Simest spa

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06165
Atto n. 4-06165

Pubblicato il 26 ottobre 2011
Seduta n. 632

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

nel corso del Forum internazionale dell’alimentazione di Cernobbio (Como), il presidente della Coldiretti Sergio Marini ha accusato la Simest di promuovere, con i soldi dei contribuenti, iniziative imprenditoriali che consentono di produrre all’estero alcuni prodotti tipici che però di italiano hanno soltanto il nome;

in particolare il quotidiano “La Repubblica” del 22 ottobre 2011 riporta un comunicato di Marini: «Lo Stato italiano promuove le vendite all’estero della bresaola uruguaiana ma anche la finocchiella, il salame toscano e il culatello prodotti negli Stati Uniti e venduti a New York dalla salumeria Rosi del Gruppo Parmacotto, il quale ha appena stipulato un vantaggioso accordo che prevede un investimento di ben 11 milioni di euro nel proprio capitale sociale da parte di Simest, una società per azioni controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico con la partecipazione di privati. (..) Il presidente Sergio Marini ha mostrato il culatello prodotto con carne statunitense a marchio “Salumeria Biellese” e la bresaola uruguaiana a marchio Parmacotto risultato dello shopping effettuato dalla task force della Coldiretti alla Salumeria Rosi a New York, 283 Amsterdam Avenue. Si tratta (…) dell’importante punto vendita del gruppo Parmacotto che lo scorso 12 ottobre ha ricevuto l’impegno di un finanziamento pubblico da parte della Simest finalizzato “al potenziamento della struttura produttiva e del processo di internazionalizzazione verso i mercati target, con particolare attenzione agli Usa, Francia e Germania, dove il Gruppo mira a consolidare la propria presenza”. (…) Non è politicamente accettabile che lo Stato, che rappresenta tutti i cittadini italiani, finanzi direttamente o indirettamente la produzione o la distribuzione di prodotti alimentari che non hanno nulla a che fare con il tessuto produttivo del Paese ma che anzi – sottolinea Marini – fanno concorrenza sleale agli imprenditori impegnati nell’allevamento e nella produzione in Italia. In un momento di crisi si sprecano soldi per favorire la delocalizzazione e non certo l’internazionalizzazione e si alimenta – sostiene Marini – il giro di affari dell’Italian sounding che si stima superi i 60 miliardi di euro l’anno (164 milioni di euro al giorno), cifra 2,6 volte superiore rispetto all’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari. Gli effetti economici diretti dell’Italian sounding sulle esportazioni di prodotti agroalimentari realmente Made in Italy si traducono, inevitabilmente, in effetti indiretti sulla bilancia commerciale, in costante deficit nell’ultimo decennio. Un danno per le imprese e un danno per il Paese. Quello che è più grave è che la finanziaria di Stato rimane “reticente” anche dopo le denuncia pubblica che – ricorda Marini – abbiamo presentato alla Commissione Parlamentare di Inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale e al Ministero delle Politiche Agricole che ha addirittura istituito un tavolo di lavoro sulla vicenda dell’incredibile acquisto di quote da parte della Simest della società rumena denominata Lactitalia. Lactitalia ha sede in Romania e produce, utilizzando latte di pecora romeno e ungherese, formaggi rivenduti con nomi italiani (tra gli altri Dolce Vita, Toscanella e Pecorino). La presenza sui mercati internazionali di prodotti di imitazione del pecorino romano è la principale ragione della grave crisi che colpisce i pastori italiani e della quale lo Stato si è reso complice. Di fronte a questa situazione la Coldiretti – ha concluso Marini – si pone due domande: Perché lo Stato investe risorse pubbliche per divenire proprietario di un’azienda che fa concorrenza agli imprenditori nazionali evocando un’italianità dei prodotti in realtà nsussistente? Quanti casi analoghi esistono e quali iniziative si intende adottare per porre fine a questa grave situazione che frena la crescita dell’agricoltura italiana e del paese»;

considerato che:

nel citato articolo si legge ancora: «Nel 2008 la Simest, società per azioni controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico con la partecipazione di privati, acquista una quota di partecipazione del 49% in Parmacotto USA, la società che si occupa della distribuzione all’ingrosso dei prodotti Parmacotto negli Stati Uniti. Lo stesso anno apre a New York la Salumeria Rosi, negozio monomarca per la vendita di salumi italiani. “Abbiamo constatato che i clienti li percepiscono come prodotti di alta qualità – dichiara l’amministratore delegato di Simest – e ciò fa crescere l’attenzione per la tradizione alimentare italiana dei consumatori americani”. I prodotti commercializzati sono quelli della tradizione regionale tricolore, dal culatello alla finocchiona. Tuttavia la metà delle carni lavorate per la produzione proviene, secondo quanto affermato dallo stesso amministratore delegato di Parmacotto, Alessandro Rosi, “da Francia, Danimarca, Spagna e Germania, per lo più”. Lo stesso processo di produzione è stato trasferito in Usa: nel New Jersey. Tra i prodotti commercializzati sul mercato statunitense c’è anche un Culatello Salumeria Biellese che riporta in etichetta il paese di origine della carne (non italiana) ma il cui marchio è quanto meno fuorviante, visto che non ha niente a che fare con Biella. Nel 2009 Parmacotto Usa riacquista la totalità delle azioni, con un debito verso Simest di 3 milioni e mezzo di euro. Nel 2010 la partecipazione di Simest compare però nuovamente per il 49% delle quote in Parmacotto Usa. Il 12 ottobre 2011 Parmacotto e Simest annunciano un’intesa per il potenziamento della struttura produttiva e del processo di internazionalizzazione che prevede investimenti per 16 milioni di euro per consolidare la presenza del gruppo in Usa, Francia e Germania. In cantiere anche la realizzazione di uno stabilimento per la produzione di pre-affettati negli Stati Uniti. Alla Simest viene riservato un aumento del capitale sociale pari a 11 milioni di euro. (…) Lactitalia è una società a responsabilità limitata costituita nel 2005 in Romania per la lavorazione e la commercializzazione di prodotti lattiero caseari e posseduta al 29,5 per cento dalla Simest controllata dal Ministero dello Sviluppo economico. Il restante 70,5 per cento è controllato dalla Roinvest con sede a Sassari con amministratori, tra gli altri, Andrea Pinna ossia il vicepresidente del Consorzio di Tutela del Pecorino Romano e Pierluigi Pinna ossia il consigliere dell’organismo di controllo dei formaggi pecorino Roma, Sardo e Fiore Sardo Dop. Lactitalia commercializza in Italia e in altri paesi europei formaggi di “tradizione italiana” col marchio “Dolce vita” (mozzarella, pecorino, mascarpone, caciotta) e di tradizione romena tra cui anche una ricotta con la denominazione “Ricotta toscanella”. “Per voi – si legga nella presentazione dei prodotti sulla pagina internet dell’azienda – abbiamo intrecciato il latte rumeno alla tradizione italiana”. Tali prodotti evocano in realtà una origine e una fattura italiana che non possiedono, allo scopo di far intendere al consumatore acquirente che i prodotti sono di origine e tradizione tricolore. Ciò arreca un danno al patrimonio agroalimentare nazionale, con il paradosso che l’operazione è addirittura finanziata con l’intervento dello Stato italiano, attraverso la Simest. Dopo la denuncia di Coldiretti, il Ministero delle Politiche Agricole ha istituito un tavolo di lavoro sulla vicenda»;

la presenza di prodotti di imitazione sui mercati internazionali è la principale ragione del calo del 10 per cento delle esportazioni dei formaggi di pecora made in Italy, con la quale viene motivata un’insostenibile riduzione dei prezzi riconosciuti agli allevatori italiani;

si è di fronte ad un caso eclatante in cui lo Stato italiano, impegnato a combattere il finto made in Italy, ne diventa addirittura produttore;

considerato che:

la Simest SpA, società italiana controllata dallo Stato (76 per cento del capitale), è stata istituita come società per azioni nel 1990 (legge 24 aprile 1990, n. 100) per promuovere il processo di internazionalizzazione delle imprese italiane ed assistere gli imprenditori nelle loro attività all’estero;

l’art. 10, comma 4, lettera b), del disegno di legge recante Statuto delle imprese, approvato al Senato il 20 ottobre 2011 e trasmesso alla Camera dei deputati, prevede una proroga per l’esercizio della delega per il riordino degli enti prevista al comma 2 dell’articolo 12 della legge n. 99 del 2009. Tale norma delega il Governo alla ridefinizione, al riordino e alla razionalizzazione degli enti operanti nel settore dell’internazionalizzazione delle imprese (ICE, SIMEST SpA, INFORMEST, FINEST SpA, Camere di commercio italiane all’estero), nonché degli strumenti di incentivazione per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese erogati dagli stessi enti, attraverso l’adozione, entro 18 mesi dalla data di entrata in vigore della legge, di uno o più decreti legislativi, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Il provvedimento richiamato porta a 28 mesi il termine per l’esercizio della delega;

il proposito del Governo di attuare una riforma complessiva del comparto, a supporto della capacità di internazionalizzazione dell’economia italiana, è stato perseguito anche nel corso della XIV Legislatura, nella quale tale proposito si è dovuto confrontare con il nuovo riparto delle competenze tra Stato e Regioni definito dalla riforma del titolo V della Costituzione, che ha inserito il “commercio con l’estero” tra le materie di competenza concorrente;

ribadito a più riprese in alcuni Documenti di programmazione economico-finanziaria, in particolare in quelli relativi ai periodi 2003-2006 e 2004-2007, l’intento governativo di riordinare il settore si è concretizzato nella previsione di due deleghe, contenute nelle leggi n. 229 del 2003 e n. 56 del 2005 (nessuna delle quali è peraltro stata attuata), nella trasformazione in società per azioni dell’Istituto per i servizi assicurativi del commercio estero (SACE) e nella revisione della disciplina istitutiva della società SIMEST, recata dalla legge n. 100 del 1990;

una bozza di decreto legislativo di attuazione della delega contenuta all’art. 12 della legge n. 99 del 2009 era stata resa disponibile, a fine settembre, per le regioni, le quali a fine novembre, in sede di Conferenza, rilevando notevoli perplessità a riguardo, evidenziavano la necessità e l’urgenza di un confronto con il Governo prima dell’adozione formale da parte del Consiglio dei ministri dello schema di decreto legislativo;

nel frattempo, con la manovra di luglio (decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011), si è già provveduto a sopprimere l’ICE e a trasferire le funzioni dell’istituto al Ministero dello sviluppo economico mentre le risorse finanziarie e strumentali necessarie al funzionamento delle sezioni estere sono state attribuite al Ministero degli affari esteri. In tal modo: a) non si avranno economie in quanto le funzioni attribuite all’ICE dalla normativa vigente e le inerenti risorse di personale, finanziarie e strumentali sono state trasferite al Ministero dello sviluppo economico; b) Non si avrà unicità di interlocutori sui mercati esteri, permanendo una duplicità di azione tra Ministero degli affari esteri e Ministero dello sviluppo economico; c) non si realizzerà quindi l’auspicato coordinamento e riassetto organizzativo degli enti operanti per l’internazionalizzazione delle imprese che si sarebbe dovuto attuare in base alla legge n. 99 del 2009,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero che la Simest promuove, con i soldi dei contribuenti, iniziative imprenditoriali che consentono di produrre all’estero alcuni prodotti tipici che di italiano hanno soltanto il nome;

quali siano i motivi per cui lo Stato italiano è diventato proprietario di un’azienda che fa concorrenza sleale ai pastori italiani;

quali iniziative intenda adottare al fine di interrompere ogni partecipazione con aziende, come la Lactitalia, le quali commercializzano prodotti che vantano un’origine ed una manifattura italiana che non possiedono recando un grave danno al patrimonio agroalimentare nazionale;

se intenda intraprendere le opportune iniziative al fine di accertare se vi siano altre aziende nel mondo che realizzano prodotti agroalimentari made in Italy contraffatti o che omettono informazioni relative all’origine dei loro componenti, spingendo il consumatore all’acquisto anche con pubblicità ingannevoli contenenti messaggi informativi ambigui, e, in quel caso, se la Simest abbia concesso loro investimenti;

se non ritenga necessario ed urgente fare chiarezza su tutti gli investimenti della Simest e sui relativi controlli della stessa verso le aziende a cui vengono concessi i finanziamenti;

quando, alla luce del provvedimento in discussione alla Camera dei deputati recante Statuto delle imprese che ha allungato i tempi per l’emanazione del decreto legislativo relativo al riordino degli enti preposti alla internazionalizzazione delle imprese, il Governo intenda provvedere in tal senso;

quali iniziative intenda promuovere al fine di garantire ai consumatori la massima trasparenza nelle informazioni sui prodotti alimentari e sui loro processi produttivi per evitare ogni pratica fraudolenta o ingannevole ai danni del made in Italy, prevenendo il radicarsi nelle tavole internazionali di un falso made in Italy che toglie spazio di mercato a quello autentico e banalizza le specialità nostrane frutto di tecniche, tradizioni e territori unici e inimitabili;

quali iniziative intenda assumere nelle opportune sedi di competenza al fine di estendere a tutti i prodotti l’obbligo di indicare in etichetta l’origine dei prodotti alimentari.

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