Month: novembre 2011

Fs-Licenziamento Riccardo Antonini

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06250
Atto n. 4-06250

Pubblicato il 11 novembre 2011
Seduta n. 636

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

Riccardo Antonini, il ferroviere che aveva accettato l’incarico di consulente di parte civile nell’incidente probatorio disposto per l’inchiesta in merito alla strage alla stazione di Viareggio (32 morti), avvenuta due anni fa, è stato licenziato da Ferrovie dello Stato;

si legge su un articolo pubblicato su “la Repubblica” di Firenze il 7 novembre 2011: «Antonini è stato prima consulente di un familiare delle vittime, poi della Cgil. Grazie al suo ruolo ha potuto partecipare agli accertamenti avvenuti nell’ambito dell’incidente probatorio, che si è concluso nei giorni scorsi al tribunale di Lucca, dove c’è stato uno scontro tra esperti. I periti del gip e del gruppo Fs da una parte, i consulenti della procura e delle parti offese dall’altra. Oggetto della contrapposizione la causa dello squarcio nella cisterna carica di gpl che poi esplose. Fra gli indagati ci sono i vertici del Gruppo Fs (…) Il licenziamento è avvenuto senza preavviso, ed è da considerarsi “per giusta causa” poiché, come indicato dall’azienda, “si è definitivamente compromesso il rapporto fiduciario”», a causa della “situazione di conflitto di interessi” cui si è sottoposto Antonini, rivestendo al tempo stesso il ruolo di dipendente delle Ferrovie e di consulente per un parente di una delle vittime della strage, incarico cui ha fatto seguito quella di rappresentante della Filt-Cgil durante l’incidente probatorio;

già da tempo Antonini aveva dichiarato di sentirsi preso di mira da Mauro Moretti, amministratore delegato di Fs, che durante una riunione nella sede della Regione Toscana, nel 2009, ebbe a dire, riferendosi all’ex ferroviere: “Quello lì prima o poi lo licenzio”;

in una nota Ferrovie dello Stato precisa: “Contrariamente a quanto riferito oggi da alcuni organi di informazione e al fine di ristabilire la verità dei fatti, si precisa che Riccardo Antonini è stato destinatario del provvedimento di licenziamento in particolare per le gravi ingiurie e i pesanti insulti rivolti direttamente all’amministratore delegato Mauro Moretti, nel corso di un dibattito pubblico nell’ambito di una manifestazione organizzata dal Pd e tenutasi a Genova il giorno 9 settembre”,

si chiede di sapere:

se il Governo ritenga accettabile l’atteggiamento, non nuovo da parte di Trenitalia, di licenziare chi opera in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, come già avvenuto in passato nei confronti di Dante De Angeli a Genova e quale sia la sua valutazione sulla vicenda;

quali iniziative di competenza intenda assumere affinché vengano valorizzati, ascoltati e non denigrati, con atteggiamenti intimidatori, i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza in un periodo dove la sicurezza nei luoghi di lavoro e la sicurezza del territorio è messa sotto attacco quotidianamente;

se ritenga che licenziamenti come quello descritto siano non solo offensivi per tutti i ferrovieri e le vittime della strage di Viareggio, ma anche molto sbrigativi denunciando un nervosismo sospetto da parte di Ferrovie dello Stato soprattutto quando intervengono nel bel mezzo di una fase processuale molto delicata;

se non intenda intraprendere iniziative per porre fine a metodi intimidatori espressione dell’arroganza dei poteri forti, considerato che tale vicenda va oltre le ragioni delle normali relazioni tra azienda e dipendente.

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Liquidazione Colombo Assicurazioni spa

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06251
Atto n. 4-06251

Pubblicato il 11 novembre 2011
Seduta n. 636

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

è arrivata all’interrogante la segnalazione di un cittadino che dal 1984 non è ancora riuscito a recuperare il proprio credito dalla compagnia di assicurazioni Colombo SpA;

in particolare il cittadino ha lavorato in qualità di consulente per la compagnia;

con decreto ministeriale 12 luglio 1984 la società fu posta in liquidazione coatta amministrativa sotto la direzione di un commissario. In quel periodo, il cittadino era creditore della società Colombo per un capitale di 89.242.987 di vecchie lire italiane;

in data 22 luglio 1991, il commissario depositò alla cancelleria del tribunale civile di Roma l’elenco dei crediti. Da questo documento risulta che il cittadino è un creditore privilegiato per la somma indicata;

trascorsi 10 anni senza aver ricevuto il pagamento della somma dovuta, il cittadino fece ricorso nel 1994 alla Corte europea dei diritti dell’uomo, e dopo una lunga lotta giudiziaria, la Corte emise la sentenza del 20 dicembre 2001 nel ricorso 256391/94 liquidando (assai riduttivamente anche rispetto alla svalutazione medio tempore maturata) 30.000.000 lire per risarcimento del danno morale per riconosciuta violazione dell’art. 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (diniego di accesso ad un tribunale), perché le regole fondanti la procedura di liquidazione coatta amministrativa, caratterizzate dalla lunghezza della verifica dell’elenco dei crediti (sedici anni e sei mesi), hanno ostacolato in maniera ingiustificata il diritto del ricorrente di disporre di un ricorso “effettivo” per far valere il suo credito davanti ai giudici nazionali; veniva dichiarata la dissenting opinion del presidente, che riteneva violato anche l’art. 1 del Protocollo n. 1 della Convenzione (“Ogni persona fisica o giuridica ha diritto al rispetto dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per causa di utilità pubblica e nelle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale”);

per la precisione, come risulta dal sito Internet ufficiale della Corte europea dei diritti dell’uomo, il presidente Rozakis si esprime nel modo seguente: “È con grande rammarico che non posso concordare con la conclusione raggiunta dalla maggioranza nel senso della mancata violazione dell’art.1 del Protocollo 1. (…) Ritengo (…) che l’argomentazione della maggioranza trascura il fondamentale problema legale (..): il ricorrente aveva un credito che non era dipendente dall’attivo del debitore, ed il suo uso era stato controllato dall’applicazione delle leggi italiane concernenti la soddisfazione dei crediti. L’applicazione di queste leggi ha prodotto un ingiusto e eccessivo ritardo nel procedimento di soddisfazione del credito privilegiato del ricorrente, che ha portato ad una lesione del diritto del ricorrente al suo credito. Benché io sia d’accordo con la maggioranza nel ritenere che il debitore aveva problemi finanziari a soddisfare tutti i crediti dei suoi creditori, trovo che ciò sia irrilevante nella specie: credo che l’art.1 del Protocollo 1 sia stato violato perché il controllo dell’uso del credito aveva determinato ritardi che, alla fine, hanno avuto effetti nocivi per il credito – in quanto ciò incide sulla possibilità del ricorrente di reclamare tempestivamente i suoi diritti – e che hanno leso l’essenza stessa del diritto in maniera sproporzionata allo scopo perseguito”;

sono trascorsi altri 10 anni circa e la liquidazione dopo oltre ben 27 anni non è ancora chiusa;

il cittadino ricorrente ha scritto una lettera al Ministro dello sviluppo economico e all’Isvap segnalando il ritardo accumulato dal commissario nella procedura di liquidazione coatta amministrativa della società Colombo e chiedendo spiegazioni, senza ricevere alcuna risposta;

secondo le ultime informazioni fornite dal Governo il 29 febbraio 2001, a questa data la liquidazione era ancora in corso a causa dell’esistenza di molte procedure pendenti nelle quali era parte la società Colombo;

il cittadino ricorrente non ha ottenuto alcun pagamento in suo favore e considerata la sua età, 76 anni, sta perdendo ogni speranza di recupero del credito,

si chiede di sapere:

se il Governo ritenga ammissibile che la liquidazione coatta amministrativa di una piccola società vada ben oltre un quarto di secolo, senza che se ne veda ancora la fine;

quali iniziative urgenti, nell’ambito delle proprie competenze, intenda intraprendere al fine di garantire che la sentenza della Corte europea venga applicata per non incorrere in ulteriori sanzioni e affinché i cittadini trovino nello Stato il garante di quanto previsto dalle convenzioni europee.

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Dott.ssa Chiaruttini

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02494
Atto n. 3-02494 (in Commissione)

Pubblicato il 11 novembre 2011
Seduta n. 636

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

la dottoressa Stefania Chiaruttini, valente commercialista designata dalla Procura di Milano quale consulente nel processo Parmalat, ha allargato la sua sfera di influenza in molteplicità attività;

si legge infatti sul sito di Fondo italiano: «Organi Sociali Stefania Chiaruttini – Sindaco: “Ha iniziato la propria attività nel 1987 con l’esercizio in via esclusiva della professione di Dottore Commercialista. Dal 1988 è diventata socia dello Studio La Croce e dal 1997 è socia dello Studio Chiaruttini & Associati. Ha ricoperto cariche di Sindaco, Consigliere di Amministrazione e liquidatore di diverse società tra cui: società quotate alla Borsa Valori di Milano, Fondi Comuni di Investimento, Società di Intermediazione Mobiliare. Ricopre cariche di commissario straordinario Legge 270/99. Si occupa di compliance e consulenza in materia di controlli interni e Legge 231. È membro di Organismi di Vigilanza. Ha svolto e svolge consulenze tecniche su nomina della Pubblica Accusa del Tribunale e della difesa in materia di reati fallimentari, societari e di frode al Mercato. È componente del Comitato di Esperti presso l’Unità di Informazione Finanziaria – Banca d’Italia – ai sensi dell’art. 6 del D. Lgs. 231/07″»;

su “il Sole-24 ore” del 29 luglio 2010, in un articolo intitolato: “Draghi nomina i commissari”, si legge che nella Banca di credito cooperativo di Firenze, la gestione commissariale è stata affidata all’economista Provasoli e al banchiere Fenaroli. «Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha nominato ieri gli organi della procedura di amministrazione straordinaria del Credito cooperativo fiorentino nelle persone di Angelo Provasoli e Virgilio Fenaroli, quali commissari straordinari. La Banca centrale ha dunque provveduto immediatamente a garantire una guida alla banca presieduta fino a venerdì scorso dal coordinatore del Pdl Denis Verdini, che lunedì si è dimesso. Nella sua nota ufficiale, via Nazionale ha comunicato anche che Alberto Alessandri, Stefania Chiaruttini e Alessandro Leproux sono stati nominati componenti del Comitato di sorveglianza. “La gestione della banca – prosegue la nota – è affidata agli organi straordinari, che operano sotto la supervisione della Banca d’Italia. Il Credito cooperativo fiorentino prosegue regolarmente la propria attività”. (…) Dato il crescente numero di procedure di amministrazione straordinaria avviate dalla fine del 2008, la Banca d’Italia ha del resto provveduto a formalizzare i criteri di selezione e di designazione dei nominativi per la composizione degli organi delle procedure di gestione delle crisi. I criteri rispondono alle esigenze di: assicurare un’adeguata combinazione delle esperienze professionali, in rapporto alla specifica situazione dell’intermediario; verificare l’integrità dei nominativi considerati; evitare profili di incompatibilità nella conduzione degli incarichi. Viene inoltre perseguito, spiegano in Banca d’Italia, l’obiettivo di assicurare un equilibrio tra profili che assicurano maggiore affidabilità, grazie alle esperienze pregresse nell’ambito delle procedure e finalità di rotazione e ricambio dei nominativi. Da registrare, infine, la posizione del sistema di Credito cooperativo-Bcc, che nel seguire in stretta collaborazione con Bankitalia la vicenda “confida che alla fine del periodo di amministrazione controllata” il Credito cooperativo fiorentino “possa essere rimesso in bonis e riconsegnato alla proprietà e all’assemblea dei soci”». Sul sito della Banca popolare di Milano, si può leggere che tra gli organi sociali, la dottoressa Stefania Chiaruttini, fa parte del Comitato per il controllo interno e la revisione contabile, che vede come altri membri Umberto Bocchino (presidente), assieme a Federico Fornaro, Mauro Paoloni;

considerato che:

su “il Sole-24 ore” del 13 dicembre 2009, in un articolo dal titolo “Obbligazioni in default: su 9 miliardi 7 sono andati in fumo”, Moyra Longo cerca di fare il punto sui crac finanziari ed industriali che hanno coinvolto migliaia di risparmiatori: «Alla fine i più fortunati sono stati i vecchi obbligazionisti della Parmalat. Sembrerà un’eresia dirlo, ma è così: il più grande crac italiano, quello di cui hanno parlato i giornali di tutto il mondo, è stato l’unico ad avere in poco tempo dato un discreto ristoro ai risparmiatori truffati. Attualmente per loro il recupero è compreso tra il 24% e il 36% del valore originario dei bond, ma la cifra sale di 4-5 punti percentuali se si contano anche i dividendi incassati. Un lusso. In confronto, tutti gli altri spaghetti-bond finiti in default sembrano figli di un dio minore: gli 1,8 miliardi di euro di obbligazioni Cirio, Giacomelli, Finmatica, Finmek, Finpart e La Veggia fino ad oggi hanno restituito ai risparmiatori 86 milioni. Poco più del 4%. E tanti, ancora, sono gli ostacoli da superare. Un po’ perché tante di queste società finite in default non avevano attivi da dismettere. Un po’ perché i Tribunali italiani sono ingolfati e lenti. Sta di fatto che ad oggi dei 9 miliardi di euro totali di obbligazioni finite in default (inclusa Parmalat), circa 7 miliardi sono ancora in fumo. L’unica salvezza è arrivata, per alcuni risparmiatori, dalle cause private contro le banche. Prima udienza: 2017. Il caso di Giacomelli, finito in amministrazione straordinaria sei anni fa, è uno dei più emblematici. La società di articoli sportivi non aveva alcun asset da dismettere: non aveva immobili, non aveva un magazzino. Solo i marchi Giacomelli e Longoni hanno fruttato qualche spicciolo, ma questi pochi soldi non sono bastati neppure a pagare i creditori privilegiati. Qualcosa in più è arrivato da una transazione effettuata con la società di revisione Deloitte (25 milioni), ma anche questa è stata una goccia nel mare di un dissesto da 400 milioni di euro. Morale: a sei anni dal default, per gli obbligazionisti ancora nulla. Zero. Le uniche speranze per i nuovi commissari Stefania Chiaruttini, Oreste Michele Fasano e Giuseppe Leogrande arrivano dalle azioni revocatorie. Ma qui l’ostacolo è dato dalla lentezza – a causa della scarsità di personale, dei rinvii e delle notifiche sbagliate – del Tribunale di Rimini: si pensi che le revocatorie iniziate tra il 2004 e il 2005 nella maggior parte dei casi non sono neppure state ancora messe in istruttoria. Campa cavallo. Il commissario della Finmek, Gianluca Vidal, si trova più o meno nella stessa situazione. Il gruppo ha un passivo di circa un miliardo di euro, incluso un bond da 150 milioni. Ma non ha quasi nulla da dismettere: solo qualche vecchio macchinario, ma nulla più. Le uniche possibilità di recupero arrivano quindi dalle 400 revocatorie avviate verso banche e fornitori e dalle 40 azioni di risarcimento dei danni. Ma anche qui tutto si muove a passo di lumaca: si pensi che la Corte di appello di Venezia (competente in secondo grado su queste azioni) già oggi fissa le prime udienze nel 2017. Ovvio che banche e fornitori prendano tempo anche per eventuali transazioni: la giustizia civile non mette loro propriamente il fiato sul collo… Morale: ad oggi gli obbligazionisti Finmek non hanno recuperato nulla. Il tutto con l’aggravante di costi – dovuti alla burocrazia – che si moltiplicano. Tre procedure, zero risultati Ancora diverso è il caso di La Veggia, società emiliana che lanciò un bond da 100 milioni nel 2001. Il prestito obbligazionario era stato emesso da una società lussemburghese, a sua volta garantita da quelle italiane. Come sempre accade: le capriole tra un paese e l’altro sono tipiche di tutti i prestiti obbligazionari. Il problema è che la lussemburghese e l’italiana Ondulati La Veggia sono fallite, mentre un altro “pezzo” italiano – cioè La Veggia – è finito in concordato preventivo. Tre procedure diverse. I soldi agli obbligazionisti dovrebbero arrivare sia dalla lussemburghese sia dalla garante Ondulati La Veggia, ma c’è un problema: entrambe le società non hanno nulla. O quasi. Tutto dipende dunque dall’altra società italiana, La Veggia in concordato preventivo: ma i soldi che devono arrivare da questa procedura, per ora non arrivano. Nel frattempo è nata una nuova società – Laveggia – che è tornata ad operare. Ma per i creditori, obbligazionisti inclusi, ancora zero. Se tutto andasse per il verso giusto, potrebbero recuperare circa il 20% dell’investimento. Ma questo è il punto: nulla sta andando per il verso giusto. Uno su mille ce la fa Ma ci sono anche obbligazioni in default che qualcosa hanno già pagato ai risparmiatori. Cirio è il caso più noto. Il gruppo alimentare, grazie alle dismissioni, ha già fatto due riparti: ha prima pagato il 6,25% ai creditori di Cirio Del Monte Italia e poi ha risarcito tutti i privilegiati. Ora si attende un terzo riparto e il primo per Cirio Holding. Nel frattempo, inoltre, gli obbligazionisti di Cirio del Monte hanno ricevuto il 22% e i possessori dei bond Del Monte Finance hanno recuperato l’11.5%. Morale: dei sette bond originari del gruppo, tre hanno già percepito qualcosa. Ma altre distribuzioni di denari arriveranno. Stesso discorso per Finmatica, società fallita con un bond da 100 milioni di euro (su un passivo totale di 500 milioni). Un primo riparto, che distribuisce il 7% del valore del bond, è già iniziato per gli obbligazionisti. E altri certamente arriveranno. Advicorp, la banca d’affari inglese specializzata in ristrutturazioni, stima che i recuperi possano raggiungere il 15-20%. Vedremo. Sta di fatto che attualmente il curatore Antonio Passantino è alle prese con un altro problema: l’identificazione dei titolari dei bond. “Con la dematerializzazione dei titoli – spiega – abbiamo difficoltà a rintracciare gli obbligazionisti che hanno cambiato banca oppure che hanno ereditato i titoli”. Insomma: non solo è difficile recuperare i crediti, ma anche i creditori. Benvenuti in Italia»;

in data 6 ottobre 2011, sul sito “Romagnanoi”, è apparsa la notizia che: «Piero Isoldi ha lasciato ieri mattina il carcere della Rocca per fare ritorno alla propria abitazione di Bertinoro, in regime di arresti domiciliari. È stata quindi accolta dal gip Giovanni Trerè la richiesta di scarcerazione presentata dall’avvocato dell’immobiliarista, Massimiliano Annetta, e passata per gli uffici dei pm Marco Forte e Fabio Di Vizio con un parere favorevole. Non ci sarebbe quindi più pericolo di inquinamento delle prove nella complessa vicenda che vede Isoldi indagato per calunnia nei confronti della regina dei commercialisti italiani Stefania Chiaruttini. L’imprenditore aveva infatti denunciato per estorsione la professionista, incaricata di redigere il piano di risanamento di Isoldi Immobiliare. I magistrati avevano però trovato molti punti oscuri nel racconto di Isoldi, arrivando ad ipotizzare che la sua accusa fosse costruita ad arte e arrestandolo per calunnia. Ma questa sarebbe solo la punta dell’iceberg di una vicenda che, allargatasi e complicatasi, vedrebbe già indagati altri affaristi locali. Interrogato due volte nel corso della sua detenzione in carcere, Isoldi sarà quasi certamente sentito ancora nel corso degli arresti domiciliari. Dalla difesa arrivano voci di soddisfazione per la revoca della misura restrittiva più grave, soprattutto per la velocità: con l’istanza presentata e accolta dal gip con parere favorevole dei pm»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

i molteplici incarichi assunti dalla dottoressa Stefania Chiaruttini, in qualità di sindaco, consigliere di amministrazione e liquidatore di diverse società, anche quotate in borsa, fondi comuni di investimento, società di intermediazione mobiliare, commissario straordinario ai sensi della legge n. 270 del 1999, consulente in materia di controlli interni e ai sensi del decreto legislativo n. 231 del 2007, membro di organismi di vigilanza, consulente della pubblica accusa del Tribunale e della difesa in materia di reati fallimentari, societari e di frode al mercato, componente del Comitato di esperti presso l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, rappresentano un evidente conflitto di interessi a danno di risparmiatori, consumatori ed utenti, spesso truffati dalle banche anche con il concorso delle distratte autorità vigilanti;

l’ultima designazione alla Banca popolare di Milano confligge con gli altri incarichi ricoperti dalla dottoressa Chiaruttini, specie con quelli assunti in Banca d’Italia;

nel crac Giacomelli, finito in amministrazione straordinaria otto anni fa, in un dissesto da 400 milioni di euro, che annovera tra i nuovi commissari Stefania Chiaruttini, Oreste Michele Fasano e Giuseppe Leogrande, non sono state adottate le azioni necessarie a tutela dei risparmiatori,

si chiede di sapere quali iniziative normative urgenti il Governo intenda adottare per evitare che una ristretta cerchia di tecnici – nominati dalle stesse Autorità di vigilanza, a parere dell’interrogante distratte, e attivi in molteplici società quali banche, fondi comuni, società finanziarie ed affini – possano assumere il ruolo di super partes nella tutela dei diritti e degli interessi dei consumatori, utenti, risparmiatori.

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Aumento stipendi magistrati Tar e Consiglio di Stato

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06245
Atto n. 4-06245

Pubblicato il 11 novembre 2011
Seduta n. 636

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia. -

Premesso che:

si legge su un articolo pubblicato su “Libero-news.it” il 4 novembre 2011: «Il 15 aprile 2011, mentre la Banca d’Italia diffondeva nuovi dati nazionali su occupazione e recessione economica, i rappresentanti dei magistrati del Tar e del Consiglio di Stato si sono (auto) approvati nuove e ricche indennità. Qualcosa come il 200-300% in più sugli emolumenti che competono a chi è investito di cariche interne. Lo rivela L’Espresso che ha letto i resoconti di alcune riunioni e denuncia la casta della giustizia amministrativa che ha capito che la crisi rischiava di colpire il suo tenore di vita ed è corsa hai ripari. Emiliano Fittipaldi nel suo articolo ricorda che fino a qualche mese fa i componenti degli organi di autogoverno (il Consiglio di presidenza guidato da Pasquale De Lise è composto da 15 componenti effettivi, più 4 magistrati “supplenti”) venivano retribuiti, per l’incarico svolto, con gettoni di presenza. Ora tutti, a prescindere dall’effettiva partecipazione ai lavori, prenderanno 50 mila euro l’anno tondi tondi. Non solo: il trattamento di missione per i membri che non vivono a Roma non è stato cancellato: per loro ogni viaggio è rimborsato con un bonus di circa 300 euro. Alla fine della fiera, per le nuove indennità del solo Consiglio si spenderanno 960 mila euro l’anno. A questi vanno aggiunti i 50 mila euro che vanno al Segretario generale della giustizia amministrativa. Anche lui appartiene alla prima fascia, quella che gode del trattamento economico migliore. Ma anche gli incarichi di seconda fascia sono stati premiati con un bonus di tutto rispetto: 40 mila euro l’anno oltre lo stipendio. L’Espresso fa nomi e cognomi: tra loro c’è Anna Leoni del Consiglio di Stato e Giampiero Lo Presti del Tar, i responsabili del “Servizio centrale per l’informatica e le tecnologie. I 40 mila euro in più li prendono anche i tre segretari delegati per il Consiglio di Stato, per i Tar e il Consiglio di presidenza, ruoli che hanno quasi raddoppiato il loro compenso: oggi i fortunati sono Vito Carella, Francesco Riccio e Mariangela Caminiti. Riccio, per esempio, fino a pochi mesi fa prendeva 3 mila euro al mese dall’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, mentre Carella quest’anno è stato presidente di una commissione di un concorso universitario e fino al 2013 sarà impegnato a presiedere l’Ufficio del Garante del Contribuente per la Regione Puglia. Anche Umberto Maiello, pur prendendo 50 mila euro come membro del Consiglio di presidenza, non ha voluto rinunciare al rinnovo della consulenza giuridica all’Agcom (che gira al magistrato del Tar altri 35 mila euro lordi l’anno) (…). In seconda fascia, quelli che vantano l’extra da 40 mila euro l’anno, ci sono pure i “magistrati addetti a tempo pieno all’Ufficio studi, massimario e formazione”, come ha letto Fittipaldi nei verbali. Nessuno sapeva che Tar e Consiglio di Stato avessero creato un ufficio di questo tipo. In realtà, esisteva da qualche anno, ma con caratteristiche diverse e rimborsi ben più bassi. Dopo una sola riunione l’ufficio smise di funzionare. De Lise, invece, ha deciso di rilanciarlo: così il Consiglio nel marzo 2010 ha istituito quello nuovo, e nel marzo 2011 ha nominato i suoi 12 membri. Un numero sproporzionato per un organismo inutile e pletorico, sostengono i maligni. Di sicuro, l’ufficio costa un sacco di soldi: ai sei magistrati addetti a tempo pieno va un’indennità di 40 mila euro, ai sei a tempo parziale altri 20 mila a testa, denaro a cui aggiungere 80 mila destinati ai due docenti universitari che compongono il neonato “Comitato di indirizzo scientifico e organizzativo”: in tutto la spesa supera i 440 mila euro. “L’importo dei compensi”, sottolinea un recente decreto del 23 maggio 2011, “è rivalutato ogni tre anni in base al tasso d’inflazione registrato dall’Istat”. I più fortunati possono guadagnare bonus da capogiro: fino a 240 mila euro in più, visto che l’incarico dura tre anni e il mandato è pure rinnovabile. Una curiosità, annota l’Espresso: i compensi sono stati decisi dopo la nomina dei 12 magistrati, una cosa mai vista prima»;

considerato che:

come si legge su un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” il 1° novembre 2011: «i Consiglieri di Stato sono magistrati amministrativi, in tutto un centinaio, che hanno già “colonizzato” la maggior parte delle istituzioni repubblicane. Oltre a fare i giudici svolgono in una percentuale preoccupante (in relazione all’arretrato dei processi) anche il doppio lavoro, talvolta addirittura in posizione di fuori ruolo (cioè senza scrivere sentenze, ma percependo comunque lo stipendio), come ha denunciato addirittura Milena Gabanelli nella trasmissione Report»;

tra questo centinaio di privilegiati dipendenti pubblici, nell’articolo si segnalano fra gli altri i presidenti di Authorithy (Calabrò, Catricalà, Santoro), numerosi componenti di Authorithy (Botto, Carbone), il ministro Frattini, vice-segretari generali della Presidenza del Consiglio dei ministri, i Capi di gabinetto e degli uffici legislativi di quasi metà dei Ministeri, oltre ad altre personalità che ricoprono delicati ruoli istituzionali. «È così da sempre e non è una novità: il Consiglio di Stato è forse la “casta” più potente e meno conosciuta d’Italia»;

non è la prima volta che “L’espresso” si occupa del Consiglio di Stato. In un articolo di quasi un mese fa a firma di Emiliano Fittipaldi si entrava ancora più nel dettaglio: «Nessuno si sognerebbe mai di lasciare una delle cariche più ambite d’Italia, rifugio dorato per generali, ex ambasciatori, prefetti (…) All’organo “di rilievo costituzionale”, che ha la doppia funzione di dare pareri legislativi al governo e fare da appello al Tar, non è facile accedere: il 25 per cento dei posti è riservato ai vincitori del concorso, stessa quota è appannaggio di Palazzo Chigi, mentre il 50 per cento è destinato ai magistrati del Tar con circa trent’anni di anzianità alle spalle. Una volta entrati nella casta dei consiglieri, il gioco è fatto. È difficile quantificare il loro lavoro in maniera oggettiva, ma quasi sempre chi viene nominato dal governo viene inserito nelle sezioni che danno pareri ai ministeri, mentre sembra consuetudine che i magistrati di lungo corso si dedichino alle sentenze, più delicate. Il consigliere Antonio Catricalà, di sicuro, se ne sta con le mani in mano. Oggi è ufficialmente presidente di sezione fuori ruolo, ma da tempo immemore non entra a Palazzo Spada, avendo preferito fare il capo di gabinetto, il consigliere giuridico e il segretario generale dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Ora è il capo dell’Authority per la concorrenza e guadagna 477 mila euro annui, a cui aggiunge quelli percepiti come presidente di sezione. Un extra da “ottomila euro al mese”, ammette a “L’espresso” con onestà intellettuale. Sembra incredibile ma accumulare due stipendi è un suo diritto. Non solo: chi è “prestato” ad altre istituzioni conserva sia il salario base sia l’indennità giudiziaria, la voce legata ai rischi di essere un giudice. La intasca anche chi, di fatto, fa un altro mestiere»;

l’articolo prosegue rilevando che il doppio trattamento è un privilegio di altri fuori ruolo, richiamando, tra gli altri, gli incarichi di Alessandro Botto presso l’autorità di vigilanza dei lavori pubblici, del vice segretario della Presidenza del Consiglio Luigi Carbone, del collaboratore del ministro Sacconi Caro Lucrezio Monticelli. Nell’articolo si legge che quest’ultimo avrebbe affermato: «Prendo 8300 euro netti come consigliere, ma solo la parte accessoria dello stipendio di capo di gabinetto. Quant’è? Circa 4 mila euro netti al mese». Inoltre «Pure Franco Frattini è un consigliere che non consiglia da un pezzo, visto che passa da lustri da un incarico politico all’altro. Il ministro degli Esteri ha rinunciato allo stipendio parlamentare, ma la carriera “fantasma” a Palazzo Spada continua ad andare a gonfie vele: è stato promosso, due settimane fa, presidente di sezione. Ruolo che farà lievitare la sua busta paga»;

ancora un articolo de “il Fatto Quotidiano” dal titolo «I troppi scandali del Consiglio di Stato” aggiunge che: “Il periodo in cui alla presidenza del Consiglio di Stato vi è stato Pasquale De Lise passerà probabilmente alla storia per il numero di scandali, polemiche e inchieste in cui la magistratura amministrativa è stata coinvolta. (…) A ciò si aggiunga l’abnorme numero di incarichi esterni (talvolta con compensi di centinaia di migliaia di euro l’anno per ogni singolo magistrato amministrativo) autorizzati dall’organo presieduto da Pasquale De Lise e contestati, in alcuni casi, da alcuni membri del Cpga medesimo, i quali ne hanno posto in dubbio addirittura l’autorizzabilità per mancanza dei presupposti di legge. Una accusa grave, che a mio avviso ne implica un’altra: se sono stati autorizzati incarichi in violazione di legge, con un conseguente vantaggio patrimoniale ingiusto, potrebbe persino configurarsi il reato di abuso di ufficio. Ma il periodo della presidenza De Lise è caratterizzato anche da una inusuale concentrazione di inchieste penali a carico dei magistrati amministrativi, che hanno coinvolto, nell’ordine, i concorsi per l’accesso al Tar e al Consiglio di Stato (da ultimo il cosiddetto “caso Giovagnoli” di cui si occupò anche Report), l’appartenenza a presunte cricche e comitati di affari (lo stesso De Lise, è bene ricordare, fu coinvolto, da non indagato, nelle intercettazioni della cosiddetta cricca), la “gestione” dei procedimenti disciplinari da parte dell’organo di autogoverno» (si veda l’atto sindacato ispettivo 4-03694); «Per tale ultima vicenda sono attualmente indagati, per la prima volta nella storia della nostra Repubblica, addirittura tre membri dell’organo di autogoverno della Giustizia Amministrativa, per reati che prevedono la pena della reclusione in carcere per diversi anni. Si tratta di Marzio Branca e Cesare Mastrocola, cui si aggiunge il “laico” Luciano Vandelli, nominato dal centro-sinistra. Infine, è sempre di questo periodo l’adombrarsi di infiltrazioni della massoneria nel Consiglio di Stato, come ha denunciato addirittura il sito del Grande oriente democratico»;

considerato inoltre che a giudizio dell’interrogante:

in un momento come quello attuale, in cui il Paese è investito da una crisi economica epocale e tutte le amministrazioni pubbliche sono chiamate ad una riduzione delle spese, appare censurabile che i magistrati di Tar e Consiglio di Stato sentenzino anche sul loro stipendio aumentandoselo;

potrebbe esservi il rischio di una pericolosa concentrazione di poteri in capo a una sorta di “oligarchia” che, formalmente incaricata di un ruolo tecnico, di fatto arriverebbe ad influenzare sensibilmente i vertici istituzionali con lo svolgimento di funzioni amministrative e legislative che si sommano a quelle giurisdizionali,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda approfondire, per gli aspetti di propria competenza, con doverosi riscontri ed ispezioni, quanto riferito dalla stampa;

quali opportune iniziative normative di competenza intenda assumere al fine di dirimere la suddetta commistione di funzioni che incrina il principio fondamentale di separazione dei poteri (giudiziario, legislativo ed esecutivo) su cui si fonda la Repubblica italiana considerato che in capo alle stesse persone, i consiglieri di Stato, si cumulano ormai spesso le funzioni giudiziarie e quelle amministrative.

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Dimissioni Belusconi-Borsa-Btp

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06222
Atto n. 4-06222

Pubblicato il 11 novembre 2011
Seduta n. 636

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che nella mattinata del 7 novembre 2011, Borsa e Buoni del tesoro poliennali (Btp) hanno plaudito all’ipotesi emersa delle possibili dimissioni di Silvio Berlusconi;

la borsa di Milano ha esteso il rialzo con il Ftse Mib in salita del 2,2 per cento e con Fiat, Unicredit e Intesa che balzano del 5 per cento. Parallelamente lo spread di rendimento tra bund e Btp è rapidamente sceso sotto la soglia di 480 punti base da un picco iniziale di 491 punti base fino a un minimo di seduta a 475 punti base;

ciò era dovuto alla ventilata possibilità che Silvio Berlusconi stesse valutando l’ipotesi di dimettersi dalla guida del Governo;

lo riferiscono fonti politiche aggiungendo che il Cavaliere si è recato questa mattina a Milano per incontrarsi con i figli Marina e Piersilvio e con il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, per consigliarsi con loro sul prosieguo dell’esperienza di Governo;

si legge su “notapolitica.it”: «”Che Silvio Berlusconi stia per cedere il passo è cosa acclarata, è questione di ore, alcuni dicono di minuti”, dice in un video apparso su www.foglio.it Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio ex portavoce ed ex ministro del governo Berlusconi. “L’annuncio sulle dimissioni lo può dare solo lui. Altro non aggiungo”, dice un membro del governo raggiunto al telefono da Reuters»;

la notte del 7 novembre si è svolta a via del Plebiscito a Roma una riunione di Berlusconi con i vertici del Popolo della libertà nel corso del quale l’indicazione prevalente sarebbe stata quella di dimissioni di Berlusconi;

il citato articolo prosegue: «”Berlusconi non è ancora convinto di questa scelta”, aggiunge la fonte, “perciò ha deciso di confrontarsi anche con figli e Confalonieri”. Il sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta ha detto questa mattina in una conferenza stampa, circa gli impegni assunti dall’Italia in sede europea, che “nel passaggio da un governo a un altro, gli impegni assunti non si rinnovano e non cadono, ma continuano. Si chiama principio della continuità amministrativa”»;

poi arrivano le smentite secondo cui il presidente Berlusconi avrebbe detto che le voci sulle sue dimissioni erano destituite di fondamento;

sulle nuove notizie giornalistiche la Borsa di Milano ha invertito rapidamente rotta e lo spread di rendimento tra Btp e bund torna a salire;

alle 12,12 l’indice Ftse Mib è in rialzo fino al 3 per cento per poi ripiegare al 2,4 per cento, dopo aver segnato ribassi superiori al 2 per cento. L’allshare sale dell’1 per cento. Volumi a 800 milioni di euro circa;

sulla piattaforma TradeWeb il differenziale tra il benchmark relativo al settembre 2021 e la controparte bund che in mattinata aveva superato i 490 punti base ripiega a 474;

Piazza Affari ha ridotto i guadagni dopo la smentita delle voci di dimissioni del premier Silvio Berlusconi. L’indice Ftse Mib, che era arrivato a guadagnare oltre tre punti percentuale, segna un rialzo dell’1,5 per cento,

si chiede di sapere:

quanto costi al Paese l’indecisione del Presidente del Consiglio dei ministri riguardo alle sue dimissioni, e quanto ci stiano guadagnando le aziende di famiglia che sanno in anticipo le mosse del premier e stanno condizionando i mercati;

se il Presidente del Consiglio dei ministri, dopo aver moltiplicato il suo patrimonio con una serie di leggi ad personam negli anni di Governo, abbia tratto un vantaggio patrimoniale per sé e le sue aziende con la sua “fine politica” e se anche questo momento istituzionale vivrebbe di ragioni prettamente personalistiche.

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Unione Italiana di Tiro a Segno

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06244
Atto n. 4-06244

Pubblicato il 11 novembre 2011
Seduta n. 636

LANNUTTI – Ai Ministri della difesa e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

ai sensi del regio decreto-legge 16 dicembre 1935, n. 2430, convertito dalla legge 4 giugno 1936, n. 1143, l’Unione italiana di tiro a segno (UITS) è ente pubblico nazionale che soggiace alla vigilanza del Ministero della difesa ed alla disciplina ordinaria degli enti pubblici;

con il regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 12 novembre 2009, n. 209 (ora abrogato dal decreto legislativo n. 66 del 2010), l’UITS è stata riordinata come ente pubblico;

il quotidiano “Il Secolo XIX” in data 14 gennaio 2011 ha pubblicato l’articolo dal titolo: “Vittima una donna di Arcola. Prestiti a strozzo. Due a giudizio” dove si fa riferimento al commercialista Luciano Iardella che sembra essere, salvo omonimia, il Presidente del collegio dei revisori dei Conti dell’UITS, nonché a quanto risulta all’interrogante Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica italiana con decreto del 2 giugno 2008 e componente dell’organo di revisione dell’Automobil Club (ACI) di Massa Carrara;

l’art. 2 del citato regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 209 del 2009, al comma 6 prevede che: “il collegio dei revisori dei conti è costituito da tre membri effettivi e un supplente, rispettivamente designati, uno dal Ministero dell’economia e delle finanze, che svolge le funzioni di Presidente dell’organo, uno effettivo ed uno supplente dall’assemblea nazionale dell’UITS e uno dal CONI. I componenti del collegio sono nominati con decreto del Ministro della difesa”;

il ragioniere Luciano Iardella risulta Presidente del Collegio dei revisori dell’ente pubblico, carica che allo stato è in contrasto con il disposto del regolamento di riordino, poiché egli non è il membro designato dal Ministero dell’economia e delle finanze ma un membro effettivo eletto dall’assemblea;

l’art. 19 dello statuto dell’UITS prevede che “Il Collegio dei revisori dei conti è composto da un componente effettivo ed uno supplente eletti dall’Assemblea Nazionale, iscritti all’albo dei Revisori contabili in possesso dei requisiti stabiliti dal prima comma dell’art. 14-ter“; l’art. 14-ter prevede per l’eleggibilità alla carica di Presidente e di Consigliere dell’UITS il seguente requisito: che “siano soci presso una Sezione di TSN o Gruppo Sportivo affiliato e tesserati all’UITS da almeno due anni alla data dell’Assemblea elettiva”;

lo statuto delle sezioni TSN vigilate dall’UITS, in tema di modalità di ammissione e diritti degli iscritti alla sezione, prevede, all’art. 3: “Oltre agli iscritti d’obbligo per legge, possono far parte della Sezione, in qualità di iscritto volontario, le persone fisiche maggiorenni che ne facciano richiesta, che siano cittadini italiani o degli altri Stati membri dell’Unione Europea, immuni da pregiudizi penali di cui gli articoli 11 e 43 del T.U.L.P.S., che, in possesso della prescritta idoneità psicofisica al maneggio delle armi, partecipano alle attività della stessa. Gli iscritti devono, altresì, tenere una irreprensibile condotta morale, civile e sportiva”;

inoltre, lo stesso statuto, all’art. 4, fissa i requisiti per l’iscrizione alla sezione: “Ai fini dell’iscrizione alla Sezione, ai sensi del precedente articolo, è necessario: a) dimostrare con idonee certificazioni previste per legge d’essere cittadino di un Paese dell’Unione Europea, di non aver riportato condanne alla reclusione e/o non avere procedimenti penali in corso per delitti non colposi contro le persone commessi con violenza, ovvero per furto, rapina, estorsione. sequestro di persona a scopo di rapina a di estorsione; non. aver riportato condanne a pene restrittive della libertà personale per violenza o resistenza all’autorità per delitti contra la personalità dello Stato a contro l’ordine pubblico”;

pertanto, il signor Iardella non potrebbe ricoprire la carica di Presidente del Collegio, in quanto, avendo un procedimento penale in corso, difetta di uno dei requisiti per essere socio di una sezione TSN. E poiché l’essere iscritto ad una sezione TSN è, a sua volta, requisito indispensabile per poter essere eletto nel Collegio dei revisori dell’UITS, la mancanza di tale requisito fa venir meno i presupposti legittimanti la carica del signor Iardella;

il signor Iardella, seppur innocente fino a quando non venga condannato con sentenza passata in giudicato, già da ora non potrebbe più ricoprire la propria carica, in quanto le norme richiamate fanno riferimento anche alla sola esistenza di procedimenti penali pendenti;

l’UITS, essendo un ente pubblico, non potrà correre il rischio di vedere paralizzata la propria attività contabile e gestionale dalla possibile sospensione del signor Iardella, tenuto conto che anche Consiglio dell’Ordine dei commercialisti e degli esperti contabili di Massa Carrara (presso cui il signor Iardella risulta iscritto), potrà prendere provvedimenti qualora valuterà la mancanza per il signor Iardella della “condotta irreprensibile” prevista dall’art. 31, comma 1, n. 3, dell’ordinamento professionale per l’iscrizione nell’albo, di tal modo facendo venir meno un ulteriore requisito per il mantenimento della carica in seno all’UITS (l’iscrizione all’albo);

nella relazione illustrativa del codice deontologico del 9 aprile 2008, l’Ordine professionale ha precisato (al punto n. 16) che il requisito della condotta irreprensibile sia non solo necessario ai fini dell’iscrizione all’albo, ma anche condizione per la permanenza nello stesso;

l’UITS non può esimersi dal far notare alla Sezione TSN di appartenenza del signor Iardella la pendenza di un procedimento penale. Infatti ai sensi dell’art. 2 delle aezioni “La Sezione è sottoposta alla vigilanza e al controllo degli Organi centrali e periferici dell’UITS dai quali riceve direttive e ai quali rende conto della vita istituzionale, sportiva, organizzativa, amministrativa e disciplinare”,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa;

se non intenda intraprendere le opportune iniziative nelle sedi di competenza al fine di accertare l’eventuale venir meno dei requisiti per il mantenimento della carica di Presidente del Collegio dei revisori dell’UITS in capo al signor Iardella e, di conseguenza, adottare tutti i provvedimenti necessari.

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Miglioratori del pane

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06249
Atto n. 4-06249

Pubblicato il 11 novembre 2011
Seduta n. 636

LANNUTTI – Ai Ministri della salute e dello sviluppo economico. -

Premesso che i cosiddetti miglioratori del pane sono degli stabilizzatori, e i loro nomi già dovrebbero farci capire che non hanno nulla a che fare con la panificazione artigianale (tra i più noti, FP 2000, FP 4000, FP 6000 plus, eccetera). I coadiuvanti della lavorazione (come vengono indicati di solito i miglioratori) derivano da sostanze come la soia, il frumento e il pancreas di maiale e sono usati per favorire un impasto soffice, aumentare la durata di magazzino, rafforzare il sapore e permettere ai produttori di aggiungere più acqua oltre ad usare farine di qualità relativamente inferiore. Tali prodotti che migliorano la qualità del pane, non hanno neppure l’obbligo di essere citati in etichetta perché tali elementi in teoria (ma ci sono alcuni studiosi che non sono affatto d’accordo) vengono distrutti durante il processo di cottura. Il che naturalmente non vuol dire che non siano nocivi, semplicemente la cottura ne cancella le tracce. Prima che le industrie chimiche cominciassero a produrre questi coadiuvanti enzimatici, il pane e tutti gli altri lievitati sono sempre stati fatti in maniera tradizionale e naturale. Oggi molti panettieri li usano per questioni commerciali, perché permettono di ottenere crosta e mollica sempre uguali e della stessa consistenza e garantiscono la tenuta degli impasti ad eventuali e impreviste variazioni di umidità e temperatura (che altrimenti per il panettiere potrebbero significare la perdita dell’impasto con conseguente danno economico). Poi ci sono gli emulsionanti, che vengono usati per garantire la stabilità dell’impasto, migliorano la “struttura” della mollica, mantengono la morbidezza e rallentano l’alterazione del prodotto. Secondo Centrofondi, sito per la trasparenza dell’economia e del mercato, i miglioratori più comunemente usati sono monobigliceridi con acido tartarico: composti relativamente nuovi e complessi derivati dal petrolio. Gli agenti antimicotici infine vengono usati per dare al pane una maggiore durata in magazzino. Il prodotto viene spruzzato con sorbato o propionato di calcio. Quest’ultimo è stato collegato a reazioni allergiche fra gli operai delle panetterie e si è visto che distrugge gli enzimi che permettono al corpo di assorbire il calcio nel pane bianco. I fornai tradizionalisti dicono che i miglioratori servono quando si usano farine scadenti, che devono essere “rinforzate” affinché il pane diventi voluminoso, proporzionato, croccante, soffice, poroso nella mollica, eccetera. In ogni caso, tutte queste qualità dipendono, oltre che dalla farina (con o senza miglioratori), anche dalla temperatura di cottura, dal momento idoneo della messa in forno dopo la lievitazione, dall’umidità ambientale, dall’igiene dei locali e dalla bravura del fornaio. Nel pane fatto con farina di tipo “1″, detta anche naturale, non c’è bisogno di additivi perché il contenuto in glutine è sufficiente ad assicurare una corretta lievitazione;

considerato che:

nell’ambito di un’inchiesta sull’alimentazione umana, intitolata “Fornelli polemici”, per segnalare gli eventuali danni alla salute con l’utilizzo nei cibi degli additivi chimici, “Striscia la notizia”, nelle puntate di fine ottobre ha riportato opinioni di esperti tesi a segnalare al pubblico dei consumatori gli eventuali effetti nocivi dei miglioratori;

il 29 ottobre 2011, sul link “seiciochemangi”, in un articolo intitolato “Striscia la Notizia, miglioratori per il pane, l’ira dei panificatori: proviamo a fare chiarezza”, si legge il seguente articolo: «la storia dei miglioratori è lunga una vita: sono almeno 20 anni che si usano miglioratori a livello industriale e una manciata in meno che questi ingredienti molto particolari sono alla portata di tutti: piccoli e grandi panifici li utilizzano normalmente (tengo a precisare una cosa: non tutti li utilizzano) ancora oggi. I miglioratori appartengono alla vasta e non ben precisata famiglia dei coadiuvanti tecnologici. Questi ultimi, spesso, godono di una proprietà “meravigliosa”: possono non essere indicati in etichetta. Perché mai? Leggiamo: “i coadiuvanti tecnologici sono sostanze che non sono consumate come ingrediente alimentare in sé ma che sono volontariamente utilizzate nella trasformazione di materie prime, prodotti alimentari o loro ingredienti, per rispettare un determinato obiettivo tecnologico in fase di lavorazione o di trasformazione. Nel prodotto finito si riscontra la presenza, non intenzionale ma tecnicamente inevitabile, di residui di tale sostanza o di suoi derivati e perciò possono non essere dichiarati tra gli ingredienti. Questi residui non devono rappresentare un rischio per la salute e non hanno effetti tecnologici sul prodotto finito”.Non tutti i miglioratori, chiaramente, godono di questa proprietà. Altri sono veri e propri ingredienti che devono essere indicati in etichetta (per esempio il glutine…).Ancora diverso è il discorso degli additivi: questi devono essere usati in percentuali ben definite e stabilite per legge e anche per loro è obbligatorio l’inserimento nella lista ingredienti (maltodestrine, monodigliceridi, acido ascorbico, per esempio).Fatta questa distinzione andiamo a precisare alcune cose fondamentali sui miglioratori: – sono un detrattore dell’uso delle “polverette” e questo, per chi ogni tanto si fa una passeggiata da queste parti, è risaputo. Ma sforzandomi di essere obbiettivo direi che il loro uso, in termini di quantità, è marginale. Di conseguenza valuterei attentamente gli studi prima di dire che causano malattie; – il loro uso è, per lo più, per risparmiare oltre che sulle materie prime anche sui processi che si fanno più brevi. La manodopera oggi è l’ingrediente che, purtroppo, costa di più e che tutti cercano di contenere. Ma è pure quella che ti fa fare i prodotti migliori tutti i lievitati, pane, pizza, panettoni ecc… non vogliono mai fretta! – la più grande e inaccettabile scorrettezza è che questi possano non essere indicati: questa vaghezza e permissività legislativa sospetto sia stata impiantata proprio per facilitare l’industria alimentare in genere. Non dare al consumatore la possibilità di scegliere significa reprimere la sua libertà e limitare la concorrenza in un mercato. Per quale assurdo motivo un prodotto più naturale debba essere uguale ad uno realizzato con miglioratori invisibili? Un piccolo esempio sono i miglioratori a base enzimatica. Tu li metti dentro l’impasto e ti danno un prodotto più morbido o più fragrante o con scadenza più lunga (o tutte e 3 le cose insieme). Ogni particolare enzima preparato in laboratorio e opportunamente selezionato ha una sua funzione. Quindi per fare una brioche, ad esempio, posso levare i monodigliceridi (che di certo è un additivo non brillante, ma che devi dichiarare in etichetta quindi il consumatore può scegliere) e mettere gli enzimi che mi “puliscono” l’etichetta (ma al consumatore viene negata la possibilità di scegliere). Già in data 21 ottobre 2011, in un articolo Assipan replica a Striscia: “Il pane italiano non contiene miglioratori”. Il presidente Claudio Conti, minacciando azioni legali e sfracelli contro la più importante trasmissione, seppur satirica, a tutela dei consumatori e degli utenti, qual è “Striscia la Notizia” risponde al servizio della trasmissione di Canale 5 dove, parlando di Arte bianca, si faceva riferimento alla nocività degli ingredienti miglioratori: «L’80% del pane prodotto in Italia non contiene i cosiddetti “miglioratori”, gli additivi chimici di cui ha parlato ieri la trasmissione “Striscia La Notizia”. Non solo, laddove vengono utilizzati, la quantità è talmente bassa che non è assolutamente dannosa per la salute e, comunque, siamo sempre nei limiti prescritti dalla legge»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che gli agenti antimicotici, usati per dare al pane una maggiore durata in magazzino e spruzzati con sorbato o propionato di calcio, ed in particolare quest’ultimo, procurerebbero reazioni allergiche fra gli operai delle panetterie e distruggerebbero gli enzimi che permettono al corpo di assorbire il calcio nel pane bianco;

se risulti che i miglioratori servono quando si usano farine scadenti, che devono essere “rinforzate” affinché il pane diventi voluminoso, proporzionato, croccante, soffice, poroso nella mollica, qualità che dipendono, oltre che dalla farina anche dalla temperatura di cottura, dal momento idoneo della messa in forno dopo la lievitazione, dall’umidità ambientale, dall’igiene dei locali e dalla bravura del fornaio e che nel pane fatto con farina di tipo “1″, detta anche naturale, non c’è bisogno di additivi perché il contenuto in glutine è sufficiente ad assicurare una corretta lievitazione;

quali siano le ragioni che inducono ad occultare nell’etichetta l’utilizzo dei miglioratori, e se si possa escludere che tali prodotti ed altri additivi chimici possano procurare un danno alla salute dei consumatori;

quali misure urgenti il Governo intenda adottare, sia per evitare che l’utilizzo di additivi chimici, miglioratori ed altri prodotti, possano arrecare danno alla salute dei cittadini, sia per imporre l’obbligo di segnalare in etichetta l’utilizzo di qualsiasi sofisticazione che deve essere conosciuta prioritariamente dai consumatori.

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Woodcock-macchina del fango

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06247
Atto n. 4-06247

Pubblicato il 11 novembre 2011
Seduta n. 636

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa (si veda l’articolo di Ivan Cimmarusti pubblicato su “Il Sole-24 ore”) che un intricato sistema di calunnie con regia a Potenza e l’appoggio di esponenti politici sarebbe stato organizzato per provocare iniziative disciplinari tese alla delegittimazione di alcuni magistrati e al loro allontanamento dagli uffici;

si legge nel citato articolo: «La presunta massoneria togata, ai cui vertici ci sarebbe stato il sostituto procuratore generale della Corte d’Appello del capoluogo lucano, Giovanni Bonomi, poteva godere di importanti appoggi del mondo politico. Personalità in grado di colpire magistrati considerati scomodi come Henry John Woodcock – attualmente a Napoli – Gloria Iannuzzi, Anna Gloria Piccininni, Laura Triassi e Giuseppe Galante, ex procuratore di Potenza oggi in pensione»;

su un articolo pubblicato sul “Corriere della sera” il 30 ottobre 2011 si legge che in particolare a Bonomi «viene contestato di aver “inciso sull’ordinario svolgimento delle attività investigative attraverso una serie di iniziative calunniose e diffamatorie nei confronti di magistrati autori di iniziative o decisioni non gradite” seguendo uno schema che aveva modalità perfettamente studiate». Ciò sarebbe avvenuto attraverso esposti anonimi, attraverso la raccolta di informazioni riservate sugli stessi magistrati nonché su esponenti politici locali, al fine di condizionarne l’attività, da parte di ufficiali di polizia giudiziaria; attraverso il diretto condizionamento dell’attività investigativa in considerazione della appartenenza degli ufficiali di polizia giudiziaria al sodalizio e del conseguente sistematico sviamento funzionale dell’esercizio della loro funzione; attraverso la garanzia apprestata a soggetti legati da vincoli amicali di uno svolgimento parziale della funzione di pubblico ministero di udienza in grado di appello. Nel citato articolo, si legge inoltre che «una vera e propria macchinazione che mirava a distruggere carriere, visto che la Procura generale ha anche poteri disciplinari. In realtà Bonomi mirava a trasferirsi proprio all’Ispettorato del ministero della Giustizia e per questo avrebbe cercato di accreditarsi con politici, imprenditori e anche con altri magistrati. Tra le centinaia di conversazioni intercettate, ce ne sono alcune con l’amico Gianfranco Mantelli che di quell’ufficio in via Arenula è uno dei vicecapi. E adesso è stato incaricato dal Guardasigilli Francesco Nitto Palma di svolgere l’ispezione a Napoli proprio su Woodcock e sugli altri pubblici ministeri titolari delle inchieste sui pagamenti effettuati dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi all’imprenditore Gianpaolo Tarantini e al faccendiere Valter Lavitola. Uno dei capitoli dell’indagine di Catanzaro riguarda proprio il ruolo ispettivo di Bonomi e Roca che “con le loro iniziative disciplinari miravano all’allontanamento dei colleghi, ma anche alla loro intimidazione laddove non avessero seguito le indicazioni che trasparivano dalle richieste di informazioni che la Procura generale di Potenza avanzava nell’esercizio del suo potere di vigilanza, ma che evidenziavano il ben preciso intento di sanzionare i magistrati che ne erano destinatari qualora avessero insistito in attività investigative sgradite”»;

come si legge in un articolo pubblicato su “la Repubblica” il 3 novembre 2011, nell’interrogatorio durato cinque ore Bonomi si è difeso sostenendo che «Cervone avesse autonomamente preparato e fatto spedire gli esposti anonimi e i dossier contro magistrati ed investigatori di Potenza. Una difesa lunga, la sua, ma che non avrebbe convinto affatto il procuratore aggiunto di Catanzaro, Giuseppe Borrelli ed il sostituto Simona Rossi». Ma la sua linea di difesa vacilla più volte, soprattutto quando si entra nei dettagli dei suoi rapporti con i politici e gli imprenditori locali. Anche perché risulta che sua figlia, avvocato, avrebbe ottenuto alcune consulenze proprio da quei titolari di aziende finiti in un’indagine seguita dallo stesso Woodcock;

si legge ancora: «Bonomi è indagato anche per aver ricevuto favori e viaggi all’estero per il capodanno del 2009 dall’imprenditore Barchiesi al quale avrebbe garantito una copertura nei processi. Agli atti ci sono inoltre inquietanti conversazioni tra Bonomi, l’ispettore del Ministero di Giustizia Mantelli e l’ex agente del Sisde Cervone intercettato mentre parlava con il poliziotto Leonardo Campagna, “il postino” che inviò lettere anonime contro Woodcock. Agli atti dell’inchiesta dei pm di Catanzaro sono finiti poi documenti definiti dagli investigatori “molto scottanti”. Si tratta dell’esito di una perquisizione nella cassaforte dell’ex agente del Sisde Cervone, attualmente capo della cancelleria del tribunale di Melfi. In quella cassaforte c’era di tutto. Documenti riservati, intercettazioni telefoniche, richieste di autorizzazione ad intercettare, denunce presentate dal sostituto procuratore generale Bonomi al Csm, interrogazioni parlamentari contro l’operato di Woodcock, Montemurro e Iannuzzi. Insomma tutti documenti che l’ex 007 Cervone non aveva alcun titolo per avere. Documenti utilizzati dalla “macchina del fango” in questi lunghi mesi di attività di dossieraggio per screditare le inchieste su affari sporchi, politica, massoneria a Potenza e che ancora fanno paura a molti personaggi eccellenti della Basilicata»,

si chiede di sapere:

quale sia la valutazione del Governo sulla vicenda, per gli aspetti di propria competenza, ed in particolare quali iniziative intenda intraprendere per fermare “la macchina del fango” che si accanisce contro chiunque i poteri forti considerino un nemico mettendo in moto su più livelli una forma di diffamazione intimidatoria, condotta sia tramite accuse e indagini in sedi istituzionali, sia tramite l’imposizione nell’agenda mediatica di queste indagini e accuse, a prescindere dalla loro validità effettiva, sia con la presenza dietro le quinte di poteri intrinsecamente occulti, come la massoneria;

quali misure urgenti intenda attivare per tutelare i magistrati che fanno il loro dovere, ma che non sono iscritti né alla massoneria, né alle confraternite o alle varie “cricche” di potere, evitando che vengano puniti perché lederebbero l’onore della categoria dei magistrati, quando al contrario, a quanto risulta all’interrogante, vengono premiati con i più alti incarichi direttivi coloro che brigano per spartirsi il potere pilotando i concorsi ed eventuali sentenze.

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Referendum acqua-Acea sponsor del No

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06248
Atto n. 4-06248

Pubblicato il 11 novembre 2011
Seduta n. 636

LANNUTTI – Ai Ministri dell’interno e dello sviluppo economico. -

Premesso che in un articolo pubblicato il 9 novembre 2011 su “la Repubblica”, cronaca di Roma, dal titolo: “Referendum acqua, Acea sponsor del No. Concessi fondi per il comitato dei privati”, Giovanna Vitale informa che «Nelle settimane precedenti il voto, il presidente e l’ad dell’azienda pubblica romana Acea hanno indirizzato un contributo di 200mila euro per la campagna a favore della privatizzazione all’insaputa del consiglio dell’amministrazione. Negli stessi giorni in cui i romani si mobilitavano per il successo dei due quesiti referendari contro la privatizzazione dell’acqua, poi vinto con il 96% dei sì, nel fortino di piazzale Ostiense il presidente di Acea Giancarlo Cremonesi e l’ad Marco Staderini manovravano all’insaputa del cda per garantire, con i soldi della multiutility, un contributo di 200mila euro a favore del Comitato per il No. Foraggiando e di fatto tifando, proprio i due uomini al vertice della più importante azienda pubblica di Roma, per l’avanzata dei privati nel capitale sociale. Un paradosso raccontato dalle carte in possesso di Repubblica. Tutto comincia il 26 aprile, quando l’avvocato Walter Marazziti, capo del “Comitato nazionale per il No ai referendum sui servizi pubblici locali e tariffa dell’acqua”, invoca in una lettera accorata a Cremonesi l’aiuto di Acea “per cercare di recuperare il consenso di un’opinione popolare facilmente influenzabile e che si sta quotidianamente stabilizzando sulle posizioni dei referendari”. Sponda indispensabile per i “privatizzatori”: “Il successo dei referendum rischia di portarci indietro di vent’anni”, scrive Marazziti, “ma gli effetti devastanti che ne potrebbero discendere sono molto più concreti e pesanti, e gli imprenditori, non solo nel settore idrico, ne sono ben consapevoli”. Imprenditori assai cari al tandem che guida l’ex municipalizzata. Pertanto “il Comitato – prosegue la missiva – punterà su una forte, decisa e autorevole azione di comunicazione che aiuti i cittadini alla riflessione, faccia chiarezza sulle indebite suggestioni, metta in luce le menzogne su cui si fondano gli slogan dei sostenitori referendari”. Argomenti che, lungi dall’infastidire i due manager pubblici, risultano persuasivi. Mettendoli però dinanzi a un dilemma: come fare a erogare la somma pattuita senza rischiare che il cda affossi la proposta? La risposta si trova nell’escamotage utilizzato a stretto giro di posta: bypassare il board di Acea. In che modo? Così: Pierguido Cavallina, capo della Comunicazione recentemente scomparso, inoltra all’ad Staderini la richiesta, “così come concordato con il presidente”, di “un extrabudget di 200mila euro da assegnare al capitolo di spesa di Relazioni Esterne mediante l’apertura di un ordine interno dedicato”. L’ad dà l’ok. E il 9 maggio Cremonesi firma una determinazione presidenziale che autorizza il versamento sul conto corrente del Comitato per il No. “Al fine di scongiurare l’affermazione referendaria dei favorevoli all’abrogazione delle norme sull’acqua”, motiva, “è necessario contrastare l’attività dei Movimenti sostenuti da una buona parte dei partiti politici, dei sindacati e della Chiesa”. Una storia a dir poco opaca, al centro della quale ruotano fondi pubblici e dunque imputabili in ultima istanza alle centinaia di migliaia di romani che hanno votato per la gestione pubblica, boicottata invece dai manager Acea»,

si chiede di sapere:

se risulti quanto illustrato in premessa, con riferimento alla destinazione dei fondi pubblici, sotto forma di un extrabudget di 200.000 euro da assegnare al capitolo di spesa di relazioni esterne, da parte di Acea, al Comitato per il no, senza neppure passare dal consiglio d’amministrazione, che a giudizio dell’interrogante configura una violazione del diritto societario, e che dovrebbe indurre a far restituire detta somma all’azienda da Staderini e Cremonesi;

se tale gravissima ingerenza nella consultazione referendaria, seppellita da una valanga di sì pari al 95 per cento, non configuri un abuso del Comitato per il no, se lo stesso abbia rendicontato tali entrate e quanti siano i finanziamenti elargiti in maniera opaca e poco trasparente, sotto qualsiasi forma, dall’Acea;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che aziende municipalizzate, già lottizzate con le nomine, possano erogare finanziamenti ad amici e referenti, tenendo conto che a giudizio dell’interrogante il Comune di Roma dovrebbe adoperarsi per far restituire ad Acea il contributo di 200.000 euro deciso con determinazione del presidente.

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Sardegna-Equitalia

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02493
Atto n. 3-02493 (in Commissione)

Pubblicato il 11 novembre 2011
Seduta n. 636

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale. -

Premesso che:

da lunedì 7 novembre 2011, le attiviste del movimento Indipendentia Repubrica de Sardigna (Irs) hanno dato vita a un digiuno a oltranza a Cagliari davanti al palazzo della Regione di viale Trento. Una forma di protesta condotta insieme con Rosalba Sairu, Libera Mossa e Maria Luisa Rubiu che proseguirà ad oltranza fino a quando il consiglio regionale non assumerà “provvedimenti urgenti di sblocco della drammatica situazione economica della nazione sarda” applicando l’articolo 51 dello statuto che consente alla giunta di chiedere al Governo la sospensione dell’applicazione di una legge o di un provvedimento statale in materia economica o finanziaria che risulti manifestamente dannoso per la Sardegna. Si legge su “Sassarinotizie.com”: «”Davanti a una crisi senza precedenti che mette in serio rischio gli equilibri sociali di questa terra – afferma un comunicato dell’Irs – il braccio esecutivo del fisco italiano, Equitalia, costituisce un danno evidente tale per cui è doverosa la sospensione delle cartelle esattoriali, delle aste e degli sfratti, sistema che ha tristemente dato i suoi frutti, e che solo in riferimento alla legge regionale 44 del 1988 ha prodotto nelle campagne 602 morti, ben due al mese per 23 anni. A fronte degli oltre 10 miliardi relativi alla vertenza entrate che lo Stato italiano deve ai sardi – conclude la nota del movimento – non è più sopportabile la mancanza di dignità di un corpo politico regionale incapace di dare vita ad atti concreti”»;

le 7 donne indipendentiste di Irs protestano contro la mancata applicazione dell’articolo 51 dello statuto sardo e contro la pressione fiscale di Equitalia. Le donne stazionano in un camper parcheggiato di fronte al palazzo della Regione;

il digiuno ad oltranza proseguirà fin quando il Consiglio regionale non prenda provvedimenti urgenti di sblocco della drammatica situazione economica della nazione sarda applicando l’art. 51 dello statuto speciale della Sardegna che dispone: ”La Giunta regionale, quando constati che l’applicazione di una legge o di un provvedimento dello Stato in materia economica o finanziaria risulti manifestamente dannosa all’Isola, può chiederne la sospensione al Governo della Repubblica, il quale, constata la necessità e l’urgenza, può provvedervi, ove occorra a norma dell’articolo 77 della Costituzione”;

alle donne di Irs si sono aggiunti gli indipendentisti della Repubblica di Malu Entu, guidati dal leader Doddore Meloni, e il popolo delle Partite Iva, che minacciano di trascorrere Natale e Capodanno nelle tende sistemate nel parcheggio di viale Trento;

considerato che:

“il Fatto Quotidiano” dell’11 novembre 2011, in un articolo firmato da Lorenzo Galeazzi, racconta la protesta di migliaia di persone, provenienti da tutta l’isola, che sono arrivate il giorno prima a Cagliari per protestare contro Equitalia e chiedere al governatore di dichiarare lo stato di crisi Partite Iva, commercianti, artigiani, allevatori, agricoltori, assieme a sindacati e studenti, per sospendere e differire nel tempo le cartelle esattoriali che hanno già portato alla rovina molte persone. La protesta, dopo il corteo dello scorso luglio, è tornata in una realtà dove ormai non si contano più pignoramenti, cartelle esattoriali e sgomberi. Situazione che, alla luce della pesante crisi, sta portando interi paesi alla disperazione. La protesta è stata inscenata davanti al palazzo della Regione perché il movimento vuole che la giunta proclami lo stato di crisi dell’economia sarda e blocchi, in base all’articolo 51 dello Statuto regionale, le norme della legge di stabilità nazionale. «Fin quando il presidente Ugo Cappellacci non si deciderà a prendere in mano la situazione, continuerà lo sciopero della fame di sette donne, molte delle quali attiviste indipendentiste, che è giunto al quinto giorno. “Lo facciamo per il futuro dei nostri figli – dicono – perché le donne danno la vita ed Equitalia la morte”»;

si legge su un articolo pubblicato su “L’Unione Sarda” lo stesso giorno: «In piazza piccoli e medi imprenditori di tutte le categorie produttive, tutti ad urlare la rabbia contro quelle che vengono definite vere e proprie vessazioni, tra tasse, studi di settore, interessi e balzelli che in genere confluiscono in cartelle esattoriali che arrivano da Equitalia. Tra loro l’ex ristoratore e albergatore Natalino Nassitti, invalido di 62 anni, recentemente sfrattato dalla sua casa di Masainas, nel Sulcis Iglesiente, venduta all’asta dopo un’ipoteca sul mutuo per aprire l’aprire l’attività ricettiva. “Ho lavorato 25 anni da dipendente e 20 da imprenditore – racconta – Quando non sono più riuscito a pagare gli studi di settore perché non ho guadagnato abbastanza, da 20 mila euro di debito Equitalia mi ha chiesto 253 mila euro tra interessi, more e aggi”. La crisi non ha risparmiato neppure il mondo dell’editoria e della tv. “Ho sempre lavorato in questo campo – spiega un operatore di ripresa che preferisce restare anonimo – Oggi mi chiedono di pagare 10 mila euro di studi di settore ma con la crisi ho guadagnato solo poche migliaia di euro: a fine anno chiuderò la partita Iva, ma già adesso sono disperato”. Chiuderà l’attività entro l’anno anche Ivan Garau, imprenditore edile e rappresentante degli artigiani. “L’azienda è già chiusa e gli operai a casa senza lavoro perché devo 61 mila euro a Equitalia e non so come fare”, confessa. I manifestanti in questi giorni hanno portato avanti la protesta tappezzando Cagliari e hinterland di manifesti per sensibilizzare l’opinione pubblica e mobilitare le coscienze verso un problema che riguarda tutti, non solo gli imprenditori. Nel frattempo, è arrivato al quarto giorno il digiuno delle sette donne indipendentiste accampate in viale Trento. Nel corso dello sciopero della fame, una donna ha avuto un malore» ed è stata trasferita in ospedale,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che, a fronte di una crisi senza precedenti che mette in serio rischio gli equilibri sociali della Sardegna, il braccio esecutivo del fisco italiano che fa capo ad Equitalia continua a negare una doverosa sospensione delle cartelle esattoriali, delle aste e degli sfratti;

se sia vero che lo Stato italiano, in merito al contenzioso con la Sardegna, debba ben 10 miliardi di euro ai sardi e quale sia la ragione della mancata applicazione dell’articolo 51 dello statuto sardo;

se corrisponda al vero che Equitalia – a dispetto delle paludate risposte offerte al Parlamento oppure non fornite, nonostante gli impegni assunti in 6a Commissione permanente (Finanze e tesoro) del Senato in una recente audizione del dottor Befera sulla media degli interessi moratori applicati comprensivi del Taeg e a fronte di una pressione fiscale tra le più elevate d’Europa ed a studi di settore spesso non veritieri che mettono in mezzo alla strada i piccoli imprenditori e ad interessi moratori a volte ben superiori ai tassi soglia regolati dalla legge antiusura n. 108 del 1996 – continua l’opera di vessazione e di devastazione delle attività imprenditoriali, con pignoramenti e ganasce fiscali non soltanto contro i sardi che protestano giustamente con lo sciopero della fame;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per restituire la certezza del diritto nella riscossione dei tributi e quelle garanzie legali e costituzionali che sembra che siano state sospese avendo affidato agli esattori poteri speciali che paiono esorbitare dal rigoroso rispetto del diritto e della legalità.

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