Decreto liberalizzazioni- Privatizzazioni carceri

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06678
Atto n. 4-06678

Pubblicato il 25 gennaio 2012
Seduta n. 663

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il decreto-legge sulle liberalizzazioni, all’art. 43, prevede che “al concessionario (delle carceri) è riconosciuta, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, ad esclusione della custodia” e che “il concessionario prevede che le fondazioni di origine bancaria (…) contribuiscono alla realizzazione delle infrastrutture (…) con il finanziamento di almeno il 20 per cento del costo di investimento”;

si apprende da notizie di stampa diffuse sul web, ad esempio, su un articolo apparso su “Facebook” il 22 gennaio 2012, che «il provvedimento si chiama Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie, ed ha lo scopo di affidare le carceri ai privati con una partecipazione obbligatoria e rilevante delle banche. Il decreto riconosce al concessionario, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, ad esclusione della custodia (ovvero delle guardie carcerarie). In altre parole, lo Stato corrisponderà a soggetti privati una quota per ogni detenuto ospitato in apposite strutture ed obbliga i suddetti a coinvolgere le banche nel business. (…) Le Nazioni Unite se n’erano rese conto già nel 1988, quando avevano cercato di frenare le tendenze americane alla privatizzazione nel settore penitenziario; il rapporto della sotto-commissione per la lotta contro la discriminazione e per la protezione delle minoranze aveva elencato una serie di argomenti contrari alla devoluzione dei poteri pubblici in campo di esecuzione della pena. In pratica il Rapporto sottolinea il fatto che solo allo Stato spettano i poteri e le funzioni disciplinari (compreso l’uso della forza), ma anche la responsabilità per la protezione dei diritti umani. Il Rapporto specifica in modo chiaro che una gestione privata potrebbe opporre il segreto commerciale a eventuali richieste di chiarimenti esterni (come è accaduto in Australia e come si è tentato di fare nel processo per la rivolta di Campsfield), oltre all’innegabile fatto che la giustizia non può essere condizionata da interessi privati. Inoltre, se l’ossessione securitaria, produce maggiore domanda di penalità, ossia più richiesta di carcere, l’ottica e la pratica del business penitenziario con l’entrata dell’interesse privato in un settore così delicato rischiano di gonfiare ulteriormente questa domanda. Basti pensare alla faccenda degli appalti, che possono scatenare appetiti mafiosi, pur essendo a tutt’oggi controllati dalla pubblica amministrazione. Con l’intervento dei capitali (e quindi degli interessi) privati, il giro d’affari crescerà non solo intorno alle mere strutture (aree di costruzione, edificazione, forniture di vario genere), ma anche intorno alla gestione stessa dell’esercizio della penalità. Alle società private, come del resto già succede nei paesi di common law, può essere data in gestione la sorveglianza interna (o parte della sorveglianza) dei detenuti, ma anche “pezzi” di gestione (per esempio i tossicodipendenti, sul modello di San Patrignano) o l’esecuzione esterna della pena, ad esempio i controlli dei soggetti in misura cautelare o alternativa e la sorveglianza elettronica. È chiaro che a nessuna compagnia o multinazionale della sicurezza farebbe piacere una riduzione della pressione penale, con conseguente minor giro di affari. Anche se non è dimostrato un collegamento diretto tra privatizzazione e crescita della popolazione detenuta, tutto fa pensare che un nesso in effetti vi sia. Nel 2009 quasi 5.000 bambini in Pensilvania sono stati giudicati colpevoli e 2.000 di loro sono stati incarcerati da due giudici corrotti che ricevevano tangenti da parte di imprese costruttrici e proprietarie di carceri privati, che si beneficiavano delle detenzioni. I due giudici si sono dichiarati colpevoli, in un sorprendente caso d’avarizia e corruzione che appena comincia a rivelarsi. I giudici Mark A. Ciavarella Jr. e Michael T. Conahan hanno intascato 2,6 milioni di dollari in tangenti per condannare al carcere bambini che, nella maggioranza dei casi, non avevano la possibilità di contrattare un avvocato. Il caso offre uno straordinario scorcio sulla vergognosa industria dei carceri privati che sta fiorendo negli Stati Uniti»;

considerato che:

scrive Patrizio Gonnella su “Micromega” in un blog apparso il 23 gennaio: «Vecchia e brutta storia quella della privatizzazione delle carceri. Nata negli anni del reaganismo ha trovato terreno fertile in Inghilterra. In Italia dal 1999 in poi ci sono stati molti tentativi di togliere il monopolio pubblico della esecuzione della pena. Iniziò Piero Fassino, quando era Guardasigilli, a dare messaggi in questa direzione. Poi ci provò il leghista Castelli dando vita a una società, la Dike Aedifica, che doveva vendere carceri vecchie e comprare carceri nuove nonché fare affari penitenziari di varia natura. Non se ne fece nulla. Si avviarono le inchieste giudiziarie nei confronti dei consulenti edilizi del ministro ingegnere Castelli. Per la Corte dei Conti la società non esisteva, essendo stata illegalmente costituita. Poi Berlusconi, di rientro da un viaggio in Cile, disse che l’Italia avrebbe dovuto copiare il modello penitenziario privato cileno. A seguire fallì il tentativo di assegnare alla comunità di Muccioli una casa lavoro in Emilia. Nell’ultimo decennio sono stati annunciati leasing immobiliare e project financing»;

Fabrizio Fratini, Segretario Nazionale Fp-Cgil, commenta il contenuto dell’articolo del decreto-legge sulle liberalizzazioni: «Da tempo l’immobilismo delle istituzioni ha creato una vera e propria emergenza umanitaria nel sistema penitenziario. Con il decreto legge sulle liberalizzazioni e la previsione dell’ingresso dei privati per la realizzazione e la gestione di strutture penitenziarie attraverso il project financing, lo Stato italiano dichiara definitivamente il proprio disimpegno. Siamo alla privatizzazione delle carceri. Il Governo dei tecnici ha trovato una soluzione per l’emergenza: esternalizzare i problemi per ridurre i costi. Un errore sul quale chiediamo un immediato incontro con la Ministra Severino. Mettere sul mercato la gestione di strutture in cui le persone vengono private delle proprie libertà ci sembra francamente un eccesso di liberismo. Lasciando da parte la totale assenza di garanzie che traspare dai tre scarni commi dell’articolo 44, dichiariamo la nostra totale contrarietà a questo disimpegno da parte dello Stato»;

continua il sindacalista: «Il paradosso è che questa scelta arriva nella fase più critica per il sistema, con il numero di detenuti ormai pericolosamente vicino alla soglia dei 70mila, e all’indomani della sostanziale impasse registrata sul ddl carceri. Da un lato non si interviene per limitare le storture del sistema, molte delle quali causate dai provvedimenti propagandistici del Governo Berlusconi e dell’Ex Ministro Alfano, soprattutto per quel che riguarda i detenuti in attesa di giudizio o ad esempio quelli ristretti a causa delle leggi Bossi-Fini e Fini-Giovanardi. Dall’altro non si investe nel sistema e lo si lascia in pasto ai privati, ignorando il richiamo della Corte dei Conti che sul tema delle esternalizzazioni ha chiaramente fatto emergere il maggior costo per la collettività rispetto alla gestione pubblica. Si lascia il campo con disonore un disastro»,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che la norma che conferisce ai privati la possibilità di costruire un carcere e gestirlo, previa concessione governativa, sia pericolosa, non conforme alla mission costituzionale del sistema penitenziario comportando una rischiosa commistione tra giustizia, politica ed affari considerato che chiunque guadagni dalla “presa in carico” e “gestione” di un detenuto avrà tutto l’interesse nel ricercare detenuti con ogni mezzo, lecito e meno lecito;

se non ritenga dannoso per la sicurezza del Paese che le le società private gestiscano le politiche penali;

se la privatizzazione delle carceri possa offrire un reale risparmio economico per lo Stato e garantire un miglior utilizzo del denaro pubblico, e quindi migliori condizioni di vita e migliori programmi di riabilitazione per la popolazione carceraria;

se non ritenga che la “mercificazione” dei detenuti potrebbe generare gravissime criticità inerenti alla sicurezza nazionale relativamente a chi garantirà che la richiesta di prigionieri da parte dei nuovi investitori non subisca distorsioni o pressioni dal mondo della finanza e che vengano mantenuti gli standard di sicurezza ed i diritti umani previsti dalla legge;

se non ritenga che la costruzione delle carceri affidata ai privati, con obbligo di partecipazione delle banche per almeno al 20 per cento, non rappresenti l’ennesimo regalo alle banche quando si potrebbe devolvere questi soldi al pubblico e non al privato, attraverso un recupero delle infrastrutture abbandonate;

se non ritenga che il progetto di affidare le carceri ai privati, oltre alle banche e agli imprenditori edili privati, all’abusivismo mafioso, favorirà lobby e corporation di vario ordine;

se detto progetto serve ad ovviare al sovraffollamento delle carceri, perché il Governo non intenda impiegare le almeno 100 carceri inutilizzate, lasciate al degrado, in attesa soltanto del collaudo oppure abbandonate e riconvertite in deposito di rifiuti, palestre, pastifici o in dormitori per indigenti.

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