Month: ottobre 2011

Roma- Disservizi Atac

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06039
Atto n. 4-06039

Pubblicato il 6 ottobre 2011
Seduta n. 618

LANNUTTI – Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale. -

Premesso che:

un consigliere comunale e la Cgil di Roma e Lazio hanno elaborato un dossier in base ai dati forniti dall’Atac da cui è risultato che oltre 6.600 corse sono saltate da gennaio ad agosto per la metro A, più di 6.000 per la B. Un 2011 da primato del disservizio per tutte le linee su ferro a Roma;

dal 2008 al 2011, periodo preso in considerazione dall’indagine, il servizio è andato costantemente peggiorando. Nel 2008 le corse saltate per la metro A sono state 4.382, nel 2009 il numero è salito a 5.267, nel 2010 a 5.783, per arrivare a 6.611 nell’anno in corso, da gennaio ad agosto. Per la metro B, le corse non effettuate sono state 1.739 nel 2008; nel 2009 si registra una prima impennata con 4.297 corse mancate. Il numero sale ancora vertiginosamente nel 2010, con 7.640 viaggi non effettuati e si attesta a 6.037 nel periodo gennaio-agosto 2011;

da contratto di servizio, l’Atac dovrebbe garantire 112,5 milioni di chilometri all’anno con gli autobus e 31,7 con le metro e le ferrovie concesse. I dati che emergono finora fanno stimare alla fine dell’anno una diminuzione che potrebbe superare i 5 milioni di chilometri di servizio rispetto a quanto previsto dal contratto;

solo nei mesi di giugno e luglio 2011 il trasporto pubblico di superficie ha effettuato più di un milione di chilometri in meno rispetto alle previsioni di contratto;

la RomaLido è passata dalle 985 corse perse nel 2008 alle 1.514 del periodo gennaio-agosto del 2011. La RomaViterbo nel tratto urbano è passata da 531 corse perse nel 2008 al picco di 5.292 nel 2010, per scendere a 2.138 nel periodo gennaio-agosto 2011. Il tratto extraurbano della RomaViterbo, invece, ha registrato 62 viaggi non effettuati nel 2008, 94 nel 2009, 439 nel 2010, 1.182 nel periodo gennaio-agosto 2011;

le cause più frequenti per questi improvvisi stop, che per i passeggeri si traducono in giornate nere, sono la mancanza di personale, i guasti di materiale, gli scioperi, la mancanza di materiale, i guasti degli impianti. “Inconveniente tecnico”, spiegano i comunicati dell’Agenzia della mobilità quando si ferma un treno o si chiude una stazione, come è successo appena giovedì scorso. Un convoglio si è bloccato alla stazione Castro Pretorio e ha causato l’interruzione di un’ora del servizio lungo l’intero tracciato della B, da Laurentina a Rebibbia. Ma dietro a quell’inconveniente tecnico c’è l’odissea dei romani alla mercé degli imprevisti del trasporto pubblico;

considerato che:

dopo lo scandalo “parentopoli” di disinvolte assunzioni effettuate senza i criteri di trasparenza e legalità a vantaggio di amici, parenti e conoscenti, i servizi di trasporto pubblico nella capitale d’Italia peggiorano a vista d’occhio;

a giudizio dell’interrogante le assunzioni di impiegati, non basate sul merito, hanno ripercussioni negative dirette sul servizio reso all’utenza con ripetuti guasti tecnici alla linea metropolitana con conseguenti lunghe interruzioni del servizio, bus costantemente in ritardo, vetture sporche e sovraffollate,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza della situazione descritta in premessa;

quali iniziative di competenza intenda assumere affinché la mobilità pubblica di Roma raggiunga almeno la stessa efficienza delle altre capitali europee, assicurando ai cittadini, che si trovano a combattere quotidianamente con i numerosi disagi del trasporto pubblico, un livello di decoro ed efficienza;

alla luce della parentopoli sulle assunzioni facili nelle aziende municipalizzate del Comune di Roma che ha messo in luce un sistema complesso di relazioni familistiche, economiche e politiche, con stipendi d’oro, quali iniziative intenda adottare al fine di garantire ai cittadini criteri di competenza e professionalità nella scelta del personale in aziende a capitale pubblico, considerato che le assunzioni a ruoli così diversi e estranei alle competenze originarie, per le quali i titolari vengono assunti, sono causa dei disservizi;

quali iniziative urgenti di propria competenza intenda attivare per evitare che i dissesti dell’Atac e della metro, a giudizio dell’interrogante frutto del fenomeno parentopoli e di scelte economiche difficilmente comprensibili della Giunta Alemanno, possano ricadere sui cittadini-utenti, già usurati da condizioni di trasporto pubblico locale indegne di una capitale;

quali iniziative intenda adottare, nell’ambito delle proprie competenze, al fine di fare maggiore chiarezza sulla gestione dell’azienda municipalizzata Atac affinché non siano solo i cittadini a pagare la disinvolta e fallimentare gestione dell’azienda che sta producendo solo disservizi e sprechi di ogni genere.

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Minsitero non rende pubblici i risultati promossi-bocciati

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06035
Atto n. 4-06035

Pubblicato il 6 ottobre 2011
Seduta n. 618

LANNUTTI , GIAMBRONE – Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa (il “Corriere della sera” del 1° ottobre 2011) che il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca mantiene segreti i dati su promossi e bocciati;

si legge nel citato articolo: «Il nuovo anno scolastico è cominciato da venti giorni ma non sappiamo ancora come è andato quello passato. Non conosciamo, cioè, quanti sono stati i promossi e i bocciati, dalle elementari fino all’esame di maturità. Di solito quelle tabelle vengono rese pubbliche durante l’estate, intorno alla metà di agosto, in ogni caso prima che la campanella torni a suonare con il rientro di settembre. Una consuetudine, una regola di trasparenza, un obbligo di legge. Come mai quest’anno non sappiamo nulla? Le tabelle sono pronte da settimane ma sono rimaste chiuse nei cassetti del ministero dell’Istruzione. Sulla decisione ha pesato moltissimo il no di Massimo Zennaro, l’ex portavoce di Mariastella Gelmini che si è dimesso dopo l’incredibile comunicato sul tunnel svizzero-abruzzese ma che al ministero è rimasto sulla poltrona di direttore e adesso fa pure il consulente di Barbara Berlusconi. Una scelta, quella di non rendere pubblici i dati, che ha creato imbarazzo fra gli stessi dirigenti del ministero, costretti ad accampare scuse ed allargare le braccia davanti alle ripetute richieste dei giornalisti. E che aveva fatto venire qualche dubbio alla stessa Gelmini che alla fine ha però accettato la scelta del suo portavoce. Dopo l’addio di Zennaro, è probabile che le tabelle vengano presto pubblicate. Ma perché sono rimaste per quasi due mesi nel cassetto, neanche fossero piani militari top secret? Il punto è che l’anno scorso c’è stato un calo nella percentuale delle bocciature. Una flessione minima, dello zero virgola. Ma sufficiente per non poter parlare di “conferma della linea del rigore”, uno dei cavalli di battaglia del ministro Gelmini e soprattutto uno dei chiodi fissi nella strategia di comunicazione del suo ex portavoce. È stata proprio la paura che i dati venissero usati per attaccare il ministro a spingere Zennaro a chiudere quei fogli in un cassetto. Legittimo che un portavoce protegga il suo ministro dalle polemiche, in fondo è il suo mestiere. Ma per far questo è arrivato ad oscurare dati che vanno resi pubblici. Anche perché il “valore politico” dei quadri di fine anno è tutto da dimostrare. A decidere chi bocciare e chi promuovere non è il ministro e tanto meno il suo portavoce, ma quegli 800 mila insegnanti che ogni giorno entrano in classe, fanno lezione, interrogano, mettono i voti. E magari non pensano alla linea del rigore ma vogliono solo capire se un ragazzo è preparato oppure no. Anche di questo il ministro e il suo ex portavoce hanno discusso nel loro ultimo incontro, mercoledì sera, quando hanno firmato la separazione consensuale. Adesso Zennaro lavora pure per Barbara Berlusconi, la figlia del presidente del consiglio, una consulenza per curare la sua immagine nel campo della cultura. Lo farà a titolo gratuito, almeno fino a quando resterà responsabile della direzione per lo studente al ministero, contratto in scadenza poco prima della fine della legislatura. Ieri, dopo l’addio per la gaffe sul tunnel, diversi parlamentari avevano chiesto le sue dimissioni anche dall’incarico di direttore. Adesso che è venuta fuori la storia del lavoro per la figlia del premier, anche al ministero molti si chiedono se sia opportuno che resti ancora lì»;

a quanto risulta all’interrogante il direttore Zennaro ha inviato al quotidiano di via Solferino una nota di precisazione nella quale affermerebbe che non esiste alcun obbligo di legge a cui è tenuto il Ministero dell’istruzione in merito alla pubblicazione dei dati sulla valutazione degli alunni. Il Ministero è semplicemente tenuto a comunicarli all’Istat; non si sarebbero quindi verificate violazioni di legge;

considerato che:

si tratta, come si vede, di una precisazione relativa ai presunti obblighi di legge circa la pubblicazione di dati che non interviene, però, sulle ragioni della mancata pubblicazione;

il giornalista Lorenzo Salvia del “Corriere della sera” ha replicato nel modo seguente: «Il dottor Zennaro conferma i contenuti dell’articolo: i dati sono stati oscurati, cosa mai avvenuta in passato. E, fino al momento della scrittura del pezzo, non risultavano trasmessi nemmeno all’Istat»;

per molto tempo il Ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, ha insistito sulla necessità e sulla bontà della sua cosiddetta “linea dura”: bocciare di più per avere studenti più preparati. Nel giugno 2009, commentando un dato sull’aumento degli studenti bocciati, Gelmini diceva che “la scuola italiana deve ritrovare la via del merito”. Un mese dopo “il Giornale” celebrava “il giro di vite” del ministro Gelmini, dando conto dei dati sui bocciati in crescita;

si tratterebbe, però, di dati inesistenti scrive il 4 ottobre 2011 il quotidiano “la Repubblica”: nel migliore dei casi imprecisi, nel peggiore inventati.«Calano i respinti alle scuole superiori: dal giugno 2008 al giugno 2011 sono scesi quasi del due per cento. La “linea della severità” annunciata da Mariastella Gelmini esce ridimensionata dalle scelte dei professori, lo si scopre leggendo i dati dell’ultima stagione approdati in viale Trastevere, mai resi pubblici e ora consultati da Repubblica. È dal 2008 che il Miur non ha più pubblicato ufficialmente, ovvero sul sito del ministero, i risultati integrali degli scrutini di fine anno limitandosi a stringati comunicati stampa. Adesso si scopre che negli anni del Governo Berlusconi non c’è mai stata alcuna crescita dei bocciati alle medie superiori: niente pugno di ferro dei professori contro gli studenti riottosi e pelandroni. È una storia travagliata e piena di censure quella degli scrutini di fine anno ai tempi della Gelmini. L’ultima pubblicazione completa e senza errori sugli esiti di fine anno risale al luglio del 2007, quando a Palazzo della Minerva sedeva Giuseppe Fioroni. L’anno dopo, con il cambio del ministro, arriva la prima sorpresa: un clamoroso refuso aritmetico fa schizzare in alto il numero complessivo dei bocciati. Il 13 settembre del 2008, quattro mesi dopo l’insediamento della Gelmini, il ministero comunica infatti che “dopo le verifiche di fine agosto il totale degli studenti non promossi per l’anno 2007-2008 si attesta al 16,2 per cento del totale, mentre nell’anno scolastico 2006-2007 i bocciati furono il 14,2 per cento”. Nel conteggio, già allora, c’era qualcosa che non quadrava. “A giugno – spiegava il comunicato ufficiale – gli studenti promossi sono stati il 59,4 per cento del totale, i non ammessi sono stati il 13,8 per cento e quelli con giudizio sospeso il 26,8 per cento”. Proseguiva la nota: “Circa il 6 per cento degli studenti che hanno effettuato le prove di verifica a fine agosto sono stati bocciati portando la percentuale dei non ammessi al 16,2 per cento”. Però il 5,9 per cento – che è quel “circa il 6 per cento” – di bocciati a settembre sul 26,8 di rimandati a giugno determina l’1,6 per cento di respinti. Se si somma questa quota al 13,8 dei bocciati a giugno la percentuale complessiva di respinti arriva al 15,4 per cento. E non al 16,2. In quella stagione di partenza, ecco, i dati già non tornavano e, comunque, erano inferiori di uno 0,8 per cento a quelli dichiarati»,

si chiede di sapere:

quali siano le ragioni per cui i risultati aggregati delle scuole sono stati tenuti nascosti dal Ministro in indirizzo;

se i dati su promossi e bocciati del 2010 non sono stati diffusi perché il calo dei bocciati potrebbe apparire come un calo di severità;

se i dati oscurati dal Ministero siano stati trasmessi all’Istat;

quali iniziative di competenza intenda adottare il Ministro dell’istruzione, nell’ambito delle proprie competenze, al fine di invitare l’Istat a rendere nota tutta la documentazione scolastica in suo possesso;

se ritenga opportuno revocare l’incarico di direttore generale a Massimo Zennaro che ha dimostrato di non averne i titoli sia perché incorso nella gaffe del tunnel dei neutrini e sia perché probabile responsabile della scelta di oscurare gli esiti degli esami.

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Polizze Index linked

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06037
Atto n. 4-06037

Pubblicato il 6 ottobre 2011
Seduta n. 618

LANNUTTI , GIAMBRONE – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che è giunta agli interroganti la segnalazione di una cittadina che nel settembre 2007 è stata consigliata dal Banco di Sicilia, filiale di Modica (Ragusa), a sottoscrivere due polizze index linked di 117.500 euro ciascuna, per un totale di 235.000 euro. Ad oggi la signora è disperata perché ha perso tutti i soldi, nonostante al tempo dell’investimento avesse spiegato alla consulente della banca le sue esigenze per un investimento sicuro, considerato che era separata e aveva un figlio con seri problemi di salute;

considerato che:

Roma Vita SpA a partire dal 2001 ha emesso le polizze vita a premio unico di tipo index linked denominate Performance (5, 6, 7, 8, 9), con scadenza 2009. Le polizze in questione, per un totale di 182 milioni di euro, sono state acquistate da 6.500 famiglie italiane, in particolare tramite Banca di Roma ed altre società già del gruppo Capitalia. Roma Vita è stata incorporata prima nel gruppo Capitalia poi nel gruppo CNP Unicredit Vita. Le polizze, distribuite in particolare dalla Banca di Roma, erano collegate a titoli obbligazionari emessi dalla banca d’investimento Lehman Brothers e alla scadenza garantivano espressamente la restituzione del capitale da parte della compagnia Roma Vita Oggi CNP, prevista nel 2009, a prescindere dall’andamento del titolo sottostante;

Lehman Brothers è fallita nel settembre 2008. Successivamente al crac Lehman, CNP, con una serie di comunicazioni, ha prospettato ai sottoscrittori delle polizze Performance di non restituire alla scadenza il capitale, in quanto tale diritto sarebbe stato collegato all’andamento del titolo Lehman Brothers;

nel gennaio 2009 la CNP Vita ha inviato ai sottoscrittori di polizze index linked una lettera con cui si offriva la possibilità ai propri clienti di scegliere tra due alternative, formulate a titolo transattivo e denominate “Proposta Cash” e “Proposta Trasformazione”. Essenzialmente, la Proposta Cash offre la possibilità di recuperare il 50 per cento del premio originariamente versato relativo alla polizza oggetto dell’iniziativa, mentre la Proposta Trasformazione consiste nel sottoscrivere una nuova polizza, denominata “Scudo 42″, che garantirebbe, alla data del 16 agosto 2012, la ricostituzione del premio originariamente versato nella polizza;

in realtà la polizza “Scudo 42″ non ha scadenza in quanto è un contratto a vita ed il sottoscrittore può pretendere la restituzione del capitale solo esercitando la facoltà di riscatto, che comunque non gli permetterà di recuperare il capitale iniziale, ma solo quello versato nella polizza Scudo 42, pari, cioè, al 74 per cento circa del capitale originariamente versato nell’Atlantic Bond;

la lettera, inviata per posta ordinaria, conteneva, inoltre, un invito a presentarsi presso l’agenzia/filiale della banca entro il 20 febbraio 2009, data entro cui andava comunque manifestato il proprio interesse per una delle due proposte, senza specificare che cosa sarebbe accaduto nel caso in cui il cliente non si fosse recato in banca o non avesse deciso o non si vedesse recapitare la lettera, magari per un semplice disguido postale. In ogni caso, il cliente che ha ricevuto la lettera disponeva di tempi estremamente limitati per operare una scelta consapevole ed informata;

se si può intuire che la compagnia cerca di svicolare dai suoi impegni per risparmiare dei soldi, non si può comprendere come ISVAP e Consob possano consentire tali proposte a parere degli interroganti indecenti;

il Movimento consumatori ha da subito denunciato che la mancata restituzione del capitale investito nelle polizze e la comunicazione dell’iniziativa palesemente svantaggiosa per la totalità dei sottoscrittori costituivano una pratica commerciale scorretta gravemente lesiva dei diritti dei consumatori;

con provvedimento del 21 dicembre 2009 il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso dell’associazione e dunque ha riconosciuto che CNP doveva restituire l’intero premio versato;

con sentenza del 12 febbraio 2010, il Tribunale di Milano ha condannato CNP a restituire a un risparmiatore che aveva acquistato le polizze “Performance”, collegate a titoli Lehman Brothers, la somma di 335.000 euro, oltre a risarcire i danni non patrimoniali, quantificati equitativamente in 33.000 euro;

il Movimento consumatori ritiene che questa sentenza confermi quanto accertato con la recente ordinanza del 21 dicembre 2009, nella causa collettiva avviata in via cautelare dal Movimento consumatori che ha affermato la lesività del comportamento della compagnia ai danni di tutte le 6.500 famiglie italiane che avevano acquistato le polizze Performance;

l’ordinanza ha imposto alla CNP di inviare a tutti i sottoscrittori delle polizze in questione una lettera in cui viene comunicato che il Tribunale ha ritenuto probabilmente come non corrispondente ai principi di buona fede, correttezza e lealtà e comportamento lesivo dei diritti dei consumatori la diffusione delle comunicazioni successive al crac Lehman, con cui era stato escluso l’obbligo della compagnia di garantire il capitale a scadenza e venivano prospettate le proposte di transazione denominate “Cash” e “Trasformazione”. Il comportamento tenuto con tali comunicazioni è stato riconosciuto solo come “probabilmente” lesivo, in quanto l’effettiva lesività e il diritto di ciascun investitore a ottenere il rimborso e il risarcimento dei danni dovrà essere accertato nelle cause individuali;

la maggior parte dei sottoscrittori delle suddette polizze è rappresentata da piccoli risparmiatori privi delle conoscenze finanziarie necessarie a comprendere la natura della polizza index linked, i quali hanno creduto di sottoscrivere una normale polizza vita stante il fatto che l’investimento veniva venduto dalla compagnia senza rischio alcuno;

sulla vicenda dei vari prodotti finanziari estremamente complessi travestiti da polizze vita e rifilati a centinaia di migliaia di risparmiatori italiani, a giudizio dell’interrogante si misura ancora una volta la profonda inadeguatezza delle autorità di vigilanza,

si chiede di sapere:

quali misure urgenti di competenza intenda assumere il Ministro in indirizzo, anche nelle opportune sedi regolatorie, per prevenire ulteriori danni alle famiglie e agli investitori ed impedire che le compagnie assicuratrici continuino a coinvolgere risparmiatori ignari dei propri diritti per contenere le perdite, frutto di una gestione avventata, proponendo ai propri clienti transazioni di contratti di assicurazione nei quali le stesse si sono già impegnate a garantire il capitale a scadenza;

se il Governo non ritenga necessario farsi promotore di iniziative legislative, tese a definire meglio le responsabilità delle autorità di controllo in ordine alla gestione delle controllate, considerato che si è consentita per molti anni la vendita delle suddette polizze vita in un quadro normativo che non offriva tutela alcuna agli investitori e, oggi che la bolla speculativa è scoppiata, si assiste ad un assordante silenzio delle autorità di vigilanza.

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Mario Draghi- libro Altre sanguisughe

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06016
Atto n. 4-06016

Pubblicato il 5 ottobre 2011
Seduta n. 617

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il blog “Dagospia” pubblica il 29 settembre 2011 un ampio stralcio del libro “Altre sanguisughe” di Salvatore Cannavò: «L’Italia è orgogliosa della nomina di Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea. Incarico di prestigio, ottenuto con una complessa trattativa, appoggiato dal governo Berlusconi e amplificato da tutte le altre istituzioni. Tra l’altro il governatore della Banca d’Italia ci ha anche rimesso a cambiare incarico, perché dai 757.714 euro percepiti dall’Istituto di via Nazionale è dovuto scendere a una cifra inferiore alla metà, circa 350 mila euro, che costituisce il compenso del presidente della Bce uscente, Jean-Claude Trichet. Del resto Draghi è una figura autorevole, espressione del civil servant, di colui che si prodiga nel servire il proprio Paese e che proprio per questo non ha mai lesinato le raccomandazioni a ridurre la spesa pensionistica, innalzando l’età necessaria per lasciare il lavoro, riducendo gli sprechi e i privilegi. “Ridurre il debito pubblico e garantire la sostenibilità del sistema previdenziale devono essere il primo investimento dello Stato a favore dei giovani e delle generazioni future” diceva nel corso di una sua audizione presso la Commissione bilancio del Senato, nel luglio del 2007. Draghi invitava l’allora governo Prodi ad agire con decisione per completare il risanamento dei conti pubblici e per varare la riforma delle pensioni, partendo dall’innalzamento “graduale dell’età media effettiva di pensionamento. Se non si intervenisse, la spesa diventerebbe insostenibile: bisogna chiedersi quante tasse dovranno pagare i giovani di oggi nei prossimi 10-15 anni per sostenere il sistema pensionistico”. Ben detto. Draghi, del resto, interveniva in quella sede avendo piena contezza del problema. Solo l’anno precedente, nel giugno del 2006, l’Inpdap gli consegnava l’assegno mensile della sua pensione da dirigente della pubblica amministrazione: 14.843,56 mensili lordi, per un importo netto e pulito di 8.614,68. E glielo elargiva alla veneranda età di cinquantanove anni, visto che Mario Draghi è nato nel 1947. Se con una mano il neopresidente della Banca centrale europea firmava documenti e relazioni tecniche tutte all’insegna dell’emergenza pensioni, con l’altra si faceva recapitare una somma mensile che la nostra Maria non riesce a vedere nemmeno nell’arco di un anno. Anche qui, si tratta di un diritto acquisito, che non si può eliminare. Draghi quell’assegno se l’è guadagnato. Giusto. Ma possibile che non si capisca che il cumulo di indennità pagate dalla stessa cassa, quella dello Stato, quindi con denaro pubblico, di tutti noi, costituisce un’ingiustizia palese? Soprattutto quando riguarda incarichi pubblici, e in particolare le figure preposte a tenere sotto controllo la spesa e il buon andamento gestionale della finanza pubblica? Davvero, Mario Draghi non è consapevole di questo scempio?»;

vale la pena ricordare che, a quanto risulta all’interrogante, in Banca d’Italia sono sempre state applicate con assai meno rigore le regole ferree che invece vengono richieste a tutti gli italiani. Tanto è vero che gli stipendi aumentano e nel 2011 ci sono già 56 baby pensionati con pensioni d’oro che, una volta ottenuto il ricco vitalizio con tutte le sue clausole d’oro, hanno continuato ad esercitare ogni tipo di attività, pubblica e privata, cumulando redditi, in spregio del rigore professato dall’istituto;

nel citato libro, che si dedica ai “parassiti di Stato, pensionati di lusso e politici che non mancano mai”, si evidenzia come i frequenti inviti al rigore di Draghi stonino un po’ con la sua condizione reddituale;

ad avviso dell’interrogante, nell’ambito della politica di bilancio restrittiva, è scandalosa la continua richiesta del Governatore pro tempore della Banca d’Italia al Paese ed agli italiani di sacrifici, mentre lui, in qualità di Governatore della Banca d’Italia, ha precipito stipendi ben superiori a quelli degli altri colleghi dei Paesi europei insieme ad una baby pensione d’oro, e il personale dell’istituto percepisce una remunerazione media di ben 104.000 euro all’anno e vengono finanziate, a spese dei contribuenti, attività ludiche nel dopolavoro. A giudizio dell’interrogante sono pertanto incompatibili, incoerenti e singolari, alla luce dei dati di bilancio, i richiami all’etica della responsabilità e del “tiro della cinghia”, avanzati per tutti gli altri lavoratori del pubblico impiego, sui quali graveranno i costi della crisi economica e della manovra del Governo,

si chiede di sapere:

quali misure urgenti di competenza, nel rispetto dell’indipendenza e dell’autonomia della Banca d’Italia, il Governo vorrà intraprendere per impedire che siano sempre i soliti a pagare i costi della crisi, mentre gli oligarchi possono continuare a godere di inusitati privilegi;

se non ritenga di promuovere interventi normativi volti a far sì che anche le autorità indipendenti siano chiamate a contribuire in prima persona per far fronte alla crisi economica, generata ad avviso dell’interrogante dall’avidità dei banchieri e da un’inadeguata attività di vigilanza, evitando che lavoratori e pensionati, oltre al danno, debbano subire perfino la beffa di prediche ed esortazioni al risparmio da parte di coloro che non vogliono mai offrire soluzioni reali e concrete, contribuendo in prima persona alla difficile congiuntura economica.

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asta Frequenze-Beauty Contest

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06015
Atto n. 4-06015

Pubblicato il 5 ottobre 2011
Seduta n. 617

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il Governo ha deciso di assegnare agli operatori di telefonia mobile, mediante gara, una porzione di spettro elettromagnetico sino ad oggi utilizzata prevalentemente dalla emittenza locale, oltre che dal Ministero della difesa, per un totale di 255 Mhz, che servirà a potenziare i servizi wireless italiani quali, ad esempio, il WiMax e la telefonia mobile (LTE). In questo modo, si punta a trasferire capacità trasmissiva dal settore radiotelevisivo alla telefonia per favorire lo sviluppo della banda larga mobile e aprire la strada alla tecnologia 4G, la rete quarta generazione mobile ad altissima velocità, destinata a soppiantare il sistema attuale basato sulla banda larga Umts-3G-Hspa;

l’assegnazione delle frequenze digitali televisive terrestri (DTT) da 61 a 69 alla telefonia mobile avrebbe dovuto generare proventi non inferiori a 2.400 milioni di euro per lo Stato, secondo la stima formulata nella legge n. 220 del 2010 (legge di stabilità per il 2011). L’asta delle frequenze pare procedere speditamente facendo incassare allo Stato, fino ad oggi, circa 3,7 miliardi;

la legge di stabilità per il 2011 scorpora 9 delle 56 frequenze assegnate alla diffusione radiotelevisiva digitale terrestre per destinarle ai servizi di diffusione mobile in banda larga, ma le frequenze che cambieranno destinazione d’uso sono attualmente occupate dalle televisioni locali, cui è fatto obbligo di rilasciare le frequenze entro il 30 giugno 2012 e renderle disponibili agli operatori di telefonia mobile a partire dal 1° gennaio 2013. Con riguardo all’effettiva disponibilità delle frequenze, il presidente di Telecom Italia, Franco Bernabè, stando a quanto riportato in un articolo del “Corriere della sera” a firma di Enrico Grazzini, ha sostenuto che: «è paradossale e negativo che si sottraggono risorse agli operatori che non hanno l’immediata disponibilità delle frequenze e non possono così fare gli investimenti», in quanto esse sono ancora occupate dalle emittenti locali;

per prevenire le ovvie contestazioni delle imprese locali che dovranno cessare l’attività di operatore di rete, la legge di stabilità per il 2011 prevede che un decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, definisca i criteri e le modalità per l’attribuzione di misure economiche di natura compensativa alle imprese televisive locali non utilmente collocate nelle graduatorie, per una percentuale pari al 10 per cento degli introiti della gara stessa e comunque per un importo non eccedente 240 milioni di euro. Tali indennizzi sono finalizzati a promuovere un uso più efficiente dello spettro attualmente destinato alla diffusione di servizi di media audiovisivi in ambito locale e, come viene specificato nella manovra urgente di stabilizzazione dell’estate 2011, mirano a favorire, come previsto all’art. 25, comma 1, lettera b), numero 2, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, un «volontario rilascio di porzioni di spettro funzionali alla liberazione delle frequenze»;

le emittenti locali si sono immediatamente opposte alla richiesta di liberare le frequenze DTT da 61 a 69 e, coadiuvate dalle associazioni di categoria, hanno espresso una netta contrarietà al progetto governativo. È ovvio, dunque, in questo quadro, che si possa giungere ad un volontario rilascio delle frequenze;

le emittenti locali lamentano essenzialmente il fatto che la riduzione dello spazio frequenziale radiotelevisivo gravi esclusivamente sul settore televisivo locale, violando la disposizione dell’articolo 8, comma 2, del testo unico della radiotelevisione di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, che riserva all’emittenza locale un terzo della capacità trasmissiva stabilita dal piano di assegnazione delle frequenze;

la questione è ancor più preoccupante tenuto conto che, mentre all’emittenza locale vengono sottratte frequenze, all’emittenza nazionale stanno per essere assegnate ulteriori 6 frequenze mediante un’anomala procedura, che ha destato l’interesse del “Financial Times” che, stando a quanto riferisce un articolo del sito http://www.key4biz.it/, ha scritto che il Governo italiano ha perso l’occasione di far cassa e ha rafforzato ulteriormente il duopolio di Rai e Mediaset;

il beauty contest, infatti, è una gara senza oneri con assegnazione ad aziende che rispondano a determinati requisiti. Vi partecipano anche le imprese televisive che esercitano l’attività di operatore di rete su frequenze terrestri in tecnica digitale, già titolari di uno o più multiplex, ossia proprio Rai e Mediaset;

il passaggio dall’analogico al digitale terrestre ha infatti “liberato” 5 multiplex, ossia i pacchetti di frequenze utilizzabili per la trasmissione televisiva. I multiplex sono suddivisi in tre gruppi e, attraverso il citato bando in modalità beauty contest, 6 frequenze verranno assegnate, a costo zero, a Rai e Mediaset (con la Rai in posizione subalterna e frequenze meno appetibili);

questo fantomatico “concorso di bellezza” per le frequenze DTT nazionali ha origine dalle critiche al sistema radiotelevisivo italiano provenienti dalla Commissione europea, che, dopo aver avviato una procedura di infrazione comunitaria, ha imposto al Governo italiano l’obbligo di utilizzazione trasparente delle frequenze televisive;

a giudizio dell’interrogante appare paradossale e, allo stesso tempo, sintomatico del conflitto d’interesse che impera in questo Governo, che il medesimo bene pubblico, cioè lo spettro elettromagnetico, venga in un caso lautamente remunerato e nell’altro concesso gratuitamente, con un evidente privilegio della dimensione nazionale su quella territoriale, aggravando ulteriormente la condizione oligopolistica del mercato radiotelevisivo nazionale, da tempo censurata dalla Corte costituzionale e dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM);

a sostegno di quanto da ultimo affermato, è opportuno segnalare che dalla Relazione annuale dell’AGCOM, presentata il 14 giugno 2011, emerge che il 2010 ha fatto registrare un consolidamento della tripartizione del settore televisivo, le cui risorse complessive sono sostanzialmente distribuite tra Rai (28 per cento), Mediaset (30,9) e Sky (29,3 per cento). Anche la raccolta pubblicitaria mostra la medesima tripartizione, con Mediaset che attira il 56 per cento dei ricavi (con 38 per cento degli ascolti), Rai il 24 per cento (con il 41 per cento degli ascolti) e Sky il 5 per cento;

nelle anomalie dell’operazione beauty contest occorre inoltre evidenziare che ai broadcaster nazionali, a differenza di quanto accade per chi ha acquistato in questi giorni le frequenze partecipando all’asta prevista dalla legge di stabilità, verranno date frequenze già immediatamente libere e, in più, tra cinque anni le stesse televisioni che si aggiudicheranno il beauty contest potranno rivendere le frequenze pubbliche senza alcun vincolo, con la possibilità, quindi, di incassare plusvalenze;

rilevato che:

la gestione delle frequenze e, in particolare, le modalità di allocazione dello spettro sono avvenute contravvenendo alle norme comunitarie, come è stato rilevato dalla Commissione europea in sede di procedura infrazione contro la legge n. 112 del 2004, cosiddetta legge Gasparri, e dalla Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza sul caso Europa 7, ma a tutt’oggi non sembra che il Governo voglia invertire la rotta;

come riportato da “Affari e Finanza” de “la Repubblica” in un articolo a firma di Stefano Carli, i progetti del Ministro erano ben diversi dunque da quanto sta accadendo. La concessione gratuita delle frequenze doveva essere una “partita da chiudere bene e rapidamente”. Invece, solo il 6 settembre sono state consegnate le offerte ma mancava ancora la commissione assegnatrice (sebbene vi fosse stato tutto il tempo di provvedervi nei mesi precedenti), tenuto conto della difficoltà di individuare i tre membri della Commissione. La Commissione è stata nominata finalmente il 14 settembre e si è riunita per la prima volta pochi giorni fa. Non si può non constatare che tra i tre componenti non c’è, a parere dell’interrogante, nemmeno un esperto di televisione, a svantaggio della validità dell’offerta di contenuti dei vari candidati e quindi dei cittadini utenti;

è opportuno ricordare che già in data 8 settembre 2010 il quotidiano “la Repubblica” riportava la notizia secondo cui il Ministro in indirizzo, all’epoca dei fatti Viceministro con delega alla comunicazione, avrebbe favorito Mediaset che, ancor prima che venisse portata a termine la gara per l’assegnazione dei famosi 5 multiplex per il digitale terrestre, ne ha occupato uno per fare sperimentazioni “in alta definizione a piena potenza” sul digitale terrestre. Questo, secondo il quotidiano, avrebbe consentito a Mediaset di accumulare un netto vantaggio tecnologico rispetto ai concorrenti. A concedere l’utilizzo temporaneo del canale 58 sarebbe stato l’allora Viceministro dello sviluppo economico;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

il Ministro in indirizzo assiste ai successi dell’asta delle frequenze, decisa dal Ministro dell’economia, mentre il bando in modalità beauty contest, dopo innumerevoli ostacoli e rallentamenti dovuti soprattutto al tentativo disperato dello stesso Ministro di tenere fuori il nemico principale di Mediaset, ossia Sky, sta praticamente per regalare 3 miliardi di euro in un momento di grave crisi economica in cui si tagliano servizi, welfare e investimenti;

appare quanto mai chiaro che la situazione non fa altro che avvantaggiare la posizione delle emittenti televisive nazionali, tra cui Mediaset SpA, che nel passaggio dall’analogico al digitale e grazie all’operazione beauty contest finisce per avere più reti anche rispetto a quelle attualmente possedute;

nel Paese, il Presidente del Consiglio dei ministri concentra nella propria persona una molteplicità di poteri politici, economici e mediatici che ha determinato nel tempo un costante conflitto di interessi in capo al Presidente stesso che, indirettamente, gestisce numerosi e importanti gruppi societari imprenditoriali, tra i quali proprio Mediaset SpA, concessionario di frequenze televisive nazionali,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga che la scelta di liberare forzatamente le frequenze assegnate alla radiotelevisione locale per assegnarle alla telefonia mobile di nuova generazione, seppure importante dal punto di vista finanziario soprattutto in un momento di crisi come l’attuale, contrasti con l’esigenza e l’utilità per la collettività di continuare a beneficiare della ricchezza di idee e informazioni di cui le televisioni locali sono portatrici, specie per quanto concerne i territori;

se e quali iniziative urgenti intenda assumere alla luce di quanto descritto in riferimento alla normativa italiana affinché la riduzione delle frequenze televisive non avvenga ad esclusivo carico delle emittenti locali;

se e quali iniziative intenda assumere affinché la Commissione europea archivi definitivamente la procedura d’infrazione contro l’Italia per le violazioni alla normativa comunitaria contenute nella cosiddetta legge Gasparri, tenuto conto che il bando in modalità beauty contest, concedendo con assoluta probabilità sei frequenze a costo zero a Rai e a Mediaset, non garantisce una reale apertura del mercato.

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Discarica campobello di Mazara- morti tumore

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06020
Atto n. 4-06020

Pubblicato il 5 ottobre 2011
Seduta n. 617

LANNUTTI , GIAMBRONE – Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, della salute e dell’interno. -

Premesso che:

la discarica di contrada Campana-Misiddi di Campobello di Mazara (Trapani) è stata temporaneamente chiusa in autotutela dal responsabile del servizio impianti della società, Giacomo Lombardo. La decisione di sospendere i conferimenti dei rifiuti all’interno dell’impianto in gestione alla società d’ambito è avvenuta in seguito al sopralluogo che funzionari dell’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpa) di Trapani e Palermo hanno effettuato nella discarica;

la chiusura è stata disposta per verificare l’autorizzazione del trito vagliatore all’interno della vasca dove vengono conferiti i rifiuti. Si legge su “SiciliaInformazioni.com”: «La chiusura dell’impianto crea già da oggi una situazione d’emergenza che non consentirà, purtroppo, di effettuare la regolare raccolta dei rifiuti in tutti gli undici comuni – ha detto l’amministratore unico Nicolò Maria Lisma – con rischi per l’igiene pubblica”. Lisma, che mercoledì sino a tarda notte s’è riunito con alcuni responsabili dei servizi e capi area della società, ha informato i sindaci degli undici paesi, rappresentando loro la necessità di bloccare la raccolta dei rifiuti. “Questa – ha detto Lisma – anche perché la grave situazione economico-finanziaria della società non ci consentirà di conferire i rifiuti presso altre discariche siciliane”»;

al momento non è possibile stabilire quando si potrà riaprire la discarica di Campobello di Mazara;

la polizia municipale di Campobello di Mazara ha sequestrato un’area di circa 10.000 metri quadrati adibita a discarica abusiva in contrada Palazzello Schifano;

sono stati rinvenuti diversi tipi di rifiuti tra cui contenitori in amianto, pneumatici usati, elettrodomestici, pezzi di ricambio meccanici, persino alcuni rotoli di tappeto in erba sintetica presumibilmente dismesso da qualche impianto sportivo. Sempre nella stessa zona sono stati elevati tre verbali ad altrettanti cittadini per abbandono di rifiuti solidi urbani al suolo;

considerato che:

nel 2006 venne pubblicato un rapporto, commissionato dal Dipartimento della Protezione civile e condotto dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dal Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), dall’Istituto superiore di sanità e dall’Istituto di fisiologia clinica del CNR, dove veniva evidenziata una forte correlazione tra la presenza di discariche di rifiuti e/o inceneritori e l’aumento di mortalità per cause tumorali all’interno di un’area territoriale;

sul quotidiano “la Repubblica”, cronaca di Roma, del 23 settembre 2011, è stato pubblicato un articolo relativo all’inchiesta aperta per quattro morti di cancro nella zona della discarica di Malagrotta. La Procura di Roma ha avviato un’inchiesta con l’ipotesi di omicidio colposo per stabilire se la morte di quattro persone, tra il 2008 e il 2010, sia stata provocata dalle esalazioni dell’impianto di smaltimento dei rifiuti di Malagrotta (si veda l’atto sindacato ispettivo 4-05960);

considerato inoltre che:

in Sicilia perdura la grave situazione derivante dalle discariche abusive e che provoca pericolo per la salute pubblica e grande preoccupazione dell’opinione pubblica;

più volte in questi anni è esploso il caso dell’esistenza di discariche abusive nella provincia di Trapani in seguito alle denunce fatte dai carabinieri della Compagnia di Mazara del Vallo che hanno scoperto e sequestrato diverse cave di tufo, in territorio di Campobello di Mazara, adibite quasi esclusivamente allo smaltimento illegale di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali;

l’elevato tasso di incidenza dei tumori ha, da tempo, allertato molti abitanti della zona perché sembra che ne territorio della provincia di Trapani possa esserci un elevato tasso di radioattività legato a presunti scarichi di materiale radioattivo soprattutto tra Marsala e Mazara del Vallo;

per fare luce sulla questione, un consigliere del Comune di Marsala ha sottoscritto un ordine del giorno per chiedere all’amministrazione provinciale una verifica riguardante proprio gli indici di radioattività;

lo stesso Comune di Campobello di Mazara registra un alto tasso di mortalità per tumori anche tra i bambini;

da indiscrezioni si apprende che sotto l’autostrada A29, in prossimità di Campobello di Mazara, sarebbero seppelliti rifiuti radioattivi;

la discarica consortile di contrada Campana Missiddi in Campobello di Mazara inquina la falda;

i dati analitici – richiesti in data 15 febbraio 2010 alla Belice ambiente e pervenuti al Comitato cittadino per la tutela delle risorse idriche e ambientali del territorio di Mazara del Vallo in data 27 aprile 2010 – e le note che li accompagnano comprovano che le acque sotterranee analizzate attraverso gli otto pozzetti di ispezione risultano, in uno, significativamente contaminate da percolato di discarica, in quattro, con indici di contaminazione (tra cui particolare rilievo probatorio rivestono l’ammoniaca, i nitriti, i nitrati, la conducibilità elettrica, l’indice di permangano ed alcuni metalli), in tre e nel “pozzo discarica”, con significativo contenuto di nitriti e nitrati.

precedentemente la lettera dell’Arpa, inoltrata in data 17 giugno 2009 al sindaco di Campobello di Mazara, sindaco di Mazara e, in ordine gerarchico, a tutti gli enti preposti al controllo (Ato Belice Ambiente, Provincia regionale di Trapani, Agenzia regionale per i rifiuti e le acque, Assessorato territorio e ambiente, Arpa Sicilia), intimava gli intestatari a mettere in sicurezza, con estrema urgenza, il sito per il gravissimo danno ambientale in atto;

a Campobello il depuratore non funziona come dovrebbe e gli scarichi finiscono diritti in mare e sembrerebbe che l’acqua “depurata” presenti cariche batteriche superiori alla norma;

Campobello di Mazara fa spesso parlare di sé per episodi mafiosi. Le operazioni Golem e Golem2 si sono svolte praticamente dove abita la famiglia del fratello di Matteo Messina Denaro ovvero Salvatore Messina Denaro recentemente e nuovamente tornato in carcere. Campobello è il paese di Natale L’Ala, il boss ucciso nel 1990 durante la guerra di mafia, recentemente balzato agli onori della cronaca perché nominato da Mauro Rostagno in una dichiarazione fatta ai carabinieri: Rostagno chiarisce che Licio Gelli si sia recato prima a Mazara a parlare con Mariano Agate (arrestato qualche tempo dopo) e poi a Campobello a parlare con Natale L’Ala;

nell’estate 2008 il Ministero dell’interno ha disposto un atto ispettivo al Comune di Campobello di Mazara per verificare l’effettiva sussistenza di eventuali condizionamenti o di infiltrazioni della criminalità organizzata all’interno dell’ente locale,

si chiede di sapere:

se, alla luce dei fatti esposti in premessa, il Governo ritenga urgente approfondire il delicato problema e dare più precisa cognizione all’opinione pubblica locale;

quali iniziative intenda assumere al fine di prevenire ulteriori episodi di inquinamento ambientale garantendo la salute pubblica;

quali misure urgenti di propria competenza intenda attivare per prevenire i fenomeni di mortalità, che si verificano nelle adiacenze delle discariche;

se, alla luce dei dati relativi alla contaminazione delle acque derivante dalla discarica consortile, l’amministrazione di Campobello di Mazara e gli enti preposti al controllo abbiano messo in atto gli interventi necessari per arrestare il gravissimo danno ambientale e provvedere alla bonifica;

se non intenda verificare la funzionalità del depuratore di Campobello di Mazara per accertare gli eventuali danni ambientali verificatisi al fine di tutelare l’ecosistema marino;

se ritenga necessario intervenire per fare il punto sullo stato di salute della popolazione nella zona, identificare e valutare l’effettivo trend in aumento per alcune importanti malattie nonché l’incidenza e la mortalità per tumore;

se ritenga necessario prestare le dovute attenzioni al problema dell’esistenza di discariche abusive e del relativo smaltimento di rifiuti pericolosi nella zona di Campobello di Mazara, nonché nell’intera provincia di Trapani, sotto l’aspetto sia della tutela della salute pubblica sia delle possibili connessioni di tale fenomeno con l’attività di organizzazioni malavitose.

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Finmeccanica-Alenia nomina Giuseppe Giordo

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06017
Atto n. 4-06017

Pubblicato il 5 ottobre 2011
Seduta n. 617

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico, dell’economia e delle finanze, della giustizia e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

l’atto di sindacato ispettivo dell’interrogante 4-04411 ancora non ha ricevuto risposta;

in data 24 giugno 2010 il Consiglio di amministrazione di Finmeccanica nominava Giuseppe Giordo nuovo amministratore delegato di Alenia aeronautica;

nell’interrogazione citata si chiedeva di sapere: quali siano le valutazioni del Governo in merito al fatto che Lorenzo Cola «stava “lavorando”, come si apprende dalla stampa, per la nomina di Giuseppe Giordo ad amministratore delegato di Alenia aeronautica», se il Governo intenda approfondire i legami tra Cola e Giordo, se «la nomina di Giuseppe Giordo ad amministratore delegato di Alenia aeronautica sia stata preventivamente concordata con il Ministero dell’economia e delle finanze e, in caso negativo, quali siano i motivi», quali «siano i motivi della repentina nomina di Giordo ad amministratore delegato di Alenia aeronautica in piena indagine giudiziaria sui presunti fondi neri di Finmeccanica da parte della magistratura»;

considerato che, a quanto risulta all’interrogante, è prassi all’interno del gruppo Finmeccanica che il management acquisti quote azionarie di società che forniscono beni e servizi alle stesse società di cui sono ai vertici aziendali,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che la magistratura abbia aperto un’indagine sui legami tra Cola e l’attuale amministratore di Alenia Aermacchi, Giuseppe Giordo;

se risultino quote azionarie di società che forniscono beni e servizi ad Alenia e a Agusta detenute, direttamente o indirettamente, dall’attuale Presidente di Alenia, Amedeo Caporaletti, e se ciò non sia una palese conflitto di interessi ma, soprattutto, si ciò non arrechi gravi pregiudizi e danno alla società pubblica;

se intenda sollecitare la Guardia di finanza al fine di verificare la situazione sopra esposta;

quali provvedimenti intenda adottare al fine di rimuovere tale manifesto conflitto di interesse che sta portando sull’orlo della crisi le varie società del gruppo Finmeccanica;

se il Governo, quale azionista di riferimento di Finmeccanica, sia a conoscenza del piano di ristrutturazione in atto da parte di Alenia Aermacchi altamente lesivo dei più elementari diritti dei lavoratori, trattati come pacchi postali a disposizione di un management che sempre utilizza sistemi di gestione in spregio delle professionalità di dipendenti che hanno arricchito di valore le società di appartenenza, le cui crisi sono riferibili esclusivamente agli errori e agli sperperi, di certo estranei ai dipendenti, emersi agli onori delle cronache;

se risulti che il capo del personale di Aermacchi, dottor Possenti, stia chiedendo in maniera insistente e pressante ai dipendenti di Roma di licenziarsi;

quali siano gli intendimenti del Governo, tramite i suoi rappresentanti all’interno del Consiglio di amministrazione del gruppo Finmeccanica, in relazione ad un management che sta addossando i danni provocati ai soli lavoratori.

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Corecom Umbria

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06004
Atto n. 4-06004

Pubblicato il 4 ottobre 2011
Seduta n. 615

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico, dell’economia e delle finanze, per la pubblica amministrazione e l’innovazione e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale. -

Premesso che, per quanto risulta all’interrogante:

nel corso della controversia tra il signor G. Salvati e Sky Italia Srl già descritta negli atti di sindacato ispettivo 4-03035 e 2-00233, il Corecom Umbria dava mandato al professor avvocato Giuseppe Caforio, docente di Diritto commerciale presso l’Università degli studi di Perugia e l’Università politecnica delle Marche, patrocinante nelle magistrature superiori, di scrivere in data 25 ottobre 2010 al signor Salvati e all’avvocato Lucio Golino di Adusbef che lo difendeva una missiva di cui si ritiene importante riportare integralmente il contenuto. Nella stessa si riferisce che l’avvocato Lucio Golino, in qualità di procuratore e difensore di Salvati, ha presentato al Presidente del Comitato regionale per le comunicazioni (Corecom) dell’Umbria, al Presidente della Giunta regionale dell’Umbria e al Presidente dell’AGCOM un esposto-istanza datato 19 aprile 2010. Tale atto presenta un contenuto altamente lesivo dell’immagine e della reputazione del Corecom Umbria, con riferimenti alla manifesta e documentata sudditanza di Corecom Umbria all’operatore Sky Italia Srl, al difetto assoluto di terzietà nell’assunzione dei provvedimenti, alla circostanza che il Corecom Umbria ha dato ampia e diffusa prova di essere un organo alle dipendenze degli operatori, non essendo quindi lo stesso in grado nella maniera più assoluta di assolvere a quelle funzioni di garanzia dei consumatori e, men che meno di giudicare le controversie e ancor più di emettere provvedimenti sanzionatori. A fronte di tali fatti, il Comitato intende tutelare la propria posizione, invitando Salvati e l’avvocato Golino all’immediata cancellazione delle frasi diffamatorie descritte e di ogni altra espressione comunque lesiva dell’immagine del Corecom Umbria, nonché a presentare pubbliche scuse nei confronti del Comitato in ogni adeguata forma che garantisca la più ampia diffusione. In mancanza di quanto richiesto, nel termine di 15 giorni dal ricevimento della missiva del Corecom Umbria, nella lettera si preannuncia l’azione in sede giudiziaria, in primis quella penale, per la tutela dell’immagine e per il risarcimento dei danni, nonché l’intenzione di adire ogni altra autorità competente;

ovviamente a fronte di tale missiva, a giudizio dell’interrogante intimidatoria, i destinatari si son guardati bene dal porgere scuse alcune e men che meno il Corecom Umbria ha dato corso alle minacciate denunce;

la controversia si concludeva poi con un provvedimento del Corecom Umbria che, a fronte delle richieste dell’operatore del pagamento della “sanzione” di 2.500 euro a carico del consumatore, asserito credito immediatamente ceduto ad una società di recupero, Sky Italia SpA veniva condannata per le sue inadempienze contrattuali a rifondere il consumatore della somma di 800 euro;

successivamente il dottor Carlo Cecchini, dirigente del Corecom Umbria, adottava la delibera n. 24 del 23 luglio 2010 volta ad autorizzare la Sezione bilancio e ragioneria a liquidare all’avvocato Caforio l’importo complessivo di 1.612,00 euro;

a giudizio dell’interrogante, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato dovrebbe aprire un procedimento sanzionatorio per pubblicità ingannevole nei confronti dello spot dell’Agenzia delle entrate sull’evasione fiscale (meglio noto come quello “del parassita”) non informando lo stesso che il maggior gettito fiscale derivante dal puntuale adempimento dei relativi oneri non scongiura le spese sconsiderate ed immotivate dei vari enti pubblici,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto descritto in premessa;

se risulti chi e che cosa abbia legittimato il dottor Carlo Cecchini a liquidare, superando di gran lunga le tariffe professionali, l’abnorme parcella di 1.620 euro – circa 80 euro a riga – senza neppure esigere il parere di congruità del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Perugia a cui appartiene il professionista, liquidato, a giudizio dell’interrogante, molto profumatamente;

se risultino le ragioni per le quali la Ragioneria della Regione Umbria non abbia mosso contestazioni e rilievi all’operato del suddetto dirigente, pagando pedissequamente “a piè di lista”, e il motivo per cui il medesimo dirigente del Corecom Umbria abbia scavalcato l’Avvocatura regionale conferendo mandato liberamente ad un professionista esterno all’amministrazione;

se risultino le ragioni per cui la Procura regionale della Corte dei conti di Perugia, già allertata nei precedenti atti di sindacato ispettivo citati, sia rimasta nelle more del tutto inerte consentendo, a giudizio dell’interrogante colpevolmente, l’abuso di cui sopra;

se risulti che le lamentazioni in pubbliche recenti esternazioni circa la carenza di risorse finanziarie ed umane che metterebbero a serio repentaglio l’attività dell’organo, da parte del Presidente del Corecom Umbria, Mario Capanna, siano del tutto prive di ogni fondamento tanto più che lo stesso organo si permette di stipulare ben tre contratti di collaborazione di 42.000 euro ciascuno per l’attività di monitoraggio televisivo regionale, a giudizio dell’interrogante inutile;

se i Ministri in indirizzo non reputino che l’unico controllo serio ed efficace della spesa pubblica sia quello democratico affidato ai cittadini. Conseguentemente se non ritengano che sia allo stato assolutamente improcrastinabile l’adozione di un urgente provvedimento con cui il Governo subordini l’efficacia degli atti di spesa da parte di tutte le amministrazioni centrali, periferiche, autonome e locali alla pubblicazione su un unico sito tenuto a cura della Presidenza del Consiglio dei ministri.

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Decreto Sviluppo – rinazionalizzazione infrastrutture telecomunicazioni

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06003
Atto n. 4-06003

Pubblicato il 4 ottobre 2011
Seduta n. 615

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

nell’ambito delle iniziative che il Ministero dello sviluppo economico sta portando avanti in vista dell’emanando decreto-legge in materia di sviluppo economico, il Ministro Romani ha dichiarato l’intendimento di utilizzare l’extragettito derivante dalla gara LTE (circa 800 milioni di euro) per finanziare una nuova società per la realizzazione di reti in fibra. In pratica, lo Stato intende finanziare lo sviluppo della fibra attraverso una sorta di rinazionalizzazione delle infrastrutture di telecomunicazioni, in un settore che sconta la piena liberalizzazione e privatizzazione sin dai primi anni ’90. Questa impostazione appare in palese contrasto con gli indirizzi di politica economica anticipati dal Governo e mirati a proseguire nella strategia di liberalizzazioni e privatizzazioni. Inoltre, qualora il Governo intendesse confermare questa impostazione si esporrebbe ad un pesante intervento della Commissione europea che, certamente, la qualificherebbe come un palese aiuto di Stato. Diversamente, l’extragettito dovrebbe essere destinato prioritariamente al superamento del digital divide che rappresenta la prima scadenza temporale dell’agenda digitale europea, la quale, come noto, richiede agli Stati membri di assicurare collegamenti broadband al 100 per cento della popolazione entro il 2013. E, sempre rimanendo nel perimetro del digital divide, gli interventi pubblici dovrebbero concentrarsi, in via prioritaria, sulla sua eliminazione nei distretti industriali, al fine di contribuire al rilancio dell’economia nazionale. Inoltre, tenuto conto che sono stati gli operatori mobili a generare l’extragettito, sarebbe opportuno “restituire” agli stessi una quota parte dell’esborso, finanziando la realizzazione di collegamenti in fibra ottica per la connessione delle Stazioni Radio Base delle reti mobili 4G ai fini della copertura LTE dei piccoli comuni, obbligo quest’ultimo stabilito dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) e previsto nel bando di gara. In definitiva, la destinazione dell’extragettito ad iniziative mirate all’eliminazione del digital divide, attraverso lo sviluppo delle reti fisse e mobili, deve essere prioritaria rispetto all’ipotizzata costituzione di una società pubblica per la fibra. Tenuto conto della ancora limitata penetrazione degli accessi ad Internet rispetto agli altri principali Paesi europei, sarebbe opportuno incentivare la domanda digitale prevedendo, ad esempio, misure per l’innalzamento del grado di alfabetizzazione informatica, agevolazioni alle piccole e medie imprese per l’utilizzo della larga banda, un bonus governativo per i consumatori allo scopo di favorire l’accesso alla larga banda su rete fissa e mobile,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che vi sia l’intendimento di utilizzare l’extragettito derivante dalla gara LTE per finanziare una nuova società per la realizzazione di reti in fibra e se il finanziamento dello sviluppo della fibra attraverso una sorta di rinazionalizzazione delle infrastrutture di telecomunicazioni non sia soggetto ad una procedura di infrazione europea per palese aiuto di Stato;

se la limitata diffusione degli accessi ad Internet rispetto agli altri principali Paesi europei non debba indurre il Governo ad incentivare la domanda digitale prevedendo misure idonee per l’innalzamento del grado di alfabetizzazione informatica, agevolazioni alle piccole e medie imprese per l’utilizzo della larga banda, un bonus governativo per i consumatori allo scopo di favorire l’accesso alla larga banda su rete fissa e mobile;

se non ritenga di destinare una parte dell’extragettito, pari a circa 1,6 miliardi di euro, a finanziare i collegamenti in fibra ottica per la connessione delle Stazioni Radio Base delle reti mobili 4G ai fini della copertura LTE dei piccoli comuni, obbligo stabilito dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) e previsto nel bando di gara, con idonee misure tendenti all’eliminazione del digital divide, attraverso lo sviluppo delle reti fisse e mobili;

se la costituenda società pubblica per la fibra ottica, con un appannaggio di circa 600 milioni di euro, che, come rilevano alcune fonti raccolte dall’interrogante, dovrebbe essere guidata dal garante per la sorveglianza dei prezzi, Roberto Sambuco, ossia il criticato allievo del giornalista Luigi Bisignani arrestato nell’ambito dell’inchiesta P4 ed autore di una folgorante carriera, non debba essere residuale rispetto alle iniziative di modernizzazione del Paese con il digitale divide;

se i Capi Dipartimento del Ministero dello sviluppo economico, che operano di concerto con le Camere di commercio, non stiano esorbitando dai loro compiti e funzioni, anche con la costituzione di società, come quelle descritta, per mera gestione di potere, interessi e carriere.

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Fondazioni bancarie- Fondazione Roma

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02422
Atto n. 3-02422 (in Commissione)

Pubblicato il 4 ottobre 2011
Seduta n. 615

LANNUTTI – –Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

le fondazioni bancarie hanno origine dalle antiche casse di risparmio, associazioni private nate nell’Europa centrale ed affermatesi in Italia agli inizi del XIX secolo, quando si manifestò il bisogno di sostenere lo sviluppo produttivo dei ceti medio-piccoli dopo le disastrose guerre napoleoniche e di raccogliere i flussi di liquidità derivanti dalla nascente rivoluzione industriale. L’attività delle casse di risparmio (nate su iniziativa prevalentemente privata) era diversa dall’attività bancaria vera e propria: le casse raccoglievano capitali con una sottoscrizione iniziale e poi con successivi depositi, mentre le banche nascono su iniziativa di gruppi ristretti ed hanno fini commerciali e speculativi; le casse svolgevano attività di assistenza e beneficenza, mediante elargizione di beni indirizzati gratuitamente verso i ceti più umili, mentre le banche raccoglievano e remuneravano il piccolo risparmio. All’inizio degli anni ’90 è emersa dunque la necessità di trasformare l’intero sistema bancario italiano per aggiornarlo rispetto alla cosiddetta «unità economica europea» che si andava delineando. L’Italia doveva affrontare l’apertura dei propri mercati ai partner europei. All’epoca, più della metà degli enti creditizi era di diritto pubblico;

il Governatore della Banca d’Italia pro tempore Carlo Azeglio Ciampi trovò la soluzione per rendere le banche più appetibili per gli investitori stranieri: separare in due diverse entità le funzioni di diritto pubblico dalle funzioni imprenditoriali, cioè scorporare le fondazioni dalle banche ex pubbliche (SpA): la legge-delega Amato n. 218 del 1990 dispose che gli enti bancari diventassero società per azioni, sotto il controllo di fondazioni, le quali successivamente avrebbero dovuto collocare le proprie azioni sul mercato;

la legge-delega del 1990 configura le fondazioni bancarie come holding pubbliche che gestiscono il pacchetto di controllo della banca partecipata ma non possono esercitare attività bancaria; i dividendi sono intesi come reddito strumentale ad un’attività istituzionale (quella indicata nello statuto), che deve perseguire «fini di interesse pubblico e di utilità sociale». Nella prima fase (1990-1997), prevale una ambiguità di fondo: attività bancaria e finalità istituzionali sono ancora piuttosto confuse, anche perché le fondazioni bancarie da un lato devono controllare la banca e dall’altro devono perseguire scopi non di lucro. L’unico elemento chiaro di attività “sociale” delle fondazioni bancarie si ritrova nel dettato della legge n. 266 del 1991 istitutiva delle organizzazioni di volontariato: l’art. 15 che dispone che un quindicesimo dei proventi di questi enti venga devoluto ai fondi regionali per il volontariato. L’evoluzione normativa degli anni seguenti mira proprio ad eliminare questa confusione: un sistema misto di incentivi e vincoli mette in moto il mercato, nonostante la regolamentazione delle attività istituzionali sia ancora carente;

per quanto risulta all’interrogante, le ricche fondazioni bancarie con un patrimonio stimato pari a circa 50 miliardi di euro, i cui membri, cooptati spesso con criteri feudali, vere “combriccole” di amici che non sembrano rispondere ad alcuno del loro operato, erogano finanziamenti insindacabili su progetti delle comunità locali, invece di offrire un contributo al risanamento del Paese, e scrollarsi di dosso l’accusa di clientelismo, continuano a gestire fondi e patrimoni con criteri “amicali”. Gli amministratori delle ex banche e casse di risparmio che hanno accumulato ingenti risorse nel tempo, ricorrendo all’anatocismo ed a clausole contrattuali vessatorie ed illegali penalizzando utenti, consumatori ed imprenditori, invece di restituire alla collettività il frutto di una quota parte del “maltolto”, deliberano ingenti fondi a se stessi ed alle loro combriccole di amici, come è raccontato compiutamente da Giorgio Meletti, su “Il Fatto Quotidiano” del 29 settembre 2011, dal titolo: “Fondazione Roma generosa a spese nostre. Il presidente Emanuele ed i consiglieri decidono così i loro compensi, spaccato di uno scandalo inusitato”;

si legge nell’articolo: «Il labirinto di delibere con cui il presidente della Fondazione Roma, Emmanuele Emanuele, gli altri quattro consiglieri d’amministrazione e i 18 membri del comitato d’indirizzo si assegnano incarichi e prebende è utile per indagare un segreto più ermetico di quelli di Fatima: di chi sono le fondazioni bancarie? (…) Il professor Emanuele è presidente della Fondazione Roma dal primo giorno, cioè da 21 anni. Si chiamava allora Fondazione Cassa di Risparmio di Roma. Alla Cassa di Risparmio comandava l’andreottiano Cesare Geronzi e alla Fondazione mandarono, pensando allora che fosse una roba di poco conto, Emanuele, banchiere in quota Psdi, che contava poco. La Cassa si è prima fusa nella Banca di Roma, che a sua volta è diventata Capitalia, poi incorporata da Unicredit. La Fondazione così non controlla più nessuna banca, ed è rimasta lì ad amministrare un patrimonio di due miliardi di euro, che ogni anno rende un centinaio di milioni, e consente di distribuire una quarantina di milioni a sostegno di iniziative sociali, culturali e scientifiche meritevoli. Ma prima di tutto i vertici della Fondazione pagano se stessi e senza rendere conto a nessuno. Almeno fino a oggi. Pochi giorni fa, infatti, il Consiglio di Stato ha posto termine a una lunga battaglia giudiziaria su chi deve vigilare sulla Fondazione Roma. Emanuele, non avendo più quote di controllo in banche, ha chiesto di essere sottoposto alla vigilanza della prefettura, come ogni fondazione ordinaria. Il ministero dell’Economia ha ottenuto di continuare a vigilare la Fondazione Roma in quanto di origine bancaria. Brutta sconfitta per Emanuele. Non solo vedrà scorrazzare nei suoi uffici i vigilantes di Giulio Tremonti, ma soprattutto è rimasto vulnerato il suo orgoglio di giurista, che non è modico. Nella sede della Fondazione, nel centro di Roma, ha trovato posto un reperto senza precedenti nella storia mondiale delle banche, almeno dai tempi di Francesco Datini da Prato, che nel ’300 inventò l’assegno. Una lapide che ricorda il ruolo di Emanuele come promotore della sentenza della Corte costituzionale che nel 2003 ha confermato la natura privata delle fondazioni bancarie: “I soci della Fondazione Cassa di Risparmio di Roma – così è scolpito – desiderano esprimere il loro unanime e profondo ringraziamento al Presidente Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, per aver guidato con determinazione e assoluta autorevolezza la battaglia contro la pervicace prevaricazione del potere politico in difesa dei valori cristiani di solidarietà e generosità trasmessi dai Padri fondatori nel 1836″. Emanuele ha un alto concetto di sé. Si definisce “avvocato cassazionista, economista, banchiere, esperto in materia finanziaria, tributaria e assicurativa, saggista”. E rivendica di essere insignito “della Laurea Honoris Causa in Belle Arti (Degree in Fine Arts) della St. John’ s University di Roma e della Laurea Honoris Causa in Diritto Canonico della Pontificia Università Lateranense di Roma”, finanziata dalla Fondazione Roma. Tutto questo ben di Dio va ricompensato come merita. Nel 2010 per le sue prestazioni ha preso dalla Fondazione 707.224 euro lordi, così organizzati: 267.470 euro come presidente della Fondazione Roma, 169.992 come presidente della Fondazione Roma-Mediterraneo (che potremmo definire una controllata), e 269.762 come sovrintendente culturale della Fondazione Roma-Museo, che gestisce il Museo del Corso. La storia dell’incarico professionale come “sovrintendente culturale” è notevole. Nel 2007 il consiglio d’amministrazione nomina il suo presidente (già settantenne) per dieci anni (non esiste al mondo un mandato così lungo) stabilendo che in caso di revoca del contratto prima della scadenza gli verrà riconosciuta una sontuosa buonuscita. Puntualmente, a fine 2010, il consiglio presieduto da Emanuele revoca l’incarico a Emanuele, e dispone il pagamento della buonuscita nella misura di 1 milione 888 mila euro lordi. Il bonifico parte il 9 febbraio 2011: al netto delle tasse piovono sul conto del banchiere socialdemocratico e cristiano 1 milione e 38 mila euro. Ma il presidente non ha potuto chiudere l’ombrello, perché il denaro ha continuato a piovere. Il 5 aprile altro bonifico, ancora più singolare. Il Comitato d’Indirizzo della Fondazione Roma, presieduto anch’esso da Emmanuele Emanuele ha deliberato il 26 giugno 2010 di riconoscere allo stesso Emanuele un compenso straordinario di 271 mila euro lordi (154 mila netti) per le “attività eccedenti la carica di presidente svolte nel 2009″. Occhio alle cifre: le “attività eccedenti” valgono quanto lo stipendio di presidente della Fondazione, e non si capisce che cosa siano. A una richiesta di delucidazioni Emanuele non ha dato risposta. Certo è che ogni respiro del presidente costa euro sonanti alla Fondazione. C’è lo stipendio, c’è il gettone di oltre duemila euro per ogni riunione del consiglio d’amministrazione, c’è l’incarico di sovrintendente culturale, ci sono le fatture emesse per prestazioni professionali (due per circa 100 mila euro totali nel 2009) e infine le “prestazioni eccedenti”. La Fondazione è generosa anche con gli altri amministratori. Il vicepresidente prof. avv. Serafino Gatti ha svolto nel 2009 “attività eccedenti la carica di vicepresidente” e si è preso 85 mila euro nello scorso aprile, come da regolare parcella. I tre consiglieri semplici (Paolo Emilio Nistri di 86 anni, Alfredo Loffredo De Simone di 74 e Novello Cavazza di 89) hanno anch’essi ecceduto nell’attività, nonostante l’età, e hanno incassato ciascuno 40.666,59 euro. Hanno ecceduto tutti e tre e tutti nella stessa misura, al centesimo di euro. Il 23 marzo scorso il consiglio d’indirizzo ha deliberato che fosse giusto dare qualcosa anche ai suoi 18 membri, e sono partiti i 18 bonifici, sette da 39 mila euro, cinque da 36 mila euro e altri per cifre calanti fino ai soli 18 mila euro di Americo Cecchetti. Anche il direttore generale Franco Parasassi, che nel 2010 ha guadagnato 210 mila euro, lo scorso marzo ha avuto il suo, con un compenso aggiuntivo di 60 mila euro lordi. In tutto i compensi extra superano il milione. Tanta generosità trova forse spiegazione nella complessa attività di erogazione dei fondi che i 23 amministratori si accollano. Come rivendica il bilancio 2010, la Fondazione Roma non emette bandi per chi voglia chiedere un sostegno, ma persegue “iniziative dirette e mirate”, che garantiscono una gestione più “funzionale e incisiva”. Un modo per essere agili nei movimenti che comporta il fastidio di dover personalmente seguire ogni erogazione, prendendo le decisioni in solitaria autonomia. Con risultati visibili. Nel 2010, su 4,6 milioni erogati in campo medico, 3,2 sono andati alla Fondazione G. B. Bietti, una onlus che fa ricerca in campo oftalmologico.Al comparto arte e cultura sono andati in tutto 15 milioni, e ne ha incassati 7,8 la Arts Academy del maestro Francesco La Vecchia, direttore dell’Orchestra Sinfonica di Roma, che ha avuto nella sua storia prestigiosi presidenti onorari, da Arthur Rubinstein a Gianandrea Gavazzeni, da Goffredo Petrassi all’attuale, Emmanuele Emanuele. La filosofia di Emanuele è di seguire il denaro della Fondazione. Per esempio, dopo che ha investito qualche decina di milioni di euro (tra acquisto di azioni e affidamento di capitali) nel gruppo bancario Sator di Matteo Arpe, può sapere come vanno le cose dal figlio Eugenio, assunto da Arpe nella controllata Profilo Merchant. Il presidente della Fondazione Roma è del resto un uomo poliedrico. Avvocato e banchiere, ma anche esperto d’arte e di politica internazionale, presidente onorario del Psdi (il glorioso partito di Giuseppe Saragat pare esista ancora), amico dei Savoia, con i quali era in prima fila a festeggiare il rientro in Italia nel 2003. E poi Emanuele è un poeta. (…) nel 2010 ha avuto un riconoscimento speciale dal presidente del Premio letterario Mondello, che (…) altri non è che il professor Giovanni Puglisi, presidente della Fondazione Banco di Sicilia, finanziatrice del Premio Mondello. Se uno chiede perché spendono così il denaro delle Fondazioni bancarie si sente rispondere che sono soldi privati. Un pasticcio giuridico privo di senso: o quei miliardi di euro sono proprietà di personaggi come Emmanuele Emanuele oppure sono di tutti. E come soldi di tutti andrebbero gestiti. I grandi architetti del sistema delle Fondazioni (…) potrebbero una buona volta dire una parola su questo»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

l’operato del presidente Emanuele Emmanuele della fondazione Roma, che ha deliberato elargizioni di laute prebende per milioni di euro a se stesso ed ai suoi “compagni di cordata” all’interno del sodalizio, sono incompatibili con il clima di austerità e di pesante congiuntura di un Paese ridotto alla crisi economica a giudizio dell’interrogante anche per precise responsabilità di banchieri come il presidente della ex fondazione cassa di risparmio di Roma;

non è lecito che “combriccole di amici”, insediati da decenni ed inamovibili all’interno di società come “sepolcri imbiancati” dispensatrici di prebende e di carità come le fondazioni bancarie, possano continuare a gestire un ingente potere economico, senza rispondere ad alcuno del loro scandaloso operato,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che si debba provvedere ad un urgente commissariamento della fondazione Roma come di altre fondazioni bancarie, per restituire credibilità e dignità ad enti che traggono la loro origine ed il loro ingente patrimonio, da una spesso scellerata gestione del credito e del risparmio, sempre a danno dei consumatori e degli utenti dei servizi bancari, saccheggiati da costi elevatissimi dei conti correnti e da condizioni contrattuali capestro;

se, a fronte di queste gravissime e scandalose gestioni del patrimonio accumulato nel tempo dalle fondazioni, vera e propria “manomorta” dei tempi moderni, non ritenga opportune iniziative di competenza per riacquisire patrimoni bancari di origine pubblica, privatizzati in virtù della cosiddetta legge Amato, a beni dello Stato, mediante l’istituto dell’esproprio per destinare i ricavi, pari a circa 50 miliardi di euro, alla riduzione esclusiva del debito pubblico;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare, in attesa dell’esproprio, per evitare che i “manutengoli” del potere insediati da decenni nelle fondazioni bancarie come le consolidate “combriccole” amicali, possano sperperare ingentissime risorse per finalità privatistiche a vantaggio sia degli amministratori pro tempore che delle loro clientele, destinazioni di fondi spacciate per “erogazioni liberali” i cui criteri di scelta, sempre arbitrari, costituiscono una vera e propria offesa per territori di prossimità, enti ed associazioni di volontariato bisognosi di aiuti economici, che non possono contare su un siffatto sostegno.

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