Month: novembre 2011

Commissione UE – bonus banche e requisiti patrimoniali

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06332
Atto n. 4-06332

Pubblicato il 29 novembre 2011
Seduta n. 638

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e per gli affari europei. -

Premesso che:

la crisi sistemica, generata per esclusive responsabilità dei banchieri, collusi con banche centrali ed agenzie di rating che hanno emesso montagne di derivati, specie OTC (Over The Counter) scambiati su piattaforme opache per un valore stimato di 700.000 miliardi di dollari, una somma pari a 12 volte il Pil del mondo, che misura l’economia reale ed il sudore e la fatica degli uomini per finanziare bonus, stock option ed una smisurata avidità dei “bankster”, ha falcidiato 40 milioni di posti di lavoro dallo scoppio della bolla dei mutui sub-prime del 7 luglio 2007;

anche in Europa, per tentare di porre un freno alle retribuzioni dei “bankster”, specie quelli italiani come Alessandro Profumo, allontanato con una liquidazione da 42 milioni di euro oltre agli accessori, la Commissione dell’Unione europea (UE) ha posto un limite all’avidità dei banchieri fissando un tetto a bonus e prebende dei manager;

a giudizio dell’interrogante il Ministro uscente dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti, durante il suo ultimo mandato, non ha fatto altro che assecondare i desiderata dei banchieri, sia rendendo vane importanti sentenze sull’anatocismo della Corte di Cassazione con le disposizioni inserite nell’ultimo decreto-legge cosiddetto milleproroghe, che modificando la legge sull’usura (la n. 108 del 1996) con un aumento arbitrario dei tassi soglia, senza peritarsi di recepire direttive europee che ponevano un freno alla smisurata avidità di guadagno dei banchieri, che oggi sono stati chiamati in gran parte al Governo del Paese;

si apprende da notizie di stampa, tra cui un articolo de “la Repubblica” del 24 novembre 2011, che il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ha deferito l’Italia per non aver recepito una direttiva comunitaria sui bonus delle banche e sui requisiti patrimoniali;

si legge infatti: «La Commissione Ue ha adito la Corte di giustizia per chiedere che imponga all’Italia una multa da quasi 97.000 euro al giorno finché non si adeguerà alla direttiva sui requisiti patrimoniali e sulla politica di bonus delle banche. Secondo quanto precisato l’Italia è l’unico Paese che non ha ancora recepito alcun aspetto della direttiva. La Commissione nel marzo scorso aveva lanciato una serie di procedimenti contro i Paesi in ritardo nel recepimento della direttiva 2010/76 sui requisiti patrimoniali adottata il 24 novembre 2010. Tra i 27 solo la Polonia è stata valutata ancora parzialmente in ritardo ed è stata richiesta in questo caso una sanzione da poco più di 37.000 euro. La direttiva in questione stabilisce i requisiti patrimoniali volti a garantire la solidità finanziaria di banche e imprese di investimento. Inoltre fissa “rigorose politiche” di remunerazione che “non incoraggino o ricompensino un’eccessiva esposizione al rischio”. La multa, da 96.446,70 euro al giorno, dovrà essere pagata dal giorno in cui la Corte di giustizia si sarà pronunciata e fino a quando l’Italia non avrà adottato le misure di recepimento”»,

si chiede di sapere:

quali urgenti iniziative di competenza il Governo intenda assumere per recepire la direttiva 2010/76/CE, adottata il 24 novembre 2010, come chiesto dalla Commissione dell’UE nel marzo 2011, con una serie di procedimenti contro i Paesi in ritardo nella sua adozione, sui requisiti patrimoniali e sugli smisurati bonus dei banchieri, posto che tra i 27 Paesi dell’UE solo la Polonia è stata valutata ancora parzialmente in ritardo passibile di una sanzione pari a circa 37.000 euro;

quali misure urgenti intenda adottare per evitare che i cittadini e gli utenti bancari, che già pagano costi dei conti correnti, i più cari fra i Paesi dell’UE, (pari a 295,66 euro in Italia, contro una media europea di 114, per appagare la sfrenata avidità dei signori banchieri), oltre al danno, debbano subire la beffa di farsi carico, mediante la fiscalità generale, di una sanzione pecuniaria pari a 97.000 euro al giorno, ovvero 970.000 euro in 10 giorni, 9,7 milioni di euro in 100 giorni di ritardo, per non aver recepito una direttiva comunitaria, a giudizio dell’interrogante giustissima, che mette un freno a bonus e stock option deliberati allegramente ai signori responsabili della crisi sistemica.

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Unicredit frode fiscale-eccepita competenza territoriale

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02518
Atto n. 3-02518 (in Commissione)

Pubblicato il 29 novembre 2011
Seduta n. 638

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa (articolo pubblicato su “Investire Oggi News” il 23 novembre 2011) che «Il Professore Alberto Alessandri, difensore di Unicredit nell’inchiesta che vede il colosso bancario indagato per frode fiscale, ha eccepito davanti al Tribunale del Riesame sia la competenza territoriale della Procura di Milano, sia il sequestro dei 245 milioni di euro, avvenuto su richiesta della suddetta Procura, in quanto gli atti andrebbero trasferiti a Roma, dove la banca ha sede legale, o a Verona o Bologna, dove sarebbero avvenute le presunte operazioni illecite. Inoltre, chiarisce la difesa, il sequestro non andrebbe attuato, perché il reato contestato non prevederebbe la responsabilità amministrativa degli enti, sulla base della legge 231 del 2001. Adesso, il Riesame dovrà decidere se accogliere l’istanza presentata dalla difesa o meno e la decisione è attesa tra il venerdì e il prossimo lunedì. Nel frattempo, anche la Procura di Roma chiede che gli atti le siano trasferiti, in quanto competente territorialmente. Il pm milanese Alfredo Robledo aveva chiuso lo scorso 27 ottobre le indagini preliminari, iscrivendo nel registro degli indagati l’ex amministratore delegato Alessandro Profumo e altri 19 dirigenti, tra cui il responsabile dell’area finanziaria e quello per gli affari fiscali. L’accusa è di dichiarazione fraudolenta ai fini fiscali, mediante altri artifici. Il reato prevede una condanna dai 18 mesi ai 6 anni di reclusione. (…) Secondo il pm Robledo, tra il 2007 e il 2008, Unicredit avrebbe sottratto al fisco elementi attivi per oltre 745 milioni di euro, determinando un minore gettito ai danni dello stato per 245 milioni. Tale frode sarebbe avvenuta attraverso un complesso marchingegno finanziario, messo in atto insieme al colosso bancario inglese Barclays e alla società da questa controllata con sede in Lussemburgo. In poche parole, Unicredit avrebbe fatto risultare ufficialmente di avere ottenuto dividendi da operazioni su derivati, in questo caso tassati solo per il 5%, anziché veri e propri interessi attivi, il cui imponibile sarebbe stato del 95%. In sostanza, Barclays ha creato una società con sede in Lussemburgo, la Luxsub. Questa avrebbe emesso alcuni strumenti finanziari, i Ppi, profit partecipation instruments, emessi in lire turche, grazie al fatto che i tassi in Turchia garantiscono ieri come oggi rendimenti molto più elevati della media europea. Questi strumenti sarebbero stati acquistati dalla filiale italiana di Barclays e a questo punto avviene l’entrata in scena di Unicredit, che si impegna a comprare questi titoli e a restituirli a un certo prezzo prefissato e a un determinato momento. Di fatto, questa operazione si inquadrerebbe come un pronti contro termine. Gli stessi interessati avevano definito tali compravendite di titoli “operazione Brontos”. Alla fine della complessa operazione, non ci sono né profitti, né rischi, ma secondo i giudici tali atti avrebbero avuto come unico obiettivo una frode fiscale a danno dello stato italiano. Unicredit ammette che queste operazioni siano frutto della volontà della banca di raggiungere un’ottimizzazione fiscale, ma contesta che esse siano illecite, rientrando nella legalità. La responsabilità di Profumo, per i giudici, sarebbe dovuta all’apposizione della sua firma sulle richieste di investimento da parte dei manager nel 2007 e nel 2008, proprio in relazione ai titoli di cui sopra. Ma la banca nei giorni scorsi ha reso noto che non sarà esperita alcuna azione di responsabilità nei confronti del suo ex ad Profumo, dichiarandosi certa che questi abbia agito nel rispetto delle leggi e senza provocare un danno a Unicredit»;

considerato che:

l’interrogante, già nella seduta n. 304 del 17 dicembre 2009, nel sollecitare a fine seduta le risposte del Governo ad alcuni atti di sindacato ispettivo, richiamava l’attenzione del Senato su un odioso fenomeno di frode fiscale ai danni dello Stato e dei contribuenti onesti, soprattutto lavoratori e pensionati, che sono tassati alla fonte fino all’ultimo centesimo. L’interrogante si riferiva ad una frode che non è stata consumata dal “mariuolo di turno”, ma da un’importante banca che è coinvolta nel progetto “Brontos”;

inoltre sulla vicenda l’interrogante ha presentato un atto di sindacato ispettivo (3-02447) dove chiedeva le ragioni di impedimento del Governo a dare risposte ai precisi atti di sindacato ispettivo, presentati da oltre due anni in merito ad una frode fiscale, spacciata per ottimizzazione fiscale, ai danni dello Stato di almeno 245 milioni di euro, in riferimento alla quale risultano indagati – tra gli altri – Profumo e Gabriele Piccini, country manager di UniCredit per l’Italia, ed altri dirigenti di Barclays;

già negli atti dell’inchiesta sullo scandalo G8, un sistema gelatinoso di corruzioni ed amicizie, dubbie frequentazioni conviviali ed allegre consulenze, scoperchiato grazie all’eccellente lavoro della Procura della Repubblica di Firenze che ha portato un alto magistrato come Achille Toro, vice del Procuratore Capo Ferrara destinato alla sua successione, a patteggiare la pena, “il porto delle nebbie” della Procura di Roma manifestò una lesa maestà ed una gelosia investigativa nei confronti del Procuratore capo Quattrocchi, sentimenti che a giudizio dell’interrogante non dovrebbero appartenere all’ordine giudiziario;

un articolo de “Il Fatto quotidiano” del 16 agosto 2011 si occupava del “porto delle nebbie”. Vi si legge: «Il Tribunale di Roma si porta addosso il titolo conquistato tra gli anni ’70 e ’90. Sospetti, indagini contese con altri tribunali, dalle schedature Fiat allo scandalo dei petroli, passando per i fondi neri Iri e la Loggia P2. Un elenco che tocca anche Tangentopoli, con le inchieste romane che, per usare un eufemismo, non produssero gli effetti di quelle milanesi. I magistrati romani oggi ripetono: “Non siamo più il porto delle nebbie”. E, però, ecco il procuratore aggiunto Achille Toro (ormai ex), che patteggia una condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio per l’inchiesta G8. Ecco il procuratore Giancarlo Capaldo sotto inchiesta del Csm per la cena con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e il suo braccio destro (…), all’epoca indagato a Napoli. Così a qualcuno tornano in mente inchieste approdate a Roma per finire archiviate o apparentemente dimenticate. Pare finita nel nulla l’inchiesta arrivata nella Capitale su Alfonso Pecoraro Scanio, ministro delle Politiche agricole nel governo Amato e dell’Ambiente nell’ultimo Prodi. La Camera ha negato al tribunale dei ministri l’utilizzo delle intercettazioni del pm Henry John Woodcock. Eppure nella richiesta del Tribunale dei ministri si legge: “Dalle intercettazioni emerge che l’imprenditore Mattia Fella si è interessato al reperimento di una sede per una fondazione che sarebbe stata intitolata al ministro nonché all’acquisto per conto del ministro, di un terreno nei pressi di Bolsena dove quest’ultimo avrebbe dovuto realizzare un complesso agrituristico dotato di piscina ed eliporto. Infine, dalle telefonate risulta che il ministro ha sempre manifestato disponibilità a esaudire le richieste del Fella”. Fella ambiva a stipulare convenzioni con il ministero e con l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e alla nomina del fratello Stanislao in una commissione ministeriale, il ministro in cambio avrebbe ottenuto “numerosi spostamenti con un elicottero pagato da Fella per 120 mila euro; numerosi viaggi-soggiorno in Italia e all’estero per decine di migliaia di euro; l’acquisto di un terreno – pagato 265 mila euro da Fella – per l’edificazione di un agriturismo biologico e di una villa con piscina ed eliporto, destinato al ministro”. Pecoraro Scanio ha sempre negato ogni addebito. Archiviato anche il fascicolo sugli appalti per i centri di accoglienza che vedeva tra gli indagati Gianni Letta, accusato di abuso d’ufficio, turbativa d’asta e truffa aggravata per aver favorito, questa la tesi dei pm, imprese legate al gruppo “La Cascina” (…). L’indagine parte da Potenza: Woodcock lavora su una presunta organizzazione specializzata nell’aggiudicarsi commesse pubbliche truccando le gare. Il 6 agosto 2008 Angelo Chiorazzo (dirigente Cascina) è a Palazzo Chigi. Letta chiama il capo dell’immigrazione al ministero, il prefetto Morcone. Due giorni dopo Chiorazzo torna alla carica. Dopo il secondo incontro, Letta richiama Chiorazzo: “Il prefetto di Crotone mi dice che vuole che lei vada o lunedì o martedì… perché poi lui va a Cosenza dove è stato trasferito e dice: ‘È meglio che lascio le cose fatte’. Allora, la aspetta in Prefettura… eh… a nome mio”. Ma l’inchiesta si concentra anche su altri appalti, come quello da un milione e 170mila euro per il Cara di Policoro (Matera), aperto a tempo di record e affidato a società legate ai Chiorazzo. Secondo la Procura di Roma, però, in questa vicenda non ci sarebbe nulla di penalmente rilevante. Il pm Sergio Colaiocco nell’aprile 2009 ha fatto archiviare l’accusa di associazione per delinquere contro Letta e Morcone. A suo avviso, lo stato d’emergenza legittimava tutto, quindi anche le altre accuse dovevano cadere. Secondo Woodcock, invece, l’emergenza non farebbe venir meno l’obbligo di chiedere 5 preventivi prima di assegnare un appalto milionario con un paio di telefonate. Ma alla fine anche il pm di Lagonegro, cui l’inchiesta era stata affidata per competenza, archivia». Nell’articolo si dà conto della vicenda in cui è stata indagata Daniela Di Sotto, moglie di un noto politico, che si sarebbe attivata presso il Ministro della salute pro tempore Storace per questioni illecite: «secondo l’accusa avrebbe prodotto risultati. Scrive Woodcock: “Proietti e Di Sotto fanno esplicitamente cenno all’interessamento profuso dalla donna presso Storace affinché la clinica Panigea – di cui Di Sotto era socia – operasse in regime di convenzione l’esecuzione di esami costosi”. La richiesta della Panigea è dell’11 febbraio, il parere favorevole Asl è del 14, la delibera della giunta è del 18. Basta una settimana. Ma a beneficiare della convenzione non saranno Di Sotto e Proietti, bensì la loro socia Patrizia Pescatori. (…) Il pm Sergio Colaiocco ha anche archiviato un’inchiesta (partita da De Magistris, prima di approdare a Roma) sull’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Al centro dell’indagine i rapporti tra l’esponente politico e l’imprenditore Antonio Saladino. Ma la Procura di Roma non condivide le accuse: Mastella non avrebbe compiuto i reati contestati nell’inchiesta Why Not almeno nel periodo in cui era ministro. Non emergono, secondo il pm, “elementi diversi dall’asserita esistenza di rapporti di amicizia tra Saladino e Mastella” e quindi si esclude che vi siano “fonti di prova che depongano per la sussistenza di reati commessi a Roma”»;

si legge infine su un articolo pubblicato su “L’Espresso” il 28 luglio 2011 che il procuratore Giancarlo Capaldo, al centro delle polemiche per una cena con Tremonti e il suo consigliere, si difende: «”Non siamo più il porto delle nebbie. Stiamo colpendo importanti santuari politici ed economici. E qualcuno cerca di delegittimarci”»,

considerato infine che a giudizio dell’interrogante:

per cinque- sei anni, la Procura di Roma, notissima come “Porto delle nebbie”, i cui sostituti aggiunti sono adusi ad inseguire teoremi privi di qualsivoglia consistenza giuridica per alimentare macchine del fango ed arrecare discredito, è rimasta inerte contro la cricca dei banchieri e di Unicredit in particolare;

sarebbe necessario evitare ad alcune Procure di insabbiare scientificamente atti giudiziari rilevanti, specie nel settore della tutela del risparmio e del risparmio tradito, che arrecano danno enorme ai diritti collettivi di consumatori, utenti, risparmiatori, alle famiglie ed agli interessi generali del Paese,

si chiede di sapere:

quali iniziative nelle opportune sedi di competenza il Governo intenda assumere affinché i banchieri, direttamente responsabili della grave crisi economica che ha distrutto milioni di posti di lavoro, creando povertà e miseria, abituati a comprare tutto e tutti, adusi ad acquistare (tramite dorate consulenze) complicità perfino di ordine istituzionale, e che non pagano mai il conto, smettano di continuare a frodare il fisco e i risparmiatori;

quali misure urgenti di competenza intenda attivare per far sì che banche e banchieri, non di rado beneficati da provvedimenti legislativi che cancellano i diritti acquisiti in decenni di battaglie legali delle associazioni dei consumatori, come il colpo di spugna e lo smantellamento della legge antiusura, possano cominciare a pagare per gli enormi danni inflitti ai consumatori a parere dell’interrogante anche a causa di omessi controlli e rapporti collusivi con le autorità preposte ai controlli.

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Prof. Alberto Micalizzi

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06330
Atto n. 4-06330

Pubblicato il 29 novembre 2011
Seduta n. 638

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

sul sito della Bocconi alla pagina personale di Alberto Micalizzi, docente ricercatore, Dipartimento di finanza, alle note biografiche si legge: «Nato l’8 settembre 1968. Laureato in Economia presso l’Università Bocconi, specializzazione Finanza (1992). Dottore commercialista (1994). PhD in Finance presso l’Imperial College, Centre for Quantitative Finance, Università di Londra (2002)». Nel curriculum accademico, si nota che è «Ricercatore di Finanza aziendale dal 2001. Docente presso l’Area Finanza Aziendale e Immobiliare della SDA Bocconi. Dal 1995 insegna nelle aule Master/MBA. Dal 1999 ricercatore di Finanza presso il Centre for Quantitative Finance dell’Imperial College, Università di Londra. Visiting professor presso la Royal Academy of Art and Science, Wassenaar, Olanda (1998/99)». Sotto la voce aree di interesse scientifico si legge infine: «Analisi della dinamica dei rendimenti azionari. Valutazione di società tecnologiche. Real Options Valuation. Valutazione degli investimenti in contesti di incertezza. Derivative Pricing»;

in un articolo pubblicato su “Il Corriere della Sera”, in data 17 novembre 2011 dal titolo: “La storia del Dynamic Decisions, l’hedge fund del ricercatore della Bocconi. La difesa: ‘Archiviato dalla Serious Fraud inglese’. Micalizzi, il crac da 500 milioni e la passione per le opzioni ‘reali’ Indagini per truffa. I legami con la Helm Finance, commissariata”, Massimo Sideri ripercorre le tappe di uno scandalo finanziario, già descritto da Claudio Gatti qualche giorno prima su “Il Sole 24 Ore”, che ha mandato in fumo, ancora una volta centinaia di milioni di euro: «Tutto parte con un libro: Opzioni Reali – Logiche e casi di valutazione degli investimenti in contesti di incertezza , edizione Egea, 1997. “Alberto Micalizzi è stato il primo a studiare le opzioni reali in Bocconi ed è molto intelligente” racconta un collega che preferisce l’anonimato. Il ricercatore sospeso dell’Ateneo milanese, finito sotto la lente delle indagini del procuratore aggiunto Alfredo Robledo e di Tiziana Siciliano per “truffa aggravata”, non le ha solo approfondite dal punto di vista teoretico: grazie al suo mentore e vecchio partner negli affari, Nicos Cristofides, a capo del Centre of quantitative Finance dell’Imperial College londinese, le ha anche applicate alla finanza creando quello che si è rivelato un mostro, un Frankenstein che ha avuto un sussulto di vita ma che poi si è mostrato per ciò che è: un distruttore di investimenti. Fondata nel 2004 e partita con soli 5 milioni la Dynamic Decisions ne ha raccolti centinaia ogni anno fino ad arrivare a 750 milioni, come si legge nel curriculum del professore presso il sito dell’Ateneo. Chiaramente nel CV non si fa cenno al fatto che la società di diritto inglese con sede alle Cayman è implosa finendo in liquidazione già dal 2009 e mandando in fumo 550 milioni. Il sospetto, proprio come nel caso Madoff, è che le remunerazioni delle quote dei sottoscrittori al di sopra del 10% fossero alimentate da fondi sottostanti, ma le indagini penali sono solo agli inizi. Chi ha intravisto Micalizzi martedì, durante la perquisizione della Guardia di Finanza, lo ha descritto come provato e dimagrito. Lo abbiamo raggiunto sul BlackBerry ma ha preferito non parlare per ora tranne ricordare che l’inglese Serious Fraud Office ha archiviato il caso nel luglio del 2010. Ma questa è un’altra storia: qui adesso c’è la procura. Il nome di Micalizzi era già finito sotto la lente della Consob poco dopo l’archiviazione da parte della Sfo, il 30 settembre 2010. Nella delibera 17.512 si descrive l’attività di vigilanza, anche ispettiva, “svolta presso la società Helm Finance Sgr al fine di valutare il corretto svolgimento dell’attività gestoria – con particolare riferimento agli strumenti finanziari riferibili al gruppo Dynamic e di accertare, in tale ambito” i rapporti tra le due società. La Consob aveva sanzionato gli esponenti aziendali di Helm, tra cui Maurizio Dallocchio, vecchio collega con cui Micalizzi aveva pubblicato paper fin dagli anni Novanta, e Giulia Ligresti. Nei confronti dell’hedge fund nessuna procedura era stata avviata visto che non è una società di diritto italiano. Tra le origini del crac ci sarebbe un grosso investimento nel gas russo diventato del tutto illiquido con il crac Lehman del 2008. In passato il trader quantitativo aveva rassicurato i sottoscrittori sulla possibilità di recuperare l’investimento. Ma ad oggi nulla è arrivato. Non è facile inquadrare Micalizzi. Bussava alle Sgr italiane già dal 2002 quando, dopo l’ubriacatura della web economy, giravano hedge fund aggressivi e pieni di promesse. Tra gli altri avrebbe avuto rapporti con un feeder fund di New York, Cadogan. Il fratello Luigi, che non risulta indagato, lavorava per la DB Srl, un Database che forniva il supporto dati. Per alcuni Micalizzi è un genio: nel The Hedge Fund Journal, ancora nel 2007, parlava come un guru della finanza quantitativa. La teoria delle opzioni reali ha degli aspetti affascinanti: “Il prezzo delle azioni – raccontava – è in parte un’opzione: anche se gli investitori non ne sono del tutto consci, pagano per gli asset della società ma anche per la crescita futura. Ogni volta che acquistate un’azione in realtà state acquistando anche un’opzione sul futuro. E le dinamiche di queste due parti sono completamente differenti”. Se ne sono di certo accorti i sottoscrittori del suo fondo»;

considerato che:

un articolo pubblicato in data 19 novembre 2011 su “Il Sole 24 Ore” ricostruisce le fasi salienti di questa débâcle: «Per i fondi Dynamic Decisions la situazione comincia a precipitare a metà settembre 2008, con il crack di Lehman Brothers. A ottobre Micalizzi è costretto a prendere in considerazione una “deviazione” dal suo modello e dalla strategia dichiarata nei prospetti – in inglese si chiama style drift – e comprare obbligazioni emesse da una sconosciuta società americana chiamata Asseterra. Alla fine di una girandola di transazioni, arriverà a pagare 6,25 milioni di dollari dei bond iscritti al valore di libro di mezzo miliardo. È una mossa chiaramente disperata. Anche perché, come ha spiegato Il Sole 24 Ore nella prima puntata di questa inchiesta, quei bond sono pura carta straccia. Ma Micalizzi punta a trovare nuovi sottoscrittori pronti a mettere liquidità fresca in fondi che, come quelli di Bernie Madoff, continuano ancora a dichiarare “rendimenti molto buoni e stabili”. E dove andarli a cercare se non nella sua Milano? In quel momento di grande tensione, i gestori operano in stato di allerta. Ma nessuno sa più dove mettere i soldi, e i rendimenti costanti dei fondi di Micalizzi fanno venire la tentazione anche a chi ha motivi per stare in guardia, come gli amministratori di Independent Global Managers, Igm, una Società di gestione del risparmio (Sgr) milanese lanciata a fine anni ’90 dall’ex dirigente di JP Morgan Francesco Murgiano. Igm aveva già investito in Enis Beta Neutral, un fondo del gruppo Nextra-Intesa di cui Micalizzi era stato advisor. E quell’esperienza si era chiusa male. “Per un po’ era andato tutto bene ma poi arrivarono alcuni mesi con risultati non particolarmente buoni. Micalizzi ci spiegò che aveva sospeso il suo modello quantitativo per fare invece scelte cosiddette qualitative, e cioè fuori modello. Era uno style shift che anziché tranquillizzarci ci preoccupò. Per questo decidemmo di uscire”, rivela a Il Sole 24 Ore una persona che all’epoca era in Igm»;

il 31 luglio 2009, in un articolo pubblicato su “La Stampa” dal titolo: “Il banchiere, gli amici e i fondi hedge”, Alessandro Rombelli, ex Jp Morgan, alle prese con i guai della sua Helm, viene tirato in causa con Alberto Micalizzi. «Il 13 marzo scorso, un gruppo di investitori piuttosto agitati si collega da varie parti del Mondo ad una conference call per sapere cosa ne è stato dei loro soldi. Ad ascoltare, negli uffici della sua Helm di via Borgonuovo a Milano, c’è anche Alessandro Rombelli. Quarantaquattro anni, dalla fine degli anni ’90 è in primo piano in tutte le grandi operazioni della finanza italiana. Per conto di Chase Manhattan prima e di JP Morgan poi, segue clienti come Fininvest e Mediaset, si occupa in prima persona della scalata di Hopa a Telecom e di quella di Ligresti a Fondiaria, delle varie scorribande della “razza padana” fino all’operazione Olimpia-Telecom, della fusione Tim-Telecom. Due anni fa si mette in proprio e fonda la sua società di gestione, la Helm sgr. Tra i suoi soci, con quote del 3,5%, due nomi arcinoti della finanza milanese come Alberto Albertini e Alfredo Piacentini. E un coetaneo docente della Bocconi, presidente dello Sda ma anche finanziere in proprio e consigliere di una buona dozzina di società, quotate e non. È anche, per dirne una, presidente della Fondazione promossa da Emilio Gnutti, grande cliente di Rombelli ai tempi di JP Morgan. Si chiama Maurizio Dallocchio e il prossimo 3 agosto potrebbe aggiungere ai suoi incarichi un’altra poltrona: quella di consigliere della tribolata Risanamento di Luigi Zunino. Rombelli, quel 13 marzo, si sente dire che i due fondi della Dynamic Decision di Alberto Micalizzi, già assistente di Dallocchio alla Bocconi, hanno visto precipitare i suoi asset da 550 milioni di dollari a 20 milioni. Che ci sono problemi nelle scritture contabili e che sulla società sta indagando la Fsa (la Consob britannica) e Kpmg Forensic. I due fondi DD Growth Premium di Micalizzi avrebbero investito in asset illiquidi, (secondo alcune ricostruzioni obbligazioni su petrolio fisico). Di lì a poco verranno messi in liquidazione da parte del tribunale delle Cayman. Il problema di Rombelli è che pochi mesi prima la sim milanese Igm aveva chiesto alla Helm di aprire un nuovo fondo, vincolato ad investire nei fondi di Micalizzi. Il fondo Helm Growth Premium parte in Novembre ma pochi giorni dopo la Igm ne chiede il riscatto. E parte così la grana che porterà alla conference di marzo, al commissariamento di Igm da parte di Consob e alla lunga ispezione di Consob e Bankitalia su Helm, finita nelle settimane scorse e che ancora non ha prodotto i suoi esiti. Anche l’altro fondo di Rombelli non se la passa troppo bene, -17% la sua performance nel 2008 e, dopo le novità su DD, perde due sottoscrittori su tre. Si tratta, secondo quanto ricostruito da La Stampa, di Fininvest e del gruppo di Salvatore Ligresti, la cui figlia Giulia sedeva fino a marzo nel cda di Helm. Il terzo è lo stesso Rombelli, che in attesa degli esiti delle ispezioni si starà interrogando su amici, clienti e soci»;

considerato inoltre che:

a giudizio dell’interrogante sembra evidente una omessa vigilanza delle autorità preposte ai controlli;

visto che già dal 13 marzo 2009 è noto che i due fondi della Dynamic Decision di Alberto Micalizzi, già assistente di Dallocchio alla Bocconi, hanno visto precipitare i suoi asset da 550 milioni di dollari a 20 milioni, che ci sono problemi nelle scritture contabili e che sulla società sta indagando la Fsa (la Consob britannica) e Kpmg Forensic, poiché i due fondi DD Growth Premium di Micalizzi avrebbero investito in asset illiquidi, e di lì a poco verranno messi in liquidazione da parte del tribunale delle Cayman, con la Sim milanese Igm che aveva chiesto alla Helm di aprire un nuovo fondo, vincolato ad investire nei fondi di Micalizzi,

si chiede di sapere:

dato che già nel 2009 articoli di stampa avevano descritto le triangolazioni tra Alessandro Rombelli, dalla fine degli anni ’90 attore primario in tutte le grandi operazioni della finanza italiana, per conto di Chase Manhattan prima e di JP Morgan poi, con clienti come Fininvest e Mediaset, della scalata di Hopa a Telecom e di quella di Ligresti a Fondiaria, delle varie scorribande “padane” fino all’operazione Olimpia-Telecom, della fusione Tim-Telecom, per poi mettersi in proprio e fondare la sua società di gestione, la Helm sgr, con soci come Alberto Albertini, Alfredo Piacentini, se al Governo risulti per quali motivi la Consob non abbia assunto alcuna decisione in merito;

se i rapporti incestuosi tra Sim e fondi truffaldini, tra Giulia Ligresti e la Helm di Rombelli, in un groviglio di operazioni finanziarie che sembrano aver fatto sparire ben 500 milioni di dollari nel sistema Micalizzi, non potevano essere sciolti molto tempo prima dell’inchiesta del Pm Alfredo Robledo e se risulti la ragione per la quale una Università come la Bocconi, che si vanta di formare primari esperti di finanza, non abbia sospeso dall’attività già nel 2009 il professor Micalizzi, che invece sembra aver goduto di ampie coperture accademiche;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che prestigiose università e centri di ricerca eccellenti possano fornire alibi e protezioni, anche indirette, a finanzieri-faccendieri che, come nel caso di Alberto Micalizzi, sono accusati di gravissimi reati a danno degli investitori.

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Alluvione Liguria- Fondazione CIMA

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06331
Atto n. 4-06331

Pubblicato il 29 novembre 2011
Seduta n. 638

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

in data 4 novembre 2011 Genova veniva colpita da una violenta alluvione verificatasi a seguito di fortissime precipitazioni che hanno registrato punte superiori ai 500 millimetri in poche ore in diverse zone della città e provincia. Ne è scaturita l’esondazione dei torrenti Bisagno e Fereggiano e la piena dei torrenti Sturla, Scrivia e Entella;

i centri più colpiti sono stati i quartieri di Quezzi, Foce, Molassana, San Fruttuoso, Marassi, Brignole, Quarto e Nervi di Genova e i comuni di Recco e Camogli con 6 vittime, tra le quali due bambine, e centinaia di persone sfollate;

l’alluvione seguiva a breve distanza quella verificatasi il 25 ottobre nell’area delle Cinque Terre e della Lunigiana che ha provocato 10 morti;

come si apprende dalla lettura di un articolo de “l’unità” del 6 novembre 2011, nel settembre 2007 la Regione Liguria, l’Università di Genova, la Provincia di Savona e il Dipartimento della protezione civile, guidato allora da Guido Bertolaso, hanno inaugurato la fondazione CIMA. Si legge infatti: « L’acronimo sta per Centro internazionale di monitoraggio ambientale. La Fondazione, viene spiegato, servirà a studiare “l’impatto del cambiamento climatico sul rischio idrogeologico e sugli incendi boschivi diventerà un punto di riferimento nazionale e internazionale per lo studio e la ricerca scientifica nel campo dell’ingegneria e delle scienze ambientali per la tutela della salute e della protezione civile”; dopo il Centro di Pavia, dedicato al rischio sismico, questo è il secondo centro nazionale che si costituisce per capire e anticipare le varie catastrofi naturali. Due milioni e duecentocinquantamila euro è il patrimonio di partenza, stanziato in parte dalla Protezione Civile e in parte dalla Regione Liguria. Un finanziamento, negli anni, rinnovato e ampliato. Tra i compiti di “CIMA” anche quello di procedere a uno studio, in collaborazione con l’Agenzia spaziale italiana, proprio sulla prevenzione dei rischi naturali»;

si legge sul sito Internet della fondazione CIMA: «Mission – OSSERVARE PER PREVEDERE, PREVEDERE PER PREVENIRE. Il logo della Fondazione di Ricerca CIMA sintetizza il reale scopo dell’istituto: per questo motivo l’affermazione di Galileo è stata assunta come principio fondativo. L’osservazione del nostro pianeta, dalle scale globali a quelle di dettaglio, è assolutamente necessaria sia per la previsione di fenomeni meteorologici estremi in arrivo che per quella dei cambiamenti climatici e le crisi da essi generate. Sull’osservazione sono fondati i nostri modelli e le nostre teorie; in base alle osservazioni essi sono verificati o falsificati. Il diritto di una persona ad essere protetto dagli estremi del clima, del tempo, dei movimenti del terreno, della cattiva gestione delle infrastrutture, degli errori industriali sono attualmente riconosciuti nel diritto comune della nostra società post-industriale. Uno degli scopi della Fondazione è rendere più robusti gli strumenti predittivi ma anche valutare le loro inerenti incertezze»;

pertanto, si apprende che la fondazione lavora per prevedere le alluvioni e per evitare i morti;

considerato che:

la fondazione che ha il compito di prevenire le alluvioni, a Savona, ha la sede in una zona dichiarata esondabile dalla stessa Protezione civile;

la fondazione CIMA a Savona viene chiamata ad occuparsi a diverso titolo di numerose attività tra cui il coinvolgimento con la locale Autorità portuale, dagli studi dei fondali per la piattaforma di Vado commissionati dalla stessa al monitoraggio dei cetacei nel mar Ligure;

giovedì 27 ottobre 2011, nella home page della fondazione si legge: «Fondazione CIMA affianca il Dipartimento della Protezione Civile nel monitoraggio del tragico evento che ha colpito le Cinque Terre e la Provincia di la Spezia. Una delegazione di esperti di Fondazione, su richiesta del Dipartimento della Protezione Civile, partecipa ai sopralluoghi nei luoghi del disastro per la valutazione delle cause e delle azioni da intraprendere per il soccorso alle popolazioni colpite. Grazie ai dati della costellazione di satelliti italiani COSMO-SkyMed, messi a disposizione dall’Agenzia Spaziale Italiana, il team del progetto OPERA coordinato da Fondazione CIMA, sarà possibile una stima dei danni prodotti dall’alluvione del 25 ottobre 2011»;

considerato inoltre che si legge ancor sull’articolo citato che dalla collaborazione con l’Agenzia spaziale italiana, «qualche mese dopo, viene portato alla luce il sistema “Dewetra”. (…) La sua scheda tecnica nel sito della Protezione Civile lo descrive così: «Un sistema integrato per il monitoraggio in tempo reale dei rischi naturali…. L’applicativo fornisce, informazioni ad alta risoluzione e continuamente aggiornate, consentendo all’utente di monitorare eventi meteorologici, costruire dettagliati scenari di rischio e valutare il potenziale impatto dei fenomeni sulle comunità e sulle infrastrutture”. Dunque con il sistema, come si evince dalla spiegazione, si potrebbe capire la gravità di eventi atmosferici potenzialmente devastanti per l’ambiente e, di riflesso, per l’uomo. Il sistema è talmente avanzato che la Protezione Civile lo presenta in pompa magna anche al resto del mondo, al quale naturalmente tenterà di venderlo. Lo fa a Lisbona lo scorso maggio. All’ottava conferenza internazionale Iscram (Information Systems for Crisis Response and management) la delegazione italiana, capeggiata dall’ingegnere Paola Pagliara, dirigente del servizio rischio idrogeologigo del Dipartimento Protezione Civile, presenta uno studio nel quale si dice, tra le tante altre cose, che il sistema fornisce un “dettagliato scenario di rischio” e “valutazioni di impatto di eventi attesi o osservati nelle comunità e nelle infrastrutture”. Un portento. Capace, incrociando i dati, di individuare modelli di rischio anche per le inondazioni. La piattaforma Dewetra ha, per così dire, un sottoprodotto dedicato proprio alle alluvioni. Si chiama Op.e.ra, anche questo un acronimo della frase inglese “Operational Eo-based Ranfall-runoff forecast”, ed è stato presentato lo scorso luglio. Tra le sue “quattro macro funzionalità “, come si legge nel sito del Dipartimento adesso guidato da Franco Gabrielli, proprio “la previsione e il monitoraggio delle inondazioni”, attraverso delle simulazioni. (…) Op.e.ra utilizza un sistema satellitare che si chiama Cosmo-SkyMed. Il programma è stato pensato e finanziato dall’Agenzia spaziale italiana e dal ministero della Difesa (con quattro satelliti in orbita). Rappresenta, si legge nel sito, “il più grande investimento italiano nel settore dell’Osservazione della Terra… con particolare riferimento alla prevenzione, al monitoraggio e alla gestione dei rischi “. Un occhio, costato alla comunità oltre un miliardo di euro, al quale nulla sfugge. E che una volta integrato con i software in mano alla Protezione Civile dovrebbe essere in grado di prevenire eventi come quelli di Genova»,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che la catastrofe che ha colpito la Liguria fosse prevedibile grazie al maxisistema satellitare messo a punto ad hoc dal Dipartimento della Protezione civile e della fondazione CIMA;

quali siano i motivi per cui, nonostante esistano software in grado di valutare gli scenari di rischio e la loro possibile evoluzione in alluvione, nessuno abbia mai presentato analisi di rischio e simulazioni precise atte a prevedere e prevenire i disastri naturali in Liguria;

quali siano le ragioni per cui i sistemi software, finanziati con denaro pubblico e reclamizzati in tutto il mondo, non siano stati attivati per valutare gli scenari di rischio e le loro possibili evoluzioni prima che questi si manifestassero come nel caso della terribile alluvione che ha colpito la Liguria, e se, nel caso in cui siano stati attivati, perché non abbiano funzionato, ad opinione dell’interrogante forse perché si tratta di un sistema che non produce risultati così precisi da permettere la prevenzione, e, di conseguenza, se il Governo ritenga di giustificarne le ingenti spese.

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Crisi- sofferenze bancarie

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00394
Atto n. 2-00394

Pubblicato il 29 novembre 2011
Seduta n. 638

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

secondo un recente studio della Banca d’Italia le sofferenze bancarie sono cresciute del 40 per cento ed in un anno, dal settembre 2010 al settembre 2011, sono passate da 73 a 102 miliardi. L’incremento più forte lo hanno registrato i prestiti a rischio verso le famiglie consumatrici: con un aumento pari al 46,3 per cento, a 24 miliardi di euro. I crediti complessivi sono saliti solo del 3,6 per cento, a 1.984 miliardi. Quasi 30 miliardi di euro in più in un anno: di tanto sono cresciute le sofferenze per le banche italiane, passate dai 72,9 miliardi di fine settembre 2010 ai 102 miliardi di fine settembre 2011. L’incremento in termini percentuali è del 39,9 per cento: è la fotografia scattata dalla Banca d’Italia nel bollettino “Moneta e banche”;

le sofferenze sono, di fatto, prestiti la cui riscossione da parte della banca erogatrice diventa difficile e incerta. Il peso più consistente (oltre la metà del totale) risulta a carico delle società non finanziarie, ossia le imprese, a cui risultano iscritti 66,6 miliardi a fine settembre 2011. Erano 47,6 miliardi a settembre 2010, con un incremento del 39,9 per cento. In chiara difficoltà anche le famiglie consumatrici con 24 miliardi (contro i 16,4 miliardi del 2010, con un aumento del 46,3 per cento) e infine le famiglie produttrici con 9,9 miliardi (7,8 miliardi un anno fa, con un aumento del 16,2 per cento). Complessivamente, nello stesso periodo i prestiti risultano in leggero aumento (pari al 3,6 per cento), passando da 1.914 miliardi di fine settembre 2010 a 1.984 miliardi di fine settembre 2011, evidenziando così un netto scarto fra il boom registrato dalle sofferenze e la timida crescita del credito erogato;

l’aumento delle sofferenze bancarie è particolarmente “preoccupante” per le famiglie ed è la «prova provata di una crisi lunga e difficile che interessa soprattutto l’Italia», ma è anche la conseguenza di certe «allegre erogazioni del credito», sostiene l’associazione di consumatori Adusbef, aggiungendo che si tratta di «prestiti che devono essere iscritti quasi totalmente a perdite nei bilanci delle banche». L’Adusbef chiede un monitoraggio e sanzioni sulle «sofferenze bancarie derivanti da erogazioni ed affidamenti deliberati fuori dai criteri prudenziali sulle meritorietà del credito ad alcuni grandi gruppi industriali, da tempo decotti, ma tenuti in vita da robuste iniezioni di denaro, mediante fidi incautamente rinnovati, se non aumentati». Con la crisi dei mercati e delle borse, continua l’Adusbef «il fenomeno di incagli e sofferenze, che attualmente viaggia ben oltre il 10 per cento degli impieghi, è destinato ad accentuarsi, e Bankitalia farebbe per una volta opera meritevole qualora riuscisse ad entrare nel merito degli affidamenti “relazionali” erogati da alcune grandi banche a soggetti senza alcuna meritorietà di credito, a volte concessi o per esigenze clientelari o per pressioni “amicali”, per dare un segnale di sobrietà e rigore, anche con procedure sanzionatorie, a quei comitati fidi che escono dai canoni della prudente gestione del credito e del risparmio»,

si chiede di sapere:

quali idonee iniziative intenda assumere il Governo per offrire alle famiglie consumatrici, le cui sofferenze sono aumentate del 46,3 per cento, passando a 24 miliardi di euro, una decorosa via di uscita da una crisi sistemica iniziata il 7 luglio 2007 con lo scoppio della bolla dei mutui sub-prime per precise responsabilità dei banchieri e della loro avidità di guadagno;

se, nelle opportune sedi di competenza, non intenda avviare un monitoraggio e promuovere l’adozione di sanzioni sulle sofferenze bancarie derivanti da erogazioni ed affidamenti deliberati fuori dai criteri prudenziali sulle meritorietà del credito ad alcuni grandi gruppi industriali, da tempo “decotti”, ma tenuti in vita da robuste iniezioni di denaro, mediante fidi incautamente rinnovati, se non aumentati;

se non ritenga doveroso attivare un osservatorio sul credito, in considerazione dell’accentuarsi della crisi dei mercati e delle borse, quale sia l’esatto ammontare di incagli e sofferenze, e quali siano le prime 20 imprese affidate da un sistema bancario, che invece di finanziare i migliori talenti che vogliono intraprendere un’attività, nonché piccole e medie imprese e famiglie, continua ad erogare allegri affidamenti agli Zunino, ai Zaleski ed ai Ligresti, mettendo a repentaglio il sudato risparmio depositato in banca.

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Finmeccanica-giornalisti

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06328
Atto n. 4-06328

Pubblicato il 29 novembre 2011
Seduta n. 638

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia. -

Premesso che da notizie di stampa sta emergendo da tempo una rete di favori e corruzione avente al centro il gruppo Finmeccanica;

considerato che:

in questi ultimi giorni pare che stia collaborando con la magistratura Lorenzo Borgogni, direttore centrale delle relazioni esterne di Finmeccanica e boss della comunicazione del presidente Pier Francesco Guarguaglini, che secondo gli inquirenti ha rivestito un ruolo di primissimo piano in questa rete di malaffare;

a quanto risulta all’interrogante, gli inquirenti potrebbero chiedere a Borgogni la lista dei giornalisti che avrebbero collaborato con Finmeccanica dietro lauto compenso in cambio di un atteggiamento “morbido” verso le inchieste che in questi mesi stanno travolgendo un’azienda che rappresenta un’eccellenza dell’industria italiana,

si chiede di sapere se il Governo sia a conoscenza dei nomi di tali giornalisti che hanno collaborato con Finmeccanica e se risultino eventuali iniziative nei loro confronti da parte degli ordini professionali cui gli stessi appartengono.

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Finmeccanica-procedimenti penali

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06329
Atto n. 4-06329

Pubblicato il 29 novembre 2011
Seduta n. 638

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia. -

Premesso che:

l’attuale Presidente di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini, ha dichiarato che sceglieva i manager per le aziende del gruppo con molta attenzione;

il direttore centrale di Finmeccanica, Lorenzo Borgogni, “autosospesosi” nella giornata di domenica 20 novembre 2011, è stato definito “un ladro di polli” da un noto esponente politico del Pdl e braccio destro del Ministro dell’economia e delle finanze pro tempore;

considerato che:

il “Corriere della Sera” il 20 novembre 2011 titolava nel modo seguente: “Società e posti di lavoro ai figli: così pagavano i politici”;

sempre sul “Corriere della Sera” del 20 novembre, un articolo dal titolo “Filmini pedofili nel pc del manager” riportava come durante la prima perquisizione nell’ufficio e nell’abitazione di Manlio Fiore, direttore delle vendite di Selex sistemi integrati, sul disco rigido dei computer sono stati trovati alcuni video insieme ai fascicoli delle pratiche aziendali che hanno portato alla luce una realtà agghiacciante, cioè “un vero e proprio archivio pedopornografico”;

“A quanto pare – si legge in quest’ultimo articolo – Fiore utilizzava un sistema di accesso al computer molto sofisticato e questo lo rendeva tranquillo rispetto alla possibilità di essere scoperto. Per questo avrebbe archiviato centinaia e centinaia di file che adesso lo inchiodano”,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda intervenire in maniera urgente per eliminare le “metastasi” all’interno del gruppo Finmeccanica iniziando a licenziare in tronco coloro che hanno procedimenti penali in corso al fine di ristabilire la giusta credibilità di una società che da troppo tempo è al centro delle cronache giudiziarie;

se intenda costituirsi parte civile contro i responsabili del crollo delle azioni di Finmeccanica, in primis della coppia costituita da Pierfrancesco Guarguaglini e Marina Grossi per passare poi a Lorenzo Borgogni.

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Ingegneri – revisione art.47 DPR 328/2001

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06278
Atto n. 4-06278

Pubblicato il 17 novembre 2011
Seduta n. 637

LANNUTTI – Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

il decreto del Presidente della Repubblica n. 328 del 2001 divide l’albo degli ingegneri in tre settori: civile-ambientale, industriale e informazione;

l’art. 47, comma 2, del citato decreto del Presidente della Repubblica n. 328 del 2001 dispone: «1. L’iscrizione nella sezione A è subordinata al superamento di apposito esame di Stato; 2. Per l’ammissione all’esame di Stato è richiesto il possesso della laurea specialistica in una delle seguenti classi: a) per il settore civile e ambientale: 1) Classe 4/S – Architettura e ingegneria edile – corso di laurea corrispondente alla Direttiva 85/384/CEE; 2) Classe 28/S – Ingegneria civile; 3) Classe 38/S – Ingegneria per l’ambiente e per il territorio; b) per il settore industriale: 1) Classe 25/S – Ingegneria aerospaziale e astronautica; 2) Classe 26/S – Ingegneria biomedica; 3) Classe 27/S – Ingegneria chimica; 4) Classe 29/S – Ingegneria dell’automazione; 5) Classe 31/S – Ingegneria elettrica; 6) Classe 33/S – Ingegneria energetica e nucleare; 7) Classe 34/S – Ingegneria gestionale; 8) Classe 36/S – Ingegneria meccanica; 9) Classe 37/S – Ingegneria navale; 10) Classe 61/S – Scienza e ingegneria dei materiali; c) per il settore dell’informazione: 1) Classe 23/S – Informatica; 2) Classe 26/S – Ingegneria biomedica; 3) Classe 29/S – Ingegneria dell’automazione; 4) Classe 30/S – Ingegneria delle telecomunicazioni; 5) Classe 32/S – Ingegneria elettronica; 6) Classe 34/S – Ingegneria gestionale; 7) Classe 35/S – Ingegneria informatica»;

il predetto decreto del Presidente della Repubblica definisce competenze professionali per il settore “ingegneria dell’informazione”: la pianificazione, la progettazione, lo sviluppo, la direzione lavori, la stima, il collaudo e la gestione di impianti e sistemi elettronici, di automazione e di generazione, trasmissione ed elaborazione delle informazioni;

lo stesso decreto del Presidente della Repubblica definisce le competenze professionali per il settore “ingegneria industriale”: la pianificazione, la progettazione, lo sviluppo, la direzione lavori, la stima, il collaudo, la gestione, la valutazione di impatto ambientale di macchine, impianti industriali, di impianti per la produzione, trasformazione e la distribuzione dell’energia, di sistemi e processi industriali e tecnologici, di apparati e di strumentazioni per la diagnostica e per la terapia medico-chirurgica;

gli ingegneri elettronici possono iscriversi al solo settore ingegneria dell’informazione in base all’art. 47 del citato decreto del Presidente della Repubblica;

quanto disposto dal decreto del Presidente della Repubblica n. 328 del 2001 impedisce agli ingegneri elettronici, che pur sono in possesso delle necessarie competenze, di progettare, tra gli altri, impianti elettrici e fotovoltaici in quanto impianti relativi alla produzione, trasformazione e distribuzione dell’energia e non nell’informazione;

si evidenzia che tale preclusione risulta a dir poco paradossale: gli impianti fotovoltaici sono costituiti da componenti elettronici e, nelle università italiane, gli ingegneri elettronici sono, da più di tre decadi, preparati ad affrontarne le problematiche progettuali;

la preclusione alla progettazione degli impianti elettrici è alquanto singolare. Oggi, la larga maggioranza dei sistemi di trasformazione e controllo dell’energia elettrica, dai gruppi di continuità al controllo dei motori dei convogli Eurostar, è fondamentalmente basata sull’utilizzo di dispositivi elettronici di potenza, il cui studio è largamente presente nei percorsi formativi in Ingegneria elettronica. Inoltre agli allievi ingegneri elettronici vengono tenuti corsi di Elettronica industriale che contengono lezioni ed esercitazioni sul progetto e il collaudo di alimentatori di potenza a commutazione che trovano applicazione nella produzione industriale di apparecchiature elettroniche ed elettromeccaniche. Inoltre i principi e i metodi di progetto oggetto di questi corsi costituiscono i componenti culturali essenziali per la progettazione degli inverter, che sono gli apparati elettronici che permettono di trasformare la energia elettrica fornita in continua dagli impianti fotovoltaici in energia elettrica in alternata che viene immessa nella rete di distribuzione agli utenti. Infine sono tipico patrimonio degli ingegneri elettronici la conoscenza dei sensori, degli attuatori e dei sistemi di gestione e di interfacciamento che forniscono ad essi una “intelligenza”; queste conoscenze sono essenziali per la progettazione di sistemi e di apparati destinati alla totalità dei campi applicativi delle moderne tecnologie industriali, di controllo ambientale e di ausilio alla conservazione della salute dell’uomo. Pertanto appare sorprendente e non corretta la esclusione degli ingegneri elettronici come abili alla progettazione di apparati del settore della biomedica mentre vengono correttamente riconosciuti abili gli ingegneri biomedici;

la formazione culturale degli ingegneri elettronici nel campo dell’elettrotecnica e dell’impiantistica elettrica è sicuramente equivalente a quella che viene fornita dai percorsi formativi di molte delle classi di laurea che consentono l’accesso al settore industriale quali l’ingegneria automatica, la biomedica e la gestionale, tutte lauree, queste ultime, del settore dell’informazione che forniscono anche la possibilità di accesso a quello industriale;

recenti disposizioni ministeriali hanno poi ulteriormente limitato le competenze progettuali degli ingegneri elettronici: l’art. 2, comma 1, del regolamento di cui al decreto ministeriale n. 37 del 2008 precisa, ad esempio, che per impianti di produzione, trasformazione, trasporto, distribuzione, utilizzazione dell’energia elettrica devono intendersi, fra gli altri, anche “gli impianti per l’automazione di porte, cancelli e barriere, nonché quelli posti all’esterno di edifici se gli stessi sono collegati, anche solo funzionalmente, agli edifici”. Tale norma restringe ulteriormente il campo d’azione degli ingegneri elettronici rispetto alle previsioni dell’art. 46, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica n. 328 del 2001, comma che definisce le attribuzioni professionali dell’ingegnere dell’informazione: “la progettazione, lo sviluppo, la direzione lavori, la stima, il collaudo e la gestione di impianti e sistemi elettronici, di automazione e di generazione, trasmissione ed elaborazione delle informazioni”;

la mancata previsione da parte del decreto del Presidente della Repubblica n. 328 del 2001 dell’inserimento della laurea in ingegneria elettronica fra quelle che consentono l’iscrizione al settore dell’ingegneria industriale discrimina, in maniera netta e senza alcuna ragione, le attività professionali degli ingegneri elettronici,

si chiede di sapere quali iniziative, nelle opportune sedi di competenza, il Governo intenda assumere al fine di prevedere la revisione dell’art. 47 del citato decreto del Presidente della Repubblica con l’inclusione al comma2, lettera b) (settore industriale) della classe di laurea in ingegneria elettronica considerato che detta modifica consentirebbe ai laureati in ingegneria elettronica la possibilità di sostenere l’esame di abilitazione alla professione nel settore industriale, così come, d’altra parte, già previsto dallo stesso decreto del Presidente della Repubblica per le lauree in ingegneria automatica, biomedica e gestionale, classi di laurea contemporaneamente presenti in tutti e due settori dell’ingegneria industriale e dell’informazione, così da eliminare l’ingiustificata discriminazione professionale che i laureati in ingegneria elettronica stanno subendo.

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DAD-comportamenti ai limiti della truffa

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06273
Atto n. 4-06273

Pubblicato il 17 novembre 2011
Seduta n. 637

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico, dell’interno e della giustizia. -

Premesso che

la DAD – Deutscher Adressdienst GmbH – residente in Weidestrasse, 126 – 22083 Amburgo – Germania (fax: 0049 40 75119911), tenutaria di un sedicente Registro Italiano in Internet, è tornata a promuovere il suo servizio invitando enti e società a verificare dati e riferimenti riportati in un foglio allegato alla lettera di avviso inviata agli utenti, al fine di aggiornare le relative posizioni nel Registro 2008;

detta comunicazione, di fatto, nasconde un ordine oneroso di pubblicazione dei riferimenti societari dato alla DAD. Tale ordine dissimulato in calce al foglio relativo ai dati da controllare, ed eventualmente correggere, impegna enti e società per tre anni e comporta un pagamento annuo di 958 euro, per un impegno complessivo di 2.874 euro nel triennio;

l’attuale iniziativa commerciale fa seguito ad analoga promozione che la DAD GmbH ha avviato circa tre anni fa;

allora Adusbef (Associazione Difesa Utenti Servizi Bancari, Finanziari, Postali Assicurativi) ricevette una missiva simile, e procedette ad avvisare tutti della trappola inserendo un avviso nella pagina iniziale del suo sito;

l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, evidentemente informata della vicenda, procedette all’apertura di una istruttoria. Con un intervento avviato il 24 ottobre 2006 (apertura istruttoria n. 16098) e concluso il 26 aprile 2007 (n. 16766) deliberò: a) che il comportamento di DAD Deutscher Adressdienst GmbH, consistito nell’aver violato la delibera n. 14992 del 7 dicembre 2005, costituisce inottemperanza a quest’ultima; b) che, per tale comportamento a DAD veniva inflitta una sanzione amministrativa pecuniaria di euro 25.100; c) in data 12 giugno 2007, il sito www.ildominio.it riportava un comunicato del ccTLD, organismo responsabile dell’assegnazione dei nomi a dominio e della gestione dei registri e dei nameserver primari per il “.it”, con il quale si invitavano i “maintainer” ad avvisare i rispettivi clienti dell’iniziativa commerciale della DAD;

a giudizio dell’interrogante i comportamenti commerciali della DAD sono scorretti ed ingannevoli. In particolare: la forma adottata per la promozione del servizio (quasi un avviso di una autorita istituzionale); la dissimulazione di un contratto oneroso sul retro della pagina in cui DAD chiede di verificare la correttezza dei dati; i termini contrattuali, riportati con inchiostro grigio e non nero, sul retro del foglio relativo alla verifica dei dati societari;

inoltre il suddetto Registro riporta dati completamente campati in aria: un indirizzo Internet (www.alvano.it) a quanto risulta all’interrogante del tutto estraneo; come settore di intervento dell’associazione si indica “Materie plastiche: produzione, commercio”. Tale circostanza lascia intuire una funzione del tutto falsa dei riferimenti riportati nel Registro, che risulterebbe cosi non solo inutile, ma fuorviante perché con dati inventati;

l’Adusbef ha presentato a riguardo una denuncia alla Procura della Repubblica,

si chiede di sapere:

quali iniziative, alla luce dei fatti esposti, il Ministro in indirizzo intenda adottare anche attivando il GAT al fine di indagare sulla effettiva tenuta del Registro della DAD, sulla fondatezza dei dati in esso riportati, sulla adeguatezza dell’importo richiesto per la pubblicazione in funzione della veridicità dei riferimenti immessi;

se, alla luce della precedente sanzione comminata dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che non ha avuto alcun effetto deterrente, il Governo sia a conoscenza dell’apertura di un’inchiesta volta ad accertare eventuali responsabilità penali sulla vicenda;

quali iniziative intenda intraprendere al fine di tutelare gli utenti da siti web che applicano pratiche commerciali ingannevoli e scorrette continuando ad essere veicolo di frodi, truffe, abusi ed appropriazione indebita a danno dei consumatori e dei cittadini.

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Fiorani- affidamento servizi soaciali-comunità Alfa

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06274
Atto n. 4-06274

Pubblicato il 17 novembre 2011
Seduta n. 637

LANNUTTI – Al Ministro della giustizia. -

Premesso che:

la rivista “Oggi” riporta le ultime notizie sul caso Fiorani: «Proprio nella settimana in cui i pubblici ministeri di Parma chiedono per l’ex banchiere Giampiero Fiorani una condanna a quattro anni, in primo grado, per il crac di Parmatour, sui giornali trova grande enfasi la decisione con cui il tribunale del Riesame di Milano ha stabilito il suo affidamento ai servizi sociali. La sua condanna definitiva a tre anni e tre mesi per truffa, associazione a delinquere e appropriazione indebita (di cui sei mesi scontati con la carcerazione preventiva nel 2006) si è così tradotta in due anni e nove mesi di volontariato nella comunità Alfa Omega di Graffignana (Lodi), che si occupa del recupero di tossicodipendenti e produce mobili in legno e vetrate artistiche. (…) Il suo legame con l’Alfa Omega è antico. Nel 2004 la comunità stava andando all’asta per un debito di 2 milioni di euro. Fiorani, allora numero uno della Popolare di Lodi, fece sì che la banca acquistasse la struttura (4.500 metri quadrati di edifici e 81 mila di terreni) e la concedesse in comodato gratuito all’Alfa Omega. In precedenza, sussurrano a Lodi, aveva già avuto un occhio di riguardo per la comunità, cui aveva cancellato certi debiti. Vero o no, il rapporto tra Popolare di Lodi, Fiorani e Alfa Omega diventa sempre più stretto. Nel 2007 “Giampi” porta in comunità anche Lele Mora, che fino al 2010 devolverà alla struttura il ricavato delle cene di Natale della sua LM Management. Non solo: il 10 marzo 2011 il consiglio d’amministrazione della banca nomina il CdA della Fondazione Popolare di Lodi, e tra i consiglieri figura Marilena Seminari, presidente e rappresentante legale di Alfa Omega. Della comunità, insomma, Fiorani si occupa da una decina anni. La differenza, oggi, è che il Tribunale del Riesame, anche in considerazione dei circa 50 milioni di euro con cui l’ex banchiere avrebbe risarcito la Popolare di Lodi, ha riconosciuto questa sua frequentazione come pena alternativa al carcere. In virtù di cosa? È presto detto: Fiorani “si è impegnato a concertare un progetto di volontariato presso la comunità”. Ma sbaglia chi già si immagina l’ex banchiere alle prese con pialle da falegname o saldatori da vetraio. “In realtà i progetti sono due”, dice Davide Fenini, responsabile di Alfa Omega. “Uno riguarda il potenziamento della sostenibilità economica (leggi: produzione di energia per abbattere i costi, ndr). L’altro il supporto delle attività finalizzate al reinserimento degli utenti”. Secondo Il Cittadino di Lodi il primo dei due progetti si concretizzerà nella copertura dei tetti della struttura con pannelli fotovoltaici. Inizialmente c’era l’intenzione di creare un parco fotovoltaico, poi giudicato un progetto economicamente troppo ambizioso. (…) Da qualche anno le attività della sua famiglia si sono concentrate nel campo delle energie alternative. La moglie Gloria Sangalli e il figlio ventiduenne Matteo sono rispettivamente presidente del consiglio d’amministrazione e consigliere della Energy Power – Energia dal Sole srl. Lo stesso Giampiero risulta consulente della società, attività per la quale ha dichiarato di percepire un compenso di 3.900 euro al mese. Della Energy Power è socio (col 10 per cento), responsabile tecnico e, dal 23 settembre scorso, consigliere d’amministrazione Dario Marchesi, che di energia elettrica e manutenzione se ne intende. Marchesi, infatti, possiede metà della Mt Elettrica con sede a Cavenago D’Adda, poco distante da Lodi, nello stesso palazzo in cui ha sede anche la Energy Power dei Fiorani. Fin qui, le cariche e le carte. Se a queste si aggiungono le voci lo scenario diventa paradossale: a Lodi c’è chi sostiene, indignato, che la ricopertura con pannelli solari dei tetti della comunità Alfa Omega coinvolgerebbe proprio la Mt Elettrica di Cavenago D’Adda. Una voce, che riferiamo per dovere di cronaca e di cui abbiamo provato invano a chiedere conferma alla rappresentante legale della comunità, Marilena Seminari, all’estero fino a fine novembre. Anche Fenini, in merito, non ha saputo aggiungere dettagli: “Mi occupo dei servizi agli utenti, quel progetto lo segue direttamente la dottoressa Seminari”. Fiorani, dal canto suo, rifiuta interviste e ha scelto da tre anni uno stile di vita low profile: sveglia alle 6, rientro a casa alle 21, cena in famiglia. I tempi del Billionaire e dei bagordi con Costantino e Naike Rivelli sono due vite fa»,

si chiede di sapere:

se a quanto risulta al Governo corrisponda al vero che la comunità Alfa Omega, dove Fiorani svolgerà i 2 anni volontariato, è la stessa che l’ex banchiere di Lodi salvò dal crac nel 2004;

se siano fondate le voci sul coinvolgimento della Mt Elettrica di Cavenago D’Adda per la ricopertura con pannelli solari dei tetti della comunità Alfa Omega;

se il Governo ritenga che i legami di Fiorani con la comunità di recupero e i suoi relativi progetti di volontariato, che riguarderebbero proprio il settore delle energie alternative oggetto delle attività delle società della sua famiglia, fanno dubitare della casualità di tale coincidenza.

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