Alitalia- cassa integrazione

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06119
Atto n. 4-06119

Pubblicato il 19 ottobre 2011
Seduta n. 627

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

un articolo de “il Fatto Quotidiano” del 14 ottobre 2011 riferisce che «Nell’ex compagnia di bandiera, i dipendenti, sia quelli che lavorano a terra sia quelli che prestano servizio sugli aerei», in massa hanno chiesto di entrare in cassa integrazione. Rispetto a 700 “posti disponibili” su base volontaria, si sarebbero proposti in 900;

si legge infatti: «Se qualcuno si era illuso che l’Alitalia dei “patrioti berlusconiani” avrebbe volato davvero in alto, deve ricredersi in fretta. La notizia che nell’ex compagnia di bandiera i dipendenti, sia quelli che lavorano a terra sia quelli che prestano servizio sugli aerei, fanno la fila per andare in cassa integrazione gela qualsiasi entusiasmo. Avete letto bene: non si nascondono sperando di passare inosservati per risparmiarsi la cassa e conservare il lavoro. No: rispetto a 700 “posti disponibili” di cassa su base volontaria, si sono fiondati in 900 su quella che evidentemente considerano un’opportunità. Le fonti ufficiali Alitalia ci tengono a precisare che le richieste effettive sarebbero 800 o poco più. Ma non cambia molto, la sostanza è che siamo in presenza di un successone alla rovescia. In tempi recenti non si era mai visto che i dipendenti di un’azienda sgomitassero per lasciare il lavoro preferendo mettersi al riparo della cassa integrazione. La faccenda è ancora più sorprendente se si pensa che tra gli aspiranti cassintegrati probabilmente ci sono molti che durante i mesi caldi dell’Alitalia nell’estate del 2008 si batterono a spada tratta per non perdere il posto. Insomma, come un tempo si diceva che il voto più duro contro la politica dei governi era quello espresso con le gambe dagli emigranti che non trovando lavoro preparavano la valigia e varcavano la frontiera, così oggi i dipendenti dell’Alitalia mandano indirettamente un segnale di sfiducia per le sorti dell’azienda preferendo la cassa integrazione al proseguimento di un’attività lavorativa ritenuta incerta. A differenza degli emigranti che mettevano in gioco tutto, dalla famiglia al futuro, i dipendenti Alitalia per loro fortuna rischiano molto meno. La cassa integrazione che li riguarda è una supercassa a zero ore, cioè consente loro di restare a casa anche per periodi lunghi, da un anno a 4 anni, ed è anche “molto generosa”, come riconoscono i portavoce della compagnia, arrivando a coprire in media l’80 per cento della retribuzione originaria. Fu introdotta prima con un decreto apposito varato dal governo Berlusconi subito dopo le elezioni vinte nella primavera del 2008 e poi applicato nel 2009 per rendere la vita facile ai “patrioti” che avevano preso il posto dello Stato alla guida della compagnia. Come spiegano all’Inps, la supercassa Alitalia è in deroga alla normativa solita, riguarda la bellezza di 6 mila persone e dura 7 anni (4 di cassa in senso stretto e 3 di mobilità) rispetto ai 2 anni previsti per le casse integrazione normali. Essendo di tipo speciale non è neppure in parte coperta dalla contribuzione aziendale, ma ricade quasi per intero sulla fiscalità generale, cioè è pagata dai cittadini con le tasse. Fino ad allora l’Alitalia pubblica non era mai stata coperta da alcun tipo di sostegno al lavoro, cioè non esisteva la cassa integrazione. Non era mai stata prevista dal legislatore in omaggio al presupposto, poi rivelatosi abbondantemente sbagliato, che la compagnia di bandiera fosse così solida e forte che era impensabile avesse mai bisogno di uno strumento di sostegno del genere. All’inizio degli anni Duemila, quando l’Alitalia cominciò a sbandare vistosamente, molti tentativi di salvataggio e di ristrutturazione aziendale andarono a sbattere proprio contro la dura realtà dell’assenza della cassa integrazione. Le fonti ufficiali della compagnia negano che la corsa alla cassa integrazione sia un’implicita manifestazione di sfiducia da parte dei dipendenti nei confronti del futuro dell’azienda. Sottolineano che l’Alitalia dei “patrioti” privati in tre anni è passata dal passivo al pareggio di bilancio. Anche se ovviamente omettono di ricordare che nel frattempo la ex compagnia di bandiera è diventata una cosa diversa e molto più piccola rispetto al passato avendo di fatto messo da parte ogni velleità di ruolo internazionale. E preferiscono pensare che anche questa storia della cassa integrazione possa essere inserita nel capitolo “Sfaccendati Alitalia”. I dipendenti che si stanno precipitando per ottenere il contributo Inps sarebbero la zavorra, i “lavativi” figli dell’Alitalia pubblica, entrati magari per “meriti politici”, gente abituata alla dolce vita aziendale e quindi oggi allergica alle regole dei nuovi proprietari. I quali, per la verità, anche loro devono ringraziare molto la politica e Berlusconi che ha steso tappeti rossi ai loro piedi scaricando il conto sulla collettività»;

considerato che:

nel marzo 2011 Alitalia-CAI e sindacati hanno siglato un accordo che prevede la cassa integrazione straordinaria volontaria fino a 700 dipendenti (personale di terra e navigante). L’intesa accoglie inoltre le domande di trasformazione dell’orario di lavoro a part time per almeno 550 assistenti di volo rispetto alle 700 richieste presentate dai lavoratori. Questo fatto genererebbe il richiamo dalla cassa integrazione di 160 assistenti di volo. Come si leggeva in quel periodo sul web, praticamente, in una trattativa tra una azienda privata che si chiama Alitalia di nome, ma di cognome fa Compagnia aerea italiana, su un tavolo che coinvolge gli ammortizzatori sociali ma senza la presenza del Governo, le parti hanno concordato una serie di risparmi che agiscono sul costo del lavoro. Più che un’intesa sembra un’attenta alchimia ovvero: utilizzando gli stessi ammortizzatori sociali previsti per la vecchia Alitalia statale si consente ai dipendenti di una compagnia privata (che è ancora in rosso) di andare in cassa integrazione o di accedere al lavoro a tempo parziale. Questo accordo genererà una serie di sostanziosi risparmi sul costo del lavoro nelle casse Alitalia-Cai che ha l’obiettivo del pareggio di esercizio nel 2011, ma che non ne fa una certezza;

a giudizio dell’interrogante una nuova azienda che a poco più di due anni dal suo insediamento mette in cassa integrazione, seppur volontaria, i propri lavoratori non dà propriamente un segnale di prosperità,

si chiede di sapere:

quale sia, alla luce dei fatti esposti in premessa, la valutazione del Governo, considerato che un’azienda in cui oltre 800 persone si offrono volontarie per la cassa integrazione, ed altrettante chiedono di ricorrere al part time, fa evidentemente dubitare della sua stessa solidità;

se ritenga che oggi i dipendenti Alitalia stiano inviando indirettamente un segnale di sfiducia per le sorti dell’azienda preferendo la cassa integrazione al proseguimento di un’attività lavorativa ritenuta incerta;

quali siano i motivi per cui saranno ancora una volta i cittadini a farsi carico della conduzione, a giudizio dell’interrogante dissennata, della “nuova compagnia”, quando la stessa è partita senza i debiti di Alitalia lasciati in eredità alla collettività, debiti a loro volta generati dalla malagestione di amministratori incapaci e strapagati, esentati da ogni responsabilità.

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