Fondazioni bancarie- Fondazione Roma

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02422
Atto n. 3-02422 (in Commissione)

Pubblicato il 4 ottobre 2011
Seduta n. 615

LANNUTTI – –Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

le fondazioni bancarie hanno origine dalle antiche casse di risparmio, associazioni private nate nell’Europa centrale ed affermatesi in Italia agli inizi del XIX secolo, quando si manifestò il bisogno di sostenere lo sviluppo produttivo dei ceti medio-piccoli dopo le disastrose guerre napoleoniche e di raccogliere i flussi di liquidità derivanti dalla nascente rivoluzione industriale. L’attività delle casse di risparmio (nate su iniziativa prevalentemente privata) era diversa dall’attività bancaria vera e propria: le casse raccoglievano capitali con una sottoscrizione iniziale e poi con successivi depositi, mentre le banche nascono su iniziativa di gruppi ristretti ed hanno fini commerciali e speculativi; le casse svolgevano attività di assistenza e beneficenza, mediante elargizione di beni indirizzati gratuitamente verso i ceti più umili, mentre le banche raccoglievano e remuneravano il piccolo risparmio. All’inizio degli anni ’90 è emersa dunque la necessità di trasformare l’intero sistema bancario italiano per aggiornarlo rispetto alla cosiddetta «unità economica europea» che si andava delineando. L’Italia doveva affrontare l’apertura dei propri mercati ai partner europei. All’epoca, più della metà degli enti creditizi era di diritto pubblico;

il Governatore della Banca d’Italia pro tempore Carlo Azeglio Ciampi trovò la soluzione per rendere le banche più appetibili per gli investitori stranieri: separare in due diverse entità le funzioni di diritto pubblico dalle funzioni imprenditoriali, cioè scorporare le fondazioni dalle banche ex pubbliche (SpA): la legge-delega Amato n. 218 del 1990 dispose che gli enti bancari diventassero società per azioni, sotto il controllo di fondazioni, le quali successivamente avrebbero dovuto collocare le proprie azioni sul mercato;

la legge-delega del 1990 configura le fondazioni bancarie come holding pubbliche che gestiscono il pacchetto di controllo della banca partecipata ma non possono esercitare attività bancaria; i dividendi sono intesi come reddito strumentale ad un’attività istituzionale (quella indicata nello statuto), che deve perseguire «fini di interesse pubblico e di utilità sociale». Nella prima fase (1990-1997), prevale una ambiguità di fondo: attività bancaria e finalità istituzionali sono ancora piuttosto confuse, anche perché le fondazioni bancarie da un lato devono controllare la banca e dall’altro devono perseguire scopi non di lucro. L’unico elemento chiaro di attività “sociale” delle fondazioni bancarie si ritrova nel dettato della legge n. 266 del 1991 istitutiva delle organizzazioni di volontariato: l’art. 15 che dispone che un quindicesimo dei proventi di questi enti venga devoluto ai fondi regionali per il volontariato. L’evoluzione normativa degli anni seguenti mira proprio ad eliminare questa confusione: un sistema misto di incentivi e vincoli mette in moto il mercato, nonostante la regolamentazione delle attività istituzionali sia ancora carente;

per quanto risulta all’interrogante, le ricche fondazioni bancarie con un patrimonio stimato pari a circa 50 miliardi di euro, i cui membri, cooptati spesso con criteri feudali, vere “combriccole” di amici che non sembrano rispondere ad alcuno del loro operato, erogano finanziamenti insindacabili su progetti delle comunità locali, invece di offrire un contributo al risanamento del Paese, e scrollarsi di dosso l’accusa di clientelismo, continuano a gestire fondi e patrimoni con criteri “amicali”. Gli amministratori delle ex banche e casse di risparmio che hanno accumulato ingenti risorse nel tempo, ricorrendo all’anatocismo ed a clausole contrattuali vessatorie ed illegali penalizzando utenti, consumatori ed imprenditori, invece di restituire alla collettività il frutto di una quota parte del “maltolto”, deliberano ingenti fondi a se stessi ed alle loro combriccole di amici, come è raccontato compiutamente da Giorgio Meletti, su “Il Fatto Quotidiano” del 29 settembre 2011, dal titolo: “Fondazione Roma generosa a spese nostre. Il presidente Emanuele ed i consiglieri decidono così i loro compensi, spaccato di uno scandalo inusitato”;

si legge nell’articolo: «Il labirinto di delibere con cui il presidente della Fondazione Roma, Emmanuele Emanuele, gli altri quattro consiglieri d’amministrazione e i 18 membri del comitato d’indirizzo si assegnano incarichi e prebende è utile per indagare un segreto più ermetico di quelli di Fatima: di chi sono le fondazioni bancarie? (…) Il professor Emanuele è presidente della Fondazione Roma dal primo giorno, cioè da 21 anni. Si chiamava allora Fondazione Cassa di Risparmio di Roma. Alla Cassa di Risparmio comandava l’andreottiano Cesare Geronzi e alla Fondazione mandarono, pensando allora che fosse una roba di poco conto, Emanuele, banchiere in quota Psdi, che contava poco. La Cassa si è prima fusa nella Banca di Roma, che a sua volta è diventata Capitalia, poi incorporata da Unicredit. La Fondazione così non controlla più nessuna banca, ed è rimasta lì ad amministrare un patrimonio di due miliardi di euro, che ogni anno rende un centinaio di milioni, e consente di distribuire una quarantina di milioni a sostegno di iniziative sociali, culturali e scientifiche meritevoli. Ma prima di tutto i vertici della Fondazione pagano se stessi e senza rendere conto a nessuno. Almeno fino a oggi. Pochi giorni fa, infatti, il Consiglio di Stato ha posto termine a una lunga battaglia giudiziaria su chi deve vigilare sulla Fondazione Roma. Emanuele, non avendo più quote di controllo in banche, ha chiesto di essere sottoposto alla vigilanza della prefettura, come ogni fondazione ordinaria. Il ministero dell’Economia ha ottenuto di continuare a vigilare la Fondazione Roma in quanto di origine bancaria. Brutta sconfitta per Emanuele. Non solo vedrà scorrazzare nei suoi uffici i vigilantes di Giulio Tremonti, ma soprattutto è rimasto vulnerato il suo orgoglio di giurista, che non è modico. Nella sede della Fondazione, nel centro di Roma, ha trovato posto un reperto senza precedenti nella storia mondiale delle banche, almeno dai tempi di Francesco Datini da Prato, che nel ’300 inventò l’assegno. Una lapide che ricorda il ruolo di Emanuele come promotore della sentenza della Corte costituzionale che nel 2003 ha confermato la natura privata delle fondazioni bancarie: “I soci della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma – così è scolpito – desiderano esprimere il loro unanime e profondo ringraziamento al Presidente Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, per aver guidato con determinazione e assoluta autorevolezza la battaglia contro la pervicace prevaricazione del potere politico in difesa dei valori cristiani di solidarietà e generosità trasmessi dai Padri fondatori nel 1836″. Emanuele ha un alto concetto di sé. Si definisce “avvocato cassazionista, economista, banchiere, esperto in materia finanziaria, tributaria e assicurativa, saggista”. E rivendica di essere insignito “della Laurea Honoris Causa in Belle Arti (Degree in Fine Arts) della St. John’ s University di Roma e della Laurea Honoris Causa in Diritto Canonico della Pontificia Università Lateranense di Roma”, finanziata dalla Fondazione Roma. Tutto questo ben di Dio va ricompensato come merita. Nel 2010 per le sue prestazioni ha preso dalla Fondazione 707.224 euro lordi, così organizzati: 267.470 euro come presidente della Fondazione Roma, 169.992 come presidente della Fondazione Roma-Mediterraneo (che potremmo definire una controllata), e 269.762 come sovrintendente culturale della Fondazione Roma-Museo, che gestisce il Museo del Corso. La storia dell’incarico professionale come “sovrintendente culturale” è notevole. Nel 2007 il consiglio d’amministrazione nomina il suo presidente (già settantenne) per dieci anni (non esiste al mondo un mandato così lungo) stabilendo che in caso di revoca del contratto prima della scadenza gli verrà riconosciuta una sontuosa buonuscita. Puntualmente, a fine 2010, il consiglio presieduto da Emanuele revoca l’incarico a Emanuele, e dispone il pagamento della buonuscita nella misura di 1 milione 888 mila euro lordi. Il bonifico parte il 9 febbraio 2011: al netto delle tasse piovono sul conto del banchiere socialdemocratico e cristiano 1 milione e 38 mila euro. Ma il presidente non ha potuto chiudere l’ombrello, perché il denaro ha continuato a piovere. Il 5 aprile altro bonifico, ancora più singolare. Il Comitato d’Indirizzo della Fondazione Roma, presieduto anch’esso da Emmanuele Emanuele ha deliberato il 26 giugno 2010 di riconoscere allo stesso Emanuele un compenso straordinario di 271 mila euro lordi (154 mila netti) per le “attività eccedenti la carica di presidente svolte nel 2009″. Occhio alle cifre: le “attività eccedenti” valgono quanto lo stipendio di presidente della Fondazione, e non si capisce che cosa siano. A una richiesta di delucidazioni Emanuele non ha dato risposta. Certo è che ogni respiro del presidente costa euro sonanti alla Fondazione. C’è lo stipendio, c’è il gettone di oltre duemila euro per ogni riunione del consiglio d’amministrazione, c’è l’incarico di sovrintendente culturale, ci sono le fatture emesse per prestazioni professionali (due per circa 100 mila euro totali nel 2009) e infine le “prestazioni eccedenti”. La Fondazione è generosa anche con gli altri amministratori. Il vicepresidente prof. avv. Serafino Gatti ha svolto nel 2009 “attività eccedenti la carica di vicepresidente” e si è preso 85 mila euro nello scorso aprile, come da regolare parcella. I tre consiglieri semplici (Paolo Emilio Nistri di 86 anni, Alfredo Loffredo De Simone di 74 e Novello Cavazza di 89) hanno anch’essi ecceduto nell’attività, nonostante l’età, e hanno incassato ciascuno 40.666,59 euro. Hanno ecceduto tutti e tre e tutti nella stessa misura, al centesimo di euro. Il 23 marzo scorso il consiglio d’indirizzo ha deliberato che fosse giusto dare qualcosa anche ai suoi 18 membri, e sono partiti i 18 bonifici, sette da 39 mila euro, cinque da 36 mila euro e altri per cifre calanti fino ai soli 18 mila euro di Americo Cecchetti. Anche il direttore generale Franco Parasassi, che nel 2010 ha guadagnato 210 mila euro, lo scorso marzo ha avuto il suo, con un compenso aggiuntivo di 60 mila euro lordi. In tutto i compensi extra superano il milione. Tanta generosità trova forse spiegazione nella complessa attività di erogazione dei fondi che i 23 amministratori si accollano. Come rivendica il bilancio 2010, la Fondazione Roma non emette bandi per chi voglia chiedere un sostegno, ma persegue “iniziative dirette e mirate”, che garantiscono una gestione più “funzionale e incisiva”. Un modo per essere agili nei movimenti che comporta il fastidio di dover personalmente seguire ogni erogazione, prendendo le decisioni in solitaria autonomia. Con risultati visibili. Nel 2010, su 4,6 milioni erogati in campo medico, 3,2 sono andati alla Fondazione G. B. Bietti, una onlus che fa ricerca in campo oftalmologico.Al comparto arte e cultura sono andati in tutto 15 milioni, e ne ha incassati 7,8 la Arts Academy del maestro Francesco La Vecchia, direttore dell’Orchestra Sinfonica di Roma, che ha avuto nella sua storia prestigiosi presidenti onorari, da Arthur Rubinstein a Gianandrea Gavazzeni, da Goffredo Petrassi all’attuale, Emmanuele Emanuele. La filosofia di Emanuele è di seguire il denaro della Fondazione. Per esempio, dopo che ha investito qualche decina di milioni di euro (tra acquisto di azioni e affidamento di capitali) nel gruppo bancario Sator di Matteo Arpe, può sapere come vanno le cose dal figlio Eugenio, assunto da Arpe nella controllata Profilo Merchant. Il presidente della Fondazione Roma è del resto un uomo poliedrico. Avvocato e banchiere, ma anche esperto d’arte e di politica internazionale, presidente onorario del Psdi (il glorioso partito di Giuseppe Saragat pare esista ancora), amico dei Savoia, con i quali era in prima fila a festeggiare il rientro in Italia nel 2003. E poi Emanuele è un poeta. (…) nel 2010 ha avuto un riconoscimento speciale dal presidente del Premio letterario Mondello, che (…) altri non è che il professor Giovanni Puglisi, presidente della Fondazione Banco di Sicilia, finanziatrice del Premio Mondello. Se uno chiede perché spendono così il denaro delle Fondazioni bancarie si sente rispondere che sono soldi privati. Un pasticcio giuridico privo di senso: o quei miliardi di euro sono proprietà di personaggi come Emmanuele Emanuele oppure sono di tutti. E come soldi di tutti andrebbero gestiti. I grandi architetti del sistema delle Fondazioni (…) potrebbero una buona volta dire una parola su questo»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

l’operato del presidente Emanuele Emmanuele della fondazione Roma, che ha deliberato elargizioni di laute prebende per milioni di euro a se stesso ed ai suoi “compagni di cordata” all’interno del sodalizio, sono incompatibili con il clima di austerità e di pesante congiuntura di un Paese ridotto alla crisi economica a giudizio dell’interrogante anche per precise responsabilità di banchieri come il presidente della ex fondazione cassa di risparmio di Roma;

non è lecito che “combriccole di amici”, insediati da decenni ed inamovibili all’interno di società come “sepolcri imbiancati” dispensatrici di prebende e di carità come le fondazioni bancarie, possano continuare a gestire un ingente potere economico, senza rispondere ad alcuno del loro scandaloso operato,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che si debba provvedere ad un urgente commissariamento della fondazione Roma come di altre fondazioni bancarie, per restituire credibilità e dignità ad enti che traggono la loro origine ed il loro ingente patrimonio, da una spesso scellerata gestione del credito e del risparmio, sempre a danno dei consumatori e degli utenti dei servizi bancari, saccheggiati da costi elevatissimi dei conti correnti e da condizioni contrattuali capestro;

se, a fronte di queste gravissime e scandalose gestioni del patrimonio accumulato nel tempo dalle fondazioni, vera e propria “manomorta” dei tempi moderni, non ritenga opportune iniziative di competenza per riacquisire patrimoni bancari di origine pubblica, privatizzati in virtù della cosiddetta legge Amato, a beni dello Stato, mediante l’istituto dell’esproprio per destinare i ricavi, pari a circa 50 miliardi di euro, alla riduzione esclusiva del debito pubblico;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare, in attesa dell’esproprio, per evitare che i “manutengoli” del potere insediati da decenni nelle fondazioni bancarie come le consolidate “combriccole” amicali, possano sperperare ingentissime risorse per finalità privatistiche a vantaggio sia degli amministratori pro tempore che delle loro clientele, destinazioni di fondi spacciate per “erogazioni liberali” i cui criteri di scelta, sempre arbitrari, costituiscono una vera e propria offesa per territori di prossimità, enti ed associazioni di volontariato bisognosi di aiuti economici, che non possono contare su un siffatto sostegno.

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