Month: gennaio 2012

Prefetto di Roma Pecoraro – Bisignani

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00412
Atto n. 2-00412

Pubblicato il 26 gennaio 2012
Seduta n. 665

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’interno. -

Premesso che:

la tela di ragno della P4 e di Luigi Bisignani, che ha patteggiato una pena di oltre un anno di carcere con i magistrati di Napoli che indagano sulla cricca che lambisce, ed in alcuni casi si interseca all’interno di alcune importanti istituzioni, coinvolge anche il prefetto della capitale;

in un articolo, corredato di video-intervista-pubblicato sul sito del “Corriere della sera”, a cura di Luca Chianca, emergono fatti inquietanti che dovrebbero indurre il prefetto Pecoraro a presentare spontanee dimissioni, per lo stesso decoro istituzionale: «”Io parlo con Bisignani come si parla ad un amico”, racconta nel febbraio del 2011 il Prefetto di Roma ai magistrati di Napoli che indagano sulla P4. A giugno dello stesso anno, l’amico Luigi Bisignani viene arrestato e a novembre patteggia la pena a 19 mesi, sia per l’accusa di favoreggiamento e rivelazione di segreto, sia per quella più grave di associazione per delinquere. Il Prefetto Pecoraro lo abbiamo intervistato un paio di settimane fa sull’emergenza rifiuti del comune di Roma e non potevamo non chiedergli anche delle telefonate intercorse con Luigi Bisignani, agli atti dell’ordinanza di custodia cautelare. Nulla di illegale sia ben chiaro, visto che Pecoraro non è stato indagato, ma sicuramente di rilevanza pubblica visto i ruoli che ricopre: Prefetto dal 2008 e, dal settembre scorso, anche Commissario per l’emergenza ambientale della provincia di Roma. “Appare inquietante il fatto che il Bisignani e il Prefetto Pecoraro parlino dell’ordine del giorno del Copasir – scrivono i pm – se si pensa che il Bisignani è soggetto assolutamente estraneo alle Istituzioni dello Stato”. Intercettati al telefono, Pecoraro dice a Bisignani di aver appreso che il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti avrebbe trattato e messo all’ordine del giorno le dichiarazioni di Ciancimino e del “Papello”. Durante l’interrogatorio, i magistrati chiedono a Pecoraro da chi avesse saputo che il Copasir si sarebbe occupato della vicenda. Risponde il Prefetto: “In questo momento non sono in condizione di dire da chi io abbia appreso della presunta iniziativa del Copasir”. Un’altra telefonata tra i due amici è legata ad un progetto in costruzione di un parco giochi di Valmontone, il Rainbow MagicLand. “Chiamai il Bisignani chiedendo chi fossero i proprietari del parco giochi e Bisignani mi fece sapere che dietro c’era anche Angelo Rovati (ex consigliere di Romano Prodi a palazzo Chigi, ndr)”, spiega Pecoraro ai magistrati. C’erano dei problemi di viabilità legati alla prossima apertura del parco e, visto che per conoscere i proprietari bisognava fare una serie di verifiche, la via più breve era chiedere a Bisignani. “Che un Prefetto della Repubblica ritenga normale rivolgersi ad un privato cittadino per contattare un imprenditore coinvolto in un procedimento amministrativo di sua competenza la dice ancora una volta lunga sull’anomalia Bisignani”, scrivono i pm di Napoli e Pecoraro chiarisce: “ritenni di chiamare il Bisignani perché Bisignani è un imprenditore che conosce tutti”. Il Prefetto si è risentito per queste domande perché non c’è nulla di illecito. Ha ragione, non è stata violata nessuna norma scritta, ma gli uomini di Stato tuttavia sono tenuti all’osservanza di comportamenti che non possono essere normati dalle leggi. Non sono più dei privati cittadini che possono permettersi familiarità di rapporti con chicchessia, ma devono mantenere le distanze da tutto ciò che potrebbe gettare ombre sull’Istituzione che rappresentano»,

si chiede di sapere:

se il Governo, qualora i fatti riportati corrispondano al vero, non ritenga opportuno trarre le dovute conseguenze, sollevando con effetto immediato il prefetto di Roma dal suo incarico;

quali misure urgenti intenda attivare per restituire credibilità alle istituzioni, gravemente lese da deviazioni e da collegamenti palesi con noti faccendieri, che tramano contro di loro e contro la legalità.

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Enti Inutili – UITS

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06699
Atto n. 4-06699

Pubblicato il 26 gennaio 2012
Seduta n. 665

LANNUTTI – Ai Ministri della difesa e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

le liberalizzazioni non possono prescindere dalla soppressione degli enti inutili che detengono il monopolio in specifici settori ed il cui mantenimento grava sulla collettività o sul bilancio dello Stato;

la mancata soppressione degli enti inutili, che in Italia sono circa 34.000, come riportato da “Milano Finanza” del 2 agosto 2011 è stato aggravato dai riordini decretati dal Governo Berlusconi che li hanno rafforzati. Le liberalizzazioni potrebbero essere l’occasione per liberare finalmente la collettività da ulteriori sperperi di danaro pubblico;

per comprendere la portata del fenomeno e per rappresentare uno spaccato quanto meno discutibile dei comportamenti dei suoi amministratori basta citare l’esempio dell’Unione italiana tiro a segno (UITS) che, purtroppo, tra i 34.000 enti inutili ancora in vita, non è pensabile possa essere un caso a sé stante;

l’UITS riordinata ente di diritto pubblico e federazione sportiva del CONI è vigilata dal Ministero della difesa e dal CONI ed è regolata da uno statuto approvato a novembre 2011 con decreto interministeriale del Ministro dell’economia e delle finanze e della difesa;

l’ente inutile, salvato per volere del Ministro della difesa e dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri del Governo Berlusconi, perché federazione sportiva del CONI, ha oramai il controllo assoluto delle certificazioni d’idoneità all’uso ed al maneggio delle armi e le liberalizzazioni non sfiorano minimamente questo tipo di monopolio;

all’ente sono state attribuite le funzioni che appartenevano al Tiro a segno nazionale (TSN), ente preposto con le sue sezioni territoriali all’abilitazione tecnica degli iscritti d’obbligo (richiedenti porto d’armi, guardie giurate ed appartenenti alle polizie locali e municipali);

le sezioni del TSN, che hanno portato avanti per decenni la loro attività su base volontaria con dirigenti e personale non retribuito, con costi accettabili dall’utenza, a far data dal regolamento di riordino dell’UITS in cui sono state stranamente inserite, devono seguire i diktat dell’UITS che impone esose gabelle che per alcune categorie, come quelle dei “cacciatori”, hanno fatto addirittura raddoppiare i costi d’iscrizione annuale grazie al fatto che è divenuta obbligatoria la tessera federale;

la ricerca di soldi a giudizio dell’interrogante forsennata è insita nel fatto che il CONI, altro carrozzone pubblico, ha avuto negli ultimi anni un taglio dei finanziamenti statali e di riflesso anche le sue federazioni sportive tra cui l’UITS;

la federazione sportiva UITS ha fatto ricadere sull’utenza i tagli disposti dal CONI, in seguito alla diminuzione del contributo pubblico, mentre lo spirito delle norme riguardanti il contenimento delle spese è che tutti devono stringere la cinghia e dare il buon esempio rinunziando semmai agli aumenti di stipendio o alla marea di consulenze che il CONI in particolare e le sue federazioni non avrebbero comunicato, come si può rilevare nel sito del Dipartimento per la pubblica amministrazione e la semplificazione alla sezione “Operazione trasparenza” (enti ex art. 70 del decreto legislativo n. 165 del 2001): quindi, ad oggi, il CONI risulta tra le amministrazioni inadempienti;

l’UITS è rappresentata da un presidente nazionale plurisanzionato dalla Banca d’Italia (Bollettini di vigilanza n. 11/2005 a firma del ministro Giulio Tremonti – n. 10/2008 a firma del governatore Mario Draghi – n.7/2009 a firma di Fabrizio Saccomanni), poiché per molti anni è stato vice presidente di una delle banche dell’Alto Adige coinvolte nel fallimento milionario di un’impresa di costruzioni, il cui crac di 90 milioni di euro ha fatto piangere innumerevoli famiglie alle quali è stata tolta la casa in cui avevano investito i propri risparmi o ai soci azionisti della banca per le perdite subite dall’istituto di credito;

per alcuni amministratori delle banche coinvolte ci sono stati rinvii a giudizio per presunte irregolarità di rilevanza penale, per altri solo le sanzioni comminate dal settore Vigilanza della Banca d’Italia per carenze nell’istruttoria, erogazione, gestione e controllo delle pratiche di fido e posizione ad andamento anomalo e previsione di perdite non segnalate all’organo di vigilanza;

il presidente dell’UITS, nel corso dell’ultimo mandato e con l’intervenuto riordino, adducendo maggiori responsabilità di carica, si è pressoché raddoppiato lo stipendio (105.000 euro annui oltre ai rimborsi spese) in un periodo in cui tutti gli Italiani sono stati chiamati a fare sacrifici;

il presidente dell’UITS, malgrado i provvedimenti sanzionatori della Banca d’Italia emanati nei suoi confronti, ancora continua a presentarsi come banchiere grazie all’accordo con l’allora presidente Cardinaletti ora commissario dell’Istituto del credito sportivo; le sezioni del tiro a segno potranno beneficiare dei mutui concordati con garanzia fidejussoria UITS la cui progettazione dovrà essere, per regolamento, approvata dall’ente pubblico;

oltre a ciò il presidente dell’ente inutile, con il suo studio privato d’ingegneria, ha eseguito la progettazione di 5 linee di tiro interrate della sezione di tiro a segno di Appiano San Michele (Bolzano) che sono costate ai contribuenti circa un milione di euro (contributi pubblici della Provincia autonoma di Bolzano). La stranezza sta nel fatto che il progettista e direttore dei lavori è colui che ha approvato le progettazioni da parte dell’ente e ha concesso ulteriori contributi alla predetta sezione in palese conflitto d’interesse e non si esclude che per il futuro si occuperà delle progettazioni di altre sezioni del TSN alle quali darà agevolmente accesso al credito sportivo con garanzia fidejussoria e contributi dell’ente;

tale situazione desta preoccupazione perché anche sezioni morose nei confronti dell’ente hanno ottenuto contributi nel passato e risulta pure che la sezione TSN di Cisterna di Latina non sta onorando il mutuo con il Credito sportivo, nonché che l’UITS è fortemente esposta dovendosi fare carico del debito in quanto garante;

dal quadro molto preoccupante che emerge, il timore è che il presidente federale, amministratore dell’ente inutile riordinato, non abbia fatto ammenda delle sanzioni ricevute come ex vice presidente di banca per le gravissime irregolarità che gli sono state contestate come carenza nell’istruttoria, erogazione, gestione e controllo delle pratiche di fido, eccetera “, ed esponga finanziariamente l’ente pubblico ad ulteriori operazioni in perdita sulle quali potrebbe nutrire, verosimilmente, un interesse progettuale ed è noto a tutti a quanto ammontano le spese tecniche nelle progettazioni di opere pubbliche;

il segretario generale dell’ente che ricopre tale incarico dal 2004 non è un dirigente pubblico così come previsto dallo statuto in vigore fino a novembre 2011, ed è un dipendente del CONI che, distaccandosi da quello che a giudizio dell’interrogante può essere definito il carrozzone madre, ha triplicato il suo stipendio passando da 36.000 a 105.000 euro, e costa all’ente complessivamente 147.000 euro annui;

un membro del Collegio di revisione, invece, che per svariati anni è stato Presidente del Collegio è coinvolto in un procedimento penale per usura aggravata e non si è mai accorto, unitamente agli altri, che l’ente per ben 4 anni, dal 2005 al 2008, non ha convocato l’assemblea nazionale per l’approvazione dei consuntivi; invece, ha ripescato dei contributi che l’ente avrebbe stabilito e non versati negli anni ’90 a favore della sezione del TSN di Pescara che notoriamente aveva un riferimento nel collegio di revisione che ha cessato l’incarico nel 2010 con l’approvazione del riordino;

l’ente pubblico, malgrado i suoi conti in rosso come riportato da “Il Sole-24 ore” del 20 settembre 2010, nell’ultimo quadriennio, oltre agli aumenti di stipendio, si è dotato di 2 direttori sportivi e di innumerevoli collaboratori lautamente retribuiti forse per mantenere gli equilibri politici interni;

il direttore sportivo, dipendente pubblico del gruppo sportivo del Corpo forestale dello Stato è responsabile del settore Tiro a Segno del Corpo, quindi percettore di stipendio pubblico; inoltre, riceve dall’ente inutile e federazione sportiva un compenso annuale di 45.000 euro più 15.000 in rimborsi spese e non è dato sapere se sia in aspettativa, se l’amministrazione di appartenenza ne abbia autorizzato l’incarico, quale sia la forma contrattuale utilizzata e se sia stato comunicato o meno l’incarico riguardo all’operazione trasparenza al preposto Dipartimento della funzione pubblica e semplificazione;

la mancanza di trasparenza dell’ente è sintetizzata nella lettera di un consigliere federale il quale ricorda al presidente dell’ente inutile che, a seguito di delibera assunta dal consiglio direttivo, è necessario pubblicare le deliberazioni ma, ad oggi, le delibere non risultano pubblicate sul sito istituzionale;

con vera destrezza l’UITS, senza nessuna copertura statutaria, esigendo da oltre due anni le quote CIMA sui certificati ed attestati rilasciati dalle sezioni del TSN agli obbligati per legge (richiedenti licenze di porto d’arma e guardie particolari giurate), è riuscito con un tocco di finanza creativa a pareggiare il bilancio consuntivo che è sicuramente in rosso: infatti, per l’anno 2010 l’UITS ha registrato come entrate le quote CIMA che deve ridistribuire alle sezioni e, di fatto, ha nascosto un disavanzo di centinaia di migliaia di euro;

le messe in mora pervenute negli ultimi mesi alle sezioni del TSN da parte dell’UITS per il versamento delle dubbie quote CIMA su certificati ed attestati, come avvenuto per gli anni scorsi, sono state sicuramente appostate nei residui attivi del 2011;

le quote versate anticipatamente, invece, sono state registrate nei capitoli delle entrate e tenute in giacenza come fondo indisponibile sul conto tesoreria fino alla concessione sotto forma di contributi nei modi e tempi voluti che consentiranno all’ente, con un gioco di prestigio, di non far risultare il bilancio consuntivo 2011 o quelli futuri in perdita di qualche milione di euro,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza della preoccupante situazione in cui versa l’UITS a causa del protrarsi della mala gestione;

se, in occasione dell’avvenuta comunicazione delle nomine degli amministratori e dei dirigenti dell’UITS, abbia svolto le opportune verifiche anche in merito ai titoli posseduti ed alla irreprensibile condotta;

se a giudizio del Governo il presidente federale in carica, amministratore sanzionato in più occasioni dalla Banca d’Italia e progettista – direttore dei lavori di sezioni del TSN, in regime di conflitto d’interesse, possa continuare a gestire un ente pubblico;

se risulti quali siano i motivi per cui un ente dai bilanci in rosso e dai dubbi comportamenti dei suoi amministratori non sia ancora commissariato;

se risulti, considerato che sono state inviate numerose segnalazioni agli enti di vigilanza, se siano state attivate le opportune verifiche ed adottati i necessari provvedimenti;

se risulti che l’UITS sia legittimata a chiedere alle sezioni del TSN, enti dotati di personalità giuridica di diritto pubblico, le quote CIMA dal 2008 al 2011, ovvero che l’ente inutile, essendosi arricchito senza giusta causa, le debba restituire alle sezioni del TSN, i cui Presidenti, per non incorrere in sanzioni disciplinari, hanno incautamente aderito alla messa in mora;

se in tema di liberalizzazioni il Governo intenda affrontare la questione dell’eliminazione dei monopoli, in particolare di quello delle certificazioni-attestazioni dell’UITS e della soppressione degli enti inutili, esigenza a parere dell’interrogante non più procrastinabile.

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Corruzione Vaticano

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06698
Atto n. 4-06698

Pubblicato il 26 gennaio 2012
Seduta n. 665

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

in un articolo di Sergio Rizzo pubblicato sul “Corriere della sera” del 25 gennaio 2012, si segnala una vicenda di taluni presunti comportamenti illegittimi nell’ambito di procedure di appalto e forniture nell’ambito di uno Stato estero che vedrebbero coinvolti alcuni cittadini italiani;

nell’articolo viene fatto il nome di Simeon, che, come si legge, aveva lavorato prima “a Capitalia, la ex Banca di Roma di Cesare Geronzi (…) quindi a Mediobanca, come capo delle relazioni istituzionali, sempre al seguito di Geronzi. Infine alla Rai”;

il citato Marco Simeon, a quanto risulta all’interrogante da indiscrezioni confermate da Franco Bechis, vicedirettore di “Libero”, sarebbe stato persino segnalato per un incarico nel Governo Monti, che però non avrebbe ottenuto;

nel citato articolo del “Corriere della sera”, si fa riferimento ad alcune operazioni finanziarie poco trasparenti, peraltro non collegate ai richiamati presunti comportamenti illegittimi, poste in essere con il coinvolgimento di “Pellegrino Capaldo, Carlo Fratta Pasini, Ettore Gotti Tedeschi e Massimo Ponzellini. Capaldo è l’ex presidente della Banca di Roma: banchiere cattolico apprezzatissimo anche al di fuori degli ambienti ecclesiastici, è attualmente il proprietario della casa vinicola Feudi di San Gregorio. Fratta Pasini è il presidente del Banco popolare. Gotti Tedeschi, consigliere di amministrazione della Cassa depositi e prestiti, la banca del Tesoro italiano, nonché consigliere della Fondazione San Raffaele di don Luigi Verzé (…). Ponzellini è l’ex presidente della Banca popolare di Milano, ma ha ricoperto in passato anche molti incarichi in società del Tesoro, come il Poligrafico dello Stato”,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti, con riferimento ai cittadini italiani citati dall’articolo di stampa che abbiano ricoperto o ricoprano cariche in società partecipate dallo Stato italiano ovvero incarichi in società beneficiarie di contributi pubblici, che possano sussistere i presupposti di conflitti di interesse;

se risulti che nell’ambito della pubblica amministrazione siano stati affidati appalti o forniture di servizi a cittadini italiani richiamati nel citato articolo.

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Why Not -rinvio a giudizio de Magistris – Genchi

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06679
Atto n. 4-06679

Pubblicato il 25 gennaio 2012
Seduta n. 663

LANNUTTI – Al Ministro della giustizia. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che Luigi De Magistris e Gioacchino Genchi sono stati rinviati a giudizio dal Tribunale di Roma e il 27 aprile 2012 dovranno presentarsi davanti al Giudice per il reato di abuso d’ufficio;

si legge in un articolo de “il Fatto Quotidiano” del 22 gennaio 2012: «Avete presente la Procura di Roma? A parte pochi pm che non guardano in faccia nessuno, è la Procura che in questi anni è riuscita a far archiviare i reati di qualunque politico le capitasse a tiro. Soprattutto uno: B. Archiviato perché scarrozzava sugli aerei di Stato menestrelli (…), nani e ballerine. Archiviato perché mobbizzava il marito della sua amante Virginia Sanjust. Archiviato perché raccomandava le papi girls a Raifiction. (…) Archiviato perché minacciava il suo uomo all’Agcom per far chiudere Annozero. Archiviato sempre, a prescindere. Avantieri però un politico è riuscito a farlo rinviare a giudizio: Luigi De Magistris, che va a processo con il suo ex consulente Gioacchino Genchi per abuso d’ufficio. Che han fatto i due manigoldi? Abusato di voli di Stato, raccomandato favorite, perseguitato mariti di amanti, (…) minacciato authority perché violassero i loro doveri istituzionali? No, molto peggio: nel 2007, quando seguivano a Catanzaro l’inchiesta “Why Not”, acquisirono dalle compagnie telefoniche i dati sui tabulati telefonici di 8 parlamentari (…) senz’aver chiesto il permesso al Parlamento, violandone l’immunità. Un ingenuo domanderà: come fai a sapere che questo o quel numero telefonico è di un parlamentare? Prima acquisisci i dati dalla compagnia e poi, se scopri che l’intestatario è un eletto, chiedi alle Camere l’autorizzazione a usarlo. Invece i pm e i gip di Roma devono essere dei medium: appena vedono un numero, intuiscono subito che appartiene a un parlamentare. Dunque non si spiegano perché De Magistris e Genchi chiedessero a Tim o Vodafone o Wind di chi fosse un numero: dovevano saperlo prima, per scienza infusa. In caso contrario, è abuso d’ufficio. Ora, dal 1997 l’abuso non è più reato, a meno che non produca un vantaggio patrimoniale o un danno a qualcuno. Ma il pm Caperna e il gup Callari il danno l’han trovato: i parlamentari avrebbero subìto “un danno ingiusto consistente nella conoscibilità di dati esterni di traffico relativi alle loro comunicazioni”. Cioè: si è saputo a chi telefonavano. Il solito ingenuo obietterà: ma il danno, ammesso che esista, i parlamentari se lo sono procurato da soli, visto che nessuno li obbligava a chiamare persone così poco raccomandabili da danneggiarli una volta emerse. Se non fosse un processo, ci sarebbe da ridere. Anche perché sugli eventuali reati dei pm di Catanzaro è competente la Procura di Salerno, non di Roma. E qui le risate raddoppiano: perché l’inchiesta romana la aprì Achille Toro, già in rapporti con personaggi emersi in “Why Not”, poi costretto a lasciare la magistratura per lo scandalo della cricca; e perché dall’accusa di abuso d’ufficio (…), De Magistris era già stato inquisito a Salerno, ben prima di Roma, e archiviato. Ora verrà riprocessato a Roma per lo stesso reato. I giudici della Capitale hanno affermato la propria competenza con argomenti vari e variabili. 1) Fra le parti offese, ci sarebbe il Parlamento (ma poi si sono scordati di citare all’udienza i presidenti delle Camere). 2) Il primo tabulato incriminato arrivò da Wind con sede a Roma (falso: arrivò da Vodafone con sede a Pozzuoli). 3) Siccome i dati le compagnie li trasmettono criptati, non si sa se Genchi li decrittò nel suo ufficio a Palermo o da qualche altra parte. Dunque, nel dubbio, è competente il pm che ha aperto la prima inchiesta. Dunque Salerno? In teoria sì, però per Salerno il reato non c’è. Dunque si ritenta a Roma: vedi mai che almeno lì si trovi un giudice disposto a condannare»;

considerato che:

il pubblico ministero Achille Toro è lo stesso magistrato che si è dovuto dimettere, quando venne indagato per i suoi rapporti con la cosiddetta P4. Un magistrato che ha dimostrato sin dal primo momento i suoi pregiudizi contro Genchi. Basta ricordare che emise un’ordinanza di sequestro di tutto il materiale che Genchi usava per lavorare (anche quello non coinvolto nel reato; in pratica impedì al consulente informatico di lavorare per settimane) e che si rifiutò di consegnarglielo quando la Corte di cassazione annullò il sequestro in quanto illegittimo;

sull’emergere di fatti sempre più inquietanti sulla Procura della Repubblica di Roma, che sembrano confermare la sua nomea di “porto delle nebbie”, come dalle inchieste su “appaltopoli” e G8, l’interrogante ha presentato numerosi atti di sindacato ispettivo (2-00175, 2-00169, 4-02753, 4-05743) che ad oggi non hanno ricevuto risposta,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga opportuno attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dalla legge al fine di verificare eventuali responsabilità disciplinari commesse nell’ambito della vicenda giudiziaria richiamata.

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TG Lazio

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06676
Atto n. 4-06676

Pubblicato il 25 gennaio 2012
Seduta n. 663

LANNUTTI , PARDI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

la situazione di traffico e viabilità a Roma è gravissima, quando non tragica, a causa di buche e voragini che mettono a rischio l’incolumità e la vita degli utenti delle due ruote; in un articolo-inchiesta pubblicato su “La Repubblica” del 21 gennaio 2012, Paolo Boccacci ha descritto le voragini di una Roma “Groviera” dal cuore del centro all’Aurelio: «Non solo buche, ma vere e proprie voragini. Persone ferite, macchine e moto sprofondate e il traffico di interi quartieri messo a subbuglio. Solo nel 2011 il bollettino di “Roma groviera”, secondo i dati del sito www.voragini.it, è stato di trentasei sprofondamenti. I municipi più “colpiti” sono il XVIII, Aurelio (5 casi), il II, la zona del SalarioParioli (4), I, quello del Centro, e il XIII, Ostia (entrambi con 3). Il bilancio fortunatamente è di una sola persona rimasta ferita: un’anziana caduta il 21 giugno in una buca sul marciapiede di via Gran Paradiso e ricoverata in ospedale per i traumi riportati. Ma c’è di più. Cinque sono stati i mezzi inghiottiti dalla terra: un’auto che passava in via Paolo Orlando il 1° marzo, una parcheggiata in viale Etiopia il 22 luglio, un camion sprofondato in via dei Promontori il 20 ottobre e, lo stesso giorno, uno scooter parcheggiato in via Andrea Mantegna; infine un furgone semisommerso in via di San Michele il 10 novembre. A volte poi le voragini bloccano intere strade di scorrimento, creando dei blocchi del traffico per molte settimane. Tra quelle più imponenti, ecco lo sprofondamento dell’asfalto l’8 aprile in via di Novella, con la via rimasta chiusa fino al 29 luglio, una vera e propria odissea con le transenne infinite e le linee dei bus spostate su una tratta frequentatissima, che unisce la zona del Vescovio al Centro e alla stazione Termini. Poi l’altra il 29 aprile in via Aurelia 208, il 12 ottobre in via Prenestina, il 19 ottobre in via Sebino, con una gravissima situazione di rischio per la copertura incompleta di un pozzetto stradale, e il 26 ottobre in via Magliano Sabina. Da segnalare anche quelle in via Bevagna, chiusa da luglio a settembre, e in via Lanciani, con un tratto bloccato da luglio. Avanti. Oltre alle conseguenze delle ondate di maltempo, in particolare quella del 20 ottobre, con l’apertura di voragini ad Ostia, in via Mantegna e nel centralissimo rione Monti, arrivano i cosiddetti sprofondamenti per errori di cantiere: il 23 maggio conduttura rotta in via Antonino Bongiorno con rischio di allagamento della scuola elementare “Italo Calvino”, il 7 ottobre la stessa cosa in piazzale della Radio che diventa un lago, il 26 ottobre tubi dell’acqua danneggiati in via Festo Avieno e infine il 10 novembre conduttura rotta e allagamento in via di San Michele. “Che fine ha fatto il Piano regolatore del sottosuolo annunciato da decenni dal Campidoglio?” scrivono i ricercatori del sito “Dov’è l’ufficio che avrebbe dovuto coordinare il caotico sovrapporsi delle aziende dei servizi che scavano come talpe, ricoprono malamente e talvolta riscavano di nuovo?”. Quindi denunciano: “Attualmente Roma Capitale ha un solo geologo in organico per tenere sotto controllo gli oltre 1.285 chilometri quadrati di territorio. Altri quattro verranno solo alla fine del concorso la cui prima prova scritta è in programma il prossimo 23 febbraio 2012. E non basta certo il protocollo firmato dal Campidoglio con l’Ordine dei Geologi che prevede in situazioni di emergenza la possibilità di un supporto tecnicoscientifico da parte di 39 professionisti”. A volte poi intervenire per sanare la città groviera diventa un’impresa. Come nel caso di via Vincenzo Comparini, dove ancora non si è risolta la vicenda dello sprofondamento avvenuto il 4 febbraio del 2010. Una strada strategica per la zona di Labaro è inutilizzabile da quasi due anni e i lavori, nonostante l’intervento della Procura, ancora non sono iniziati»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

questi gravissimi disagi nella viabilità e nel traffico di Roma sembrano ignorati, occultati e sottovalutati con sapienza dalla Tv pubblica, che non racconta i fatti, o peggio li nasconde nelle pieghe del telegiornale regionale. Titola infatti un articolo di “la Repubblica” del 25 gennaio 2012 firmato da Giovanna Vitale: “Tg Lazio, Alemanno superstar. Il sindaco stacca Polverini e Zingaretti. Secondo i dati dell’Osservatorio di Pavia il sindaco di Roma mantiene il primato di presenze. Dura la polemica del Partito democratico: “È uno scandalo, il dg intervenga subito”;

si legge infatti nell’articolo: «Riesplode il caso Tg Lazio. Nulla sembra infatti cambiato rispetto a un anno fa, quando il Pd denunciò la deriva destrorsa, tutta sbilanciata sul sindaco di Roma, inaugurata dal notiziario regionale della Rai. A dimostrarlo, ancora i volta, il monitoraggio trimestrale dell’Osservatorio di Pavia sul pluralismo politico nei telegiornali locali. Dati che svelerebbero “la [...] faziosità del tg guidato da Nicola Rao, che coltiva una sorta di grottesco culto della personalità nei riguardi di Alemanno”, (…) “Steso a pelle di leopardo sotto il suo padrino politico”, (…) Vediamo. Dall’11 giugno al 30 settembre 2011 i notiziari hanno dedicato il 62,3 per cento del tempo ai rappresentanti del Governo locale (Comune, Provincia e Regione) e agli altri soggetti politici, esponenti dei diversi partiti, un misero 29,6 per cento. Ebbene il sindaco Alemanno ha conquistato ben 75 minuti e 29 secondi (con un tempo di parola di 13,5 minuti), la governatrice Polverini 50 minuti e 39 secondi (10,25 di parola), il presidente Nicola Zingaretti, l’unico del Pd fra i primi dieci, solo 14 minuti e 26 secondi (3,47 di parola). Segue la vicesindaco Sveva Belviso (9,33) e altri quattro colleghi del Pdl, mentre per trovare un centrista – il vicepresidente del Lazio Luciano Ciocchetti – bisogna scivolare al decimo posto. Eloquente il confronto con gli altri tg regionali: a Milano il sindaco Pisapia, che proprio in quei giorni annunciava la sua nuova giunta, ha avuto 54 minuti e 59 secondi (con 18 minuti di parola); solo 11 Orsoni a Venezia; a Napoli persino il popolarissimo De Magistris fa peggio di Alemanno: 60 minuti. E se il direttore del Tg Lazio Nicola Rao, incontrando il comitato di redazione, ha rispedito le accuse al mittente sostenendo che quando c’era Veltroni in Campidoglio la sproporzione era ben più smaccata e invitando a misurare il tempo di parola e quello totale dedicato al sindaco, l’opposizione insiste”»;

considerato che l’impegno della Rai ad assicurare un’informazione completa e pluralista, come previsto dal Contratto di servizio sottoscritto con il Ministro in indirizzo,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che il direttore del telegiornale regionale del Lazio abbia scambiato la testata regionale per una televisione privata asservita alla propaganda del sindaco di Roma Gianni Alemanno, che oltre all’offerta di microfoni non sembra raccontare i gravissimi disagi che i cittadini sono costretti a sopportare ogni giorno, dal traffico, alle buche, alla mobilità;

se risulti se i lavori che da anni si stanno eseguendo alla stazione Termini, che creano disagi gravissimi agli utenti costretti a corse ad ostacoli di chilometri, per raggiungere la metro A,siano mai stati raccontati da un TG fazioso;

se ritenga di attivarsi al fine di comprendere le ragioni per le quali non siano stati ancora rimossi, con effetto immediato, il responsabile o i responsabili di tale “scempio” dell’informazione oggettiva ed obiettiva, che danneggia i cittadini, utenti e consumatori tartassati e beffati da una pessima gestione, anche clientelare, dei servizi pubblici essenziali, specie nel settore dei trasporti e delle aziende municipalizzate;

se risulti se l’escalation di criminalità che sta interessando la Capitale d’Italia, con persone uccise e vere e proprie esecuzioni da far invidia alla Chicago degli anni ’30, sia attentamente raccontata dal servizio pubblico di informazione;

quali misure urgenti intenda adottare per restituire credibilità ed obiettività ad un telegiornale regionale, che sembra il megafono del primo cittadino di Roma, che ha perfino dimostrato allergia e discriminazione sulle lodevoli inchieste giornalistiche in cronaca di Roma del quotidiano “la Repubblica”, cronaca di Roma.

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Decreto liberalizzazioni- Privatizzazioni carceri

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06678
Atto n. 4-06678

Pubblicato il 25 gennaio 2012
Seduta n. 663

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il decreto-legge sulle liberalizzazioni, all’art. 43, prevede che “al concessionario (delle carceri) è riconosciuta, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, ad esclusione della custodia” e che “il concessionario prevede che le fondazioni di origine bancaria (…) contribuiscono alla realizzazione delle infrastrutture (…) con il finanziamento di almeno il 20 per cento del costo di investimento”;

si apprende da notizie di stampa diffuse sul web, ad esempio, su un articolo apparso su “Facebook” il 22 gennaio 2012, che «il provvedimento si chiama Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie, ed ha lo scopo di affidare le carceri ai privati con una partecipazione obbligatoria e rilevante delle banche. Il decreto riconosce al concessionario, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, ad esclusione della custodia (ovvero delle guardie carcerarie). In altre parole, lo Stato corrisponderà a soggetti privati una quota per ogni detenuto ospitato in apposite strutture ed obbliga i suddetti a coinvolgere le banche nel business. (…) Le Nazioni Unite se n’erano rese conto già nel 1988, quando avevano cercato di frenare le tendenze americane alla privatizzazione nel settore penitenziario; il rapporto della sotto-commissione per la lotta contro la discriminazione e per la protezione delle minoranze aveva elencato una serie di argomenti contrari alla devoluzione dei poteri pubblici in campo di esecuzione della pena. In pratica il Rapporto sottolinea il fatto che solo allo Stato spettano i poteri e le funzioni disciplinari (compreso l’uso della forza), ma anche la responsabilità per la protezione dei diritti umani. Il Rapporto specifica in modo chiaro che una gestione privata potrebbe opporre il segreto commerciale a eventuali richieste di chiarimenti esterni (come è accaduto in Australia e come si è tentato di fare nel processo per la rivolta di Campsfield), oltre all’innegabile fatto che la giustizia non può essere condizionata da interessi privati. Inoltre, se l’ossessione securitaria, produce maggiore domanda di penalità, ossia più richiesta di carcere, l’ottica e la pratica del business penitenziario con l’entrata dell’interesse privato in un settore così delicato rischiano di gonfiare ulteriormente questa domanda. Basti pensare alla faccenda degli appalti, che possono scatenare appetiti mafiosi, pur essendo a tutt’oggi controllati dalla pubblica amministrazione. Con l’intervento dei capitali (e quindi degli interessi) privati, il giro d’affari crescerà non solo intorno alle mere strutture (aree di costruzione, edificazione, forniture di vario genere), ma anche intorno alla gestione stessa dell’esercizio della penalità. Alle società private, come del resto già succede nei paesi di common law, può essere data in gestione la sorveglianza interna (o parte della sorveglianza) dei detenuti, ma anche “pezzi” di gestione (per esempio i tossicodipendenti, sul modello di San Patrignano) o l’esecuzione esterna della pena, ad esempio i controlli dei soggetti in misura cautelare o alternativa e la sorveglianza elettronica. È chiaro che a nessuna compagnia o multinazionale della sicurezza farebbe piacere una riduzione della pressione penale, con conseguente minor giro di affari. Anche se non è dimostrato un collegamento diretto tra privatizzazione e crescita della popolazione detenuta, tutto fa pensare che un nesso in effetti vi sia. Nel 2009 quasi 5.000 bambini in Pensilvania sono stati giudicati colpevoli e 2.000 di loro sono stati incarcerati da due giudici corrotti che ricevevano tangenti da parte di imprese costruttrici e proprietarie di carceri privati, che si beneficiavano delle detenzioni. I due giudici si sono dichiarati colpevoli, in un sorprendente caso d’avarizia e corruzione che appena comincia a rivelarsi. I giudici Mark A. Ciavarella Jr. e Michael T. Conahan hanno intascato 2,6 milioni di dollari in tangenti per condannare al carcere bambini che, nella maggioranza dei casi, non avevano la possibilità di contrattare un avvocato. Il caso offre uno straordinario scorcio sulla vergognosa industria dei carceri privati che sta fiorendo negli Stati Uniti»;

considerato che:

scrive Patrizio Gonnella su “Micromega” in un blog apparso il 23 gennaio: «Vecchia e brutta storia quella della privatizzazione delle carceri. Nata negli anni del reaganismo ha trovato terreno fertile in Inghilterra. In Italia dal 1999 in poi ci sono stati molti tentativi di togliere il monopolio pubblico della esecuzione della pena. Iniziò Piero Fassino, quando era Guardasigilli, a dare messaggi in questa direzione. Poi ci provò il leghista Castelli dando vita a una società, la Dike Aedifica, che doveva vendere carceri vecchie e comprare carceri nuove nonché fare affari penitenziari di varia natura. Non se ne fece nulla. Si avviarono le inchieste giudiziarie nei confronti dei consulenti edilizi del ministro ingegnere Castelli. Per la Corte dei Conti la società non esisteva, essendo stata illegalmente costituita. Poi Berlusconi, di rientro da un viaggio in Cile, disse che l’Italia avrebbe dovuto copiare il modello penitenziario privato cileno. A seguire fallì il tentativo di assegnare alla comunità di Muccioli una casa lavoro in Emilia. Nell’ultimo decennio sono stati annunciati leasing immobiliare e project financing»;

Fabrizio Fratini, Segretario Nazionale Fp-Cgil, commenta il contenuto dell’articolo del decreto-legge sulle liberalizzazioni: «Da tempo l’immobilismo delle istituzioni ha creato una vera e propria emergenza umanitaria nel sistema penitenziario. Con il decreto legge sulle liberalizzazioni e la previsione dell’ingresso dei privati per la realizzazione e la gestione di strutture penitenziarie attraverso il project financing, lo Stato italiano dichiara definitivamente il proprio disimpegno. Siamo alla privatizzazione delle carceri. Il Governo dei tecnici ha trovato una soluzione per l’emergenza: esternalizzare i problemi per ridurre i costi. Un errore sul quale chiediamo un immediato incontro con la Ministra Severino. Mettere sul mercato la gestione di strutture in cui le persone vengono private delle proprie libertà ci sembra francamente un eccesso di liberismo. Lasciando da parte la totale assenza di garanzie che traspare dai tre scarni commi dell’articolo 44, dichiariamo la nostra totale contrarietà a questo disimpegno da parte dello Stato»;

continua il sindacalista: «Il paradosso è che questa scelta arriva nella fase più critica per il sistema, con il numero di detenuti ormai pericolosamente vicino alla soglia dei 70mila, e all’indomani della sostanziale impasse registrata sul ddl carceri. Da un lato non si interviene per limitare le storture del sistema, molte delle quali causate dai provvedimenti propagandistici del Governo Berlusconi e dell’Ex Ministro Alfano, soprattutto per quel che riguarda i detenuti in attesa di giudizio o ad esempio quelli ristretti a causa delle leggi Bossi-Fini e Fini-Giovanardi. Dall’altro non si investe nel sistema e lo si lascia in pasto ai privati, ignorando il richiamo della Corte dei Conti che sul tema delle esternalizzazioni ha chiaramente fatto emergere il maggior costo per la collettività rispetto alla gestione pubblica. Si lascia il campo con disonore un disastro»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che la norma che conferisce ai privati la possibilità di costruire un carcere e gestirlo, previa concessione governativa, sia pericolosa, non conforme alla mission costituzionale del sistema penitenziario comportando una rischiosa commistione tra giustizia, politica ed affari considerato che chiunque guadagni dalla “presa in carico” e “gestione” di un detenuto avrà tutto l’interesse nel ricercare detenuti con ogni mezzo, lecito e meno lecito;

se non ritenga dannoso per la sicurezza del Paese che le le società private gestiscano le politiche penali;

se la privatizzazione delle carceri possa offrire un reale risparmio economico per lo Stato e garantire un miglior utilizzo del denaro pubblico, e quindi migliori condizioni di vita e migliori programmi di riabilitazione per la popolazione carceraria;

se non ritenga che la “mercificazione” dei detenuti potrebbe generare gravissime criticità inerenti alla sicurezza nazionale relativamente a chi garantirà che la richiesta di prigionieri da parte dei nuovi investitori non subisca distorsioni o pressioni dal mondo della finanza e che vengano mantenuti gli standard di sicurezza ed i diritti umani previsti dalla legge;

se non ritenga che la costruzione delle carceri affidata ai privati, con obbligo di partecipazione delle banche per almeno al 20 per cento, non rappresenti l’ennesimo regalo alle banche quando si potrebbe devolvere questi soldi al pubblico e non al privato, attraverso un recupero delle infrastrutture abbandonate;

se non ritenga che il progetto di affidare le carceri ai privati, oltre alle banche e agli imprenditori edili privati, all’abusivismo mafioso, favorirà lobby e corporation di vario ordine;

se detto progetto serve ad ovviare al sovraffollamento delle carceri, perché il Governo non intenda impiegare le almeno 100 carceri inutilizzate, lasciate al degrado, in attesa soltanto del collaudo oppure abbandonate e riconvertite in deposito di rifiuti, palestre, pastifici o in dormitori per indigenti.

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Roma progetto Magastore quartiere Infernetto

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06677
Atto n. 4-06677

Pubblicato il 25 gennaio 2012
Seduta n. 663

LANNUTTI – Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. -

Premesso che:

come si apprende da notizie diffuse sul web, il consorzio di bonifica Tevere e Agro Romano (CBTAR) ha comunicato alla Provincia di Roma che non è mai stato consultato dal Comune di Roma per chiedere il parere idraulico di competenza sul mega centro commerciale dell’Esselunga (oltre centomila metri cubi) che dovrebbe sorgere lungo la Via Cristoforo Colombo, angolo Via Canale della Lingua, località Infernetto. Pertanto lo stesso CBTAR ha chiesto alla Provincia di Roma (Dip.to IV, Ser. II, Ufficio Difesa Suolo) di essere informato su eventuali pareri rilasciati in merito all’argomento;

il Comune di Roma non si è mai preoccupato dell’impatto idrogeologico in un’area fortemente a rischio, che ha visto proprio all’Infernetto la morte tragica di un uomo il 20 ottobre 2011, malgrado da 9 anni interloquisca con la Regione Lazio su questo progetto. Mai ha coinvolto il CBTAR, nel cui statuto (2001) sono attribuite funzioni e compiti dettati proprio dalle leggi regionali per assicurare la “elaborazione dei piani territoriali ed urbanistici;

si legge infatti su “Romanotizie”, in un articolo del 10 gennaio 2012: «Ben tre Presidenti del Municipio XIII, Davide Bordoni, Paolo Orneli e oggi Giacomo Vizzani, hanno mostrato totale disinteresse verso questo cruciale passaggio amministrativo che inerisce la sicurezza e l’incolumità pubblica e privata. La Regione Lazio deve ancora pronunciarsi, ma voci di corridoio parlano di pressioni di qualche assessore al Comune di Roma perché si realizzi al più presto l’ennesimo mega centro commerciale, contraddicendo così quanto sostenuto nel 2008 dall’Assessore alle Politiche del Commercio e Sviluppo del Litorale, Davide Bordoni, che chiedeva la limitazione di nuove aperture. Siamo di fronte all’ennesimo progetto timbrato e firmato dall’Ing. Renato Papagni, che nella relazione tecnica ha dichiarato incredibilmente che “i canali (in cui sorgerà la mega struttura) appartengono al reticolo di drenaggio della bonifica di Ostia, che convoglia le acque superficiali verso il fiume Tevere”, quando invece tutti sanno che le acque vanno al mare»;

l’ingegnere Renato Papagni, ex presidente dell’Assobalneari, è stato destituito dall’incarico nel mese di ottobre 2011 per violazione del codice etico di Federturismo ed era già invischiato nello scandalo dei mondiali di nuoto come progettista e coordinatore tecnico di alcuni impianti pubblici natatori;

“Il Fatto Quotidiano” scrive sul nuovo ipermercato targato Esselunga: «Un progetto avviato dieci anni fa: nel 2002, i “Patti territoriali Ostia-Fiumicino”, cioè l’accordo promosso dalla Regione Lazio, finalizzato a promuovere lo sviluppo locale, sono un ottimo meccanismo per proporre un mega progetto su un terreno vasto (12 ettari), ma in una zona quanto mai depressa (ergo, grosse difficoltà di urbanizzazione). Un parco acquatico? Per la famiglia Loconte, proprietaria del terreno, e la Lazio Consulting srl (società proponente), sarebbe meglio un centro commerciale da dare poi in gestione ad un grande brand. Forse i posti di lavoro da garantire sarebbero di più, e di conseguenza più ingenti i finanziamenti regionali. I santi alla Regione contano, e la proposta, con la promessa di finanziare altre opere, viene accettata. La realizzazione del nuovo parco commerciale è legata al corridoio di mobilità di una nuova cittadella (centralità urbana Acilia-Madonnetta), che il gruppo Pirelli Re costruirà. Chi entrerà nell’importante progetto avviato, avrà dunque l’onere di finanziare la ristrutturazione della mobilità locale (alcune rotatorie e un sottopasso). Nessuno però vuole il nuovo centro commerciale. A partire dai residenti. “Oggi, nel raggio di due chilometri troviamo almeno una dozzina di centri commerciali più o meno grandi”, dicono. “Non ce ne facciamo nulla di quel mostro gigantesco, che finirà anzi per congestionare il traffico”. Contrari anche i commercianti. “Caleranno immediatamente i fatturati dei piccoli negozi, costretti quindi a chiudere – denuncia l’Ascom (Associazione dei commercianti del litorale di Roma). E di conseguenza si perderanno almeno il triplo dei posti di lavoro che creerebbe il nuovo centro commerciale”. Ma il problema più grande per quella zona riguarda il rischio idrogeologico. Con una struttura di quella portata, tutta l’acqua piovana confluirebbe nei tre canali artificiali. “Occorrerebbero, come avviene in alcune zone ad alto rischio (come questa) – dice l’ingegnere Andrea Schiavone, presidente di LabUr (Laboratorio di Urbanistica) – delle piscine di contenimento che raccolgono l’acqua piovana e la rilasciano gradualmente nel terreno (che una parte la trattiene e la restante la scarica nel fosso)”. Contrariamente, e peggio ancora se si cementifica, tutta l’acqua confluisce direttamente nel canale. “Un ettaro di terreno libero (che funge quindi da spugna) – ci spiega il direttore del Cbtar (Consorzio Bonifica Tevere e Agro Romano), Dario Matturro – restituisce al canale nove litri di acqua al secondo. Se quello stesso ettaro viene cementificato, si avrà un ritorno di acque nel canale dieci volte superiore”. A quel punto, nel caso di un’abbondante pioggia, il rischio che esondi diventa quasi una certezza. Inoltre per la gittata delle fondamenta, in quella zona paludosa, “bisognerebbe pompare acqua dal sottosuolo per settimane intere” fa notare il presidente di LabUr. Ciò comporterebbe il prosciugamento della falda della Tenuta Presidenziale di Castelporziano (riconosciuta Riserva naturale), collocata appena sopra l’area, la risalita del cuneo salino (l’area si trova sotto il livello del mare) e il conseguente inaridimento della flora boschiva. A tutto questo però ci si penserà magari in futuro, adesso bisogna andare avanti. Sembra essere questo l’imperativo, quando partono le prime conferenze di servizio propedeutiche»;

la zona interessata alla costruzione del nuovo centro commerciale è un’area agricola quasi al livello del mare che ha più volte cambiato destinazione urbanistica per permetterne l’edificabilità ma che tutti sanno essere soggetta a facili allagamenti, subito a ridosso delle case di via Gargiulo. Neppure è stato affrontato il problema dell’avanzamento del cuneo salino dovuto all’abbassamento delle acque di falda, a quanto risulta all’interrogante nel silenzio assoluto dell’ABT (Autorità di bacino del fiume Tevere),

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei motivi per cui il Comune di Roma in questi dieci anni non si è mai preoccupato del problema idraulico del territorio e degli ulteriori problemi che questa megastruttura, il mega centro commerciale che non vuole nessuno per il suo impatto sul territorio, provocherebbe al già delicato equilibrio idrogeologico dell’Infernetto, un quartiere soggetto negli ultimi tempi a devastanti eventi edilizi;

quali iniziative di competenza intenda assumere il Governo affinché sia garantita la sicurezza del territorio del quartiere interessato dal progetto del grande centro commerciale per non assistere ad un?ennesimo atto amministrativo da parte del Comune di Roma e della Regione Lazio, in cui non si tiene conto non solo della volontà dei cittadini e delle associazioni di categoria, ma anche della sicurezza idrogeologica.

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Liberalizzazioni-Assicurazioni connesse all’erogazione di mutui immobiliari

 

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00407
Atto n. 2-00407

Pubblicato il 24 gennaio 2012
Seduta n. 662

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il decreto sulle liberalizzazioni, a giudizio dell’interrogante iniquo, che colpisce edicolanti, tassisti e farmacisti, non sembra intaccare alcuni ben individuati monopolisti e consolidati cartelli ed oligopoli, quali petrolieri, gestori di reti autostradali, banchieri ed assicuratori che, con i loro abusi di mercato, impongono prezzi e tariffe tra i più elevati del mondo;

i costi dei servizi bancari infatti, sono pari a 295,66 euro, contro una media europea di 114 euro ed i tassi di interesse sui mutui regolati al 4,60 per cento, sono più elevati della media dell’Europa a 27 dove si stipulano contratti di mutuo al saggio del 3,97 per cento senza che in quei Paesi le banche possano imporre costose polizze capestro di 25.000-30.000 euro per perfezionare il contratto, senza le quali non vengono erogati i prestiti;

il decreto-legge del Governo, che colpisce i soliti noti, senza intaccare minimamente banche, assicurazioni e petrolieri, fa avanzare nell’opinione pubblica legittimi sospetti di Governo dei banchieri;

da anni infatti le banche sono impegnate ad annettere, ai loro servizi principali (conto corrente, custodia titoli, piano di accumulo, prestiti, fidi, eccetera), lucrosi servizi accessori non richiesti dalla clientela: al mutuo collegano l’apertura obbligatoria di un conto corrente e l’accensione di una costosa polizza vita, composta per l’80 per cento di provvigioni, per il 20 per cento di copertura dei rischi assicurati;

collocare polizze vita è un grande affare, ma subordinare la concessione del mutuo alla loro sottoscrizione, oltre a una violenza, è un affare nell’affare: a) perché, anche in mancanza di fondi, spesso il finanziamento mutuato viene fatto lievitare per sottoscrivere polizze vita di alto valore; b) perché chi decide di acquistare una casa accendendo un mutuo ragiona di impegni di spesa di decine o centinaia di migliaia di euro, per cui sembrano non rilevare 15-20.000 euro in più; c) perché, in caso di rescissione anticipata della polizza (per surrogazione o per estinzione anticipata del mutuo), l’assicurato avrà un capitale drasticamente ridotto rispetto al premio unico pagato inizialmente in anticipo, che rischia perfino di perdere. La prassi illegale di imporre una costosa polizza vita alla concessione dei mutui aveva indotto l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) ad aprire una indagine e l’Isvap (l’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni private) ad emanare il provvedimento n. 2946, con il quale impediva alle banche e alle finanziarie di ricoprire il doppio incarico di venditori e beneficiari di una polizza in occasione della stipula di un mutuo o di un prestito, con i mutuatari costretti a sottoscriverne una con gli istituti di credito per garantire il capitale;

nella Relazione 2011 al Parlamento, il presidente dell’AGCM, Antonio Catricalà, ha testualmente affermato: “stiamo anche indagando su istituti bancari sospettati di subordinare nei fatti la concessione dei mutui alla sottoscrizione di polizze vita particolarmente costose”,

si chiede di sapere:

se a giudizio del Governo sia liberale imporre un contratto di durata accessorio ad un prestito, come l’obbligo di subordinare ad una polizza vita un mutuo, offrendo a banche e compagnie d’assicurazione la licenza di “saccheggiare” le tasche dei consumatori per un controvalore di almeno 2,5 miliardi di euro all’anno;

quale sia la valutazione del Governo sull’articolo 29 del decreto-legge “crescibanche”, teso a legalizzare l’indebito lucro, pari a 2,5 miliardi di euro l’anno, sulla pelle dei consumatori, imponendo alla clientela prodotti, servizi e contratti non richiesti, nonché violando in tal modo una fondamentale legge del mercato. Al riguardo appare singolare che il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Catricalà abbia potuto avallare tale disposizione, essendo stato, prima dell’attuale incarico governativo, Presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato;

se il Governo non ritenga che l’art. 29 rappresenta un saccheggio sistematico dei diritti dei consumatori, depredati dai banchieri e dagli assicuratori, con costi dei servizi bancari che sono più alti d’Europa e tariffe RC auto che risultano le più elevate del mondo, e se non si ritenga complice di una palese violazione del codice del consumo, dei diritti fondamentali e delle libertà e libere scelte dei cittadini di acquistare solo ciò che ritengono opportuno e necessario, senza soggiacere alle imposizioni capestro di potentati bancari, finanziari ed assicurativi;

quali misure urgenti intenda attivare per imporre equità, impedire saccheggi sistematici da banche ed assicurazioni e distribuire con analogo peso tra i cittadini, i sacrifici richiesti alle famiglie senza esentare banche, assicurazioni, concessionari e petrolieri dai costi delle manovre che stanno scatenando più che legittime proteste, per le loro palesi iniquità, in tutto il Paese.

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Concorso ad hoc capoufficio stampa Ater Viterbo

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06658
Atto n. 4-06658

Pubblicato il 24 gennaio 2012
Seduta n. 662

LANNUTTI , PEDICA – Al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport. -

Premesso che:

i conflitti di interesse, le raccomandazioni, le spintarelle e le clientele rappresentano la malattia della democrazia ed un freno allo sviluppo ed alla meritorietà;

in un articolo pubblicato su “Linkiesta”, del 23 gennaio 2012, viene indicato un esempio da non seguire: «Lui, storico storaciano, è assessore per la Casa della Regione Lazio guidata dalla Polverini. Il suo caposegreteria diventa capo ufficio stampa dell’azienda edilizia pubblica (Ater) di Viterbo. Scoppiano le polemiche. A difendere la correttezza del concorso è il direttore generale dell’Ater, guarda caso fratello del presidente della commissione Politiche della Casa al Consiglio regionale. Il braccio destro dell’assessore della Regione Lazio Teodoro Buontempo cambia lavoro. Nulla di strano, se non fosse che Massimo Bindi, fino ad oggi caposegreteria del titolare delle Politiche per la casa, tra una settimana diventerà il responsabile ufficio stampa dell’Ater viterbese, l’azienda che si occupa di edilizia residenziale pubblica. Coincidenza o conflitto di interessi? Mentre alla Pisana (sede del consiglio regionale) si interrogano, il concorso che ha messo in palio l’ambito posto di lavoro – 60mila euro lo stipendio annuo – finisce al centro delle polemiche. A sollevare la questione è il capogruppo dell’Italia dei Valori alla Regione Lazio, Vincenzo Maruccio. Pochi giorni fa il dipietrista ha presentato un’interrogazione urgente all’assessore Buontempo, chiedendo chiarezza sulla vicenda. Le principali perplessità riguardano le modalità del concorso. “L’avviso – si legge nel documento – è stato pubblicato in pieno agosto, con poca pubblicità”. In poche parole si è trattato di un concorso bandito in modo inopportuno e quasi clandestino, denuncia Claudio Bucci, un altro consigliere regionale Idv. Non solo. Quando quest’estate è stato pubblicato il bando, l’Ater viterbese era guidata da un commissario nominato dalla Giunta Polverini (il nuovo consiglio d’amministrazione dell’azienda è operativo dallo scorso novembre). Abbastanza, sempre leggendo l’interrogazione di Maruccio, per individuare “una dubbia legittimità formale” dell’iniziativa. Di coincidenza in coincidenza, il mistero si infittisce. A presiedere la commissione d’esame – le prove sono state svolte lo scorso autunno – c’era il direttore generale dell’Ater di Viterbo Ugo Gigli. Fratello del consigliere regionale dell’Udc Rodolfo. Il presidente dell’VIII commissione della Pisana: Politiche della casa. “E che devo fare? Disconoscere le mie parentele?”. Raggiunto al telefono, il direttore dell’Ater racconta la sua versione della storia: “In questa vicenda non c’è alcun conflitto di interessi – spiega – il bando è stato fatto ad agosto, è vero. Ma è stato pubblicato per un mese, sul nostro sito e su diversi giornali”. Insomma, nessun concorso clandestino. (…) Dodici candidati. Un esame scritto su due diverse materie e una prova orale. E a spuntarla è l’assistente dell’assessore regionale per la Casa. Oggi qualcuno ironizza sulle connessioni tra assessorato regionale alla Casa e l’azienda che si occupa di edilizia pubblica. “Nessuna stranezza – continua Gigli – con l’assessorato non abbiamo alcun rapporto di dipendenza. Noi siamo un ente pubblico autonomo. Quello di Buontempo è un organo che ha solo potere di vigilanza su alcuni nostri atti. D’altronde mi rendo conto che giornalisticamente questa è una polemica appetitosa…”. Gigli conferma la regolarità del concorso. Anzi, rivela una particolarità. Recentemente uno dei candidati avrebbe chiesto di controllare la correzione del suo scritto. “E come da regolamento noi glielo abbiamo permesso. Nessuna scorrettezza. Ma se la Regione vuole aprire un’inchiesta non abbiamo problemi a mostrare tutta la documentazione anche a loro”. Intanto sulla vicenda si è alzato un polverone. “Adesso – racconta Gigli – temo che il vincitore del concorso non abbia più intenzione di venire a lavorare da noi”. Lui, Massimo Bindi, preferisce non rispondere. Dall’Ater raccontano che si sarebbe già dimesso dal suo incarico in Regione. In realtà sul sito dell’assessorato risulta ancora caposegreteria di Buontempo. Davanti alla richiesta di una spiegazione, i suoi collaboratori preferiscono sbattere giù il telefono. A sorpresa, a chiedere ulteriori chiarimenti è Francesco Storace. Il leader de La Destra – partito politico di Buontempo – con cui Bindi ha lavorato in passato. “La mia posizione è molto chiara – racconta l’ex presidente della Regione Lazio a Linkiesta – voglio che si verifichi quello che è successo. Se il concorso è irregolare, la nomina va annullata”. Al di là delle irregolarità resta una vicenda caratterizzata da antipatiche coincidenze. “La simpatia o l’antipatia non c’entrano nulla – taglia corto Storace – Se ci sono state anomalie il concorso va annullato. Altrimenti è tutto a posto”. La reazione è stizzita. Anche perché a pagare le conseguenze rischia di essere il “patrimonio morale” del suo partito. Come ha spiegato Storace in un comunicato: “La sinistra non deve essere messa nelle condizioni di speculare nei confronti dell’amministrazione regionale”»,

si chiede di sapere:

se al Ministro in indirizzo risulti rispondente al vero che il caposegreteria dell’assessore alla casa della Regione Lazio, Teodoro Buontempo, abbia vinto un concorso per capoufficio stampa dell’Ater di Viterbo, istituito ad hoc, semiclandestino, indetto in piena estate, e che, al momento della pubblicazione dello stesso, l’Ater viterbese era guidata da un commissario nominato dalla Giunta Polverini;

se risulti rispondente al vero che nella commissione d’esame c’era il direttore generale dell’Ater di Viterbo Ugo Gigli, fratello del consigliere regionale dell’Unione di centro Rodolfo Gigli, presidente dell’VIII commissione della Pisana che presiede le Politiche della casa;

quali misure urgenti, nell’ambito delle proprie prerogative, il Governo intenda attivare per restituire trasparenza e legalità ai concorsi pubblici, sui quali gravano sospetti ed ombre di favoritismi.

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Liberalizzazioni -strumenti finanziari per rilanciare infrastrutture

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00407
Atto n. 2-00407

Pubblicato il 24 gennaio 2012
Seduta n. 662

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il decreto sulle liberalizzazioni, a giudizio dell’interrogante iniquo, che colpisce edicolanti, tassisti e farmacisti, non sembra intaccare alcuni ben individuati monopolisti e consolidati cartelli ed oligopoli, quali petrolieri, gestori di reti autostradali, banchieri ed assicuratori che, con i loro abusi di mercato, impongono prezzi e tariffe tra i più elevati del mondo;

i costi dei servizi bancari infatti, sono pari a 295,66 euro, contro una media europea di 114 euro ed i tassi di interesse sui mutui regolati al 4,60 per cento, sono più elevati della media dell’Europa a 27 dove si stipulano contratti di mutuo al saggio del 3,97 per cento senza che in quei Paesi le banche possano imporre costose polizze capestro di 25.000-30.000 euro per perfezionare il contratto, senza le quali non vengono erogati i prestiti;

il decreto-legge del Governo, che colpisce i soliti noti, senza intaccare minimamente banche, assicurazioni e petrolieri, fa avanzare nell’opinione pubblica legittimi sospetti di Governo dei banchieri;

da anni infatti le banche sono impegnate ad annettere, ai loro servizi principali (conto corrente, custodia titoli, piano di accumulo, prestiti, fidi, eccetera), lucrosi servizi accessori non richiesti dalla clientela: al mutuo collegano l’apertura obbligatoria di un conto corrente e l’accensione di una costosa polizza vita, composta per l’80 per cento di provvigioni, per il 20 per cento di copertura dei rischi assicurati;

collocare polizze vita è un grande affare, ma subordinare la concessione del mutuo alla loro sottoscrizione, oltre a una violenza, è un affare nell’affare: a) perché, anche in mancanza di fondi, spesso il finanziamento mutuato viene fatto lievitare per sottoscrivere polizze vita di alto valore; b) perché chi decide di acquistare una casa accendendo un mutuo ragiona di impegni di spesa di decine o centinaia di migliaia di euro, per cui sembrano non rilevare 15-20.000 euro in più; c) perché, in caso di rescissione anticipata della polizza (per surrogazione o per estinzione anticipata del mutuo), l’assicurato avrà un capitale drasticamente ridotto rispetto al premio unico pagato inizialmente in anticipo, che rischia perfino di perdere. La prassi illegale di imporre una costosa polizza vita alla concessione dei mutui aveva indotto l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) ad aprire una indagine e l’Isvap (l’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni private) ad emanare il provvedimento n. 2946, con il quale impediva alle banche e alle finanziarie di ricoprire il doppio incarico di venditori e beneficiari di una polizza in occasione della stipula di un mutuo o di un prestito, con i mutuatari costretti a sottoscriverne una con gli istituti di credito per garantire il capitale;

nella Relazione 2011 al Parlamento, il presidente dell’AGCM, Antonio Catricalà, ha testualmente affermato: “stiamo anche indagando su istituti bancari sospettati di subordinare nei fatti la concessione dei mutui alla sottoscrizione di polizze vita particolarmente costose”,

si chiede di sapere:

se a giudizio del Governo sia liberale imporre un contratto di durata accessorio ad un prestito, come l’obbligo di subordinare ad una polizza vita un mutuo, offrendo a banche e compagnie d’assicurazione la licenza di “saccheggiare” le tasche dei consumatori per un controvalore di almeno 2,5 miliardi di euro all’anno;

quale sia la valutazione del Governo sull’articolo 29 del decreto-legge “crescibanche”, teso a legalizzare l’indebito lucro, pari a 2,5 miliardi di euro l’anno, sulla pelle dei consumatori, imponendo alla clientela prodotti, servizi e contratti non richiesti, nonché violando in tal modo una fondamentale legge del mercato. Al riguardo appare singolare che il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Catricalà abbia potuto avallare tale disposizione, essendo stato, prima dell’attuale incarico governativo, Presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato;

se il Governo non ritenga che l’art. 29 rappresenta un saccheggio sistematico dei diritti dei consumatori, depredati dai banchieri e dagli assicuratori, con costi dei servizi bancari che sono più alti d’Europa e tariffe RC auto che risultano le più elevate del mondo, e se non si ritenga complice di una palese violazione del codice del consumo, dei diritti fondamentali e delle libertà e libere scelte dei cittadini di acquistare solo ciò che ritengono opportuno e necessario, senza soggiacere alle imposizioni capestro di potentati bancari, finanziari ed assicurativi;

quali misure urgenti intenda attivare per imporre equità, impedire saccheggi sistematici da banche ed assicurazioni e distribuire con analogo peso tra i cittadini, i sacrifici richiesti alle famiglie senza esentare banche, assicurazioni, concessionari e petrolieri dai costi delle manovre che stanno scatenando più che legittime proteste, per le loro palesi iniquità, in tutto il Paese.

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