Month: settembre 2011

Agenzia matrimonilae Elena Monti

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05963
Atto n. 4-05963

Pubblicato il 28 settembre 2011
Seduta n. 611

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

sul sito www.elianamonti.it si legge: «Eliana Monti è la più grande agenzia matrimoniale Italiana che si occupa di Single. Adesso chiamato Club per single ma precedentemente conosciuto come agenzia matrimoniale. Il nostro obiettivo è quello di creare le possibilità per conoscersi al fine di fare amicizie con le quali condividere interessi, hobby e passare il tempo libero Organizziamo vacanze e weekend per single, incontri a tu per tu, feste, momenti culturali, viaggi e vacanze, gruppi di discussione e tutto ciò che serve a riempire la vita da single»;

su alcuni siti di consumatori sono pubblicati numerosi reclami di utenti insoddisfatti e raggirati in quanto l’agenzia non solo non mantiene le promesse fatte alla stipula del contratto ma non rispetta nemmeno le richieste esplicitate in una scheda formale in cui si elencano le caratteristiche che deve avere il partner che il cliente sta cercando. Inoltre detti contratti impegnano il cliente con l’agenzia matrimoniale per anni a costi elevati;

alcuni clienti si sono rivolti agli avvocati e cercano, attraverso un forum altre persone che sono state raggirate per portare in Tribunale i titolari dell’agenzia in questione. Secondo una donna che è stata cliente dell’agenzia, tutti coloro che si sono affidati al finanziamento, nella buona fede di avere un aiuto da Eliana Monti, oggi si ritrovano a mantenere una azienda che non solo non si attiene a quanto promesso ma gioca sulla emotività, sensibilità e tanta solitudine degli iscritti. Sono tanti che si lamentano, anche su altri siti. Facendo appello affinché tutti gli scontenti non abbiano timore di farsi avanti per intentare causa ad Eliana Monti e farsi restituire i soldi, corrisposti alla società finanziaria in ordine alla quale la signora formula accuse di scarsa serietà professionale,

si chiede di sapere quali iniziative di competenza il Governo intenda attivare, compreso un monitoraggio sull’attività dell’agenzia, per tutelare i cittadini single in cerca dell’anima gemella, spesso raggirati da contratti capestro che impongono al sottoscrittore di onorare gli impegni economici anche mediante pagamenti rateizzati, anche in caso di insuccesso ed evidente insoddisfazione per il servizio offerto.

Senza categoria

Discarica Malagrotta- inchiesta morti di cancro

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05960
Atto n. 4-05960

Pubblicato il 28 settembre 2011
Seduta n. 611

LANNUTTI – Ai Ministri della salute e dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. -

Premesso che:

secondo Wikipedia il toponimo della zona Malagrotta, sito di una delle più grandi discariche d’Europa, deriverebbe dal latino Mola Rupta (“mola rotta”), nome originato da una mola presente sul vicino rio Galeria che si ruppe, tramandando così ai posteri l’attuale toponimo. La prima menzione di Mola Rupta risale al 955, in merito alla cessione di una parte della tenuta da parte di una certa Costanza nobildonna romana; nel 1242 in una bolla di papa Innocenzo IV è menzionato un castrum Molaruptae, dove erano presenti due chiese, Santa Maria e Sant’Apollinare; nel 1299 papa Bonifacio VIII confermò il casale come possesso dei monaci benedettini di San Gregorio al Celio in Roma. Nel XIX secolo Malagrotta faceva parte della tenuta di Castel di Guido, di proprietà dei principi Borghese, ed ospitava un casale, un granaio, una chiesa ed un fontanile;

una leggenda popolare vuole che il toponimo tragga invece origine da una grotta nella quale abitava un minaccioso drago, contro il quale il Papa indisse una crociata a cui parteciparono i principali baroni romani: questa storia fiabesca è stata narrata dal poeta romanesco Augusto Sindici nel componimento Malagrotta;

la località è nota per la presenza della discarica di Roma e di parte della sua provincia, che secondo alcuni è la più grande d’Europa: 240 ettari, tra le 4.500 e le 5.000 tonnellate di rifiuti scaricati ogni giorno, 330 tonnellate di fanghi e scarti di discarica prodotti ogni anno; a Malagrotta, che è di proprietà dell’imprenditore Manlio Cerroni di Pisoniano, arrivano anche i rifiuti speciali degli aeroporti di Ciampino e Fiumicino;

tra il 2003 ed il 2004 la produzione di rifiuti nella provincia di Roma e il conseguente conferimento in discarica è aumentato del 6 per cento: questa percentuale grava quasi interamente su Malagrotta, poiché gli altri tre impianti di smaltimento dei rifiuti della provincia, ovvero Albano Laziale, Bracciano e Guidonia, di cui peraltro uno in chiusura (Albano), non hanno un peso fondamentale nello smaltimento. Nel 2004 così la discarica di Malagrotta avrebbe raggiunto la saturazione, tuttavia l’amministrazione regionale provvide ad ampliare il terreno della discarica;

la discarica di Malagrotta avrebbe dovuto chiudere il 31 dicembre 2007 in forza della normativa europea che vieta di conferire in discarica rifiuti allo stato grezzo: tuttavia il Governo ha autorizzato l’apertura della discarica fino al dicembre 2008, anche se il commissario straordinario per l’emergenza Rifiuti del Lazio, Piero Marrazzo, il 25 luglio del 2007 ha prorogato l’apertura della discarica solo fino al maggio 2008;

in luogo della discarica, il gruppo CO.LA.RI. (Consorzio laziale rifiuti) di proprietà dello stesso Manlio Cerroni, e proprietario del sito di trattamento e smaltimento di Malagrotta, sta costruendo due gassificatori di CDR (combustibile derivato da rifiuti) a Malagrotta, la cui realizzazione è stata decisa dalle ordinanze n. 14 e 16 del 2005 firmate dall’allora commissario straordinario per l’emergenza rifiuti del Lazio Verzaschi, tuttavia posto sotto sequestro. Questi impianti avrebbero dovuto cooperare con gli inceneritori già in funzione nel Lazio, a Colleferro e San Vittore, e con quelli in progettazione ad Albano Laziale, sulla via Appia; tuttavia, proprio a Colleferro gli impianti sono stati posti sotto sequestro;

successivamente al dissequestro, al pari degli impianti di Colleferro, è oggi in esercizio una linea di gassificazione ed in via di realizzazione altre due. L’invaso di discarica è attualmente in esercizio in proroga, nonché oggetto di una procedura di bonifica per l’accertato inquinamento delle acque sotterranee da parte dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale (ARPA) del Lazio;

considerato che:

sul quotidiano “La Repubblica”, cronaca di Roma, del 23 settembre 2011, è uscito un articolo relativo all’inchiesta aperta per quattro morti di cancro nella zona della discarica di Malagrotta;

la Procura di Roma ha avviato un’inchiesta con l’ipotesi di omicidio colposo per stabilire se la morte di quattro persone, tra il 2008 e il 2010, sia stata provocata dalle esalazioni dell’impianto di smaltimento dei rifiuti di Malagrotta. Gli inquirenti però non vogliono fare luce soltanto sul caso dei quattro residenti uccisi dal cancro; c’è anche un altro fascicolo, per lesioni gravi, aperto sulla base di decine di esposti. Il cuore dell’indagine è la tragedia vissuta da quattro familiari negli ultimi tre anni: la morte è sopraggiunta in tempi molto brevi, a pochi mesi dalla diagnosi di cancro;

si legge nel citato articolo: «Cittadini che abitano vicino alla discarica – secondo fonti della Procura – e hanno denunciato di essersi ammalati di tumore a causa delle esalazioni. L’indagine è condotta dal procuratore aggiunto Roberto Cucchiari e dal pubblico ministero Alberto Galanti che nei prossimi giorni dovrebbero disporre una consulenza epidemiologica per chiarire se esista un nesso casuale tra le patologie dei residenti e l’impianto di smaltimento di Malagrotta»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga opportuno avviare una indagine per cercare di fare luce sul caso dei quattro residenti uccisi dal cancro, oggetto di un’inchiesta della Procura di Roma, titolare di un altro fascicolo, per lesioni gravi, aperto sulla base di decine di esposti dei residenti nei pressi della discarica di Malagrotta, al fine di alleviare la tragedia vissuta negli ultimi tre anni dai familiari, che hanno visto i loro congiunti morti in tempi molto brevi, a pochi mesi dalla diagnosi di cancro;

quali misure urgenti intenda attivare per prevenire fenomeni di mortalità, come quelli descritti, che si verificano nelle adiacenze delle discariche, causa di tante tragedie.

Senza categoria

Riduzione orario cancellerie Tribunale Roma

 

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05962
Atto n. 4-05962

Pubblicato il 28 settembre 2011
Seduta n. 611

LANNUTTI – Al Ministro della giustizia. -

Premesso che:

in questi giorni il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Roma ha inviato una lettera ai propri iscritti per segnalare un provvedimento che riduce l’apertura delle cancellerie agli orari antimeridiani dalle ore 9,00 alle ore 12,00;

per quanto risulta all’interrogante il presidente Antonio Conte afferma che, nell’intento di fronteggiare le continue, croniche problematiche che rendono ogni giorno più difficile lo svolgimento della professione, l’Ordine di Roma pronto ad una battaglia contro un provvedimento in itinere che non ha ragion d’essere. La Dirigenza del Tribunale di Roma avrebbe deciso di ridurre gli orari di apertura delle Cancellerie, a causa della solita atavica carenza di personale, sin dal prossimo mese di ottobre. Tale ipotesi, se si concretizzasse, inciderebbe gravemente sulla conduzione dell’attività forense, limitando e penalizzando lo svolgimento delle incombenze, che l’attività difensiva inevitabilmente comporta. La giustificazione che tale “riduzione di orario” possa consentire al personale di servizio di svolgere l’indispensabile lavoro interno, è a suo avviso del tutto inaccettabile. L’Ordine di Roma, con grande senso di responsabilità istituzionale, ha posto in essere, negli ultimi due anni, numerosi interventi di sostegno relativi al personale, messo a disposizione, solo grazie alle risorse dell’Avvocatura romana, di quei settori nevralgici degli Uffici giudiziari che maggiormente avevano rilevato criticità nel servizio all’utenza. I risultati si sono visti immediatamente e tutti ne hanno beneficiato (avvocati, clienti, Uffici giudiziari). A fronte di una riduzione degli orari di apertura delle Cancellerie, secondo Conte vuol dire che tale sforzo è stato inutile. A questo punto, quale Presidente dell’Ordine, ha chiesto al Presidente del Tribunale de Fiore – che ha sempre manifestato una forte sensibilità nei confronti dell’Avvocatura romana – di intervenire alla prossima adunanza consiliare di giovedì 29 settembre, al fine di individuare una soluzione condivisa che eviti che si registri l’ennesimo forte disagio, con inevitabile disservizio conseguente, in danno degli avvocati, dei cittadini e dell’immagine del Tribunale più grande del Paese. Il Presidente del Tribunale ha aderito alla richiesta di confronto,

si chiede di sapere:

se la prevista riduzione degli orari, su limitazione a 3 ore al giorno, non si possa riflettere sulla gestione già critica dell’amministrazione ordinaria della giustizia, con grave danno ai cittadini utenti del servizio giustizia già costretti a tempi “biblici” per celebrare i processi;

se, invece di effettuare ulteriori tagli all’amministrazione giudiziaria, il Governo non ritenga opportuno sopprimere i numerosi enti inutili, destinando personale in esubero ai servizi giudiziari;

se non ritenga di attivarsi, per quanto di competenza, al fine di individuare soluzioni condivise volte ad evitare gravi disagi ed inevitabili disservizi, a danno degli avvocati, dei cittadini e dell’immagine del Tribunale più grande del Paese.

Senza categoria

Agenzie rating non certificate declassano Italia

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02406
Atto n. 3-02406 (in Commissione)

Pubblicato il 27 settembre 2011
Seduta n. 610

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

l’agenzia di rating Standard & Poor’s, indagata dalla Procura di Trani per gravissimi reati, nonostante non abbia superato l’esame dell’Esma (European securities and markets authority) ed in data odierna non sia registrata tra le agenzie di rating certificate, quindi non sia abilitata ad emettere pagelle sull’Italia, a causa di una serie di conflitti di interesse poiché all’interno del suo azionariato vede un colosso dei fondi come Black Rock, con un patrimonio di circa 3.000 miliardi di dollari nel suo azionariato, che è tra i maggiori azionisti di Unicredit, nei giorni scorsi ha declassato l’Italia portandola da A + ad A;

scrive la giornalista, Carmen Carbonara, su “Il Corriere del Mezzogiorno” del 27 settembre 2011: «Il report di Standard & Poor’s che ha bocciato l’Italia una settimana fa, finisce nel fascicolo della procura di Trani che ipotizza i reati di insider trading e market abuse a carico di una delle “tre sorelle” (le altre sono Moody’s e Fitch) del rating americano. È l’ultimo capitolo dell’inchiesta aperta dal pm Michele Ruggiero sulle agenzie di rating, sospettate di aver emesso giudizi non veritieri nei confronti del sistema economico e bancario italiano, così come denunciato da Adusbef e Federconsumatori. La decisione, già nell’aria da qualche giorno, è diventata concreta dopo l’incontro che il magistrato tranese ha avuto venerdì scorso con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, a Roma. È stato un incontro del tutto informale. Letta non è stato ascoltato come persona informata sui fatti come avvenuto invece con altri esponenti di governo nei mesi scorsi interessati alla vicenda Moody’s, la prima agenzia a essere finita nel registro degli indagati per un report del 6 maggio 2010 che definiva l’Italia come un Paese “a rischio” al pari di Grecia e Spagna. Il sospetto della procura, che coincide sostanzialmente con quello di Letta, è che l’ultimo report di S & P, che ha declassato l’Italia da A+ ad A il 20 settembre scorso, non sia obiettivo perché espresso non sulla base di valutazioni economiche, ma politiche. Non a caso gli analisti, nel declassare di un nocth (cioè un gradino) il debito italiano, hanno anche detto di aspettarsi che “la fragile coalizione di governo e le differenze politiche all’interno del Parlamento continueranno a limitare la capacità del governo di rispondere in maniera decisa alle sfide macroeconomiche interne ed esterne”. Per questo il pm ha acquisito dalla Presidenza del Consiglio il testo tradotto in italiano del report, che finirà all’attenzione di due consulenti già individuati dalla procura: gli economisti Donato Masciandaro della Bocconi di Milano e Giovanni Ferri dell’Università di Bari. In realtà, però, materiale ancora più interessante è quello che il pm dovrebbe portare a casa dagli Stati Uniti, dove è programmata una trasferta il mese prossimo per acquisire gli atti della Sec (Securities and exchange commission, per intenderci la Consob americana) sul declassamento degli Usa fatto da Standard and Poor’s il 5 agosto scorso, quando il rating sovrano per la prima volta è passato da AAA ad AA+. L’atto portò a un’immediata reazione dello stesso presidente Barack Obama, che si affrettò a smentire la veridicità di quanto affermato da S & P. Dopo una prima richiesta di quel rapporto, la procura ha deciso di fare una trasferta negli Stati Uniti. Lunedì, intanto, a Trani arriverà una delegazione greca, capeggiata da Kiriakos Tobras, che nell’aprile 2010 presentò una dettagliata denuncia al procuratore capo presso la Corte di Cassazione di Atene, contro gli speculatori»;

considerato che:

«l’onda lunga dello scandalo dei mutui subprime, trasformati in obbligazioni “sgonfiate” dallo scoppio della bolla immobiliare del 2007 – scrive Glauco Maggi su “La Stampa”-, ha raggiunto ieri, e non è la prima volta, Standard & Poor’s, e potrebbe avere conseguenze finanziarie molto serie per i conti dell’agenzia, nota per aver tolto in estate la Tripla A all’America di Obama per la prima volta. La McGraw-Hill, la compagnia di comunicazioni e analisi societarie che ha tra le sue divisioni l’agenzia di rating Standard & Poor’s, ha comunicato ieri di aver ricevuto un avviso di garanzia (Wells Notice) dalla Sec (Securities Exchange Commission, la Consob Usa), in cui è stata informata che sono in corso indagini contro la sua divisione aziendale responsabile della assegnazione dei rating ai debiti societari e governativi. Questo avviso rappresenta il sospetto della Sec di un comportamento non etico tenuto dalla società ricevente, ed espone la lista completa delle questioni sotto esame. Il destinatario deve rispondere dando le sue argomentazioni a difesa, e se non lo fa, o se comunque viene giudicato alla fine colpevole, fioccano le multe. Questo procedimento mira a concludersi con una ingiunzione civile, e la Sec potrà infliggere a S&P una pesante punizione pecuniaria sotto forma di risarcimento per i danni materiali procurati, e di richiesta di restituzione delle commissioni incassate in relazione al rating controverso. La Standard & Poor’s Ratings Services, in particolare, deve difendersi dall’accusa di aver violato la legge federale sulle emissioni di titoli mobiliari per il rating AAA dato nell’agosto 2007 a una offerta da 1,6 miliardi di dollari di obbligazioni, commercialmente note come Delphinus Cdo 2007-1, sottoscritte per i 3/4 dalla Mizuho International Plc (gruppo finanziario giapponese Mizuho), e gestite dalla Delaware Asset Advisors. La polemica sulla “generosità” delle agenzie di rating nel valutare con addirittura tre A questi debiti costruiti sulla bolla del mattone è annosa: Delphinus crollò al rating spazzatura già a fine 2008. La causa civile avviata ora si aggiunge ad altre iniziative legali della stessa Sec e del dipartimento della Giustizia contro le agenzie di rating e le maggiori banche americane negli Usa, sempre per questi bondbond. I Cdo, collateralized debt obligations, erano la famiglia di titoli più in voga nella stagione di boom immobiliare del decennio scorso. La loro caratteristica era di essere “garantiti” da assets (beni) “collaterali”, come le rate dei mutui o di altri crediti da restituire negli anni a venire. Non era, in sostanza, l’emittente nominale del bond a rispondere del buon fine del credito di fronte agli investitori acquirenti dei Cdo, ma una miriade di altri debitori. Quando i prezzi delle case sono caduti e i mutuatari non hanno potuto o voluto onorare le rate, i Cdo sono diventati titoli «tossici», non più in grado di pagare le cedole né di restituire il capitale. La riduzione, e in molti casi l’azzeramento, del loro valore di libro da parte delle banche che li avevano in portafoglio ha portato ai deficit di bilancio e alla crisi del sistema finanziario, che non è ancora stata superata. Nel comunicare il ricevimento dell’avviso, la McGraw Hill ha aggiunto che sta cooperando con la Sec nelle indagini. Né la società né l’organo di vigilanza federale hanno fornito, fino a ieri, commenti più specifici sulla natura delle accuse. Le due altre maggiori agenzie di rating, Moody’s Investors Service, che ha tra gli azionisti Warren Buffett, e Fitch, il cui primo azionista è la società francese Fimalac, hanno detto di non aver ricevuto avvisi dalla Sec riguardante questo o altri Cdo»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga doveroso di intervenire, nelle sedi internazionali, per impedire che società private, come Standard & Poor’s, prive della necessaria autorizzazione dell’Esma che le abilita ad operare in Italia, possano continuare imperterrite ad emettere report ad orologeria anche su istituzioni, enti locali e banche italiane per rendere più fertile il terreno alla speculazione, e se sia a conoscenza della meritoria inchiesta della Procura della Repubblica di Trani, avviata sulla base di denunce di Adusbef e Federconsumatori, che registra al momento sei indagati, tra i quali tre analisti della Standard & Poor’s, uno di Moody’s oltre ai responsabili legali per l’Italia delle due agenzie;

se le transazioni sui mercati azionari ed obbligazionari conseguenti all’ultimo report con cui Standard & Poor’s ha declassato il debito sovrano italiano da A+ ad A, che potrebbe contenere anche giudizi di natura politica, più che economica, non abbiano risentito di eventuali informazioni privilegiate da parte di alcuni soggetti operanti sui mercati, posto che i titoli di Stato italiani non sembra abbiano subito grandi oscillazioni nella data di diffusione del rapporto, ossia nella giornata di borsa di martedì 20 settembre, mentre al contrario ci sarebbero stati forti oscillazioni nella giornata precedente e se le transazioni sui BTP non possano aver concretizzato il reato di insider trading, aggiotaggio e manipolazione dei mercati;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare, anche nelle future riunioni del G20 convocate nei prossimi giorni, per impedire che una consolidata cricca affaristico-finanziaria, composta da agenzie di rating, banche di affari (in primis Goldman Sachs e JP Morgan), fondi speculativi, in concorso tra loro e con le distratte autorità vigilanti quali Consob ed Esma, possano distillare quotidiane pillole avvelenate sui mercati, per determinare i corsi delle azioni, delle obbligazioni e dei titoli di Stato, con la finalità di conseguire enormi profitti, sulla pelle dei risparmiatori, delle famiglie e delle piccole e medie imprese, vessati da quelle stesse banche, che, con i loro dolosi ed avidi comportamenti, hanno determinato la crisi sistemica e messo a repentaglio la solidità dell’euro e dell’Europa;

quali urgenti iniziative intenda attivare nelle prossime riunioni del G20, per discutere regole e norme stringenti per un nuovo ordine monetario, che sottragga alla finanza speculativa ed alla dittatura dei cosiddetti mercati un potere enorme sugli Stati, che vedono limitare la propria sovranità, da una finanza spregiudicata che, dopo aver creato montagne di derivati OTC (700.000 miliardi di dollari, contro un PIL mondiale di 55.000) scambiati su piattaforme opache, hanno assunto funzioni arbitrarie che non dovrebbero essere nella disponibilità degli oligarchi che alimentano leve finanziarie, swap e CDS, ma dei Governi democraticamente eletti che, se non vogliono assistere ai funerali dell’euro e del sogno europeo, devono riacquistare la loro sovranità, su banche di affari, fondi speculativi e banche centrali, che, a giudizio dell’interrogante, appaiono come criminali seriali.

Senza categoria

Finmeccanica-cessazione produzione del Tim Prob

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05944
Atto n. 4-05944

Pubblicato il 27 settembre 2011
Seduta n. 610

LANNUTTI – Ai Ministri della salute e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

Selex Galileo SpA è una società controllata dal Gruppo Finmeccanica, leader nei mercati dell’elettronica della difesa, che conta oltre 7.000 dipendenti e che nasce dalla fusione dell’italiana Galileo Avionica SpA e della britannica SELEX Sensors and Airborne Systems Limited;

Galileo Avionica SpA era la principale azienda italiana nel settore avionico. Progettava, sviluppava e produceva sistemi avionici ed elettro-ottici, equipaggiamenti spaziali per piattaforme e satelliti;

Galileo Avionica SpA nel 2004, ha industrializzato una strumentazione diagnostica, portatile e non invasiva, denominata TRIMprob (Tissue Resonance Interfero-Meter Probe);

nel comunicato stampa datato 27 febbraio 2003 si legge che questa strumentazione: consentirà di evidenziare in tempo reale e in maniera decisamente precoce diverse patologie, dagli stati infiammatori alle formazioni tumorali. Lo strumento, di semplicissimo utilizzo, consente di esaminare i diversi distretti del corpo umano in pochi minuti, senza la necessità di rimuovere gli indumenti e senza provocare il minimo disagio per il paziente. L’apparecchiatura è composta da una sottile sonda cilindrica della lunghezza di circa 30 centimetri alimentata a batterie e da un ricevitore. Un applicativo software appositamente elaborato da Galileo Avionica è deputato all’acquisizione, alla lettura e alla gestione dei dati diagnostici. Il TRIMprob emette un segnale elettromagnetico di debole intensità, che si autosintonizza su frequenze caratteristiche delle strutture esaminate. Quando questo campo elettromagnetico incontra sulla propria linea di propagazione un aggregato in stato biologico alterato, si innesca un fenomeno di interferenza con la struttura in analisi. Tale fenomeno, interpretato attraverso algoritmi proprietari, consente di identificare differenti patologie: neoplasie, fibromi, calcificazioni, stati infiammatori, problemi circolari, lesioni osteo-articolari, muscolari e tendinee;

considerato che:

il Trim Prob è stato prodotto e distribuito fino al 2007, quando la società del gruppo Finmeccanica ha deciso di fermare la produzione;

il suo costo attuale è di circa 40.000 euro;

nel 2008 la Trim Probe SpA, società creata ad hoc da Galileo Avionica per distribuire il macchinario Trim Prob, è stata messa in liquidazione;

un lancio d’agenzia dell’Agenparl datato 27 settembre 2011 dal titolo “Finmeccanica: lo scova tumori che l’azienda non vuole più” ricostruisce la vicenda;

sempre Agenparl, lo stesso 27 settembre 2011, pubblica un’intervista dell’inventore del Trim Prob, il dottor Clarbruno Vedruccio, scienziato e militare, il quale conferma che il Trim Prob ha l’omologazione del Ministero della salute, è usato in una cinquantina di centri italiani che sono riusciti a procurarselo prima che la produzione venisse fermata dalla stessa Finmeccanica e fa a pieno titolo parte del Sistema sanitario nazionale (SSN);

nella citata intervista, il dottor Vedruccio afferma che sta mantenendo lui stesso i “costi molto alti” del brevetto e poi dichiara: “Era quasi come se questa cosa dovesse rimanere soltanto in mando ad un gruppo di persone. Finmeccanica aveva il potere, forse lo avrebbe ancora, per fare navigare questa tecnologia”,

si chiede di sapere:

se il Ministro della salute sia a conoscenza dell’esistenza del Trim Prob e quali siano le valutazioni sullo stesso in quanto strumento di diagnosi di tumori non invasivo, non costoso, rapido;

quali siano le valutazioni sui risparmi economici che deriverebbero da una diffusione massiccia della stessa strumentazione nel SSN, dato che tale macchina costa appena 40.000 euro e non ha praticamente costi di gestione a differenza di altre macchine diagnostiche utilizzate per le stesse patologie;

quale sia la valutazione dei Ministri in indirizzo in merito al fatto che una società del gruppo Finmeccanica, quindi controllata dal Ministero dell’economia e delle finanze, abbia deliberatamente cessato la produzione di una tecnologia d’avanguardia tutta italiana che avrebbe portato indubbi benefici alla sanità italiana e alle casse dello Stato;

se non intendano fare chiarezza su quali siano state le reali motivazioni dietro la cessazione della produzione del Trim Prob da parte di Galileo Avionica;

se non intendano attivarsi, per quanto di competenza, affinché la Corte dei conti affinché faccia chiarezza sul danno per l’erario derivante dalla mancata adozione del Trim Prob.

Senza categoria

UBS subito perdirte per oltre 2 miliardi di dollari

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05942
Atto n. 4-05942

Pubblicato il 27 settembre 2011
Seduta n. 610

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

nei giorni scorsi la banca svizzera UBS ha reso noto di aver subito una perdita superiore a 2 miliardi di dollari a causa di un’operazione nell’investiment banking non autorizzata, effettuata da un dipendente della banca. La polizia di Londra ha arrestato un trentunenne, tale Kweku Adoboli, di origine ghanese sospettato della maxi forde. L’agenzia di rating Moody’s ha messo la banca svizzera sotto la proprio lente e ha avviato la procedura di valutazione del downgrading. UBS potrebbe essere declassata. Il colosso bancario svizzero potrebbe addirittura chiudere il terzo trimestre in rosso, accusando un durissimo colpo mentre lotta per ricostruire la sua credibilità dopo anni di crisi. Effettivamente si tratta di un buco che equivale a 2 miliardi di franchi di risparmio che la banca aveva sperato di utilizzare in un programma di riduzione dei costi annunciato lo scorso mese – anche alla luce delle turbolenze che continuano a scuotere i mercati finanziari -, che comprende il taglio di 3.500 posti di lavoro entro il 2013. UBS prevede oneri di ristrutturazione per 550 milioni di franchi, di cui 450 saranno contabilizzati nel secondo semestre 2011. Anche il futuro della divisione investment banking è minacciato. L’amministratore delegato Oswald Gruebel ha posto sotto revisione l’unità di UBS come parte di un vasto piano di ristrutturazione dopo le pesanti perdite subite durante la crisi del credito. UBS ha sottolineato che nessuna delle posizioni dei clienti è stata colpita e che la solidità della banca non è in discussione. La questione è però ancora oggetto di indagine. UBS aveva iniziato quest’anno a ritrovare la fiducia dei clienti dopo essere stata salvata dallo Stato svizzero nel 2008 a seguito delle perdite massicce legate a svalutazioni sui mutui subprime. La banca era stata anche al centro di uno scandalo, sfociato in un’inchiesta statunitense sulla sua presunta complicità con gli evasori fiscali. La banca ha avuto una storia di falle e difetti nella gestione del rischio seguite da promesse reiterate di adeguamenti e migliorie al sistema. La maxi perdita costituisce un grave danno d’immagine e mette UBS in cattiva luce. Il suo impatto significativo sulla percezione della banca, tra l’incredulità e lo sconcerto degli operatori di mercato, si tradurrà in una nuova perdita di fiducia e inciderà sull’andamento delle future operazioni della banca. L’ultimo caso simile è stato quello che coinvolse nel 2008 la banca francese Société Générale, con il trader poi condannato Jérôme Kervie che procurò un buco da 6,7 miliardi dollari. Sia Kerviel che Adoboli hanno effettuato transazione con il cosiddetto “Delta One”, un prodotto derivato;

il caso UBS, e i suoi precedenti, dimostrano che l’investment banking è un business rischioso e che è importante che le funzioni rilevanti per il sistema siano nettamente separate dal resto del settore bancario. Serve una regolamentazione più severa;

considerato che:

il recente declassamento delle banche italiane da parte di S&P, che non ha neppure la licenza Esma (l’autorità di vigilanza europea sulle borse) per emettere i rating in Europa, si aggiunge ad un’altra notizia, che ha avuto pochissima eco in Italia, secondo la quale Bank of China ha sospeso una serie di ordinarie transazioni in valute sul mercato cinese con alcune banche europee in seguito ai crescenti timori sui rischi finanziari dell’Europa (le banche sono BNP Paribas, Société Générale e UBS). Tra il 2008 e il 2010 il Governo americano ha dovuto impegnare più di 4.000 miliardi di dollari per salvare le banche, che hanno provocato un effetto tampone, senza interrompere il pessimo andazzo dei banchieri di impegnare miliardi di euro con il sistema del leverage, elevate leve finanziarie paragonabili alle scommesse clandestine alle corse dei cavalli o al gioco della roulette, per alimentare sistemi drogati di retribuzioni del management;

i banchieri continuano ad emettere derivati avariati, swap e Cds, vero e proprio denaro dal nulla, alla stessa stregua dei falsari che spacciano banconote contraffatte, mettendo a rischio i denari dei depositanti, a causa della mancata separazione delle attività di investimento dalle attività tradizionali del credito, che significa raccogliere denaro dei depositanti per poi impiegarli per finalità produttive;

negli anni ’90 negli Stati Uniti d’America, le attività di investment banking erano nettamente separate da quelle cosiddette retail, con una giustificata separazione dei rischi e delle responsabilità di investimenti giocati sull’azzardo morale dei banchieri;

banche troppo grandi per fallire sono in grado di ricattare il mondo ed i Governi, che hanno accollato l’onere dei salvataggi sulle spalle dei contribuenti e della fiscalità generale, non solo negli USA,

si chiede di sapere:

se il Governo, la cui azione non sembra abbia brillato nei consessi internazionali periodici stabiliti nel G7 e nel G20, non ritenga di porre all’ordine del giorno la promozione di un’iniziativa legislativa che ponga una netta separazione tra banche di affari e di investimento e la tradizionale attività creditizia che serve a finanziare la produzione e a dare miscela all’economia reale ed alla crescita;

se ripristinare la vecchia normativa, osteggiata da Governi allineati con banchieri, Fmi, Banca Mondiale, Financial Stability Board, non possa rappresentare una delle soluzioni alla dissoluzione dell’euro sotto attacco di banche e banchieri di affari, di fondi speculativi, agenzie di rating con la complicità dei a giudizio dell’interrogante distratti, a volte collusi. banchieri centrali;

se la crisi sistemica che attanaglia famiglie, imprese, consumatori, generata dall’avidità dei banchieri, non possa essere attenuata con la netta separazione, tra l’investment banking delle banche e la gestione patrimoniale, prestiti ipotecari e altre attività che devono svolgere le banche tradizionali, che guardano allo sviluppo dei territori, non già alla finanza globale, per sottrarre l’economia reale, fatta di fatica e sudore degli uomini, alle grinfie di taluni banchieri (veri e propri “bankster “) e delle attività finanziarie speculative, che hanno portato il sistema globalizzato sull’orlo del precipizio, generando miseria e disoccupazione a catena con l’unica finalità di garantire sistemi retributivi e stock option immorali.

Senza categoria

Crisi- Fondazioni Bancarie

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05945
Atto n. 4-05945

Pubblicato il 27 settembre 2011
Seduta n. 610

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il sistema bancario italiano più oneroso, costoso ed inefficiente degli altri sistemi europei e che ha fatto pagare a rate la crisi ai consumatori utenti, con tassi più elevati dello 0,50 per cento sui mutui della media europea, dell’1,20 per cento sul credito al consumo e con costi proibitivi dei servizi di gestione di un conto corrente, pari in Italia a 295,66 euro, contro una media di 114 dell’Europa a 27, continua a godere, a parere dell’interrogante, di inusitati privilegi legislativi e fiscali da parte di un Governo che, per tutelare gli interessi dei banchieri, lede i diritti delle famiglie, delle imprese, dei consumatori;

in un articolo pubblicato in data 26 settembre 2011 su “Corriere Economia”, dal titolo “Fondazioni: sta finendo la benzina”, Massimo Mucchetti mette in luce i privilegi fiscali inaccettabili delle fondazioni bancarie, vista la crisi dei titoli di Stato che penalizza anche gli enti, ora in difficoltà a seguire le ricapitalizzazioni delle aziende di credito;

si legge nel citato articolo: «Il crollo delle banche in Borsa sta trascinando nel gorgo molte fondazioni di origine bancaria. Si tratta di un fenomeno assai preoccupante, ancorché poco se ne parli. Nella prima fase della crisi finanziaria internazionale, seguita al crac Lehman, le fondazioni avevano dato un contributo essenziale alla stabilità del sistema del credito, sottoscrivendo aumenti di capitale d’emergenza, anche oltre le quote di competenza, in Unicredit e garantendo di poterlo fare altrove come poi è accaduto in Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi. Negli annali dell’Acri, l’associazione delle fondazioni, resta l’invito del presidente Giuseppe Guzzetti al governo a non insistere con i Tremonti bond: le banche, sostenute dalle fondazioni, se la sarebbero cavata da sole. Forse anche per questo un pubblico riconoscimento era stato tributato alle fondazioni dalla Banca d’Italia, nonostante la cultura del governatore Mario Draghi sia lontana da quella, prevalentemente cattolica e nazionale, di queste istituzioni. Ma alla fine di quest’estate drammatica, i margini per fare da architrave al sistema si vanno riducendo a vista d’occhio. Non è ancora detto che il disastro si compia. Le quotazioni delle banche italiane risentono pesantemente della crisi di fiducia sui titoli di Stato, che posseggono in non modica quantità, e questa crisi di fiducia potrebbe essere contenuta, e forse parzialmente ribaltata, da un governo diverso, più credibile di fronte ai mercati. Ma al momento il governo è quello che è. E i numeri fanno impressione. E dai numeri bisogna partire, come sempre ricordava ai chiacchieroni Raffaele Mattioli, il banchiere che riscattò la grande Comit dal tracollo degli anni Trenta. I bilanci ufficiali e completi dell’anno in corso si faranno nella primavera del 2012. Un’era geologica più in là, verrebbe da dire. E tuttavia già adesso si vede quanto pesante sia l’impatto dei funesti mesi di agosto e settembre sugli stati patrimoniali. Il CorrierEconomia lo ha calcolato nelle 12 fondazioni maggiori limitandosi ai valori delle banche conferitarie, come si chiamano in gergo le aziende bancarie estratte dalle casse di risparmio, dai Monti di pietà e dagli istituti di diritto pubblico che, nell’occasione, assunsero la veste giuridica di fondazioni secondo la legge Amato-Carli del 1990. Nelle banche conferitarie, infatti, le fondazioni conservano partecipazioni quasi sempre non più rilevanti, se singolarmente prese, a causa delle fusioni bancarie nel frattempo intervenute, ma spesso rilevantissime nell’equilibrio del proprio portafoglio di investimenti. La tabella pubblicata, parla da sé. Delle 12 fondazioni, solo due stanno ancora bene: la Carimonte Holding, cui la Fondazione Carimodena e la Fondazione del Monte di Bologna avevano conferito le loro quote di Rolo Banca ora in Unicredit, e la Fondazione Carige, per quanto la gestione dei Berneschi sia di quando in quando discussa. Tutte le altre hanno a libro le partecipazioni nelle loro vecchie banche a cifre ormai lontane dalla realtà. La situazione peggiore emerge alla Fondazione Cariverona, presieduta da Paolo Biasi, che registra una minusvalenza teorica dell’80% su Unicredit, di cui è il primo azionista italiano. Segue, con una minus teorica del 75%, la Fondazione Roma di Emmanuele Emanuele, erede dell’antica Cassa di risparmio della capitale che, gerente Cesare Geronzi, assorbì il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma e poi la Bipop-Carire per consegnare il tutto a Unicredit. A ruota, con una perdita teorica del 74%, la Fondazione Caricuneo: ceduta la Banca Regionale Europea alla Banca San Paolo di Brescia, poi confluita in Ubi, oggi la fondazione presieduta da Ezio Falco ha il 2%, ma un solo voto, perché Ubi è una popolare. In questa classifica del segno meno vengono poi, nell’ordine, le fondazioni Crt (58%, presidente Andrea Comba), Mps (57%, Lionello Mancini), Compagnia di Sanpaolo (56%, Angelo Benessia), Cariplo (50, Giuseppe Guzzetti), Cariparo (49%, Antonio Finotti), Carifirenze (43%, Michele Gremigni) a Carisbo (27% Fabio Roversi Monaco). Sono percentuali da leggere anche e soprattutto in relazione al totale delle attività di ogni fondazione, nonché al patrimonio netto e ai debiti finanziari che qua e là cominciano ad affiorare. La tabella offre la possibilità di fare un po’ di calcoli. Ma balza subito all’occhio che un conto sono i casi della Caricuneo o della Cariplo e un ben altro conto sono quelli di Verona e Siena. Nella fondazione piemontese della Provincia Granda, la minusvalenza teorica sulla banca è ingente di per sé, ma incide solo per il 10% sul totale delle attività e poco di più sul patrimonio netto. Stesso discorso per la grande fondazione lombarda, dove la diversificazione degli investimenti è spinta. Nella fondazione scaligera, invece, la perdita teorica sulla banca assorbe il 49% delle attività totali e il 60% del patrimonio netto. E nella città del Palio, siamo al 49 e al 55%, ma con l’ aggravante di avere 760 milioni di debito, 600 dei quali fatti per poter sottoscrivere l’ aumento di capitale. Un’altra analisi andrebbe dedicata al resto del portafoglio, investito in obbligazioni e azioni pubbliche e private, italiane ed estere, e in altri strumenti finanziari. Ma ora è impossibile: i rendiconti sono a fine d’anno. Qualcosa, tuttavia, si vede. Chi ha investito in altre banche (Cariverona, Siena e Crt hanno un po’ di Mediobanca, Crt ha un piedino anche in Société Générale e Banco Sabadell), assicurazioni (Crt e Verona in Generali), infrastrutture (Crt ha il 6,7% di Atlantia), sta imbarcando altra acqua. E pure la diversificazione estrema soffre, a meno che si sia fuggiti dall’Occidente per scommettere sui Paesi emergenti o sull’oro. Questo impervio passaggio metterà a dura prova l’attendibilità dei bilanci delle fondazioni. Che, del resto, dipende in larga misura dall’attendibilità dei bilanci bancari. Svalutare o non svalutare? C’è da anni un decreto, reiterato a luglio, che permette alle fondazioni di lasciare al costo storico le partecipazioni immobilizzate nelle banche e in altre società qualora gli amministratori giudichino transitoria la perdita di valore. È molto probabile che questa facoltà venga ampiamente utilizzata. Diverso, invece, sarà contabilizzare gli investimenti finanziari correnti, già adesso vengono riportati per lo più al valore di mercato oppure al minore tra questo e il costo storico. A meno di non voler tenere fino a scadenza i Btp o i corporate bond. Simili soluzioni contabili, se possono servire a guadagnare tempo, non risolveranno comunque i due grandi interrogativi: per quanto tempo le fondazioni potranno continuare a fare le loro erogazioni ai territori, al momento più o meno confermate, senza distribuire patrimonio, senza cioè scavarsi la fossa? Fin dove potranno spingersi nella ricapitalizzazione delle banche, se la crisi imporrà nuovi apporti, senza impiccarsi a soggetti destinati a rendere assai meno di un tempo?»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia al corrente di quanto descritto in merito ad una situazione pessima che emerge alla Fondazione Cariverona, presieduta da Paolo Biasi, che registra una minusvalenza teorica dell’80 per cento su Unicredit, di cui è il primo azionista italiano, dove segue nel palmares negativo, con una minus teorica del 75 per cento, la Fondazione Roma di Emmanuele Emanuele, erede dell’antica Cassa di risparmio della capitale che, assorbì il Banco di Santo Spirito e il Banco di Roma e poi la Bipop-Carire per consegnare il tutto a Unicredit;

se le partecipazioni a libro della maggior parte delle fondazioni nelle loro vecchie banche, a cifre ormai lontane dalla realtà, non debbano destare preoccupazione per la loro stessa tenuta e per i tagli conseguenti alle erogazioni concesse al cosiddetto welfare nei territori di appartenenza;

se la crisi sistemica, che ha prodotto tale situazione con tagli e riduzioni delle cosiddette opere di beneficenza, si riverberi anche nei costi di gestione degli amministratori e/o organi sociali, e quali siano i compensi annui a loro stessi deliberati ed erogati, il loro esatto ammontare anche sotto la voce “consulenze”;

se la mancata svalutazione delle partecipazioni, seppur prevista da anni in un decreto di recente reiterato, che consente alle fondazioni di lasciare al costo storico le partecipazioni immobilizzate nelle banche e in altre società, qualora gli amministratori giudichino transitoria la perdita di valore, non rappresenti un artifizio contabile che potrebbe integrare il reato di falso in bilancio e false scritture contabili;

quali misure urgenti il Governo intenda adottare per rendere più eque le normative fiscali per la generalità delle imprese e dei normali cittadini, evitando di discriminare i contribuenti di serie “A” come le fondazioni bancarie e le stesse banche, alle quali tutto è consentito e reso lecito, rispetto ai contribuenti di serie “B”, tassati, vessati e beffati da un fisco a giudizio dell’interrogante ostile e spesso asservito ai desiderata dei potenti.

Senza categoria

Costi censimento 2010

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05947
Atto n. 4-05947

Pubblicato il 27 settembre 2011
Seduta n. 610

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

in relazione al prossimo XV censimento della popolazione, che partirà dal 9 ottobre 2011 e che dovrebbe essere innovativo nelle procedure, con risposte anche tramite Internet , il sindacato UBS Ricerca ha posto l’accento sui costi che saranno raddoppiati secondo il criterio “1.000 lire un euro”;

scrive infatti Alex Malaspina su “Il Foglietto”, periodico del sindacato: “Se sia migliorata la qualità e l’efficienza della procedura, si vedrà alla fine. Una crescita sicuramente c’è stata: quella dei costi. Nel 2001 si spesero 582 miliardi di vecchie lire (circa 10 mila lire a cittadino), pari a poco più di 300 milioni di euro, e vi furono non pochi errori, che richiesero anni per le dovute correzioni: una per tutte, la popolazione di Roma. Nonostante il ricalcolo, dovuto esclusivamente alle solitarie azioni di Usi/RdB, la popolazione legale (pubblicata in Gazzetta Ufficiale) è rimasta quella sbagliata. Quest’anno, invece, si spenderanno circa 10 euro a cittadino, per un totale di 590 milioni (legge 122/2010). A cosa si debba una lievitazione dei costi del 96% rispetto al 2001 (60%, al netto dell’inflazione), lo si vedrà alla fine quando sarà disponibile il rendiconto dei costi delle operazioni censuarie. Di certo, nell’ultimo trentennio abbiamo assistito a una progressiva esternalizzazione delle operazioni. Allo stato, l’aumento della spesa non appare dovuto al personale, perché nonostante sia noto che i censimenti si debbano tenere ogni decennio e sia alla portata di un istituto di statistica operare le proiezioni per il calcolo dei dipendenti che andranno in pensione, non si è provveduto per tempo a svolgere concorsi pubblici nazionali per il reclutamento a tempo indeterminato. Se il questionario riuscirà a fotografare gli italiani nel 2011 a partire, ad esempio, da quanti cellulari possiedono o dal tipo di riscaldamento usato nelle loro abitazioni, non lo sappiamo. Quel che è certo è che il censimento non fornirà l’immagine dei cambiamenti intervenuti nelle famiglie italiane, visto che sulle coppie di fatto dello stesso sesso si è preferita la scorciatoia dell’ambiguità, col risultato che alla fine non si conoscerà il numero delle coppie conviventi dello stesso sesso (vedere articolo in basso). Sul contestato punto, il presidente Giovannini si è appellato a una non meglio specificata normativa internazionale, che imporrebbe la rilevazione solo nei paesi in cui le coppie dello stesso sesso sono riconosciute dall’ordinamento nazionale. Sul perché non siano stati recepiti i suggerimenti del Garante della Privacy, nessuna spiegazione ufficiale. Tornando ai costi, sembra che anche all’Istat, così come ‘percepito’ dalla stragrande maggioranza degli italiani, ciò che nel 2001 costava diecimila lire, oggi costi dieci euro. Un dato che, però, non trova conferma nel calcolo ufficiale dell’inflazione”;

a giudizio dell’interrogante, l’Istat, che, a fronte della vera e propria rapina del secolo a danno dei cittadini concomitante al changeover introdotto il 1° gennaio 2002 con aumenti ed arrotondamenti speculativi che hanno impoverito le famiglie ed i lavoratori a reddito fisso, a vantaggio dei soggetti, come banche, assicurazioni ed imprese, che hanno avuto la facoltà di determinare prezzi e tariffe senza il benché minimo controllo delle pubbliche autorità saccheggiando in tal modo le tasche dei consumatori e inchiodata dalle rilevazioni delle associazioni dei consumatori quali Adusbef e Federconsumatori inventò “l’inflazione percepita”, dovrebbe fare pubbliche ammende per i suoi clamorosi errori;

quanto è stato “percepito” dalla stragrande maggioranza degli italiani, ossia che quel che nel 2001 costava 10.000 lire, oggi sia arrivato a costare 10 euro, con un vero e proprio raddoppio speculativo dei prezzi e delle tariffe di beni e/o servizi sfuggito all’Istat, dati che non trovano conferma nel calcolo ufficiale dell’inflazione, avvalora l’ipotesi di una statistica ufficiale asservita ai desiderata dei Governi che hanno reso più povere le famiglie, specie quelle composte da lavoratori a reddito fisso e pensionati,

si chiede di sapere:

se risponda al vero quanto denunciato dal sindacato USB Ricerca sui costi raddoppiati per il XV censimento della popolazione, che passerebbero da circa 10.000 lire a 10 euro a cittadino, e se tale raddoppio non rappresenti uno spreco in una fase di gravissima crisi economica;

quali misure urgenti di competenza il Governo intenda attivare e per restituire credibilità ad una statistica ufficiale screditata dall’inflazione “percepita” inventata di sana pianta dall’Istat e dal signor Luigi Biggeri, suo ex presidente, che ha omesso di misurare il carovita reale, e contribuito a rendere più poveri milioni di italiani con rilevazioni, pesi e metodi posticci, anche per tutelare la credibilità di un’istituzione finita nella polvere per precise responsabilità di alcuni suoi dirigenti.

Senza categoria

Costituzione Fondazione immobiliare gestione patrimonio della Difesa

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05949
Atto n. 4-05949

Pubblicato il 27 settembre 2011
Seduta n. 610

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e della difesa. -

Premesso che:

dal link pubblicato sul sito di “la Repubblica”, intitolato “Unicredit in soccorso di Tremonti” del 23 settembre 2011 si apprende che per gli immobili della Difesa, la banca guidata da Federico Ghizzoni è al lavoro per la costituzione di un fondo immobiliare che gestirà 300 edifici, tra caserme e arsenali su tutto il territorio nazionale: «Piazza Cordusio sarebbe infatti al lavoro come advisor per la costituzione del fondo immobiliare che gestirà il patrimonio del ministero della Difesa. Un veicolo nel quale confluiranno 300 edifici, tra caserme e arsenali su tutto il territorio nazionale. In questo modo il governo ha intenzione di proseguire sulla strada delle privatizzazioni per reperire risorse da destinare ai piani di crescita del paese. Insieme a Unicredit, che curerà la parte finanziaria, ci sarà anche lo studio Bonelli Erede Pappalardo per quello che riguarda gli aspetti legali della costituzione del fondo. Una volta completato il progetto di valutazione, nascerà quindi un veicolo gestito da una sgr immobiliare che venderà sul mercato quote di partecipazione»;

nella stessa data, alle ore 15,39, l’agenzia Ansa riporta una dichiarazione del Sottosegretario di Stato per la difesa Guido Crosetto: «Governo: Crosetto contro Tremonti, ignora Ministero difesa. Non ha invitato rappresentanti difesa a seminario patrimonio. Il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto accusa Giulio Tremonti di non aver invitato nessun esponente del ministero a un seminario sul patrimonio immobiliare. “Giovedì ventinove – riferisce Crosetto – il ministero dell’Economia organizza un seminario sul patrimonio immobiliare. Un seminario ristretto, con inviti limitati ad alcune grandi banche e società finanziarie più qualche ‘amico’. Chiaramente escluse altre amministrazioni dello Stato, come la Difesa o i Beni Culturali, che benché interessate ampliamente dalla materia, non riscuotono simpatie. Sarà forse anche dovuto al fatto che la Difesa ha ricordato più volte, sia informalmente che formalmente, all’Economia che il patrimonio immobiliare pubblico va gestito, valorizzato e venduto e non svenduto? Trovo un po’ improprio e molto difficile da comprendere questo modo di agire della burocrazia del ministero dell’Economia e sarei curioso di capire con quale logica, oltre a quello dell’incontro tra amici, sia stato organizzato»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che il Ministro dell’economia e delle finanze ha affidato ad Unicredit, banca a giudizio dell’interrogante screditata per aver collocato derivati avariati presso piccole e medie imprese ed enti locali, nonché allo studio Bonelli, Pappalardo, Erede, il progetto di vendita degli immobili pubblici e se abbia indetto una gara pubblica per privatizzare il patrimonio dello Stato;

se sia prassi usuale che il Ministero dell’economia possa organizzare un seminario ristretto sul patrimonio immobiliare, affidando ad amici la vendita, o svendita degli immobili dello Stato;

se risponda al vero che nel seminario ristretto del Ministero dell’economia, con inviti limitati ad alcune grandi banche e società finanziarie più qualche “amico”, con l’esclusione di altre amministrazioni dello Stato, come il Ministero della difesa o per i beni e le attività culturali, siano state affidate in trattativa privata le suddette privatizzazioni del pubblico patrimonio;

quali siano le ragioni che hanno indotto ad escludere altre amministrazioni come la Difesa, che benché interessate ampiamente dalla materia, non sembrerebbero rientrare nelle simpatie del Ministro dell’economia, e se scelte impegnative possano essere basate sui sentimenti e su rapporti amicali con i banchieri di Unicredit, invece che su criteri di trasparenza, efficienza, economicità;

se, come ricordato ripetutamente dal Ministero della difesa, non sia indiscutibilmente che il patrimonio immobiliare pubblico va gestito, valorizzato, venduto, e non svenduto a combriccole di amici capeggiati dai banchieri, che traggono profitti e vantaggi privati da beni che appartengono alla collettività.

Senza categoria

SIDIEF spa- Nel CDA pensionati d’oro di Bankitalia

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-05941
Atto n. 4-05941

Pubblicato il 27 settembre 2011
Seduta n. 610

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

la SIDIEF è una società per azioni soggetta a direzione e coordinamento della Banca d’Italia. Iscritta al registro imprese di Milano al n.163914 (partita IVA e codice fiscale: 02627770155). Il capitale sociale, interamente versato, è pari a 107.000.000 euro;

il patrimonio della società è costituito principalmente da proprietà immobiliari dislocate in varie città d’Italia. Al 31 dicembre 2010 il totale attivo risulta pari a 142.119.321 euro e il valore del bilancio della voce “fabbricati” ammonta a 83.022.535 euro al netto del fondo ammortamento. La società gestisce 1.200 alloggi solo a Roma;

la mission della SIDIEF è quella di ottimizzare la gestione del patrimonio immobiliare di cui è proprietaria tenuto anche conto delle indicazioni dell’azionista;

si legge dal sito della società che nel consiglio di amministrazione siedono ex dirigenti della Banca d’Italia, il dottor Carlo Tresoldi, in qualità di presidente, e il dottor Franco Passacantando, in qualità di consigliere, entrambi in pensione, nonché il Presidente di Scenari Immobiliari, dottor Mario Breglia, in qualità di consigliere;

si tratta di ex dirigenti dell’Istituto di vigilanza usciti con liquidazioni da 600.000 euro e che attualmente percepiscono pensioni nette di oltre 100.000 euro;

questa sarebbe, a giudizio dell’interrogante, l’etica e la trasparenza di Banca d’Italia tanto decantate dall’ex governatore Draghi per cui si vedono sempre i soliti, veri e propri personaggi, pronti a spartirsi la torta;

considerato che:

il direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni, al Convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Santa Margherita Ligure tenutosi nel giugno 2011, ha parlato della disoccupazione giovanile riferendo che “tassi di occupazione giovanile sono più bassi nel Mezzogiorno, in particolare tra le donne. Significativamente più elevata che nel resto d’Europa è anche la quota di giovani non occupati e non coinvolti in attività educative o formative. Tale condizione, particolarmente grave per il progressivo impoverimento del capitale umano delle persone coinvolte, riflette nel nostro paese più che negli altri lo scoraggiamento rispetto alle difficoltà di occupazione”;

e ancora Saccomanni sulla presenza dei giovani nei ruoli di comando: “Secondo i risultati di un’indagine campionaria su imprese manifatturiere con almeno dieci addetti il management delle imprese italiane è relativamente anziano: oltre la metà dei dirigenti ha più di 55 anni; è il 40 per cento circa nella media europea. Quelli giovani sono pochi; in quattro casi su cinque appartengono alla famiglia proprietaria. È perciò meno diffusa in Italia quell’attitudine alla capacità innovativa che caratterizza in genere i giovani imprenditori.(..) Gli imprenditori giovani sono dotati di un capitale umano più elevato, spesso formato anche con esperienze di lavoro all’estero. Tuttavia, nel nostro paese affermarsi come imprenditori dipende molto anche da meccanismi relazionali, in primo luogo familiari”;

dopo queste parole del direttore generale viene da chiedersi quale sia il motivo per cui la capacità innovativa e il capitale umano più elevato che apporterebbero i giovani nel mondo del lavoro non possa essere utile alla Banca d’Italia,

si chiede di sapere:

quale sia la valutazione del Governo su quanto esposto in premessa e, in particolare, quali misure urgenti, nel rispetto dell’indipendenza e dell’autonomia della Banca centrale, il Governo vorrà intraprendere per impedire che siano sempre i soliti ad arricchirsi godendo di inusitati privilegi;

se, alla luce dei fatti esposti in premessa, sia compatibile, secondo la normativa vigente, l’attività lavorativa con il trattamento pensionistico;

se il Governo ritenga che i “pensionati d’oro” dovrebbero abbandonare i loro incarichi per fare largo ai giovani;

quali iniziative intenda assumere il Governo al fine di garantire l’affermarsi delle nuove generazioni considerato che i giovani per prendere i posti di comando devono battersi sempre più duramente e spesso rinviare la conquista dei vertici, in molti settori della società.

Senza categoria