Month: dicembre 2011

Finmeccanica- Hacker

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06447
Atto n. 4-06447

Pubblicato il 15 dicembre 2011
Seduta n. 647

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze, della difesa e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

dai primi giorni di dicembre 2011 circola su Internet la rivendicazione di un hacker facente parte del gruppo italiano Anonymous il quale afferma che sarebbe riuscito a impadronirsi di 250 gb di dati sensibilissimi dai server di Finmeccanica, senza che questa se ne sia neanche accorta, e che sarebbe pronto a rivelarne i contenuti;

tale operazione sarebbe stata ribattezzata “Operazione Meccanonops”;

considerato che Finmeccanica è un colosso che opera in campi nevralgici del sistema Italia quali la difesa,

si chiede di sapere se ai Ministri in indirizzo risulti che quanto sopra esposto corrisponde al vero.

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Roma Vertice FAO – multe ingiuste

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06430
Atto n. 4-06430

Pubblicato il 14 dicembre 2011
Seduta n. 645

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dell’interno. -

Premesso che:

in un articolo dell’agenzia AgenParl del 13 dicembre 2011 si legge che: «Nel 2008 si è svolto a Roma il vertice Fao. Dal 3 al 6 giugno tutta la zona circostante intorno alla sede Fao è stata interdetta al traffico con forti ripercussioni per la mobilità dei cittadini romani. Il Comune di Roma per l’occasione ha messo in campo una task force di Polizia Municipale e i romani rassegnati hanno accettato loro malgrado i disagi imposti dal vertice mondiale. In quei giorni il traffico ha subito numerose deviazioni. In particolare nella zona di San Giovanni, i Vigili hanno deviato il traffico veicolandolo sulle corsie preferenziali riservate ai bus. E come prevede il codice della strada all’art.146 “La violazione dei comportamenti indicati dalla segnaletica stradale (art. 38-43) o dagli agenti delle traffico comporta l’applicazione della sanzione”. Insomma gli automobilisti non possono sottrarsi alle indicazioni dei Vigili, ma il Comune di Roma si dimentica di spegnere le telecamere di controllo delle corsie preferenziali di Via dell’Ambaradam. Così dopo alcuni mesi, alcuni automobilisti si vedono recapitare a casa una multa per il transito su una corsia riservata agli autobus. Le multe sono state rilevate il 3 giugno 2008 a partire dalle ore 11:00»;

gli automobilisti hanno fatto ricorso scritto contro la suddetta ammenda, ma alcune settimane fa si sono visti recapitare la cartella esattoriale di Equitalia dell’importo di 250 euro;

considerato che:

giuridicamente la multa in questione è un atto nullo mancando il presupposto fondamentale, l’infrazione e tutti i successivi atti dovrebbero considerarsi invalidi;

inoltre l’interrogante si chiede per quale motivo, in una situazione straordinaria come quello del vertice Fao, il Comune di Roma non abbia avuto l’accortezza di disattivare le telecamere di accesso alle zone preferenziali a fronte dell’opera straordinaria della Polizia municipale,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

se intenda, e in che modalità, intervenire a fronte di misure inique ed in questo caso illegittime;

se non intenda intervenire presso il Comune di Roma ed il Comando dei Vigili urbani per conoscere il numero esatto delle multe elevate nei giorni del congresso Fao nel tratto di strada in questione;

quali iniziative di competenza voglia intraprendere per rimborsare quei cittadini che hanno pagato ingiustamente per un’infrazione non commessa.

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Prodotti derivati – Arrestato consulente Regione Calabria

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06434
Atto n. 4-06434

Pubblicato il 14 dicembre 2011
Seduta n. 645

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

secondo i dati forniti dalla Banca d’Italia, nell’ambito dell’indagine conoscitiva della 6ª Commissione permanente (Finanze e tesoro) del Senato sull’utilizzo e la diffusione degli strumenti di finanza derivata e delle cartolarizzazioni nelle pubbliche amministrazioni, sono quasi 500 gli enti locali che, a fine marzo 2009, utilizzavano strumenti derivati. Tra la fine del 2005 e la fine del 2007, sulla base dei dati tratti dalla Centrale dei rischi, il numero di enti che utilizzavano strumenti derivati, quasi sempre swap di tasso di interesse, è fortemente aumentato, da 349 a 669, per scendere a 474 a fine 2008. Alla fine di marzo 2009 le amministrazioni locali che utilizzavano strumenti finanziari derivati con controparti operanti in Italia erano 496. Si trattava di: 13 Regioni, 28 Province e 440 Comuni;

per quanto riguarda la distribuzione geografica, le amministrazioni con una maggiore esposizione in derivati sono quelle campane (229 milioni), seguite da quelle del Piemonte e del Lazio (rispettivamente 185 e 126 milioni). Alla stessa data facevano ricorso a contratti in strumenti finanziari derivati anche 7 università, 3 enti del comparto sanitario (Aziende sanitarie locali e Aziende ospedaliere), 3 comunità montane, una associazione teatrale e una società regionale operante nel settore della viabilità;

il valore nozionale, sulla base delle segnalazioni statistiche di vigilanza, è cresciuto a ritmi sostenuti negli anni scorsi, passando da circa 0,1 miliardi di euro alla fine del 2000 a circa 33 miliardi alla fine del 2006. Il valore nozionale dei derivati stimato oggi, a causa della crisi sistemica e delle forti oscillazioni dei mercati e dei tassi, potrebbe superare 52 miliardi di euro. Le banche, soprattutto estere, che hanno collocato derivati avariati e prodotti ad alto grado di tossicità agli enti locali, fornivano moduli contrattuali in inglese rinviando alle Cortes inglesi la soluzione delle relative controversie. Una sentenza del Consiglio di Stato ha di recente stabilito che il Foro competente è quello italiano. In un articolo pubblicato da “Il Sole 24 Ore” del 12 dicembre 2011 dal titolo: “Consulente della Regione Calabria arrestato a Roma per truffa. Sotto inchiesta la banca Nomura”, il bravissimo Claudio Gatti descrive le fasi delle indagini che hanno portato alle misure restrittive: parla di una svolta in una delle varie inchieste giudiziarie legate alle operazioni in derivati degli enti territoriali. «Il consulente della Regione Calabria è stato arrestato ieri mattina (…) per truffa aggravata, frode in pubblica fornitura e falsità ideologica», e la banca giapponese Nomura è stata «iscritta nel registro degli indagati per violazione della 231, la legge che estende alle società la responsabilità per il reato di truffa a danno di enti pubblici. (…) Era il lontano 2007 quando Il Sole 24 Ore mise per la prima volta il dito sulla piaga di quei derivati», denunciando l’uso spericolato di strumenti finanziari spesso incompresi, e soprattutto gli aspetti incestuosi della triangolazione tra banche internazionali, amministratori pubblici e consulenti privati;

si legge ancora nel citato articolo: «L’8 settembre di quell’anno, focalizzammo la nostra attenzione su tre swap fatti dalla Regione Calabria. Più in particolare sulla banca Nomura, che ci risultava aver registrato fortissimi profitti, e» sul consulente Massimiliano «Napolitano, amministratore e proprietario di ConsulEnti Srl, società di consulenza a cui la Regione aveva affidato un incarico di assistenza sul debito». Napolitano è stato arrestato a Roma da agenti del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano, che da anni indaga sui prodotti derivati. «È stato inoltre eseguito il sequestro preventivo di circa due milioni e mezzo di euro, di cui 1,8 su un conto corrente di Nomura», a sua volta iscritta nel libro degli indagati. «A chiedere, e ottenere» dal Gip Antonio Rizzuti, queste misure «sono stati i sostituti procuratori di Catanzaro Gerardo Dominijanni e Domenico Guarascio, che la primavera scorsa hanno acquisito il fascicolo aperto da Alfredo Robledo, il procuratore aggiunto di Milano che con le sue inchieste sui derivati degli enti territoriali ha fatto da apripista per molti suoi colleghi». Nel settembre 2007, intervistato da “Il Sole 24 Ore”, «Napolitano aveva ammesso di essere “grande amico” di Mauro Pantaleo, l’allora dirigente del Settore bilancio che aveva gestito e ratificato i tre swap per la Regione, di avergli fatto da consulente in quelle operazioni e di avere avuto prima lo stesso Pantaleo e poi sua moglie come soci in ConsulEnti. Ma aveva negato di essere stato pagato dalla sua controparte, e cioè dall’istituto giapponese. “Nomura non ci ha mai pagato. Con Nomura non ho rapporti”, ci disse. Non era vero. Per quei tre swap, che a Nomura hanno fruttato ben 25 milioni di euro in profitti, almeno dieci volte più della norma, Napolitano ha ricevuto almeno 2,5 milioni di euro. Indirettamente. Perché, con l’attiva partecipazione dei funzionari di Nomura Andrea Giordani e Armando Vallini (entrambi poi dimessisi), quei pagamenti furono fatti attraverso una serie di schermi societari utilizzati sia in Italia che all’estero». L’unico a uscire indenne da quella infausta triangolazione è Mauro Pantaleo, ex socio di Napolitano in ConsulEnti. In questi anni ha lasciato la Regione e si è trasferito a lavorare per una delle controparti finanziarie, Barclays Capital, dove è advisor nei rapporti con gli enti locali italiani. Insomma, tratta con gli amministratori pubblici,

si chiede di sapere:

se il Governo sia al corrente della gigantesca truffa perpetrata da banche estere ed italiane a danno di quasi 500 enti locali, oggetto di indagini della magistratura penale – anche a seguito della raffica di denunce inoltrate dall’Adusbef – in particolare l’indagine condotta dal pubblico ministero della Procura di Milano Alfredo Robledo che ha rinviato a giudizio alcune banche per i danni inferti al Comune di Milano;

se non ritenga opportuno costituirsi, attraverso l’Avvocatura dello Stato, parte civile nei numerosi procedimenti penali, come nel caso descritto nel citato articolo;

se non ritenga che l’uso spericolato di strumenti finanziari spesso incompresi, come dimostrano i fatti esposti in premessa, sia stata la principale causa della crisi di indebitamento;

quali misure urgenti intenda attivare, sia per l’adozione del regolamento da parte del Ministro dell’economia e delle finanze che non sia, come richiesto dalla Consob, vessatorio per i contraenti, sia per offrire soluzioni più idonee alle esigenze degli enti locali, che, dopo essere stati indotti, anche con metodi fraudolenti, a sottoscrivere prodotti tossici proposti dalle banche subendo danni notevoli, subiscono la beffa del rinvio, sine die, dell’adozione dei regolamenti, a meno che questi non vengano redatti ad uso e consumo delle stesse banche.

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Unione Italiana Tiro a Segno

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06433
Atto n. 4-06433

Pubblicato il 14 dicembre 2011
Seduta n. 645

LANNUTTI – Ai Ministri della difesa e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

l’Unione italiana di tiro a segno (UITS) è un ente pubblico non economico posto sotto la vigilanza del Ministero della difesa ed è altresì Federazione sportiva nazionale (FSN) del CONI;

l’UITS era il primo organismo dell’elenco degli enti inutili che la legge n. 244 del 2007 (legge finanziaria per il 2008) ha tentato di abolire, ma è stata salvata in extremis dal Governo Berlusconi, perché federazione sportiva del CONI;

l’UITS, dopo la farsa recitata dal passato Governo riguardo alla mancata soppressione degli enti inutili, è stata riordinata ente di diritto pubblico con il regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 12 novembre 2009, n. 209, ora abrogato dal decreto legislativo n. 66 del 2010; l’ente è ora disciplinato dagli articoli da 59 a 64 del testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare di cui al decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 90;

lo statuto dell’UITS è stato approvato con decreto interministeriale del 15 novembre 2011, firmato dai dimissionari ministri La Russa e Tremonti;

l’attività istituzionale dell’UITS, ai sensi dell’art. 2, comma 1, dello statuto è svolta “anche” per tramite delle sezioni del Tiro a segno nazionale (TSN) e si concretizza nel rilascio dei certificati di abilitazione all’uso ed al maneggio delle armi per coloro che richiedono una licenza di porto d’armi e delle attestazioni di frequenza al corso di tiro annuale per coloro che svolgono servizio armato presso enti pubblici o privati (guardie particolari giurate);

la congiunzione “anche”, come riportato nello statuto, pare lasciare spazio all’UITS di poter delegare, a sua discrezione, la funzione istituzionale (rilascio dei certificati ed attestati) ad altri soggetti (ad esempio campi di tiro privati) in regime di affiliazione e resi agibili dall’ente pubblico;

l’attività istituzionale, che apparteneva esclusivamente alle sezioni del TSN (quest’ultimo era ente pubblico posto sotto la vigilanza dell’allora Ministero della guerra ed i suoi organi direttivi furono sciolti nel 1944 e mai più ricostituiti), con il regolamento di riordino, è stata attribuita dal Governo, senza alcuna delega del Parlamento, all’UITS al fine di salvarla dalla sicura soppressione, prevista dalla legge n. 244 del 2007;

tale attività istituzionale è somministrata dall’UITS agli obbligati dalla legge (richiedenti licenze di porto d’armi e guardie particolari giurate) in regime di monopolio, dunque, a prescindere dal fatto che sia svolta “anche” per tramite le sezioni TSN o, in futuro, dai campi di tiro privati che, in ipotesi, si affilieranno all’UITS; ad essere penalizzata è solo l’utenza che, non avendo alternativa, paga oggi e pagherà domani dazi e gabelle necessarie a mantenere l’apparato burocratico (a giudizio dell’interrogante un carrozzone) vigilato dal Ministero della difesa;

le entrate dell’UITS (art. 70 dello statuto) sono rappresentate: a) importi, nella misura determinata con delibera del consiglio direttivo UITS: 1) non superiori al 25 per cento della quota di iscrizione alle sezioni TSN a qualunque titolo; 2) relativi alla quota di tesseramento all’UITS presso le sezioni TSN e i gruppi sportivi; 3) relativi alla quota d’affiliazione annuale; b) contributi e finanziamenti erogati dal CONI per le attività sportive ed agonistiche; c) donazioni, liberalità e lasciti, previa accettazione deliberata dal consiglio direttivo dell’UITS; d) eventuali contributi pubblici, con esclusione dei finanziamenti a carico del bilancio dello Stato; e) corrispettivi per eventuali attività rese; f) entrate eventuali e diverse; g) rendite patrimoniali;

si ha notizia che le sezioni del TSN, per quel che riguarda il punto 2) del citato articolo 70 (quota tesseramento UITS), forse, per cause dipendenti dal sistema gestionale fornito dall’UITS, che non permette di scindere la quota associativa alla sezione TSN da quella per il tesseramento federale, esigono dagli associati frequentatori, all’atto del versamento della quota annuale d’iscrizione alla sezione, anche quella relativa al tesseramento all’UITS, in veste di federazione sportiva, dal costo aggiuntivo di 25 euro;

il tesseramento all’UITS, nella veste di federazione sportiva, che consente di partecipare alle competizioni sportive, è imposto ai soci delle sezioni TSN, anche se, nella stragrande maggioranza dei casi, l’associato frequentatore non ha intenzione di svolgere attività sportiva agonistica ed è, in ogni caso, tutelato ai fini assicurativi dalle polizze contratte obbligatoriamente dalle sezioni TSN;

sul tesseramento federale, una parte della somma incassata è trattenuta dalla sezione TSN, la restante parte è introitata dall’UITS, con un notevole incremento per l’utenza del costo della quota associativa annuale, quindi, la libertà d’associazione alla federazione da parte di coloro che vogliono semplicemente coltivare la passione dell’esercizio del tiro a segno diviene una costrizione non già una libera scelta costituzionalmente garantita;

risulta pure che, da più di due anni, l’ente pubblico ha incassato dalle sezioni TSN quote in assenza di qualsiasi previsione statutaria, assimilabili a royalty che alimenteranno il neo costituito “fondo speciale” oggi previsto dall’articolo 19 (attribuzioni del consiglio direttivo dell’UITS) dello statuto;

l’imposizione della gabella e la creazione del fondo, quindi, sono addirittura antecedenti al decreto interministeriale d’approvazione dello statuto vigente da pochi giorni;

il fondo speciale predetto, operativo a far data dall’approvazione del nuovo statuto, per la precisione, è alimentato dalle cosiddette quote CIMA (8,00 euro sui certificati e 4 sugli attestati), imposte e pretese dall’UITS fin dal 2008 per il rilascio da parte delle sezioni TSN di certificati ed attestati a carico delle varie categorie d’iscritti al tiro a segno e che rappresentano, ancora oggi, una raccolta non occasionale di fondi in presunto contrasto con l’art. 2 del decreto legislativo n. 460 del 1997;

tali predetti fondi sono stati distribuiti dall’UITS, nel recente passato, in violazione di regolamento di cui si è dotato l’ente, a sezioni del TSN morose;

si evidenzia che l’UITS, con comunicazione prot. 0009962/11 del 29 settembre 2011, a firma del presidente dell’ente pubblico indirizzata alle sezioni TSN, ha reso noto che il Ministero della difesa ha delegato l’ente al rilascio delle agibilità di prima categoria per gli stand di tiro delle sezioni del TSN in cui s’impiegano armi che, unitamente al munizionamento, non esprimono energie cinetiche superiori ai 254,904 J – 26 Kgm; il regolamento di riordino però statuiva che l’UITS avrebbe regolamentato l’uso dei poligoni per l’attività sportiva, limitatamente alla prima categoria, cosa diversa dal rilascio delle agibilità;

tale delega del Ministero della difesa, con attribuzione di nuove funzioni all’UITS, fino ad oggi in capo all’Amministrazione militare, forse, è un espediente funzionale a garantire in futuro la permanenza dell’UITS come ente pubblico, stante la labilità dei presupposti che hanno permesso il suo salvataggio;

si rappresenta che la normativa vigente, riguardo al contenimento della spesa e alla riduzione degli apparati amministrativi, sembra non far presa sull’UITS, infatti, dallo statuto approvato di recente dai Ministri di riferimento, emerge che i componenti del consiglio direttivo dell’ente saranno 12 più il presidente dell’ente (almeno 3 unità in più delle previsioni di legge per la riduzione degli apparati amministrativi e della componente sportiva di cui all’art. 16, comma 2, del decreto legislativo 23 luglio 1999, n. 242) e addirittura desta profondo sconcerto l’analisi dell’allegato 1 allo statuto (pianta organica dell’UITS) che prevede 31 risorse umane, mentre nel 2009, prima del riordino dell’ente, prevedeva 23 unità;

sorge il ragionevole dubbio che, il CONI voglia trasferire il suo personale già in comando all’UITS alle dipendenze dell’ente pubblico o che si procederà a nuove assunzioni i cui stipendi, come al solito, saranno pagati dall’utenza con l’imposizione di altre gabelle;

l’UITS, maldestramente, per sfuggire ai tagli previsti dalla vigente normativa (cosiddetta legge Tremonti) a carico degli enti inseriti nell’elenco pubblicato annualmente dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), dimenticando la delibera dell’assemblea nazionale dei presidenti di sezione (massimo organo statutario) riunita nell’aprile 2008 che ha votato per il mantenimento ad ente pubblico ed il suo successivo riordino, è ricorsa al TAR Lazio che, con una sentenza molto particolare, precisamente la 10349/2010, come la ricorrente UITS aveva sostenuto nel suo ricorso, l’ha esclusa dall’elenco dell’ISTAT considerandola un soggetto di diritto privato,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di questa situazione paradossale che consente all’UITS talora d’indossare la tuta ginnica di federazione per sfuggire ai tagli, talaltra di mettere l’elmetto istituzionale di ente pubblico per imporre gabelle ad avviso dell’interrogante molto discutibili all’utenza;

se non ritenga opportuno intervenire per far cessare il monopolio riguardo al rilascio dei certificati ed attestati sui quali gravano le royalty (CIMA) e l’obbligo di tesseramento alla federazione, in un sistema che, invece, dovrebbe tendere alla liberalizzazione, al fine di creare una sana concorrenza che consenta, quanto meno, una riduzione delle tariffe a carico dell’utenza, rappresentata non solo da appassionati ma anche da lavoratori dipendenti come le guardie particolari giurate;

se risulti che la Corte dei conti ha effettuato relazioni sulla regolarità gestionale dell’UITS con particolare riferimento ai concorsi pubblici per l’assunzione del personale, alle consulenze, riguardo al fondo speciale alimentato da un gettito economico non occasionale, alla composizione del consiglio direttivo, infine, sulla regolarità delle spese deliberate e sostenute dall’ente nella sua condizione di stazione appaltante;

se, nella considerazione che alla funzione pubblicistica (rilascio certificati) hanno assolto da sempre le sezioni del TSN, non ritenga opportuno valutare il commissariamento dell’ente pubblico UITS, di camaleontica natura, per ricondurlo nell’alveo della legalità statutaria e d’indirizzo assembleare, oppure decretarne la soppressione con eventuale riorganizzazione dello stesso in un soggetto con personalità giuridica di diritto privato, come esso, per tramite il suo legale rappresentante, sostiene d’essere nelle sedi giurisdizionali per sottrarsi ai tagli.

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Acque Minerali

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06432
Atto n. 4-06432

Pubblicato il 14 dicembre 2011
Seduta n. 645

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. -

Premesso che:

gli italiani sono i più grandi consumatori di acqua minerale al mondo. Si imbottigliano più di 12 miliardi di litri di acqua ogni anno per un consumo pro capite di circa 200 litri (più del doppio della media Europea);

l’andamento della produzione e dei consumi di acqua in bottiglia è cresciuto esponenzialmente a partire dagli anni 80, ovvero da quando il vetro ha iniziato a lasciare sempre più spazio ai materiali plastici nella produzione dei contenitori;

il costo dell’acqua minerale è di circa 0.35/0,40 euro a litro, mentre quello dell’acqua che scorre dal rubinetto è di circa 0,001 a litro. Acqua prelevata da 189 fonti cui attingono ben 321 aziende imbottigliatrici di acque minerali, che spesso pagano canoni di concessione irrisori per poi realizzare elevati profitti;

in assenza di una legge nazionale, ogni azienda imbottigliatrice paga una tariffa diversa da Regione a Regione. In alcune Regioni, come il Molise e la Sardegna, i canoni di concessione sono ancora regolati con disposizioni normative precedenti la Costituzione: vige infatti il regio decreto del 1927;

non solo le Regioni incassano dalle aziende delle cifre irrisorie e insufficienti per far fronte alle spese di gestione amministrativa e per i controlli da effettuare, ma spesso sono sottovalutate anche tutte le spese sostenute dagli enti locali per smaltire in discarica il 65 per cento delle bottiglie che sfuggono al riciclaggio;

questi sono alcuni esempi di concessione di cui è a conoscenza l’interrogante: 1) Regione Campania: canone per metro cubo imbottigliato (0,3 euro per metro cubo); quantitativo di acqua imbottigliata ogni anno (1 miliardo di litri). Se si adeguasse la cifra del canone a 2,5 euro, si potrebbero incassare 2,5 milioni di euro rispetto ai 300.000 euro attualmente percepiti. 2) Regione Piemonte: canone per metro cubo imbottigliato (0,70 euro per metro cubo); quantitativo di acqua imbottigliata ogni anno (1,7 miliardi di litri). Se si adeguasse la cifra del canone a 2,5 euro, si passerebbe da 1,2 a 4,2 milioni di euro;

questi sono solo alcuni esempi per comprendere quali cifre le Regioni attualmente percepiscono dai canoni di concessione;

considerato che:

l’utilizzo delle bottiglie di PET (polietilene terftalato) nel confezionamento di acqua minerale ha permesso, da un lato, il vertiginoso aumento dei volumi imbottigliati e, dall’altro, l’immissione nell’ambiente di una quantità di nuova plastica che, solo in Italia, ammonta ad oltre 250.000 tonnellate l’anno;

l’impatto ambientale dovuto al PET utilizzato come confezionamento dell’acqua minerale inizia con la sua produzione, continua con il trasporto di milioni di bottiglie ogni giorno, sino ad arrivare alla fase finale che deve prevedere uno smaltimento/riuso controllato e non la dispersione nell’ambiente;

la produzione di acque in bottiglia in Italia nel 2007 è stata di 12.400.000.000 litri, di cui l’80 per cento confezionata in contenitori di PET (il rimanente 20 per cento in vetro); ciò significa 6.400.000.000 contenitori plastici da 1,5 litri, consumo di circa 700.000 tonnellate di petrolio e l’emissione in atmosferica di circa 950.000 tonnellate di CO2, per il semplice fatto che soltanto il 18 per cento di tutte le acque minerali viaggia su ferro;

il potere inquinante del PET è incrementato anche dall’energia che si brucia per produrlo, visto che per produrre 1.000 bottiglie occorrono 6,2 GJ; moltiplicato per 1.535 (la quantità prodotta in un anno) si arriva a impiegare 9.517 GJ;

se è vero che dal riciclo della plastica, in fase di combustione, è possibile ottenere energia, nonché materie seconde per la produzione di nuovi oggetti, è altrettanto vero che la dispersione nell’ambiente di materiali plastici è assolutamente dannosa a causa del tempo necessario per la loro decomposizione;

la qualità di un’acqua da bere va esaminata non solo sulla base delle caratteristiche di composizione, ma anche considerando il consumo di energia e di risorse materiali necessarie alla sua produzione, distribuzione, uso e smaltimento;

se nella legislazione italiana il quadro normativo stabilisce che le risorse idrominerali sono un bene pubblico, fanno parte del patrimonio indisponibile delle Regioni e il loro uso deve essere improntato all’interesse pubblico, è per questo motivo che non risulta chiaro perché in molte concessioni ad alcuni marchi famosi di acqua minerale figuri la scritta “perpetua”. Questo significa che queste multinazionali ricavano miliardi di euro vendendo acqua di tutti e lo fanno per sempre,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga utile adottare le opportune iniziative al fine di prevedere l’innalzamento dei canoni di concessione, non solo per ripagare il territorio dell’impatto di queste attività, ma anche per recuperare fondi da ridistribuire;

se non intenda, inoltre, adoperarsi per l’applicazione di un minore canone per le aziende che attuano il vuoto a rendere del vetro in sostituzione della plastica;

quali iniziative intenda assumere affinché, anche in Italia, come in molti Paesi europei, si possa utilizzare uno strumento fondamentale per ridurre l’impatto ambientale nonché per aumentare il risparmio energetico e il costo delle materie prime vergini con un duplice effetto positivo, sia sul prezzo del materiale PET sia sulla bolletta energetica nazionale.

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Nomine Istituti Cultura Italiani

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06431
Atto n. 4-06431

Pubblicato il 14 dicembre 2011
Seduta n. 645

LANNUTTI – Al Ministro degli affari esteri. -

Premesso che:

si legge su un articolo pubblicato su “Il fatto quotidiano” l’11 dicembre 2011 che la legge n. 401 del 1990 permette nomine, da parte dei politici di turno, di dieci “personalità di chiara fama” in dieci tra le più prestigiose capitali del mondo. Le nomine sono biennali, rinnovabili per una volta;

vi si legge ancora: «Nel sottobosco di nomine per “chiara fama” agli Istituti italiani di cultura si trova di tutto ma soprattutto amici, ex coniugi e parenti dei potenti. L’ex ministro Franco Frattini prima di lasciare il suo incarico ha messo a posto i propri collaboratori. Capolavoro a Parigi, dove lo scranno da 15mila euro al mese passa dal fratello di Giuliano Ferrara (Giorgio) a Marina Valensise, già giornalista del Foglio di Ferrara e corrispondente per Canale 5 da Parigi e (se non bastasse) anche sorella dell’ambasciatore a Berlino Michele Valensise. Quello che scorre tra il ministero degli Affari Esteri e le 352 sedi diplomatico-culturali all’estero è un fiume di denaro pubblico enorme, nel quale è difficile fare ordine e che ben si presta a celare privilegi concessi dalla politica con meccanismi clientelari e designazioni parentali. In particolare gli Istituti italiani di cultura (IIC) sono sempre stati il ricettacolo di una blasonata quanto paludata “parentopoli culturale. La nomina per via politica dei direttori è alla luce del sole, legalizzata grazie alla legge 401 del 1990 (art. 14 comma 6) che permette al potente di turno di collocare ben dieci “personalità di chiara fama” nelle dieci più prestigiose capitali del pianeta. Le nomine sono biennali e rinnovabili per una volta. “La parentopoli è da lungo presente al ministero degli Affari Esteri sia per soddisfare esigenze interne, non meno di quelle esterne, e ha assunto una rilevanza i cui effetti non si sono esauriti, talora contrassegnati da decisioni bipartisan, un criterio che il ministro Frattini non ha mai rinnegato, non senza dare notevoli opportunità al personale diplomatico di occupare, specie in Europa, posti di prestigio in ambito UE”, spiega un funzionario ministeriale dietro garanzia di anonimato. Sta per essere perfezionata quella all’Istituto di Bruxelles di Federiga Bindi, che nulla ha a che fare con l’onorevole Rosy ma era collaboratrice diretta del ministro Frattini. A Londra primeggia da tempo una “esperta” di visual art ed un direttore di chiara fama mondiale, tal Carlo Presenti collocato nella capitale britannica a 16.500 euro al mese netti e del quale si ricorderanno le chiusure di biblioteche e di aule per l’insegnamento dell’Italiano (ci fu un articolo dell’Espresso in proposito). L’esperta di arti visuali, Rossanna Pittelli è la sorella dell’onorevole Giancarlo Pittelli (Pdl), indagato nell’inchiesta Poseidone da De Magistris, poi prosciolto per essere riportato a giudizio a Salerno dove l’ex pm lo ha denunciato per presunti tentativi di sottrargli le inchieste di Catanzaro. “Da queste parti è nota per le sue assenze dal posto di lavoro e per consulenze. Viaggia sui 10mila euro al mese”, dice la fonte diplomatica. A New York offre le sue prestazioni quale “esperta di questioni culturali” la ex-moglie dell’ex ministro Bondi, Gabriella Podestà, per la modica cifra di 15mila dollari al mese. Si parla invece molto bene del direttore Riccardo Viale, anche se non sfugge il fatto che presieda la Fondazione Rosselli, che annovera tra i soci fondatori e coordinatori fior di politici, tra i quali i due Giuliano, Amato e Urbani. E ancora la politica ha portato a Mosca Angela Carpifave, amica personale dell’ex presidente del Consiglio Berlusconi. Un approdo non proprio felice visto che a 8 mesi dall’insediamento (come raccontava Repubblica nell’ottobre 2004), gli intellettuali russi inviarono un accorato appello allo stesso Berlusconi per la sostituzione a favore di un candidato capace di relazionarsi con il governo locale. A breve scadranno le nomine per Tokyo e Pechino. Sono state inoltre registrate assegnazioni clientelari a Zagabria, in Brasile , in Argentina, a Tokyo e Kyoto, alcune delle quali hanno dato luogo a conflitti con il personale di ruolo, sfociati in ricorsi che hanno, temporaneamente, immobilizzato l’attività degli stessi Istituti e colpito l’immagine dell’Italia, con ripercussioni sfavorevoli nei circoli culturali dei paesi di accoglimento interessati alla produzione letteraria nazionale da destinare alle traduzioni linguistiche. Non sono mancate le ingerenze del ministero della Pubblica Istruzione nel settore delle scuole italiane all’estero e la pretesa di funzionari di quel Gabinetto del ministro di chiedere la destinazione all’estero di propri congiunti, come è avvenuto recentemente per Madrid, ove si è provveduto ad assegnare una dirigente scolastica, senza possedere un’adeguata conoscenza dello spagnolo. “La signora si chiama Fechi ed è la moglie di uno stretto collaboratore dell’ex ministro Gelmini Murano”, racconta il funzionario. L’anomalia ha sollevato riserve da parte delle autorità spagnole». Nell’articolo si legge anche di un’interrogazione parlamentare presentata per sapere «come fosse possibile che venisse nominato in un istituto italiano all’estero qualcuno che non conosce neppure la lingua del paese di destinazione. “La risposta [...] è stata a dir poco evasiva, ma la persona in questione è stata richiamata ai ruoli metropolitani, non senza dare un segnale negativo alle stesse autorità e comportando oneri non trascurabili a carico dell’erario nazionale”»,

si chiede di sapere:

se risulti corrispondente al vero che, tra il Ministero in indirizzo e le oltre 350 sedi diplomatico-culturali ubicate all’estero, c’è un sostanzioso flusso di denaro pubblico, molto caotico e poco controllabile, meccanismo perfetto per celare privilegi politici, meccanismi clientelari e nomine di parenti;

se risulti vero che i direttori degli Istituti italiani di cultura vengono nominati sulla base di una serie di scambi di favori e amicizie, senza che i candidati abbiano particolari meriti, anche se la legge n. 401 del 1990, art. 14, comma 6, parla esplicitamente di «persone di prestigio culturale ed elevata competenza»;

quali iniziative, anche normative, nelle opportune sedi di competenza il Governo intenda assumere affinché gli Istituti italiani di cultura non siano il ricettacolo di una blasonata quanto paludata parentopoli culturale ma possano garantire ai cittadini criteri di competenza e professionalità nella scelta del personale.

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Manovra Monti – obbligo per i pensionati di aprire un conto corrente

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06425
Atto n. 4-06425

Pubblicato il 13 dicembre 2011
Seduta n. 644

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, recante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità ed il consolidamento dei conti pubblici”, a giudizio dell’interrogante contiene misure inique e di smaccato favore alle banche ed ai tecnocrati, tra i maggiori artefici della crisi sistemica;

più che un decreto “salva-Italia”, è una manovra smaccatamente “salva banche”, con la garanzia statale sui bond bancari; l’obbligo di aprire un conto corrente imposto a 6-7 milioni di cittadini e di pensionati scambiati per evasori, che hanno il diritto di libera scelta se sopportare oneri a vantaggio dei banchieri; la rivalutazione di favore degli estimi catastali (20 per cento) a banche ed assicurazioni, rispetto al 60 per cento delle abitazioni delle famiglie e dei comuni cittadini;

l’interrogante ritiene che nessuno, neppure lo Stato, può imporre ai cittadini l’obbligo di aprire un conto corrente bancario, che costa in Italia 295,66 euro, contro una media di 114 euro dell’Europa a 27, o di utilizzare una carta di credito per incrementare i profitti di quegli stessi banchieri che, dopo aver provocato la crisi, sfornano ricette a loro uso e consumo per addossarne i costi a lavoratori e pensionati in regola con gli adempimenti fiscali, continuando a perpetrare l’ideologia del debito ed un principio di imprudenza ed avventatezza economica, che consente di ipotecare il reddito che si guadagnerà dopo decenni ed addirittura quello dei propri figli con l’uso massivo della monetica;

le banche italiane – ha detto il presidente dell’Abi Mussari- sono disponibili a ragionare su un conto corrente a zero spese per i pensionati al minimo e sui costi delle carte di credito alla luce delle misure del Governo, ma non sono disponibili a dare gratuitamente servizi che costano alle imprese bancarie, evidenziando che quelli collegati alle carte di credito sono servizi che hanno dei costi, dei rischi, che vanno remunerati come qualsiasi altro servizio offerto dalle imprese, confermando i sospetti sulla trappola insita nell’art. 12 del citato decreto-legge, che sarà impugnato dall’Adusbef alla Consulta qualora non venga eliminato il comma che impone di riscuotere pensioni superiori a 500 euro, anche se portate a 980 euro, tramite i canali bancari e/o postali;

considerato che:

se la tracciabilità è sacrosanta per combattere l’evasione, non si capisce la compatibilità di un comma che obblighi la riscossione delle pensioni tramite conto corrente bancario e/o postale con quanto previsto dal comma 2 dell’art. 12 che modifica l’art. 2 del decreto-legge n. 138 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 148 del 2011, al fine di rafforzare i meccanismi di prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio di proventi illeciti, a meno che non si consideri la pensione dei vecchi frutto di riciclaggio. La crisi sistemica è il frutto avvelenato della finanza derivata, dell’azzardo morale dei banchieri, dell’ideologia del debito: vivere a credito – dice Zygmunt Bauman- dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e ad un trauma quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta una via d’uscita apparentemente semplice dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere, con auspicabile regolarità, la fornitura di droga. Andare alle radici del problema non significa risolverlo all’istante. È però l’unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all’enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi, sofferenze delle crisi di astinenza,

si chiede di sapere:

se con l’imposizione di tale assurda disposizione di ricorso massiccio all’uso massivo delle carte di credito il Governo non ottenga l’effetto contrario alla finalità di combattere la crisi, istigando al debito ed al più sfrenato consumismo, invece di sostenere la cultura ed il paradigma della sobrietà nei comportamenti economici delle famiglie;

se l’obbligo di utilizzo delle carte di credito e dell’apertura di un conto corrente per incrementare i profitti delle banche ed insegnare l’arte di vivere indebitati per sempre non sia confliggente con nuovi modelli di austerità, senso della misura del denaro reale ed i guadagni certi, al contrario del denaro virtuale e dell’illusione salvifica della moneta di plastica, perché la filosofia di vite a debito ed al di fuori delle proprie possibilità è foriera di gravi disastri che già sono pagati a caro prezzo;

quali misure urgenti di competenza il Governo intenda attivare per eliminare l’obbligo di riscuotere la pensione tramite conto corrente bancario costringendo gli anziani a trascorrere gli ultimi anni di vita senza l’angoscia di essere assimilati ad evasori al fine di rafforzare i meccanismi di prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio di proventi illeciti, dato che la pensione non è frutto di riciclaggio e che la crisi sistemica è il frutto avvelenato della finanza derivata, dell’azzardo morale dei banchieri, dell’ideologia del debito.

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Manovra Monti – stipendi collaboratori dei ministri

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00398
Atto n. 2-00398

Pubblicato il 13 dicembre 2011
Seduta n. 644

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

il decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, recante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità ed il consolidamento dei conti pubblici”, a giudizio dell’interrogante contiene misure inique e di smaccato favore alle banche ed ai tecnocrati, tra i maggiori artefici della crisi sistemica;

si legge sul blog “blitzquotidiano”: «Doppi stipendi “permessi” ai collaboratori dei ministri? È questa l’ipotesi avanzata da Andrea Carugati su L’Unità. Mario Monti aveva annunciato che lui e i suoi “uomini” avrebbero rinunciato al doppio stipendio. Ma Carugati racconta che c’è il trucco: “La scure, spiega come recita il comma 6 dell’articolo 23 della manovra, si è abbattuta su ministri, vice e sottosegretari. Ma non sui loro più stretti collaboratori”. Infatti, prosegue l’articolo, il taglio non vale per i dipendenti dello Stato: “In assenza di modifiche, potranno continuare, se dipendenti pubblici, a godere del vecchio stipendio, sommandolo al nuovo come capo di gabinetto, o componente dell’ufficio legislativo o della segreteria particolare di un ministro. Stesso discorso per i componenti delle Authority, come l’Agcom e l’Antitrust, della Consob dell’Isvap e di un’altra quindicina di agenzie pubbliche”. Secondo Carugati si tratterebbe di una retromarcia del governo, inizialmente intenzionato a non risparmiare nessuno del nuovo esecutivo: “La cosa più curiosa è che, nel clima generale di sacrifici, una bozza provvisoria del decreto (pubblicata da Milano Finanza il 4 dicembre) prevedeva una scure più ampia, che andava a toccare anche i collaboratori del governo e soprattutto i membri delle Authority, spesso Consiglieri di Stato, o membri della Corte dei Conti, o avvocati dello Stato. Ma il comma 3 dell’articolo 23, che prevedeva appunto il divieto di cumulo, è sparito dalla versione definitiva”. Infine Carugati fa degli esempi concreti: “Un caso del genere ha riguardato, fino all’ingresso nel governo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà che, come ha documentato Report, ha cumulato negli anni gli stipendi da consigliere di Stato con quelli di capo di gabinetto in vari governi, e poi di commissario Agcom e infine di presidente dell’Antitrust. Così anche il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi che, da Consigliere di Stato, è stato capo dell’ufficio legislativo di diversi ministri per la Funzione pubblica, da Cassese a Brunetta»;

considerato che sul sito www.giustizia-amministrativa.it si possono leggere gli incarichi, come arbitrati, collaudi ed altre fattispecie di consulenze, autorizzati dal Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa, nel 1° semestre dell’anno 2011, aggiornato al 16 giugno 2011, e i relativi compensi tra i quali spiccano: «Patroni Griffi Filippo- Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, Presidente del Collegio arbitrale per la risoluzione della controversia tra la FIATS.p.A. e la TAV – Treno al Alta Velocità S.p.A., conferito dagli arbitri di parte. Durata: nei termini di legge. Petitum: € 536.319.058,00»; «Bottiglieri Anna, Consigliere di T.A.R., Vice Capo di Gabinetto del Sindaco di Roma, Durata: mandato del Sindaco; Presidente della Commissione di cui al comma 5 e segg. dell’art. 240 del D. Lgs. n. 163/2006 nell’ambito della procedura di accordo bonario, relativa a riserve iscritte nell’esecuzione dei lavori di progettazione definitiva ed esecutiva e realizzazione del Polo Natatorio – Piscine Olimpiche in Valco San Paolo “Roma Tre” – Comune di Roma – XI Municipio, conferito dai componenti della Commissione medesima. Durata: 3/4 sedute»;

considerato che a giudizio dell’interpellante gli incarichi arbitrali, di collaudo e/o altre consulenze, ben retribuiti, svolti dai giudici amministrativi configurano un gigantesco conflitto di interessi tale da mettere in dubbio la serenità, l’oggettività e l’equidistanza di giudizio nei contenziosi giudiziari e le relative sentenze, a parere dell’interrogante potenzialmente nulle in taluni casi,

si chiede di sapere:

quali misure urgenti anche in termini di iniziative legislative il Governo intenda attivare per evitare che i comportamenti richiamati in premessa possano ledere l’equità di giudizio nelle vertenze, che spesso vedono soccombenti i semplici cittadini ricorrenti schiacciati da tali clamorosi conflitti di interessi che rappresentano la negazione dell’amministrazione obiettiva della giustizia;

quali siano i motivi per cui il comma 3 dell’art. 23 è sparito dalla versione definitiva del decreto-legge in questione e chi sia stato che ha fatto cadere una norma a parere dell’interrogante giusta e sacrosanta.

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Presidente Inps Mastrapasqua

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00397
Atto n. 2-00397

Pubblicato il 13 dicembre 2011
Seduta n. 644

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

il decreto-legge 6 dicembre 2011, n.201, recante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità ed il consolidamento dei conti pubblici”, a giudizio dell’interrogante contiene misure inique e di smaccato favore alle banche ed ai tecnocrati, tra i maggiori artefici della crisi sistemica;

nell’articolo 21, «Soppressione enti e organismi», al comma 9, si legge: «Per assicurare il conseguimento degli obiettivi di efficienza e di efficacia (…) di razionalizzazione dell’organizzazione amministrativa (…) nonché la riduzione dei costi (…) il Presidente dell’Inps, la cui durata in carica, a tal fine, è differita al 31 dicembre 2014, promuove le più adeguate iniziative, ne verifica l’attuazione, predispone rapporti, con cadenza quadrimestrale, in ordine allo stato di avanzamento del processo di riordino (…) e redige alla fine del mandato una relazione conclusiva»;

il Presidente dell’Inps, come è noto, risponde al nome di Antonio Mastrapasqua, definito dalla stampa mister previdenza a testata multipla con il dono dell’ubiquità, con 24 incarichi ed una serie di poltrone contemporaneamente occupate da Guinness dei primati;

in un articolo pubblicato su “Il Corriere della Sera” in data 12 dicembre 2011, Sergio Rizzo scrive: «Impresa titanica, il Super Inps. Così da aver finora messo in crisi chiunque. Ci aveva già provato il governo di Romano Prodi, ma la decisione di fondere Inpdap (l’istituto che paga le pensioni agli statali), Enpals (l’ente dello spettacolo) e Inail (che si occupa di assistenza) nell’Inps si era ben presto arenata. Né il suo esecutivo, né quello di Silvio Berlusconi che l’aveva seguito, avevano mai esercitato la delega prevista dalla legge. Lasciando così sfumare una razionalizzazione che secondo i calcoli avrebbe dovuto garantire risparmi di 3 miliardi e mezzo in un decennio. Adesso ci riprova il governo di Mario Monti. Con una differenza: stavolta l’Inail non sarà coinvolto nella mega aggregazione. Che resta comunque una missione da far tremare le vene ai polsi. L’impegno è tale che il decreto “salva Italia”, pur di raggiungere l’obiettivo, regala ad Antonio Mastrapasqua, che diversamente sarebbe scaduto il prossimo mese di luglio, la bellezza di due anni e mezzo di mandato (…). Non è uno scherzo. Bisogna cancellare decine di poltrone, spostare centinaia di burocrati, probabilmente vaporizzare migliaia stipendi: improvvisamente ancora più inutili. E per fare tutto questo ci vuole certamente tempo. Molto tempo. Tanto da giustificare il prolungamento di ben 30 mesi dell’incarico di Mastrapasqua, collocato nel 2008 al vertice dell’Inps dal governo di Silvio Berlusconi con i buoni uffici di Gianni Letta, e mai, proprio mai, oggetto di critiche né da destra né da sinistra, di altri due anni e mezzo. Oltre 18 mesi la possibile naturale durata del governo Monti. Un record assoluto di proroga per una poltrona pubblica che, in una situazione di normalità, farebbe almeno sorgere qualche interrogativo. Ma siamo in un momento eccezionale, e i provvedimenti non possono che essere eccezionali. Una domanda, tuttavia, è doveroso porsi. Come sarà possibile per Mastrapasqua portare a termine un compito tanto gravoso con tutto quello che ha da fare? Quando venne nominato, nel 2008, aveva una cinquantina di incarichi in società pubbliche o private. Oggi ne ha conservati “soltanto” 24. Quattro nel gruppo Equitalia, di cui l’Inps è azionista insieme all’Agenzia delle entrate: vicepresidente di Equitalia, Equitalia Centro ed Equitalia Nord, nonché presidente di Equitalia Sud. Sei nel gruppo Telecom Italia: presidente del collegio sindacale di Telecontactcenter (società di call center), Emsa servizi in liquidazione e Telenergia; sindaco effettivo di Loquendo; sindaco supplente di Telecom Italia Audit e Telecom Italia Media (società a cui fa capo la rete televisiva La7). Cinque nel gruppo Eur spa, controllato dal Tesoro e partecipato dal Comune di Roma: presidente del collegio sindacale di Eur spa, Aquadrome (società di cui è azionista anche Condotte), Eur Tel (della quale è partner della società pubblica Uriele Silvestri, qualificato nel 2005 da Flavio Haver sul Corriere della sera «imprenditore da sempre legato al presidente della Regione Lazio Francesco Storace»), Eur power ed Euro congressi. Mastrapasqua figura inoltre presidente del collegio sindacale di Adr engineering del gruppo aeroporti di Roma, di Quadrifoglio srl, Fintecna immobiliare (cioè il Tesoro) e Rete autostrade mediterranee (ancora il Tesoro). Nonché sindaco della casa cinematografica Fandango, del Consorzio Elis «per la formazione professionale superiore» (di cui fanno parte aziende come Eni, Telecom, Finmeccanica, Anas, Nokia, Acea, Trenitalia, Poste…), di Coni Servizi e perfino di Autostrade per l’Italia. Dulcis in fundo, è amministratore delegato di Italia previdenza e presidente del collegio sindacale di Groma srl, società che appartiene alla Cassa previdenziale dei geometri (il presidente dell’Inps a capo dei controllori della Cassa geometri?).Sono circostanze che inevitabilmente possono esporre qualunque amministratore pubblico, qual è Mastrapasqua, al rischio di potenziali conflitti d’interessi a testata multipla. C’è chi dirà che vanno contestualizzate. D’accordo. Sappiamo che nel governo precedente non si dava troppo peso al conflitto d’interessi: era considerato alla stregua di fastidioso dettaglio che riguardava essenzialmente la stampa. Volete che qualcuno sollevasse il problema dei troppi incarichi del presidente dell’Inps.Ora però la musica dovrebbe essere diversa. O no?»;

a riguardo l’interrogante ha già presentato atti di sindacato ispettivo che, ad oggi, non hanno ricevuto risposta (atti 4-01407, 4-04777, 4-05570),

si chiede di sapere:

se risponda al vero che Antonio Mastrapasqua occupa contemporaneamente 24 poltrone di primo piano, tra le quali alcune incompatibili con il ruolo di presidente dell’INPS, come quella di amministratore delegato di Italia previdenza e di presidente del collegio sindacale di Groma Srl, società che appartiene alla Cassa previdenziale dei geometri;

se risponda al vero che il ragionier Paolo Saltarelli, presidente della Cassa dei ragionieri, accusato di amicizie pericolose con Luigi Bisignani, coinvolto nella P4, che ha patteggiato una pena di 19 mesi davanti la Procura di Napoli, abbia rapporti eccellenti con il presidente dell’INPS;

se sia lecito che il Presidente dell’INPS sia stato messo a capo dei controllori della Cassa geometri, la quale, come altre casse di previdenza, dopo aver investito in alcuni prodotti tossici, sta dismettendo il patrimonio immobiliare e sfrattando moltissimi inquilini che non possono permettersi di acquistare la casa presa in affitto da decenni;

quali misure urgenti il Governo, il cui programma si ispira a moralità, sobrietà, etica, austerità, trasparenza e lotta alla corruzione, ai doppi incarichi ed ai privilegi dei politici, giustamente adeguando gli stipendi dei parlamentari italiani a quelli europei, intenda attivare per evitare che tanti tecnocrati mantengano i doppi sitpendi e per impedire al signor Antonio Mastrapasqua di sedere contemporaneamente in 24 dorate poltrone di società pubbliche e privatizzate, da Telecom ad Equitalia alla Fandango.

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RAI – parentopoli Vicedirettore Comanducci

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06424
Atto n. 4-06424

Pubblicato il 13 dicembre 2011
Seduta n. 644

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si apprende da un articolo de “Il fatto quotidiano” del 12 dicembre 2011 che: «Alla vigilia della soluzione del “caso Tg1“, in Rai si fanno nuovamente i conti di quanto i costi della politica abbiano gravato, negli anni, sui bilanci dell’azienda. Minzolini – è noto – resterà in Rai nonostante il “licenziamento” dalla poltrona più alta del Tg1 perché è stato assunto con la qualifica di caporedattore con funzioni di direttore, dunque non può essere allontanato dall’azienda come lo sarebbe stato se avesse avuto, invece, il contratto da direttore e basta. La Rai, quindi, si terrà Minzolini fino alla pensione, a 550 mila euro l’anno più benefit. Ma il “direttorissimo”, come lo ha sempre chiamato il Cavaliere, in fondo è solo la punta dell’iceberg. Sono anni che i berlusconiani in Rai gravano in modo pesantissimo sui bilanci aziendali. Ce n’è uno che vale più di cento, in particolare, ed è ormai prossimo alla pensione, ma con speranze di rientrare direttamente al settimo piano di viale Mazzini come consigliere del prossimo cda. È Gianfranco Comanducci, vice direttore generale per gli acquisti e lo sviluppo commerciale, uomo di Previti in Rai, che nel corso degli anni non solo ha “blindato” contrattualmente ed economicamente i “famigli” del Cavaliere in azienda, ma ha anche provveduto a mettere al sicuro se stesso e i suoi affetti più cari, dalla moglie fino alla tata della figlia. Ebbene, Comanducci (assunto in Rai come annunciatore, più volte sull’orlo del licenziamento per il modo disinvolto con cui ha sempre svolto il suo mestiere fin dagli esordi) ha scalato i vertici Rai solo per meriti politici. Il momento più alto del suo “mandato” è stato durante l’era della direzione generale di Flavio Cattaneo (2003 al 2006) quando, come direttore Risorse Umane, mise a posto un sacco di posizioni di amici. E anche familiari. Stiamo parlando di una vera “dinasty” Rai che si è dipanata nel corso degli anni, sotto gli occhi di tutti ma senza che nessuno in Rai gridasse allo scandalo. Ora, però, visti i conti sempre più magri dell’azienda, pare che il clima intorno a questi potentati stia cambiando. Comanducci, dunque. Si parte dalla moglie, Anna Maria Callini, nominata dirigente in azienda nonostante il parere contrario dell’allora direttore generale Claudio Cappon. Si passa per la cognata (sorella della moglie, Ida Callini), promossa funzionario proprio dell’uffico Risorse Umane, da pochi mesi in pensione, e per il cognato della moglie (Claudio Callini) assunto come tecnico e poi passato in un batter d’occhio a cineoperatore giornalista a tutti gli effetti; un salto di retribuzione di oltre il 40 per cento. E si arriva alla nipote (figlia della sorella), che per superare una regola Rai che blocca l’assunzione ai figli dei dipendenti, è stata presa nella consociata per la pubblicità Sipra. Dove – e qui si tocca veramente il punto più alto – c’è stata una new entry davvero fenomenale: alla direzione Sipra è stata presa anche una signora di buone speranze (Barbara Palmieri). Che non aveva particolari qualità se non quella di essere stata la “tata” della figlia. Comanducci, insomma, è un vicedirettore generale Rai che negli anni ha saputo ottimizzare nel modo “migliore” il proprio potere di fonte politica in azienda. Padrone indiscusso anche del “Circolo sportivo dei dipendenti Rai”, un gioiello sul Tevere, che ha trasformato in un luogo quasi esclusivo. Poco prima che Cattaneo lasciasse la Rai, Comanducci provvide a blindare (economicamente) le posizioni di alcuni degli uomini i cui nomi sarebbero poi finiti in un’indagine della magistratura di Milano sul crac Hdc. Si tratta del gruppo di persone poi ribattezzati dalla stampa “struttura Delta”, che è stata smantellata, ma solo in apparenza. Ebbene, nel 2005 Flavio Cattaneo lasciò viale Mazzini per diventare amministratore delegato di Terna, poco prima della vittoria di Prodi alle elezioni del 2006. Ad un passo dall’uscio della direzione generale Rai, Comanducci fece firmare a Cattaneo una serie di lettere indirizzate a Clemente Mimun, allora direttore del Tg1, Fabrizio Del Noce, [...] e Carlo Nardello. Nelle lettere c’era scritto che, in caso di “cambio di ruolo” all’interno dell’azienda (un passaggio di direzione o altro, per intendersi), quest’ultima avrebbe dovuto pagare a ciascuno di loro, a titolo “di indennizzo”, ben 36 mensilità, tre anni di stipendio. Cifre, ovviamente, molto alte considerati i livelli di stipendio dei dirigenti in questione, che avrebbero reso – questa era l’obiettivo di Comanducci su ordine di Berlusconi – inamovibili gli “uomini Delta” all’interno di strutture chiave come, appunto, il Tg1 oppure la fiction (Del Noce) o il marketing strategico [...] Del Noce è ancora alla fiction, Nardello è stato nominato solo pochi giorni fa allo Sviluppo Strategico ed è il dirigente più pagato della Rai (la Corte dei Conti ha minacciato di comminare multe all’azienda se non fosse stato ricollocato dopo la chiusura di Raitrade, dove era amministratore delegato). Quanto a Clemente Mimun, prima di lasciare la Rai per Mediaset, il direttore del Tg5 fece valere la lettera firmata da Cattaneo, ma il nuovo direttore generale Cappon si rifiutò di riconoscerla, tanto che è ancora in corso un contenzioso tra Rai e Mimun dove “ballano” più di due milioni di euro»;

in seguito alla pubblicazione dell’articolo una esponente politica del Popolo della Libertà replica sullo stesso quotidiano affermando che quanto scritto contiene alcune falsità relativamente al suo trascorso rapporto lavorativo con la Rai. In particolare sempre su “Il fatto quotidiano” del 12 dicembre si legge la sua precisazione: «1) Non ho mai ricevuto alcuna lettera da parte dell’allora Direttore Generale della Rai Flavio Cattaneo destinata a “blindare (economicamente)” la mia posizione dirigenziale in Rai; 2) Non sono mai stata al centro di alcuna indagine della magistratura di Napoli in cui è stato coinvolto Agostino Saccà; 3) Non è mai esistita alcuna Struttura Delta, che, come per moltissime altre cose, è parto esclusivo della fantasia “investigativa” di uno specifico quotidiano. Secondo me dovreste verificare le cose che scrivete, lo dico per la qualità della vostra copiosa produzione editoriale. Magari, se vi serve qualche informazione, chiamatemi senza problemi»;

a sua volta “Il fatto quotidiano” precisa rispondendo all’esponente politico coinvolto come segue: “Prendiamo atto volentieri del fatto che lei non ha ricevuto, come altri berlusconiani in Rai, alcuna lettera dal direttore Cattaneo. Probabilmente perché lei è stata la prima della cosiddetta “struttura Delta” (il copyright non è come lei ricorda del Fatto Quotidiano) a lasciare la Rai in seguito allo scandalo intercettazioni Hdc scoppiato nel novembre 2007 – i fatti risalivano al 2005. Il 30 novembre del 2007 infatti la Rai, in attesa di chiarimenti, decise di sospenderla dalla Direzione del Marketing Strategico. Una sospensione contestata, con tanto di minaccia di causa contro, la Rai che si è poi risolta con un divorzio consensuale, sulla base di un accordo di cui si ignorano i contenuti economici. Il nome “struttura Delta”, come lei ricorda, è poi stato per la prima volta utilizzato da Repubblica e poi ripreso da quasi tutti i quotidiani per indicare una sorta di team che all’interno della Rai agiva a volte accordandosi con la concorrenza»,

si chiede di sapere con riferimento agli aspetti di competenza del Ministro in indirizzo sulla base del contratto di servizio con la Rai:

quali siano, alla luce dei fatti esposti in premessa, le valutazioni del Governo;

se risulti che il vicedirettore per gli acquisti e lo sviluppo commerciale, ex annunciatore Rai, Comanducci avrebbe fatto assumere in Rai tutta la famiglia raccomandando moglie, cognata, cognato, nipote e tata della figlia;

quali iniziative, alla luce di quanto esposto in premessa, il Governo intenda assumere per combattere il familismo, piaga del Paese, soprattutto quando persino nella principale azienda di comunicazione in Italia si arrivano ad assumere addirittura le tate delle figlie;

se sia a conoscenza di iniziative della Rai atte ad accertare eventuali responsabilità del vicedirettore Comanducci, anche per quanto concerne militanze in organizzazioni nonché forme di collusione o connivenza;

se sia a conoscenza delle suddette lettere fatte firmare da Comanducci a Cattaneo con l’obiettivo di rendere inamovibili gli “uomini Delta” all’interno di strutture chiave;

se corrisponda al vero che il direttore del Tg1 resterà per sempre in Rai perché, essendo stato assunto con la qualifica di caporedattore con funzioni di direttore, non può essere mandato via come se avesse avuto, invece, il contratto da direttore, e la Rai, pertanto, conserverà Minzolini fino alla pensione a 550.000 euro l’anno più benefit;

quali iniziative, considerato che la Rai negli anni ha fatto fronte ad ingenti esborsi economici per coprire veri e propri “comandati” della politica, ma soprattutto per pagare dirigenti che hanno solo ed esclusivamente perseguito il proprio tornaconto personale e del proprio dante causa nel Palazzo senza aver mai pensato al bene dell’azienda, intenda intraprendere il Governo al fine di restituire al servizio pubblico radiotelevisivo, finanziato con il canone dei cittadini, prestigio e dignità nonché quei profili di obiettività, trasparenza e correttezza nell’informazione lesi da una gestione a giudizio dell’interrogante tanto personalistica quanto faziosa.

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