European banking authority (Eba)

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02495
Atto n. 3-02495 (in Commissione)

Pubblicato il 11 novembre 2011
Seduta n. 636

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e degli affari esteri. -

Premesso che

la crisi sistemica, iniziata il 7 luglio 2007 con la bolla dei mutui sub-prime è stata indubbiamente generata dall’avidità dei banchieri che hanno emesso montagne di derivati per drogare l’economia e finanziare le loro prebende e stock option e dall’assenza di regolamentazione, a giudizio dell’interrogante per l’evidente collusione delle autorità vigilanti con banche di affari, agenzie di rating e fondi speculativi, che hanno rifiutato un sistema regolatorio più stringente per limitare i danni della speculazione, ma anche per la cessione alle banche centrali di quella sovranità che deve fare capo agli Stati democratici, invece che alle tecnocrazie ed alle oligarchie;

il formulario in 39 domande, come quello che la Commissione di Bruxelles ha spedito al Governo italiano nei giorni scorsi con richiesta di risposta tassativa in sette giorni non si era mai visto in Italia e neppure la protervia degli ispettori arrivati in 5ª Commissione permanente (Programmazione economica, bilancio) del Senato per acquisire il maxi-emendamento al disegno di legge di stabilità (Atto Senato 2968); ci si è chiesti come si potrebbe evitare un nuovo salvataggio bancario come quelli che hanno impegnato dal 2008 oltre 6.000 miliardi di dollari a carico degli Stati. La soluzione è stata trovata da Nicola Sarkozy e Angela Merkel che, dopo numerosi incontri, hanno imposto all’European banking authority (Eba), presieduta dall’ex dirigente della Banca d’Italia Enria, una soluzione lesiva sia per il mercato che per le banche italiane. Secondo la decisione della Eba i titoli tossici greci detenuti nei portafogli delle banche franco-tedesche non creano problemi, in quanto “compensati” dai titoli nazionali, esentati così dalla ricapitalizzazione imposta e resa obbligatoria alle banche italiane detentrici di Btp. È ovvio che le banche sottoscrivano i rispettivi titoli di Stato, tanto più se li portano a scadenza: esistono emissioni lunghissime a cedole elevate studiate apposta per banche e assicurazioni. Meno ovvio e certo che vadano a scommettere sui Paesi a rischio. Ma il diavolo è spesso nascosto nei dettagli;

in un articolo pubblicato il 10 novembre 2011 dal titolo “Cure sbagliate per le banche”. “il Sole-24 ore” spiega l’arcano: «Per curare le banche europee, colpite dalla malattia della sfiducia dei mercati, l’Autorità per la vigilanza bancaria (Eba) ha approvato un pacchetto di misure, centrato su due provvedimenti: aumenti di capitale e sospensione dei requisiti prudenziali di valutazione dei titoli sovrani. L’Eba si è assunta una grande responsabilità, perché la cura rischia di non servire a nulla, se va bene, o addirittura di peggiorare la situazione, se va male. Le banche europee hanno mostrato negli ultimi mesi i sintomi tipici della malattia della sfiducia: caduta del valore dei titoli delle azioni, unita a difficoltà di finanziarsi. L’evento che ha causato la pandemia è noto: la decisione suicida del duo Merkel & Sarkozy – colpevolmente avallata da tutta l’Unione – di colpire i detentori privati dei titoli del debito di un Paese membro dell’Unione, la Grecia. Da un istante all’altro si sono stravolti i criteri con cui si erano costruiti i portafogli di investimenti in tutto il mondo, Europa inclusa. Una serie di paesi, caratterizzati nel presente o nel passato da indisciplina fiscale, sono diventati Paesi Europei Periferici (Pep). I titoli dei Pep – fin a quel momento a rischio zero – sono diventati un cancro, di pericolosità assolutamente imprevedibile, variabile di mese in mese, anzi di giorno in giorno. Per una ragione semplice: il danno indotto da un eventuale fallimento di un debito sovrano non è oggi calcolabile con precisione da nessuno, essendo legato non solo al valore dei titoli Pep presenti nei portafogli bancari, ma anche alla catena esponenziale di prodotti strutturati da essi direttamente ed indirettamente derivati, moltiplicati dagli intrecci tra banche commerciali e sistema finanziario ombra. Il problema è che i titoli Pep erano e sono presenti soprattutto nei portafogli delle banche europee. Una sorpresa? Assolutamente no, visto che sono decenni che l’analisi economica ha studiato e spiegato la presenza del cosiddetto home bias nella costruzione dei portafogli finanziari: a parità di altre condizioni, un gestore tende a preferire i titoli che conosce meglio, quindi quelli del proprio Paese. Non solo: le regole prudenziali – Basilea e dintorni – hanno sempre considerato il debito sovrano a rischio zero, ovviamente Pep inclusi, creando così un ulteriore e potente incentivo nelle banche ad acquistarli. Ma ora i titoli Pep sono un cancro, che crea incertezza e rischia di far ammalare le banche europee. La cura proposta dall’Eba dal suo presidente Andrea Enria – si basa su un caposaldo: aumentare la dotazione di capitale di rischio. Il ragionamento dell’Eba può essere così sintetizzato: per dare certezze, abbiamo sin dall’inizio fondato la nostra azione sui coefficienti di capitali, rendendo esplicito il loro effetto con gli stress test. Gli stress test dell’Eba avevano formalmente promosso il sistema bancario europeo, ma senza particolari successi in termini di credibilità. L’emergere improvviso del problema dei titoli sovrani ha ulteriormente aggravato la situazione. Quindi per recuperare credibilità l’Eba ha deciso di aumentare i coefficienti di capitali. Purtroppo è un ragionamento circolare: se una cura è sbagliata, non è che aumentarne le dosi rende la medicina efficace. Anzi. I mercati non credono ai coefficienti di capitali perché il rischio che essi oggi dovrebbero coprire oggi semplicemente non è calcolabile. Il cancro non si cura; si estirpa. L’Unione europea – o meglio il duo Merkel & Sarkozy – continua a ritardare il disegno di una risposta istituzionale e credibile al problema dei Paesi fiscalmente indisciplinati, per il presente ed il futuro, a partire dalla Grecia. Senza tale risposta, il cancro è sempre lì. Ricapitalizzare le banche significa provare a svuotare una pozza d’acqua con lo scolapasta. Anche il caso Dexia ci ha ricordato che i coefficienti di capitale non servono a niente se i bilanci sono tossici; infatti la vera soluzione è stata la bad bank, non certo la ricapitalizzazione. Per le medesime ragioni non fa certo bene alla salute del sistema bancario una valutazione della malattia che ne accentua la pericolosità immediata. È però quello che ha fatto l’Eba, chiedendo alle banche di calcolare subito gli effetti sul loro portafoglio titoli Pep, sospendendo un filtro della regolamentazione prudenziale – ma sarebbe meglio dire del buon senso – finora applicato. Il fatto che la decisione Eba sia una conseguenza di un orientamento preso dal Comitato di Basilea non ne riduce la pericolosità. Ci dice solo che abbiamo una sequenza di medici che – forse anche per una implicita gerarchia – sbagliano la cura. Ma cosa poteva fare l’Eba? Da questo punto di vista, va condivisa in pieno l’analisi che il Presidente Enria fa dell’origine di tutte le difficoltà a prevenire l’instabilità bancaria: la scelta politica di attivare una rete nazionale di aiuti, invece di cercare una risposta comune. Ma è proprio tale scelta che ha impedito in Europa la nascita di una Autorità Finanziaria, gemella per ruolo, poteri e credibilità della Banca Centrale Europea. Si è preferito invece lo status quo: mantenere intatto il numero e le prerogative di tutte le autorità di controllo nazionali, balcanizzando ulteriormente il sistema con l’istituzione di ben tre organismi europei separati – anche geograficamente – che devono funzionare da stanza di compensazione degli eterogenei interessi nazionali. In una tale architettura, anche il migliore capitale umano – come è quello che ci rappresenta all’Eba – rischia di essere, suo malgrado, uno sceriffo con la pistola che è scarica, o peggio ancora che, sparando, esploda. Allora forse è meglio non premere il grilletto»,

si chiede di sapere:

se risulti corrispondente al vero che per la valutazione del rischio, l’Eba avrebbe usato il criterio “mark to market”, analoga metodologia che ha alimentato la bolla pre-Lehman Brothers, ossia l’attribuzione non del valore nominale o cedolare dei titoli ma il prezzo corrente di mercato, che ha messo in moto per i Btp, già in crisi di spread, un meccanismo infernale, una trappola per le banche che, qualora volessero evitare la ricapitalizzazione, dovrebbero vendere i titoli, deprezzati del 15-20 per cento del valore nominale con effetti dirompenti sia sui mercati che nelle fortissime minusvalenze dei conti;

se risulti che la caduta dei Btp decennali, che in pochi mesi hanno subito flessioni fino a 75-80 punti del valore nominale quando solo fino a giugno scorso avevano una quotazione superiore a 100, sia stata determinata dalla speculazione finanziaria che ha preso di mira l’Italia e anche dall’obbligo imposto dall’Eba di dismettere una parte dei Btp presenti nei portafogli delle banche il cui valore globale è superiore a 200 miliardi di euro circa;

se risulti che ci sia stata una strategia preparata a tavolino dall’asse franco-tedesco, e pedissequamente recepita dall’Eba, che ha fatto venir meno per il Ministero dell’economia e delle finanze la cintura di sicurezza garantita dagli istituti di credito italiani e quanti siano stati i volumi di titoli del debito pubblico italiano dismessi dal sistema bancario italiano;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che le autorità europee, costituite per prevenire le crisi sistemiche, regolamentare i mercati e favorire la stabilità dei sistemi bancari europei, sempre allergici alle regole, possano diventare strutture subordinate ad avviso dell’interrogante come nel caso di specie, all’asse Parigi-Berlino, che sembra aver catturato il regolatore, il quale ne asseconda i desiderata;

quali iniziative il Governo intenda attivare, nell’ambito delle proprie competenze, per sensibilizzare le autorità preposte alla nomina di funzionari operanti nell’ambito delle istituzioni comunitarie affinché la scelta ricada in favore di personalità idonee alla delicatezza dei compiti da assumere, ciò che a giudizio dell’interrogante non è accaduto con Andrea Enria, ex dipendente della Banca d’Italia, che, invece di dimostrare equilibrio ed equità nell’ultima decisione, ha finito per penalizzare un sistema bancario italiano, che l’interrogante non smette di criticare, ma che ha meno titoli tossici e strumenti derivati rispetto alle banche francesi o tedesche.

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