Month: dicembre 2011

Profumo- Consiglio nazionale delle ricerche

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02560
Atto n. 3-02560

Pubblicato il 21 dicembre 2011
Seduta n. 650

LANNUTTI – Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

da anni la legislazione si è orientata a illimpidire e irrigidire le formule consistenti nella distinzione tra responsabilità di indirizzo e di esecuzione, ampliando di conseguenza l’area delle incompatibilità tra ruoli effettivamente o virtualmente sovrapposti;

la pubblica opinione, condizionata dalla spesso giustificata propaganda contro gli usi e gli abusi della politica, oggi guarda con crescente severità alla correttezza dei comportamenti di chi esercita pubbliche responsabilità, enfatizzando anche aspetti che potrebbero risultare, in altri contesti o condizioni, non censurabili sul piano formale;

anche e soprattutto un Governo a forte caratura tecnica, per la qualificazione dei suoi componenti, non sfugge a questa richiesta di trasparenza e correttezza, anzi ne deve avvertire ancor più la forza vincolante;

considerato che:

il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca è chiamato a svolgere, al pari dei suoi colleghi di Governo, un’azione costante di promozione e indirizzo nel lavoro del proprio Dicastero, estendendo su enti e istituti collegati l’azione che attiene alla guida dei processi amministrativi;

il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) rientra a pieno titolo nella sfera dei controlli del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, avendo organi di diretta nomina ministeriale,

il Ministro in indirizzo conserva tuttora la carica di Presidente del CNR (avendo solo provveduto ad autosospendersi delegando nel frattempo le competenze al vice-Presidente dell’organismo medesimo),

si chiede di sapere se, alla luce dei fatti esposti in premessa, il Ministro in indirizzo non ritenga necessario, per le richiamate esigenze di correttezza e trasparenza, procedere con rapidità alla nomina di un commissario.

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Dott. De Meis- Centro trsfusionle S.Eugenio

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06473
Atto n. 4-06473

Pubblicato il 21 dicembre 2011
Seduta n. 649

LANNUTTI – Al Ministro della salute. -

Premesso che:

sono giunte all’interrogante segnalazioni in merito all’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, dove il dottor Piero Spada ricopre la carica di direttore sanitario, relativamente ad una prassi adusa nel centro di medicina trasfusionale diretta dal professor Italo de Meis, che ricade sotto la Azienda sanitaria locale (Asl) Roma C, il cui direttore sanitario è il dottor Paolo Palombo;

il professor De Meis è anche primario responsabile del reparto Immunotrasfusionale dell’Ospedale C.T.O Andrea Alesini di Roma, situato in via San Nemesio 21, che eroga prestazioni in regime di day-hospital per emopatici e svolge attività di terapia trasfusionale;

nel 2010 il Centro trasfusionale del Sant’Eugenio ha raccolto 5.500 sacche di sangue mentre nei primi sei mesi del 2011 c’è stato un incremento del 10 per cento, a riprova di una alta affluenza di donatori, specie anziani, che si rendono utili per aiutare il prossimo;

secondo le stesse segnalazioni, il dottor De Meis sarebbe aduso a metodi spicci nel suo reparto verso il personale sanitario ed infermieristico, con recente invio di direttive, anche a mezzo mail, con minacce di provvedimenti disciplinari verso coloro che osano metterlo in discussione;

secondo Wikipedia la trasfusione è la trasmissione di sangue da un organismo detto donatore ad un altro che lo riceve. Il donatore può essere della stessa specie del ricevente (trasfusione omologa) o di specie diversa (trasfusione eterologa). Se invece il donatore ed il ricevente sono lo stesso soggetto, cioè se il sangue viene prelevato e reinfuso nella stessa persona, si parla di autotrasfusione (trasfusione autologa). Deve essere considerata una terapia atta a sostituire il sangue perduto in toto o in alcune sue componenti in attesa che venga risolta la situazione patologica che ha portato alla perdita. Sotto certi aspetti può essere considerata come un trapianto e come tale può dare fenomeni gravi di incompatibilità conosciuti come reazioni trasfusionali o trasmettere malattie come AIDS, morbo di Chagas o epatiti (anche se con i test odierni questa eventualità è molto bassa, non è tuttavia trascurabile);

la possibilità di autodonare il proprio sangue consente un risparmio di sangue omologo da donatore per quei pazienti dipendenti dalle trasfusioni (neoplastici, talassemici, eccetera) e di ridurre il rischio trasfusionale per il paziente. Inoltre l’autodonazione permette di evitare la possibile immunodepressione causata dalla trasfusione di sangue omologo, cosa particolarmente importante nei pazienti oncologici. L’autodonazione non è priva di rischi e soprattutto la reinfusione delle unità predepositate va effettuata solo in caso di effettiva necessità tanto che le indicazioni sono analoghe alla trasfusione di emocomponenti da donatore. Lo scambio di paziente, la contaminazione batterica dell’unità, reazioni avverse alla soluzione anticoagulante-conservante sono sempre possibili;

il professor De Meis avrebbe ipotizzato la reinfusione delle sacche di sangue autodonate qualora l’intervento chirurgico fosse rinviato per motivi tecnici o clinici agli stessi autodonanti,

si chiede di sapere:

se al Ministro in indirizzo risulti, nel caso ipotizzato di reinfusione delle sacche di sangue autodonate, quale sia il protocollo da seguire ed entro quale tempo dall’avvenuta autodonazione il sangue autologo andrebbe reinfuso al donatore al quale sia stato rimandato l’intervento chirurgico;

se il Governo sia al corrente della situazione di tensione ed estremo disagio degli operatori sanitari per direttive non chiare all’Ospedale Sant’Eugenio di Roma nel Centro di medicina trasfusionale diretto dal professor Italo de Meis, e se tale situazione non nuoccia alla raccolta ed alla redistribuzione del sangue;

se al Ministro in indirizzo risulti che gli avanzamenti di carriera ottenuti dal professor Dei Meis sono stati dovuti a meriti e pubblicazioni scientifiche inequivoche, oppure a segnalazioni politiche, molto influenti nel sistema sanitario del Lazio;

quali misure urgenti il Governo intenda adottare, nell’ambito delle proprie competenze, per verificare anche mediante idonee ed urgenti ispezioni, eventuali comportamenti non conformi adottati dal professor De Meis.

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Finmeccanica-Selex-Panama

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06471
Atto n. 4-06471

Pubblicato il 21 dicembre 2011
Seduta n. 649

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e della difesa. -

Premesso che:

nel giugno 2010 il Presidente del Consiglio dei ministri pro tempore Silvio Berlusconi e il Presidente della Repubblica di Panama Riccardo Martinelli hanno firmato un accordo bilaterale quadro a cui hanno fatto seguito, ad agosto, tre commesse affidate ad aziende di Finmeccanica, per un valore di ben 165 milioni di euro. Da Agusta Westland arrivavano sei elicotteri, da Telespazio la cartografia digitale dell’intero territorio panamense, da Selex Sistemi Integrati, infine, 19 radar della tipologia ‘Lyra 50′ per la protezione delle coste;

come riporta un lancio dell’AgenParl dell’11 novembre 2011, il deputato panamense Jorge Alberto Rosas, ha rilasciato in esclusiva per la stessa agenzia la seguente dichiarazione: “Nei nostri interventi in Assemblea nazionale e sulla stampa abbiamo indicato che ci sono significative differenze tra i prezzi dei radar acquistati dalla Turchia e dallo Yemen (25 milioni per la Turchia secondo il comunicato stampa di Selex per 24 “Lyra 50″ e 20 milioni di euro per 12 “Lyra 50″ (in Yemen ndr). La Repubblica di Panama ha acquistato 19 “Lyra 50″ per 90 milioni di euro. Abbiamo richiesto che il Ministro della Sicurezza Nazionale spieghi le ragioni di una tale discrepanza nei prezzi”;

il decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 228, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 febbraio 2011, n. 9, recante «Proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia», in vigore dal 26 febbraio del 2011, ha introdotto con l’articolo 4, comma 32, la seguente norma: «Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, in attuazione del memorandum di intesa di cooperazione tecnica nel settore della sicurezza tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica di Panama, stipulato il 30 giugno 2010, è autorizzato a cedere, a titolo gratuito, al Governo della Repubblica di Panama quattro unità navali “classe 200/s” in dotazione al Corpo delle capitanerie di porto»;

considerato che:

di fatto, dunque, un’azienda del gruppo Finmeccanica avrebbe operato un sovrapprezzo nei confronti del Governo panamense e, l’anno successivo, il Governo italiano ha regalato quattro motovedette della Guardia Costiera al Governo di Panama;

risulta all’interrogante che il figlio di Paolo Pozzessere, ex direttore commerciale di Finmeccanica, sia in affari a Panama con “Fabrega Molino & Mulino”, lo studio legale di cui era socio il Ministro della sicurezza nazionale panamense José Raul Mulino;

risulta tuttora latitante, con ogni probabilità nella stessa Panama City, il faccendiere Valter Lavitola, ex consulente di Finmeccanica al centro di diverse inchieste giudiziarie;

Selex Sistemi Integrati SpA, in data 17 ottobre 2011, a firma illeggibile dello Special Attorney, ha inviato una lettera ad Agafia Corp, sita nella Ciudad de Panama, a Calle 68 Este, Edificio 10, Despacho 4B, di risoluzione del contratto per violazione di alcune clausole contrattuali tra le quali gli artt. 10, 16 e 20, dopo lo scandalo delle presunte tangenti pagate a Lavitola;

in sostanza Selex, società del gruppo Finmeccanica, ha annullato unilateralmente il suo contratto con la società panamense Agafia Corp per servizi di intermediazione connessi alla vendita di sistemi radar per il Governo di Panama. La rottura di questo rapporto privato è avvenuta il 17 ottobre 2011, a seguito dello scandalo sulle commissioni che Finmeccanica pagava a Panama. Non si sa se anche Agusta Westland e Telespazio abbiano cancellato i loro contratti con Agafia Corp, la società panamense che si presume appartenga all’ex consulente per Finmeccanica e ora latitante, Valter Lavitola. Selex e Agafia Corp hanno avuto uno scambio di lettere, in cui Selex ha annullato il contratto con la società, per violazione di alcune delle clausole del contratto. Tra questi, è stato l’articolo che limitava il pagamento di commissioni alle persone che sono direttamente legati alla società italiana. Selex ha affermato che, dopo la pubblicazione di notizie nei media italiani, si è potuto confermare che vi era stata una violazione del contratto. La violazione aveva a che fare con la nomina di Karen De Grazia presidente della Agafia Corp nel mese di giugno dello scorso anno. Grace era un amico intimo di Lavitola, l’ex consulente di Finmeccanica. Dopo questo, Selex ha proceduto ad informare la società per iscritto della decisione di annullare il contratto con la società panamense, e ha detto di non avere alcun obbligo con Agafia Corp. Agafia Corp nell’agosto 2010 ha firmato un accordo con tre società controllate da Finmeccanica e avrebbe ricevuto il 10 per cento dei compensi da queste aziende, che sarebbero stati pagati come parte del contratto con il Governo di Panama per la vendita di set di radar, elicotteri e servizi di cartografia digitale. In totale, la società avrebbe ricevuto più di 25 milioni di dollari,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti quali somme le aziende del gruppo Finmeccanica, come Selex, Agusta e Telespazio, abbiano corrisposto ad Agafia Corp, e se questa ultima sia la società di riferimento di Valter Lavitola;

se risulti che l’accordo separato con una terza parte di intermediazione di servizi come Agafia Corp abbia previsto la corresponsione di una commissione del 10 per cento del valore del contratto, e se tale denaro sia stato dirottato in un fondo nero per pagare tangenti e mazzette per corrompere i politici locali che si sarebbero adoperati per il buon fine dell’accordo;

se risultino le ragioni che hanno indotto due Stati sovrani, come Italia e Panama, a servirsi di un faccendiere come Lavitola, latitante ed inseguito da ordini di cattura delle Procure della Repubblica italiane, e le somme retrocesse per l’operazione;

se risulti che la lettera inviata da Selex ad Agafia è autentica, e se la Repubblica di Panama abbia acquistato 19 “Lyra 50″ per 90 milioni di euro;

se il Governo italiano abbia adempiuto al decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 228, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 febbraio 2011, n. 9, recante «Proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia», in particolare a quanto previsto dall’art. 4, comma 32;

quali misure urgenti intenda attivare per restituire credibilità a società pubbliche, come Selex e Finmeccanica, a parere dell’interrogante dissanguate e dilapidate dall’operato di manager come Marina Grossi ed il suo consorte Guarguaglini, che dovrebbero essere citati in sede civile per responsabilità del loro operato opaco e poco trasparente.

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Manovra Monti-Doppi stipendi Tecnici al Governo

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06475
Atto n. 4-06475

Pubblicato il 21 dicembre 2011
Seduta n. 649

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

un articolo pubblicato su “Il fatto quotidiano” il 15 dicembre 2011 riferisce che i tecnici al Governo si sarebbero scritti una norma ad hoc per conservare doppi compensi e rimborsi;

si legge nel citato articolo: «Senza lobby non sei nessuno. Per uscire vivo da questa manovra devi avere un santo in Paradiso, o a Montecitorio. E i dirigenti della Pubblica amministrazione alla Camera ne hanno molti. Dopo aver confezionato una “norma pasticcio” sul taglio agli stipendi parlamentari, adesso i tecnici del governo Monti si sono scritti una norma “ad personam”. O meglio un comma ad hoc, per preservare i loro redditi. Nella manovra, infatti, è previsto che con un decreto del presidente del Consiglio, (ricevuto il parere delle Commissioni parlamentari) venga ridefinito il trattamento economico dei rapporti di lavoro dipendenti o autonomi con le pubbliche amministrazioni, stabilendo come parametro massimo per i dirigenti lo stipendio del presidente della Corte di Cassazione. Nello stesso articolo, il 23 ter, è sancito inoltre che i dipendenti pubblici chiamati a funzioni direttive nei ministeri o nella P. A. abbiano un’indennità pari al 25 % del trattamento economico percepito. Cioè che prendano uno stipendio e un quarto anziché due stipendi interi. La norma, a quanto pare, ha fatto infuriare i “papaveri” della Pubblica amministrazione che hanno infuocato i telefoni dei colleghi tecnici di governo per tutta la serata di martedì. La Commissione bilancio è stata costretta a una pausa per ascoltare le innumerevoli proteste. Il doppio stipendio pubblico riguarderebbe i ruoli di vertice, come quelli dei ministri, da Antonio Catricalà, magistrato e membro del governo, a Corrado Clini, dirigente ministeriale e ora a capo del dicastero dell’Ambiente, fino al ministro che guida proprio la Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, anche lui magistrato fuori ruolo. Poi c’è Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro, e ora viceministro, che ha già annunciato la rinuncia al 70% della retribuzione e dovrà lasciarne almeno un’altra piccola parte. Ma la norma coinvolgerebbe anche i sotto-segretari e soprattutto l’esercito di tecnici pubblici che riceve incarichi negli uffici di diretta collaborazione dei ministeri, o cariche in enti pubblici diversi da quello di provenienza. Come quella di Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, che oltre ad essere magistrato fuori ruolo è capo dell’Ufficio legislativo del ministro della Giustizia, Paola Severino. Anche lei nei corridoi della Camera martedì sera, costretta ad attendere il verdetto sul suo secondo stipendio. Le lamentele dei dirigenti, a quanto pare, hanno fruttato una soluzione ad personam per la categoria: al comma 3 dell’articolo 23 ter è stato previsto che col decreto del presidente del Consiglio (citato al comma 1, quindi quello di revisione degli stipendi) si possano prevedere “deroghe motivate per le posizioni apicali delle rispettive amministrazioni”. Ovvero si possa concedere agli “eletti” di mantenere il doppio stipendio. Nello stesso decreto verrà stabilito inoltre un tetto massimo per i rimborsi spese, che naturalmente andranno ad aggiungersi ai doppi compensi. Cifre che, cumulate, non scendono mai sotto i duecentomila euro e fanno impallidire anche i parlamentari e i loro diecimila euro al mese»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che, in un momento di difficoltà economica per il Paese in cui si è varata una manovra per salvare l’Italia che ancora una volta chiede pesanti sacrifici ai cittadini comuni incidendo sul loro potere di acquisto, non debbano essere i suoi componenti a dare, per primi, l’esempio assecondando i tagli ai costi delle amministrazioni, invece di garantire doppi compensi e rimborsi;

se non intenda promuovere una revisione della disposizione in questione considerato che non vi è ragione per cui la manovra debba colpire tutti tranne i tecnici del Governo.

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Le fondazioni bancarie non pagano l’ICI

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06474
Atto n. 4-06474

Pubblicato il 21 dicembre 2011
Seduta n. 649

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

le fondazioni bancarie sono in totale 89 e dispongono di un patrimonio complessivo di oltre 50 miliardi di euro, oltre la metà in mano alle prime 5 (Cariplo, MPS, Compagnia di S. Paolo, Ente CR di Roma e Fondazione Cariverona), due terzi in mano alle prime 11: le altre otto sono Fondazione CR di Torino, Ente CR di Firenze, CR di Cuneo, Fondazione Banco di Sardegna, Fondazione CR di Genova e Imperia, Fondazione CR di Padova e Rovigo;

nel dicembre 2002 la quota impegnata nelle partecipazioni bancarie era del 33,7 per cento (14.062,9 milioni di euro), del 41 per cento nel 2001, mentre il resto era investito in titoli di Stato ed in società private scelte esclusivamente secondo il criterio della redditività;

da questo capitale le fondazioni ricavano ogni anno lauti guadagni, devoluti ad attività di utilità sociale: il settore maggiormente finanziato è quello artistico e culturale. È opinione diffusa che tale predilezione sia dovuta al fatto che le manifestazioni culturali siano un’ottima occasione per fare pubblicità alla propria banca. Questa la suddivisione dei comparti: artistico e culturale 29 per cento, istruzione 16,5 per cento, assistenza sociale 12,5 per cento, filantropia e volontariato 12 per cento, sanità e ricerca 10 per cento e 9 per cento. I soggetti privati hanno ricevuto il 57,4 per cento degli importi, i soggetti pubblici il 42,6 per cento;

a giudizio dell’interrogante prima della beneficenza, bisognerebbe pagare le tasse. Le fondazioni in questione beneficiano tutte dello status di no profit, pertanto sono esentate dal pagare le tasse, persino degli utili usurai che ricevono dal prestare il denaro ai cittadini; la beneficenza, se non c’è prima la giustizia sociale, è solo restituzione del maltolto;

i contributi elargiti, oltre ad essere squilibrati rispetto alla destinazione d’uso, sono squilibrati anche da un punto di vista geografico. Infatti circa l’82 per cento dei contributi è a favore di iniziative del Nord, mentre al Centro va il 16 per cento ed al Sud ed Isole solo il 2 per cento (Fonte: Acri). Ciò accade perché le fondazioni distribuiscono i contributi nel territorio in cui risiedono: poiché la maggior parte di esse ha sede al Nord, ne risulta spiegata l’anomalia;

la Fondazione Cariplo è la seconda socia di maggioranza del Gruppo Intesa-San Paolo (dopo Goldman Sachs), da sempre nella lista delle banche che commerciano in armi,

si chiede di sapere quali iniziative legislative il Governo intenda promuovere affinché le fondazioni bancarie, che incassano miliardi, siano chiamate a pagare l’imposta comunale sugli immobili anche rivedendo la normativa varata a suo tempo per avvantaggiare particolari enti non commerciali e a scopi assistenziali sgravandoli dell’imposta medesima.

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Della Valle – Calciopoli

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06478
Atto n. 4-06478

Pubblicato il 21 dicembre 2011
Seduta n. 649

LANNUTTI – Al Ministro per i beni e le attività culturali. -

Premesso che:

si legge su un articolo pubblicato su “La Repubblica-Firenze” il 20 dicembre 2011: «Diego e Andrea Della Valle condannati a 1 anno e 3 mesi per frode sportiva. Condannato a 5 anni 4 mesi Luciano Moggi per associazione a delinquere. Si è concluso ieri con il verdetto il primo grado letto in aula al Tribunale di Napoli il processo per lo scandalo di Calciopoli. Pena anche per Sandro Mencucci, dirigente della Fiorentina, sempre a 1 anno e tre mesi. (…) “Siamo molto amareggiati ma non sorpresi da questa sentenza che riteniamo ingiusta, ricorreremo in appello per far valere nei prossimi gradi di giudizio le nostre ragioni”, dicono Andrea e Diego Della Valle. Condannato anche il presidente della Lazio Claudio Lotito, a un anno e tre mesi. Un anno di reclusione per l’ex dirigente del settore arbitri del Milan Leonardo Meani. Per tutti era ipotizzato il reato di frode sportiva»;

la condanna di ieri per frode sportiva in primo grado a carico, tra gli altri, di Diego Della Valle (1 anno e 3 mesi) nel processo su Calciopoli è passata quasi inosservata. Tutti i media, infatti, si sono concentrati a captare le dichiarazioni di Luciano Moggi sulla “sentenza già scritta”. La sordina ha coinvolto a tal punto la notizia che a stento sui giornali si capiva quale fosse il capo d’imputazione;

scrive Emilio Fabio Torsello, in un articolo su “Il Fatto Quotidiano” del 10 novembre 2011 intitolato: “Della Valle, dal manifesto contro i politici alla condanna per Calciopoli. Ma nessuno ne parla”: «E ad essere condannato (in primo grado, la difesa ha annunciato appello) è stato lo stesso Diego Della Valle che qualche tempo fa aveva acquistato diverse pagine pubblicitarie sui maggiori quotidiani italiani per dire ai politici “Ora basta”. Lo spettacolo indecente ed irresponsabile – scriveva Della Valle – che molti di voi stanno dando non è più tollerabile da gran parte degli italiani e questo riguarda una buona parte degli appartenenti a tutti gli schieramenti politici. Il vostro agire attento solo ai piccoli o grandi interessi personali o di partito, trascurando gli interessi del paese, ci sta portando il disastro e sta danneggiando irrimediabilmente la reputazione dell’Italia nel mondo. Rendetevi conto che tanti italiani non hanno più nessuna stima e nessuna fiducia in molti di Voi e non hanno più nessuna intenzione di farsi rappresentare da una classe politica che, salvo alcune eccezioni, si è totalmente allontanata dalla realtà delle cose e dai bisogni reali dei cittadini. La grave crisi che ha colpito le economie mondiali, Italia compresa, impone serietà, competenza, buona reputazione, senso dello Stato ed amore per il proprio Paese, per uscire da questo momento molto preoccupante. [...] Tagliente anche la sottolineatura di Dagospia che – con i suoi immancabili grassetti in maiuscolo – ieri ha fatto notare come la condanna del patron di Tod’s sia passata in secondo (se non quarto) piano tra le notizie date da Enrico Mentana, di cui Della Valle è stato testimone di nozze e a cui mise a disposizione villa Brancadoro, a Casette d’Ete, nei boschi della tenuta marchigiana (di Della Valle), dove si svolse il ricevimento dopo il rito. Non è da meno il Corsera che non fa comparire il nome del suo azionista sulla prima pagina e – come anche Repubblica e Il Fatto – scarica tutto su Moggi. Chicco Mentana – scrive Dagospia – è riuscito ad aspettare la fine del telegiornale per dare la notizia delle condanne al processo di Napoli per calciopoli: peccato abbia citato solo Moggi (5 anni e 4 mesi), Bergamo (3 anni e otto mesi) e Pairetto (un anno e 4 mesi). Si è stranamente dimenticato del suo celebre testimone di nozze, tale Della Valle Diego, di professione “indignatod’s”, condannato a un anno e tre mesi. (…) “E’ stata una legnata spaventosa”. C’erano le dimissioni di Berlusconi – si risponderà – già, ma dato che la condanna ha riguardato un industriale che nei mesi scorsi si è platealmente esposto con il manifesto “Ora basta” (e candidato potenziale ad entrare in un Governo centrista nel post-Berlusconi), qualche sottolineatura in più forse la sua vicenda l’avrebbe meritata”»;

considerato che, in un articolo pubblicato su “La Repubblica” del 16 novembre 2011 dal titolo “Il falco Della Valle contro Guido Rossi”, Fulvio Bianchi scrive: «Il giorno dopo il fallimento del tavolo della pace, ecco che i veleni di Calciopoli tornano prepotentemente a galla. Diego Della Valle, patron della Fiorentina, sicuramente fra i protagonisti più vivaci mercoledì al Coni, attacca l’ex commissario Figc, Guido Rossi. “Deve spiegare cosa è realmente accaduto, assumendosi le proprie responsabilità”. Pronta la replica del Professore, seccatissimo, che ricorda le sentenze già emesse: “Adempio volentieri all’invito di Della Valle. Calciopoli è in ambito sportivo quanto accertato dalla giustizia federale e dal Coni; in ambito penale quanto deciso dalla magistratura penale; in ambito amministrativo quanto pronunciato dalla giustizia amministrativa. Il rispetto nelle istituzioni e nel loro corretto operare, mi esimono da ulteriori commenti. La mia personale esperienza è comunque stata in ogni caso dettagliatamente illustrata in parlamento e al presidente del Coni, Gianni Petrucci”. Il processo sportivo ha sancito la responsabilità di Andrea e Diego Della Valle (condannati a 1 anno e un mese di sospensione l’uno e 8 mesi l’altro) e della Fiorentina (che nel 2007 perse la Champions League e partì da -15 in campionato); mentre quello penale ha visto la condanna di entrambi i Della Valle a un anno e tre mesi di carcere. E proprio Diego Della Valle, al tavolo Coni, era stato in prima fila per respingere il documento scaturito dal lungo vertice perché si aspettava una presa di posizione netta contro l’intero percorso di Calciopoli e soprattutto contro quelle che lui considera “condanne-farsa” del 2006, con il coinvolgimento del suo club. Più conciliante invece la posizione di Andrea Agnelli e Massimo Moratti nel sottoscrivere il testo “soft” studiato a lungo e preparato da Petrucci e Pagnozzi, tanto che ieri, a Torino, il n. 1 del Coni ha avuto parole di forte elogio nei confronti del presidente bianconero. Ma Della Valle è stato intransigente, così come ribadito ieri: “Ringrazio Petrucci, ma la condivisa volontà di tutti nel voler pacificare gli animi deve prima passare attraverso una analisi chiara e onesta di quanto a suo tempo accaduto. Serve che i protagonisti di allora facciano pubblicamente chiarezza. Per quanto mi riguarda è Guido Rossi primo tra tutti che deve pubblicamente spiegare che cosa è realmente accaduto allora assumendosi le proprie responsabilità. È lui che ha il dovere di ricostruire i fatti e darne spiegazione pubblica a tutti quelli che vogliono conoscere la verità”. Registrata la replica di Rossi, non resta che darsi appuntamento alla prossima puntata del tormentone Calciopoli. Che è prevista per febbraio, quando il tribunale di Napoli depositerà le motivazioni della sua decisione. Nell’attesa, un altro rinvio a giudizio per Moggi: “Diffamò Facchetti”»;

considerato che a giudizio dell’interrogante il patron della Fiorentina, Diego della Valle, sicuramente fra i protagonisti più vivaci mercoledì al Coni, nell’attaccare l’ex commissario Figc, Guido Rossi, con la richiesta di spiegare cosa è realmente accaduto, assumendosi le proprie responsabilità, ha voluto coprire le proprie responsabilità di condannato per frode sportiva, seppur in primo grado dalla Procura di Napoli a 15 mesi,

si chiede di sapere se, a quanto risulti al Governo:

l’esito del processo sportivo non sia in conflitto con quanto deciso dalla magistratura penale che ha condannato entrambi i Della Valle a un anno e tre mesi di carcere;

quali misure urgenti il Governo intenda adottare anche in relazione ad una possibile revisione dell’accordo per il restauro del Colosseo di Roma, a giudizio dell’interrogante un accordo “capestro” per le casse pubbliche, e stipulato ad uso e consumo di Diego della Valle.

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Concessionarie slot machine devono 98 miliardi di euro allo Stato

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06477
Atto n. 4-06477

Pubblicato il 21 dicembre 2011
Seduta n. 649

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

le dieci concessionarie che gestiscono le slot machine devono allo Stato 98 miliardi di euro;

è il maggio del 2007 quando, anche il Gruppo Antifrodi tecnologiche della Guardia di finanza, al termine di una lunga inchiesta ed in parallelo ad una intensa indagine parlamentare, comunica i risultati alla Corte dei conti. E sono dati sconcertanti. Le dieci maggiori società concessionarie che gestiscono le slot machine avrebbero contratto un debito col Fisco per gli anni 2004-2007 pari a circa 100 miliardi di euro. La truffa erariale più grande che la storia della Repubblica ricordi;

nel dicembre 2008 il procuratore della Corte dei conti Marco Smiroldo porta sul banco degli imputati le dieci potentissime concessionarie delle slot machine in Italia con una richiesta di danno all’erario di 98 miliardi di euro;

dall’inchiesta pubblicata su “Il Secolo XIX” il 1° settembre 2011 risulta che «Le dieci sorelle, vista la posta in gioco, avevano messo in campo uno squadrone di principi del Foro, pronti a ogni mossa (ovviamente lecita) per allungare i tempi, creare dubbi, intorbidare le acque. È così che il processo per la più grande sanzione mai contestata nella storia italiana non si è ancora concluso. Anzi: sono state celebrate solo due udienze e nell’ultima il pm ha ribadito le sue richieste. E ancora una volta ha ribadito: il danno per le casse dello Stato è di 98 miliardi. Nel frattempo c’è stato un pronunciamento della Cassazione, che i legali avevano sollecitato sollevando un conflitto di competenze, che ha comportato quasi due anni di stop. L’ultimo atto è una nuova perizia ordinata dai giudici, per capire se in questa storia debbano finire alla sbarra anche altri soggetti, oltre le concessionarie. La Sogei, il braccio tecnologico e informatico del ministero dell’Economia. O le compagnie telefoniche, che a loro volta non erano state in grado di garantire il flusso corretto dei dati delle scommesse. Perizia che doveva essere consegnata ad agosto. Ora si parla di un nuovo slittamento a ottobre e questo fa presagire che le cose andranno ancora per le lunghe, dopo quattro anni di schermaglie procedurali, fiumi di parole e nessuna decisione. Anche il governo, sollecitato a più riprese dalle interrogazioni parlamentari a dar spiegazioni sulla vicenda, ha sempre avuto buon gioco nel difendersi: la questione è nelle mani della giustizia. Anche perché le società concessionarie non ci vogliono sentire e, ufficiosamente, hanno già inoltrato la loro offerta al super ribasso: chiudere la partita con 500 milioni tutto compreso. Il procuratore, però, non molla e tutto si giocherà nella sentenza. Tempi previsti? Solo Dio lo sa»;

la vicenda è stata rivelata per la prima volta nel maggio 2007 da “Il Secolo XIX”; l’articolo citato prosegue: «La requisitoria del pm Smiroldo, nell’ultima udienza, ha ricostruito passo passo tutta la storia. Prima del 2002 le slot machine, che allora venivano chiamate videopoker, erano illegali. Anzi, uno dei business più lucrosi per la criminalità organizzata. Poi lo Stato decise di regolare il settore. Con una prescrizione categorica: ogni singola macchinetta doveva essere collegata al sistema telematico di controllo della Sogei. Perché neanche una giocata sfuggisse al controllo e soprattutto alle tasse, il Preu. Così non è avvenuto, per anni. Il sistema ha fatto cilecca. Gli apparecchi, “interrogati” a distanza dal cervellone del ministero, non davano nessuna risposta. Di chi sia stata la colpa di questo flop, è uno degli argomenti del processo. Di certo le società concessionarie si erano impegnate perché tutto funzionasse a puntino ed è per questo che parte cospicua della sanzione, oltre ai sospetti di evasione, è costituita da quelle che vengono definite “inadempienze contrattuali”. Che prevedevano, nero su bianco, penali severissime. “Fare un contratto con lo Stato è una cosa seria o no?”, si chiede il pm. La risposta è ancora appesa nell’aria. Così come la decisione finale sui 98 miliardi»;

a quanto risulta all’interrogante, pesanti responsabilità, se non addirittura connivenze, sembrano ricadere anche sull’Agenzia dei monopoli di Stato (AAMS). Nell’inchiesta si parla di interrogativi su specifici comportamenti tenuti dai Monopoli in particolari occasioni che riguardano sia la fase di avvio delle reti telematiche e in particolare l’esito positivo dei collaudi allora condotti, subito dopo smentiti dall’esperienza applicativa, sia l’accelerato rilascio di nulla-osta di distribuzione per apparecchi nell’imminenza dell’entrata in vigore di una disciplina più stringente, sia infine l’omessa applicazione di sanzioni previste dalla legge e ‘l’invenzione’ di regimi fiscali forfettari. E secondo quanto dichiarato da un membro della Commissione che ha condotto l’inchiesta al Secolo XIX (si veda l’articolo del 31 maggio 2007), “i Monopoli hanno autorizzato persino macchinette apparentemente innocue, giochi di puro intrattenimento, senza scoprire che premendo un pulsante si trasformavano in slot-machine. (…) L’applicazione di forfait ha permesso il dilagare di anomalie, perché la ‘cifra fissa’ è assai più bassa di quella che potrebbe essere rilevata dalle macchine. Così in moltissimi casi sono state dichiarate avarie, guasti, difficoltà di collegamento dei modem solo per poter pagare di meno, con una perdita secca per lo Stato di miliardi di euro”;

i Monopoli, in sostanza, avrebbero permesso e facilitato la dilagante evasione delle società concessionarie, rinunciando a qualunque forma di sanzionamento che avrebbe dovuto essere attuata. Oltre ai vertici de Monopoli, gravi accuse di corruzione sono state rivolte dalla Commissione a singoli funzionari che, attraverso “anomale procedure” e “retrodatazione delle autorizzazioni”, avrebbero permesso ad almeno 28 aziende (alcune delle quali oggetto di indagini da parte della magistratura per presunti reati di corruzione nei confronti di dirigenti dei Monopoli) di eludere le disposizioni introdotte successivamente dalla legge;

i governi che si sono succeduti dal 2007 ad oggi non hanno assunto, e continuano a non farlo, decisioni al riguardo;

l’interrogante ha presentato numerosi atti di sindacato ispettivo (4-01151, 4-06166, 4-06206, 3-01738, oltre ad un atto di indirizzo 1-00222) per sollevare lo scandalo delle slot machine e la relativa evasione fiscale nonché le infiltrazioni della criminalità organizzata;

risulta all’interrogante che al primo posto tra le società debitrici nei confronti dello Stato per truffa ed evasione figura l’Atlantis World, multinazionale leader nel mondo nel settore delle slot machine;

considerato inoltre che:

le iniziative dell’AAMS e del Governo hanno mostrato la loro inadeguatezza e inefficacia nel combattere l’evasione, contrastare la criminalità organizzata e i fenomeni ad essa correlati e tutelare i cittadini più deboli;

indiscrezioni indicano che dietro queste concessionarie si celano nomi e prestanomi di partiti politici, che attraverso queste società facevano affari e incrementavano le casse della partitocrazia, nonché infiltrazioni della criminalità organizzata;

la Procura Nazionale Antimafia denuncia quello che è il nuovo enorme mercato del gioco (tra gioco cosiddetto lecito e quello cosiddetto illecito, la raccolta in Italia è superiore a 200 miliardi di euro all’anno) d’interesse del crimine organizzato;

esisterebbe una proposta di condono elaborata dall’apposita commissione, nominata dal Ministro competente al momento dell’istituzione, che prevede che la concessionarie, condannate a pagare una multa di 98 miliardi, siano chiamate a corrispondere solo 804 milioni di euro, con la presunta motivazione di rendere la multa più “ragionevole”,

si chiede di sapere:

se, trattandosi di vicenda pubblica, il Governo non intenda promuovere tempestivi chiarimenti sulla situazione sopra descritta e quali azioni intenda intraprendere per recuperare le somme evase considerato che non si può chiedere ai cittadini di pagare le tasse e, allo stesso tempo, non pretendere il pagamento dei 98 miliardi di euro comminati per evasione fiscale;

come intenda spiegare ai cittadini che ci sono 98 miliardi di euro che lo Stato potrebbe riscuotere, e che basterebbero a pagare gli interessi sul debito pubblico nazionale per un anno intero, ma a cui non sembra per nulla interessato, mentre vara una manovra lacrime e sangue per i contribuenti, la quale decurta le pensioni e prolunga l’età pensionabile e mentre le accise sulla benzina aumentano e fare un pieno diventa un salasso;

se non ritenga che alle società concessionarie che hanno recato un ingente danno erariale non dovrebbe essere preclusa l’adesione a condoni per evitare il pagamento della somma in questione e, di conseguenza, quali iniziative intenda adottare;

se, oltre ad un auspicato aumento dei controlli, non intenda inasprire e rendere effettive le sanzioni per punire tutti i fenomeni di gioco abusivo e clandestino, al fine di limitare al massimo l’evasione nei confronti dell’erario e l’intensificarsi di fenomeni criminali connessi al gioco d’azzardo e da questo indotti;

se non intenda intervenire nelle opportune sedi al fine di individuare strumenti legislativi che consentano di controllare con precisione la diffusione sul territorio dello Stato degli apparecchi per il gioco lecito;

quali iniziative intenda adottare al fine di intraprendere una efficace battaglia per combattere e contrastare l’annoso e perdurante fenomeno dell’evasione fiscale, assicurando equità e giustizia fiscale in termini di contribuzione e garantendo contestualmente l’indispensabile equilibrio del bilancio pubblico.

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Pescara – biblioteca Avv. Magno

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06448
Atto n. 4-06448

Pubblicato il 15 dicembre 2011
Seduta n. 647

LANNUTTI – Al Ministro per i beni e le attività culturali. -

Premesso che:

è giunta all’interrogante la segnalazione di una cittadina, Marina Campana Magna, che lamenta di aver avuto vari, e alla fine inutili, contatti con soprintendenze abruzzesi e strutture pubbliche preposte, tra cui la Provincia e il Comune di Pescara, in merito alla cospicua biblioteca, dettagliatamente inventariata, appartenuta a suo suocero, avvocato Pasquale Galliano Magno, difensore della vedova Matteotti nel processo di Chieti;

in particolare la richiesta della cittadina era per l’apertura di una stanza dedicata che potesse ospitare la biblioteca e i documenti inediti di Velia Matteotti, oltre alle veline della comparsa conclusionale dell’avvocato Modigliani e al carteggio tra i due legali, ritenuti molto interessanti da vari esperti, tra cui il professor Benegiamo che intende pubblicare aggiornamenti sull’argomento, e a una pregevole raccolta di dischi in vinile e altro materiale che identifica gli aspetti culturali dell’epoca;

si tratta di una raffinata raccolta di ben oltre 5.000 titoli di cui molti di pregio e rari, risalenti al periodo dalla metà del Seicento in poi, di argomento vario, dai testi giuridici, ai classici latini, all’arte, al teatro, alla musica con inusuali libretti d’opera, alla medicina all’arte, alla religione, alla letteratura, tutti rilegati in pelle con iniziali impresse; uno spaccato di vita e di cultura dell’epoca, contenuti in circa trenta metri quadri di libreria in noce nazionale di ottima fattura, più due librerie in abete di 14 metri quadri circa;

la documentazione contiene preziose raccolte di dischi, alcuni dei quali addirittura in cartone, con i discorsi di Mussolini e altro, oltre a importanti documenti inediti che dovrebbero portare a un aggiornamento delle notizie storiche relative al processo: il difensore di Matteotti a Chieti risulta essere erroneamente l’avvocato Modigliani di Roma, ma la documentazione in questione e le lettere scritte da Velia Matteotti e da Modigliani stesso, salvate dalle perquisizioni, dimostrerebbero che non è così;

i 5.000 volumi, disposti in circa 45 metri quadrati di librerie, sono stati valutati 100.000 euro e sono attualmente conservati nello studio privato del figlio Carlo Eugenio, che però sarà chiuso a breve a causa di gravi problemi di salute;

la signora ha ricevuto tantissime proposte di acquisto da parte di mercanti e bibliofili che, però, non ha preso in considerazione, perché questo significherebbe smembrare quanto suo suocero ha unito, studiato, chiosato con le sue glosse e amato per tutta una vita; purtroppo, tra breve, a causa della riconsegna dei locali, il bene non sarà più facilmente visionabile né vivibile se imballato in un deposito;

il direttore generale della Soprintendenza alle belle arti di Roma ha ritenuto estremamente interessante la biblioteca e ha scritto alla sede di Pescara perché se ne interessasse, ma, nonostante i sopralluoghi e un tiepido interessamento, a tutt’oggi non è accaduto nulla, se non un blocco dei beni da parte della Soprintendenza;

il problema è stato posto all’attenzione, oltre che della Soprintendenza, del sindaco di Pescara, Luigi Albore Mascia, in quanto il padre del sindaco era stato praticante nello studio legale di Galliano Magno, ma, come racconta Marina Campana, dopo le promesse iniziali, si è alzato un muro di silenzio dovuto alla mancanza di liquidità nelle casse del Comune;

considerato che:

l’avvocato Magno ebbe il coraggio di assumere la difesa della vedova Matteotti nel periodo in cui il processo venne spostato a Chieti, descritta all’epoca come “città della camomilla”, ma che tale non era: era invece nota per essere una città interamente fascista. I pochi dissidenti, una trentina circa, erano noti e controllati a vista. In processo l’avvocato Magno presentò la rinuncia dei familiari a costituirsi a seguito delle violente pressioni esercitate dal regime sulla famiglia stessa e soprattutto sul suo avvocato, che venne picchiato e intimidito in tutti i modi e rischiò di non poter più esercitare la professione, ma tenne fede fino in fondo al suo incarico per la difesa di ogni diritto spettante ai familiari, subendo con grande dignità le ripetute intimidazioni e le successive perquisizioni per eliminare ogni traccia delle difese;

l’avvocato Magno non venne radiato dall’albo, come minacciato e previsto, ma dovette abbandonare Chieti per proteggere la sua famiglia e trasferirsi a Pescara. Qui trasportò e arricchì, da appassionato bibliofilo quale era la sua ampia biblioteca, conservata fino ad ora dal figlio, anche lui avvocato. Ebbe peraltro vari incarichi di rilievo: tra l’altro fu amministratore del patrimonio del’on. Giacomo Acerbo, benché di fede politica opposta nel periodo in cui l’onorevole venne incarcerato; riaprì e riorganizzò la FEA (ferrovia Penne – Pescara) dopo la guerra, dirigendola per vari anni riferendo direttamente all’on. Ugo La Malfa, ma fu interlocutore anche di Rita Montagnana e di Togliatti, Di Grieco, Scoccimarro e Terracini, nonché dell’onorevole Silvio Paolucci, repubblicano, al quale scrisse molti dei discorsi pronunciati alla Camera; fu Presidente di zona del Comitato di Liberazione Nazionale e Viceprefetto politico nominato dagli alleati e, soprattutto, non si arricchì mai, perché fece politica come servizio alla città,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che una raffinata raccolta di 5.000 volumi antichi e lettere autografe non possa rischiare di essere smembrata e perdersi tra le bancarelle dei mercatini di antiquariato;

se, alla luce dei fatti esposti in premessa, ritenga che vi siano i presupposti per valutare, attraverso la Soprintendenza di Pescara, la possibilità di rilevare l’imponente biblioteca dell’avvocato Pasquale Galliano Magno al fine di mantenere e valorizzare il decritto patrimonio culturale mettendolo a disposizione per la consultazione dei cittadini della Regione nonché rendendo giustizia alla memoria del legale antifascista che, dopo l’arrivo degli alleati a Pescara, fu nominato viceprefetto della città.

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Trustee- Gruppo Ligresti

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06449
Atto n. 4-06449

Pubblicato il 15 dicembre 2011
Seduta n. 647

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia. -

Premesso che:

relativamente al caso Premafin, holding fondamentale per il controllo del gruppo Sai Fondiaria, “Milano Finanza” intervista il trustee, cioè il gestore del trust che custodisce da molti anni un pacchetto che risulta attualmente pari al 12,5 per cento di Premafin;

si legge sul sito dagospia che l’ingegner Defilippo, amministratore da vent’anni del suddetto Trust, «risiede a Montecarlo (…) e da lì funge per l’appunto da Trustee di questo veicolo delle Bahamas denominato The heritage fund. Ammette di essere amico di Don Salvatore, e la cosa non è reato. A precisa domanda di MF esclude però categoricamente che Don Salvatore o i suoi figli possano essere beneficiari del trust. E su questo MF spara il titolo su quattro colonne. Il quotidiano finanziario incalza sulle risposte del Trustee e chiede se per caso la partecipazione negli anni sia mai stata movimentata, in altri termini con un criterio di partecipazione c.d. “di trading”. Ovviamente no, è considerata un investimento stabile nel tempo perchè interessante. Ma il il Trustee non risponde tuttavia alla domanda se i medesimi siano stati i conferenti del pacchetto nel trust, perché sostiene di essere arrivato a cose fatte, ereditando di fatto una precedente operazione con altro trust, che fu pertanto il trust fondatore dell’attuale»; inoltre «alla domanda di MF se il Trustee conosca i beneficiari del trust arriva la risposta che non ne conosce i nomi, ma solo “le categorie” (…). Allora Bankomat al pari di ogni modesto lettore si pone una domanda: come fa un trustee, che deve amministrare dei beni secondo certe regole a vantaggio di certi beneficiari, a non avere idea di chi possano essere, ma saperne solo la “categoria”? ebbene, è assolutamente possibile e non così raro. Un prestigioso professionista milanese ci svela l’arcano: “ma e’ semplice, basta che il trust abbia come regola che i beneficiari siano soggetti futuri, non attuali, obbligatoriamente da individuarsi nella specificata categoria. Fra l’altro, siccome il trust per la legge italiana esiste solo come soggetto giuridico ereditato in automatico dalla legislazione dello Stato dove il trust e’ stato creato, in quanto il legislatore italiano non ha dettato sue norme ad hoc, tutto è possibile. E poi il trustee mica sta dichiarando che i beneficiari non possono essere se non gli enti benefici. Non dice “solo”. Spesso capita che il fondatore del trust, altrimenti detto il Donor, si riservi una sorta di regola elastica per cui potrebbe essere, a certe condizioni ed in un certo lasso di tempo, lo stesso Donor il soggetto che in tutto o in parte riprende indietro il patrimonio. Poi nell’intervista nulla si dice di chi prende i frutti del patrimonio, ad esempio i dividendi. Potrebbero essere altri soggetti, magari altri trust che fanno capo ai Ligresti.. Fra l’altro il nostro Trustee monegasco dichiara di aver ricevuto il tutto vent’anni fa a sua volta da un altro trust. E un ente benefico fra quelli futuri beneficiari potrebbe a sua volta essere un trust”. Dunque sono molte le cose che il Trustee fa finta di dire o escludere, ma in realtà non dice e non esclude. Allora proviamo a trarre delle prime conclusioni. Il gestore monegasco amico di Don Salvatore a ben vedere ci ha fornito alcuni dati ma non una vera informazione. Gli organizzatori del trust potrebbero benissimo essere i Ligresti, i beneficiari futuri anche. E quindi il Trust potrebbe tranquillamente essere un modo legale per aggirare i controlli sulla effettiva appartenenza del pacchetto azionario Premafin. MF non ha chiesto se il Trust abbia mai votato contro una proposta dei Ligresti, noi non abbiamo verificato ma ne dubitiamo. Quel che conta non e’ del resto disporre giuridicamente della proprietà di un pacchetto azionario, ma controllarne i flussi finanziari e l’esercizio del diritto di voto. Ora con il meccanismo apparentemente svelato da MF sappiamo con certezza che il gestore del fondo è un dichiarato amico della Famiglia , come già si supponeva, e che i beneficiari futuri saranno – ma non si specifica “saranno solo ed esclusivamente” – nella categoria degli enti non profit o di ricerca. La Famiglia di Don Salvatore avrebbe così pienamente centrato l’obiettivo. Perché innanzitutto i beneficati futuri potrebbero essere tali fra un anno ma anche fra vent’anni, i vincoli di tempo non li sappiamo. Magari uno dei nipoti Ligresti in futuro farà il medico e si erediterà di fatto il pacchetto a vantaggio del suo centro di ricerca medica. E comunque nel frattempo il trust di sicuro sarà un alleato di fatto del gruppo Ligresti come lo è sempre stato. Poi non sappiamo, e nessuna norma obbliga a dichiararlo, se e quanti ulteriori conferimenti di mezzi finanziari accetti tuttora o in futuro quel Trust, fondi con i quali potrebbe arrotondare il possesso di azioni Premafin, in barba ad ogni controllo nostrano»;

considerato che:

il trust trova la sua origine nel diritto straniero, in particolare nei Paesi di common law, ma è stato riconosciuto nell’ordinamento giuridico italiano a decorrere dal 1° gennaio 1992 a seguito della ratifica della Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, intervenuta con legge 16 ottobre 1989, n. 364;

in Italia non esiste ancora una normativa specifica per l’istituto del trust, che vive nel limite del riconoscimento delle norme della convenzione internazionale ed in base al rinvio della normativa straniera;

con l’istituto del trust viene meno la figura del proprietario,

si chiede di sapere:

quali siano a giudizio dei Ministri in indirizzo i motivi per cui il Governo non abbia ad ora ritenuto opportuno assumere iniziative legislative in materia di trust, mentre si consente a tutti i trust di operare indisturbati in Italia per come sono stati costituiti, ovunque nel mondo, con le loro regole d’origine;

quali iniziative normative, dando seguito a quanto previsto dalla legge comunitaria per il 2010, approvata definitivamente dal Senato il 30 novembre 2011 e non ancora pubblicata, il Governo intenda assumere per introdurre e disciplinare nell’ordinamento giuridico italiano l’istituto del trust ad oggi riconosciuto come soggetto giuridico dalla legislazione dei Paesi di origine, considerato che il bene oggetto del trust uscendo dalla sfera patrimoniale del proprietario, è al riparo dalle pretese dei creditori personali del predisponente;

come sia possibile a giudizio dei Ministri in indirizzo che, alla luce dell’intervista di “Milano Finanza”, un trustee non sia a conoscenza dei beneficiari per cui deve amministrare un determinato insieme di beni;

se, alla luce dei fatti esposti in premessa, il Governo sia a conoscenza di chi si avvantaggia dei dividendi relativi al patrimonio amministrato e se questi siano altri soggetti o altri trust che fanno capo a Ligresti in modo da aggirare i controlli sulla effettiva appartenenza del pacchetto azionario Premiafin;

se, alla luce di quanto previsto dalla legge n. 364 del 1989, siano state intraprese attività di verifica da parte del fisco sulla non elusività fiscale e sulla effettiva indipendenza del trustee rispetto a chi ha conferito il patrimonio del trust;

quali iniziative siano state e vengano intraprese dal Governo per evitare che, mediante l’utilizzo del trust, possano essere violate o eluse delle norme fondamentali per l’ordinamento giuridico italiano.

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Finmeccanica – Panama (2)

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06446
Atto n. 4-06446

Pubblicato il 15 dicembre 2011
Seduta n. 647

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e della difesa. -

Premesso che:

con l’atto di sindacato ispettivo 4-06275 l’interrogante poneva all’attenzione dei Ministri in indirizzo la commessa di Selex Sistemi Integrati per la fornitura al Governo di Panama di un sistema di sorveglianza costiera composto da 19 radar, siglata nel 2010;

da allora a Panama sono costantemente aumentate le polemiche sul supposto sovrapprezzo di tale commessa che potrebbe celare, secondo la stampa locale e i politici dell’opposizione panamense, una grande tangente;

si legge in un articolo pubblicato su “Il Sole 24 ore” del 2 dicembre 2011 dal titolo: “Zalonis, le commesse, i conti off-shore”: «”L’atteggiamento assunto da chi fa ancora uso di mazzette è quello di subappaltarne la gestione agli agenti”, ci spiega un ex “commerciale” del gruppo Finmeccanica che chiede l’anonimato. “Un contratto di agenzia legittimo prevede commissioni attorno al 2 o 3%. Quando si paga di più, vuol dire che si è disposti a incorporare la tangente. E in alcuni casi a includere anche il retropagamento, e cioè a quella parte di commissione che a volte l’agente rispedisce al mittente su qualche conto offshore del dirigente d’azienda che ha autorizzato la commissione”. Indagando su commesse di Finmeccanica in un continente ancora fortemente esposto al rischio di corruzione qual è l’America Latina, Il Sole 24 Ore si è imbattuto in una commessa della Marina brasiliana alla controllata Alenia Elsag Sistemi Navali. Si trattava di una fornitura di radar e sistemi missilistici navali il cui contratto-madre, il n. 44000/96 con un valore di 43.687.974 dollari, era stato seguito da una serie di accordi ancillari. Per quel pacchetto di potenziali commesse brasiliane abbiamo appurato che la divisione navale di Alenia aveva siglato un contratto di agenzia con la Rasint Limited, una società di facciata irlandese gestita da un avvocato ginevrino. Da una fattura datata 14 giugno 2004, di cui abbiamo ottenuto copia, risulta che la commissione prevista per i lotti 5, 6 e 7 del contratto 44000/96, è stata del 7,8%. Ben oltre la provvigione del 2 o 3% che la nostra fonte ci ha detto essere equa»;

considerato che:

per le commesse di Finmeccanica a Panama è stata utilizzata, come mediatrice, l’agenzia Agafia;

il 6 dicembre 2011, su forte pressione dell’opposizione panamense nonché del Vicepresidente della Repubblica Juan Carlos Varela, il Governo panamense ha pubblicato sul sito Internet del Ministero della sicurezza (http://www.minseg.gob.pa) alcuni documenti relativi ai contratti con le aziende di Finmeccanica;

tuttavia i dubbi non si sono dissipati e permangono alcune contraddizioni come quelle relative al costo delle opere civili per l’installazione dei radar: mentre il Ministro della sicurezza Jose Mulino ha affermato alla stampa locale che queste erano a carico della Selex Sistemi Integrati, giustificando così un prezzo alto per la commessa, il contratto pubblicato on line dal Governo di Panama, numero DA-04-2010, alla clausola otto, lascerebbe intendere che le opere civili siano invece a carico dello Stato di Panama,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti a quanto ammontano le commissioni destinate ad Agafia a seguito delle commesse Finmeccanica e se queste siano da considerarsi eque;

se i Ministri in indirizzo possano escludere con certezza che dietro Agafia si celano soci italiani occulti;

se il Governo non ritenga che Selex Sistemi Integrati, anche alla luce delle indagini sugli appalti Enav, tuttora in corso, debba chiarire nel dettaglio la commessa in oggetto.

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