Month: ottobre 2011

Mozione Agenzie di Rating

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00482
Atto n. 1-00482 (procedura abbreviata)

Pubblicato il 12 ottobre 2011
Seduta n. 622

LANNUTTI , VALENTINO , PISTORIO , CICOLANI , FRANCO Paolo , ADERENTI , ALICATA , BALBONI , BALDINI , BENEDETTI VALENTINI , BEVILACQUA , BIANCHI , BODEGA , BONFRISCO , BORNACIN , BURGARETTA APARO , BUTTI , CALIGIURI , CARLINO , CARRARA , CARUSO , CASELLI , CASOLI , CENTARO , CIARRAPICO , COMPAGNA , CONTI , COSTA , CURSI , CUTRUFO , D’AMBROSIO LETTIERI , D’UBALDO , DE ANGELIS , DE ECCHER , DE FEO , FIRRARELLO , FLERES , GALLONE , GAMBA , GARAVAGLIA Massimo , GHIGO , GIAI , GIAMBRONE , GIULIANO , GRAMAZIO , GUSTAVINO , LAURO , LEONI , LONGO , MALAN , MARAVENTANO , MASCITELLI , MASSIDDA , MAZZUCONI , MENARDI , MESSINA , MOLINARI , MONTANI , MUGNAI , MURA , MUSI , MUSSO , PALMIZIO , PARAVIA , PARDI , PASTORE , PEDICA , PERDUCA , PETERLINI , PINZGER , POLI BORTONE , RIZZI , RUSSO , SAIA , SANCIU , SANTINI , SARO , SBARBATI , SERRA , SIBILIA , SPADONI URBANI , STANCANELLI , THALER AUSSERHOFER , TOFANI , TORRI , VACCARI , VICARI , VITA

Il Senato,

premesso che:

l’agenzia di rating Standard & Poor’s è indagata dalla Procura di Trani per gravissimi reati. Nonostante non abbia superato l’esame dell’Esma (European securities and markets authority) e non sia ancora registrata tra le agenzie di rating certificate, quindi non sia abilitata ad emettere pagelle sull’Italia, a causa di una serie di conflitti di interesse poiché all’interno del suo azionariato vede un colosso dei fondi come Black Rock, con un patrimonio di circa 3.000 miliardi di dollari nel suo azionariato, che è tra i maggiori azionisti di Unicredit, nei giorni scorsi ha declassato l’Italia, portandola da A + ad A;

l’agenzia di rating Moody’s, che analogamente alla prima non è registrata presso l’Esma e che in data 4 ottobre 2011 ha declassato il rating dell’Italia da”‘Aa2″ ad “A2″ con outlook negativo, dovuto “in parte ai rischi derivanti dalle incertezze economiche e politiche” e “in parte all’aumento dei rischi al ribasso per la crescita economica e all’indebolimento delle prospettive globali”, nonché al generale calo della fiducia nelle emissioni di debito dei Paesi dell’eurozona, fondata nel 1909 da John Moody, è la seconda agenzia di rating per importanza dopo Standard & Poor’s. Insieme a Fitch sono definite le ”tre sorelle” del rating, perché di fatto costituiscono un oligopolio delle valutazioni sull’affidabilità creditizia di società e Stati sovrani che emettono bond. Insieme hanno una quota di mercato che va dal 90 al 95 per cento;

dietro Moody’s Corporation c’è Warren Buffett, il grande finanziere americano che tramite la sua holding Berkshire Hathaway Buffett ha la quota di maggioranza di Moody’s (12,99 per cento). Ma i veri padroni dell’agenzia sono i grandi fondi di investimento americani che peraltro controllano anche Standard & Poor’s, come Capital World Investors (10,2 per cento), Capital Research Global Investors (10,29 per cento), Black Rock (3,49 per cento), State Street (2,94), Vanguard Group Inc. (2,97 per cento), Davis Selected Advisers LP (8,14 per cento), Invesco Advisor Inc (2,54 per cento), nonché l’inglese Morgan Stanley Investment Management (2,77 per cento). I richiamati dati relativi agli azionisti di Moody’s Corporation società con sede nel Delaware (USA), quotata dal 19 giugno 1998 al New York Stock Exchange si riferiscono alla data del 31 marzo 2010;

con riferimento agli assetti proprietari si rileva che: Berkshire Hathaway, Inc. Investment Management è una holding di partecipazioni con sede ad Omaha, nel Nebraska (USA), fondata nel 1964. La società assume partecipazioni di controllo e non in società operanti in diversi settori di attività: assicurativo, per il tramite delle controllate GEICO, General Re Corp. e Berkshire Hathaway Reinsurance Group; cibi e bevande; farmaceutici; abbigliamento; forniture industriali; logistica e beni di lusso. La società è di fatto controllata dal miliardario americano Warren Buffet;

inoltre, Capital Research Global Investors e la controllata Capital World Investors sono due società del gruppo Capital Research & Management Company, società di investimento con sede negli Stati Uniti. Capital Research & Management Company è attiva nella gestione di patrimoni su base individuale (fondazioni o privati) e collettiva (fondi comuni, fondi pensione, eccetera);

scrive la giornalista Carmen Carbonara sul “Corriere del Mezzogiorno” del 27 settembre 2011: «Il report di Standard & Poor’s che ha bocciato l’Italia il 20 settembre 2011, finisce nel fascicolo della procura di Trani che ipotizza i reati di insider trading e market abuse a carico di una delle “tre sorelle” (le altre sono Moody’ s e Fitch) del rating americano. È l’ultimo capitolo dell’inchiesta aperta dal pm Michele Ruggiero sulle agenzie di rating, sospettate di aver emesso giudizi non veritieri nei confronti del sistema economico e bancario italiano, così come denunciato da Adusbef e Federconsumatori. La decisione, già nell’aria da qualche giorno, è diventata concreta dopo l’incontro che il magistrato tranese ha avuto venerdì scorso con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, a Roma. È stato un incontro del tutto informale. Letta non è stato ascoltato come persona informata sui fatti come avvenuto invece con altri esponenti di governo nei mesi scorsi interessati alla vicenda Moody’s, la prima agenzia a essere finita nel registro degli indagati per un report del 6 maggio 2010 che definiva l’Italia come un Paese “a rischio” al pari di Grecia e Spagna. Il sospetto della procura, che coincide sostanzialmente con quello di Letta, è che l’ultimo report di S & P, che ha declassato l’Italia da A+ ad A il 20 settembre scorso, non sia obiettivo perché espresso non sulla base di valutazioni economiche, ma politiche. Non a caso gli analisti, nel declassare di un nocth (cioè un gradino) il debito italiano, hanno anche detto di aspettarsi che “la fragile coalizione di governo e le differenze politiche all’interno del Parlamento continueranno a limitare la capacità del governo di rispondere in maniera decisa alle sfide macroeconomiche interne ed esterne”. Per questo il pm ha acquisito dalla Presidenza del Consiglio il testo tradotto in italiano del report, che finirà all’attenzione di due consulenti già individuati dalla procura: gli economisti Donato Masciandaro della Bocconi di Milano e Giovanni Ferri dell’Università di Bari. In realtà, però, materiale ancora più interessante è quello che il pm dovrebbe portare a casa dagli Stati Uniti, dove è programmata una trasferta il mese prossimo per acquisire gli atti della Sec (Securities and exchange commission, per intenderci la Consob americana) sul declassamento degli Usa fatto da Standard and Poor’ s il 5 agosto scorso, quando il rating sovrano per la prima volta è passato da AAA ad AA+. L’atto portò a un’immediata reazione dello stesso presidente Barack Obama, che si affrettò a smentire la veridicità di quanto affermato da S & P. Dopo una prima richiesta di quel rapporto, la procura ha deciso di fare una trasferta negli Stati Uniti. Lunedì, intanto, a Trani arriverà una delegazione greca, capeggiata da Kiriakos Tobras, che nell’aprile 2010 presentò una dettagliata denuncia al procuratore capo presso la Corte di cassazione di Atene, contro gli speculatori»;

considerato che:

«l’onda lunga dello scandalo dei mutui subprime, trasformati in obbligazioni “sgonfiate” dallo scoppio della bolla immobiliare del 2007 – scrive Glauco Maggi su “La Stampa” -, ha raggiunto ieri, e non è la prima volta, Standard & Poor’s, e potrebbe avere conseguenze finanziarie molto serie per i conti dell’agenzia, nota per aver tolto in estate la Tripla A all’America di Obama per la prima volta. La McGraw-Hill, la compagnia di comunicazioni e analisi societarie che ha tra le sue divisioni l’agenzia di rating Standard & Poor’s, ha comunicato ieri di aver ricevuto un avviso di garanzia (Wells Notice) dalla Sec (Securities Exchange Commission, la Consob Usa), in cui è stata informata che sono in corso indagini contro la sua divisione aziendale responsabile della assegnazione dei rating ai debiti societari e governativi. Questo avviso rappresenta il sospetto della Sec di un comportamento non etico tenuto dalla società ricevente, ed espone la lista completa delle questioni sotto esame. Il destinatario deve rispondere dando le sue argomentazioni a difesa, e se non lo fa, o se comunque viene giudicato alla fine colpevole, fioccano le multe. Questo procedimento mira a concludersi con una ingiunzione civile, e la Sec potrà infliggere a S&P una pesante punizione pecuniaria sotto forma di risarcimento per i danni materiali procurati, e di richiesta di restituzione delle commissioni incassate in relazione al rating controverso. La Standard & Poor’s Ratings Services, in particolare, deve difendersi dall’accusa di aver violato la legge federale sulle emissioni di titoli mobiliari per il rating AAA dato nell’agosto 2007 a una offerta da 1,6 miliardi di dollari di obbligazioni, commercialmente note come Delphinus Cdo 2007-1, sottoscritte per i 3/4 dalla Mizuho International Plc (gruppo finanziario giapponese Mizuho), e gestite dalla Delaware Asset Advisors. La polemica sulla “generosità” delle agenzie di rating nel valutare con addirittura tre A questi debiti costruiti sulla bolla del mattone è annosa: Delphinus crollò al rating spazzatura già a fine 2008. La causa civile avviata ora si aggiunge ad altre iniziative legali della stessa Sec e del dipartimento della Giustizia contro le agenzie di rating e le maggiori banche americane negli Usa, sempre per questi bond. I Cdo, collateralized debt obligations, erano la famiglia di titoli più in voga nella stagione di boom immobiliare del decennio scorso. La loro caratteristica era di essere «garantiti» da assets (beni) «collaterali», come le rate dei mutui o di altri crediti da restituire negli anni a venire. Non era, in sostanza, l’emittente nominale del bond a rispondere del buon fine del credito di fronte agli investitori acquirenti dei Cdo, ma una miriade di altri debitori. Quando i prezzi delle case sono caduti e i mutuatari non hanno potuto o voluto onorare le rate, i Cdo sono diventati titoli «tossici», non più in grado di pagare le cedole né di restituire il capitale. La riduzione, e in molti casi l’azzeramento, del loro valore di libro da parte delle banche che li avevano in portafoglio ha portato ai deficit di bilancio e alla crisi del sistema finanziario, che non è ancora stata superata. Nel comunicare il ricevimento dell’avviso, la McGraw Hill ha aggiunto che sta cooperando con la Sec nelle indagini. Né la società né l’organo di vigilanza federale hanno fornito, fino a ieri, commenti più specifici sulla natura delle accuse. Le due altre maggiori agenzie di rating, Moody’s Investors Service, che ha tra gli azionisti Warren Buffett, e Fitch, il cui primo azionista è la società francese Fimalac, hanno detto di non aver ricevuto avvisi dalla Sec riguardante questo o altri Cdo»;

secondo articoli di stampa, le procedure interne di una delle principali agenzie di rating internazionale permetterebbero la fuga di notizie sulle decisioni riguardanti la nota delle entità sotto valutazione: è quanto si legge in un rapporto dell’Authority della Borsa statunitense (Sec), nella quale non si specifica di quale agenzia si tratti. Il rapporto, di una ventina di pagine, è il più recente documento della Sec sulle grandi agenzie di rating (Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s);

il 2 ottobre 2001, “la Repubblica” ha pubblicato un articolo dal titolo: «Le agenzie di rating nel mirino della Sec “Sono scorrette”». Si legge nell’articolo: «La Securities and exchange commission (Sec) ha pubblicato un rapporto in cui accusa le agenzie di rating di non rispettare i propri codici di autodisciplina, di non gestire in maniera adeguata i conflitti d’interesse e di anteporre il proprio tornaconto economico all’analisi finanziaria. Per quanto pesanti, le accuse mosse dall’autorità che vigila sui mercati americani sono però destinate ad avere un impatto limitato. Per un semplice motivo: la Sec non fa i nomi, limitandosi a dire di avere ravvisato pratiche scorrette in una o più delle tre principali agenzie di rating (Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch) e in quattro dei sette operatori minori del settore. Nel rapporto, la Sec mette in evidenza anche il fatto che tutte e tre le “grandi” agenzie hanno “politiche inadeguate circa il possesso di azioni da parte dei propri dipendenti”. Una è anche sospettata di far circolare in una cerchia ristretta di investitori i propri giudizi prima di renderli pubblici»,

impegna il Governo:

ad intervenire, nelle sedi internazionali, per impedire che società private come Standard & Poor’s e Moody’s, prive della necessaria autorizzazione dell’Esma che le abilita ad operare in Italia, possano continuare imperterrite ad emettere report ad orologeria anche su istituzioni, enti locali e banche italiane per rendere più fertile il terreno alla speculazione, anche in considerazione della meritoria inchiesta della Procura della Repubblica di Trani, avviata sulla base di denunce di Adusbef e Federconsumatori, che registra al momento sei indagati, tra i quali tre analisti della Standard & Poor’s e uno di Moody’s, oltre ai responsabili legali per l’Italia delle due agenzie;

ad accertare ed eventualmente promuovere l’adozione di sanzioni, nelle sedi opportune, per l’eventuale condotta scorretta tenuta in relazione alle transazioni sui mercati azionari ed obbligazionari in conseguenza dell’ultimo report con cui Standard & Poor’s ha declassato il debito sovrano italiano da A+ ad A, che potrebbe contenere anche giudizi di natura politica, più che economica, nonché eventuali informazioni privilegiate da parte di alcuni soggetti operanti sui mercati, posto che i titoli di Stato italiani non sembra abbiano subito grandi oscillazioni nella data di diffusione del rapporto, ossia nella giornata di borsa di martedì 20 settembre 2011, mentre al contrario ci sarebbero stati forti oscillazioni nella giornata precedente, e ad accertare quindi se le transazioni sui BTP non possano aver concretizzato il reato di insider trading, aggiotaggio e manipolazione dei mercati;

ad accertare ed eventualmente promuovere l’adozione di sanzioni, nelle sedi opportune, per l’eventuale condotta scorretta tenuta in relazione alle transazioni sui mercati azionari ed obbligazionari in conseguenza dell’ultimo report emesso dall’agenzia di rating Moody’s, non registrata presso l’Esma, che in data 4 ottobre 2011 ha declassato il rating dell’Italia da “Aa2″ ad “A2″ con l’outlook negativo;

ad adottare ogni misura utile, anche nelle future riunioni del G20, per impedire che una consolidata cricca affaristico-finanziaria, composta da agenzie di rating, banche di affari (in primis Goldman Sachs e JP Morgan), fondi speculativi, in concorso tra loro e con le distratte autorità vigilanti quali Consob ed Esma, possano distillare quotidiane pillole avvelenate sui mercati, per determinare i corsi delle azioni, delle obbligazioni e dei titoli di Stato, con la finalità di conseguire enormi profitti, a scapito dei risparmiatori, delle famiglie e delle piccole e medie imprese, vessati da quelle stesse banche che, con i loro dolosi ed avidi comportamenti, hanno determinato la crisi sistemica e messo a repentaglio la solidità dell’euro e dell’Europa;

ad adottare ogni iniziativa necessaria, anche nell’ambito delle prossime riunioni del G20, per promuovere e discutere regole e norme stringenti per un nuovo ordine monetario, che sottragga alla finanza speculativa ed alla dittatura dei cosiddetti mercati un potere enorme su Stati e Nazioni, che vedono limitare la propria sovranità, da una finanza spregiudicata che, dopo aver creato montagne di derivati OTC (per un valore complessivo di 700.000 miliardi di dollari, a fronte di un PIL mondiale di 55.000) scambiati su piattaforme opache, hanno assunto funzioni arbitrarie che non sono nella disponibilità degli oligarchi che alimentano leve finanziarie, swap e CDS, ma dei Governi democraticamente eletti che, se non vogliono assistere alla fine dell’euro e del sogno europeo, devono riacquistare la loro sovranità, su banche di affari, fondi speculativi e banche centrali;

ad adottare ogni iniziativa necessaria, nelle opportune sedi europee ed internazionali, per promuovere di concerto con i partners europei la costituzione di un’agenzia di rating europea, alla stregua di altre agenzie pubbliche, come ha fatto Pechino nel 2010 con la nascita della agenzia di rating cinese denominata Dagong;

a limitare, nelle opportune sedi internazionali, il potere di entità monopolistiche private, quali Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, che possono condizionare la politica economica degli Stati sovrani, i quali non devono continuare a dipendere da giudizi di parte, e come tali non sempre affidabili.

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flop censimento 2011 on line

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06080
Atto n. 4-06080

Pubblicato il 12 ottobre 2011
Seduta n. 623

LANNUTTI – Ai Ministri dell’interno e per la pubblica amministrazione e l’innovazione. -

Premesso che:

è partito il censimento 2011, predisposto dall’Istat, che interessa 25 milioni di famiglie e oltre 61 milioni di cittadini, italiani e stranieri, residenti in 8.092 comuni. Il censimento generale della popolazione e delle abitazioni rappresenta la “fotografia” dell’Italia, scattata ogni dieci anni;

si legge sul sito ufficiale dell’Istat: «A partire da metà settembre, arriverà a tutte le famiglie il questionario del Censimento della popolazione e delle abitazioni 2011. Lo troverai nella cassetta della posta. La grande novità è la possibilità di compilarlo direttamente via web: sulla prima pagina del questionario troverai anche una password che ti farà accedere a un’area di questo sito che sarà attiva dal 9 ottobre. È quella, infatti, la data ufficiale del Censimento.Se invece preferisci compilare il questionario cartaceo che hai ricevuto, potrai consegnarlo in qualsiasi ufficio postale o nei centri comunali di raccolta. Scegli il modo più adatto a te. Partecipa al Censimento e disegna l’Italia di domani. I dati raccolti saranno utili per cogliere i cambiamenti in atto nel Paese e orientare le politiche economiche, sociali ed ambientali. Le informazioni che fornirai saranno trattate in modo da proteggere la tua privacy, come previsto dalla legge»;

dalle prime ore del mattino del 9 ottobre 2011 sono stati raggiunti picchi di 500.000 collegamenti contemporanei, con una sorprendente partecipazione di cittadini alla compilazione on line del questionario, però il sistema non dimensionato per tanto traffico si è presto ingolfato, durante la giornata chi ha tentato di fare il suo dovere è stato costretto a lunghe attese per poi sentirsi dire che era impossibile accedere. I tecnici statistici non avevano ancora rilevato che, in oltre 25 milioni di famiglie, cominciano ad essere tanti quelli per cui connettersi in rete è cosa normale;

problemi notevoli sono sorti anche per quel che riguarda il numero verde dell’Istat. Alcuni internauti hanno detto di aver impiegato 5 ore per inserire i dati di un nucleo familiare composto da una sola persona;

a giudizio dell’interrogante, ha quasi del paradossale questo malfunzionamento, visto l’incoraggiamento dell’Istituto ad effettuare il censimento il prima possibile e via Internet . Da parte sua, comunque, l’Istat ha subito annunciato che si impegnerà per rimediare a queste prime difficoltà del sito;

considerato che:

analogo flop si era già verificato nel mese di novembre 2010, in occasione del censimento dell’agricoltura. Ma, a giudizio dell’interrogante, evidentemente, è servito a poco. Anche in quell’occasione l’esordio è stato disastroso e la novità tecnologica web 2.0, magnificata dai vertici dell’ente, ha clamorosamente fallito dopo pochi minuti dalla messa on line;

la reazione dei destinatari dei questionari, gli imprenditori agricoli, non si fece attendere e ha letteralmente intasato, con messaggi tutt’altro che lusinghieri, la pagina “Facebook” messa a disposizione dall’Istat. Eppure, il presidente Giovannini aveva scommesso sulla potente macchina telematica dell’Istat, che invece si è rivelata un boomerang,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei motivi per cui, dopo aver pubblicizzato la grande novità del censimento 2011 per la compilazione on line del modulo del censimento con un esplicito invito ai cittadini a servirsi dello strumento informatico rispetto a quello cartaceo, l’Istat non sia stata in grado di prevenire nuovamente un tale black out e se quanto accaduto non sia espressione dell’incapacità dell’Istituto di fare previsioni sul numero dei collegamenti, se non, addirittura, di non considerarle necessarie;

quali iniziative di competenza intenda assumere affinché l’Istat e/o coloro che avrebbero dovuto curare la riuscita della compilazione via Internet spieghino al più presto e con dovizia di particolari il flop clamoroso che si è verificato nelle procedure che dovevano consentire ai cittadini di compilare il censimento on line;

quali iniziative voglia intraprendere al fine di accertare se ci siano state responsabilità o negligenze ed in quel caso come intenda intervenire considerato che quanto accaduto nei giorni scorsi aumenta ancora di più la sfiducia del cittadino nella pubblica amministrazione, in questo caso nell’Istat, che chiede una cosa e poi non consente di realizzarla, dando l’immagine di una burocrazia inaffidabile.

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Processo Farmacia

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06081
Atto n. 4-06081

Pubblicato il 12 ottobre 2011
Seduta n. 623

LANNUTTI – Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. -

Premesso che:

da alcuni mesi presso il Tribunale di Catania si tiene il processo denominato “Farmacia” (processo penale n. 1676/08 R.G.N.R e 8719/08 R.G.GIP), il quale vede come imputati 13 illustri nomi della facoltà di Farmacia dell’Università di Catania, primo fra tutti l’ex rettore dell’Università di Catania Ferdinado Latteri da poco deceduto. Le imputazioni per le quali è stato richiesto dal sostituto procuratore Lucio Setola il rinvio a giudizio vanno dal reato di disastro ambientale a quello di discarica abusiva di sostanze tossiche. Tutti gli imputati sapevano dei pericoli di contaminazione ed intossicazione da metalli pesanti che correvano tutti quelli che entravano in contatto con quell’ambiente (privo di un sistema di aerazione adeguato) e con quei prodotti chimici altamente tossici. Ma chi poteva e doveva non si attivava concretamente per porre fine a questo scempio;

il Codacons in qualità di associazione a tutela dell’ambiente riconosciuta come tale dal decreto ministeriale n. 109 del 1995 ha chiesto di costituirsi parte civile nel presente processo poiché si ritiene essere parte offesa, dunque soggetto legittimato (così come riconosciuto dalla sentenza della Cassazione III sez. penale la n. 34220 del 22 settembre 2010, nonché dal TAR Toscana sentenza n. 195/2010) ad esercitare, anche nel processo penale, azione per ottenere un esemplare risarcimento danni. Tale richiesta di costituzione è stata accolta dal giudice dell’udienza preliminare, dottor Ricciardolo, con ordinanza del 21 settembre 2011. Tuttavia nel corso dell’udienza preliminare non è stata avanzata nessuna richiesta di costituzione di parte civile da parte del Ministero dell’ambiente. A tal riguardo occorre precisare che sulla base del comma 1 dell’art. 311 del decreto legislativo n. 152 del 2006, il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare agisce, anche esercitando l’azione civile in sede penale, per il risarcimento del danno ambientale in forma specifica e, se necessario, per equivalente patrimoniale, oppure procede ai sensi delle disposizioni di cui alla parte sesta del presente decreto. Il titolare esclusivo della pretesa risarcitoria, in materia di danno ambientale, è esclusivamente lo Stato, nella persona del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare;

al riguardo, autorevole dottrina ha sottolineato come, a seguito all’entrata in vigore del decreto legislativo n. 152 del 2006, si sia verificato l’accertamento di ogni potere in capo allo Stato, nelle vesti del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare; al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare vengono presentate denunce ed osservazioni, corredate di documenti ed informazioni, concernenti qualsiasi caso di danno ambientale o di minaccia imminente dello stesso e al fine di sollecitare l’intervento a tutela dell’ambiente. Si è ritenuto ancora che con l’abrogazione dell’art. 18 della legge n. 349 del 1986, il legislatore del 2006 ha provveduto a conferire in capo al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare la competenza esclusiva ad esercitare l’azione risarcitoria, anche in sede penale. In conclusione spetta al Ministero, anche tramite azione civile in sede penale, attivarsi per il risarcimento del danno. Anche la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che titolare esclusivo della pretesa risarcitoria in materia di danno ambientale è lo Stato nella persona del Ministro dell’ambiente (Cass. Pen. Sez. III 3/10/2006 n. 36154). Per tale ragione sulla base delle su indicate disposizioni normative non si comprende per quale ragione il Ministero dell’ambiente non abbia mostrato alcun interesse ad un processo per disastro ambientale e contaminazione;

per gli stessi fatti inoltre è partito un parallelo procedimento per omicidio colposo, in riferimento a numerose morti di tumore che ha visto come vittime ricercatori che prestavano servizio presso la richiamata facoltà di Farmacia. Certo tutto ancora deve essere dimostrato e sottoposto al vaglio di un’istruttoria dibattimentale, ma i reati contestati sono gravi e la partecipazione dello Stato in questo processo sarebbe stata un segnale forte contro la negligenza ed incompetenza con cui è stata gestita la vicenda,

si chiede di sapere quali siano, alla luce dei fatti spora esposti, le ragioni per le quali il Ministro non abbia deciso di costituirsi parte civile nel processo penale sopra indicato.

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Terremoto Haiti – sms solidali

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06059
Atto n. 4-06059

Pubblicato il 11 ottobre 2011
Seduta n. 621

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

da anni gli sms solidali sono uno strumento fondamentale nella raccolta di fondi per le emergenze umanitarie. Complice la familiarità con il telefonino, gli italiani rispondono sempre con generosità agli appelli lanciati dai media per aiutare le popolazioni colpite da catastrofi. Hanno fiducia nelle capacità di intervento delle organizzazioni umanitarie che promuovono iniziative di solidarietà a favore delle popolazioni colpite. E si aspettano che i soldi raccolti, nell’attesa di essere erogati, siano gestiti con prudenza e oculatezza;

è accaduto invece che 2 milioni di euro destinati ad aiutare la popolazione di Haiti sono spariti, secondo quanto “Linkiesta” è in grado di rivelare. Inghiottiti in una misteriosa operazione che sembra avere l’aria della truffa finanziaria, e di cui non sono ancora chiare le responsabilità. 2 milioni su un totale di 14,7 milioni di euro, raccolti un anno fa per Haiti dalla onlus Agire, un network privato di alcune fra le più note organizzazioni umanitarie, sono stati affidati ad un intermediario di cui non si conosce ancora il nome, e non sono più tornati indietro;

quando, il 12 gennaio 2010, l’isola dei Caraibi venne colpita da un terremoto che fece strage di oltre 220.000 persone, causando un milione e mezzo di sfollati, in Italia partirono subito diverse campagne di raccolta fondi. Due di queste via sms. Una è quella della Croce rossa, “Pro Emergenza Haiti”, che chiedeva di inviare un sms da 2 euro da numero Wind e 3 al 48540. L’altra faceva capo ad Agire, un raggruppamento fra 12 importanti organizzazioni non governative (ong), che funziona da meccanismo congiunto di raccolta. Una sorta di macchina permanente per le emergenze, pronta ad attivarsi non appena scoppia una crisi umanitaria internazionale, grazie a una rete di partner strategici fra cui canali radiotelevisivi, quotidiani, gruppi bancari e compagnie telefoniche. Alla notizia del terremoto di Haiti, Agire lancia un appello per una donazione di 2 euro inviando un sms al 48541 da cellulari Tim e Vodafone o chiamando lo stesso numero da rete fissa Telecom Italia;

all’appello aderiscono 9 dei 12 soci di Agire: Save the Children, ActionAid, Cesvi, InterSos, Gvc, Terres des Hommes, Coopi, Cisp e Vis. Tim e Vodafone forniscono l’appoggio tecnico, mentre la copertura mediatica arriva da Rai, Mediaset, “Corriere della sera” e “Gazzetta dello Sport”, e trova eco in diverse radio nazionali e locali, associazioni, persino sezioni locali dei partiti. Le 9 ong interessate si attivano immediatamente per distribuire beni di prima necessità e allestire rifugi temporanei per oltre 5.000 persone. Con la campagna sms vengono raccolti 14,7 milioni di euro, cui vanno aggiunti 6,5 milioni che le ong ricevono direttamente dai sostenitori. Una parte rilevante delle donazioni, 11,5 milioni, viene erogata nel corso del 2010 per interventi nel settore educativo, nella sanità e nel settore agricolo. Per far quadrare i conti, per la verità, bisogna tenere conto dei “costi della macchina organizzativa”: 134.000 euro di oneri di gestione dell’appello e 115.000 euro per spese di valutazione e trasparenza. I fondi restanti (2.180.000 euro), si legge sul bilancio dello scorso esercizio, saranno liquidati nel corso del 2011 secondo piani di trasferimento che tengono conto dello stato di implementazione delle attività. E si decide di farli fruttare con qualche investimento temporaneo;

il consiglio direttivo presieduto da Gianni Da Ponte delibera così di investire una parte rilevante della liquidità in titoli in linea con il regolamento interno, come spiegano i documenti ufficiali. Del consiglio fanno parte anche Gianni Milesi, Mario Raffaelli e Caterina Torcia. Quest’ultima è attualmente una manager della Corporate social responsability di Vodafone Italia, tuttora un partner strategico di Agire. Il regolamento interno prevede che «nella scelta degli strumenti finanziari di investimento, la politica degli investimenti tiene innanzitutto in considerazione la loro compatibilità etica con le finalità di Agire e dei suoi associati» (si veda l’articolo 6.4). E ancora che si abbia da un lato «la massima redditività delle giacenze e, dall’altro, la possibilità di loro immediato smobilizzo per far fronte alle esigenze operative di risposta alle emergenze». I 2 milioni di euro sono così impiegati in obbligazioni, mentre altri 300.000 euro sono investiti in azioni garantite al 90 per cento;

a questo punto comincia il giallo dell’ammanco dei 2 milioni di euro. L’ultimo punto fermo ufficiale è quanto viene detto nella nota integrativa al bilancio 2010 (pag. 7): va considerato che i 2 milioni di euro sono stati svincolati al 31 marzo 2011. Interpellata da “Linkiesta”, fonti ufficiali di Agire non hanno voluto spiegare se è in quel momento che viene riscontrata l’impossibilità di rientrare in possesso dei fondi investiti in obbligazioni. O se, invece, i 2 milioni di euro sono stati regolarmente smobilizzati e solo dopo affidati all’intermediario che, ad oggi, non li ha ancora restituiti;

a quanto risulta all’interrogante, al telefono Marco Bertotto, direttore operativo di Agire, riferisce che immediatamente, nel momento in cui ne è venuto a conoscenza, ha messo la cosa nelle mani dei legali. Bertotto sostiene di non poter rivelare il nome dell’intermediario perché c’è un avvio di procedimento giudiziario su cui c’è un obbligo di riservatezza per non compromettere l’esito delle indagini. Alla domanda se Agire è forse finita nella truffa del Madoff dei Parioli Bertotto assicura di no. Secondo una fonte interna che ha chiesto di mantenere l’anonimato, l’intermediario è stato suggerito e consigliato da uno degli enti del network. nei corridoi della sede romana di Agire, in via Aniene, c’è imbarazzo e si parla di “truffa”, di cui Agire e le ong associate sarebbero vittime. Tecnicamente non è un ammanco, non c’è insomma una situazione interna agli associati o fra gli associati e Agire, Bertotto si difende affermando che: «Agire presume con ragionevole certezza di essere stata vittima di una sofisticata frode finanziaria esterna e sta agendo per tutelare la propria reputazione e per garantire la possibilità di recuperare questa somma». Si legge su un articolo pubblicato sul sito “Linkiesta” il 1° ottobre 2011 che il manager aggiunge «”Non posso dire altro, i legali ci hanno chiesto di essere rigorosi nella comunicazione esterna fino a ordine da parte della procura”. I vertici di Agire assicurano, tuttavia, che saranno rispettati gli obblighi assunti sia verso i donatori sia verso la popolazione di Haiti: “Assorbiremo nel tempo la perdita senza ripercussioni nella realizzazione dei progetti”. Se da un lato resta l’incognita sul recupero delle somme investite, dall’altro viene confermato l’impegno a rimborsare le ong associate che ad Haiti hanno realizzato progetti di intervento, molti dei quali sono stati già completati»;

se si tratti di solidarietà o finanza potrebbe chiarirlo con una risposta immediata, prima ancora della magistratura, il comitato etico di Agire, composto da personalità di rilievo nazionale e internazionale, come il giurista e magistrato Antonio Cassese, già presidente del Tribunale penale per i crimini dell’ex Jugoslavia, l’ex Ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, il professor Marco Vitale. Si legge nel citato articolo: «Proprio quest’ultimo ha confermato a Linkiesta che “il comitato etico è stato informato da poco”. È stata convocata una riunione urgente, “ma la data non è ancora decisa”. Il racconto dell’economista bresciano è scarno: “Sappiamo che il consiglio direttivo di Agire ha deciso di affidare parte dei fondi in attesa di erogazione a una società di intermediazione finanziaria, segnalata da un socio come affidabile e che invece si è dimostrata non affidabile perché ha creato un ammanco attraverso una truffa di cui non sappiamo ancora i dettagli”. La posizione dei garanti etici è molto dura, al di là delle oggettive responsabilità nella presunta truffa o comunque nella sparizione dei fondi. Vitale la sintetizza così: “Il fatto che le giacenze liquide siano andate in un intermediario che sarà anche stato conosciuto da qualcuno, ma che evidentemente non era un operatore di primaria grandezza e reputazione, andrà chiarito. Quando io ho gestito soldi privati per il Kosovo li avevo affidati a una banca solida”. L’aspetto paradossale di questa vicenda è che, una banca solida, Agire ce l’ha già in casa come “main partner”. È Banca Prossima, la banca per le imprese sociali del gruppo Intesa Sanpaolo. Ma il consiglio direttivo ha preferito l’intermediario consigliato dagli amici degli amici»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti;

quale percentuale delle somme raccolte per aiutare la popolazione di Haiti sia stata impiegata per i fini per i quali erano state donate, cioè soccorsi e ricostruzione;

quali siano le ragioni di tanta evasività da parte dei vertici di Agire;

quali siano i motivi per cui il consiglio direttivo di Agire abbia preferito un intermediario misterioso, e non Banca Prossima, per gestire 2 dei 14,7 milioni di euro, raccolti dalla onlus stessa per conto di Save the Children, ActionAid, Terres des Hommes e altre note ong a sostegno dell’isola caraibica che nel 2010, che sono stati investiti in operazioni finanziarie e non sono più tornati indietro;

come vengano gestiti i soldi generosamente donati per le popolazioni vittime di guerre, epidemie e disastri naturali.

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Cassa Nazionale Forense-Contratto locazione

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06058
Atto n. 4-06058

Pubblicato il 11 ottobre 2011
Seduta n. 621

LANNUTTI – Ai Ministri della giustizia e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

nel 1996 per uno sfratto esecutivo, il signor F.D.P, cancelliere in forza alla seconda sezione penale della Corte di cassazione, con moglie e due figli in età scolare, otteneva in locazione un appartamento composto di tre vani e servizi posto in via Badoero 51 a Roma, di proprietà della Cassa nazionale di previdenza ed assistenza forense;

nel 2007 la stessa Cassa adiva il Tribunale di Roma per sentir dichiarare, ai sensi dell’art. 1453 del codice civile, la risoluzione per inadempimento del contratto di locazione per uso abitativo di cui sopra, di durata quadriennale, rinnovabile, deducendo che il conduttore avrebbe adibito l’immobile ad attività di affittacamere, nonostante l’espresso divieto contenuto nel contratto stesso, chiedendo, per l’effetto, l’immediato rilascio dell’immobile locato, nonché la condanna del convenuto al risarcimento di tutti i danni, oltre alle spese di lite. Nel costituirsi parte resistente F.D.P. eccepiva l’infondatezza della domanda, stante l’asserita falsità delle circostanze in fatto allegate dal ricorrente, e chiedeva per l’effetto il rigetto della domanda di risoluzione, nonché la condanna di controparte al risarcimento ex art. 96 del codice di procedura civile, con vittoria di spese, competenze ed onorari;

nel corso dell’istruttoria appariva palese la pretestuosità dell’azione emergendo dalle testimonianze anche del portiere dello stabile che il signor F.D.P. con la sua famiglia non aveva mai lasciato l’immobile locato e, conseguentemente, non avrebbe potuto svolgere le attività contestate ex adverso considerando che lo stesso era costituito da appena tre vani integralmente occupati dalla sua famiglia. Nel corso del processo veniva evidenziato che il conduttore si era semplicemente limitato ad ospitare amici dei figli esercitando il suo diritto e che ciò non era mai avvenuto a pagamento. Il Tribunale conseguentemente rigettava la domanda della Cassa forense condannandola al pagamento delle spese di lite per la somma complessiva di 3.504 euro;

la Cassa, difesa dall’avvocato Gioia Vaccari, in persona del presidente avvocato Alberto Bagnoli, tornava recentemente alla carica notificando al conduttore atto di intimazione di licenza per finita locazione e citazione per la convalida ordinando il rilascio dell’immobile entro il 30 settembre 2012 e citando per la convalida il signor F.D.P. a comparire innanzi al Tribunale civile di Roma il 7 novembre 2011,

si chiede di sapere, a quanto risulta ai Ministri in indirizzo, posto che il signor F.D.P. ha sempre puntualmente e scrupolosamente adempiuto agli obblighi contrattuali, ivi inclusi quelli di mantenimento se non di valorizzazione dell’immobile e di pagamento del canone, se risultino le ragioni per le quali il presidente della Cassa forense abbia messo in atto azioni di rappresaglia, se non autenticamente intimidatorie ed estorsive, nell’amministrazione di un patrimonio che dovrebbe essere non strumentale all’affermazione del proprio personale potere quanto piuttosto vincolato alla buona, oculata e fruttifera amministrazione dei beni dello stesso istituto previdenziale, unica condizione per assicurare la sempre più malferma previdenza forense.

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Bankitalia-SIBC chiede trasparenza gestione immobiliare

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06060
Atto n. 4-06060

Pubblicato il 11 ottobre 2011
Seduta n. 621

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che, per quanto risulta all’interrogante:

il sindacato indipendente della Banca d’Italia (SIBC) ha nuovamente chiesto all’amministrazione della Banca d’Italia di conoscere le linee strategiche in tema di gestione del patrimonio immobiliare e si è sentito rispondere che l’istituto non aveva alcuna intenzione di svelarle;

il sindacato prende atto del diniego della trasparenza e nota come l’amministrazione si limita a fornire una serie di informazioni sulla procedura di dismissione degli immobili delle filiali chiuse, e sulla genesi dei rapporti locativi con terzi, ossia con non dipendenti (fra cui personalità esterne, titolari di alti incarichi in organismi pubblici);

al riguardo il SIBC, in un comunicato di cui è venuto a conoscenza l’interrogante ed acquisito agli atti del Senato, evidenzia due passaggi relativamente ai canoni per non dipendenti e ai conflitti di interesse: «la Banca afferma: “sono in corso analisi propedeutiche all’adozione di una politica di canoni diversificata rispettivamente per i dipendenti/pensionati e gli inquilini terzi”. Questa è obiettivamente una notizia, dal momento che sinora i canoni risultavano di pari entità. Osiamo sperare, tuttavia, che l’Amministrazione sappia fare le dovute distinzioni, non ponendo sullo stesso piano il coniuge vedovo di un dipendente, o il figlio privo di reddito di un dipendente, con chi si è dimesso dalla Banca e continua a occupare l’alloggio (sic!) ovvero con una personalità esterna titolare di alto incarico ecc. ecc.. L’equità consiste nel saper valutare diversamente situazioni oggettivamente diverse, o no? (…) Avevamo chiesto alla Banca quali fossero i presidi atti a evitare situazioni di conflitto di interesse rispetto ai soggetti beneficiari di alloggio di Banca. Risposta stupenda: “il rischio di conflitto di interesse è presieduto e monitorato dalla Banca (quando si dice l’autocontrollo, ndr) avvalendosi dei controlli consentiti dalla legge e dal contratto”. Il che è francamente singolare: in genere, la valutazione dei conflitti di interesse è attribuita a chiunque, tranne che al soggetto che può trovarsi in conflitto di interesse. La Banca, invece, fa tutto da sola: controlla se stessa e i propri affittuari. Speriamo sia così, ma non ci convince molto»;

prosegue il sindacato: «È la Banca stessa a citare il caso di magistrati (oltre che quello di “ufficiali delle forze dell’ordine, esponenti di Autorità Indipendenti, ecc.”) fra le personalità esterne beneficiarie di alloggi di proprietà. E se per caso – sempre per dire – vi fosse fra gli affittuari un magistrato del TAR del Lazio, presso cui si deve discutere il ricorso avverso alla decisione della Banca di bloccare per tre anni i nostri stipendi, sarebbe o no un caso da manuale di conflitto di interesse?»;

considerato che a giudizio dell’interrogante è opportuno che la Banca d’Italia renda pubblico l’elenco degli affittuari dell’Istituto, nome per nome, città per città, garantendo e rafforzando i principi di trasparenza,

si chiede di sapere:

se risulti l’elenco dei locatari degli immobili dell’Istituto;

quali iniziative di carattere normativo il Governo intenda assumere per rafforzare la trasparenza dell’attività della Banca d’Italia.

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Marcegaglia spa

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06061
Atto n. 4-06061

Pubblicato il 11 ottobre 2011
Seduta n. 621

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

“il Giornale” è venuto in possesso del patto riservato che l’azienda di famiglia della presidente Emma Marcegaglia, il colosso mantovano dell’acciaio, avrebbe stipulato con l’Eni il 17 luglio 2007;

in un articolo dell’11 ottobre 2011 si legge: «Un accordo un tantino imbarazzante perché immaginato per chiudere i conti e i contenziosi di un passato non proprio limpido, anzi piuttosto limaccioso: la Marcegaglia spa aveva provato a oliare le tasche giuste per facilitare una commessa da parte di Enipower. E così, per mettere una pietra su quelle mazzette, il gruppo corrisponde a Eni e a Enipower la somma complessiva di 4 milioni di euro, “a soddisfazione – così recita la formuletta tutta in giuridichese – di ogni e qualsiasi danno patrimoniale e non patrimoniale, incluso, senza limitazione, il danno all’immagine”. Si leggono proprio queste edificanti parole nel testo messo a punto dagli avvocati, non da qualche economista, e che oggi il Giornale è in grado di rendere noto. Per evitare di avere i legali del cane a sei zampe alla calcagna, l’impresa dei Marcegaglia preferisce versare il sostanzioso obolo. Un tesoretto che va nelle casse di quello che oggi, dopo la brusca uscita di Fiat, è senz’altro il nome di maggior peso all’interno di Confindustria. Alle spalle c’è naturalmente una storia di mazzette, scoperchiate da un’indagine della Procura di Milano non ai tempi di Mani pulite, ma dieci anni più tardi, nel 2003. All’epoca Emma e il fratello Antonio sono amministratori delegati dell’azienda: gli investigatori scoprono che la società ha pagato, utilizzando la solita provvista in nero, cifre ingenti per mettere le mani sul ricco piatto del business targato Enipower. In particolare spunta un versamento illegale di 1 milione e 158mila euro arrivato proprio nel 2003 a un manager di Enipower per sbaragliare la concorrenza e portare a casa un appalto di caldaie del valore di 127 milioni. Emma rimane estranea all’inchiesta, il fratello Antonio qualche anno dopo patteggia 11 mesi. La Procura porta a galla un sistema di conti svizzeri, diciassette per la precisione, e Repubblica, non il Giornale, stima in 400 milioni i fondi disponibili nei caveau esteri. Insomma, siamo alle solite: la Marcegaglia passa oggi le sue giornate fra un convegno con buffet e l’altro, stila manifesti che grondano decaloghi etici e inviti alla sana concorrenza, fa la moralista contro il governo, e non solo quello, lancia ultimatum su ultimatum alle forze politiche, alza un grido di dolore, alla Vittorio Emanuele, contro l’arroganza, la superficialità, la corruzione della nostra casta politica; in casa, però, la ramazza dev’esserle sfuggita di mano. Non vedeva, non sapeva, non sentiva. E sì che l’azienda è saldamente in mano alla famiglia, lei ha sempre ricoperto posizioni, come si dice, apicali, a Gazoldo degli Ippoliti dovrebbe rientrare nei prossimi mesi, finita l’avventura in Confindustria, salvo immaginare uno sconfinamento nel Palazzo. La maestrina spiega quotidianamente come favorire la crescita e la competizione leale fra le imprese. Strano: era intestato a lei, e al padre Steno, il conto cifrato 688342 della Ubs di Lugano. E il fratello Antonio, in un verbale di interrogatorio del 2004, interpreta così i milioni sparpagliati in Svizzera: “Si tratta di risorse riservate che abbiamo sempre utilizzato nell’interesse del gruppo per le sue esigenze non documentabili”. Ci mancherebbe, le esigenze documentabili vanno bene per i convegni, i lunch e le riunioni dei giovani imprenditori nella cornice azzurra di Santa Margherita. Per il resto meglio accordarsi con Eni nella penombra e cautelarsi a colpi di tabelle, allegati, firme di illustri luminari del diritto. Una ricetta liberale che più liberale non si può: “Eni e Enipower dichiarano che, a seguito del pagamento delle somme di cui al punto 1.1″, ovvero 4 milioni di euro, “sono state integralmente risarcite”. La signora predica e s’indigna, l’azienda di famiglia fa come tutte le altre. E come tutte le altre cerca di limitare i danni imbarcandosi in una scrittura privata. Col fisco, invece, la strada è quella, classica, del condono: 9,5 milioni di euro versati nel 2002, casualmente qualche mese dopo aver ricevuto la visita del fisco che, c’è da scommetterci, avrebbe sintetizzato il proprio lavoro in una bella “brochure” di contestazione. Anche in quel caso la moralista non ha avuto niente da dire»,

si chiede di sapere:

quali misure urgenti il Governo intenda assumere per evitare che vi siano evasori di serie A riveriti ed impuniti, ed evasori di serie B, allargando in tal modo il solco dell’iniquità e dell’ingiustizia che allontana i cittadini onesti dalle istituzioni democratiche, specialmente quando c’è qualcuno che pubblicamente costruisce manifesti programmatici con gli imprenditori e i banchieri, mettendo in fila regole rigidissime, parametri europei, standard di trasparenza e qualità, mentre, privatamente, per chiudere i conti e i contenziosi di un passato non proprio limpido, è pronto a sborsare milioni di euro;

quali iniziative intenda assumere al fine di attivarsi per una vera lotta all’evasione fiscale facendo pagare coloro che fino ad ora non lo hanno mai fatto, nonché attivandosi per il rilancio dell’economia, dello sviluppo e della riforma fiscale.

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Tod’s- stabilimenti in Romania

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06062
Atto n. 4-06062

Pubblicato il 11 ottobre 2011
Seduta n. 621

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali, dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che Diego Della Valle da una parte ricopre il ruolo di difensore delle imprese italiane a suon di pagine comprate sui quotidiani e dall’altra fa fare le scarpe Hogan in Romania, dove, si sa, la manodopera conviene. Lo fa notare Paolo Bracalini in un articolo pubblicato da “il Giornale” il 7 ottobre 2011. Basta vedere la linguetta delle Hogan: molto spesso è visibile la scritta “made in Romania”;

nel bilancio del gruppo non è specificato quale sia lo stabilimento romeno. Nel bilancio semestrale 2011 del gruppo, continua “il Giornale”, si legge: «”la produzione delle calzature e della pelletteria è affidata agli stabilimenti interni di proprietà del Gruppo, con il parziale ricorso a laboratori esterni specializzati, tutti dislocati in aree nelle quali storicamente è forte la tradizione nella rispettiva produzione calzaturiera e pellettiera”. Ma si citano solo quelli italiani, due a Comunanza (Ap), uno a Sant’Elpidio a Mare (Fm), un altro a Tolentino (Mc), due a Bagno a Ripoli (Fi). Quelli romeni saranno tra “gli esterni specializzati” dove “storicamente è forte” la lavorazione delle pelli, ma non se ne fa cenno»;

un rivenditore interpellato da Bracalini sostiene che le Hogan da bambino vengono fatte in Cina. Una contraddizione rispetto a quello che, come viene ricordato dall’articolo, l’imprenditore ha sempre detto: “Il marchio made in Italy è decisivo, altrimenti non si spiegherebbe perché tutti ce lo imitino”. Si legge infatti che il rivenditore sostiene che «”Della Valle ha comprato una fabbrica in Romania, ma sono fatte come quelle fatte in Italia. Quelle da bambino le fanno in Cina addirittura, sempre lui ha preso uno stabilimento in Cina. Ma usano sempre personale italiano”. Cioè la Tod’s delocalizza in Romania e Cina e ci manda gli operai italiani?»;

ora che la vicenda è nota la polemica è arrivata su “Facebook”, dove c’è una pagina dedicata alle famose scarpe. Ecco un commento, come si legge sempre nell’articolo: “Caro Hogan ho acquistato 1 paio di Hogan interactive color argento nel negozio Hogan a Napoli. Mi sono accorto che dentro c’è scritto made in Romania, il responsabile mi ha comunicato che Hogan cioè Della Valle hanno la fabbrica anche fuori Italia. Allora mi domando perché le dobbiamo pagare 240 euro se la manodopera è di pochi euro e poi non è un prodotto made in Italy?”;

continua il giornalista: «E allora? Il finanziamento del restauro del Colosseo, la poetica del calzolaio di paese (le foto in bianco e nero del nonno Filippo, artigiano e fondatore), i suoi prodotti “tutti sinonimi del lusso italiano”? Che volete, business is business. E su questo Della Valle va lasciato stare. Il primo semestre 2011 ha segnato un +16,4% di ricavi rispetto all’anno prima. Magari risparmiando qua e là, con l’aiuto dei romeni»,

si chiede di sapere

se al Governo risulti che le scarpe da bambino della Tod’s vengono realizzate presso gli stabilimenti delocalizzzati in Cina con manodopera italiana;

quali misure urgenti di competenza intenda attivare per evitare che imprenditori come Diego Della Valle a parole si facciano promotori del made in Italy, mentre poi finiscono con il trasferire all’estero le produzioni, ciò che, oltre a recare danno all’immagine dell’Italia, si concretizza come una studiata beffa per lavoratori e consumatori.

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Consiglio di Amministrazione Atm -Dario Cassinelli

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00387
Atto n. 2-00387

Pubblicato il 6 ottobre 2011
Seduta n. 618

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze, delle infrastrutture e dei trasporti e dello sviluppo economico. -

Premesso che il Consiglio d’amministrazione dell’Atm (l’azienda municipalizzata dei trasporti pubblici di Milano) costa quasi un milione di euro all’anno; esso è stato appena revocato dal sindaco Giuliano Pisapia con l’indignazione di Elio Catania. Si legge su un articolo pubblicato su “Il Giorno” il 31 luglio 2011: «”Un atto dovuto contro gli sprechi e i privilegi, sobrietà” ha sentenziato il primo cittadino. “Parole infanganti” gli ha replicato il supermanager, che rivendica lo zero alla casella dei debiti e i 266 milioni di euro in cassa. Rivendicazione legittima e accusa del sindaco aggirata. Proprio Catania è uno dei casi che contribuisce a rendere più piccolo del previsto il mondo Atm. In lui coincidono la figura del presidente e amministratore delegato del Consiglio d’amministrazione e di direttore generale del gruppo: Chief executive officer (Ceo) per dirla all’inglese. Doppia carica e doppia retribuzione. Catania percepisce 76.643 euro lordi all’anno per l’incarico nel cda e 290.000 euro lordi all’anno per la carica di direttore generale. In tutto fanno 366 mila euro all’anno, la cifra da sempre cara a Catania, quella da lui stesso sempre dichiarata. Il supermanager non ama, invece, che nel conteggio di aggiungano i 120 mila euro annui percepiti come premio per i risultati conseguiti. Per l’esattezza le carte recitano: «Compenso variabile per risultato da zero a 120 mila euro». Se è vero – come rivendicato a più riprese da Catania – che sotto la sua gestione i risultati in Atm non sono mancati, la retribuzione annua del supermanager è presto calcolata in 486 mila euro annui lordi. Catania da solo vale mezzo Consiglio d’amministrazione. Già, perché il totale dei compensi dei consiglieri ammonta a 936 mila euro lordi all’anno. Quasi un milione di euro, a colpi di doppi incarichi. Ma Catania può contare anche su altre due poltronissime: quelle nel consiglio di amministrazione di Telecom (110 mila euro all’anno) e in Intesa San Paolo (150 mila euro all’anno). Se in Catania coincidono le figure di amministratore delegato e direttore generale, Francesco Tofoni, uomo molto vicino al ministro Ignazio La Russa, è membro del cda e responsabile dei servizi diversificati per la società «Atm Servizi Spa». Una società che fa parte del gruppo e la cui missione sociale viene solo sommariamente definita: “È la società del Gruppo ATM Spa che gestisce il servizio di trasporto pubblico di area urbana e dei servizi connessi e complementari” si legge sul sito dell’Azienda. Sembra un doppione. Di certo vale a Tofoni un doppio compenso: 45 mila euro annui lordi come consigliere e 120 mila euro annui lordi come responsabile di Atm Servizi. Un altro caso di doppio incarico riguarda Giuseppe Frattini, membro – manco a dirlo – del cda di Atm ma anche titolare di una consulenza da 150 mila euro all’anno per il progetto “Alta sorveglianza della sede di via Monterosa”. Recentemente Atm e Poste Italiane hanno lanciato una carta elettronica congiunta “Atm Postepay and go” sulla quale è possibile caricare gli importi dell’abbonamento e che si può usare per lo shopping come un normale bancomat. A quanto pare l’accordo è stato siglato da Dario Cassinelli per Atm e da Dario Cassinelli per il gruppo Poste. Nessun bando. Già, Cassinelli è al tempo stesso nel cda di Atm (45 mila euro lordi all’anno) e responsabile Business delle Poste (remunerazione base: 120 mila euro all’anno). Quando si dice: piccolo il mondo»,

si chiede di sapere:

se a quanto risulta al Governo risponda al vero che Elio Catania stia trattando la sua liquidazione dall’Atm, che per volere del sindaco Pisapia cambierà i vertici a partire dal 15 ottobre 2011, con un appannaggio di almeno 3 milioni di euro;

se non ritenga scandaloso, in una fase di gravissima crisi economica, che un manager come Catania, che lasciò le Ferrovie tra le polemiche con una liquidazione di circa 7 milioni di euro ed una pensione di oltre 12.000 euro mensili, possa continuare a trattare liquidazioni stratosferiche sulla pelle degli utenti dei trasporti pubblici milanesi che continuano a denunciare caos e disservizi, costretti anche a pagare un aumento tariffario del 50 per cento con il costo dei biglietti passato da 1 ad 1,50 euro;

se risponda al vero che l’accordo senza alcun bando di gara per la carta elettronica “Atm Postepay and go” lanciata da Atm e Poste italiane rappresenta un caso di scuola di conflitto di interessi che nuoce all’Italia ed alla competitività delle imprese.

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Dichiarazioni Dirigente Unicredit Attila Szalay-Berzeviczy

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06038
Atto n. 4-06038

Pubblicato il 6 ottobre 2011
Seduta n. 618

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che nei giorni scorsi un dirigente di Unicredit banca, l’ungherese Attila Szalay-Berzeviczy, responsabile dei Global Securities Services di Unicredit, ha testualmente affermato che: “l’euro è morto e non può essere salvato, mentre la Grecia finirà inevitabilmente in default”;

considerato che:

mentre gli utenti bancari e le famiglie stanno pagando i costi di una crisi sistemica generata dall’avidità e dall’azzardo morale di banche e banchieri che continuano a festeggiare con caviale e champagne, alcuni dirigenti di banca si divertono a terrorizzare il mondo globalizzato con le loro funeste previsioni, prevedendo l’imminente funerale dell’euro;

un portavoce di Unicredit ha prontamente sottolineato che “i commenti espressi da Szalay-Berzeviczy riflettono la sua visione personale e non la posizione della banca”, come risulta da un lungo articolo postato sul sito web “Index.hu”,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di iniziative disciplinari da parte del capo di Unicredit nei confronti del dirigente Attila Szalay-Berzeviczy considerato che non si può consentire ad alcuno di scherzare sui sacrifici e le rinunce dei cittadini, su un’apocalisse finanziaria che occorre scongiurare e non favorire con comportamenti di banche e banchieri criminali;

se il Governo, che, a causa della crisi sistemica generata dai banchieri, è stato costretto, dopo averne negato gli effetti, ad approvare manovre pesanti per oltre 60 miliardi di euro, non ritenga riprovevoli le suddette dichiarazioni di un dirigente Unicredit ed in caso affermativo se non abbia il dovere di richiamare i vertici di Unicredit che diffondono panico sui mercati alle loro precise responsabilità;

se queste gravissime e riprovevoli affermazioni dei banchieri non facciano parte di una ben studiata strategia per rendere più fertile il terreno agli speculatori.

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