Crisi- Fondazioni Bancarie

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05945
Atto n. 4-05945

Pubblicato il 27 settembre 2011
Seduta n. 610

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il sistema bancario italiano più oneroso, costoso ed inefficiente degli altri sistemi europei e che ha fatto pagare a rate la crisi ai consumatori utenti, con tassi più elevati dello 0,50 per cento sui mutui della media europea, dell’1,20 per cento sul credito al consumo e con costi proibitivi dei servizi di gestione di un conto corrente, pari in Italia a 295,66 euro, contro una media di 114 dell’Europa a 27, continua a godere, a parere dell’interrogante, di inusitati privilegi legislativi e fiscali da parte di un Governo che, per tutelare gli interessi dei banchieri, lede i diritti delle famiglie, delle imprese, dei consumatori;

in un articolo pubblicato in data 26 settembre 2011 su “Corriere Economia”, dal titolo “Fondazioni: sta finendo la benzina”, Massimo Mucchetti mette in luce i privilegi fiscali inaccettabili delle fondazioni bancarie, vista la crisi dei titoli di Stato che penalizza anche gli enti, ora in difficoltà a seguire le ricapitalizzazioni delle aziende di credito;

si legge nel citato articolo: «Il crollo delle banche in Borsa sta trascinando nel gorgo molte fondazioni di origine bancaria. Si tratta di un fenomeno assai preoccupante, ancorché poco se ne parli. Nella prima fase della crisi finanziaria internazionale, seguita al crac Lehman, le fondazioni avevano dato un contributo essenziale alla stabilità del sistema del credito, sottoscrivendo aumenti di capitale d’emergenza, anche oltre le quote di competenza, in Unicredit e garantendo di poterlo fare altrove come poi è accaduto in Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi. Negli annali dell’Acri, l’associazione delle fondazioni, resta l’invito del presidente Giuseppe Guzzetti al governo a non insistere con i Tremonti bond: le banche, sostenute dalle fondazioni, se la sarebbero cavata da sole. Forse anche per questo un pubblico riconoscimento era stato tributato alle fondazioni dalla Banca d’Italia, nonostante la cultura del governatore Mario Draghi sia lontana da quella, prevalentemente cattolica e nazionale, di queste istituzioni. Ma alla fine di quest’estate drammatica, i margini per fare da architrave al sistema si vanno riducendo a vista d’occhio. Non è ancora detto che il disastro si compia. Le quotazioni delle banche italiane risentono pesantemente della crisi di fiducia sui titoli di Stato, che posseggono in non modica quantità, e questa crisi di fiducia potrebbe essere contenuta, e forse parzialmente ribaltata, da un governo diverso, più credibile di fronte ai mercati. Ma al momento il governo è quello che è. E i numeri fanno impressione. E dai numeri bisogna partire, come sempre ricordava ai chiacchieroni Raffaele Mattioli, il banchiere che riscattò la grande Comit dal tracollo degli anni Trenta. I bilanci ufficiali e completi dell’anno in corso si faranno nella primavera del 2012. Un’era geologica più in là, verrebbe da dire. E tuttavia già adesso si vede quanto pesante sia l’impatto dei funesti mesi di agosto e settembre sugli stati patrimoniali. Il CorrierEconomia lo ha calcolato nelle 12 fondazioni maggiori limitandosi ai valori delle banche conferitarie, come si chiamano in gergo le aziende bancarie estratte dalle casse di risparmio, dai Monti di pietà e dagli istituti di diritto pubblico che, nell’occasione, assunsero la veste giuridica di fondazioni secondo la legge Amato-Carli del 1990. Nelle banche conferitarie, infatti, le fondazioni conservano partecipazioni quasi sempre non più rilevanti, se singolarmente prese, a causa delle fusioni bancarie nel frattempo intervenute, ma spesso rilevantissime nell’equilibrio del proprio portafoglio di investimenti. La tabella pubblicata, parla da sé. Delle 12 fondazioni, solo due stanno ancora bene: la Carimonte Holding, cui la Fondazione Carimodena e la Fondazione del Monte di Bologna avevano conferito le loro quote di Rolo Banca ora in Unicredit, e la Fondazione Carige, per quanto la gestione dei Berneschi sia di quando in quando discussa. Tutte le altre hanno a libro le partecipazioni nelle loro vecchie banche a cifre ormai lontane dalla realtà. La situazione peggiore emerge alla Fondazione Cariverona, presieduta da Paolo Biasi, che registra una minusvalenza teorica dell’80% su Unicredit, di cui è il primo azionista italiano. Segue, con una minus teorica del 75%, la Fondazione Roma di Emmanuele Emanuele, erede dell’antica Cassa di risparmio della capitale che, gerente Cesare Geronzi, assorbì il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma e poi la Bipop-Carire per consegnare il tutto a Unicredit. A ruota, con una perdita teorica del 74%, la Fondazione Caricuneo: ceduta la Banca Regionale Europea alla Banca San Paolo di Brescia, poi confluita in Ubi, oggi la fondazione presieduta da Ezio Falco ha il 2%, ma un solo voto, perché Ubi è una popolare. In questa classifica del segno meno vengono poi, nell’ordine, le fondazioni Crt (58%, presidente Andrea Comba), Mps (57%, Lionello Mancini), Compagnia di Sanpaolo (56%, Angelo Benessia), Cariplo (50, Giuseppe Guzzetti), Cariparo (49%, Antonio Finotti), Carifirenze (43%, Michele Gremigni) a Carisbo (27% Fabio Roversi Monaco). Sono percentuali da leggere anche e soprattutto in relazione al totale delle attività di ogni fondazione, nonché al patrimonio netto e ai debiti finanziari che qua e là cominciano ad affiorare. La tabella offre la possibilità di fare un po’ di calcoli. Ma balza subito all’occhio che un conto sono i casi della Caricuneo o della Cariplo e un ben altro conto sono quelli di Verona e Siena. Nella fondazione piemontese della Provincia Granda, la minusvalenza teorica sulla banca è ingente di per sé, ma incide solo per il 10% sul totale delle attività e poco di più sul patrimonio netto. Stesso discorso per la grande fondazione lombarda, dove la diversificazione degli investimenti è spinta. Nella fondazione scaligera, invece, la perdita teorica sulla banca assorbe il 49% delle attività totali e il 60% del patrimonio netto. E nella città del Palio, siamo al 49 e al 55%, ma con l’ aggravante di avere 760 milioni di debito, 600 dei quali fatti per poter sottoscrivere l’ aumento di capitale. Un’altra analisi andrebbe dedicata al resto del portafoglio, investito in obbligazioni e azioni pubbliche e private, italiane ed estere, e in altri strumenti finanziari. Ma ora è impossibile: i rendiconti sono a fine d’anno. Qualcosa, tuttavia, si vede. Chi ha investito in altre banche (Cariverona, Siena e Crt hanno un po’ di Mediobanca, Crt ha un piedino anche in Société Générale e Banco Sabadell), assicurazioni (Crt e Verona in Generali), infrastrutture (Crt ha il 6,7% di Atlantia), sta imbarcando altra acqua. E pure la diversificazione estrema soffre, a meno che si sia fuggiti dall’Occidente per scommettere sui Paesi emergenti o sull’oro. Questo impervio passaggio metterà a dura prova l’attendibilità dei bilanci delle fondazioni. Che, del resto, dipende in larga misura dall’attendibilità dei bilanci bancari. Svalutare o non svalutare? C’è da anni un decreto, reiterato a luglio, che permette alle fondazioni di lasciare al costo storico le partecipazioni immobilizzate nelle banche e in altre società qualora gli amministratori giudichino transitoria la perdita di valore. È molto probabile che questa facoltà venga ampiamente utilizzata. Diverso, invece, sarà contabilizzare gli investimenti finanziari correnti, già adesso vengono riportati per lo più al valore di mercato oppure al minore tra questo e il costo storico. A meno di non voler tenere fino a scadenza i Btp o i corporate bond. Simili soluzioni contabili, se possono servire a guadagnare tempo, non risolveranno comunque i due grandi interrogativi: per quanto tempo le fondazioni potranno continuare a fare le loro erogazioni ai territori, al momento più o meno confermate, senza distribuire patrimonio, senza cioè scavarsi la fossa? Fin dove potranno spingersi nella ricapitalizzazione delle banche, se la crisi imporrà nuovi apporti, senza impiccarsi a soggetti destinati a rendere assai meno di un tempo?»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia al corrente di quanto descritto in merito ad una situazione pessima che emerge alla Fondazione Cariverona, presieduta da Paolo Biasi, che registra una minusvalenza teorica dell’80 per cento su Unicredit, di cui è il primo azionista italiano, dove segue nel palmares negativo, con una minus teorica del 75 per cento, la Fondazione Roma di Emmanuele Emanuele, erede dell’antica Cassa di risparmio della capitale che, assorbì il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma e poi la Bipop-Carire per consegnare il tutto a Unicredit;

se le partecipazioni a libro della maggior parte delle fondazioni nelle loro vecchie banche, a cifre ormai lontane dalla realtà, non debbano destare preoccupazione per la loro stessa tenuta e per i tagli conseguenti alle erogazioni concesse al cosiddetto welfare nei territori di appartenenza;

se la crisi sistemica, che ha prodotto tale situazione con tagli e riduzioni delle cosiddette opere di beneficenza, si riverberi anche nei costi di gestione degli amministratori e/o organi sociali, e quali siano i compensi annui a loro stessi deliberati ed erogati, il loro esatto ammontare anche sotto la voce “consulenze”;

se la mancata svalutazione delle partecipazioni, seppur prevista da anni in un decreto di recente reiterato, che consente alle fondazioni di lasciare al costo storico le partecipazioni immobilizzate nelle banche e in altre società, qualora gli amministratori giudichino transitoria la perdita di valore, non rappresenti un artifizio contabile che potrebbe integrare il reato di falso in bilancio e false scritture contabili;

quali misure urgenti il Governo intenda adottare per rendere più eque le normative fiscali per la generalità delle imprese e dei normali cittadini, evitando di discriminare i contribuenti di serie “A” come le fondazioni bancarie e le stesse banche, alle quali tutto è consentito e reso lecito, rispetto ai contribuenti di serie “B”, tassati, vessati e beffati da un fisco a giudizio dell’interrogante ostile e spesso asservito ai desiderata dei potenti.

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