Month: gennaio 2012

Finmeccanica- AleniaAermacchi-Pietro Capogreco

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06610
Atto n. 4-06610

Pubblicato il 18 gennaio 2012
Seduta n. 658

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che risulta all’interrogante che a partire dal 1° gennaio 2012 l’unità organizzativa Relazioni esterne della nuova AleniaAermacchi, società del gruppo a controllo pubblico Finmeccanica, sia stata affidata a Pietro Capogreco;

considerato che:

come già evidenziato nell’atto di sindacato ispettivo 4-04281, Pietro Capogreco, ex segretario generale dell’Autorità portuale di Napoli, è indagato nell’ambito di un’inchiesta della Procura della Repubblica di Napoli sulla gestione dell’Autorità stessa in relazione a presunti finanziamenti illeciti ai partiti;

è solo questione di tempo perché l’assunzione di Capogreco nella nuova AleniaAermacchi arrivi all’attenzione della stampa, ad opinione dell’interrogante restituendo così all’opinione pubblica l’ennesima immagine negativa di un’azienda pubblica importante come Finmeccanica,

si chiede di sapere:

quali siano le valutazioni del Ministro in indirizzo sull’affidamento di tale importante incarico ad una persona indagata in un’inchiesta sul finanziamento illecito ai partiti;

se non ritenga che tale atto sia un segnale di continuità con la gestione di Guarguaglini del gruppo Finmeccanica, caratterizzata da scandali di corruzione e tangenti;

quanto costi all’AleniaAermacchi l’assunzione di Capogreco in termini di stipendio e altri benefits;

se risultino le valutazioni dell’audit interno a Finmeccanica di tale nomina, dato che Capogreco dovrà relazionarsi con organi dello Stato ed enti locali;

se non ritenga opportuno aprire un’inchiesta su tale assunzione e chiedere le dimissioni di Capogreco, in nome di una necessaria pulizia all’interno della principale azienda industriale italiana.

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CRI -patrimonio e bilancio.

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06608
Atto n. 4-06608

Pubblicato il 18 gennaio 2012
Seduta n. 658

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze, della salute e della difesa. -

Premesso che:

con diverse ordinanze commissariali (OC) vengono posti in vendita diversi immobili facenti parte del patrimonio immobiliare dell’Associazione italiana della Croce rossa, si citano quali esempi: OC n. 611711 del 14 dicembre 2011, immobile in Roma; OC n. 613 del 14 dicembre 2011, immobile sito a La Spezia; OC n. 612 del 14 dicembre 2011, immobile sito ad Imperia; OC n. 648 del 29 dicembre 2011; due immobili siti in Roma; OC n. 610 del 14 dicembre 2011, immobile e tre appezzamenti di terreno siti a Verbania; OC n. 614 del 14 dicembre 2011, immobile sito ad Arcola (La Spezia);

le ordinaze del commissario straordinario, avvocato Francesco Rocca, vengono pubblicate sul sito istituzionale dell’ente in un’area dedicata con password d’accesso;

l’Associazione è ente di diritto pubblico, pertanto assoggettata a tutte le norme di trasparenza e di pubblicità dei propri atti;

si evince, dalle relazioni allegate ai rendiconti generali della Croce rossa italiana (CRI), la difficoltà dell’ente ad ottenere, nei tempi debiti, la rendicontazione dei bilanci dei comitati locali, provinciali e regionali per carenza di idonei profili amministrativi o addirittura di dipendenti amministrativi nelle realtà locali; ma contemporaneamente si richiede, con ripetute lettere a firma del direttore generale, dottoressa Ravaioli, tali dati, che dovrebbero essere comunque già in possesso del Comitato centrale, come ad esempio dati relativi ai beni immobili di proprietà e ai beni immobili di terzi in comodato d’uso in quanto il patrimonio dell’ente è unico e attualmente non divisibile e acquisti, autorizzazione ad affitti o a comodati d’uso devono comunque essere autorizzati con apposita ordinanza dal commissario straordinario;

la CRI si è dotata di un sistema di contabilità integrata (SICOM) che di fatto accentra sul sistema informatico anche i bilanci, i dati patrimoniali dei beni mobili ed immobili;

su tale sistema vengono certificati i bilanci attraverso i revisori dei conti; il Ministero dell’economia e delle finanze ha messo a disposizione tali bilanci a titolo oneroso in ogni comitato e pertanto il Comitato centrale è permanentemente a conoscenza delle singole spese di ogni singola unità CRI;

ripetutamente il comitato centrale ha richiesto alle unità periferiche, che a dire del commissario sono sprovviste di personale amministrativo, l’elenco del personale dipendente in servizio sia civile che militare, dati già in possesso del comitato centrale visto che le buste paga vengono mensilmente predisposte dai competenti uffici del comitato centrale;

risulta all’interrogante che:

il bilancio preventivo 2012, recentemente approvato dai Ministeri vigilanti sia stato predisposto dal comitato centrale attraverso la trasposizione dei dati del bilancio di previsione 2011, senza nei fatti verificare le effettive esigenze dei comitati territoriali, variazioni che sono da ritenersi strategiche visti i progetti di riforma in itinere e le nuove emergenze che la CRI dovrà comunque affrontare;

il commissario straordinario abbia convocato a Roma per il 27 gennaio 2011 una riunione plenaria di tutti i commissari regionali, provinciali, dei vertici nazionali delle componenti volontaristiche e dei direttori regionali per consultarsi sulle problematiche economico-finanziarie dell’Associazione,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti quali iniziative il commissario straordinario intenda assumere sul reinvestimento del patrimonio immobiliare posto in vendita e con quali modalità il ricavato dalla vendita del patrimonio immobiliare possa ritrovare reinvestimento sul comitato che ha avuto in dono il bene;

se il Governo non intenda adottare le opportune iniziative al fine di verificare che le operazioni di vendita avvengano correttamente e altrettanto correttamente sia esplicato il reinvestimento sul territorio;

quali azioni intenda intraprendere sulla pubblicità degli atti (ordinanze) emesse a qualunque livello dalla CRI (locale, provinciale, regionale e nazionale);

se siano state intraprese iniziative nei confronti dei commissari CRI che a qualunque livello non hanno adempiuto ad inviare, nei tempi previsti dalla legge, i bilanci preventivi e i consolidati;

quali azioni intenda assumere affinché ogni comitato locale, che gode di ampie autonomie, sia dotato di idonee figure professionali amministrative e se queste possano essere a carico del comitato centrale in considerazione del fatto che gode di un ampio finanziamento da diversi Ministeri;

se risultino i motivi per cui il comitato centrale continua a richiedere dei dati già in proprio possesso (relativi al personale e al patrimonio);

se risulti quale beneficio ha ottenuto l’ente dal sistema SICOM e dalla convenzione onerosa con il Ministero dell’economia per la messa a disposizione di revisori dei conti, se la struttura centrale non riesce a gestire i dati che vengono inseriti dai vari comitati sul sistema centralizzato SICOM;

se risulti possibile che il comitato centrale abbia bisogno di fare ripetute ricognizioni sul personale dipendente CRI, sia civile che militare, se mensilmente predispone le buste paga su dati che, sempre mensilmente, le unità periferiche trasmettono per predisporre le stesse buste paga;

se non ritenga, infine, utile valutare la sostituzione dell’attuale vertice commissariale, che, a giudizio dell’interrogante, ha manifestato, in questi anni di commissariamento, di non aver prodotto alcun miglioramento gestionale dell’ente, nonché procedere ad un riordino dell’ente riportandolo ai compiti istituzionali.

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Conflitto interessi Ministro Severino

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00405
Atto n. 2-00405

Pubblicato il 17 gennaio 2012
Seduta n. 657

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e della giustizia. -

Premesso che:

si legge su “Il Fatto Quotidiano” del 12 gennaio 2012: «La norma che vieta ai condannati di ricoprire cariche di vertice nelle assicurazioni varrà solo per il futuro e quindi i vari furbetti potranno tranquillamente continuare a ricoprire i loro incarichi. Il testo porta la firma di Romani ma è stato vistato dal nuovo Guardasigilli». Nell’articolo, dal titolo “Legge sull’onorabilità, un regalo a Caltagirone firmato dal suo ex legale: il ministro Severino”, Vittorio Malagutti solleva ampie critiche, com’è doveroso per la libera stampa che ha l’obbligo di segnalare ai lettori ed alla pubblica opinione comportamenti poco decorosi dei Governi, all’ennesima misura a favore dei potentati economici ed assicurativi: «Carlo Cimbri, amministratore delegato di Unipol, il 31 di ottobre è stato condannato in primo grado a tre anni e sette mesi di reclusione per aggiotaggio nella scalata illegale del 2005 alla Bnl, quella famosa dei furbetti. Problemi in azienda? Carriera in forse? Macché. Cimbri è salvo. E già che c’è, può serenamente attendere l’esito dei negoziati per il salvataggio della Fonsai. Il gruppo di Salvatore Ligresti potrebbe infatti finire sotto l’ombrello di Unipol, con il rampante Cimbri numero uno in pectore. Può stare tranquillo anche il costruttore, nonché vicepresidente delle Generali, Francesco Gaetano Caltagirone, pure lui condannato (tre anni e sei mesi) nel processo Bnl. Insomma, liberi tutti. Lo stabilisce il nuovo regolamento sui requisiti di onorabilità di amministratori e alti dirigenti delle compagnie di assicurazioni. Può sembrare incredibile, ma fino a ieri queste norme non c’erano. Il governo, anzi tre governi, ci hanno messo sei anni a venire a capo di un testo. E quando finalmente il decreto è stato messo nero su bianco, tutto si è risolto in un incredibile colpo di spugna, come lo ha definito ieri un articolo del Corriere della Sera. La legge, pubblicata il 9 gennaio sulla Gazzetta Ufficiale (in vigore dal 24 gennaio) è l’ultimo regalo del ministro dello Sviluppo, Paolo Romani, il quale si è dimesso insieme all’intero governo Berlusconi il giorno dopo la firma, il 12 novembre. Il via libera definitivo alle nuove norme è però arrivato solo qualche giorno dopo grazie al governo Monti. Infatti il decreto di Romani è stato “vistato” anche da Paola Severino, Guardasigilli in carica dal 16 novembre. Severino, come noto, è avvocato di gran fama e tra i suoi principali clienti, ormai da molti anni c’è anche Francesco Gaetano Caltagirone, forse il principale beneficiario delle nuove norme. C’è un conflitto d’interessi, quindi, tra la Severino ministro e la Severino avvocato. Tanto più che il decreto è stato licenziato giusto in tempo per togliere d’imbarazzo il vicepresidente delle Generali. Vediamo le date. Il 31 ottobre viene emessa la sentenza di primo grado per la scalata dei furbetti alla Bnl. E l’11 novembre, neppure due settimane dopo, Romani estrae dal cassetto, dove giacevano ormai da anni, le norme sui requisiti di onorabilità. Di lì a poco arriva anche il visto del nuovo ministro della Giustizia. Ecco il colpo di spugna, quindi. Il decreto, infatti, fissa una serie di casi in cui gli amministratori di compagnie di assicurazioni perdono il requisito di onorabilità e vanno quindi sospesi dai loro incarichi. Le norme però non sono retroattive. I manager già in carica non hanno quindi nulla da temere, possono concludere il loro mandato senza il rischio di essere sospesi. Alla norma sulla retroattività è stato però aggiunto un altro comma che di fatto inchioda i manager alle loro poltrone. Funziona così: in caso di future condanne i requisiti di onorabilità vengono meno, si legge nel testo ministeriale, soltanto “in relazione a procedimenti avviati” dopo la data di entrata in vigore del regolamento. In altre parole, Caltagirone e Cimbri possono stare tranquilli. Se anche fossero condannati in secondo grado e perfino in via definitiva per l’aggiotaggio nella scalata alla Bnl del 2005, non perderebbero comunque la poltrona. Il rischio esiste solo se i due manager venissero coinvolti in nuovi procedimenti penali iniziati dopo il 24 gennaio prossimo, data in cui entreranno definitivamente in vigore le norme firmate dall’inedita coppia Romani-Severino. Quest’ultima disposizione appare quantomeno sorprendente, soprattutto se si confronta il nuovo testo sulle assicurazioni con quello sull’onorabilità dei banchieri, che invece è in vigore sin dal 1998. I due regolamenti sono praticamente identici. Le condanne che prevedono la sospensione immediata dagli incarichi sono le stesse. E cioè, in generale, tutte le condanne per i reati in materia finanziaria, per i delitti di bancarotta e quelli contro la pubblica amministrazione puniti, questi ultimi, con reclusione di almeno un anno. Per tutti gli altri delitti la sospensione è in vece prevista in caso di condanna ad almeno due anni. Insomma, le norme sui banchieri e quelle sugli assicuratori viaggiano in parallelo, ad eccezione del comma che riguarda i procedimenti già avviati. Gli amministratori delle compagnie di assicurazioni, come detto, vengono sospesi solo per eventuali condanne in procedimenti penali futuri. Niente di tutto questo è invece previsto nelle norme, più severe, che si applicano ai banchieri. E allora, è il caso di dirlo, gli assicuratori sentitamente ringraziano i ministri Romani e Severino»;

a riprova nel verbale di udienza redatto da fonoregistrazione, procedimento penale n. 14037/09 R.G. di Berneschi Giovanni Alberto, nell’udienza del 21 maggio 2010 la professoressa Severino, in qualità di difensore di Caltagirone, ha posto numerose domande ai testi, a pag. 3-6 luglio 1913-14-20-21 del verbale di 86 pagine;

considerato che:

“Il Fatto Quotidiano” pubblica la replica del ministro Severino, con riferimento all’articolo pubblicato dal “Fatto Quotidiano” giovedì 12 gennaio in cui si legge: «Intendo precisare alcuni aspetti che, pur in parte rappresentati nel testo, sono contraddetti dal titolo: “Un regalo a Caltagirone firmato dal suo ex legale: il ministro Severino”. Il regolamento sui requisiti di onorabilità in ambito assicurativo rientra nelle competenze decisionali del ministro dello Sviluppo economico e non già del ministro della Giustizia. Esso viene emanato previo interpello dell’Isvap, parere del Consiglio di Stato e comunicazione del presidente del Consiglio dei ministri, e senza alcuna partecipazione del ministro della Giustizia, neppure in fase consultiva. Il regolamento è stato formato e deciso nei suoi contenuti dal precedente ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, il quale ha provveduto ovviamente anche a firmarlo. Il visto del guardasigilli è atto volto a verificare la sola forma e non già i contenuti del provvedimento. Esso è un atto dovuto in presenza dei requisiti formali del regolamento. Lascio giudicare ai lettori se questo trasparente itinerario possa giustificare il titolo “Un regalo a Caltagirone firmato dal suo ex legale: il ministro Severino”. Prof. Paola Severino, ministro della Giustizia»;

Vittorio Malagutti controreplica: «È comprensibile l’autodifesa del ministro Severino, ma la vicenda del regolamento sui requisiti di onorabilità degli amministratori delle compagnie di assicurazioni resta sconcertante. Il governo ha preso a scatola chiusa un decreto “libera tutti” firmato dal ministro Romani ventiquattr’ore prima di dare le dimissioni e dieci giorni dopo la condanna al processo Bnl di Francesco Gaetano Caltagirone, già cliente dell’avvocato Severino. Quel decreto, è bene ricordarlo, giaceva da anni nei cassetti del ministero. Visto il contenuto assai delicato di quelle norme sarebbe forse stato opportuno prendere tempo per valutare meglio. Il governo non l’ha fatto. E del governo fa parte anche il ministro Severino, che ha controfirmato l’atto»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia consapevole di aver approvato una norma sull’onorabilità degli assicuratori, in base alla quale in caso di future condanne i requisiti di onorabilità vengono meno, soltanto “in relazione a procedimenti avviati” dopo la data di entrata in vigore del regolamento, ciò che offre un salvacondotto in maniera particolare a Caltagirone e Cimbri, condannati in secondo grado e perfino in via definitiva per l’aggiotaggio nella scalata alla Bnl del 2005;

se tale disposizione, a giudizio dell’interpellante sorprendente, che vale solo per il futuro e per le condanne emesse dopo il 24 gennaio 2012, non abbia la finalità di evitare la sospensione immediata dagli incarichi per tutte le condanne concernenti reati in materia finanziaria, per i delitti di bancarotta e quelli contro la pubblica amministrazione, puniti, questi ultimi, con reclusione di almeno un anno, escludendo gli amministratori delle compagnie di assicurazioni, che potranno essere sospesi solo per eventuali condanne in procedimenti penali futuri;

se la controfirma da parte di un Ministro, già difensore di un amministratore, non possa configurare un abuso in atti di ufficio per favorire platealmente almeno un assicuratore suo cliente già condannato dalla perdita dei requisiti di onorabilità e difeso dalla stessa in giudizio nel processo contro “i furbetti del quartierino”;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per evitare che, tra i gravi conflitti di interessi, a giudizio dell’interpellante presenti all’interno dell’Esecutivo, possano aggiungersi ulteriori favori che avvantaggiano clienti ed imprese che hanno frodato il mercato ed i diritti dei consumatori, utenti, assicurati.

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Incidenti stradali -Cartelli abusivi e buche stradali

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06600
Atto n. 4-06600

Pubblicato il 17 gennaio 2012
Seduta n. 657

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

ogni giorno non si contano gli incidenti dei centauri e le vittime, specie nelle grandi città, anche causati da strade piene di buche e dalla cartellonistica selvaggia;

ieri a Roma, l’ennesimo incidente sulla tangenziale, dove una giovane ventenne sbatte su un cartello stradale e muore sul colpo;

scrive “Il Messaggero” in un articolo del 17 gennaio 2012: «Tragico incidente mortale questa mattina sulla Tangenziale Est all’altezza dell’uscita Batteria Nomentana in direzione S.Giovanni. Una ventenne, romana, è morta. Era a bordo di una moto guidata da un giovane. Secondo testimoni la ragazza nell’impatto, è stata sbalzata in aria battendo la testa contro un cartello. Il giovane avrebbe raccontato di essere stato accecato dal sole: è stato trasportato in codice giallo all’ospedale Pertini mentre la ragazza è morta sul colpo. Chiuso al traffico il tratto di tangenziale tra viale Etiopia e Batteria Nomentana, in direzione San Giovanni. La dinamica dell’incidente. Ancora non è chiaro se ci sia anche un’auto coinvolta nell’incidente. L’incidente è avvenuto nel tratto stradale in cui ci sono dei lavori in corso e la giovane passeggera, dopo l’impatto violento della moto con un blocco di cemento, è finita contro un cartellone della vecchia segnaletica. Il conducente della moto è prima finito contro una barriera in cemento provvisoria per i lavori poi, a causa dell’urto, la passeggera è stata sbalzata contro un cartello della vecchia segnaletica stradale (che indicava gli orari di apertura e chiusura della tangenziale), già posizionato in un tratto che attualmente è chiuso al traffico a causa dei lavori. La giovane è morta sul colpo. Attaccato al cartellone stradale c’è anche un piccolo cartello che indica un’attività commerciale. Mesi fa sulla Tuscolana una giovane coppia è morta in un incidente simile. Il ragazzo alla guida dello scooter ha urtato con violenza contro un cartellone pubblicitario posizionato in modo abusivo. La Procura ha aperto un’inchiesta sul caso. Sabato l’associazione Basta Cartelloni ha manifestato in via Cola di Rienzo contro i cartelloni killer presenti in molte vie della città». “La Repubblica” cronaca di Roma titola: “Scontro mortale sulla Tangenziale Est. Scooterista urta contro segnale stradale L’incidente all’altezza della Batteria Nomentana, la ragazza era il passeggero a bordo di una moto. Secondo i testimoni: Nella caduta ha urtato contro un cartello stradale”. Nell’articolo si legge: «Una ventenne italiana è morta a Roma in un incidente stradale avvenuto intorno alle ore 10 sulla Tangenziale Est, all’altezza dell’uscita Batteria Nomentana in direzione San Giovanni. La ragazza era a bordo di una moto guidata da un giovane che, probabilmente dopo un urto con un’altra vettura, ha perso il controllo del mezzo. Sono finiti contro un segnale stradale al lato della strada, come riferito da alcuni testimoni. (…) Il giovane è stato trasportato in codice giallo all’ospedale Pertini mentre la ragazza è morta sul colpo. Ancora da chiarire la dinamica e se ci sia anche un’autovettura coinvolta. Sul posto sono intervenuti la Polizia municipale e il 118. L’incidente è avvenuto nel tratto stradale in cui ci sono dei lavori in corso e la giovane passeggera, dopo l’impatto violento della moto con un blocco di cemento, è finita contro un cartellone della vecchia segnaletica (che indicava gli orari di apertura e chiusura della tangenziale), già posizionato in un tratto che attualmente è chiuso al traffico a causa dei lavori»,

si chiede sapere:

se il Governo sia al corrente dei cartelloni abusivi per reclamizzare prodotti e servizi impiantati sul ciglio della strada in aperta violazione del codice della strada, i quali, assieme alle buche, costituiscono un pericolo costante per i conducenti di motoveicoli;

se non ritenga opportuno intervenire, in sede di Conferenza unificata Stato-Regioni-Città ed autonomie locali, richiamando l’attenzione sui gravissimi pericoli derivanti dall’abusivismo, nonché mettendo in cantiere doverose sanzioni economiche verso quei Comuni che non riescono ad ottemperare al rispetto delle regole e del codice della strada;

quali misure urgenti intenda adottare per evitare che le città vengano trasformate in selve di consigli degli acquisti, con una cartellonistica abusiva che reca guadagni enormi ai gestori e che, oltre a deturpare il paesaggio ed intralciare il traffico quando le affissioni vengono modificate, costituisce un pericolo per l’incolumità degli utenti delle strade.

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RAI- Gestione trasmissione “Uno Mattina”

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06601
Atto n. 4-06601

Pubblicato il 17 gennaio 2012
Seduta n. 657

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

la gestione, a giudizio dell’interrogante scandalosa, della Rai, azienda del servizio pubblico pagato con il canone dei cittadini, con un costo aumentato di 112 euro, non finisce mai di stupire;

oltre allo scandalo denunciato da “il Fatto Quotidiano”, secondo il quale i dirigenti della Rai, oltre ad aver saccheggiato l’azienda pubblica e praticato una informazione di parte, in violazione dell’oggettività ed obiettività dell’informazione, usano il servizio pubblico per assecondare le proprie clientele, con il direttore generale Lei che assume amici degli amici, la gestione del contenitore “Uno Mattina”, programma molto seguito, sotto la responsabilità del vicedirettore Rai1 Maria Pia Ammirati, non sembra rispondere ai requisiti di pubblico servizio;

“Uno Mattina”, infatti, invece di promuovere un’informazione libera e rispondente agli interessi dei cittadini che pagano il canone, con spazi dedicati agli interessi dei consumatori e degli utenti, già vessati e tartassati, sembra voler fare concorrenza a “Sat 2000″, peraltro ottima televisione del Vaticano, con interviste a frati, suore, preti e vescovi, escludendo di fatto i rappresentanti dei consumatori o contenendone gli interventi in trasmissione;

la gestione della Ammirati negli ultimi mesi infatti, a giudizio dell’interrogante perché frustrata dalla mancata promozione ad una direzione di rete perché sostenuta soltanto da una delle correnti del Partito democratico, lascia molto a desiderare, forse perché la vice direttrice sembra distratta nel cercare diverse sponde ed accrediti per ricollocarsi presso altre formazioni politiche, purché di area governativa che ne sostengano le ambizioni;

il Contratto di servizio sottoscritto tra il Ministro dello sviluppo economico e la Rai impone a quest’ultima obblighi relativi alla completezza e alla pluralità dell’informazione,

si chiede di sapere:

se il Governo sia al corrente di una gestione poco equilibrata di “Uno Mattina” da parte del vice direttore Rai Maria Pia Ammirati, che, a differenza del passato, quando tentava di offrire un contenitore più oggettivo anche ospitando le ragioni dei consumatori e dei loro rappresentanti, sembra escluderli oppure limitarne la presenza;

se lo spostamento di “Uno Mattina” in un segmento apparentemente improprio per sopperire alle carenze di informazione ed inchieste del Tg1, diventato sempre più un contenitore di propaganda tale da non disturbare “il manovratore”, sia in linea con gli interessi dei consumatori ed utenti che pagano il canone ed hanno diritto ad essere informati secondo correttezza, buona fede e criteri di trasparenza di informazione;

quali misure urgenti intenda attivare per restituire al servizio pubblico Rai, quindi anche ad uno dei contenitori più prestigiosi come “Uno Mattina”, l’obiettività e l’oggettività dell’informazione spesso negata da solerti esecutori redazionali dei desiderata della Ammirati, che esercitano le proprie funzioni con palesi discriminazioni nella scelta degli ospiti e degli invitati.

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Salvataggio Fondiaria-Sai

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00404
Atto n. 2-00404

Pubblicato il 17 gennaio 2012
Seduta n. 657

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

in un articolo pubblicato su “La Repubblica” del 13 gennaio 2012 a commento dell’operazione Fondiaria- Unipol, Giovanni Pons osserva: «L’operazione di messa in sicurezza del gruppo Unipol-Fonsai, così come è stata presentata, sembra confezionata dalla Mediobanca di un tempo, quando a dominare erano Cuccia e Maranghi. Banche e azionisti del salotto premiati, piccoli soci di minoranza violentati nelle loro aspettative di ottenere un qualsivoglia riconoscimento. In effetti Renato Pagliaro e Alberto Nagel sono i degni successori di quel tipo di impostazione sprezzante dei mercati che si credeva ormai andata in soffitta ma che in realtà in Italia è ancora viva e vegeta. Vediamo in sintesi i punti dolenti della vicenda: 1) La famiglia Ligresti, artefice di un disastro gestionale senza precedenti nella compagnia Fondiaria-Sai, invece che essere cacciata viene liquidata a suon di milioni. Per l’esattezza più di cento se si considerano le finanziarie off shore illegali recentemente venute allo scoperto e chiaramente riconducibili alla famiglia. Inoltre ai quattro membri viene riconosciuto uno stipendio, per ben cinque annualità, per non competere con la compagnia, quando ci si dovrebbe augurare il contrario. L’ulteriore benefit e smacco per tutti i soci è il mantenimento della Tenuta Cesarina, in portafoglio a Fonsai. Insomma un vero scandalo di cui gli autori dell’operazione hanno la paternità e la responsabilità. 2) Le banche, e principalmente Unicredit, rientrano al 100% della loro esposizione verso la holding Premafin nonostante il valore netto dell’attivo di tale società sia negativo per quasi 300 milioni. In pratica la holding è fallita ma le banche non pagano pegno per aver prestato con così poca lungimiranza. Le stesse banche ripresteranno i soldi ai nuovi azionisti, alla holding delle Cooperative Finsoe, per far fronte al nuovo mega aumento di capitale che Unipol dovrà affrontare per finanziare tutta l’operazione. Un aumento che peserà non poco sui piccoli azionisti della compagnia. 3) L’Opa su Fonsai e Milano assicurazioni sembra maledetta e i piccoli azionisti che hanno puntato i propri soldi su queste società devono versare altri soldi invece che beneficiare del cambio di controllo. Come possa la Consob permettere che si faccia l’Opa al piano di sopra di Premafin, il cui beneficiario è quasi interamente Ligresti, e non venga lanciata ai piani di sotto, ha dell’incredibile. Per l’esenzione Opa su Fonsai si invoca il salvataggio chiamato dall’Isvap: ma se c’è salvataggio allora c’è anche al piano di Premafin, se no si faccia l’Opa in seguito al cambio di controllo. Vedremo se Giuseppe Vegas avrà il coraggio di far valere le regole del mercato o si mostrerà prono agli interessi dei poteri forti. 4) Il nuovo gruppo Unipol-Fonsai nasce con un vulnus anticoncorrenziale enorme. Mediobanca è infatti il principale azionista di Generali con il 14% di cui esprime due vicepresidenti e un consigliere d’amministrazione. E sarà anche il principale stakeholder di Unipol-Fonsai con 1,5 miliardi di esposizione che, come si è visto in questi giorni, le permetterà di essere il vero dominus della situazione. L’Antitrust in passato ha chiesto a Mediobanca di vendere le sue azioni Fonsai, ma avere un credito così elevato conferisce un potere anche maggiore. Piazzetta Cuccia non può regolare il traffico a proprio piacimento dei primi due gruppi assicurativi del paese, per il bene della concorrenza e per equità di fronte alle liberalizzazione che il governo sta per varare»;

si legge su un articolo pubblicato su “La Repubblica” del 17 gennaio 2012: «Alberto Nagel, ad di Mediobanca, che ha seguito le trattative frenetiche delle settimane scorse» riferisce i retroscena della vicenda per cui l’operazione «Non è tanto un salvataggio della compagnia di assicurazioni Fondiaria-Sai, come si vorrebbe far credere anche alla Consob, ma è un salvataggio dei prestiti di Mediobanca e Unicredit in primo luogo. Se entro la fine del 2011 il cda Fonsai non avesse deliberato una ricapitalizzazione fino a 750 milioni, il rimborso dei crediti subordinati per 1,1 miliardi di piazzetta Cuccia verso la compagnia dei Ligresti sarebbe stato a rischio, anche ai fini di una svalutazione nei conti della merchant bank milanese. Un fatto che avrebbe messo in difficoltà il bilancio di Mediobanca e la credibilità agli occhi dei grandi azionisti dei suoi amministratori di punta, Alberto Nagel e Renato Pagliaro. Così, per non sacrificare se stessi, i manager di Mediobanca e Unicredit hanno deciso di scaricare il costo finanziario dell’intera operazione, definita “industriale”, sulle spalle del mercato. Un mercato già messo a dura prova dalle operazioni Bpm e Unicredit ma che ora sarà ulteriormente spremuto per fare fronte agli aumenti di capitale Fonsai e Unipol per un totale di 1,75 miliardi. Visti separatamente i due aumenti preannunciano un bagno di sangue per gli azionisti già presenti sul titolo e un’opportunità per i nuovi che volessero prendersi la scommessa di entrare. Fonsai vale infatti 287 milioni in Borsa e l’aumento sarà pari a 750 milioni, quasi tre volte tanto. Se a ciò si aggiunge che sarà necessario uno sconto di almeno il 40% sul Terp, il concambio sarà anche peggio di quello di Bpm che era 5,5 nuove azioni per ogni vecchia. Di positivo ci sarà che il 35% sarà garantito dall’azionista Premafin, a sua volta ricapitalizzata sotto il controllo Unipol, ma l’effetto diluitivo sarà comunque devastante e non sarà facile neanche per Mediobanca mettere insieme un consorzio di garanzia per circa 500 milioni. Non molto diverso il discorso per Unipol. Per pagare 150 milioni agli azionisti Premafin (l’80 per cento è dei Ligresti), circa 250 milioni alle banche creditici (Unicredit e Mediobanca in prima fila), altri 250 milioni per ricapitalizzare Fonsai più 250 milioni per sanare il proprio bilancio e quello di Banca Unipol, la compagnia bolognese dovrà raccogliere dal mercato circa un miliardo. La cifra è pari al doppio della capitalizzazione di Borsa attuale, che arriva a 553 milioni. In questo caso, però, almeno il 50 per cento dovrebbe essere garantito da Finsoe e dalle altre cooperative che ne sono azioniste grazie a forme di finanziamento messe a disposizione dalle solite due banche. Ma 500 milioni dovrà metterli ancora il mercato, in un rapporto di concambio che non sarà quello di Fonsai ma comunque assai diluitivo per gli attuali azionisti»;

considerato che:

si legge sul sito “Yahoo Finanza” che «In un articolato esposto-denuncia, inviato nei giorni scorsi alla Procura della Repubblica di Milano, Adusbef ha chiesto di accertare, anche con l’acquisizione dei bilanci infragruppo degli ultimi 3 anni, le ragioni di una super valutazione fatta da Unipol che strapaga l’azionista Ligresti in Premafin, ricapitalizza la holding per metterla in condizione di seguire l’aumento di capitale della controllata Fonsai (da 600 a 750 milioni, già approvati dal consiglio della compagnia) e infine vara la fusione a quattro, tra Premafin, Fonsai, Milano assicurazioni e Unipol Assicurazioni, dopo la concessione di crediti allegri di Unicredit, un saccheggio sistematico societario per finanziare il leasing ed a spese degli assicurati Toulon un cavallo montato da Jonella Ligresti, l’omessa vigilanza di Isvap e Consob, che ha prodotto gravissimo danni ai soci minori. (…) La famiglia Ligresti, artefice di un disastro gestionale senza precedenti nella compagnia Fondiaria-Sai, invece di essere cacciata,» è «stata liquidata con il concorso del “salotto buono”, con più di cento milioni, uno stipendio riconosciuto ai quattro membri di ben cinque annualità, ossia 700 mila euro ciascuno, pari a 2,8 milioni l’anno come patto di non concorrenza, dopo che dai bilanci è emerso che gli stessi hanno percepito emolumenti per 60 milioni di euro negli ultimi cinque anni, con l’ulteriore benefit della Tenuta Cesarina, in portafoglio a Fonsai. Unipol – Finsoe, ma anche i suoi azionisti di minoranza – pagheranno così circa 150 milioni di euro alla “famiglia” che ha dissestato i conti del Gruppo. Il pacchetto di controllo Premafin (pari al 51,287 per cento) verrà pagato 76,941milioni, cioè 0,3656 euro per ogni azione con un premio, rispetto alle quotazioni dell’ultimo mese e degli ultimi tre, del 100 per cento mentre “scende” al 43 per cento se si considerano gli ultimi sei mesi, e la stessa Premafin, una holding con Nav negativo costituito dalla partecipazione in Fonsai (al 35,7 per cento) e da debiti per circa 330 milioni, addosserà ai nuovi “salvatori” l’esposizione bancaria, con le banche, capofila Unicredit, che potranno rientrare al 100 per cento della loro esposizione verso la holding Premafin nonostante il valore netto dell’attivo sia negativo per quasi 300 milioni di euro. (…) In pratica la holding di controllo è stata ridotta al default, ma le banche come Unicredit e Mediobanca, oltre a non pagare pegno per aver affidato aziende già decotte, potranno così effettuare ulteriori affidamenti ai nuovi azionisti, alla holding delle Cooperative Finsoe, per far fronte al nuovo mega aumento di capitale che Unipol dovrà affrontare per finanziare tutta l’operazione, aumento che graverà pesantemente sui piccoli azionisti della compagnia e sugli assicurati che pagano tariffe obbligatorie tra le più elevate d’Europa, con il concorso del controllore, un’Isvap collaterale che non è riuscita mai a prevenire frodi, truffe ed abusi a danno di assicurati ed azionisti di minoranza;

considerato altresì che a giudizio dell’interpellante:

le autorità di mercato, quali Isvap e Consob, avrebbero dovuto vigilare sul dissesto del gruppo e sui criteri di solvibilità di Fonsai erosi da spese disinvolte ed emolumenti pari a 60 milioni di euro elargiti negli ultimi cinque anni come compensi ai rampolli di Ligresti e la Banca d’Italia avrebbe dovuto effettuare rilievi sui crediti che alcune banche “di sistema” hanno concesso al gruppo, per negarle al contrario a tanti altri imprenditori più meritevoli;

qualora non dovesse svolgersi, con il pretesto del “salvataggio” invocato dall’Isvap (che non sembra abbia mai attuato misure preventive), l’offerta pubblica di acquisto (Opa) obbligatoria su Fonsai e Milano Assicurazioni, potrebbe configurarsi un vulnus ed un ulteriore danno ai piccoli azionisti che hanno puntato i propri soldi su queste società e sono costretti a versarne altri, invece che beneficiare del cambio di controllo, mentre si consente di fare l’Opa “al piano di sopra di Premafin”, il cui beneficiario è quasi interamente Ligresti,

si chiede di sapere:

se il nuovo gruppo Unipol-Fonsai non nasca con un ulteriore danno anticoncorrenziale, posto che Mediobanca, principale azionista di Generali con il 14 diventerà il principale stakeholder con 1,5 miliardi di esposizione, il che le permetterà di essere il vero dominus della situazione;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per restituire trasparenza, correttezza e serietà nell’azione di vigilanza di autorità, a giudizio dell’interpellante compiacenti, le quali, invece di tutelare il mercato ed i diritti degli azionisti assicurati, sembrano difendere sempre gli interessi delle imprese.

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RAI – Lorenza Lei

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06571
Atto n. 4-06571

Pubblicato il 12 gennaio 2012
Seduta n. 655

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che la gestione, a giudizio dell’interrogante scandalosa, della Rai, azienda del servizio pubblico pagato con il canone dei cittadini, con un costo aumentato di 112 euro, non finisce mai di stupire: Carlo Tecce per “il Fatto Quotidiano”, pubblica un articolo che deve destare allarme e preoccupazione per i dirigenti della Rai, i quali, oltre ad aver saccheggiato l’azienda pubblica e praticato una informazione di porte, in violazione dell’oggettività ed obiettività dell’informazione, usano il servizio pubblico per assecondare le proprie clientele: «Ogni giorno accade e si ripete. Pervasa da spirito tecnico, il direttore generale Lei calcola e ricalcola, somma e sottrae i milioni di euro che girano in Rai, e scopre di avere buchi a destra, voragini a sinistra. Se ne duole, e annuncia risparmi, sacrifici, austerità. Poi dimentica, e largheggia in spese con un’accortezza stilistica: o proprio, semplicemente, tecnica. Fra il santo Natale e il 31 dicembre, viale Mazzini è terra di nessuno: comanda in silenzio chi resta e resiste, il momento migliore per assunzioni e promozioni. La vacanza di Lorenza Lei è durata poco, i suoi regali hanno lunga vita. Già scartati, già consegnati. Messi in fila, ordinati e studiati, crescono di peso (e di costi). Regalo numero uno. Un bel contratto giornalistico con la qualifica di caposervizio per Milena Minutoli, portavoce di fiducia, chiamata ai piani alti di viale Mazzini come assistente ai programmi e regista per la Vita in diretta. Nel servizio pubblico, dove le regole diventano spesso eccezioni, decine di giornalisti svolgono la professione con mansioni farlocche sperando, un domani chissà quando, di essere regolarizzati. Adesso può succedere? No, impossibile con il blocco in entrata e l’incentivo per la pensione. Anzi, meglio: possibile soltanto per il direttore generale. Regalo numero due. Premessa: viale Mazzini ha in organico 13 autisti, di cui 7 praticamente a spasso perché l’azienda ha abolito il privilegio per i direttori, accompagnati dal portone di casa al palazzo di lavoro. Tutti a scaldare motori spenti e usurati, tranne Giovanni Minoli e Bruno Vespa, intoccabili per ragioni diverse: il signor Rai Storia rivendica una postilla (che manca) nell’accordo di consulenza, l’anfitrione di Porta a Porta viaggia con un carabiniere a bordo. Il dg ha risolto in fretta con la sua berlina Rai: non ci rinuncia, ma preferisce un autista privato, fresco di assunzione. Rifacciamo i conti: 7 autisti impegnati a singhiozzo più il nuovo chauffeur personale di Lorenza Lei. Personale sino a un certo punto, tanto paga l’azienda. Un pasticcio si gonfia subito. I direttori appiedati, senza l’assicurazione completa, non possono parcheggiare nei sotterranei di viale Mazzini, e dunque chiedono di guidare un’automobile aziendale che costa molto di più. Anche perché il trasporto Rai casa-ufficio funziona benissimo per i conduttori come Franco Di Mare, Elisa Isoardi, Mara Venier. Regalo numero tre. Il nome di Stefano Ferri dice nulla, però le sue avventure in Sipra, la concessionaria pubblicitaria Rai, meritano un racconto. Ferri è il marito (separato) di Lorenza Lei, l’uomo che raggiunge in ritardo la donna di potere nel servizio pubblico. Lui diventa agente monomandatario per Sipra, mentre lei è prima assistente di tre direttori generali, poi vicedirettore generale, un crescendo rossiniano. Mentre l’ex dipendente di “Valentino Moda” controlla investimenti e bilanci, un anno fa, Ferri viene nominato funzionario (tempo indeterminato) e coordinatore nuova direzione sviluppo. Un mese fa, viale Mazzini comincia a spifferare i successi di marito e moglie ormai separati e Ferri, a sorpresa, rinuncia al contratto: il 31 dicembre 2011 è praticamente disoccupato, il 1 gennaio 2012 riceve da Sipra l’incarico di agente monomandatario per le Marche e l’Umbria. Regalo numero quattro. Il consigliere Guglielmo Rositani, ex An ora Pdl, l’uomo che organizzò la fiera del peperoncino di Rieti, continua a votare in Cda le proposte di Lorenza Lei. Strano. Sempre in sintonia, mai uno strappo. Per puro caso, il direttore generale riprende una lettera di promozione firmata (marzo 2011) Mauro Masi e mai inviata a destinazione: una ragazza assunta a ottobre 2010 merita un livello superiore, funzionaria. Questa ragazza è la segretaria di Rositani, Raffaella Pichini, e si ritrova pure un’anzianità di 8 mesi perché il salto è retroattivo. Facile pronosticare decine di contenziosi con le segretarie ferme di grado e di stipendi da anni. I regali di Lorenza Lei continuano la produzione anche fuori stagione. Il primo l’ha disegnato per se stessa con un aumento: stipendio di 530 mila euro più 150 mila per l’indennità di carica. Il mandato sta per finire, il 28 marzo al massimo a giugno, ma Lorenza Lei conserverà per sempre i 530 mila euro annui»,

considerato che a giudizio dell’interrogante è disdiscevole che:

il direttore generale della Rai abbia regalato un contratto giornalistico con la qualifica di caposervizio per la portavoce di fiducia, un autista privato, fresco di assunzione, l’incarico di agente monomandatario della Sipra per l’ex marito, una promozione per la segretaria del consigliere Guglielmo Rositani, che vota sempre in consiglio secondo i desiderata di Lorenza Lei;

una ragazza, la segretaria del consigliere Rositani, assunta a ottobre 2010, sia stata promossa a funzionaria;

Lorenza Lei continui ad assumere iniziative censurabili, avendo previsto per se stessa un aumento di stipendio di 530.000 euro più 150.000 per l’indennità di carica, e, se anche il suo mandato dovesse finire il 28 marzo o al massimo a giugno, la Lei conserverà per sempre i 530.000 euro annui;

considerato altresì che a giudizio dell’interrogante:

in una fase di gravissima crisi economica, e di fortissimi sacrifici per il Paese, per le famiglie e gli utenti che pagano il canone, non può essere consentito questo ennesimo scandalo;

sarebbe opportuno che la Procura Generale della Corte dei conti aprisse un procedimento d’ufficio per danno erariale verso gli artefici di tale vera e prioria dissipazione di pubblico denaro,

si chiede di sapere quali misure urgenti il Governo intenda attivare, nell’ambito delle competenze spettanti al Ministro in indirizzo in base al Contratto di servizio con la Rai, per restituire trasparenza e credibilità ad un servizio pubblico, a giudizio dell’interrogante lottizzato e saccheggiato da dirigenti come Lorenza Lei.

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Sequestro impianti Ilva- Taranto

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06575
Atto n. 4-06575

Pubblicato il 12 gennaio 2012
Seduta n. 656

LANNUTTI – Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, della salute e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

i carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) hanno sollecitato il sequestro degli impianti dell’Ilva di Taranto alla luce dell’inquinamento riconducibile agli impianti della grande fabbrica dell’acciaio;

si legge su “la Repubblica-Bari” del 25 giugno 2011: «La richiesta al gip conclude un corposo rapporto spedito all’attenzione della procura di Taranto nell’ambito dell’inchiesta sulle emissioni nocive dai camini dello stabilimento siderurgico. I carabinieri del nucleo operativo ecologico per quaranta giorni hanno monitorato l’attività dei reparti del colosso dell’acciaio con tanto di riscontri filmati e fotografici. Il rapporto si inquadra nell’indagine avviata per individuare le fonti dell’inquinamento da diossine, pcb e benzoapirene registrato a Taranto e provincia. L’inchiesta sta vivendo un decisivo incidente probatorio con al centro una maxi perizia che dovrà rispondere ai quesiti posti dai giudici, ma soprattutto ai tanti dubbi che tengono sulla graticola la terza città del Mezzogiorno, costretta a vivere gomito a gomito con l’industria pesante. Nell’inchiesta figurano indagati Emilio Riva, patron delle acciaierie, suo figlio Nicola, e i dirigenti Luigi Capogrosso e Ivan Di Maggio. A loro carico sono ipotizzati i reati di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato e getto di cose pericolose. Durante l’udienza» del 10 gennaio 2012 «il gip Patrizia Todisco ha affidato l’incarico a tre esperti di epidemiologia di fama nazionale (sono la professoressa Maria Triassi, ordinario a Napoli, il dottor Francesco Forastiere, del dipartimento della Asl di Roma, entrambi epidemiologi, e il professor Annibale Biggeri, docente di Statistica Medica a Firenze) per una indagine che dovrà stabilire entro sei mesi (la prima udienza è stata fissata per il 17 febbraio) gli eventuali effetti delle emissioni sulla popolazione residente e sugli operai. Entro quella data gli esperti dovranno presentare gli esiti dello studio. Circa tre anni fa, dopo il ritrovamento nel latte, nei formaggi e nella carne di tracce di diossina, migliaia di capi di bestiame, in particolare pecore, furono abbattuti in sette allevamenti zootecnici. Subito dopo la Regione Puglia vietò il pascolo in un raggio di 20 chilometri dallo stabilimento». Poi le analisi Asl rivelano presenze di policlorobifenili nelle acque del mar Piccolo. Scatta il divieto di allevare le cozze: 24 operatori su 103 rischiano il lavoro;

il citato articolo prosegue: «Gli allevatori della zona si sono costituiti in giudizio. Sono già in corso da alcuni mesi anche le indagini di tre chimici e di un ingegnere chimico che stanno effettuando prelievi e campionamenti, ad esempio sugli alimenti. Ma nella loro perizia dovranno occuparsi anche dei tassi di inquinamento ambientale. In questa fase si sono costituiti in giudizio il Comune e la Provincia di Taranto mentre le associazioni, in particolare le Donne per Taranto, chiedono che lo facciano anche la Regione Puglia e il Ministero dell’Ambiente. Gli epidemiologi nominati, che il 1 luglio faranno le operazioni peritali preliminari a Roma, dovranno rispondere a tre quesiti che riguardano specificamente gli eventuali collegamenti tra l’inquinamento e le patologie croniche e i decessi nel capoluogo jonico»;

considerato che:

l’Ilva da 50 anni rappresenta la più grande realtà industriale esistente a Taranto, nonché il più grande impianto siderurgico d’Europa, con circa 13.000 dipendenti che arrivano a 20.000 se si considera anche l’indotto, ed è anche uno dei siti più inquinanti d’Italia;

l’Ilva è l’industria con il maggior numero di morti sul lavoro, i tassi di precarizzazione sono alti e c’è sovente ricorso alla cassa integrazione;

Taranto è la città più inquinata d’Europa: solo l’Ilva emette nell’aria oltre il 10 per cento di tutto l’ossido di carbonio prodotto in Europa;

a Taranto si muore più che in ogni altra città pugliese come confermano i risultati del registro tumori jonico-salentino. Se la media regionale pugliese dei decessi è pari a 100, gli ultimi dati disponibili hanno portato Taranto a quota 117 per tutte le cause di morte, a 129 per i tumori al polmone, a 474 per i tumori della pleura, a 124 per i tumori alla vescica. Patologie riconducibili a problemi di inquinamento. Un’incidenza che negli anni è aumentata portando la popolazione all’esasperazione vista l’impotenza di una città. Il quartiere Tamburi, nelle cui vicinanze opera lo stabilimento siderurgico, è rinominato “dei morti viventi”;

intorno a questa situazione vige un malcontento generale della cittadinanza di Taranto e dei comuni viciniori, dove arrivano gli effetti nefasti delle emissioni inquinanti con relative patologie tumorali;

da un po’ di anni è nata una coscienza civica che sta portando i tarantini a prendere coscienza del problema e, soprattutto, a cercare soluzioni che permettano una vita migliore;

la loro battaglia, però, è difficilissima, in quanto vige il ricatto occupazionale ed il timore che l’Ilva possa delocalizzare l’industria in altri continenti, con conseguente perdita di lavoro per migliaia di lavoratori;

in media le legislazioni di tutti i Paesi europei fissano in 0,1 o 0,2 nanogrammi per metro cubo la concentrazione di diossina che può essere immessa nell’aria. La legislazione italiana, invece, ne prevede 10.000 di concentrazione totale, ma altre Regioni, come il Friuli, che avevano notato un aumento di diossina nell’aria, hanno provveduto a riportare sotto la soglia europea le emissioni;

il 5 luglio 2011 è stata chiusa l’istruttoria per dotare l’Ilva del certificato Aia, l’autorizzazione integrata ambientale, ma è sopraggiunto l’allarme dei Noe;

si apre un nuovo capitolo sulle emissioni diffuse, che sfuggono finora ai controlli. Il rapporto dei Noe riporta che sono state osservate consistenti emissioni riconducibili allo slooping, all’utilizzo improprio di sei torce al servizio delle acciaierie. Segue una tabella con decine di episodi con una nube rossastra eccezionale e imponente. I Noe parlano anche di intense emissioni non convogliate, capaci di propagarsi oltre i confini dell’Ilva, derivanti dal riversamento sul terreno di scorie per raffreddarle;

un articolo de “il Fatto Quotidiano” del 29 dicembre 2011 scrive che la quarta campagna di rilevazione delle emissioni in atmosfera di diossina dal camino E312 dello stabilimento Ilva, effettuate dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) in Puglia dal 12 al 14 dicembre 2011, ha stabilito che la diossina liberata in aria è inferiore a 0,1 nanogrammi per metro cubo;

il dato è eccezionale, ha commentato Biagio De Marzo, oggi portavoce del cartello ambientalista Altamarea, ma in passato dirigente nella siderurgia di Taranto, Terni e Sesto San Giovanni. Quello che però si chiede è come mai sia stata effettuata una quarta campagna di rilevazione a poco più di 20 giorni dall’ultima fatta a novembre;

la legge approvata a dicembre 2008 dal Consiglio regionale pugliese prevede infatti almeno tre campagne annuali di misurazione, ciascuna di tre giorni consecutivi. Nel 2010 le misurazioni furono esattamente tre: l’Arpa accertò, con la media aritmetica dei dati, che le emissioni furono pari a 2,3 nanogrammi per metro cubo. Le misurazioni del 2011 avevano invece accertato un risultato decisamente più basso rispetto allo scorso anno, ma tuttavia maggiore del limite di 0,4 nanogrammi al metro cubo stabilito dalla legge. Facendo infatti la media aritmetica dei dati ottenuti a febbraio, maggio e novembre si otterrebbe il valore di 0,5 nanogrammi per metro cubo;

spiega Di Marzo che se le misurazioni fossero rimaste tre come nel 2010 l’Ilva avrebbe nuovamente superato il limite di emissione della diossina, innescando così una procedura sanzionatoria. Non vengono contestati i dati forniti dell’Agenzia regionale, ma ci si aspetta che qualcuno con onestà spieghi come mai una nuova campagna a distanza di soli 26 giorni. E sulle modalità con cui vengono effettuate le rilevazioni, anche Patrizio Mazza, consigliere regionale di maggioranza ed ematologo dell’ospedale Moscati di Taranto, sembra perplesso. L’Arpa – afferma il medico – opera in orari di lavoro così come stabilito da crismi di ‘contratti di lavoro di categoria’, ma gli incrementi di produzione e le lavorazioni maggiormente inquinanti, proprio da visione oculare, appaiono molto evidenti nelle ore notturne. Seconda Mazza quindi i rilievi dovrebbero essere fatti senza preavviso proprio nelle ore di maggiore produzione, in quelle ore insomma in cui passeggiando sul ponte girevole, che unisce la città nuova a quella vecchia di Taranto, i fumi dell’Ilva offrono uno spettacolo decisamente poco rassicurante;

Alessandro Marescotti, docente tarantino che per primo nel 2005 portò all’attenzione dei media la questione diossina a Taranto, afferma che se il dato è davvero così rassicurante, è da chiedersi perché non si parta con il campionamento in continuo. In realtà ora bisognerebbe confrontare questo dato anche con il cosiddetto sporcamento del quartiere Tamburi, vedere cioè se nelle strade e sulle case a pochi metri dalla fabbrica vi è un altrettanto significativo abbassamento della diossina che si deposita. Questo quindi dovrebbe essere il momento anche per capire cosa si rilascia durante gli sbuffi transitori, quelle fumate emesse in concomitanza con qualche malfunzionamento degli impianti. Il risultato ottenuto, continua Marescotti, è stato possibile grazie all’impegno di tre soggetti: movimento ambientalista, Regione Puglia e Arpa, ma non è un punto di arrivo;

considerato inoltre che da un articolo pubblicato nel 2008 su un blog si apprende che l’Ilva di Taranto occupa una superficie tripla della città che la ospita e i due terzi del suo gigantesco porto. Con i suoi 250 chilometri di ferrovia interna e giganteschi altiforni, l’Ilva è il primo contribuente del Comune di Taranto. L’Ilva dichiara di pagare 3.600.000 euro annui di imposta comunale sugli immobili (Ici), ma in realtà l’Ici non la paga da ben 13 anni, dal lontano 1995, anno in cui fu privatizzata con la vendita per 1.400 miliardi di lire all’imprenditore bresciano Emilio Riva. Secondo le prime stime, su una base di 600.000 euro annui d’imposta, sommati ad altri 400.000 annui fra interessi e sanzioni, ha evaso 13 milioni di euro. L’ammanco, di cui nessuno sa dare spiegazioni se non per una clamorosa dimenticanza, è un’onda delle tante che hanno distrutto i conti municipali e che hanno ingigantito il disavanzo del Comune, che ammonta a 1.200.000 di euro, il più grosso dissesto della storia d’Italia. Ora, oltre al danno c’è pure la beffa poiché, siccome dopo 5 anni il pagamento delle imposte cade in prescrizione, è praticamente impossibile recuperare i soldi perduti,

si chiede di sapere:

in che misura, alla luce dei fatti esposti, il Governo abbia verificato l’eventuale danno causato dalle polveri con diossina;

se intenda avviare immediatamente un’indagine sui reali livelli di inquinamento addebitabili all’Ilva al fine di tutelare l’ambiente e garantire ai cittadini e alle generazioni future il miglior stato di salute possibile, nel rispetto del diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della persona;

se non ritenga opportuno intraprendere iniziative per l’avvio di un’indagine epidemiologica volta ad accertare eventuali danni sanitari collegati all’inquinamento nelle vicinanze delle fonti di rischio;

se non ritenga urgente provvedere ad organizzare un’ispezione per verificare lo stato degli elettrofiltri del camino E312 dell’Ilva anche al fine di verificare a quanto ammonti il totale annuo di polveri con diossine trattenute dagli stessi;

quali iniziative intenda assumere al fine di bonificare integralmente il sito inquinato di interesse nazionale di Taranto, visto che l’area in questione è sottoposta ad intollerabili livelli di inquinamento non solo per la diossina riversata nell’ambiente dal camino E312, ma anche per l’emissione di altri inquinanti come, ad esempio, il benzoapirene dalle cokerie, le polveri diffuse dai parchi minerali a cielo aperto e gli scarichi in mare;

quali iniziative abbia assunto per identificare la causa e i responsabili del danno ambientale e se siano state intraprese iniziative per far sì che lo stesso non continui a perpetuarsi nell’area interessata;

se non intenda procedere ad equiparare i limiti italiani relativi all’inquinamento da diossina ai valori in vigore negli altri Paesi dell’Unione europea;

come intenda attivarsi affinché non si abbassi la guardia nel richiedere con forza i controlli ambientali, soprattutto delle sostanze che non sono misurate dalle centraline di monitoraggio, ma non per questo meno pericolose poiché, allo stesso modo di quelle misurate, si disperdono nell’ambiente ed entrano nella catena alimentare;

se corrisponda al vero che l’Ilva, nonostante le sue dichiarazioni, non abbia pagato l’Ici per 13 anni e se questa irregolarità sia stata sanata e l’azienda non sia più morosa nei confronti del Comune;

quali iniziative, infine, intenda adottare al fine di tutelare la salute pubblica, l’ambiente ed i 20.000 posti di lavoro dell’Ilva.

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Finanziamenti imprese

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06574
Atto n. 4-06574

Pubblicato il 12 gennaio 2012
Seduta n. 656

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il Fondo europeo per gli investimenti (Fei) è stato istituito nel 1994 per sostenere le piccole e medie imprese (PMI). Il suo azionista di maggioranza è la Banca europea per gli investimenti (Bei), con la quale il Fondo forma il “Gruppo Bei”. Il Fei fornisce capitali di rischio alle PMI, in particolare alle aziende di nuova costituzione e alle attività orientate alla tecnologia. Offre inoltre garanzie a istituzioni finanziarie, tra le quali, ad esempio, le banche, a copertura dei prestiti alle Pmi. Il Fei non è un istituto di credito e non concede pertanto prestiti o sovvenzioni alle imprese, né investe direttamente in alcun tipo di società. Opera invece attraverso banche e altri soggetti d’intermediazione finanziaria, avvalendosi dei propri fondi o di quelli affidatigli dalla Bei o dall’Unione europea;

sugli istituti di credito dell’Eurozona è ricaduta la crisi del debito sovrano, provocando un effetto a catena che si è riversato sulle imprese. In questo scenario, la Banca centrale europea (Bce) ha annunciato, ed anche varato, misure straordinarie per stimolare i prestiti tra le banche e far ripartire la ripresa economica. Le opzioni sul tavolo dell’Eurotower prevedono un allentamento sulle garanzie sottostanti che Francoforte chiede per erogare credito e, come già prevedeva un piano messo a punto a fine novembre, l’estensione a due anni dei prestiti (al momento non si va oltre i 13 mesi);

per questo, a Bruxelles, sono stati messi in atto anche i primi interventi di soccorso all’economia reale. E in particolare in favore delle 23 milioni di PMI, a cui le banche non concedono prestiti facilmente. Un problema che è diventato strutturale in Europa: da un’indagine della Direzione generale Imprese e industria della Commissione su 15.000 aziende, emerge che un terzo di esse non è riuscita a ottenere un prestito negli ultimi 6 mesi a causa della difficile situazione economica. Del resto nel Vecchio continente anche i fondi di investimento a alto rischio, i cosiddetti venture capital, interessati a finanziare le start up aziendali sono ostacolati dal trovarsi di fronte a 27 normative differenti. Anzi, erano ostacolati. Perché il 7 dicembre la Commissione europea ha lanciato un piano d’azione in due direzioni. Una è l’ampliamento delle garanzie di credito messe a disposizione direttamente dall’UE e dalla Bei. L’altra, fondamentale, è l’unificazione delle regole per l’accesso dei capitali di rischio al mercato europeo: d’ora in poi per i fund è possibile l’ingresso nell’Unione attraverso un solo passaporto, l’European marketing passport, accessibile, al contrario di prima, anche a fondi che gestiscono somme minori ai 500 milioni di euro;

facilitare l’accesso ai finanziamenti per le PMI è la priorità numero uno per uscire dalla crisi, ha affermato il Vicepresidente della Commissione Antonio Tajani. La nuova strategia deve ancora essere votata da Consiglio e Parlamento europei. Ma rappresenta sicuramente un passo avanti dal punto di vista normativo: sarà più facile per gli investitori di capitali di rischio raccogliere fondi a vantaggio delle start up europee. Inoltre, il nuovo programma dell’Unione per la competitività delle imprese e delle PMI prevede 1,4 miliardi di euro di nuove garanzie finanziarie a cui attingere tra il 2014 e il 2020. Mentre per il 2012 la Bei ha assicurato un livello di prestiti vicino ai 10 miliardi di euro. Secondo i calcoli di Bruxelles, complessivamente il piano dovrebbe generare un effetto leva pari a 25 miliardi di euro a favore delle imprese;

le PMI italiane, tuttavia, sono sfiduciate dal comportamento delle banche, le quali, a fronte di nuovi fondi finanziati dalla Bce, non concedono ulteriori mutui o prestiti alle aziende. Sono circa 209 i miliardi che la Bce ha concesso alle banche italiane, le quali, però, a loro volta, non lo hanno messo a disposizione delle aziende che ne avevano fatto esplicita richiesta, o delle famiglie. Le banche italiane hanno preso dalla Bce una grande quantità di denaro a basso costo senza rimetterlo sul mercato, discriminando così le imprese. Solo nel dicembre 2011, stando a quanto affermato dalla Banca d’Italia, i prestiti della Bce agli istituti italiani sono cresciuti di 56 miliardi rispetto ai 153 di novembre, cifra raggiunta grazie ai 116 miliardi della maxi asta triennale all’1 per cento. Questi numeri non fanno che attestare un sospetto ormai più che fondato, cioè che quanto messo a disposizione non arriva a destinazione, costituendo un vero ostacolo e freno all’economia reale, provocando così il fallimento di numerose aziende, con conseguenze molto gravi, sia in termini di posti di lavoro, che di profitto produttivo. Le banche, insomma, non rischiano. E il frutto della maxi asta Bce non viene spostato sul versante degli impieghi, come auspicato. Il tutto si traduce in partite di giro con conseguenze molto pericolose: gli imprenditori restano a “bocca asciutta” e le aziende falliscono;

la tendenza è quella del credit crunch. Gli ultimi dati dell’Associazione bancaria italiana (Abi) confermano le restrizioni delle condizioni nell’offerta di denaro: più garanzie e tassi in salita, e sembra che, purtroppo, questa situazione andrà avanti per molto tempo. Qualche esempio: per le aperture di credito in conto corrente – vale a dire una delle forme più usate dalle imprese alla stregua della cassa per pagare salari e spese ordinarie – il tasso soglia è al 17,75 per cento fino a 5.000 euro e cala al 15,63 per cento oltre i 5.000. Gli scoperti senza affidamento viaggiano al 22 per cento, mentre gli anticipi e gli sconti commerciali (fatture) girano sopra il 12 per cento. La soglia per il factoring è all’11,1 per cento e quella per il leasing strumentale al 14,9 per cento. Vale lo stesso per le famiglie: i mutui per la casa arrivano al 9,8 per cento e le carte di credito revolving (acquisti a rate) al 25,1 per cento;

lo stesso direttore di Assobancaria, Giovanni Sabatini, pochi giorni fa, ha affermato che gli effetti dell’operazione messa in atto dalla Bce a dicembre si vedranno solo tra qualche mese. Una prospettiva drammatica per le imprese che, senza finanziamenti e liquidità, non riescono a far fronte ai propri fornitori, né agli stipendi dei propri lavoratori. Per questo, si vedono costrette a licenziare e a chiedere il fallimento, o ricorrere ad altre procedure concorsuali. Secondo una ricerca della società “Elabora” per la Confcooperative, un altro annoso problema è costituito dalla crescita dei tassi di interesse dei finanziamenti, seguita da una maggiore richiesta di garanzie e una maggiore onerosità delle cosiddette altre condizioni (come il costo dei vari servizi e i giorni di valuta). Per la maggior parte delle imprese, magari in difficoltà, si assiste a una nuova ondata di richieste di rientro che ha colpito l’11,4 per cento delle cooperative nel secondo quadrimestre dell’anno. Secondo la Banca d’Italia, in agosto il costo medio dei nuovi finanziamenti alle imprese è aumentato di mezzo punto percentuale al 3,4 per cento, ma con una differenza: i costi dei prestiti superiori al milione sono saliti del 3 per cento e quelli sotto al milione sono saliti al 4,2. In altre parole, il danaro costa di più per le imprese piccole, quelle che già soffrono per la crisi dei grandi committenti e che hanno più difficoltà a espandersi all’estero, ma che sono pure quelle che sostengono occupazione e pil. Per di più per il quarto trimestre gli intermediari hanno dichiarato di attendersi un ulteriore irrigidimento delle condizioni di offerta e un lieve rallentamento della domanda;

si assiste, quindi, all’innesco di un circolo vizioso: le imprese non chiedono soldi perché costano troppo (e a volte rinunciano perfino a evadere gli ordini che pure avrebbero), le banche non li concedono facendo peggiorare la domanda. Cioè le sfiduciano. Nel terzo trimestre del 2011 è notevolmente aumentata la percentuale di imprese che ha difficoltà a farsi concedere soldi in prestito: il 28,6 per cento dal 15,2 precedente. Quasi il doppio. Il tutto aggravato dalla mancata proroga dell’accordo sulla moratoria sui debiti delle imprese, scaduto il 31 luglio, che aveva dato un po’ di respiro a quelle più indebitate. Le banche non danno più soldi, secondo la Banca d’Italia, perché i criteri di offerta sui prestiti alle imprese sono diventati più restrittivi, riflettendo le crescenti difficoltà di approvvigionamento degli intermediari sul mercato. Tradotto: le banche non danno prestiti perché non hanno soldi. Se, infatti, in agosto l’offerta di credito alle imprese è salita del 2,8 per cento, la raccolta è salita di appena lo 0,6 per cento nei 12 mesi terminati ad agosto rispetto a una crescita dell’1,8 per cento nei 12 mesi terminati a maggio. Significa che le banche non riescono più ad avere denaro dai risparmiatori e quindi ne hanno meno da prestare alle aziende. Così nasce quello che viene chiamato credit crunch, il blocco del credito. La soluzione è quella di ricorrere alla Bce, che infatti ha dato al sistema bancario italiano 89 miliardi di euro alla fine di agosto rispetto ai 34 ottenuti a maggio;

per le grandi banche la situazione è peggiore: la raccolta dei primi cinque gruppi bancari è diminuita del 3,4 per cento negli ultimi 12 mesi; e non è un caso se, sempre secondo la Banca d’Italia, gli istituti che concedono più soldi alle imprese, in proporzione, sono quelli piccoli, cioè quelli che hanno un volume di denaro intermediato inferiore ai 3,6 miliardi. Le grandi banche, poi, vivono anche un altro problema: le sofferenze, cioè il denaro che non vedranno più tornare indietro perché le imprese sono andate in crisi: il 5 per cento del totale dell’erogato a luglio, salito al 5,1 per cento in agosto per un importo complessivo di 100 miliardi di euro. Ma c’è di più: le banche hanno in portafoglio un’eccessiva quantità di titoli di Stato italiani, ritenuti a rischio perché pagano il 3,8 per cento in più dei titoli di Stato tedeschi ed, essendo considerati a rischio, chi li possiede si deve cautelare aumentando la propria solidità trattenendo in casa la liquidità che in una situazione normale avrebbe potuto tranquillamente concedere alle imprese. In cima alla lista dei detentori di titoli italiani, secondo una classifica proprio dell’Ft, ci sono Unicredit, Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi di Siena. Non è un caso che i premi che gli investitori pagano per proteggersi dal rischio di fallimento delle banche italiane sono in pochi mesi addirittura raddoppiati, portandosi a 430 punti base rispetto ai 170 punti delle banche tedesche e francesi;

le banche italiane non raccolgono soldi sul mercato, hanno sofferenze, hanno una gran quantità di titoli di Stato. Quindi hanno bisogno di nuove ricapitalizzazioni. Dopo avere iniettato nelle vene avvizzite delle banche europee 1.240 miliardi di euro tra il 2008 e il 2010, la Bce pensa che ne servano altri 108 ma, nel Bollettino economico di settembre, avverte che è essenziale che le banche trattengano gli utili non pagando i dividendi per tenersi la liquidità. Per il 2010 il Monte dei Paschi di Siena ha distribuito 2 centesimi per azione, l’Unicredit e il Banco popolare 3, l’Intesa 8 (un miliardo in totale), la banca Popolare di Milano 10 e la banca Generali 55, tuttavia il problema del credito alle imprese rimane, dato che queste ultime non hanno beneficiato, ancora, di quanto erogato dalla Bce,

si chiede di sapere quali misure i Ministri in indirizzo intendano adottare al fine di indurre le banche italiane ad erogare mutui e prestiti, già finanziati dalla Bce, alle PMI, che costituiscono il punto focale dell’economia, ed un irrinunciabile punto di avvio del rilancio produttivo italiano.

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00402
Atto n. 2-00402

Pubblicato il 11 gennaio 2012
Seduta n. 654

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri per i beni e le attività culturali e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

Sorgente Group Spa, si legge sul sito: http://www.sorgentegroup.com/, opera nel settore della finanza immobiliare con 4 società di gestione del risparmio (in Italia, Svizzera, Lussemburgo e USA) e con 40 società immobiliari e di servizi immobiliari e finanziari, situate in Italia, Francia, Gran Bretagna, Lussemburgo e USA. Al 31 dicembre 2010 il totale delle entrate immobiliari e finanziarie registrate dal Gruppo ammonta a oltre 128 milioni di dollari, il totale delle attività gestite e del patrimonio immobiliare amministrato è di 4,5 miliardi di dollari, l’equity complessiva dei fondi gestiti e promossi è pari a 4,3 miliardi di dollari, che, con la leva massima consentita, permetterà di raggiungere nel triennio 2011-2014 un totale di attività gestite pari a 10,2 miliardi di dollari. L’origine del Gruppo Sorgente risale al 1919, periodo in cui, attraverso società ancora esistenti all’interno del Gruppo, comincia a sviluppare la propria attività imprenditoriale nel settore immobiliare in Italia e negli Stati Uniti, distinguendosi sul mercato di New York con un’impresa specializzata in strutture in ferro multipiano e partecipando alla costruzione di importanti edifici, tra i quali, nel 1923, l’ampliamento del N.Y. Stock Exchange (progetto Trowbridge e Livingstone) e nel 1928 la struttura del Chrysler Building (Van Alen). L’attività in Italia continuò nel dopoguerra con appalti di grandi impianti tecnologici per conto di committenti pubblici e privati tra i quali il Sincrotrone di Frascati, l’Alfa Romeo di Arese, le Acciaierie di Terni. Negli anni ’70 vengono sviluppate importanti iniziative immobiliari e di costruzione, in Italia e all’estero, per un valore complessivo ad oggi equivalente a circa 2 miliardi di euro;

la formula imprenditoriale – su cui poggia la genesi della SGR – è scritto sul sito della sezione operante in Italia, con sede a Roma, Via del Tritone 132, nasce dall’idea di portare le competenze e le esperienze, maturate nel settore immobiliare, nell’industria del risparmio gestito. Con la forza di una visione privilegiata sul mondo del real estate, gli indirizzi strategici si sono prioritariamente focalizzati sui fondi comuni di investimento immobiliare. I fondi immobiliari rappresentano un ottimo fattore di diversificazione in un portafoglio d’investimento;

da un articolo pubblicato su “Il Corriere della Sera” dal titolo “Dismissioni contestate, Palazzi Siae venduti in perdita. Nuovo caso legato a Balducci Stimati 463 milioni, il presidente Blandini si è ‘accontentato’ di 260″, emerge l’ennesimo scandalo delle varie cricche che favoriscono amici e si spartiscono o svendono gli immobili. Si legge nell’articolo: «Dismissione del patrimonio immobiliare per un valore che potrebbe essere addirittura la metà di quello reale. C’è un’altra vicenda che rischia di mettere in imbarazzo le istituzioni. Perché riguarda la gestione della Siae, l’Ente pubblico che si occupa dei diritti d’autore, affidata a Gaetano Blandini, ex direttore del settore “Cinema” del ministero dei Beni culturali. Anche lui, come Carlo Malinconico, era molto legato al provveditore Angelo Balducci e ai suoi amici, in particolare Diego Anemone. Sono le intercettazioni dell’inchiesta che nel febbraio 2009 portò in carcere molti componenti della “cricca” dei Grandi Eventi a raccontare questi rapporti, con Blandini che segnala una persona da assumere e in cambio si adopera per le società di produzione gestite dalle mogli di Balducci e Anemone. Ma finanzia anche un film dove recita Lorenzo Balducci. Nove mesi dopo Blandini viene nominato direttore generale della Siae. E adesso le sue scelte amministrative rischiano di finire all’attenzione della magistratura. La “perdita” di 203 milioni di euro. Accade tutto il 28 dicembre scorso, periodo di festività natalizie. Quel giorno viene firmato un atto notarile che dispone la cessione dei palazzi del Fondo Pensioni della Siae a un misterioso “Fondo Aida”. Si tratta di sei immobili che si trovano a Roma. Il prezzo viene fissato in 80 milioni di euro. Ed ecco la prima stranezza. Il valore di mercato è in realtà ben più alto e potrebbe crescere ulteriormente tenendo conto che il decreto del governo prevede la rivalutazione degli estimi catastali. In ogni caso nel bilancio 2010 il valore era già stato indicato in 103 milioni di euro e dunque la perdita secca già equivale a 23 milioni di euro. Non basta. Anche gli immobili della Siae vengono ceduti e confluiscono nel “Fondo Norma”. Prezzo concordato: 180 milioni di euro, ma il valore dei palazzi è già stato stimato in 360 milioni di euro, esattamente il doppio. L’ intera operazione finanziaria è affidata alla “Sorgente Group” e prevede che entro il prossimo 31 gennaio il 100 per cento di “Aida” venga acquisito dal “Norma”. I conti sono presto fatti: a fronte di stabili stimati complessivamente 463 milioni di euro, gli introiti risultano pari a 260 milioni. Perché questa differenza? E soprattutto qual è il vantaggio di questa dismissione totale? Sono le domande rivolte dai sindacati che rappresentano i 1.200 dipendenti e i pensionati proprio a Blandini, ma al momento nessuna risposta è arrivata. Anzi, con una lettera firmata il 3 gennaio scorso, il direttore generale specifica che “le scelte amministrative, tutte improntate al più rigoroso rispetto della legalità e alla ricerca della massima efficienza gestionale, non sono oggetto di confronto o di informativa”. Eppure già in passato la gestione Blandini aveva generato perplessità negli organi di vigilanza. Basti pensare che nel bilancio 2010 del Fondo Pensioni era stata messa in consuntivo una perdita pari a 18 milioni di euro, ma il collegio dei revisori non l’ aveva certificata ritenendo di non “poter condividere” le motivazioni che avevano causato il “buco” nei conti. “Sorgente Group” e l’affitto stellare Sono diversi i misteri che ancora avvolgono questa vicenda. La prima riguarda l’affitto che la Siae dovrà versare per gli uffici della Direzione Generale dell’ Eur. Si tratta di ben 600 mila euro annui e – facendo le debite proporzioni – i sindacati vogliono adesso sapere quanto si dovrà sborsare per tutti gli altri uffici sparsi in tutta Italia. La seconda, altrettanto seria, attiene al pagamento di stipendi e Tfr. Secondo l’accordo del 28 dicembre entro il prossimo 31 gennaio sarà stipulata una polizza assicurativa con la Società Allianz Ras di 86 milioni di euro per il pagamento delle pensioni. Ma il resto? Secondo lo statuto sono proprio gli immobili a garantire il pagamento dei salari e delle liquidazioni. Dunque, che cosa accadrà adesso? L’ ulteriore enigma da chiarire riguarda il ruolo di “Sorgente Group” che secondo il sito Internet ufficiale “è una società di diritto italiano al vertice di un gruppo che opera nel settore della finanza immobiliare con quattro società di gestione del risparmio (in Italia, Svizzera, Lussemburgo e Stati Uniti) e con 25 società immobiliari”. Perché si è scelto di affidarsi a questa azienda e poi far confluire gli immobili nei fondi “Aida” e “Norma”? E soprattutto, perché si è scelto di procedere a trattativa privata, nonostante già in passato ci fossero offerte di acquisto ben più alte per gli immobili? Silvano Conti, coordinatore nazionale della Cgil per i lavoratori del settore, non va per il sottile: “Attendiamo le risposte di Blandini, altrimenti siamo pronti a presentare un esposto alla magistratura. Noi siamo qui per garantire i lavoratori, i pensionati e dunque l’ Azienda, ma abbiamo il timore forte che queste alienazioni abbiano uno scopo preciso: creare in maniera artificiosa condizioni di crisi che poi portano alla privatizzazione. Un percorso inaccettabile perché soltanto la certezza che rimanga Ente pubblico consentirà di garantire una distribuzione equa dei diritti tra grandi Major e piccoli autori, come è sempre stato fatto fino ad ora»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia al corrente delle decisioni di svendere gli immobili della Società italiana degli autori e degli editori (Siae), ente pubblico, e del relativo fondo pensioni, durante le feste natalizie, attraverso un’oscura operazione, a metà del prezzo di mercato, e senza sentire le parti sociali;

se risultino le ragioni per le quali il direttore generale della Siae, Gaetano Blandini, abbia svenduto in una frettolosa, quanto singolare, trattativa privata, i beni immobili della società, al prezzo di 260 milioni di euro, invece che al prezzo di mercato stimato in 463 milioni;

se a giudizio del Governo la trattativa gestita dalla finanziaria Sorgente Group, la cui sede in Italia è a Roma, e all’estero in Svizzera e Lussemburgo, non abbia configurato un abuso per danneggiare il patrimonio di un ente pubblico e fare un favore alle società che gestiscono i fondi come Aida e Norma, ora titolari di questi beni;

se il Governo, anche alla luce degli scandali della cricca del G8 ed ai collegamenti con il sottosegretario pro tempore Malinconico, non abbia il dovere di agire con la revoca della trattativa privata e chiedendo le immediate dimissioni dell’ex direttore del settore cinema, appunto Gaetano Baldini, già coinvolto nelle intercettazioni della ‘cricca dei grandi eventi dalle quali emerge come il direttore generale della Siae avrebbe avuto contatti poco chiari e discutibili con i già noti alle cronache giudiziarie Angelo Balducci e Diego Anemone;

se tale operazione non abbia danneggiato i 1.200 dipendenti della società e i pensionati, i cui stipendi e trattamento di fine rapporto erano garantiti dal patrimonio immobiliare, nonché tutto il mondo della produzione culturale di cui la Siae è il fulcro, posto che la Siae è attualmente commissariata e l’incarico di commissario straordinario è affidato a Gian Luigi Rondi, noto critico cinematografico;

quali misure urgenti intenda attivare per restituire trasparenza e legalità ad aziende come la Siae travolta da scandali che minano irrimediabilmente la sua credibilità assieme ad altre aziende pubbliche travolte da gestioni disinvolte.

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