Month: gennaio 2012

Mastrapasqua- Claudia Marin

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06657
Atto n. 4-06657

Pubblicato il 24 gennaio 2012
Seduta n. 662

LANNUTTI – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

nei giorni scorsi – secondo notizie di stampa – uno dei più grandi collezionisti di poltrone, Antonio Mastrapasqua, presidente dell’Inps ed amministratore di altre numerose aziende anche in conflitto di interesse con i suoi 25 incarichi ben retribuiti, che non sembrano assoggettati ad alcun limite di cumulo, lo stesso che a margine del convegno ANIA-Consumatori, affermò che: “Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale” (si veda il “Corriere della sera” del 6 ottobre 2010), ha provveduto ad assumere un responsabile delle relazioni esterne;

l’incarico presso l’Istituto infatti, gentilmente offerto dal presidente dell’Inps, con corredo di ampia documentazione, come è previsto nello Stato e negli enti pubblici, per illustrare il bagaglio formativo strettamente attinente alle esigenze specifiche, è stato assegnato all’ex responsabile dell’ufficio stampa del Ministero controllante, all’epoca guidato da Maurizio Sacconi;

l’ultimo acquisto di livello dirigenziale di Antonio Mastrapasqua per guidare le relazioni esterne dell’Inps è infatti Claudia Marin;

l’interrogante non si permette di esprimere alcun giudizio professionale sulla signora Marin, che dovrà essere certamente a prova di impugnativa, nel delicato settore in cui opera l’Inps, ma stigmatizza un metodo che sembra adombrare sospetti di clientele e riconoscenze per non essere disturbato, dal Ministero vigilante, nella sua fiorente opera di “collezionista”,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua abbia acquisito alle relazioni esterne dell’Inps Claudia Marin, già responsabile stampa del Ministro pro tempore Sacconi, con contratto di collaborazione coordinata e continuativa – esperta in materia di comunicazione nell’ambito dell’Ufficio di Gabinetto a supporto dell’ufficio stampa ex art. 5, comma 1, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 297 del 2001, per lo svolgimento di attività correlate alla cura delle iniziative di informazione e comunicazione, avuto riguardo all’attività di implementazione sul sito istituzionale del Ministero e assicurando l’efficace raccordo con le altre strutture istituzionali, dal 15 aprile 2010 fino alla scadenza del mandato con la retribuzione di 100.000 euro annui;

se tale acquisizione sia stata effettuata rispettando i criteri di anzianità e meritorietà con selezione di evidenza pubblica, posto che numerosi altri concorrenti aspiravano all’incarico;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che gli istituti delle raccomandazioni, delle segnalazioni e delle clientele possano prevalere, specie negli enti pubblici delicati come l’Inps, per fugare il legittimo sospetto di carriere ed incarichi ben retribuiti che siano stati costruiti ad hoc, con la finalità di aggirare norme imperanti di legge e nomine ai vertici dell’Istituto, frutto non di competenza e professionalità, ma di una sotterranea cricca affaristico-clientelare, che briga per ledere gli stessi principi costituzionali di pari opportunità ed uguaglianza.

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Fallimento IMAIE

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06660
Atto n. 4-06660

Pubblicato il 24 gennaio 2012
Seduta n. 662

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri per i beni e le attività culturali e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

su un articolo pubblicato sul quotidiano “Linkiesta” del 24 gennaio 2012 si legge di «un cortometraggio» che rivela la vicenda del fallimento dell’Imaie, l’Istituto per la tutela dei diritti di artisti, interpreti ed esecutori, che dal 2009 è stato messo in liquidazione e che, di fatto, non ha mai pagato agli iscritti gli introiti raccolti in anni di attività;

l’Imaie, istituito negli anni ’70, aveva il compito di raccogliere, gestire e ripartire i diritti connessi al diritto d’autore. All’Istituto, cioè, spettava l’onere di raccogliere e ridistribuire i proventi maturati dagli artisti, dagli interpreti e dai produttori per l’utilizzazione in pubblico delle loro registrazioni discografiche o delle loro opere cinematografiche;

Marco Marsili su “La Voce” ricostruisce la vicenda: «Ammonta a tre milioni di euro il compenso per i liquidatori dell’Istituto mutualistico artisti interpreti esecutori, l’ente preposto dalla legge alla tutela ed alla riscossione dei diritti connessi degli artisti. Il presidente dell’Imaie Edoardo Vianello, uomo legato ad An, non è stato in grado di superare le divisioni che hanno impedito, di fatto, la realizzazione degli obiettivi per i quali l’ente stesso era stato costituito per legge nel 1992, in ossequio ad una direttiva comunitaria, acquisendo la personalità giuridica due anni dopo. Il prefetto di Roma Pecoraro ne ha disposto l’estinzione lo scorso 30 aprile “per impossibilità di raggiungere lo scopo”. Nel decreto prefettizio si evidenziano le “persistenti difficoltà nel perseguimento degli obiettivi statutari, di natura e di consistenza tale da concretizzare, allo stato, la assoluta incapacità e la conseguente impossibilità dell’istituto di raggiungere lo scopo statutario”. Pecoraro ricorda “le carenze ed i conflitti” che ne hanno causato l’intervento, e denuncia la mancanza di “capacità gestionali” e il “disfunzionamento” strutturale dell’ente. L’Imaie, fortemente voluto dalle rappresentanze dello spettacolo di Cgil, Cisl, e Uil, che ne sono stati i fondatori, ha accumulato, negli anni, “elevatissime cifre” (132 milioni di euro secondo il bilancio 2007), come ha ricordato il prefetto nel suo decreto di estinzione, e “mai versate agli aventi diritto”. Però ha elargito, nel solo 2007, prima che un’ordinanza del Tribunale di Roma ne bloccasse, di fatto, la distribuzione, 7 milioni di euro a sostegno di “iniziative culturali” di alcuni soci. L’Imaie ha impugnato al Tar del Lazio il decreto del prefetto, ottenendo, in via cautelare, un’ordinanza sospensiva lo scorso 21 maggio. Una settimana dopo, il prefetto di Roma confermava la decisione di mettere in liquidazione l’lmaie ed il presidente del Tribunale di Roma, Paolo De Fiore, nominava commissari liquidatori l’avv. Giovanni Galoppi, il prof. Enrico Laghi e l’avv. Giuseppe Tepedino, attribuendo i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione, ed un compenso di un milione di euro ciascuno. Il 3 giugno il Tar del Lazio, su istanza dell’Imaie, sospendeva in via provvisoria il decreto del prefetto, ed il successivo 18 giugno accoglieva il ricorso dell’ente, e annullava il decreto del prefetto e del presidente del Tribunale di Roma. Contro l’ordinanza del Tribunale amministrativo regionale del Lazio, il Ministero dell’Interno e quello per i Beni e le attività culturali presentavano ricorso al Consiglio di Stato, che il 14 luglio ha accolto l’appello, respingendo l’istanza cautelare del Tar, e confermando, di fatto, il decreto di liquidazione del prefetto, e la nomina dei tre commissari. L’ordinanza del Consiglio di Stato mette fine alla breve ma travagliata gestione dell’Imaie, che ha accumulato a bilancio, in pochi anni 132 milioni di euro di spettanza degli artisti (cantanti, musicisti, attori), senza riuscire a trovare un accordo, tra le componenti sindacali e politiche, per la ripartizione dei proventi. L’attività più rilevante è stata una “spartizione” delle ingenti somme elargite per la “promozione di attività culturali”, che venivano destinate alle iniziative di pochi nomi, che ricorrevano regolarmente ogni anno tra i beneficiari delle decisioni del Cda, mentre altre proposte venivano sistematicamente bocciate. In totale sono stati elargiti contributi per 7 milioni di euro solo nel 2007, oltre il triplo rispetto all’anno precedente, mentre per il 2008 i fondi sono stati bloccati a causa di un’ordinanza del Tribunale Civile di Roma, che ha dichiarato l’illegittimità delle elezioni dei consiglieri di amministrazione Roberto Bonacini, Saverio Mattei, Carlo Molfese, Marisa Solinas, eletti nell’Assemblea dei delegati dei soci del 21 agosto dell’anno scorso. Questa gestione clientelare ha portato, negli scorsi mesi, alla perquisizione degli uffici dell’Imaie con l’ipotesi di truffa aggravata, ed all’iscrizione nel registro degli indagati di una trentina di persone, beneficiarie dei 7 milioni di contributi»;

nel 2010, il Governo Berlusconi ha costituito un “nuovo Imaie”. Il nuovo ente, anch’esso a gestione pubblica, non è altro che la riproposizione sotto altro nome del precedente istituto. Con lo stesso quadro direttivo e, come è facile immaginare, con gli stessi problemi. In pratica la questione, anziché essere affrontata direttamente, è stata semplicemente rinviata;

a seguito dell’estinzione dell’Imaie, gli aventi diritto, decine di migliaia di musicisti e attori italiani e stranieri, non hanno ancora ricevuto chiarimenti in merito ai criteri della liquidazione e della riscossione dei compensi loro spettanti;

dopo anni di proteste vane e promesse disilluse, oltre mille tra attori, musicisti e interpreti di vario genere, hanno deciso di costituire un’associazione alternativa, la Artisti 7607, con lo scopo di rompere il monopolio detenuto dall’Istituto;

si legge nel citato articolo pubblicato su “Linkiesta”: «”Abbiamo deciso di occuparci in prima persona della gestione dei nostri diritti connessi”, ha spiegato l’attore Claudio Santamaria alla presentazione dell’iniziativa, tenutasi giovedì 19 febbraio a Roma. “Stiamo facendo sul serio: abbiamo già mandato un elenco dei nostri iscritti a Sky, Mediaset, Rai e Siae e Rti ha già risposto che ci incontrerà”. “Se viene ritrasmesso un nostro film, una legge europea prevede un diritto per l’interprete connesso al diritto d’autore. In Italia, questo diritto non è mai stato riconosciuto”, ha aggiunto Elio Germano, intervenuto in collegamento telefonico. L’associazione nasce proprio per rimediare a questa “anomalia italiana” e, da oggi, costituisce un’alternativa per l’artista che non vuole essere costretto ad avvalersi dell’Istituto pubblico»;

prosegue l’articolo: «”L’urgenza di costituire un nuovo Istituto”, si legge in un documento diffuso da Artisti 7607, “derivava dalla volontà di salvare i lavoratori del vecchio Imaie. Il Parlamento, però, non ha fatto altro che riproporre un modello già rivelatosi del tutto inefficiente”. “Anche la gestione è rimasta la stessa”, spiega Francesco Schlitzer, manager di VerA, società di relazioni istituzionali per l’impresa che ha sposato la battaglia di libertà di Artisti 7607. “Come se quelli che hanno causato il fallimento del primo Imaie, fossero improvvisamente diventati capaci di gestire la situazione”. L’associazione di artisti chiede la liberalizzazione del mercato dei diritti connessi, così come avviene nel resto d’Europa, dove la situazione è radicalmente diversa. Uno studio condotto nel 2005 dall’Unione Europea ha infatti rivelato che, solo per quanto riguarda il settore musicale, esistono ben 152 enti in 25 stati. Il mercato è libero e gli autori, sia musicali che cinematografici, possono costituirsi in società private o scegliere, tra quelle esistenti, la più adatta a tutelare i loro interessi. “Non è scritto da nessuna parte che i diritti connessi al diritto d’autore debbano essere gestiti pubblicamente, né tantomeno in regime di monopolio”, spiega Schlitzer. “Nel resto d’Europa è l’artista a decidere. Perché qui si cerca il collettivismo dall’alto a ogni costo?”. La battaglia dell’associazione Artisti 7607, che prosegue ormai dal 2010, comincia a dare i primi frutti. Lo scorso 16 dicembre il Parlamento ha ratificato un ordine del giorno, presentato dalla deputata De Micheli (Pd), che impegna il governo a modificare, entro tre mesi da quella data, la situazione normativa per quanto riguarda la gestione dei diritti connessi al diritto d’autore “al fine di abrogare tutte le disposizioni contraddittorie che oggi ostacolano di fatto il libero esercizio della attività di impresa in questo mercato”. Un primo successo, ma non basta. L’associazione teme che, ancora una volta, non si giunga ad una soluzione definitiva e per questo ha deciso di rilanciare la sua battaglia, costituendo a sua volta una società di gestione dei diritti. Con la speranza che questa scelta conduca ad un ripensamento complessivo del mercato. “Abbiamo provato per tanti anni di migliorare l’Imaie dall’interno, cercando di obbligarlo alla trasparenza” ha concluso Elio Germano. “Ma alla fine abbiamo deciso per un’altra strada, che forse obbligherà l’Istituto ad un atteggiamento diverso”»;

considerato che:

a distanza di due anni non è dato sapere quale sia lo stato della gestione commissariale. In particolare non è noto se sia stato predisposto lo stato passivo con individuazione degli artisti creditori;

non è noto se si sia proceduto a pagamenti ed a quanto essi ammontino, mentre molti soggetti certamente creditori non hanno ricevuto alcuna somma;

non è possibile sapere quale sia la somma attualmente a disposizione dei commissari;

ai sensi dell’articolo 7, comma 2, del decreto-legge n. 64 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 100 del 2010, al termine della procedura di liquidazione sono trasferiti, tra l’altro, al nuovo Imaie, posto sotto la vigilanza della Presidenza del Consiglio dei ministri e dei Ministeri per i beni e le attività culturali e del lavoro e delle politiche sociali, l’eventuale residuo attivo e i crediti maturati,

si chiede di sapere:

quali iniziative il Governo abbia adottato al fine di fare fede all’impegno assunto per promuovere la modificazione della situazione normativa relativa alla gestione del diritto d’autore, con l’abrogazione delle disposizioni contraddittorie che oggi ostacolano di fatto il libero esercizio della attività di impresa in questo mercato;

se, alla luce dei fatti esposti in premessa, non intenda adottare le opportune iniziative al fine di acquisire maggiori dettagli sulla situazione economica e finanziaria dell’Imaie in liquidazione e sulla gestione commissariale, in particolare sull’entità delle somme sin qui pagate dai commissari e su quanto residui attualmente sul conto di gestione;

quali iniziative, e con quali tempi, intenda intraprendere al fine di risolvere definitivamente la situazione in difesa dell’autonomia e della dignità di una categoria dei lavoratori del mondo dello spettacolo;

se non ritenga, inoltre, opportuno intraprendere le necessarie iniziative per mettere gli artisti in condizione di conoscere i tempi relativi alla liquidazione dei loro diritti;

quali iniziative intenda assumere al fine di liberalizzare il mercato restituendo agli artisti la gestione delle risorse finanziarie relative ai loro diritti connessi per evitare il procedere di enti fucina di sperperi e di clientele politiche e sindacali.

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ONAOSI (Opera Nazionale Assistenza Orfani Sanitari Italiani)

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06661
Atto n. 4-06661

Pubblicato il 24 gennaio 2012
Seduta n. 662

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali, dell’economia e delle finanze e della salute. -

Premesso che molti medici stanno ricevendo o hanno ricevuto dalla fondazione ONAOSI (Opera Nazionale Assistenza Orfani Sanitari Italiani) una lettera con la richiesta di pagamento relativa all’annualità contributiva 2006. Il sollecito è motivato dal Presidente della fondazione, Serafino Zucchelli, come un preciso obbligo di legge, una operazione necessaria per interrompere la prescrizione del credito che interviene dopo cinque anni. Aggiunge il direttore generale Mario Carena che gli amministratori della fondazione non possono disporre del suo bilancio come di cosa propria ma sono costretti per legge ad esigere le somme dovute;

considerato che:

l’ONAOSI è una fondazione di diritto privato senza scopo di lucro cui la legge attribuisce uno speciale potere di imporre un contributo dovuto annualmente, tramite cartella di pagamento esattoriale, da medici, farmacisti, odontoiatri e veterinari (cioè gli operatori sanitari) per la copertura delle spese di gestione occorrenti per il perseguimento degli scopi sociali consistenti nella assistenza agli orfani di operatori sanitari;

in particolare la legge 27 dicembre 2002, n. 289, aveva previsto, a carico di tutti gli iscritti all’albo, l’obbligo di contribuzione, stabilendo al contempo che la misura e le modalità di versamento del contributo dell’ONAOSI fossero fissate dalla fondazione stessa con proprio regolamento e non come prima accadeva attraverso provvedimenti legislativi;

con sentenza n. 190/2007 la Consulta ha dichiarato l’incostituzionalità di tale previsione legislativa, in quanto non offriva alcun elemento, neanche indiretto, idoneo ad individuare criteri adeguati alla concreta quantificazione e distribuzione degli oneri imposti;

pertanto il contributo obbligatorio imposto dall’ONAOSI a tutti i sanitari iscritti agli ordini professionali italiani, ex articolo 2 della legge n. 306 del 1901, quale sostituito dall’art. 52, comma 23, della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (legge finanziaria per il 2003), dei farmacisti, medici chirurghi, odontoiatri e veterinari, è stato dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale;

il Tribunale di Parma – in funzione del giudice del lavoro – ha rimesso alla consulta la questione di legittimità costituzionale dell’art. 52, comma 23, della legge 27 dicembre 2002, n. 289, per violazione degli artt. 3 e 23 della Costituzione. Ed infatti l’articolo 4 del regolamento ONAOSI, concernente la riscossione dei contributi obbligatori e volontari, aveva determinato l’entità del contributo in funzione esclusiva dell’età del soggetto obbligato, ossia individuando un importo ben preciso da corrispondere in base all’età del sanitario contribuente. La disposizione si pone in netto contrasto con l’articolo 23 della Costituzione, in quanto non determina in via preventiva né in termini sufficientemente precisi i criteri direttivi cui deve ispirarsi il consiglio di amministrazione della Fondazione, senza che sia possibile desumere aliunde detti criteri, di fatto violando la riserva di legge relativa alle prestazioni patrimoniali imposte. Infatti, il contributo in esame viene determinato con atto unilaterale da parte del consiglio d’amministrazione della fondazione ONAOSI – alla cui adozione non concorre la volontà del privato. Tale aspetto determina per il contributo la natura di prestazione patrimoniale obbligatoriamente imposta e come tale soggetta alla garanzia dettata dall’articolo 23 della Costituzione. Tale parametro, secondo la costante giurisprudenza della Consulta, configura una riserva di legge di carattere “relativo”, nel senso che essa deve ritenersi rispettata anche in assenza di una espressa indicazione legislativa dei criteri, limiti e controlli sufficienti a delimitare l’ambito di discrezionalità dell’amministrazione (si vedano le sentenze n. 67/1973, n. 507/1988) purché la concreta entità della prestazione imposta sia chiaramente desumibile dagli interventi legislativi che riguardano l’attività dell’amministrazione (si vedano le sentenze n. 507/1988, n. 182/1994, n. 180/1996, n. 105/2003);

per effetto di detta sentenza i contributi obbligatori pretesi dalla fondazione ONAOSI, sia dai liberi professionisti che dai dipendenti pubblici per il periodo 2002-2006 sono illegittimi;

da allora il contenzioso tributario aveva indotto la stessa ONAOSI a richiamare il versamento spontaneo con avvisi bonari e ad adoperarsi presso il legislatore e i Ministeri competenti per chiudere definitivamente con il passato;

con il decreto-legge n. 159 del 2007, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 222 del 2007, per gli anni successivi è stato confermato l’obbligo di contribuzione alla fondazione esclusivamente per i sanitari dipendenti pubblici e sono stati individuati i criteri cui il Consiglio di amministrazione deve attenersi per determinare la misura del contributo dovuto;

tale dispositivo, tuttavia, non ha chiarito la posizione dei contribuenti volontari già obbligati nel periodo 2003-2006 e non ha esplicitato il comportamento che l’ONAOSI avrebbe dovuto tenere nei confronti dei contribuenti transitoriamente obbligatori, ma morosi, al fine di non incorrere nei reati di danno erariale dovuto al mancato recupero dei contributi dovuti;

la fondazione ONAOSI, attraverso note ufficiali della Presidenza, ritiene che la sentenza della Corte costituzionale di cui sopra abbia determinato un vuoto normativo, null’altro ritenendo di dover o poter porre in essere nei confronti di migliaia di cittadini sanitari contribuenti;

malgrado la citata pronuncia di incostituzionalità, la fondazione sta continuando a inviare notifica di pagamento, mediante concessionari, di quote contributive che contrastano con il dettato costituzionale e malgrado l’incostituzionalità, in caso di mancato pagamento, o di ritardo, alcuni sanitari hanno subito il fermo amministrativo di beni mobili registrati. Infine, malgrado la citata pronuncia di incostituzionalità, il contributo ONAOSI continua a figurare come trattenuta sul cedolino-paga dei sanitari pubblici;

non può non destare perplessità il fatto che la fondazione ONAOSI – dopo essersi adoperata, in fase di ricambio statutario e dirigenziale, per chiedere una sanatoria delle quote non riscosse, un impegno del resto confermato nella nota del 10 ottobre a firma del presidente Zucchelli – ora solleciti l’obbligo di versamento, richiami note ministeriali che non fanno menzione alcuna delle richieste di sanatoria e incoraggi il versamento;

il direttore generale Mario Carena evidenzia che è recentissimo l’intervento del Ministero del lavoro e delle politiche sociali che, d’intesa con il Ministero dell’economia e delle finanze, ha invitato l’Ente ad adottare tutte le misure utili al recupero dei crediti vantati nei confronti dei contribuenti libero professionisti relativi agli anni 2003-2006. E ricorda al contribuente che – attualmente – la fondazione si occupa di circa 4.500 assistiti e ciascun contributo potrà essere utile a migliorare le prestazioni loro assicurate;

inoltre dopo l’8 febbraio 2011, in base al nuovo statuto, coloro che non hanno fatto domanda di iscrizione volontaria alla fondazione hanno perso per sempre la possibilità di beneficiare dei servizi assistenziali. La quota 2006 viene pertanto sollecitata anche ad ex contribuenti che non beneficeranno mai del contributo versato;

intanto, l’ONAOSI stanzia 1,150 milioni di euro in più rispetto al biennio precedente, con il piano assistenziale 2011-2012 varato dal consiglio di amministrazione;

l’incremento, che per alcune voci è stato anche del 10 per cento, è stato suddiviso tra le varie prestazioni, con una maggiore attenzione agli aiuti agli orfani e ai soggetti fragili. In particolare, cinquecentomila euro sono stati destinati alle prestazioni assistenziali a sostegno dei contribuenti in condizione di particolare fragilità. I contributi verranno assegnati sulla base di criteri meritocratici, legati al progresso negli studi, ma anche tenendo in considerazione l’eventuale disagio socio-economico. Pur avendo aumentato alcune prestazioni, l’ONAOSI fa sapere che sono stati salvaguardati i livelli di assistenza già garantiti. Il piano dovrà essere approvato dai Ministeri del lavoro e dell’economia;

ONAOSI fa parte dei cosiddetti enti inutili destinati ad essere soppressi in base al decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 1977;

considerato inoltre che nell’indagine conoscitiva svolta dalla Commissione parlamentare di controllo sull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale sulla situazione economico-finanziaria delle casse privatizzate (gennaio 2011), l’ONAOSI emergeva tra quelle con la più alta percentuale di esposizione sulla fallita Lehman Brothers rispetto al patrimonio complessivo. Prima c’erano solo Enpaia ed Epap. 15 milioni di euro in bond Lehman, svalutati nel 2008 per il 90 per cento (13,5 milioni). Le obbligazioni erano in due tranche di 10 e 5 milioni. Secondo quanto risulta a Plus24, ONAOSI ha raggiunto un accordo stragiudiziale con Fineco Bank chiudendo dunque la vertenza avviata contro l’istituto che fa capo al gruppo UniCredit. Una causa che riguardava il bond di 10 milioni. Fineco ha versato a ONAOSI, in marzo, 3 milioni di euro come risarcimento per il deprezzamento subìto dal titolo. La piena proprietà del bond è rimasta in capo all’ente. Per quanto riguarda invece l’altro titolo da 5 milioni, depositato presso Meliorbanca, da quest’ultima è stato stimato (dati al maggio 2011) al 10 per cento del valore nominale,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che i contributi, che recentemente la fondazione ONAOSI sta richiedendo ai medici relativamente all’annualità contributiva 2006, sono dovuti e in base a quale giustificazione normativa;

se il Governo non ritenga opportuno un immediato intervento per sospendere le azioni di messa in mora, stante la dichiarata incostituzionalità dei contributi ONAOSI degli anni 2003-2006 e se non ritenga opportuno verificare eventuali profili di illegittimità nei casi di esecuzione forzata del pagamento, fermo amministrativo, eccetera;

se non ritenga opportuno, inoltre, verificare ed intervenire in merito alle trattenute tuttora operate sullo stipendio dei sanitari dipendenti, le cui quote presentano profili di incostituzionalità;

se non ritenga che i sanitari contribuenti degli anni 2003-2007 abbiano diritto al rimborso dei contributi incostituzionalmente versati o ad eventuali forme risarcitorie per la violazione di diritti costituzionalmente garantiti;

se risulti come vengono gestiti dalla fondazione i contributi versati dai medici, anche alla luce della forte esposizione della stessa su Lehman Brothers;

quali iniziative intenda assumere al fine di verificare la gestione amministrativa pregressa della fondazione nonché ulteriori interventi regolamentari nell’ambito delle attività della fondazione ONAOSI per ciò che attiene ai futuri processi decisionali e di fissazione delle quote contributive, ai fini di una maggiore trasparenza e conformità alla Carta costituzionale;

quali misure urgenti intenda intraprendere per evitare che l’eventuale non sostenibilità attuariale di alcune casse privatizzate, che hanno effettuato investimenti in titoli tossici ed in spericolate operazioni immobiliari, possa essere addossata alla generalità dei contribuenti, quindi alla fiscalità generale.

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Emodanneggiati

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06640
Atto n. 4-06640

Pubblicato il 19 gennaio 2012
Seduta n. 660

LANNUTTI , CARLINO , MASCITELLI – Ai Ministri della salute e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

nel Paese più di 70.000 persone sono state contagiate tra gli anni ’70 e ’90 da trasfusioni, vaccinazioni obbligatorie o emoderivati infetti, contraendo malattie irreversibili quali l’Aids o l’epatite C. Tra il 1985 e il 2008 ci sono stati, tra queste persone, circa 2.600 decessi;

l’articolo 33 del decreto-legge 1° ottobre 2007, n.?159, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 novembre 2007, n.?222, prevede «Per le transazioni da stipulare con soggetti talassemici, affetti da altre emoglobinopatie o affetti da anemie ereditarie, emofilia ed emotrasfusi occasionali danneggiati da trasfusione con sangue infetto o da somministrazione di emoderivati infetti e con soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie, che hanno instaurato azioni di risarcimento danni tuttora pendenti» uno stanziamento di 150 milioni di euro per l’anno 2007;

l’articolo 2, comma 361, della legge n. 244 del 2007 (legge finanziaria per il 2008), autorizzava per le transazioni di cui sopra una spesa di 180 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2008, mentre il comma 362 dello stesso art. 2 prevedeva l’adozione di un decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, in cui fossero fissati i criteri in base ai quali definire, nell’ambito di un piano pluriennale, tali transazioni;

in data 28 aprile 2009 è stato adottato dall’allora Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali il regolamento di cui al decreto ministeriale n.?132, che determinava le regole per la stipula delle transazioni con soggetti danneggiati che abbiano instaurato, anteriormente al 1° gennaio 2008, azioni di risarcimento danni ancora pendenti alla data di entrata in vigore del decreto stesso;

il Ministero della salute ha disciplinato altresì le «Modalità di presentazione delle domande di adesione alle transazioni ai sensi del decreto 28 aprile 2009, n.?132» attraverso una circolare ministeriale pubblicata il 22 ottobre 2009, a seguito della quale, secondo quanto riportato sul sito dello stesso Ministero, sono state presentate 7.356 domande di adesione alla procedura transattiva;

il 5 maggio 2011 il Consiglio dei ministri ha rinviato la votazione del decreto-legge sul riconoscimento di indennizzi per quanti hanno contratto malattie a causa di una trasfusione di sangue a causa di alcuni «tecnicismi» da risolvere, secondo quanto riportato da notizie di stampa riferite al Ministro della salute pro tempore, pur avendo in realtà l’intera copertura finanziaria. La votazione del decreto-legge è, in sostanza, l’ultimo passo per dare l’avvio effettivo al risarcimento;

secondo il Comitato vittime da sangue infetto questo decreto-legge rappresenta un provvedimento di grande giustizia che pone fine a errori sanitari che hanno determinato la morte di tante persone e costringe alla malattia tanti emotrasfusi; tuttavia la sua approvazione continua ad essere rinviato: non è stato discusso neanche nel Consiglio dei ministri del 19 maggio 2011;

il Ministro della salute pro tempore Fazio, rispondendo ad un’interrogazione dell’on. Palagiano (3-01803), in data 7 settembre 2011, sulla mancata discussione in Consiglio dei ministri del decreto relativo al riconoscimento di indennizzi per quanti hanno contratto malattie a causa di una trasfusione di sangue, dichiarava che il 5 maggio 2011 il Consiglio ha ritenuto di rinviare la decisione definitiva a seguito di un approfondimento di aspetti tecnici. “Questi aspetti tecnici si riferiscono non tanto al contenuto in sé del provvedimento, ma alla valutazione di impatto più complessivo, cioè alla possibilità che ulteriori soggetti, non inclusi nella platea oggetto del provvedimento stesso, richiedano l’erogazione dell’indennizzo straordinario in questione, invocando criteri di analogia ed equità, innescando quindi un processo di tipo emulativo con possibili e rilevanti conseguenze finanziarie a carico del bilancio dello Stato.Tuttavia, poiché sulla sostanza il Governo è deciso in questa direzione, un altro motivo per così dire tecnico di rinvio del decreto è stata l’ipotesi di inserire il provvedimento nella manovra, ipotesi che successivamente non ha trovato realizzazione. Poiché gli ultimi Consigli dei Ministri sono stati sostanzialmente dedicati alla manovra stessa, il decreto in questione verrà calendarizzato in una delle prossime riunioni”;

considerato che si è costituito il Comitato vittime sangue infetto, che, per sua stessa definizione, è una realtà nata spontaneamente da un gruppo eterogeneo di persone colpite dalla vicenda scandalosa del sangue infetto, la pagina più nera di Tangentopoli: quella scritta sulla pelle della gente. Plasma umano, reperito a basso costo negli Stati Uniti (nei ghetti delle grandi metropoli e nelle carceri di Arkansas e Alabama) così come in alcuni Paesi centro-africani, fu introdotto in Italia a partire dagli anni Settanta in modo del tutto illegale. Sangue di provenienza illecita o non certificata, che, senza essere sottoposto ad alcun controllo, veniva trasfuso nei corpi ignari di cittadini in cerca di aiuto e improvvisamente affetti da nuove, impreviste malattie. Vittime non di un errore medico, ma di un piano premeditato fondato sulla connivenza tra la (mala) politica prezzolata (Poggiolini ed altri) e una ristretta cerchia di aziende farmaceutiche specializzate nel trattamento e nel commercio di emoderivati. Da allora, quasi 4.000 morti e più di 80.000 infettati, una vera e propria strage silenziosa veicolata attraverso l’operato di persone prive di scrupoli, il cui delitto, ancora impunito, è stato quello di utilizzare – senza i dovuti controlli e con la complicità di funzionari corrotti – sangue infetto reperito a basso costo. Aids, epatite B e C sono le malattie che hanno colpito le persone sottoposte a trasfusione di sangue infetto; vittime che ancora oggi, a distanza di più di vent’anni, sono in attesa di quella giustizia che porti alla condanna dei responsabili di questa strage, causata dalla logica del profitto, nonché ad un equo risarcimento civile,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che uno Stato che si rispetti, nel momento in cui obbliga un cittadino a fare una vaccinazione o mette in commercio sostanze contaminate (l’albumina, il sangue), debba indennizzare chi, avendo bisogno di una trasfusione di sangue per un incidente o perché talassemico, contragga un’infezione assumendo un prodotto dallo stesso liberalizzato;

se non ritenga che ormai i lunghi tempi e i ripetuti rinvii, motivati sempre da approfondimenti tecnici, per l’emanazione del decreto-legge non trovano più alcuna giustificazione di fronte a migliaia di cittadini vittime del sangue infetto che da anni attendono il giusto indennizzo da parte dello Stato e continuano ad ammalarsi e morire senza che venga loro riconosciuto un diritto già sancito;

in quali tempi intenda procedere all’adozione del decreto-legge in questione, ultimo passo per attuare la doverosa transazione nei confronti dei numerosi cittadini contagiati a seguito di somministrazione di emoderivati e/o plasma infetti e delle loro famiglie;

se non ritenga utile, considerato che sono state censite 7.356 persone emodanneggiate, cominciare a risarcire queste, dimostrando di avere veramente a cuore la salute dei malati vittime del sangue infetto;

quali iniziative urgenti intenda assumere al fine di intervenire per indennizzare le persone che sono state colpite così ingiustamente e che adesso hanno bisogno di aiuto, perché devono sostenersi, curarsi adeguatamente, far fronte agli impegni delle famiglie e uscire da quel ghetto in cui sono state purtroppo cacciate dopo aver contratto una malattia grave come l’Aids.

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Differenti criteri di calcolo Iva sulle bollette per acconto e congluaglio

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06642
Atto n. 4-06642

Pubblicato il 19 gennaio 2012
Seduta n. 661

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

un’agenzia Ansa del 18 gennaio 2011 riporta la denuncia del settimanale “Il Salvagente” relativa all’applicazione dell’Iva nelle bollette di gas e telefono, destinate a milioni di famiglie italiane;

in particolare gli utenti si sono visti applicare un aumento retroattivo sui consumi precedenti al 17 settembre 2011, data da cui è in vigore l’aumento dell’Iva, deciso dalla manovra di agosto del precedente Governo, passata dal 20 al 21 per cento;

ciò sarebbe giustificato dalla legge sull’Iva (decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972) quando stabilisce che si applica l’aliquota vigente al momento dell’emissione della fattura, quindi il 21 per cento, a prescindere dal periodo di prestazione del servizio. Con il paradosso che anche una bolletta emessa il 17 settembre 2011, a fronte di consumi interamente effettuati nel periodo in cui l’aliquota era al 20 per cento, impone su tutto l’importo una tassazione comunque del 21 per cento;

il suddetto criterio cambia però, curiosamente, per le bollette a conguaglio. In questo caso, una circolare dell’Agenzia delle entrate del 12 ottobre 2011, la 45/E, autorizza le aziende che dovranno emettere fatture (esclusi in questo caso gli operatori telefonici) a utilizzare un criterio diverso e a procedere in modo selettivo. Ovvero si stabilisce che l’aliquota Iva delle note di accredito deve essere quella originariamente applicata. Questo vuol dire che se sulle bollette di acconto, a prescindere dal periodo di riferimento, tutti i consumi devono essere fatturati al 21 per cento, su quelle a conguaglio si potrà discriminare il periodo di consumo. Applicando quindi il 20 per cento per i mesi precedenti al 17 settembre 2011 e successivamente il 21 per cento. Si potrebbe anche verificare un ulteriore elemento a danno dei contribuenti: se sui consumi precedenti al 17 settembre 2011 hanno scontato l’aliquota maggiorata, in caso di conguaglio a favore verranno sì rimborsati ma con l’Iva al 20 per cento;

pertanto sui conguagli ci sono veri e propri paradossi, che frutteranno diversi milioni di euro allo Stato, ai quali anche l’Agenzia delle entrate sembra non avere grossi argomenti con i quali replicare;

l’Agenzia delle entrate, interpellata da “Il Salvagente” sul perché non solo si adotta un criterio diverso, ovvero si discrimina tra pre e post 17 settembre 2011, ma, nel caso di un conguaglio in favore dell’utente, le somme restituite saranno soggette ad Iva del 20 per cento, risponde che chi ha applicato l’Iva del 21 per cento sulle fatture di acconto ha interpretato correttamente la norma. Per i conguagli – la risposta è lapidaria ma non scioglie i dubbi – ci si attiene alla circolare 45/E;

le aziende, a loro volta interpellate da “Il Salvagente”, sulla questione rispondono che intendono applicare la legge; esse sono solo dei sostituti di imposta che riscuotono in nome e per conto dell’Erario e girano le entrate al fisco;

tuttavia non tutti gli operatori hanno interpretato allo stesso modo l’inasprimento fiscale sulle fatture di acconto. Se la stragrande maggioranza ha applicato il 21 per cento sui consumi precedenti al 17 settembre 2011, c’è anche chi ha fatto scontare ai propri utenti il 20 per cento fino al 16 settembre 2011 e solo successivamente l’aliquota maggiorata;

sulle bollette di acconto da Gdf-Suez, colosso francese del gas che opera in Italia, spiegano che l’associazione di categoria (Anigas, ndr) ha cercato di avere maggiori informazioni da parte dell’Agenzia delle entrate. Tuttavia l’imposizione dell’aliquota al 21 per cento è imposta dalla normativa fiscale che specifica che il momento impositivo è contestuale all’emissione della fattura;

analoghe le risposte da parte di Telecom e Wind-Infostrada. In sostanza: in base alla legge Iva (decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972) il momento rilevante per applicare l’Iva è il pagamento del corrispettivo, ovvero l’emissione della fattura;

la nuova aliquota – spiegano da Eni Gas&Power – viene applicata su tutte le fatture emesse a decorrere dal 17 settembre e ciò indipendentemente dal periodo cui fanno riferimento i consumi fatturati, esattamente come prevede la norma;

considerato che:

in materia di Iva, le aziende sono sostituti di imposta, pertanto riscuotono gli importi dai clienti per poi riversarli direttamente all’erario;

lo stesso problema e a giudizio dell’interrogante la stessa ingiustizia si potrebbero riproporre a settembre 2012 quando, se non migliorano i conti pubblici, lo Stato potrebbe decidere di innalzare di nuovo l’Iva dal 21 al 23 per cento,

si chiede di sapere:

quale sia, a giudizio del Ministro in indirizzo e alla luce dei fatti esposti in premessa, la ratio della disciplina sull’Iva del 1972 sottesa alla previsione che per l’acconto si applica l’aliquota vigente al momento dell’emissione della fattura a prescindere dal periodo di riferimento, mentre per i conguagli a favore del cliente l’Agenzia delle entrate autorizza un criterio diverso e penalizzante per l’utenza con il calcolo dell’aliquota vigente al periodo di riferimento, quindi al 20 per cento;

se non intenda precisare, qualora il conguaglio risulti negativo per il cliente, quale aliquota potrà essere applicata dall’azienda all’utente;

quali iniziative il Governo intenda adottare per sanare questo cortocircuito che autorizza l’applicazione di diversi criteri per gli acconti e i conguagli al fine di tutelare gli utenti che si trovano in una posizione di svantaggio, vedendosi restituire (conguaglio a favore) meno di quanto viene richiesto loro (acconto) dalle aziende di settore con il calcolo del pagamento dei consumi;

se non ritenga che, visto il riconoscimento di aliquote differenti in base al periodo di consumo di riferimento, sui conguagli, l’Agenzia delle entrate dovrebbe provvedere a rimborsare gli utenti con una nota di credito del 21 per cento per non penalizzare doppiamente i consumi precedenti al 17 settembre 2011.

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Sottosegretario Milone

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02596
Atto n. 3-02596

Pubblicato il 18 gennaio 2012
Seduta n. 659

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

la cosiddetta casta politica viene denigrata quotidianamente, anche per proprie precise responsabilità ed assenza di reazioni, da alcuni mezzi di informazione, a giudizio dell’interrogante servili, collegati direttamente o indirettamente a banche ed altri potentati economici, dai molteplici conflitti di interesse, così distogliendo l’attenzione dalle “supercaste” di tecnocrati ed ottimati, anche presenti nel cosiddetto Governo dei tecnici, che possono continuare tranquillamente ad operare per perseguire interessi di parte, coltivare il mero affarismo, incompatibili con l’interesse generale ed il bene comune;

in un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” in data 3 dicembre 2012 dal titolo: “È meglio se Milone rimane fuori. Da Tangentopoli a Fintecna gli affari del sottosegretario Nominato alla Difesa aveva un ruolo anche nella società del Tesoro”, Sergio Rizzo scrive un articolo che racconta la commistione tra politica, affari e perfino ambienti mafiosi. «Da qualunque punto di vista si guardi la cosa, non è normale. Non è normale che un ministro dia udienza al suo sottosegretario e al termine dell’incontro il ministero emetta un comunicato. E di che tenore, poi. Ansa, primo dicembre: “Il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, ha ricevuto oggi il sottosegretario Filippo Milone. Durante il “cordiale colloquio” il sottosegretario ha voluto tra l’altro ringraziare il ministro per le manifestazioni di considerazione e di fiducia che sono – riferisce il sottosegretario Milone – indispensabili per la proficua collaborazione”. Riletto in controluce, quel comunicato che getta acqua sul fuoco fa capire intanto una cosa. Che il fuoco c’è. Non era del resto difficile accorgersene. Era opportuno nominare sottosegretario alla Difesa l’ex consigliere dell’ex ministro Ignazio La Russa sei giorni dopo che già era stata resa nota quella intercettazione telefonica fra i manager di Finmeccanica Lorenzo Borgogni e Marco Forlani (costui incidentalmente figlio dell’ex segretario Dc Arnaldo Forlani)? Eccone un frammento. Marco: “Senti mi ha chiamato Filippo eh, che dice su, su quel discorso che facciamo ogni anno della loro offerta di partito a Milano eccetera…”. Borgogni: “Di partito? Del ministero!”. Marco: “…Credo sia una cosa del Pdl, no? Dice che te ne ha parlato a te pure”. Il giorno seguente al giuramento dei sottosegretari Fiorenza Sarzanini riferisce sul Corriere che “durante l’interrogatorio di sabato scorso di fronte al pm Paolo Ielo a Borgogni è stato chiesto di chiarire a che titolo avrebbe versato soldi a Filippo Milone, ex capo della segreteria di La Russa”. E per ora fermiamoci qui, in attesa dei risultati di quel chiarimento. Ma è appena il caso di sottolineare come la Finmeccanica sia il principale fornitore della Difesa. E come lo stesso Milone fosse consigliere di una società di quel gruppo, la Ansaldo Sts: settore trasporti. Incarico dal quale ha rassegnato le dimissioni una volta nominato al governo. Ma non l’unico che il sottosegretario, per la serie conflitti d’interessi, ha avuto nelle aziende pubbliche. Qualche anno fa, per esempio, è transitato nel consiglio di amministrazione delle Poste. Mentre non abbiamo ancora notizia ufficiale delle sue eventuali dimissioni dal collegio sindacale di una società che si chiama Quadrifoglio Real Estate srl. Collegio presieduto curiosamente dal presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua. La società in questione appartiene a Fintecna Immobiliare, cioè al Tesoro che è il proprietario del gruppo Fintecna. Holding statale che secondo gli esperti del settore potrebbe avere un ruolo importante nell’operazione di dismissione del patrimonio pubblico. Comprese magari le caserme della Difesa»;

si continua a leggere: «Ma Milone occupa anche una seconda poltrona del giro Fintecna immobiliare. Si tratta di un posto nel consiglio di amministrazione di Alfiere spa. È la società che Fintecna ha al 50% assieme ad alcuni privati riuniti nella Progetto Alfiere spa. Sono la Lamaro appalti della famiglia Toti, la Astrim di Alfio Marchini, il fondo immobiliare Fimit guidato da Massimo Caputi, la Tecnimont, la Immobiliare Fondiaria Sai di Salvatore Ligresti e la Eurospazio, i cui azionisti sono custoditi in due fiduciarie. Alfiere è l’impresa che dovrebbe realizzare un massiccio investimento immobiliare a Roma, con la trasformazione di tre torri alte 62 metri e di altri edifici al quartiere Eur, dove un tempo c’era il ministero delle Finanze, su progetto di Renzo Piano. Un’operazione fondiaria appetitosa, che prevede fra l’altro la realizzazione di locali commerciali e ben 350 appartamenti. Che cosa c’entra Milone? C’entra evidentemente per Ligresti, costruttore e finanziere siciliano. Come siciliane sono le radici del sottosegretario, comunque milanese di nascita, e di La Russa. E la terra è un legame formidabile, a giudicare dai fatti. Il figlio di La Russa, Antonino Geronimo, è consigliere di amministrazione della holding di Ligresti Premafin. E Milone è presidente di Quintogest, impresa controllata da Fondiaria Sai. Nonché consigliere della Sviluppo Centro est, società fra Ligresti, Toti e i costruttori Santarelli. Ma in passato è stato molto di più. Negli anni ruggenti del tramonto della Prima Repubblica gestisce la Grassetto, poi finita come tutte le grandi imprese di costruzione nel vortice delle inchieste di Tangentopoli. E lui s’immola. A partire dal tintinnìo delle manette fino ai processi per corruzione subisce tutte le traversie di quella stagione. Da Messina a Napoli, ad Asti, a Padova. Sperimentando, a seconda dei casi, praticamente ogni brivido che la ruota della giustizia sa offrire: la prescrizione, l’assoluzione in secondo grado, la condanna definitiva con lo zuccherino della “riabilitazione”. Per non farsi mancare proprio nulla, nel 1995 Milone arriva a mettere su con il futuro capo di una nuova Dc, Giuseppe Pizza, poi ritrovato nel 2008 al governo Berlusconi come sottosegretario all’Istruzione, una ditta di impianti elettrici. Che però dopo qualche anno va per aria. (…) Si narra che la sua carriera nelle costruzioni sia cominciata nell’impresa di Gaetano Graci. Proprio lui, uno dei Cavalieri di Catania, costruttori siciliani per decenni sulla cresta dell’onda quando negli anni Novanta vengono investiti dalle tempeste giudiziarie. A un certo punto Milone si trova addirittura in mano una piccola quota del 5%, chissà perché, in un’azienda di commercio all’ingrosso di carni di Placido Filippo Aiello, il genero di Graci. Finché nel 1993 la Ge.c.al. (così si chiama quella) va in liquidazione. Per completezza d’informazione va detto che due anni dopo Aiello e il suocero si beccano una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa. L’accusa dice che Cosa nostra aveva investito dei soldi nelle attività imprenditoriali di famiglia. Aiello patteggia 24 mesi. Passano dieci anni e la Guardia di Finanza lo accusa di aver trasferito in Svizzera 700 mila euro in barba alle regole del Fisco. Ma questa è un’altra storia. Composto l’intero quadro non può tuttavia che restare il dubbio: era proprio opportuna la nomina di Milone?»;

considerato che secondo un articolo pubblicato dal quotidiano “la Repubblica” il 18 gennaio 2012, il Sottosegretario di Stato per la difesa Filippo Milone «fa parte del collegio sindacale della Quadrifoglio Re Srl, che si occupa di riqualificare le ex manifatture tabacchi di varie città, controllata dalla statale Fintecna e costituita insieme a Pirelli Re. È poi nella gestione della Sviluppo Centro est, nata per la riqualificazione di 60 ettari in zona Torre Spaccata a Roma, controllata dall’Immobiliare lombarda (Fonsai-Ligresti) e dalla Lamaro Appalti Spa (società di costruzione dei fratelli Toti). Nella Federservizi immobiliare, controllata al cento per cento da Assoimmobiliare, il cui ufficio stampa però, a domanda precisa, non rivela nulla sul suo ruolo. Ancora, in una cooperativa edilizia, il Consorzio Prampolini. E soprattutto, nel Progetto Alfiere Spa: Milone è nel cda della società che ha in mano la grandiosa opera di trasformazione delle tre torri e di una vasta area dell’Eur, a Roma, ridisegnata da Renzo Piano. Dentro ci sono ancora una volta Fintecna, l’immobiliare di Ligresti e i fratelli Toti. Le strade di Milone e Ligresti si incontrano anche quando si parla di vino. Milone risulta infatti nella gestione della Colpetrone e della Santa Maria del Fico srl (tutto di proprietà di Saiagricola)»;

considerato che a giudizio dell’interrogante occorrerebbe appurare:

se risponda al vero che Filippo Milone abbia iniziato la sua carriera nelle costruzioni nell’impresa di Gaetano Graci, uno dei Cavalieri di Catania, costruttori siciliani per decenni sulla cresta dell’onda quando negli anni ’90 vengono investiti dalle tempeste giudiziarie, al punto da trovarsi in mano una piccola quota del 5 per cento di un’azienda di commercio all’ingrosso di carni, la Ge.cal di Placido Filippo Aiello, il genero di Graci, fino a quando nel 1993 non va in liquidazione;

se egli abbia dato le dimissioni per incompatibilità dal collegio sindacale di una società denominata Quadrifoglio Real Estate Srl, appartenente al gruppo Fintecna immobiliare, che potrebbe avere un ruolo importante nell’operazione di dismissione del patrimonio pubblico, caserme comprese e dove si ritrova Presidente del collegio sindacale il noto collezionista di poltrone e Presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua;

se sia vero che Milone occupi anche un’altra poltrona nel consiglio di amministrazione di Alfiere SpA, del gruppo Fintecna immobiliare, e che la stessa Fintecna detiene il 50 per cento delle quote, assieme ad altri privati riuniti nella Progetto Alfiere SpA, come la Lamaro appalti della famiglia Toti, la Astrim di Alfio Marchini, il fondo immobiliare Fimit guidato da Massimo Caputi, la Tecnimont, l’immobiliare Fondiaria Sai di Salvatore Ligresti e la Eurospazio, i cui azionisti sono custoditi in due fiduciarie;

se risponda al vero che la stessa Alfiere SpA sarebbe l’impresa incaricata di realizzare un massiccio investimento immobiliare a Roma, con la trasformazione di edifici nel quartiere Eur, dove un tempo c’era il Ministero delle finanze, su progetto dell’architetto Renzo Piano;

se sia vero che sia stata acquisita agli atti giudiziari una conversazione compromettente fra i manager di Finmeccanica Lorenzo Borgogni e Marco Forlani su dazioni di denaro, e che, come riferisce sul “Corriere della Sera” Fiorenza Sarzanini, durante un interrogatorio, il pubblico ministero Paolo Ielo abbia chiesto a Borgogni, il factotum di Guarguaglini, di chiarire a che titolo avrebbe versato soldi a Filippo Milone, ex capo della segreteria del ministro La Russa,

si chiede di sapere quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che incarichi delicati siano affidati a personalità che si trovano in situazioni, anche potenziali, di conflitto di interesse e che abbiano evidenziato prossimità ad interessi particolari ed affari al limite della liceità, e che facciano ipotizzare la possibilità che non siano in grado di perseguire esclusivamente gli interessi più generali del Paese.

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Ulteriore incarico Mastrapasqua per un totale di 25 “poltrone”

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02594
Atto n. 3-02594

Pubblicato il 18 gennaio 2012
Seduta n. 658

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze, dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

la cosiddetta “casta politica” viene denigrata quotidianamente da alcuni servili mezzi di informazione collegati direttamente o indirettamente a banche ed altri potentati economici, dai molteplici conflitti di interesse, così distogliendo l’attenzione dalle “supercaste” di tecnocrati ed ottimati, anche presenti nel cosiddetto governo dei tecnici, che possono continuare tranquillamente ad operare per perseguire interessi di parte, coltivare il mero affarismo, incompatibili con l’interesse generale ed il bene comune;

a quanto risulta all’interrogazione, esistono veri e propri collezionisti di cariche pubbliche, come il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua il quale, non pago delle sue 24 poltrone occupate contemporaneamente senza peritarsi della crisi e della politica di sacrifici di milioni di famiglie impoverite, anche per precise responsabilità di banchieri e tecnocrati di complemento, continua ad accumularne ulteriori, senza alcun problema di ordine etico, morale e di cumulo dei compensi percepiti;

secondo l’agenzia “Radiocor” infatti, il Presidente dell’Inps Mastrapasqua, prorogato dall’attuale Governo nella carica fino al 2014 oltre la scadenza naturale della Legislatura, dovrebbe ottenere – ma l’agenzia dà per scontata la nomina- la presidenza di Idea Fimit, una società di gestione immobiliare che ha in portafoglio circa 9 miliardi di assets;

scrive infatti “Radiocor” il 17 gennaio 2012: «Cambio al vertice in vista a Idea Fimit, la sgr immobiliare nata dalla fusione di First Atlantic e Fimit. Il numero uno dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, secondo quanto risulta a Radiocor, si appresta a diventare il nuovo presidente della società al posto di Paolo Crescimbeni. La sostituzione è un normale avvicendamento dopo la manovra del Governo Monti di fine dicembre che ha fatto confluire nell’Inps, l’Inpdap e l’Enpals. I due enti previdenziali della pubblica amministrazione e dei lavoratori dello spettacolo sono azionisti di Idea Fimit rispettivamente con il 18,33 per cento delle quote e l’11,34 per cento. Il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, andrà a completare la squadra di vertice di Idea Fimit, prima sgr immobiliare italiana con circa 9 miliardi di masse gestite, che è guidata dall’amministratore delegato Massimo Brunelli»;

IdeA Fimit sgr nasce il 3 ottobre 2011 dalla fusione tra Fimit-Fondi immobiliari italiani Sgr e First Atlantic real estate Sgr, con la finalità di costituire la prima società di gestione del risparmio (Sgr) immobiliare italiana con 8,9 miliardi di masse in gestione e 20 fondi immobiliari di cui 5 quotati nel segmento MIV, mercato telematico degli investment vehicles, di borsa italiana;

secondo l’agenzia di stampa Adnkronos del 13 gennaio 2012, «Hines Italia, Idea Fimit e Sator Immobiliare sono i tre gruppi in corsa per gestire il patrimonio immobiliare della famiglia Ligresti custodito nella holding Sinergia. Gli immobili ora in Sinergia, in seguito all’accordo che verrà trovato con le banche creditrici sulla rinegoziazione del debito, dovrebbero confluire in un fondo creato appositamente. Gli istituti di credito esposti con Sinergia, Unicredit, Banco Popolare, Ge e Bpm, hanno nominato come rappresentate Lazard, che, a partire dalla prossima settimana, si confronterà con Banca Leonardo, advisor dei Ligresti. Gli asset di Sinergia, costituiti da immobili, aree e terreni, dovrebbero essere conferiti in una nuova società di proprietà delle banche, che affideranno poi la gestione a una delle tre società in campo. Alla famiglia Ligresti dovrebbe invece rimanere la società delle costruzioni Imco. Gli immobili di Sinergia hanno un valore di libro di circa 300 milioni di euro e alcuni sono in portafoglio dagli anni Settanta. Uno dei primi passi sarà quindi di rivalutarli secondo l’attuale valore di mercato. I tempi per un accordo però, fa sapere una fonte vicina alla vicenda, potrebbero non essere brevi»;

a quanto risulta all’interrogante, l’ulteriore incarico a Mastrapasqua viene conferito in una fase delicata del gruppo Ligresti, che dopo aver distrutto il valore di Fondiaria Sai ed impiegato allegri affidamenti di Unicredit ed altre banche di “sistema”, ha ottenuto che un “cavaliere bianco”, il gruppo Unipol, potesse effettuare opera di acquisizione con una supervalutazione, con la finalità di salvare i bilanci di Mediobanca, che avrebbe dovuto effettuare fortissime svalutazioni delle partecipazioni detenute e depredare i piccoli azionisti ed assicurati, a giudizio dell’interrogante senza che Isvap, Consob e Banca d’Italia abbiano mosso particolari rilievi di gestione;

premesso altresì che a giudizio dell’interrogante i numerosi incarichi di Mastrapasqua determinano una situazione di conflitto di interesse, ed in particolare di incompatibilità con la carica ricoperta nell’Inps ed in Equitalia,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che Antonio Mastrapasqua, da tempo facente parte di un pool di tecnici istituito presso palazzo Chigi, si accinge ad occupare la ventiseiesima poltrona, accumulando cariche e compensi non soggetti, per la super casta di oligarchi, ad alcun limite, senza considerare che a quanto risulta all’interrogante percepisce 465.000 euro soltanto per la vicepresidenza di Equitalia;

se risultino eventuali i rapporti tra Mastrapasqua ed alcuni rappresentanti della cosiddetta Loggia P4, in particolare con Luigi Bisignani, che ha patteggiato una pena di un anno e 7 mesi per 10 imputazioni di reati compresi associazione a delinquere e corruzione, Paolo Saltarelli, presidente della Cassa ragionieri, ed altri personaggi del gruppo Ligresti;

quali misure urgenti di competenza il Governo intenda attivare, compresa la revoca immediata delle cariche di Mastrapasqua, a giudizio dell’interrogante onnipresente presidente dell’ Inps, presso le società pubbliche, per restituire trasparenza, rigore e serietà ad aziende pubbliche spesso dilapidate e gestite con criteri affaristici e privatistici.

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Processo derivati-Incriminata Anna Maria Tarantola (Bankitalia)

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06606
Atto n. 4-06606

Pubblicato il 18 gennaio 2012
Seduta n. 658

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che ci sarebbe una svolta nell’indagine della procura di Trani sui derivati venduti dall’ex banco di Napoli e Monte dei Paschi di Siena; si legge su un articolo dell’agenzia di stampa AGI diffuso il 16 gennaio 2012 che la Procura «ha incriminato l’inerte e contiguo ufficio di Vigilanza di Bankitalia a cominciare dalla vice direttore generale Anna Maria Tarantola ed altri 7 ispettori della Banca d’Italia, tra cui Simonetta Iannotti e il capo Stefano Mieli, coinvolti nell’indagine che ha portato al sequestro dei prodotti finanziari “tossici” messi sul mercato dal Banco di Napoli, oggi Intesa San Paolo, e dal Monte dei Paschi di Siena, per aver appioppato derivati avariati a decine di imprese, tipo “interest rate swap”, tra i più moderni strumenti fraudolenti artefici della crisi sistemica e di fallimenti a catena di piccole e medie imprese e del dissesto finanziario di enti locali»;

si legge ancora che la Banca d’Italia avrebbe affermato di aver svolto gli approfondimenti del caso «fornendone puntuale informativa all’autorità giudiziaria e alla Consob, sull’operatività dei derivati di tipo “swap” oggetto dell’indagine della Procura di Trani commercializzati dalle banche alle imprese, con l’auspicio che la Magistratura accerterà la piena insussistenza degli addebiti ipotizzati a carico di propri esponenti e dipendenti, perché l’azione della vigilanza sarebbe improntata all’esclusivo perseguimento delle finalità istituzionali, nel pieno rispetto della legge, oltre alla signora Tarantola la Procura di Trani (…) deve allargare il suo orizzonte alla Consob, che invece di vigilare sui derivati avariati appioppati a piene mani dalle banche, sanzionava rappresentanti di consumatori, come Adusbef, che denunciava proprio alla magistratura quei comportamenti criminali, configurando un abuso di potere»;

si apprende inoltre che il filone dell’inchiesta vede «61 funzionari indagati a vario titolo per truffa aggravata ed estorsione, con gli ispettori di Bankitalia, i quali nonostante sapessero dei rischi che derivavano dalla commercializzazione dei derivati del tipo “swaps”, avrebbero favorito la loro vendita anche tramite ispezioni relative agli anni 2006 e 2008, con le quali la stessa signora Tarantola, nella sua qualità di direttore centrale per la vigilanza creditizia e finanziaria, scriveva: “Questo istituto non ha ravvisato, per i profili di competenza, aspetti di rilievo sanzionatorio amministrativo”, senza impedire l’aggravarsi dei danni che tale attività ha arrecato alla clientela»;

considerato che:

si apprende inoltre dalla lettura di un articolo di “AndriaLive.it” del 13 gennaio che i militari della tenenza della Guardia di finanza di Molfetta (Bari) «hanno sottoposto a sequestro contratti finanziari derivati di tipo “interest rate swaps” per un valore di oltre 220 milioni di euro e la somma complessiva di circa 10 milioni di euro, di cui 4 milioni di euro equivalenti all’ingiusto profitto sinora percepito dagli istituti di credito e circa 6 milioni di euro relativi ai prevedibili futuri flussi derivanti dai contratti in itinere. Gli strumenti derivati su tassi d’interesse o interest rate swap (irs) sono contratti in cui due parti si accordano di scambiarsi reciprocamente, a scadenze prestabilite, flussi finanziari, periodici o una tantum, il cui ammontare è determinato di volta in volta, applicando i parametri di riferimento previsti dallo schema contrattuale. Essi possono essere utilizzati a fini di copertura, per fronteggiare la variabilità dei tassi di interesse sulle operazioni finanziarie, o a fini speculativi, per ottenere profitti economici. Generalmente allo “swap” ricorrono le imprese (ma anche gli enti pubblici) per eliminare l’incertezza di un contratto a tassi variabili. L’impresa (o l’ente) si impegna a pagare un tasso fisso e riceve un tasso variabile, la differenza la paga (o l’incassa) l’impresa. Tuttavia, la ventilata copertura dall’eventuale rischio rialzo dei tassi di interesse mediante sottoscrizione di contratti su strumenti derivati, proposta a soggetti indebitati (cd. clientela “corporate”), si rivela spesso un autentico raggiro in cui la società finisce per pagare molto più di quanto non incassi dallo scambio. In particolare le società vengono indotte dalla propria banca a sottoscrivere “contratti derivati” attraverso artifizi consistenti nella mendace rappresentazione di un prodotto finanziario che consentirebbe al debitore di “proteggersi dal rialzo dei tassi”. Questo lo scenario disvelato dalle indagini condotte dalle Fiamme gialle di Molfetta, che hanno interessato oltre 200 imprese operanti nella provincia di Barletta, Andria e Trani, alle quali gli istituti di credito avevano proposto ed in alcuni casi imposto la sottoscrizione di contratti “interest rate swaps”, descrivendoli come innocui prodotti di tipo bancario/assicurativo idonei a proteggere la posizione debitoria dell’azienda dal rischio di rialzo dei tassi di interesse, sottacendo agli ignari sottoscrittori la vera natura speculativa delle operazioni. Il meccanismo truffaldino ordito ha finito per aggravare le condizioni finanziarie delle imprese sottoscrittrici, molte delle quali, giunte sull’orlo del fallimento, hanno denunciato tale sistema fraudolento, innescando l’intervento della Guardia di finanza e della Magistratura. Pertanto, oltre a sequestrare la somma di 4 milioni di euro che rappresenta l’illecito profitto sinora conseguito dalle banche in danno alle diverse aziende, la misura cautelare si è resa necessaria anche per evitare l’ulteriore aggravio di interessi passivi a carico delle imprese per ulteriori 6 milioni di euro, ovvero le rate che sarebbero maturate fino alla scadenza dei contratti ancora in essere. Le condotte illecite perpetrate hanno determinato a carico di direttori e funzionari delle diverse filiali interessate – l’ipotesi di reato della truffa aggravata e, a carico di alcuni di essi anche il reato di estorsione, in quanto la sottoscrizione dei contratti derivati veniva posta quale vincolo per la concessione di mutui o finanziamenti nel frattempo chiesti dall’impresa. Inoltre è stato acclarato che taluni funzionari bancari hanno svolto di fatto l’attività di promotore finanziario pur non essendo iscritti all’albo, in violazione alle specifiche norme previste dal Testo Unico della Finanza. Le indagini proseguono per individuare eventuali ulteriori aspetti sottostanti alla commercializzazione di “strumenti derivati” ed al loro collocamento da parte del Banco di Napoli che ha già avviato una consistente azione transattiva con i clienti danneggiati»;

l’Associazione dei consumatori, Adusbef, si è costituita parte civile contro la signora Anna Maria Tarantola e la Banca d’Italia e chiederà l’incriminazione della Consob;

premesso che a giudizio dell’interrogante:

anche il caso descritto – in cui gli organi ispettivi non avrebbero impedito l’aggravarsi dei danni che tale attività ha arrecato alla clientela lasciando che a riceverne vantaggi, invece, fosse il Banco di Napoli, del gruppo Intesa SanPaolo – è espressione della continua omissione di controllo delle colluse autorità vigilanti;

è inutile, indecente e controproducente, che tali autorità continuino a respingere responsabilità rispetto a truffe subite dai cittadini come evidenzia la sacrosanta azione penale del pubblico ministero Savasta della Procura della Repubblica di Trani e del Procuratore Capo dottor Carlo Maria Capristo,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di un’incriminazione della Consob per omessa vigilanza, le cui responsabilità sul commercio dei derivati a giudizio dell’interrogante appaiono evidenti;

se risulti che siano state espletate da parte degli organismi preposti alla vigilanza le attività necessarie a garantire la trasparenza, la completezza e la correttezza dell’informazione delle operazioni finanziarie fortemente speculative proposte dalle banche, così permettendo di salvaguardare, nel caso di specie, gli interessi delle aziende truffate, insieme a quelli di molti altri enti locali e società a controllo pubblico fortemente danneggiati dalla gestione spregiudicata dei prodotti derivati;

se non ritenga fraudolenti le clausole capestro imposte dalle banche con i suddetti strumenti di finanziamento delle imprese che offrono ai clienti la possibilità di pagare un tasso fisso, ricevendo in cambio un tasso variabile, pagando o incassando la differenza, mentre la ventilata copertura dell’eventuale rischio del rialzo dei tassi di interesse si rivela un autentico raggiro e il cliente paga molto di più rispetto a quanto non incassato dallo scambio;

quali iniziative urgenti vorrà intraprendere per evitare che aziende e enti locali possano essere frodati da condizioni capestro imposte dagli istituti bancari approfittando della buona fede dei clienti quando queste, come nel caso in premessa, hanno gettato sul lastrico gli imprenditori del nord barese convinti di aver sottoscritto contratti di assicurazioni non speculativi;

se non intenda attivarsi per quanto di competenza presso gli istituti di credito italiani e le autorità indipendenti, come Consob e Banca d’Italia, che peraltro a quanto risulta all’interrogante non hanno attivato alcuna iniziativa per impedire una colossale truffa a danno di centinaia di aziende, affinché si arrivi ad un annullamento di contratti capestro, truffaldini ed illegali, proposti con l’unica finalità di guadagni certi ai manager bancari e di perdite ancor più sicure per i contraenti;

se risulti che le banche italiane, che a giudizio dell’interrogante sembrano godere di inusitati privilegi dalle autorità vigilanti, continuino a collocare sul mercato i contratti sotto accusa, gli “interest rate swap”.

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Dipendenza UE Agenzie di rating

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06605
Atto n. 4-06605

Pubblicato il 18 gennaio 2012
Seduta n. 658

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che in un articolo de “Linkiesta” del 16 gennaio 2012 dal titolo “Così l’Europa si è consegnata alle agenzie di rating” si legge: «I mercati hanno sbadigliato, gli europarlamentari hanno risposto con il solito appello alle regole, ma le leggi europee lo dicono chiaro: dalle agenzie di rating non si prescinde. Alla riapertura delle contrattazioni dopo la raffica di declassamenti di Standard & Poor’s, il canovaccio si ripete. Nulla di nuovo: come sostengono molti analisti macroeconomici, il mercato ha già scontato gli effetti della mossa di S&P, e nelle sale operative ormai nessuno considera dirimente il giudizio espresso dalle tre sorelle del rating. Generalmente, secondo il principio tale per cui un emittente non può avere un merito creditorio superiore al proprio Stato di provenienza – nei giorni successivi all’azione sullo Stato le agenzie di rating contestualmente abbassano il voto a società strettamente legate al Paese declassato, come utilities e banche. Per Eni, Enel, Terna, Unicredit, Intesa Sanpaolo scendere alla tripla B+, livello superiore di soli due gradini (ovvero due “notch”) rispetto a BBB-, cioè il livello minimo affinché un emittente sia considerato in grado di ripagare i propri creditori (il cosiddetto “investment grade”), aumenterà di certo gli interessi sulle emissioni obbligazionarie, ma difficilmente comporterà una rivoluzione nei portafogli dei fondi italiani. “Il mercato si è già liberato della carta italiana al di là del downgrade, perciò non mi aspetto grosse vendite se non sulla parte subordinata dei bancari. Certo, dipende anche dal risk management: alcuni grandi investitori istituzionali vendono se il giudizio è condiviso da almeno due agenzie di rating. In altre parole, dipende dalla capacità del fondo di valutare i fondamentali rispetto all’etichetta del rating” osserva Giovanni Fracasso, private banker presso Banca Albertini Syz. “Più che i fondi mi preoccupano le gestioni indicizzate o i grandi Etf americani sui titoli di Sato, che tollerano un rischio sovrano minimo pari ad A”. Alcuni bond, come l’emissione di Campari a scadenza 2015, quella di Luxottica al 2014 e quelle Eni al 2015 e 2014, quotano tutti sopra la parità. Caso diverso per le obbligazioni bancarie: oggi, seppure in una giornata di volumi molto sottili per via della chiusura di Wall Street per il Martin Luther King day, un broker svizzero sotto garanzia di anonimato ha spiegato a Linkiesta di aver visto pesanti vendite da parte di un asset manager inglese sul debito subordinato di Unicredit e Intesa Sanpaolo. Lo scetticismo unanime degli operatori nei confronti di S&P si concentra soprattutto su un dato: oggi Roma ha lo stesso merito creditorio di Dublino, che ha ricevuto aiuti all’Ue per 85 miliardi di euro, e presenta un deficit migliore di Parigi. “Dopo il declassamento degli Usa il rendimento dei Treasuries non ha fatto altro che ridursi mentre l’indice Standard & Poor’s ha guadagnato l’8%”, nota Alessandro Frigerio, gestore di Rmj Sgr. Insomma, il rating preoccupa soltanto i politici. Oggi il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble ha detto di voler accelerare l’iter per “stabilire i criteri di trasparenza e assicurare che le agenzie di rating non abbiano interessi economici” che possano interferire con le loro decisioni, dimostrandosi favorevole a un’agenzia di rating comunitaria. Una soluzione che non risolve però il vero problema, cioè l’automatismo con cui, in alcuni casi, il rating è applicato a fini regolamentari. “Uno tra gli esempi più significativi di affidamento della regolamentazione sui rating è rappresentato dall’accordo c.d. “di Basilea 2″ sui requisiti di capitale delle banche”, scrive Luca Enriques, commissario Consob dal 2007, in un paper del 2010 in cui si spiega che: “Basilea 2, così come le disposizioni che ne hanno recepito i contenuti, indica gli standard che le banche devono rispettare per affrontare tre dei principali rischi connessi alla propria operatività: il rischio operativo, il rischio di credito – comprensivo del rischio di controparte – e il rischio di mercato”. Nelle nuove norme di Basilea III, ancora in fieri, a proposito del ricorso al rating esterno si legge che gli istituti di credito: “dovrebbero valutare le esposizioni, indipendentemente dal fatto che esse siano provviste di rating o meno, e determinare se le ponderazioni applicate a tali esposizioni, in base al metodo standardizzato, sono adeguate in relazione al loro rischio intrinseco”. Anche se, sul lungo periodo, vale il principio per cui: “Se una banca investe in una particolare emissione cui è stata attribuita una specifica valutazione, la ponderazione del credito sarà basata su tale valutazione”. Con la direttiva CRD IV, Bruxelles recepisce gli standard di Basilea III, affermando: “i requisiti di capitale necessari ad ammortizzare il rischio di credito richiedono una misurazione dello stesso. A volte i rating esterni, seppure imperfetti, rimangono la migliore soluzione disponibile”. C’è di più: la direttiva del Parlamento europeo dello scorso 8 giugno, nel modificare il regolamento 1060/2009, che amplia la legislazione europea in materia introducendo alcuni obblighi come quello di registrazione all’interno dell’Ue, evidenzia che banche, fondi e intermediari “possono utilizzare a fini regolamentari solo rating emessi da agenzie di rating stabilite nell’Unione e registrate conformemente al presente regolamento”. Un riconoscimento esplicito, così come nell’ultima risoluzione adottata da Strasburgo si ammette esplicitamente: “il problema-chiave (del sistema finanziario europeo, ndr) è la dipendenza dalle agenzie di rating”. Poco dopo però si scrive: “se il rating esterno adempie uno scopo regolamentare, non dovrebbe essere classificato come opinione”. Negli Usa, le agenzie di rating si sono sempre appellate alla protezione del primo emendamento: “Le nostre erano solo opinioni”, hanno detto, e non devono essere prese come unica forma di valutazione della bontà di un investimento. L’Europa, invece, stenta ancora a riconoscerlo e scriverlo chiaramente sui Trattati»;

considerato che:

le tre maggiori agenzie di rating sono delle entità private strutturate come società per azioni e quindi parte della logica di mercato, e sono sottoposte al principio del massimo profitto possibile;

inoltre hanno partecipazioni dirette, anche attraverso i membri dei loro consigli direttivi, board of directors, nelle più grandi corporation internazionali e delle più grandi banche internazionali, pesantemente coinvolte nelle operazioni di finanza derivata, cioè in quelle speculazioni finanziarie principalmente responsabili delle bolle speculative e dell’attuale crisi finanziaria sistemica globale;

a conferma si riporta un’analisi del 2005 relativa delle tre agenzie di rating dirigenziali (come già riportato nell’interpellanza 2-00198 a firma dell’interrogante):

1) la Standard & Poor’s (S&P) è sussidiaria della multinazionale McGraw-Hill Companies, con sede centrale a New York, colosso delle comunicazioni, dell’editoria, delle costruzioni e presente in quasi tutti i settori economici. La multinazionale, proprietaria anche di Business Week, nel 2005 vantava un fatturato di 6 miliardi e un profitto di 844 milioni di dollari. Il presidente di McGraw-Hill è Harold McGraw III, che è, tra le altre cose, contemporaneamente membro del Board of Directors della United Technology (multinazionale degli armamenti) e della ConocoPhillips (petrolio ed energia). È stato anche membro del “Transition Advisory Committe on Trade” del presidente George W. Bush, padre dell’ex capo della Casa Bianca. Tra i membri del Board of Directors della McGraw-Hill, che decidono quindi anche dell’attività della S&P, figurano: sir Winfried Bishoff, presidente della Citigroup Europa e uomo di punta della Henry Schroder Bank di Londra; Dougals N. Daft, presidente della Coca Cola Co.; Hilde Ochoa-Brillenmbourg, alto responsabile della Credit Union del FMI-World Bank; James H. Ross, della British Petroleum; Edward B. Rust Jr., presidente della’assicurazione State Farm Insurance Company (gigante del settore assicurativo, bancario e immobiliare, sotto scrutinio per le politiche troppo disinvolte dopo l’urgano Katrina), direttore della Helmyck & Payne, colosso del settore petrolifero e già membro del Transition Advisory Team Committee on on Education della presidenza di George W. Bush (padre); Sidney Taurel, presidente della farmaceutica Eli Lilly (che in passato ha vantato tra i suoi dirigenti anche Kenneth Lay, condannato per la bancarotta della Enron) e direttore dell’IBM, già membro nel 2002 dell’Homeland Security Advisory Council (l’apparato dell’antiterrorismo);

2) l’agenzia di rating Fitch di New York è sussidiaria della multinazionale dei servizi finanziari Fimalac, con sede centrale a Parigi. Nel 2005 la multinazionle americana delle comunicazioni Hearst Corporation ha rilevato il 20 per cento del pacchetto azionario. Il suo presidente è Marc Ladreit de Lacharriere, uomo della Renault e della Banque Suez. Tra i membri del Board of Directors figurano: David Dautresme della banca Lazard Freres; Philippe Lagayette della JPMorgan & Cie; Bernard Mirat della Cholet-Dupont (finanza); Bernard Pierre della Fremapi (metalli preziosi). La Fimalac vanta anche un International Advisory Board per dare più lustro e potere alla multinazionale, che nel 2002 annoverava tra gli altri: Felix Rohatyn della Lazard Freres, l’uomo che ha recentemente smantellato l’industria americana dell’auto, Sholley della UBS Warburg, Reimnits della Kommerz Bank, Peberan della Parisbas, rappresentanti della Nestléè, della Bentelsmann e anche l’ex presidente della Federal Reserve americana Paul Volker e l’italiano Lamberto Dini;

3) l’agenzia di rating Moody’s è sussidiaria della Moody’s Corporation, con sede centrale a New York. Il presidente è Raymond W. McDaniel Jr. Tra i membri del Board of Directors figurano: Basil L. Anderson della Stables Inc. e della Hasbro Inc (due giganti del settore vendite e servizi); Robert Glauber della ING Group (settore bancario e assicurativo con base in Olanda), già sottosegretario del ministero delle finanze americano nel periodo 1989-92; Henry Mc Kinnell, della multinazionale farmaceutica Pfizer e della Exxon Mobil (petrolio); Nancy S. Newcomb della Citigroup e della Sysco Corporation (settore alimentare); John K. Wulff, della multinazionale chimica Herculer, della KPMG (la multinazionale di consulenza finanziaria e di certificazione dei bilanci), della Sunoco (petrolio) e della Fannie Mae (che, insieme alla Freddie Mac, detiene quasi per intero il pacchetto ipotecario immobiliare americano);

a giudizio dell’interrogante, le suddette tre agenzie americane di rating non sono solamente l’espressione dell’intreccio dominante delle multinazionali, ma in particolar modo sono una struttura organizzata delle principali banche del pianeta che controllano il sistema finanziario e debitorio delle nazioni e di tutti i settori dell’economia sia privata che pubblica. Ma la cosa che si vuole con precisione sottolineare è l’influenza determinante esercitata sulle “tre sorelle” da quella finanza altamente speculativa che è responsabile della gigantesca bolla in derivati finanziari che ha precipitato il mondo intero in un processo di crisi sistemica;

come riportato in numerosi atti di sindacato ispettivo in Senato (2-00198, 2-00208 1-00482, 3-02406, 4-05653, 4-05769, 4-05271, 4-05824) diverse Procure della Repubblica stanno attivando procedimenti di inchiesta sull’agenzie di rating per gravissimi reati;

il Commissario europeo per il mercato interno, Michel Barnier, il 20 ottobre 2011 ha dichiarato che ”Le agenzie di rating sono una delle cause della crisi, non hanno saputo anticiparla, non hanno dato il giusto rating ai prodotti, hanno fatto valutazioni sbagliate che hanno avuto un effetto grave”,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che le società di rating, poiché sono pagate dai committenti e non dagli investitori, sono portatrici di un conflitto di interessi, che ha mostrato tutta la sua evidenza negli scandali finanziari mondiali che hanno riguardato società come Enron, Worldcom e Parmalat;

se non ritenga che tali agenzie di siano un attore del mercato e pertanto non immuni dai cicli dei mercati e dagli errori che ne derivano e che, non essendo esse europee, potrebbero esserci pregiudizi sui mercati quando si arriva alla valutazione di specifiche questioni europee;

se non ritenga, inoltre, che le agenzie di rating Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch abbiano rapporti di puro interesse con alcune banche d’affari e quindi stiano tentando di riprodurre quello che già sta accadendo, cioè abbattere la solvibilità degli Stati per finalità prettamente speculative;

come intenda attivarsi in sede europea per dirimere gli eventuali conflitti d’interesse delle agenzie di rating e accrescerne la responsabilità;

quali iniziative di competenza, nelle opportune sedi internazionali, intenda adottare per spronare ogni azione atta ad interrompere la dipendenza dell’Unione europea dal giudizio delle agenzie di rating e contribuire a limitare il potere di entità monopolistiche private, quali Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, che possono condizionare la politica economica degli Stati sovrani, i quali non devono continuare a dipendere da giudizi di parte, e come tali non sempre affidabili;

se non intenda attivarsi, nelle opportune sedi di competenza, al fine di sollecitare l’emanazione di norme europee che prevedano la possibilità di ricorrere giudiziariamente in sede civile contro giudizi scorretti delle agenzie relativi alla solidità creditizia delle nazioni europee;

quali iniziative urgenti intenda assumere al fine di sollecitare un’azione, coordinata a livello internazionale, per ridefinire le regole e i progetti per un nuovo sistema monetario e finanziario internazionale, per una nuova “Bretton Woods” capace di promuovere un nuovo ordine economico mondiale più giusto.

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Alloggi Forze dell’ordine addette lotta criminalità organizzata

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06609
Atto n. 4-06609

Pubblicato il 18 gennaio 2012
Seduta n. 658

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’interno e delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

gli agenti di Polizia, Guardia di finanza, Carabinieri addetti alla lotta alla criminalità organizzata, ai sensi dell’art. 18, comma 1, del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, per l’attuazione dei programmi straordinari d’edilizia residenziale, da concedere in locazione o in godimento ai dipendenti delle Amministrazioni dello Stato, hanno diritto a partecipare alla procedura di assegnazione degli alloggi realizzati con contributi dello Stato;

è prevista l’assegnazione in locazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica agevolata realizzati. In particolare ne sono stati già realizzati in Ponte Galeria a favore dei dipendenti pubblici impegnati nella lotta alla criminalità organizzata ai sensi dell’art. 18 del citato decreto-legge n. 152 del 1991 cosiddetta legge Martelli il quale dispone “Per favorire la mobilità del personale è avviato un programma straordinario di edilizia residenziale da concedere in locazione o in godimento ai dipendenti delle amministrazioni dello Stato quando è strettamente necessario alla lotta alla criminalità organizzata, con priorità per coloro che vengano trasferiti per esigenze di servizio. (…) Gli interventi di cui al comma 1 sono realizzati dai comuni, dagli IACP, da imprese di costruzione e loro consorzi e da cooperative e loro consorzi. I contributi di cui al comma 1, lettera a), sono concessi, anche indipendentemente dalla concessione di mutui fondiari ed edilizi, a parità di valore attuale in un’unica soluzione o in un massimo di diciotto annualità costanti, ferma restando l’entità annuale complessiva del limite di impegno autorizzato a carico dello Stato. Il Comitato esecutivo del CER determina gli ulteriori criteri per le erogazioni dei contributi nonché il loro ammontare massimo. In caso di alienazione degli alloggi di edilizia agevolata l’atto di trasferimento deve prevedere espressamente, a pena di nullità, il passaggio in capo all’acquirente degli obblighi di locazione nei tempi e con le modalità stabilite dal CIPE”; nonché ai sensi degli specifici criteri dettati dalla normativa speciale, quali la delibera CIPE del 20 dicembre 1991 (con cui sono stati vincolati 50 miliardi di lire annui per l’edilizia agevolata);

a seguito della illegittimità della determinazione del canone il Tribunale amministrativo regionale del Lazio ha accolto i ricorsi presentati da alcuni dipendenti del Ministero dell’interno con le sentenze n. 36219/2010 e n. 36220/2010, rispetto alle fondate doglianze dei ricorrenti, e ha dichiarato che il principio ex art. 47, secondo comma della Costituzione, quello cioè del favor dell’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, s’appalesa non direttamente implicato nella res controversa. A ben vedere però la censura in questione vuole evidenziare come la fissazione del canone annuo di locazione non realizzi il predetto interesse pubblico, inteso appunto a favorire la mobilità del personale con priorità per quegli (dipendenti pubblici – NDE) statali trasferiti per esigenze di servizio, mercè siffatta locazione o l’uso in godimento degli alloggi realizzati a tal precipuo fine e con il connesso finanziamento statale. Non vale allora l’obiezione delle parti resistenti circa l’ancoraggio del canone stesso al 4,5% del prezzo massimo di cessione del diritto di superficie, in quanto lasciando da parte ogni considerazione sulla regolarità del metodo di calcolo di detto prezzo, tale aliquota non è fissa né obbligata, ma è quella massima stabilita dall’art. 4, comma 3, del decreto ministeriale n. 215 del 2002. Sicché l’opzione tout court a favore di essa, se non basata su motivate e serie ragioni, è ictu oculi arbitraria. Quindi, il fatto che tal ammontare sia stato in varia guisa richiamato nella convenzione del 13 dicembre 2006, in quella con il Ministero stesso o nel bando della procedura d’assegnazione non ne muta il carattere, né autorizza il Comune ad adeguarvisi de plano. Né il richiamo in sé elide l’illegittima omissione, dai ricorrenti censurata con il quarto motivo, da parte del Ministero stesso in ordine ai criteri specifici per indirizzare. Ma non per ciò solo il Comune sarebbe stato esentato dal fornire specifica ed idonea contezza dell’attestamento a tal misura massima, contezza che, invece, manca nell’impugnata nota n. 79966/2009;

il TAR Lazio, sez. II, Presidente Tosti ha dichiarato – tra l’altro – la illegittimità dei costi richiesti dalle società per le migliorie. Se, dunque, già l’indebita assenza, peraltro non negata dal competente Provveditore alle organizzazioni sindacali, dell’esercizio dell’alta vigilanza sull’attività edile della Società controinteressata già ex se manifesta, se non un serio inadempimento, perlomeno la mancata realizzazione in parte qua dei reciproci obblighi ex art. 4 della convenzione tra le amministrazioni resistenti e tal società – segnatamente per quanto attiene alla corrispondenza tra i lavori eseguiti e quelli dedotti in capitolato speciale -, in ogni caso non è certo, né è dimostrato il dies a quo del termine per la formazione del silenzio medesimo. A più forte ragione sfugge al Collegio in base a qual parametro, non essendovi prova certa se ed in qual misura tal capitolato abbia realmente vincolato le amministrazioni resistenti, queste ultime (maxime il Comune di Roma) abbiano potuto ammettere le migliorie così proposte, tralasciandone l’an e calcolando subito il quantum;

contrariamente a quanto sostenuto dalle società che hanno realizzato gli alloggi e dalla Prefettura di Roma, il giudice amministrativo ha dichiarato che l’unico possibile fruitore finale è l’assegnatario (dipendente dello Stato), considerato che nelle motivazioni delle sentenze si legge che rettamente i ricorrenti contestano l’identità di ruolo tra concessionario (ossia, il soggetto attuatore) e fruitore finale del singolo alloggio: il secondo è, in base all’art. 18, comma 1, del decreto-legge n. 152 del 1991, l’unico destinatario del programma costruttivo per cui il primo fu selezionato ed ottenne il finanziamento pubblico. Senza il finanziamento e l’individuazione dei beneficiari, l’intervento di edilizia residenziale pubblica in argomento non sarebbe stato possibile, perlomeno non nei termini descritti dal medesimo art. 18, dal decreto ministeriale n. 215 del 2002 e dalle convenzioni con le varie amministrazioni coinvolte, a nulla qui rilevando le ulteriori vicende di circolazione di detti alloggi, come descritte nella determinazione n. 21 del 2002 in caso di rigorosamente accertata cessazione del pubblico interesse nei loro riguardi. Anzi, la messa a disposizione degli alloggi per tali finalità pubbliche, inoltre finanziate ai sensi del ripetuto art. 18, costituisce la giustificazione (recte, la presupposizione necessaria) del rapporto di locazione con i beneficiari indicati in tal norma. Questa ne è l’unica possibile lettura costituzionalmente orientata, perché, argomentando in modo diverso sul significato e lo scopo dell’art. 18 e, dunque, di ciò che deve intendersi per «fruitore finale», si perverrebbe al risultato, certo non leggibile nella citata norma, di un indebito aiuto di Stato a talune imprese edili;

i ricorrenti hanno chiesto al Ministero delle infrastrutture e trasporti in persona del legale rappresentante p.t. e alla Prefettura di Roma in persona del Prefetto per la illegittimità dei provvedimenti relativi alla determinazione del prezzo massimo di cessione di tutti gli atti presupposti e consequenziali al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali;

si è imposta, pertanto, l’esecuzione delle sentenze del TAR n. 36219/2010 e 36220/2010 nei confronti dei ricorrenti e di tutti gli altri dipendenti che hanno sottoscritto il contratto di locazione ai sensi dell’art. 18, comma 1, lett. a), del citato decreto-legge 13 maggio 1991 n. 152 con un indebito arricchimento da parte delle società, considerato che il contenuto precettivo delle sentenze ha comportato l’eliminazione dal mondo giuridico di una entità obiettiva quale il provvedimento impugnato;

tuttavia, nelle more della esecuzione, è accaduto che il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha emanato un primo decreto a firma del Ministro pro tempore Matteoli n. 1026 del 1° luglio 2011, bocciato dalla Corte dei conti ed un successivo decreto n. 8346 del 7 settembre 2011, con cui lo stesso Ministro ha reiterato il medesimo criterio censurato dal giudice amministrativo senza fornire alcuna motivazione e anzi tale circostanza ha condotto, nel frattempo, le società a vendere gli alloggi assegnati ai dipendenti statali;

a molti conduttori, dipendenti del Ministero dell’interno e comunque assegnati alla lotta alla criminalità organizzata e destinatari degli alloggi, non viene garantito il godimento degli alloggi considerato che sono a tutt’oggi privi di riscaldamento e di acqua calda e con grave pregiudizio per la propria salute e quella dei familiari;

ad ulteriore beffa per gli istanti si aggiunge la comunicazione pervenuta dalla società SE.MA 99 Srl relativamente all’avvenuta cessione degli alloggi di proprietà della società Di Veroli a.r.l. a favore della società SE.MA 99 Srl costruiti con finanziamenti pubblici per la lotta alla mafia, notizia di cui si è chiesta conferma alla Prefettura di Roma. Tale società SE.MA 99 Srl ha come amministratore unico e legale rappresentante Arib Dora di cittadinanza libica, ed è una società che risulta con capitale versato pari a soli 60.000 euro, di cui 54.000 da Gafemo Sa di cittadinanza belga con domicilio a Bruxelles, mentre i rimanenti proprietari sono i signori Di Veroli Guido e FINECOM, anche essa società di proprietà dei signori Di Veroli e socia dell’Istituto Bancario IMPREBANCA SpA, Istituto bancario ove dovrà essere versato il canone di locazione;

in tal senso si riporta il seguente articolo di giornale pubblicato sul quotidiano “La Repubblica”: «Imprebanca sotto il tiro della giustizia e non solo: l’istituto di credito sarà presto essere oggetto di un’ispezione di Bankitalia. Alla luce degli arresti del 14 giugno per la mega evasione fiscale da oltre 600 milioni di euro che ha portato in manette, insieme ad altre 45 persone, anche Cesare Pambianchi, numero uno della Confcommercio di Roma e presidente di Imprebanca, si aggrava la posizione di quest’ultima. I pm Sabina Calabretta, Francesca Loy e Francesco Ciardi, titolari del fascicolo, stanno vagliando con attenzione tutti i movimenti di denaro che sono passati per l’istituto di credito al cui vertice c’era quella che, secondo l’accusa, è una delle due menti del sistema che ha permesso l’evasione fiscale da record (l’altra era il suo socio, Carlo Pambianchi). È un fatto che, guardando sul sito dell’istituto di via Cola di Rienzo, tra gli azionisti di Imprebanca, ci sono molti dei clienti dello studio Pambianchi-Mazzieri che sono stati iscritti nel registro degli indagati: Di Veroli, Francisci e Gruppo Conad Tirreno. Tutti colpevoli di aver spezzettato le aziende e di averle trasferite all’estero per non pagare le tasse. Tutte realtà aziendali, a questo punto è chiaro, direttamente legate al numero uno dei commercianti. Molti dei soldi sfuggiti ai controlli antiriciclaggio e a quelli del fisco potrebbero essere passati, dunque, passati da Imprebanca. Non a caso, dalle intercettazioni telefoniche depositate al tribunale del Riesame, è chiaro che il gruppo guidato dai due commercialisti dei Parioli si desse un gran da fare per cercare di eludere gli obblighi di segnalazione da parte delle banche. Ma queste sono solo ipotesi a cui i magistrati e gli uomini del nucleo speciale di polizia valutaria stanno lavorando. Una cosa è certa: Imprebanca sarà presto anche oggetto degli accertamenti di Palazzo Koch che, sulla base dell’inchiesta, avvierà le verifiche necessarie in questi casi»,

si chiede di sapere:

se il Governo non intenda, a garanzia della imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione e onorabilità dell’attività statale e in particolare di quella svolta dalle Forze dell’ordine dedicate alla lotta alla criminalità organizzata e alla mafia, adottare le opportune iniziative al fine di riscontrare se vi siano stati eventuali comportamenti illegittimi tenuti da autorità pubbliche nella presente vicenda, considerato che non è stata data esecuzione alla sentenza del TAR Lazio, in elusione del giudicato, mentre è stato reiterato il criterio del 4,5 per cento massimo a favore delle società EDIL CASA di proprietà di Maggini e della società Di Veroli;

quali iniziative, considerata la delicatezza degli incarichi svolti dai conduttori degli alloggi in oggetto, nella loro qualità di pubblici ufficiali impegnati nella lotta alla criminalità organizzata, il Governo voglia intraprendere al fine di verificare se si è provveduto al rilascio delle certificazioni antimafia (comunicazioni e informazioni antimafia) con le quali viene verificata l’assenza di cause di decadenza, di sospensione o di divieto – di cui all’art. 10 della legge 31 maggio 1965, n. 575 (ora abrogato e confluito negli artt. 67 e 76 del decreto legislativo n. 159 del 2011) – e di tentativi di infiltrazione mafiosa – di cui all’art. 4 del decreto legislativo 8 agosto 1994, n. 490 – nei confronti dei soggetti che intendono instaurare rapporti con la pubblica amministrazione come nel caso de quo e nei confronti della SE.MA 99 Srl, della società Ingg. Ettore e Mario Di Veroli e della società EDIL Casa Srl poi Ponte Galeria Immobiliare;

quali iniziative intenda assumere al fine di accertare lo stato degli alloggi, considerato che, venendo meno a quanto previsto nei capitolati di appalto e l’applicazione persino di un incremento per le migliorie, molti assegnatari sono costretti a vivere in alloggi addirittura privi di riscaldamento e se non intenda procedere per garantire il godimento degli alloggi;

se intenda intraprendere le opportune iniziative per constatare l’esistenza del diritto di prelazione a favore degli assegnatari dipendenti statali sin dall’assegnazione degli alloggi;

quali iniziative, nelle opportune sedi di competenza, intenda adottare al fine di rivedere la normativa che ha garantito, con l’emanazione dei suddetti decreti, alle società il profitto derivante dall’indebita previsione del criterio più elevato per la determinazione dei canoni.

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