossime settimane potrebbe essere pubblicata la lista di beni assegnabili agli enti locali. Nell’ultima Conferenza unificata l’Esecutivo ha infatti assunto l’impegno di individuare nei Comuni i destinatari dei beni messi a disposizione dal federalismo demaniale. A quanto risulta all’interrogante questa è una sdemanializzazione anomala, che prima di questa nuova normativa avrebbe richiesto l’approvazione di una legge dettagliata;

in considerazione del cospicuo taglio operato dal Governo con le ultime manovre nel volume dei finanziamenti ai Comuni italiani, sarà difficile assistere ad amministrazioni che rinunciano all’assegnazione di un bene. Basterà infatti un’apposita variante urbanistica e gli enti potranno anche decidere di vendere immobili provenienti dal patrimonio statale. Per la collettività rimarranno briciole, solo il 25 per cento del ricavato dovrà essere versato nella casse dello Stato. Potrebbero andare incontro all’alienazione anche gli immobili che non saranno assegnati nell’immediato. L’Agenzia del demanio, previo accordo con Regioni ed enti locali eventualmente interessati, potrà infatti decidere di sfoltire le proprietà statali. Nei prossimi anni l’inventario generale dei beni immobili tenuto dal Ministero dell’economia potrebbe ridursi ad una lista brevissima. Una dismissione a tempo di record non certo funzionale alle esigenze della collettività;

a giudizio dell’interrogante, bisogna essere consapevoli che privatizzare non è una scelta etica ma politica, da fare sapendo bene di che cosa si sta parlando. Un conto, ad esempio, sono le partecipazioni dello Stato nelle grandi imprese, un altro è il cosiddetto “capitalismo municipale”, quello dei servizi locali, dall’acqua ai trasporti; dalla gestione del ciclo dei rifiuti all’elettricità. Forse non tutti sanno che, nella sintetica definizione “capitalismo municipale”, sono comprese circa 6.000 imprese pubbliche locali, con centinaia di migliaia di dipendenti, possedute da Province, Comuni e via dicendo. Secondo una ricerca a più mani (“Comuni SpA. Il capitalismo municipale in Italia”, edizioni “Il Mulino”) sulle imprese di questo tipo, le quali, non di rado, gestiscono monopoli naturali, esse sarebbero in perdita per circa il 70 per cento al Sud, per circa il 50 al Centro, per circa il 30 per cento al Nord. In questo delicato settore, le scorciatoie dettate dalla necessità rischiano, ancora una volta, di provocare più danni che vantaggi. Si può anche decidere di smantellare tutto il “capitalismo municipale” prima di pagare qualcosa direttamente. Ma non sarebbe per niente saggio, visto che i conti dicono che sarebbe una goccia nel mare del debito pubblico;

rilevato altresì che:

il decennio 1991-2002 che ha preceduto l’introduzione dell’euro è stato ricco di avvenimenti storici epocali (caduta del muro di Berlino e dissoluzione dell’URSS) e di pesanti manovre finanziarie. L’idea di creare una moneta unica, all’interno di un processo di unificazione europea, in sé poteva essere una grande opportunità per abbattere le esiziali concezioni nazionalistiche, che sono sempre state alla base dei conflitti armati tra gli Stati. Purtroppo, la moneta unica si è invece basata su una concezione egemonica, che ha semplicemente sostituito alle armi degli eserciti l’arma dei mercati e della finanza. L’euro, a giudizio dell’interrogante, è stato tarato sulle esigenze della Germania e, in subordine, della Francia. L’Italia, per poter aderire all’Euro, ha dovuto fare sacrifici incredibili, tramite manovre “lacrime e sangue”, mettere sul mercato le partecipazioni statali, ridurre il welfare, rinunciare alla sovranità sulla moneta, cioè al Signoraggio sulla carta-moneta e alla possibilità di svalutare e agire sui tassi. Basta ricordare quel fatidico 13 settembre 1992 quando il Governo Amato svalutò la lira dopo un’inutile difesa che bruciò l’equivalente di una manovra economica;

il 2 giugno 1992 eminenti rappresentanti delle banche più importanti e dell’alta finanza italiana si incontrarono sul lussuoso yacht “Britannia” di Sua Maestà Elisabetta d’Inghilterra che incrociava a largo di Civitavecchia. Ed è proprio sul “Britannia” che, prendendo largo su acque internazionali, ma su suolo britannico, stando a quanto si dice, fu messa a punto e deliberata una strategia che doveva portare alla svalutazione della lira e alla completa privatizzazione delle partecipazioni statali italiane a prezzi stracciati grazie alla svalutazione della nostra moneta: una “torta” da 100.000 miliardi di euro,

si chiede di sapere:

se corrispondano al vero le notizie riportate in premessa relative al seminario di preparazione alla dismissione del patrimonio pubblico annunciato dal Ministro in indirizzo e aperto ad ogni tipo di investitore, nazionale e internazionale, che “il Sole-24 ore” ha definito “Britannia 2″, e nel caso affermativo, se non si ritenga fortemente errato, come insegna il passato, ripercorrere un’operazione del genere;

quale sia l’entità del patrimonio di cui oggi dispone l’Italia, ivi compresa una vasta quantità di aziende controllate dallo Stato, da collocare sul mercato, e a quali condizioni e quali siano gli investitori nazionali e internazionali che sarebbero disponibili ad acquistare detto patrimonio pubblico;

se non si ritenga necessario, prima di sventolare di nuovo la bandiera delle privatizzazioni a prescindere, ricordare i fatti i quali dimostrano che l’idea che privatizzare equivale a moralizzare è destituita di fondamento: le indagini giudiziarie in corso fanno emergere, infatti, numerosi episodi di malaffare tanto nelle aziende pubbliche, con procedure di nomina del management a dir poco inquietanti, quanto nel settore privato. Basti pensare ai processi a Cirio, Parmalat, Telecom, Italease, Antonveneta, Bnl;

se il Ministro in indirizzo, nell’ambito del progetto di federalismo demaniale in atto, ritenga che dismettere le circa 6.000 imprese pubbliche locali genererebbe davvero risparmi, efficienza e migliori costumi o non si rischierebbe, piuttosto, di provocare, come è già successo in passato con altre privatizzazioni, l’aumento, sic et simpliciter, delle tariffe;

se risultino le cifre reali degli incassi che si realizzerebbero con un’eventuale vendita del patrimonio pubblico locale, che secondo le stime di Mediobanca sono assai modeste, e se corrisponda al vero che le uniche partecipazioni davvero negoziabili sembrano essere quelle nelle aziende ex municipalizzate energetiche quotate, nelle concessionarie di pubblici servizi redditizi come autostrade e aeroporti, nelle reti minori del gas, dell’elettricità e delle telecomunicazioni.

se non si ritenga utile rivedere il progetto di “federalismo demaniale”, prima di vendere il patrimonio pubblico locale, per ricavare al massimo 5-6 miliardi di euro (da portare in detrazione del debito e non a copertura delle spese correnti come ha fatto per 12 anni il Comune di Milano), e se non sarebbe invece meglio procedere a fusioni e riforme manageriali che potrebbero essere facilitate dalla Cassa depositi e prestiti o da investitori di lungo periodo, come il fondo infrastrutturale, avendo cura di non aprire la strada ad acquisizioni con eccessive leve finanziarie per non deprimere gli investimenti, comunque essenziali alle comunità locali.

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