Month: ottobre 2011

Assunzioni selvagge Comune di Roma

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06173
Atto n. 4-06173

Pubblicato il 27 ottobre 2011
Seduta n. 633

LANNUTTI – Ai Ministri per la pubblica amministrazione e l’innovazione e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale. -

Premesso che:

sono giunte all’interrogante le segnalazioni di alcuni dipendenti del Comune di Roma che lamentano assunzioni “selvagge” negli ultimi tre anni presso l’amministrazione caratterizzate da forti anomalie;

in particolare verrebbero assunte a tempo determinato persone sprovviste del diploma di laurea ma inquadrate, per la maggior parte di loro, in qualifiche per le quali esso è previsto;

molte di queste persone saranno i futuri dirigenti del Comune di Roma, grazie a una delibera costruita ad hoc (n. 205 del 15 giugno 2011) che consentirà loro di accedere al concorso di prossima pubblicazione;

i denuncianti sono pronti a scommettere che la gran parte di queste persone “vinceranno” i concorsi per i quali è previsto l’espletamento delle prove entro dicembre 2011, a discapito di tutti i dipendenti comunali che hanno partecipato al concorso interno per le progressioni verticali nel novembre 2010 e che si sono visti passare davanti “personaggi” privi di ogni professionalità richiesta dal ruolo, nonostante le graduatorie;

le delibere di assunzione sono pubblicate sul sito istituzionale del Comune di Roma. Ogni singolo atto mostra in calce gli importi complessivi di spesa, e si può notare che per ciascuno di questi nuovi dipendenti, nonostante l’inquadramento nella medesima qualifica, le indennità sono molto variabili, specialmente nella voce “indennità ad personam“, (che varia da un minimo di 10.000 euro a un massimo di 56.000 euro lordi annui, a cui si aggiungono centinaia di ore di straordinario mensili per ciascuno di loro);

inoltre nelle segnalazioni, sempre analizzando le delibere, viene anche sottolineato il curioso riferimento all’emolumento unico specificato nella nota dell’Assessore, conservata agli atti del provvedimento, curioso perché “quantificando” ciò che prevede la nota dei vari Assessori in questione si scopre qual è l’onere effettivo per il Comune;

molte di queste assunzioni sarebbero state fatte all’indomani dell’entrata in vigore del cosiddetto decreto Brunetta che prevede il blocco delle assunzioni per il triennio 2011-2013, nonostante l’ultima manovra finanziaria che prevede anche un taglio dei costi delle pubbliche amministrazioni;

il gruppo di dipendenti denunciante ha inviato la relativa documentazione, pubblicata sul sito istituzionale del Comune di Roma nel quadro “Deliberazioni e atti, testi integrali”, alla Procura della Repubblica e la stessa sarà presentata anche presso la Corte dei conti;

considerato che:

il sindaco Alemanno più volte ha mostrato la sua indignazione per i tagli previsti agli enti locali e dichiarato che non ci sta ad accettare i tagli imposti dalla manovra, e quindi nemmeno ad allinearsi. Il primo cittadino ha, ultimamente, ricordato: “con i tagli agli enti locali rischiamo di non avere più i trasporti pubblici, a meno di aumentare il biglietto dell’autobus. Rischiamo di dover tagliare i servizi sociali e prolungare le liste d’attesa. In più, se la manovra non cambia, Roma capitale l’anno prossimo non potrà fare investimenti in opere pubbliche, neanche quelle già programmate, non potrà mettere a posto né marciapiedi né strade. Abbiamo 235 cantieri aperti che rischiamo di non poter concludere”. Inoltre, “la protesta continuerà a oltranza, finché il Governo non ci darà risposte”;

ci sono creditori del Comune di Roma che vedono i loro pagamenti “slittare” di mesi, e tornano indietro dalla Ragioneria generale liquidazioni con la dicitura: “Bilancio di cassa 2011. Mandati non processabili”;

molte di queste spese erano state previste e contemplate con precisi stanziamenti di fondi nei bilanci del Comune degli anni precedenti che non avrebbero dovuto essere toccati, per i quali invece è stata cambiata la “destinazione d’uso” senza alcun atto amministrativo, e c’è il dubbio sulla legalità di ciò;

a riguardo un articolo del quotidiano “la Repubblica” del 7 agosto 2011 riportava l’allarme per la crisi di liquidità del Comune di Roma. «Giunto a metà viaggio, come una macchina senza più benzina, il Campidoglio ha finito i soldi. A dispetto del Bilancio di previsione 2011 approvato in Aula appena un mese fa, nelle casse comunali non sono rimasti che pochi euro, e forse nemmeno quelli: una crisi di liquidità senza precedenti, che ha costretto il ragioniere generale Maurizio Salvi a scrivere una circolare allarmata agli tutti gli uffici per stoppare i pagamenti, rimasti per lo più senza copertura. Un richiamo formale cui, mercoledì scorso, ha fatto seguito il monito lanciato dall’assessore Carmine Lamanda al termine dell’ultima giunta prima della pausa estiva: “La difficoltà finanziaria è tale”, ha svelato il responsabile dei conti capitolini, “che non escludiamo di riprendere in esame gli impegni di spesa già assunti perché non ce la si fa”. Un messaggio che la maggior parte degli assessori aveva in realtà già recepito, essendosi visti rispedire indietro fatture bell’e firmate senza uno straccio di spiegazione. Per capire cosa sta accadendo bisogna fare un passo indietro. Esattamente al varo del Bilancio 2011, accompagnato quest’anno, per la prima volta, da un documento che stabilisce la disponibilità di cassa dei singoli centri di costo. Ciò significa che gli impegni di spesa non possono essere assunti in base alle previsioni, ma alla reale disponibilità a effettuare i pagamenti. A quanto cioè di volta in volta entra in cassa. Se non c’è un euro, le fatture non vengono onorate. E pazienza se così si rischia di mandare gambe all’aria quella miriade di imprese medie e piccole che lavorano con il Campidoglio e che, soprattutto in un periodo di crisi, non possono permettersi di restare senza ossigeno. D’altra parte il richiamo formale del Ragioniere generale, sebbene scritto in perfetto burocratese, non lascia spazio a dubbi. Scrive infatti Salvi il 24 giugno: “Si ricorda che le previsioni di cassa sulla spesa costituiscono il limite per i relativi pagamenti. Pertanto, a partire dalla suddetta data del primo luglio, tutti gli ordinativi di pagamento emessi e non ancora quietanzati che non avranno disponibilità di cassa assumeranno lo stato di “non processabile”. Un mandato così etichettato non verrà inserito nelle distinte dei pagabili finché non troverà adeguata copertura mediante apposita richiesta di variazione”. E quando potrà essere soddisfatta questa “apposita richiesta di variazione”? Si spera con l’assestamento di Bilancio, su cui l’assessore Lamanda si sta già lambiccando. Dovrebbe arrivare entro il 30 settembre. Mai pausa estiva fu più provvidenziale per respirare un po’»;

recentemente è scoppiato lo scandalo di “allegre” assunzioni effettuate senza i criteri di trasparenza e legalità a vantaggio di amici, parenti e conoscenti presso le aziende municipalizzate della capitale (cosiddetta “parentopoli”) su cui l’interrogante ha presentato atti di sindacato ispettivo che ad oggi non hanno ricevuto risposta (tra gli altri: 4-04219, 4-04816);

l’interrogante ha sollevato il problema, anche in questo caso senza avere risposta, della qualità dei servizi offerti ai cittadini dal Comune di Roma che, specie dopo “parentopoli”, sta sempre più deteriorandosi, con gli utenti lasciati alla mercé di scioperi, disagi, disfunzioni e tagli (si vedano gli atti di sindacato ispettivo 2-00341 e 4-04305);

è di questi giorni la denuncia del “Corriere della sera” sul caso Eur SpA dove, dal 2010 ad oggi, sono state fatte 31 assunzioni, per chiamata diretta, di parenti e amici (4-06123),

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di accertare quanto denunciato anche alla luce del momento di forte crisi che l’Italia sta attraversando, per cui si chiedono sacrifici alla popolazione, mentre i “soliti noti” si arricchiscono;

quali iniziative di competenza voglia intraprendere per porre fine alla dilapidazione del patrimonio comunale capitolino che va a discapito dei servizi, che i cittadini romani si sono visti tagliare in nome di una crisi che colpisce solo chi non appartiene alla casta o alla cerchia di amici e parenti del sindaco Gianni Alemanno;

se sia a conoscenza di chi siano le responsabilità di tutto ciò e in quale modo venga impiegato il fiume ininterrotto di denaro pubblico a ciò destinato, alla luce delle assunzioni indiscriminate di impiegati, di personale senza professionalità e senza i requisiti richiesti per i ruolo che deve ricoprire;

anche alla luce della “parentopoli” sulle assunzioni facili nelle aziende municipalizzate del Comune di Roma, che ha messo in luce un sistema complesso di relazioni familistiche, economiche e politiche, con stipendi d’oro, quali iniziative intenda adottare al fine di garantire ai cittadini criteri di competenza e professionalità nella scelta del personale in aziende a capitale pubblico considerato che le assunzioni a ruoli così diversi e estranei alle competenze originarie, per le quali i titolari vengono assunti, sono una delle cause dei disservizi;

quali iniziative di competenza intenda adottare affinché la gestione della cosa pubblica non si trasformi nella gestione di un’agenzia per il lavoro a vantaggio di pochi soprattutto in un momento storico delicatissimo sul piano occupazionale, anche verificando la correttezza e la legittimità delle procedure di assunzione presso il Comune di Roma.

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Avv. Lanna – Slot Machine

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06166
Atto n. 4-06166

Pubblicato il 26 ottobre 2011
Seduta n. 632

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa (“Il Giornale” del 7 novembre 2010) che Giancarlo Lanna, avvocato civilista, «consigliere della Fondazione Farefuturo avrebbe messo la propria competenza legale a servizio dell’Atlantis World Ltd la società di diritto inglese che opera anche in Italia e che avrebbe avuto come rappresentanti uomini di Alleanza nazionale»;

l’articolo continua sottolineando che l’Atlantis World Ltd «spunta anche nell’affare di Montecarlo, attraverso quel Walfenzao che oltre in Atlantis è anche dietro le off-shore proprietarie della casa abitata da Tulliani. La Atlantis vanta un grande successo, aver ottenuto la concessione dei Monopoli di Stato italiani per le slot machines» (…) La rivista L’espresso, nel 2004, aveva già associato il nome di Lanna alla Atlantis World, e a Francesco Corallo, azionista della multinazionale dei giochi, in particolare scriveva: “Corallo ha deciso di avvalersi della consulenza di un professionista napoletano di eccezione: l’avvocato civilista Giancarlo Lanna, fino al ’98 commissario della locale federazione di An, poi per quattro anni vice-coordinatore regionale del partito e consigliere di amministrazione con delega per il Mediterraneo della Simest, la società pubblica incaricata di finanziare le imprese italiane che vanno oltre frontiera”. La Simest, di cui ora Lanna è presidente, è una Spa che fa capo al ministero dello Sviluppo economico, più nello specifico all’area del Commercio con l’estero. (…) Secondo L’espresso, la società italiana della Atlantis avrebbe avuto sede proprio nello studio romano del legale, in via Cola di Rienzo. Un giro di professionisti che Repubblica, anni fa, bollò come “la lobby ludica di An”(…). Lanna è anche stato, per un breve periodo, tra i soci di Lo Schioppo, società agricola che possiede – come ha raccontato il Fatto – palazzi e terreni in Umbria, e che per soci ha Pietro e Dario Urso (…) e Paolo Urso (…). Un grande amico, e uno stimato professionista. La persona giusta per un business così delicato come quello di Atlantis»;

considerato che:

Francesco Corallo, si legge nell’articolo pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 4 agosto 2010, è un incensurato ma con parentele piuttosto compromettenti, visto che è il figlio di Gaetano Corallo, condannato a sette anni e mezzo per associazione a delinquere, proprio per affari sporchi nel settore dei giochi. Corallo senior era riuscito a sfuggire all’arresto quando i magistrati milanesi sventarono la scalata ai casino di Campione e Sanremo da parte degli amici del boss di Catania, Nitto Santapaola. Gaetano Corallo per gli inquirenti avrebbe avuto il ruolo di ponte tra il mondo del gioco e il boss assoluto della mafia di Catania; Nitto Santapaola, boss di Catania, sarebbe stato fotografato con Gaetano Corallo a Saint Marteen, Antille olandesi, dove allora Gaetano gestiva un casino e dove oggi il figlio Francesco gestisce altri tre diversi casino;

a “Il Fatto Quotidiano” risulta che Gateano Corallo e il figlio Francesco sono stati indagati insieme per traffico internazionale di stupefacenti dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma,

si chiede di sapere:

se a quanto risulta al Ministro in indirizzo corrisponda al vero che Giancarlo Lanna è stato il procuratore della Atlantis nella sottoscrizione della convenzione per il rilascio della concessione da parte dei Monopoli di Stato;

se, alla luce dei fatti esposti in premessa, il Governo intenda adottare le opportune iniziative al fine di verificare ed accertare chi c’è dietro la gestione delle slot machine in Italia;

se sia a conoscenza di chi sia esattamente Francesco Corallo, visto che la sua società ha un fatturato così alto da superare quello della stessa FIAT, e soprattutto considerato che lo Stato italiano ha rinnovato fino al maggio 2011 la concessione alla Atlantis, mentre sono ancora in corso delle indagini che riguardano la famiglia Corallo;

se la concessione ad Atlantis World Rti, prorogata per ben due volte, ultimamente fino al maggio 2011, allo scadere della data sia stata ulteriormente prorogata e, nell’eventualità, quando sia avvenuta e quale tipo di pubblicità ne sia stata data;

quali iniziative normative intenda assumere al fine di introdurre l’esclusione dall’affidamento dei giochi a società residenti nei paradisi fiscali, nonché la previsione di una indagine preventiva della società che intende aggiudicarsi la gestione, considerato che in Italia i giochi sono assegnati a società guidate da soggetti sconosciuti al fisco e allo Stato;

quali iniziative urgenti intenda assumere al fine di assicurare l’assoluto rispetto della normativa e la massima chiarezza in un settore, quello delle slot machine, che, oltre a costituire una delle maggiori fonti di entrate per l’erario, movimenta un ingente giro d’affari e costituirebbe, secondo numerose ipotesi investigative, una fonte di enormi profitti per le organizzazioni mafiose.

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Sebastiano Pitruzzello, imprenditore italo-australiano-italian sounding.

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06164
Atto n. 4-06164

Pubblicato il 26 ottobre 2011
Seduta n. 632

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e delle politiche agricole alimentari e forestali. -

Premesso che a quanto risulta all’interrogante:

Sebastiano Pitruzzello, industriale del “parmesan”, è tra i 25 nuovi cavalieri che hanno ricevuto la croce greca bordata d’oro nel novembre 2011 attraverso la cerimonia ufficiale. Italo-australiano, emigrato negli anni Sessanta nello Stato di Victoria, è il produttore di “Parmesan cheese”, “ricotta”, “bocconcini”, “pecorino”, “mascarpone”, “provolone”, ma anche “mozzabella”;

sono infatti questi alcuni dei prodotti di punta che hanno consentito al nuovo Cavaliere del lavoro, grazie all’azienda creata da quasi quarant’anni fa in Australia, di essere fregiato del titolo. L’industriale, emigrato negli anni Sessanta nello Stato australiano di Victoria, ha cominciato la sua attività prima in modo artigianale per poi fondare nel 1973 la Pantalica Cheese Company, con sede a Thomastown nei pressi di Melbourne, nella quale lavorano con successo come manager anche i suoi figli;

il sito dell’azienda casearia “italian style”, la Pantalica Cheese Company, offre immagini di prodotti che, come sottolineano dall’agenzia di stampa il Velino, apparentemente sembrano riuscitissime imitazioni di quegli originali sottoposti in Italia a rigidi controlli su materie prime e disciplinari di produzione. Per il Velino sembrerebbe una vera e propria beffa, considerando lo stesso “suono italiano” che, facendo il verso al made in Italy più blasonato, secondo la Coldiretti, la Cia e la Confagricoltura, ormai è un business da 80 miliardi di euro l’anno. Tanto è vero che già nel 2006 uno studio della Federalimentare aveva stimato un “danno” al comparto italiano di circa 50 miliardi di euro;

i nomi dei futuri cavalieri – ogni anno se ne possono scegliere 25 – vengono segnalati per consuetudine dal Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali e dal Ministro dello sviluppo economico. Dal 1986 è possibile includere nella lista anche industriali che operano all’estero;

il Ministero delle politiche agricole precisa che a fare il nome di Pitruzzello non è stato Galan, che si sarebbe fatto carico di un solo nome: l’imprenditrice agricola del Veneto Maria Carla Macola. Da quanto risulta al Velino neppure l’ex Ministro dell’agricoltura Luca Zaia avrebbe a che fare con questa designazione;

i cavalieri italiani che “corrono” per il titolo passano prima per le prefetture che avviano l’istruttoria per verificare che tutto sia in regola. Poi sono i due Ministeri competenti – tranne per gli italiani residenti all’estero per i quali la proposta viene dalla Farnesina – a fare la proposta alla Presidenza della Repubblica che nella scelta formale segue l’indicazione del Consiglio dell’Ordine presieduto dal Ministro dello sviluppo economico;

dalla Federazione nazionale dei cavalieri del lavoro fanno sapere che non sarebbe la federazione a decidere l’idoneità dei candidati al titolo e che comunque è tradizione, sebbene non stabilito per legge, che sia nominato almeno uno “straniero” ogni anno (ed in questo caso Pitruzzello era l’unico italiano residente all’estero). È il consiglio dell’Ordine, organo collegiale il cui presidente è il Ministro dello sviluppo economico, a indicare i nomi dei pretendenti al titolo. Per gli italiani residenti all’estero il compito è invece del Ministero degli affari esteri, passando per il Ministero dello sviluppo economico, che riceve l’incartamento da trasmettere poi al consiglio dell’Ordine;

in un articolo pubblicato su “Italia a Tavola.net” si legge: «In questo caso, precisano dal ministero degli Esteri tutto è partito da Melbourne. Il consolato generale di Melbourne ha, infatti, fatto richiesta di proposta all’Ambasciata di Camberra che ha trasmesso il dossier agli Esteri»;

“Italia a Tavola” riporta quindi le ragioni relative alla candidatura date dall’Ambasciata italiana: «Il neonominato Cavaliere del lavoro Sebastiano Pitruzzello – spiegano dall’Ambasciata di Camberra – è da anni uno degli industriali di origine italiana di maggiore successo presenti nello Stato del Victoria. Trasferitosi a Melbourne all’età di 23 anni, nel 1973 ha fondato la Pantalica Cheese Company che è attualmente la maggiore azienda di formaggi e latticini dello Stato del Victoria e che impiega numerosi dipendenti italiani e utilizza macchinari prevalentemente italiani. Il Cavaliere Pitruzzello, strettamente coinvolto e molto attivo nella comunità italiana di Melbourne si è sempre distinto per l’attaccamento alla sua terra d’origine e ha costantemente partecipato con generose donazioni e sponsorizzazioni alle numerose iniziative promosse nell’ambito della suddetta comunità e in particolare a quelle promosse dai suoi conterranei siciliani. In tale contesto il Cavaliere Pitruzzello ha sponsorizzato numerose associazioni, circoli, club e fondazioni siciliane e italiane in Australia. Nel 2000 – continua la lettera dell’Ambasciata di Camberra – gli viene conferita l’onorificenza di Commendatore. Nel 2002 il ministro australiano dell’Economia inaugura, alla presenza del sindaco di Melbourne, una nuova ala dello stabilimento di produzione, che consente l’assunzione di nuovo personale, in maggioranza italiano. Nel 2002 alla presenza dello stesso Pitruzzello, dell’assessore della Regione Sicilia per i beni Culturali, del Presidente della Provincia di Siracusa, di tutti i Parlamentari nazionali e regionali della Sicilia Orientale e del Sindaco, la città natale di Sortino, in provincia di Siracusa, gli intitola una piazza ove viene inaugurato un monumento dedicato ai Sortinesi nel mondo, donato dallo stresso Pitruzzello. Nel 2006 gli viene conferita la prestigiosa onorificenza australiana Oam. Nel 2006 gli viene assegnata dalla Regione Sicilia il “Premio Siciliani nel Mondo Ambasciatori di Cultura”. Nel febbraio 2010 nel mezzo di una tenuta di 63 ettari dove sono stati piantati 14.500 vitigni e 13.500 piante d’ulivo, è stato inaugurato, alla presenza del Premier dello Stato del Victoria, John Brumby, uno stabilimento di 7.000 metri quadrati per la produzione di olio e vino, completamente attrezzato con i migliori macchinati italiani. Sulla base di quanto sopra – precisano dall’ambasciata italiana di Camberra – si può senz’altro affermare che il Cavaliere Pitruzzello, con il suo successo, la sua generosità nei confronti della comunità italiana di Melbourne e i ripetuti riconoscimenti che sia Autorità australiane che italiane gli hanno conferito negli anni, ha contribuito e contribuisce in maniera significativa a tenere alto il buon nome della comunità italiana e costituisce un simbolo del successo che tale comunità qui in Australia ha saputo conquistarsi con il duro lavoro. In fine, in merito ai prodotti “Italian Sounding” dell’azienda del Cavaliere Pitruzzello – concludono – è da notare che in Australia non esistono norme ostative in materia. Inoltre i latticini prodotti dalla Pantalica Cheese hanno molto contribuito allo sviluppo del gusto degli australiani per i nostri prodotti tipici che infatti vengono qui importati con successo»;

l’Ambasciata italiana afferma quindi che, visto che non esistono le leggi ostative in Australia, non c’è niente di male nell’imitazione del made in Italy;

si legge ancora nel citato articolo: «Non è la prima volta che Pitruzzello cerca di ottenere il cavalierato del Lavoro. L’Ambasciata di Camberra aveva proposto il produttore di Mozzabella e di Parmesan cheese, fanno sapere dalla Farnesina, già nel 2005, anno in cui a Pitruzzello non era stato concessa l’idoneità a poter correre per il titolo. E poi ancora nel 2007 e nel 2009. Infine quest’anno: Da Camberra hanno inviato la proposta lo scorso 11 dicembre del 2009, precisano ancora dagli uffici Onorificenze della Farnesina. Chi la dura la vince insomma. Senza contare che Pitruzzello aveva già ottenuto il titolo di commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, “inserito nella lista il 27 dicembre del 2000»;

considerato che:

la contraffazione vale 7 miliardi, due terzi dei quali riguardano il settore agroalimentare. È uno dei dati che emerge dalla bozza di relazione predisposta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale presieduta da Giovanni Fava. Ma l’agropirateria e più in generale le attività di taroccamento dei prodotti, anche quelli con il bollino di qualità è parte di un fenomeno più ampio e preoccupante che va sotto il nome di italian sounding: se infatti l’export di prodotti agroalimentari pesa per 23 miliardi di euro, il richiamo illecito ai prodotti made in Italy (di per sé marchio di garanzia e di qualità) vale 2,6 volte e cioè un mercato pari a circa 60 miliardi. Cifre che, come dimostrano le indagini delle forze di polizia, finiscono per arricchire la criminalità organizzata che riesce ad imporre i prodotti taroccati attraverso il controllo del circuito della distribuzione;

«”La contraffazione – si legge ancora nella bozza della relazione che il Velino ha potuto visionare – è un fenomeno che deprime ogni incentivo al miglioramento della produzione, disorienta i consumatori e, in ultima istanza impedisce alla concorrenza di espletare i suoi benefici tipici: un incremento qualitativo e quantitativo della gamma dei prodotti e dei servizi offerti, tendenziale abbassamento dei prezzi, crescita economica”. (…) “Giocare sull’equivoco del richiamo all’italianità del prodotto o la contraffazione in sé è un danno per l’economia e un crimine” dice il presidente Fava che però punta il dito: “In alcuni casi sono gli stessi industriali a non volere la tracciabilità dei prodotti: è made in Italy sono quello che è prodotto con materia prima italiana e non anche quello che in Italia viene solo sottoposto a trasformazione o bollinatura”»;

“Nella Ue le disposizioni in materia di lotta alla contraffazione sono assolutamente insufficienti”. Così il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Saverio Romano è intervenuto sul fenomeno dell’italian sounding, ovvero l’utilizzo di nomi dal suono italiano per prodotti alimentari che nulla hanno a che vedere con le eccellenze enogastronomiche made in Italy. Si tratta di un mercato del falso che induce confusione nel consumatore attraverso, appunto, la somiglianza fra marchi e prodotti originali italiani e copie contraffatte e che costa alla produzione italiana 50 miliardi all’anno. “È necessario – ha quindi continuato Romano – un obbligo rigido di etichettatura non soltanto per i prodotti agrari, ma anche per quelli dell’industria degli alimentari lavorati”;

sul sito ufficiale www.cavalieridellavoro.it si legge che: “La Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro ha come soci gli imprenditori che sono stati insigniti dell’Ordine al “Merito del Lavoro” per essersi distinti nei diversi settori dell’economia, contribuendo allo sviluppo sociale, occupazionale e tecnologico e alla crescita del prestigio del made in Italy”;

gli imprenditori insigniti di questa onorificenza, dalla sua istituzione ai nostri giorni, rappresentano l’élite imprenditoriale del Paese. L’Ordine al “Merito del Lavoro” premia l’insignito non solo per una specifica attività intrapresa, ma lo vincola ad un impegno etico e sociale volto al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro del Paese;

sempre sul sito dei Cavalieri del lavoro viene specificato che la persona candidata a questa onorificenza “non deve aver svolto in Italia o all’estero attività economiche e commerciali lesive dell’economia nazionale”,

si chiede di sapere:

quali siano le ragioni che hanno indotto il Governo a proporre Sebastiano Pitruzzello per il riconoscimento più importante che possa ricevere un imprenditore italiano per aver tenuto alto il nome dell’Italia considerato che l’industriale italo-australiano del “parmesan” si è arricchito principalmente con l’imitazione di prodotti italiani;

se il Governo non ritenga che affermare che il made in Italy “tarocco” sia servito a far conoscere il vero made in Italy agli australiani sia in assoluta contraddizione con la linea del ministro Romani che condanna il fenomeno dell’italian sounding;

come intenda, considerati i danni che l’italian sounding comporta ai lavoratori italiani, salvaguardare, tutelare e promuovere il made in Italy nel mondo.

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Simest spa

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06165
Atto n. 4-06165

Pubblicato il 26 ottobre 2011
Seduta n. 632

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

nel corso del Forum internazionale dell’alimentazione di Cernobbio (Como), il presidente della Coldiretti Sergio Marini ha accusato la Simest di promuovere, con i soldi dei contribuenti, iniziative imprenditoriali che consentono di produrre all’estero alcuni prodotti tipici che però di italiano hanno soltanto il nome;

in particolare il quotidiano “La Repubblica” del 22 ottobre 2011 riporta un comunicato di Marini: «Lo Stato italiano promuove le vendite all’estero della bresaola uruguaiana ma anche la finocchiella, il salame toscano e il culatello prodotti negli Stati Uniti e venduti a New York dalla salumeria Rosi del Gruppo Parmacotto, il quale ha appena stipulato un vantaggioso accordo che prevede un investimento di ben 11 milioni di euro nel proprio capitale sociale da parte di Simest, una società per azioni controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico con la partecipazione di privati. (..) Il presidente Sergio Marini ha mostrato il culatello prodotto con carne statunitense a marchio “Salumeria Biellese” e la bresaola uruguaiana a marchio Parmacotto risultato dello shopping effettuato dalla task force della Coldiretti alla Salumeria Rosi a New York, 283 Amsterdam Avenue. Si tratta (…) dell’importante punto vendita del gruppo Parmacotto che lo scorso 12 ottobre ha ricevuto l’impegno di un finanziamento pubblico da parte della Simest finalizzato “al potenziamento della struttura produttiva e del processo di internazionalizzazione verso i mercati target, con particolare attenzione agli Usa, Francia e Germania, dove il Gruppo mira a consolidare la propria presenza”. (…) Non è politicamente accettabile che lo Stato, che rappresenta tutti i cittadini italiani, finanzi direttamente o indirettamente la produzione o la distribuzione di prodotti alimentari che non hanno nulla a che fare con il tessuto produttivo del Paese ma che anzi – sottolinea Marini – fanno concorrenza sleale agli imprenditori impegnati nell’allevamento e nella produzione in Italia. In un momento di crisi si sprecano soldi per favorire la delocalizzazione e non certo l’internazionalizzazione e si alimenta – sostiene Marini – il giro di affari dell’Italian sounding che si stima superi i 60 miliardi di euro l’anno (164 milioni di euro al giorno), cifra 2,6 volte superiore rispetto all’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari. Gli effetti economici diretti dell’Italian sounding sulle esportazioni di prodotti agroalimentari realmente Made in Italy si traducono, inevitabilmente, in effetti indiretti sulla bilancia commerciale, in costante deficit nell’ultimo decennio. Un danno per le imprese e un danno per il Paese. Quello che è più grave è che la finanziaria di Stato rimane “reticente” anche dopo le denuncia pubblica che – ricorda Marini – abbiamo presentato alla Commissione Parlamentare di Inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale e al Ministero delle Politiche Agricole che ha addirittura istituito un tavolo di lavoro sulla vicenda dell’incredibile acquisto di quote da parte della Simest della società rumena denominata Lactitalia. Lactitalia ha sede in Romania e produce, utilizzando latte di pecora romeno e ungherese, formaggi rivenduti con nomi italiani (tra gli altri Dolce Vita, Toscanella e Pecorino). La presenza sui mercati internazionali di prodotti di imitazione del pecorino romano è la principale ragione della grave crisi che colpisce i pastori italiani e della quale lo Stato si è reso complice. Di fronte a questa situazione la Coldiretti – ha concluso Marini – si pone due domande: Perché lo Stato investe risorse pubbliche per divenire proprietario di un’azienda che fa concorrenza agli imprenditori nazionali evocando un’italianità dei prodotti in realtà nsussistente? Quanti casi analoghi esistono e quali iniziative si intende adottare per porre fine a questa grave situazione che frena la crescita dell’agricoltura italiana e del paese»;

considerato che:

nel citato articolo si legge ancora: «Nel 2008 la Simest, società per azioni controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico con la partecipazione di privati, acquista una quota di partecipazione del 49% in Parmacotto USA, la società che si occupa della distribuzione all’ingrosso dei prodotti Parmacotto negli Stati Uniti. Lo stesso anno apre a New York la Salumeria Rosi, negozio monomarca per la vendita di salumi italiani. “Abbiamo constatato che i clienti li percepiscono come prodotti di alta qualità – dichiara l’amministratore delegato di Simest – e ciò fa crescere l’attenzione per la tradizione alimentare italiana dei consumatori americani”. I prodotti commercializzati sono quelli della tradizione regionale tricolore, dal culatello alla finocchiona. Tuttavia la metà delle carni lavorate per la produzione proviene, secondo quanto affermato dallo stesso amministratore delegato di Parmacotto, Alessandro Rosi, “da Francia, Danimarca, Spagna e Germania, per lo più”. Lo stesso processo di produzione è stato trasferito in Usa: nel New Jersey. Tra i prodotti commercializzati sul mercato statunitense c’è anche un Culatello Salumeria Biellese che riporta in etichetta il paese di origine della carne (non italiana) ma il cui marchio è quanto meno fuorviante, visto che non ha niente a che fare con Biella. Nel 2009 Parmacotto Usa riacquista la totalità delle azioni, con un debito verso Simest di 3 milioni e mezzo di euro. Nel 2010 la partecipazione di Simest compare però nuovamente per il 49% delle quote in Parmacotto Usa. Il 12 ottobre 2011 Parmacotto e Simest annunciano un’intesa per il potenziamento della struttura produttiva e del processo di internazionalizzazione che prevede investimenti per 16 milioni di euro per consolidare la presenza del gruppo in Usa, Francia e Germania. In cantiere anche la realizzazione di uno stabilimento per la produzione di pre-affettati negli Stati Uniti. Alla Simest viene riservato un aumento del capitale sociale pari a 11 milioni di euro. (…) Lactitalia è una società a responsabilità limitata costituita nel 2005 in Romania per la lavorazione e la commercializzazione di prodotti lattiero caseari e posseduta al 29,5 per cento dalla Simest controllata dal Ministero dello Sviluppo economico. Il restante 70,5 per cento è controllato dalla Roinvest con sede a Sassari con amministratori, tra gli altri, Andrea Pinna ossia il vicepresidente del Consorzio di Tutela del Pecorino Romano e Pierluigi Pinna ossia il consigliere dell’organismo di controllo dei formaggi pecorino Roma, Sardo e Fiore Sardo Dop. Lactitalia commercializza in Italia e in altri paesi europei formaggi di “tradizione italiana” col marchio “Dolce vita” (mozzarella, pecorino, mascarpone, caciotta) e di tradizione romena tra cui anche una ricotta con la denominazione “Ricotta toscanella”. “Per voi – si legga nella presentazione dei prodotti sulla pagina internet dell’azienda – abbiamo intrecciato il latte rumeno alla tradizione italiana”. Tali prodotti evocano in realtà una origine e una fattura italiana che non possiedono, allo scopo di far intendere al consumatore acquirente che i prodotti sono di origine e tradizione tricolore. Ciò arreca un danno al patrimonio agroalimentare nazionale, con il paradosso che l’operazione è addirittura finanziata con l’intervento dello Stato italiano, attraverso la Simest. Dopo la denuncia di Coldiretti, il Ministero delle Politiche Agricole ha istituito un tavolo di lavoro sulla vicenda»;

la presenza di prodotti di imitazione sui mercati internazionali è la principale ragione del calo del 10 per cento delle esportazioni dei formaggi di pecora made in Italy, con la quale viene motivata un’insostenibile riduzione dei prezzi riconosciuti agli allevatori italiani;

si è di fronte ad un caso eclatante in cui lo Stato italiano, impegnato a combattere il finto made in Italy, ne diventa addirittura produttore;

considerato che:

la Simest SpA, società italiana controllata dallo Stato (76 per cento del capitale), è stata istituita come società per azioni nel 1990 (legge 24 aprile 1990, n. 100) per promuovere il processo di internazionalizzazione delle imprese italiane ed assistere gli imprenditori nelle loro attività all’estero;

l’art. 10, comma 4, lettera b), del disegno di legge recante Statuto delle imprese, approvato al Senato il 20 ottobre 2011 e trasmesso alla Camera dei deputati, prevede una proroga per l’esercizio della delega per il riordino degli enti prevista al comma 2 dell’articolo 12 della legge n. 99 del 2009. Tale norma delega il Governo alla ridefinizione, al riordino e alla razionalizzazione degli enti operanti nel settore dell’internazionalizzazione delle imprese (ICE, SIMEST SpA, INFORMEST, FINEST SpA, Camere di commercio italiane all’estero), nonché degli strumenti di incentivazione per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese erogati dagli stessi enti, attraverso l’adozione, entro 18 mesi dalla data di entrata in vigore della legge, di uno o più decreti legislativi, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Il provvedimento richiamato porta a 28 mesi il termine per l’esercizio della delega;

il proposito del Governo di attuare una riforma complessiva del comparto, a supporto della capacità di internazionalizzazione dell’economia italiana, è stato perseguito anche nel corso della XIV Legislatura, nella quale tale proposito si è dovuto confrontare con il nuovo riparto delle competenze tra Stato e Regioni definito dalla riforma del titolo V della Costituzione, che ha inserito il “commercio con l’estero” tra le materie di competenza concorrente;

ribadito a più riprese in alcuni Documenti di programmazione economico-finanziaria, in particolare in quelli relativi ai periodi 2003-2006 e 2004-2007, l’intento governativo di riordinare il settore si è concretizzato nella previsione di due deleghe, contenute nelle leggi n. 229 del 2003 e n. 56 del 2005 (nessuna delle quali è peraltro stata attuata), nella trasformazione in società per azioni dell’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero (SACE) e nella revisione della disciplina istitutiva della società SIMEST, recata dalla legge n. 100 del 1990;

una bozza di decreto legislativo di attuazione della delega contenuta all’art. 12 della legge n. 99 del 2009 era stata resa disponibile, a fine settembre, per le regioni, le quali a fine novembre, in sede di Conferenza, rilevando notevoli perplessità a riguardo, evidenziavano la necessità e l’urgenza di un confronto con il Governo prima dell’adozione formale da parte del Consiglio dei ministri dello schema di decreto legislativo;

nel frattempo, con la manovra di luglio (decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011), si è già provveduto a sopprimere l’ICE e a trasferire le funzioni dell’istituto al Ministero dello sviluppo economico mentre le risorse finanziarie e strumentali necessarie al funzionamento delle sezioni estere sono state attribuite al Ministero degli affari esteri. In tal modo: a) non si avranno economie in quanto le funzioni attribuite all’ICE dalla normativa vigente e le inerenti risorse di personale, finanziarie e strumentali sono state trasferite al Ministero dello sviluppo economico; b) Non si avrà unicità di interlocutori sui mercati esteri, permanendo una duplicità di azione tra Ministero degli affari esteri e Ministero dello sviluppo economico; c) non si realizzerà quindi l’auspicato coordinamento e riassetto organizzativo degli enti operanti per l’internazionalizzazione delle imprese che si sarebbe dovuto attuare in base alla legge n. 99 del 2009,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero che la Simest promuove, con i soldi dei contribuenti, iniziative imprenditoriali che consentono di produrre all’estero alcuni prodotti tipici che di italiano hanno soltanto il nome;

quali siano i motivi per cui lo Stato italiano è diventato proprietario di un’azienda che fa concorrenza sleale ai pastori italiani;

quali iniziative intenda adottare al fine di interrompere ogni partecipazione con aziende, come la Lactitalia, le quali commercializzano prodotti che vantano un’origine ed una manifattura italiana che non possiedono recando un grave danno al patrimonio agroalimentare nazionale;

se intenda intraprendere le opportune iniziative al fine di accertare se vi siano altre aziende nel mondo che realizzano prodotti agroalimentari made in Italy contraffatti o che omettono informazioni relative all’origine dei loro componenti, spingendo il consumatore all’acquisto anche con pubblicità ingannevoli contenenti messaggi informativi ambigui, e, in quel caso, se la Simest abbia concesso loro investimenti;

se non ritenga necessario ed urgente fare chiarezza su tutti gli investimenti della Simest e sui relativi controlli della stessa verso le aziende a cui vengono concessi i finanziamenti;

quando, alla luce del provvedimento in discussione alla Camera dei deputati recante Statuto delle imprese che ha allungato i tempi per l’emanazione del decreto legislativo relativo al riordino degli enti preposti alla internazionalizzazione delle imprese, il Governo intenda provvedere in tal senso;

quali iniziative intenda promuovere al fine di garantire ai consumatori la massima trasparenza nelle informazioni sui prodotti alimentari e sui loro processi produttivi per evitare ogni pratica fraudolenta o ingannevole ai danni del made in Italy, prevenendo il radicarsi nelle tavole internazionali di un falso made in Italy che toglie spazio di mercato a quello autentico e banalizza le specialità nostrane frutto di tecniche, tradizioni e territori unici e inimitabili;

quali iniziative intenda assumere nelle opportune sedi di competenza al fine di estendere a tutti i prodotti l’obbligo di indicare in etichetta l’origine dei prodotti alimentari.

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Unione Italiana Ciechi

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06147
Atto n. 4-06147

Pubblicato il 25 ottobre 2011
Seduta n. 630

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze, dell’interno, per i beni e le attività culturali e per la pubblica amministrazione e l’innovazione. -

Premesso che:

con l’art. 115 del decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 1977 e con il decreto del Presidente della Repubblica 23 dicembre 1978, n. 1919, l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti (UIC) è stata trasformata in una semplice associazione con personalità giuridica privata che rappresenta solo i propri iscritti, circa 50.000 (dato dell’UIC) a fronte dei 2.000.000 conclamati dalla stessa UIC e dei circa 144.000 beneficiari di provvedimenti economici (dato INPS al 31 dicembre 2010), pertanto rappresenta solo il 39 per cento della categoria;

con lo stesso decreto del Presidente della Repubblica 23 dicembre 1978, n. 1919, le competenze in capo all’UIC, ormai associazione con personalità giuridica privata, sono state trasferite alle Regioni, alle Province, ai Comuni singoli o associati;

nonostante siffatta riforma legislativa, l’UIC insiste nel rivestire surrettiziamente un potere di rappresentanza e tutela generale erga omnes dei minorati della vista;

l’art. 28 dello Statuto sociale dell’UIC, entità con personalità giuridica privata, contempla con manifesta illogicità giuridica la presenza nell’organo del collegio dei sindaci revisori di un componente proposto dal Ministero dell’economia e delle finanze, uno dal Ministero dell’interno, uno dal Ministero per i e le attività beni culturali: tali Ministeri sono chiamati, in forza di specifiche leggi, ad esercitare attività di controllo sui finanziamenti dello Stato a diverso titolo erogati ed in particolare il Ministero dell’interno, ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 17 dicembre 1990, deve esercitare la vigilanza sul piano generale;

in ragione dell’invocata potestà di rappresentanza della categoria, negli ultimi quindici anni, la ormai privatizzata UIC è stata destinataria, a quanto risulta all’interrogante, di una serie di provvedimenti legislativi tesi a concedere ingenti finanziamenti pubblici annui: decreto-legge 28 dicembre 1994, n. 723, art. 68, decaduto per decorrenza dei termini; legge 5 giugno 1995, n. 221 – lire 5.000 milioni annui 1995, 1996, 1997; decreto-legge 23 dicembre 1995, n. 547, decaduto per decorrenza dei termini – lire 1.000 milioni per il 1994 e 950 milioni a decorrere dal 1995; legge 12 gennaio 1996, n. 24 – lire 4.000 milioni annui; decreto-legge 23 ottobre 1996, n. 542, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 dicembre 1996, n. 649; legge 3 agosto 1998, n. 282 – lire 4.250 milioni annui; legge 15 dicembre 1998, n. 438 – lire 1.000 milioni annui; decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203; decreto-legge 1° ottobre 2007, n. 159, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 novembre 2007, n. 222, art. 31, comma 2 – contributo straordinario di un milione di euro; decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 19 marzo 2010 – contributo straordinario aggiuntivo;

all’atto della riforma attuata con decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 1977, art. 115, e del decreto del Presidente della Repubblica 23 dicembre 1978, n. 1919, l’UIC, sede centrale, risultava proprietaria di un immobile in Roma, via Borgognona n. 38/42, piani 2° e 3°;

dal 1996 la proprietà immobiliare della UIC – sede centrale – è stata incrementata dalle seguenti unità immobiliari: via Belsiana n. 7 piano 1, interno 1 – atto pubblico del 9 maggio 1996; via Gerolamo Seripando n. 28, piano S1 – atto pubblico del 12 ottobre 2001; terreno pascolativo di cui all’atto pubblico del 17 aprile 2002; via del Tritone n. 197, piani 2° e 3° – atto pubblico del 17 luglio 2002; viale Parioli n. 55, piano 2°-S1, interno 6 – ristrutturazione del 17 novembre 2010; via Ponzio Comino n. 42, piano 2, interno 9, scala M – atto pubblico del 9 maggio 2011;

l’UIC è altresì proprietaria di ulteriori 85 unità immobiliari nelle altre Regioni d’Italia oltre a possedere l’albergo in Tirrenia (Pisa), via delle Orchidee n. 44,

si chiede di sapere:

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di verificare se ed in che misura i contributi pubblici rivendicati dall’UIC ed erogati in nome dei servizi ai ciechi, dell’istruzione ai ciechi, dell’assistenza ai ciechi, della riabilitazione ai ciechi, dell’inserimento al lavoro ai ciechi, competenze trasferite alle Regioni, alle Province, ai Comuni singoli o associati, ai sensi del richiamato decreto del Presidente della Repubblica 23 dicembre 1978, n. 1919, siano invece stati destinati ad investimenti immobiliari;

da quale norma giuridica sia supportata la nomina nel collegio dei sindaci revisori dell’UIC dei rappresentanti del Ministero dell’economia e delle finanze, del Ministero dell’interno, del Ministero per i beni e le attività culturali, che in forza di specifiche leggi erogano finanziamenti dello Stato e che perciò sono chiamati ad esercitare una funzione pubblica di controllo, considerato che il collegio dei revisori dell’associazione è inequivocabilmente parte integrante dell’associazione stessa essendo un organo statutario;

in che modo il Governo intenda svolgere la richiamata funzione di vigilanza sulle risorse pubbliche affidate e gestite dalla UIC, seguendo le indicazioni della Corte dei conti in sede di verifica del bilancio annuale dell’UIC;

se non ritenga che la presenza di propri rappresentanti nel collegio dei sindaci revisori dell’Unione Italiana Ciechi possa sottendere una responsabilità sulla gestione dei finanziamenti pubblici ed in qualche modo tradursi in maggiori attenzioni implicanti ulteriori finanziamenti da parte dello Stato e di enti pubblici e privati.

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Lande- Bankitalia- Consob

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06146
Atto n. 4-06146

Pubblicato il 25 ottobre 2011
Seduta n. 630

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

come si legge su un articolo pubblicato su “Il Corriere della sera – Cronaca di Roma” del 19 ottobre 2011: «la Procura di Roma ha avviato accertamenti su Consob e Bankitalia nell’ambito dell’inchiesta sulla megatruffa ai danni di vip e professionisti della capitale attribuita ad un gruppo di operatori finanziari capeggiata da Gianfranco Lande, il cosiddetto “Madoff dei Parioli”. In particolare il pm Luca Tescaroli vuole verificare se siano state svolte o meno le specifiche funzioni di vigilanza. I controlli disposti dal magistrato riguardano anche il ruolo esercitato nell’intera vicenda dalla Carispaq e dalla Deloitte. E se l’istituto di credito è quello utilizzato da Lande per far transitare i fondi raccolti e la Deloitte revisionò i conti delle aziende, la funzione di Bankitalia è quella su cui a piazzale Clodio si pone attenzione, per verificare se è stata applicata la normativa antiriciclaggio. Per quanto riguarda la Consob, invece, le verifiche coordinate dal pubblico ministero, si riferiscono alla presentazione, il 17 luglio 2009, di un esposto anonimo depositato allo stesso organismo. Nella lettera, che ora è agli atti del procedimento, venivano denunciati nel dettaglio i meccanismi della presunta truffa posta in essere da Lande gli altri soggetti coinvolti. Nel frattempo, proprio perché sono in corso accertamenti su chi avrebbe potuto fermare Lande e soci, il pm Tescaroli ha chiesto ai giudici della IX sezione penale del tribunale della Capitale, davanti alla quale si sta svolgendo il processo a Lande, di non accogliere la citazione quali responsabili civili di Consob, Bankitalia, Deloitte e Carispaq chiesta dai legali di alcune parti offese. Il collegio scioglierà la riserva lunedì prossimo, il 24 ottobre. Intanto il pm Tescaroli ha fatto sequestrare oltre sette milioni di euro tra contanti (600 mila) e titoli riconducibili a Roberto Torregiani, uno dei principali protagonisti della truffa a vip e professionisti della Capitale. Si tratta di titoli (per un valore di quasi 6,5 milioni di euro) e denaro (due conti correnti da 300 mila euro) depositati in istituti di credito elvetici. Il pm è risalito al tesoretto di Torregiani, titolare della società finanziaria Eim, partendo dalle testimonianze raccolte in Svizzera, con rogatoria internazionale, di una consulente del Credit Agricole e di una ex responsabile amministrativa della Egp Suisse. Sulla base dei riscontri effettuati il magistrato, sempre per rogatoria internazionale, ha chiesto ed ottenuto il sequestro dalle autorità elvetiche»;

considerato che:

nell’aprile 2011 quando emerse la truffa Lande gli avvocati dei raggirati avevano accusato le autorità di vigilanza per anomalia nei controlli visto che, se fossero intervenute tempestivamente, non sarebbero spariti nel nulla i 170 milioni di euro investiti dai risparmiatori;

si legge in un articolo di “La Repubblica” dell’8 aprile 2011 che la Consob si difende affermando di aver scoperto le «gravi irregolarità: tra queste emerge che nel portafoglio c’erano titoli della società Dharma Holding Lusserburg che è la capogruppo di Egp. La Dharma non è quotata in borsa, il che significa che le obbligazioni emesse dalla società sono “illiquide”, cioè nel momento in cui il possessore decide di venderle difficilmente troverà un acquirente. La Egp aveva venduto titoli di una società non quotata ed era la “controllante” della Egp cosa in contrasto con la normativa italiana. La Consob avverte l’autorità francese. La Amf decide il commissariamento cautelare della “controllante” francese. Subito dopo la Consob chiede il commissariamento della succursale italiana, informa la procura di Roma e la Guardia di finanza. (…) E anche la Banca d’Italia chiarisce: “La Egp è la succursale di una Sim di diritto francese vigilata dalle autorità francesi. La Banca d’Italia non ha alcuna competenza o responsabilità di vigilanza. Le autorità francesi hanno nominato un amministratore provvisorio. La Banca d’Italia ha collaborato per favorire la ricerca di soluzioni sulla base di un accordo di assistenza tecnica richiesto dalle autorità francesi. A seguito della revoca dell’autorizzazione ad operare disposta dalla Banca di Francia, è stato possibile promuovere la liquidazione coatta amministrativa della succursale italiana”. A proposito di Orconsult e dei trenta milioni spariti le azioni delle Fin. Pet. Spa risultano date fiduciariamente da terzi alla Finnat Fiduciaria Spa fino al 14 febbraio 2011. Non risultano azioni di questa società intestata alla Finnat Fiduciaria né è mai esistito un rapporto di natura proprietaria o gestionale tra la Fi. Pet. Spa e Banca Finnat Euramerica Spa»;

la questione della responsabilità delle autorità vigilanti sul caso in questione è stato oggetto di un precedente atto di sindacato ispettivo, che ad oggi non ha ottenuto risposta, dove l’interrogante ha sottolineato che il “rimpallo di responsabilità” di Consob e Banca d’Italia prefigura omessa vigilanza sulla base di un principio stabilito dalla sentenza n. 6681/2011 della 3° Sezione civile della Suprema Corte di Cassazione che, condannando la Commissione a pagare i danni ai risparmiatori truffati da un’altra società di intermediazione mobiliare, ha stabilito che l’illecito civile, per la sua struttura, segue le comuni regole del codice civile anche per quanto concerne la cosiddetta imputabilità soggettiva, la causalità, l’evento di danno e la sua quantificazione (atto 2-00335);

in un precedente atto di sindacato ispettivo, anch’esso ad oggi senza risposta, l’interrogante evidenziava il coinvolgimento, nella megatruffa, della Carispaq, la Cassa di risparmio de L’Aquila, nei cui sportelli sono transitate decine di milioni di euro di Lande&Co, i soldi spariti che hanno permesso a “Madoff” e ai suoi di mettere in piedi una truffa da oltre 170 milioni di euro, senza le previste segnalazioni ai sensi della normativa antiriciclaggio (atto 3-02100);

a giudizio dell’interrogante il Governo dovrebbe promuovere misure urgenti per restituire indipendenza ed autorevolezza ad autorità del tutto screditate, come la Banca d’Italia e la Consob, che, oltre a non aver prevenuto alcun fenomeno di risparmio tradito, sono condizionate dai desiderata di banche, banchieri ed altri potentati economici, determinando una gravissima lesione ai diritti ed agli interessi di cittadini, consumatori, risparmiatori,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza della ragione per cui la Consob e la Banca d’Italia, che affermano di aver scoperto la truffa di Lande, hanno aspettato mesi prima di intervenire, posto che le prime denunce contro il “Madoff dei Parioli” e le sue società sono dell’ottobre 2009, quando la Procura di Roma aprì un fascicolo per abusivismo finanziario;

se risulti al Governo la ragione per cui tali operazioni sospette avvenute all’interno degli sportelli di Carispaq, banca che a quanto risulta all’interrogante godrebbe di ampie coperture politiche con rapporti che si stenderebbero fino ai vertici di Governo, non siano mai state segnalate alla Banca d’Italia, che non ha mai ravvisato sospetti nelle ispezioni, che pur vi sono state, sulla massa monetaria movimentata dalla banca;

se al Governo risultino le ragioni della mancata, o spesso omessa, attività di prevenzione da parte della Banca d’Italia e della Consob, posto che, per quanto risulta all’interrogante, tale attività si palesa sempre dopo le indagini di magistratura e Guardia di finanza in merito all’antiriciclaggio;

se sia a conoscenza di quale sia stato il numero di segnalazioni sospette nell’ultimo triennio pervenute alla Banca d’Italia e di quante ispezioni l’autorità abbia effettuato su banche e intermediari finanziari per la corretta applicazione della normativa antiriciclaggio.

se sia a conoscenza di interventi preventivi di controllo da parte della Banca d’Italia e della Consob relativamente all’attività svolta dai promotori finanziari oggetto dell’inchiesta di cui in premessa, anche alla luce delle numerose denunce di direttori di banca per operazioni sospette;

se intenda assumere le opportune iniziative normative al fine di rafforzare la tutela degli utenti del sistema bancario, anche con riguardo alla responsabilità delle banche;

se il Governo non intenda assumere le opportune iniziative al fine di provvedere ad una sostanziale riforma della disciplina delle autorità di controllo capace di restituire ai cittadini la fiducia e la credibilità nel sistema bancario e creditizio, non solo al fine della tutela dei risparmiatori, ma anche per mettere a frutto una grande risorsa per il Paese, consapevoli che non ci potrà essere ripresa economica se non ci sarà il volano finanziario del risparmio diffuso a sostenerla.

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AGCOM-Calabrò

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06138
Atto n. 4-06138

Pubblicato il 20 ottobre 2011
Seduta n. 629

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze, dello sviluppo economico e per la pubblica amministrazione e l’innovazione. -

Premesso che:

l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) è un’autorità di regolazione di servizi di pubblica utilità ai sensi della legge n. 481 del 1995 ed è stata istituita con la legge 31 luglio 1997, n. 249;

l’AGCOM è un’amministrazione pubblica caratterizzata da un elevato livello di autonomia organizzativa nonché dall’indipendenza dal potere esecutivo, istituzionalmente garantita dalla normativa di riferimento, sia nazionale, sia comunitaria;

l’articolo 2, commi 8 e 9, della legge n. 481 del 1995 prevede che: “I componenti di ciascuna Autorità (…) A pena di decadenza (…) non possono esercitare, direttamente o indirettamente, alcuna attività professionale o di consulenza (…) né avere interessi diretti o indiretti nelle imprese operanti nel settore di competenza della medesima Autorità”;

l’attuale Presidente dell’AGCOM, Corrado Calabrò, anche nel corso del suo mandato ha esercitato e continua ad esercitare una parallela attività artistica di produzione di poesie e sceneggiature che trova ampio riscontro nel panorama nazionale;

è stata già presentata un’interrogazione parlamentare nella quale venivano segnalate potenziali situazioni di incompatibilità sia del presidente Corrado Calabrò, sia di taluni dirigenti dell’AGCOM, interrogazione che è ancora in attesa di riscontro (4-05236);

in una precedente interrogazione parlamentare era stata richiamata la progressiva grave disarticolazione organizzativa messa in atto dalla presidenza di Corrado Calabrò, che nel corso del suo mandato ha ritenuto di far promuovere la sua produzione artistica anche da soggetti che dovrebbero essere controllati dall’AGCOM, interrogazione anch’essa in attesa di riscontro (4-05196);

sono stati inoltre già presentati ulteriori atti di sindacato ispettivo in relazione a quella che all’interrogante appare come arbitraria interpretazione normativa data dall’AGCOM alle disposizioni sulle indennità di comando riconosciute al personale chiamato in servizio dal presidente da altre amministrazioni (4-01805 del 22 luglio 2009), nonché sulla scelta illegittima di sottomettere l’ordinamento dell’AGCOM agli indirizzi governativi al solo fine di poter aggirare le regole vigenti in materia di concorsi pubblici e procedere alla moltiplicazione delle posizioni apicali coperte con chiamata diretta nonostante la disponibilità di risorse di ruolo già retribuite e sottoutilizzate con grave spreco di risorse pubbliche (4-05373);

considerato che:

la produzione artistica del Presidente dell’Autorità Corrado Calabrò è oggetto di promozione sia attraverso edizioni pubblicizzate anche su diverse testate giornalistiche, sia attraverso la partecipazione ad eventi oggetto di sponsorizzazione. Tale attività promozionale e divulgativa in taluni casi coinvolge organizzazioni e società che risultano avere interessi diretti o indiretti nelle imprese operanti nel settore delle comunicazioni (tra cui Mondadori, Medusa, Rai, Corriere della Sera);

da un recente articolo di stampa si apprende addirittura che vi è stata un rilevante azione di spamming di SMS sui cellulari di numerosi cittadini italiani con i quali è stata pubblicizzata la gratuità del download del libro di poesie di Corrado Calabrò “La stella promessa” dalla libreria digitale di Telecom Italia, società che evidentemente sostiene perlomeno i costi dei diritti delle copie scaricate a favore del Presidente dell’AGCOM;

considerata la grave situazione economica in cui versa il Paese e le disposizioni di contenimento della spesa pubblica contenute nel decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, e nel decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, nonché il fatto che anche la Presidenza della Repubblica, la Presidenza del Senato e la Presidenza della Camera dei deputati, nell’ambito delle rispettive autonomie ordinamentali, hanno inteso recepire le misure di blocco delle assunzioni anche conseguenti al turnover del personale;

rilevato che:

l’AGCOM, all’approssimarsi della scadenza del mandato dell’attuale Consiglio, ha varato un considerevole programma di assunzioni, in violazione dei principi generali di blocco delle immissioni in ruolo di personale per il periodo 2011-2013 sanciti nel citato decreto-legge n. 78, ed esteso al 2014 dal decreto-legge n. 98 del 2011;

tale programma di assunzioni non sarebbe a giudizio dell’interrogante economicamente sostenibile prefigurando un grave pregiudizio per i futuri bilanci dell’Autorità tanto che il presidente Calabrò ha già dichiarato in diversi sedi pubbliche di non poter più contribuire al finanziamento dell’Autorità garante per la concorrenza ed il mercato come invece sancito dall’art. 2, comma 241, della legge n. 191 del 2009, finanziamento che in tal caso dovrebbe trovare nuova copertura nel bilancio dello Stato;

premesso altresì che a quanto risulta all’interrogante:

tra le diverse posizioni che verrebbero messe a concorso vi è un posto di direttore di ruolo del Servizio organizzazione bilancio e programmazione, attualmente ricoperto dalla dottoressa Giulietta Gamba in servizio in comando per chiamata diretta dall’ISTAT, posizione che ai sensi dell’ordinamento delle carriere dell’AGCOM non potrebbe essere messa direttamente a concorso poiché vi è già ampia disponibilità di personale di ruolo senza incarico nell’ambito di tale fascia dirigenziale;

l’Autorità avrebbe adottato i bandi per le nuove figure dirigenziali addirittura in sovrannumero rispetto alla pianta organica approvata con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 10 luglio 2007, avendola pertanto incrementata senza la necessaria approvazione con uno specifico decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri come invece prescritto all’art. 1, comma 543, della legge n. 296 del 2006;

la gravità e la dimensione della censurabile gestione amministrativa dell’AGCOM ha portato le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative a scioperare il 14 giugno 2011; è seguito uno sciopero della fame messo in atto dai responsabili delle rispettive rappresentanze sindacali le quali, non avendo ricevuto alcun cenno di riscontro, hanno proceduto ad inoltrare un dettagliato esposto alla Corte dei conti;

considerato che ad avviso dell’interrogante:

occorrerebbe accertare l’incompatibilità delle attività di edizione e promozione della produzione artistica del presidente Corrado Calabrò e, in relazione al citato art. 2, commi 8 e 9, della legge n. 481 del 1995, chiedere ai competenti organismi di determinare la decadenza dal suo incarico di Presidente dell’AGCOM;

il Consiglio dell’AGCOM dovrebbe rispettare i principi di contenimento dei costi contenuti nei citati decreti-legge sia con il blocco dell’insostenibile programma di assunzioni che sta portando avanti in chiusura di mandato, sia con la riduzione all’utilizzo di personale in posizione di comando proveniente da altre amministrazioni, sia con l’annullamento delle relative illegittime alte indennità ad esso riconosciute, con il ripristino del previgente ordinamento delle carriere e la conseguente caducazione degli incarichi di direzione attribuiti illegittimamente al personale scelto con chiamata diretta,

si chiede di sapere se al Governo risulti quanto richiamato in premessa e quali iniziative, anche di carattere normativo, intenda assumere per favorire una gestione oculata delle risorse pubbliche da parte delle autorità indipendenti.

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pesticidi neonicotinoidi

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06137
Atto n. 4-06137

Pubblicato il 20 ottobre 2011
Seduta n. 629

LANNUTTI – Ai Ministri della salute e delle politiche agricole alimentari e forestali. -

Premesso che:

i neonicotinoidi sono insetticidi neurotossici sistemici che si diffondono in ogni parte della pianta ed uccidono gli insetti agendo sul loro sistema nervoso;

dall’impollinazione effettuata dalle api dipende un terzo dei raccolti. Le api stano morendo in tutto l’Occidente. In particolare in pianura Padana si è verificata una strage in corrispondenza della semina 2008 di mais, la prima con uso generalizzato di semi conciati con i neonicotinoidi;

di conseguenza l’Italia ha provvisoriamente vietato la concia del seme di mais fino al 31 giugno 2011. Alla scadenza del divieto – cioè poche settimane fa – è arrivata una proroga solo fino al 31 ottobre 2011. Significa che, se le cose non cambieranno, ci sarà tutto il tempo per commercializzare la semente conciata in vista della prossima semina, in primavera;

i neonicotinoidi sono tuttavia usati su moltissime colture, e non solo sul mais. Il Sottosegretario di Stato per le politiche agricole alimentari e forestali Roberto Rosso ha detto che si sta pensando di estendere il divieto e che si sta lottando contro le resistenze delle case farmaceutiche e chimiche;

la novità più eclatante, comunque, è che il pretore di Torino, Guariniello, ha indagato sulla moria di api ed ha inviato agli amministratori delegati di Bayer Crop Science di Milano e di Syngenta Crop Protection Italia l’avviso di conclusioni delle indagini per il reato di “diffusione di malattie degli animali (o delle piante) pericolose per il patrimonio zootecnico e per l’economia nazionale”;

nel mirino di Guariniello è finito il Poncho, un neonicotinoide usato appunto per conciare la semente di mais che la Bayern produce e Syngenta commercializza;

come scrive il quotidiano “La Stampa”, «Guariniello ha contestato ai due manager il reato pieno e non il profilo colposo» per cui la diffusione di malattie degli animali non sarebbe stata involontaria ma consapevole;

il sindacato degli apicoltori francesi ad Apimondia (il convegno annuale di tutte le associazioni apistiche mondiali, quest’anno tenuto a Buenos Aires) ha lanciato la mobilitazione del 15 ottobre 2011, ed essa sta diventando un appello alla mobilitazione in tutta Europa contro i neonicotinoidi;

anche in Italia molti apicoltori, agricoltori e cittadini, preoccupati per gli effetti degli insetticidi neonicotinoidi si organizzeranno per creare in modo spontaneo manifestazioni e presidi in varie città per chiedere agli organi competenti che si lanci immediatamente una moratoria sull’impiego dei neonicotinoidi in agricoltura, avvalendosi del principio di precauzione;

ormai le evidenze scientifiche sono più che sufficienti per poter interdire definitivamente questi insetticidi sistemici neurotossici che, oltre ad essere la conclamata causa del disastro a cui si assiste con la sparizione delle api, stanno già provocando ripercussioni sull’ambiente ed esistono fortissimi sospetti sugli effetti neurotossici e come interferenti endocrini a danno dell’uomo;

gli insetticidi sistemici neonicotinoidi in Italia sono oggetto di sospensione da parte del Ministero della salute solo per quanto concerne l’impiego sulla concia del mais;

da molto tempo ormai ricercatori ed esperti sono concordi nell’ammettere che i neonicotinoidi siano dannosi per le api e l’ambiente in qualsiasi tipologia di impiego;

alcune compagnie chimiche molto potenti stanno esercitando un’enorme pressione affinché tali veleni mortali rimangano sul mercato;

considerato che:

i neonicotinoidi sono divenuti gli insetticidi più utilizzati in agricoltura in virtù dell’altissima potenza già a piccole dosi, ma i loro effetti sono letali per le api e sono stati accertati in ambito scientifico;

la Conferenza di Rio sull’ambiente e lo sviluppo, nel corso della quale è stata adottata la dichiarazione di Rio, il cui principio 15 stabilisce: “al fine di proteggere l’ambiente, il principio di precauzione sarà ampiamente applicato dagli Stati secondo le rispettive capacità. Laddove vi siano minacce di danni seri o irreversibili, la mancanza di piene certezze scientifiche non potrà costituire un motivo per ritardare l’adozione di misure efficaci in termini di costi volte a prevenire il degrado ambientale”;

secondo la comunicazione della Commissione europea COM (2000) 1 def. può essere invocato il principio di precauzione quando gli effetti potenzialmente pericolosi di un fenomeno, di un prodotto o di un processo sono stati identificati tramite una valutazione scientifica e obiettiva, ma questa valutazione non consente di determinare il rischio con certezza. Il principio trova applicazione in tutti i casi in cui vi siano ragionevoli motivi di temere che i possibili effetti nocivi sull’ambiente e sulla salute degli esseri umani, degli animali e delle piante possano essere incompatibili con l’elevato livello di protezione prescelto dalla Comunità. In particolare ogni Stato membro può decidere di adottare misure senza aspettare di disporre di tutte le conoscenze scientifiche necessarie, oppure se sono insufficienti, non conclusive o incerte e vi sono indicazioni che i possibili effetti sull’ambiente e sulla salute degli esseri umani, degli animali e delle piante possono essere potenzialmente pericolosi e incompatibili con il livello di protezione prescelto;

sempre secondo la comunicazione della Commissione europea (al punto 6.2), il fattore che attiva il ricorso al principio di precauzione è dato dalle incertezze scientifiche e da una descrizione delle ipotesi utilizzate per compensare la mancanza di dati scientifici o statistici. La decisione di attendere o di non attendere nuovi dati scientifici prima di considerare le possibili misure dovrebbe essere adottata dai responsabili con il massimo di trasparenza;

l’Allegato I (Basi giuridiche e di altro tipo delle decisioni dell’Unione europea riguardanti le misure precauzionali) della comunicazione cita: «Il Trattato di Amsterdam, riprendendo le disposizioni già introdotte dal Trattato di Maastricht del 1992, e più precisamente l’articolo 174, prevede quanto segue: La politica della Comunità in materia ambientale mira a un livello elevato di tutela, tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni della Comunità. Essa è fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché sul principio “chi inquina paga”»;

la direttiva 2009/128/CE, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 ottobre 2009 che istituisce un quadro per l’azione comunitaria ai fini dell’utilizzo sostenibile dei pesticidi, al punto 1 dei considerando riporta: “A norma degli articoli 2 e 7 della decisione n. 1600/2002/CE, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 luglio 2002, che istituisce il sesto programma comunitario di azione in materia di ambiente, dovrebbe essere istituito un quadro normativo comune per un utilizzo sostenibile dei pesticidi, tenendo conto del principio di precauzione”;

il Ministero della salute, con un decreto emanato il 28 giugno 2011, ha per la quarta volta consecutiva prorogato la sospensione cautelativa (fino al 31 ottobre 2011) dell’autorizzazione di impiego, per la concia di sementi, dei prodotti fitosanitari contenenti le sostanze attive clothianidin, thiamethoxam, imidacloprid e fipronil;

la direttiva 2010/21/UE, della Commissione, del 12 marzo 2010, al punto (4) dei considerando recita: “Per evitare incidenti in futuro, è necessario definire ulteriori disposizioni riguardanti clothianidin, tiametoxam, fipronil e imidacloprid, comprese misure adeguate di attenuazione dei rischi”; consigliando agli Stati membri di definire ulteriori disposizioni sui neonicotinoidi, comprese misure adeguate di attenuazione dei rischi per gli organismi non bersaglio, con particolare riferimento alle api da miele, consente il divieto di conciare le sementi, ma lascia inalterata la possibilità di autorizzarne l’impiego come insetticida;

il regolamento n. 1107/2009, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 ottobre 2009 relativo all’immissione sul mercato dei prodotti fitosanitari, che abroga le direttive del Consiglio 79/117/CEE e 91/414/CEE, e che si applicherà a decorrere dal 14 giugno 2011, al punto (24) dei considerando premette che “Le disposizioni che disciplinano l’autorizzazione devono assicurare un livello elevato di protezione. In particolare, nel rilasciare le autorizzazioni di prodotti fitosanitari, è opportuno dare priorità all’obiettivo di proteggere la salute umana e animale e l’ambiente rispetto all’obiettivo di migliorare la produzione vegetale. Pertanto, prima d’immettere sul mercato i prodotti fitosanitari, è opportuno dimostrare che essi sono chiaramente utili per la produzione vegetale, non hanno alcun effetto nocivo sulla salute umana o degli animali, inclusi i gruppi vulnerabili, o alcun effetto inaccettabile sull’ambiente”;

lo stesso regolamento al punto (35) dei considerando stabilisce che “Al fine di garantire un grado elevato di protezione della salute umana e degli animali e dell’ambiente, i prodotti fitosanitari dovrebbero essere usati correttamente, conformemente alla loro autorizzazione, tenendo conto dei principi della difesa integrata e privilegiando, ove possibile, le alternative non chimiche e naturali. Il Consiglio dovrebbe includere i principi in materia di difesa integrata, compresi la buona pratica fitosanitaria e i metodi non chimici di fitoprotezione, contenimento delle specie nocive e gestione delle colture, nei criteri di gestione obbligatori”;

sempre lo stesso regolamento auspica, al punto (50) dei considerando, che “negli Stati membri dovrebbero rimanere applicabili le norme sulla responsabilità civile e penale generale del produttore ed eventualmente della persona responsabile dell’immissione sul mercato o dell’impiego del prodotto fitosanitario.”;

l’articolo 1, paragrafo 4, del citato regolamento n. 1107/2009, stabilisce: “Le disposizioni del presente regolamento si fondano sul principio di precauzione al fine di garantire che le sostanze attive o i prodotti immessi sul mercato non abbiano effetti nocivi per la salute umana o animale o l’ambiente. In particolare, non si impedisce agli Stati membri di applicare il principio di precauzione quando sul piano scientifico vi siano incertezze quanto ai rischi che i prodotti fitosanitari che devono essere autorizzati nel loro territorio comportano per la salute umana e animale o l’ambiente”;

l’articolo 4, paragrafo 2, del regolamento dispone: “I residui dei prodotti fitosanitari, in condizioni d’uso conformi alle buone pratiche fitosanitarie e tenuto conto di realistiche condizioni d’impiego, soddisfano i seguenti requisiti quando: a) non hanno alcun effetto nocivo né sulla salute umana, compresa quella dei gruppi vulnerabili, o sulla salute animale, prendendo in considerazione gli effetti cumulativi e sinergici noti, quando siano disponibili i metodi scientifici accettati dall’Autorità per valutarli, né sulle acque sotterranee; b) non hanno alcun effetto inaccettabile sull’ambiente”;

l’articolo 4, paragrafo 3, dispone: “Un prodotto fitosanitario, in condizioni d’uso conformi alle buone pratiche fitosanitarie e tenuto conto di condizioni realistiche d’impiego, soddisfa i requisiti seguenti quando: a) è sufficientemente efficace; b) non ha alcun effetto nocivo, immediato o ritardato, sulla salute umana, compresa quella dei gruppi vulnerabili, o animale, direttamente o attraverso: l’acqua potabile (tenuto conto delle sostanze derivanti dal trattamento dell’acqua potabile), gli alimenti, i mangimi o l’aria; né ha conseguenze sul luogo di lavoro o attraverso altri effetti indiretti, prendendo in considerazione gli effetti cumulativi e sinergici noti, quando siano disponibili i metodi scientifici accettati dall’Autorità per valutarli, né sulle acque sotterranee; (…) e) non ha alcun effetto inaccettabile sull’ambiente, tenendo conto in particolare, quando siano disponibili i metodi scientifici accettati dall’Autorità per valutare detti effetti: i) del suo destino e della sua distribuzione nell’ambiente, in particolare per quanto riguarda la contaminazione delle acque di superficie, ivi comprese le acque degli estuari e costiere, le acque sotterranee, l’aria e il suolo, tenendo conto di luoghi distanti dal luogo di utilizzo a seguito della propagazione ambientale a lunga distanza; ii) del suo impatto sulle specie non bersaglio, anche sul loro comportamento corrente; iii) del suo impatto sulla biodiversità e sull’ecosistema”;

l’articolo 29 (Requisiti per l’autorizzazione all’immissione sul mercato) del regolamento dispone: “Fatto salvo l’articolo 50, un prodotto fitosanitario è autorizzato soltanto se, in base ai principi uniformi di cui al paragrafo 6, soddisfa i seguenti requisiti: (…) e) alla luce delle conoscenze scientifiche e tecniche attuali, esso soddisfa i requisiti previsti dall’articolo 4, paragrafo 3″;

l’articolo 44 (Revoca o modifica di un’autorizzazione) dispone: “Gli Stati membri possono riesaminare un’autorizzazione in qualunque momento, qualora vi sia motivo di ritenere che uno dei requisiti previsti dall’articolo 29 non sia più rispettato”;

l’Allegato II (Procedura e criteri per l’approvazione delle sostanze attive, degli antidoti agronomici e dei sinergizzanti a norma del capo II), al punto 3.8.3, stabilisce: “Una sostanza attiva, un antidoto agronomico o un sinergizzante sono approvati soltanto se, alla luce di un’adeguata valutazione del rischio fondata su orientamenti per l’esecuzione di test riconosciuti a livello comunitario o internazionale, è stabilito che, nelle condizioni d’utilizzo proposte, l’impiego dei prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva, l’antidoto agronomico o il sinergizzante in questione: comporta un’esposizione trascurabile per le api o non ha alcun effetto inaccettabile acuto o cronico per la sopravvivenza e lo sviluppo della colonia, tenendo conto degli effetti sulle larve di api e sul comportamento delle api”;

l’articolo 73 (Responsabilità civile e penale) riporta: “Il rilascio dell’autorizzazione e tutte le altre misure adottate a norma del presente regolamento lasciano impregiudicata la responsabilità civile e penale generale, negli Stati membri, del produttore e, se del caso, della persona responsabile dell’immissione sul mercato o dell’uso del prodotto fitosanitario”;

il codice civile all’art. 2050 dispone: “Chiunque cagiona danni ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno”;

nelle Linee guida dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente sul danno ambientale ex art. 18 della legge n. 349 del 1986, “Aspetti teorici e operativi della valutazione economica del risarcimento dei danni”, si legge: «5. (Procedure per la valutazione del danno ambientale) Come evidenziato nei capitoli precedenti, l’effetto ambientale di un evento avverso di natura antropica (inquinamento, abusivismo, sfruttamento delle risorse naturali, ecc.) è configurabile in qualsiasi modificazione della componente fisica, biologica, ecologica, o antropica indotta dall’evento medesimo. 5.2 (Dall’effetto al danno) Gli effetti sono di natura complessa e molteplice: effetti sui fattori biotici (specie animali e vegetali) e abiotici (radiazione, acqua, elementi minerali, ecc.), sugli ecosistemi ecologici, sull’assetto (idrogeologico, paesaggistico, ecc.) del territorio, sulle attività economiche (produttive e di consumo), sul patrimonio (capitale prodotto dall’uomo, storico-culturale, ecc.. 5.3 (Danni diretti e indiretti) Un evento avverso può avere un effetto negativo su coloro (imprese e consumatori) che subiscono direttamente il danno, ma anche degli effetti indiretti a carico dei settori che operano a monte e valle rispetto all’attività direttamente colpita. 5.6.1 (Danni alle attività produttive) La sussistenza di effetti da danno ambientale spesso conduce ad una sospensione di processi produttivi come la coltivazione, l’allevamento, l’attività manifatturiera, le attività commerciali, oltre alla fornitura di numerosi servizi (es. ricreativi, caccia, pesca, ecc.). Tale sospensione può essere circoscritta ad un periodo limitato, oppure estendersi su un orizzonte più ampio, fino a diventare permanente»;

nel comparto agricolo non esiste alcuna altra attività oltre all’apicoltura considerata di interesse nazionale ai sensi della legge 24 dicembre 2004, n. 313, all’art. 1 (Finalità), dispone: “La presente legge riconosce l’apicoltura come attività di interesse nazionale utile per la conservazione dell’ambiente naturale, dell’ecosistema e dell’agricoltura in generale ed è finalizzata a garantire l’impollinazione naturale e la biodiversità di specie apistiche, con particolare riferimento alla salvaguardia della razza di ape italiana (Apis mellifera ligustica Spinola) e delle popolazioni di api autoctone tipiche o delle zone di confine”;

sempre la stessa legge, all’art. 7 (Risorse nettarifere), dispone:”Il nettare, la melata, il polline e il propoli sono risorse di un ciclo naturale di interesse pubblico” e non ci sono altri prodotti naturali oltre a questi che in Italia sono considerati risorse di interesse pubblico,

si chiede di sapere quali iniziative, nelle opportune sedi di competenza, anche alla luce dell’imminente scadenza (31 ottobre 2011) della proroga del divieto di concia del seme di mais, il Governo intenda promuovere il Governo al fine di revocare definitivamente l’autorizzazione all’impiego dei pesticidi neonicotinoidi su tutte le colture.

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Accertamento Esecutivo

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06136
Atto n. 4-06136

Pubblicato il 20 ottobre 2011
Seduta n. 629

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, cosiddetta manovra correttiva, ha introdotto significative novità nell’ambito del procedimento di accertamento e riscossione dei tributi. In particolare, a partire dal giorno 1° ottobre 2011, gli avvisi di accertamento su imposte dirette ed Iva, relativi ai periodi d’imposta 2007 e successivi, avranno efficacia esecutiva. Ciò vuol dire che il contribuente non dovrà più attendere la notifica della cartella esattoriale successivamente all’avviso di accertamento, poiché l’avviso stesso conterrà al suo interno l’intimazione ad adempiere al pagamento degli importi indicati. Tale pagamento dovrà essere effettuato entro il termine utile per la proposizione del ricorso (60 giorni dalla notifica, che però tiene conto della sospensione feriale di 45 giorni durante il periodo estivo dal 1° agosto al 15 settembre);

l’esecutività dell’avviso, invece, scatterà dopo 60 giorni dalla notifica; tale termine, dunque, non necessariamente coinciderà con quello ultimo per il pagamento di cui si è parlato sopra. Una volta che l’avviso è divenuto esecutivo, e che siano trascorsi 30 giorni dal termine ultimo per il pagamento, la riscossione degli importi richiesti sarà affidata direttamente all’agente della riscossione, che potrà procedere all’esecuzione forzata;

tuttavia per le ipotesi appena considerate l’espropriazione forzata rimarrà in ogni caso sospesa di diritto per 6 mesi (180 giorni), decorrenti dall’affidamento in carico degli atti ad Equitalia (art. 7 del decreto-legge n. 70 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 106 del 2011). In altri termini, durante tale lasso temporale, l’agente della riscossione non potrà intraprendere l’espropriazione forzata. Ma vi è sempre un’eccezione alla regola. La sospensione in questione, infatti, non opererà o smetterà di operare, laddove gli agenti della riscossione vengano a conoscenza di elementi idonei a dimostrare il fondato pericolo di pregiudicare la riscossione. In tale evenienza, quindi, vi sarà la possibilità che vengano emessi provvedimenti di autotutela cautelare, quali, per esempio, il fermo amministrativo e l’ipoteca esattoriale;

la novità riguarda gli avvisi di accertamento notificati dal 1° luglio 2011 a condizione che abbiano ad oggetto i periodi d’imposta dal 2007 in poi. Diversamente l’avviso che ha ad oggetto periodi antecedenti al 2007 non avrà efficacia esecutiva ed il relativo procedimento di riscossione passerà per la notifica della cartella di pagamento;

a seguito di queste modifiche, per richiedere la rateizzazione delle somme accertate con i nuovi avvisi il contribuente dovrà attendere che le suddette somme vengano prese in carico dall’agente della riscossione. In tal modo dal primo giorno utile per richiedere la rateazione il contribuente risulterà già moroso, con il conseguente onere di dover pagare gli interessi di mora ed il compenso di riscossione nella misura del 9 per cento;

a giudizio dell’interrogante la nuova procedura vede notevolmente limitato il diritto di difesa del contribuente. L’avvio immediato dell’azione di riscossione difficilmente potrà evitare al contribuente l’esborso iniziale delle somme pretese dal fisco. Infatti, mentre se oggi si impugna un avviso di accertamento, il pagamento del tributo avviene comunque al momento della notifica della cartella esattoriale (fatta salva la possibilità di richiedere la sospensione giudiziale), con le nuove norme, anche se l’avviso di accertamento viene impugnato, si dovrà pagare subito la metà di quanto richiesto. In realtà la nuova disciplina non abroga la possibilità di richiedere la sospensione giudiziale, ma, data l’immediata esecutività dell’avviso di accertamento e considerati i tempi della giustizia tributaria, tale rimedio risulterebbe verosimilmente tardivo. In alternativa alla sospensione giudiziale si potrebbe anche chiedere la sospensione amministrativa dell’atto, ma appare assai difficile che gli uffici adottino tale provvedimento;

considerato che:

molto si è scritto per raccontare e protestare contro i metodi vessatori che Equitalia utilizza per ottenere i pagamenti che le spetterebbero. Si sono inscenate proteste di piazza, mezzi assalti alle sedi di Equitalia stessa. Proteste, verbali in questo caso, che vengono da destra e da sinistra, e anche dal centro, in una singolare sintonia;

ci si sta avviando sempre più verso un sistema che tende ad essere troppo fondato su delle presunzioni, secondo le quali, ad esempio, se nella media costruita 100 dovrebbero avere un reddito di 50, quasi certamente tutti gli altri devono avere lo stesso reddito. Ciò implica un’inversione dell’onere della prova in capo al contribuente, che impegna lui – ed i professionisti con lui – a delle estenuanti lotte con l’ufficio, nel tentativo di spiegare che se si tratta di una media di conseguenza è anche possibile essere al di fuori di essa. Ed invece solitamente ci si trova di fronte ad un ufficio, che non vuol sentire, obbligato a raggiungere spesso dei risultati in termini di accertamenti, ufficio che spesso liquida il contribuente con la solita frase “tanto poi potrà giustificare il tutto in Commissione tributaria”;

la questione non è solo l’avviso di accertamento esecutivo, ma piuttosto ciò che sta dietro di esso e quindi l’impossibilità, pur avendo a volte pienamente ragione, di prevenirlo o magari ridimensionarlo a seguito di un vero contraddittorio con l’ufficio,

si chiede di sapere:

quali misure il Governo intenda adottare per limitare lo strapotere che Equitalia ha e che, spesso, essa usa a sproposito, adottando metodi discutibili per fare cassa, e se non ritenga che il ricorso sempre più frequente da parte del fisco a strumenti istruttori dotati di una specifica efficacia probatoria non sia, come nel caso dell’accertamento esecutivo, una vera e propria beffa per i contribuenti, visto che, una volta fatto il ricorso, nel 41 per cento dei casi (dato medio del 2010) il fisco risulta soccombente;

se non intenda adottare con urgenza opportune iniziative al fine di rendere meno iniqua la riscossione delle imposte e migliorare il rapporto con i contribuenti, come la non pignorabilità della prima casa ad uso abitazione o del mezzo di trasporto ad uso lavorativo, la correlazione tra l’entità delle pretese del fisco ed i beni che possono essere sottoposti ai pignoramenti, la gradualità degli atti esecutivi, considerato che il cittadino dal 1° ottobre 2011 è ancora più impotente nei confronti di Equitalia;

quali iniziative intenda assumere al fine di cambiare il metodo di fare le verifiche, in modo da renderle non più agganciate alla sola esigenza di fare cassa, e al fine di responsabilizzare gli accertatori, sia spingendoli a migliorare la qualità e la sostenibilità degli atti stessi, sia evitando sul nascere contestazioni di dubbia legittimità.

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Peter Paul Pohl – inchiesta sulla Cricca

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06135
Atto n. 4-06135

Pubblicato il 20 ottobre 2011
Seduta n. 629

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

notizie di stampa (“Il Sole- 24 ore” del 14 ottobre 2011) riportano che «C’è un punto di contatto finora inedito tra l’inchiesta sulla “cricca” e la vendita degli immobili della Cit. La Compagnia italiana turismo spa è stata di fatto liquidata nel 2008. I 243 dipendenti licenziati il 24 giugno scorso. E un lungo contenzioso si trascina presso le sezioni penale, civile e fallimentare del tribunale di Milano. Proprio lunedì prossimo è fissata la discussione in sede fallimentare per la decisione – il giudice è Mauro Vitiello – sul ricorso di alcuni creditori ed ex amministratori di Cit: chiedono l’annullamento degli atti di vendita del patrimonio immobiliare della compagnia turistica. (…) il punto in comune tra le controversie Cit e l’indagine di Perugia (…) è l’avvocato Peter Paul Pohl, immobiliarista di Merano, sentito dalla Guardia di Finanza e dagli inquirenti perugini perché il suo nome spunta in una compravendita, considerata sospetta, di un palazzo del XV secolo in via della Pigna a Roma. Un affare dove compaiono due indagati della cricca: Diego Anemone e Angelo Zampolini, l’architetto che aveva versato 900mila euro divisi in 80 assegni per l’acquisto della casa di fronte al Colosseo dell’ex ministro Claudio Scajola. Pohl si dice estraneo all’operazione di via della Pigna e non risulta indagato. Certo è che il suo nome e quello di suoi familiari sono presenti, in un complesso sistema di società collegate tra di loro, dell’acquisto delle sette strutture alberghiere della Cit (valore stimato nel 2007 118 milioni). Il commissario straordinario Cit, Antonio Nuzzo, aveva venduto gli alberghi il 18 marzo 2008 a Sistema vacanze spa per 30 milioni. L’acquirente è una “società veicolo” di un esponente politico del Pdl inizialmente destinatario della vendita, che costituisce Sistema Vacanze l’11 marzo – cioè sette giorni prima della transazione immobiliare – presso il notaio Alfredo Dondi di Trento. Lo stesso giorno e con lo stesso notaio – circostanza che non può passare inosservata – la Valore Reale Sgr spa costituisce la Morera Srl: sono due società riferibili all’avvocato Pohl. Ma ecco che il cerchio si chiude. Il 29 settembre la Soglia Hotel Group srl (…) stipula con Valore Reale e con Morera un contratto “di compravendita di azioni e accordo quadro” con cui si trasferisce a Morera il 90% del capitale di Sistema Vacanze per un corrispettivo di tre milioni e mezzo. Morera, insomma, acquisisce gli immobili ex Cit. Eppure il valore di Sistema Vacanze era dato da immobili pagati 30 milioni. I passaggi, insomma, non sono chiari, e i valori immobiliari crollano senza apparenti motivi. Ma non sembra finita. Risulta infatti che agli atti del tribunale fallimentare ci sia un’altra novità: un atto preliminare di vendita degli stessi alberghi, per 52 milioni (e caparra di 8,1 milioni)» tra Soglia Hotel group e Valore Reale. «Attenzione alla data: il presunto preliminare sarebbe stato stipulato il 17 marzo 2008, il giorno prima della vendita da Cit a Sistema Vacanze. Un fatto che, in caso di conferma, costringerebbe il tribunale a rivedere tutte le analisi svolte finora. Lunedì a Milano si decide sul ricorso per l’annullamento degli atti del commissario Cit chiesto, tra gli altri, da Arcangelo Taddeo, ex amministratore delegato Cit, indagato per bancarotta fraudolenta. E mentre pende l’accusa penale, Taddeo ha ottenuto finora dal tribunale due pronunce favorevoli di primo grado: per ingiusto licenziamento, è stato poi anche ammesso al credito»;

a giudizio dell’interrogante, in uno Stato di diritto dove funzionano i contrappesi, le autorità finanziarie, nel caso di specie la Consob, avrebbero il dovere di prevenire l’intervento della magistratura a presidio dei diritti dei risparmiatori e dei lavoratori,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di un eventuale intervento della Consob presso le società in questione al fine di prevenire ogni forma di illegalità chiedendo la necessaria trasparenza societaria e dei piani industriali;

se sia a conoscenza di un coinvolgimento di alti vertici nelle suddette operazioni oggetto dei nuovi sviluppi dell’indagine della magistratura sulla “cricca” di cui l’imprenditore Anemone viene considerato il dominus;

se non ritenga urgente attivarsi affinché si pervenga ad una sollecita predisposizione di norme stringenti cosiddette anticorruzione per evitare che la corruzione dilagante, che investe vasti settori della società con una commistione “incestuosa” di interessi tra politica e affari, possa continuare.

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