Month: febbraio 2012

Siracusa

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02682
Atto n. 3-02682

Pubblicato il 28 febbraio 2012
Seduta n. 681

LANNUTTI – Al Ministro della giustizia. -

Premesso che:

numerosi articoli pubblicati da alcuni quotidiani siciliani – quali “Magma” e “La Civetta di Minerva” – ipotizzano legami consolidati tra esponenti della magistratura siracusana ed avvocati che esercitano la professione nella stessa città. Rapporti “incestuosi” di parentele, amicizie ed affari, in grado di inquinare la democrazia siciliana;

in data 13 febbraio 2012 viene pubblicato sul giornale on line “Ossigeno” un riassunto inquietante della vicenda intitolato «Denunciati e intimiditi due giornalisti della “Civetta”». Scrive Giorgio Ruta: “Hanno rivelato rapporti d’affari fra penalisti e magistrati. Interrogazioni parlamentari. Avvocati mobilitati, città in trambusto, i quotidiani non ne parlano”. Si legge nel citato articolo: «Una procura sotto accusa, due giornalisti e un politico accusati di estorsione e una città divisa. Siamo a Siracusa e al centro di questa storia c’è un piccolo giornale distribuito nella provincia aretusea, con una tiratura di 1500 copie: il quindicinale La Civetta di Minerva diretto da un giornalista con alle spalle quarant’anni di giornalismo, Franco Oddo. Ripercorrendo questa storia tornano in mente gli articoli de I Siciliani di Fava sul “Caso Catania”. Ma qui siamo a Siracusa e la storia è un’altra. Nelle redazioni di Siracusa e Catania gira un dossier sui rapporti tra alcuni magistrati siracusani e un avvocato. Il primo giornale a pubblicare i contenuti, a metà novembre, con una serie di inchieste, è Magma di Catania. Ma il giornale non è letto nel siracusano e la cosa non sembra suscitare molto clamore. Ma il 2 dicembre la notizia viene riprese e ampliata da La Civetta. È uno scandalo. Il giornale diretto da Franco Oddo, dopo una ricerca approfondita basata sulle visure camerali, mette in fila nomi, cognomi e società. Il quadro che viene fuori è questo: un noto avvocato siracusano, Piero Amara, o suoi stretti familiari, possiedono delle società. Fin qui niente di strano. Ma i soci del penalista sono nomi di spessore nella città siciliana. Ci sono: Attilio Toscano (figlio del dott. Giuseppe Toscano, già procuratore aggiunto alla procura di Siracusa), Edmondo Rossi (imprenditore, figlio del dott. Ugo Rossi, procuratore capo di Siracusa) e Salvatore Torrisi (figlio della terza moglie del dott. Rossi). E soprattutto Oddo scrive di collegamenti societari, tramite un ex praticante dell’avv. Amara, con il sostituto procuratore di Siracusa, Maurizio Musco. Nelle mani di questi uomini sono passati i processi più importanti e delicati di Siracusa. E spesso ad essere contrapposti sono proprio l’avv. Amara e i suoi “soci”. L’inchiesta de La Civetta non finisce il 2 dicembre. Il 16, il 30 dicembre e il 13 gennaio il giornale pubblica ancora rivelazioni sul “Caso Siracusa”. Dalla prima inchiesta apparsa su La Civetta all’ultima passano circa due mesi e nel frattempo succedono molte cose che servono a capire meglio un contesto che sa molto di trincee e fucili puntati. Un nutrito numero di avvocati, sotto la sigla Movimento “Partecipazione, rappresentatività, trasparenza” chiede agli organi competenti di verificarne la fondatezza delle notizie pubblicate e affigge in Tribunale un manifesto “a tutela dei magistrati seri e onesti, laboriosi e imparziali e a tutela degli stessi cittadini” per chiedere al Presidente della Repubblica, al Ministro e agli Organi competenti “di verificare la fondatezza delle notizie e di restituire alla Città e alla Giustizia la serenità e il decoro che meritano” e ai magistrati coinvolti “di essere loro stessi promotori dell’apertura di un fascicolo presso il CSM a loro tutela”. Il manifesto starà ben poco sulla bacheca, qualcuno ha fretta di farlo sparire. Anche l’ANM di Catania esprime inquietudine. E poi c’è la società civile ad intervenire appoggiando La Civetta: dall’Arci agli ambientalisti, passando per una miriade di associazioni e partiti. E intanto i grandi media regionali non spendono una parola sul caso e gli altri periodici locali invece prendono una posizione diversa. Non credono a quanto scritto da Oddo e i suoi e mostrano sostegno alla Procura. La spaccatura nella stampa siracusana è netta»;

l’articolo, dopo aver segnalato che la questione ha assunto un rilievo politico a livello nazionale con la presentazione di atti di sindacato ispettivo, si sofferma sulla vicenda che vede indagati due giornalisti, Franco Oddo e Marina De Michele, rispettivamente direttore e vice direttore de “La Civetta di Minerva”, per presunta estorsione nell’ambito di una vicenda legata all’affidamento del servizio idrico pubblico. Nel richiamato articolo si legge che alcuni imprenditori avrebbero ingiustamente querelato i due giornalisti per estorsione consumata, tentata estorsione e diffamazione a mezzo stampa e che: «”Una delle vicende riferite dalle parti offese si ricollega alla richiesta di contributo effettuata dalla signora Marina De Michele ad un noto imprenditore locale. Secondo la denuncia la signora Marina De Michele, a causa della disperazione della sua situazione economica, avrebbe utilizzato la minaccia della diffamazione qualora il contributo non fosse arrivato”. Ma a credere a questa accusa sono in pochi. Chi conosce Marina la descrive come una bravissima professoressa stimata da tutti, alunni compresi, per la correttezza e la professionalità. La vicedirettrice de La Civetta si infuoca rispondendo all’accusa: “Io ho passato la maggior parte dei miei anni ad insegnare ai miei alunni l’importanza della legalità e poi mi dovrei macchiare di un reato così schifoso? La verità è che stiamo subendo un attacco meschino per quello che abbiamo correttamente scritto”. Ora la redazione ha una preoccupazione: “Non vogliamo restare isolati. Abbiamo bisogno di essere appoggiati e che il caso che abbiamo denunciato venga affrontato anche dai grandi media” sottolinea Alessandra Privitera, collaboratrice de La Civetta. A preoccuparsi è pure Libera. Giusy Aprile, portavoce provinciale, non usa mezze misure: “A Siracusa, in questo momento, c’è una emergenza democratica”»;

considerato che:

a seguito di tali inchieste giornalistiche, risulta all’interrogante che il Ministro in indirizzo avrebbe disposto, nei giorni scorsi, un’inchiesta amministrativa nei confronti di magistrati in servizio o già in servizio alla Procura della Repubblica di Siracusa (dottori Musco, Campisi, Rossi e Toscano), per gravi fatti segnalati da numerosi articoli di stampa, interrogazioni parlamentari ed esposti; per lo svolgimento di tale inchiesta sarebbe stato delegato l’Ispettorato generale presso il Ministero della giustizia;

a quanto risulta all’interrogante, il nuovo Capo dell’Ispettorato generale, dottoressa Maria Stefania Di Tomassi, non solo non ha tempestivamente avviato l’inchiesta già formalmente disposta, ma avrebbe addirittura espressamente contestato le determinazioni già formalmente assunte dal Ministro in ordine ai magistrati nei confronti dei quali effettuare i doverosi accertamenti;

in particolare, a quanto risulta all’interrogante, il Capo dell’Ispettorato avrebbe, con propria nota indirizzata al Ministro, preteso la modifica dell’incarico di inchiesta al fine di ottenere l’esclusione dagli accertamenti della posizione di un magistrato, che sarebbe individuabile nel dottor Roberto Campisi, già Procuratore capo di Siracusa, nei cui confronti, invece, andrebbe doverosamente svolta l’inchiesta, come già stabilito dal Ministro sulla base di elementi circostanziati agli atti;

inoltre, a quanto risulta all’interrogante, tra il dottor Campisi e il Capo dell’Ispettorato esisterebbero stretti rapporti determinati dalla comune appartenenza e militanza alla medesima corrente della magistratura;

pertanto, per effetto di tale inammissibile contrasto, l’inchiesta amministrativa, già disposta e che presenta profili di estrema delicatezza e carattere di urgenza, in ragione della eccezionale risonanza pubblica delle vicende che ne formano oggetto, risulterebbe bloccata;

desta sconcerto che il Capo dell’Ispettorato, a pochi giorni dal suo insediamento, abbia già determinato un pericoloso precedente, che non risulta all’interrogante essersi mai verificato in passato, paralizzando un’inchiesta già disposta dal Ministro al solo evidente scopo di offrire una tutela preventiva ad una specifica posizione soggettiva,

si chiede di sapere:

se risulti vero quanto descritto dalle inchieste giornalistiche, che hanno messo a nudo rapporti incestuosi tra avvocati penalisti e magistrati nel Tribunale di Siracusa;

in quale modo e con quali criteri il Ministro in indirizzo intenda assicurare che l’inchiesta possa svolgersi senza indebite ingerenze da parte del Capo dell’Ispettorato, che sulla vicenda sembra abbia già manifestato un evidente pregiudizio di salvaguardia delle persone coinvolte;

quali iniziative urgenti intenda assumere al fine di garantire, sia in relazione alla vicenda in oggetto che per il futuro, comportamenti ispirati a correttezza ed imparzialità da parte del Capo dell’Ispettorato generale;

se, alla luce dei fatti esposti, ed attesa la particolare gravità di odiose ingerenze a tutela di “compagni di corrente”, non ritenga urgente valutare la compatibilità della dottoressa Di Tomassi alla guida di un ufficio delicato nella gestione della giustizia, la cui attività richiede doti di particolare equilibrio ed imparzialità.

Senza categoria

Stipendi Bankitalia

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02683
Atto n. 3-02683 (in Commissione)

Pubblicato il 28 febbraio 2012
Seduta n. 681

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

«Il tetto-Monti agli stipendi dei supermanager di stato fa acqua da tutte le parti» scrive “Blitz Quotidiano” in un articolo del 27 febbraio 2012, perché «il limite fissato a 295 mila euro lordi l’anno deciso dal governo rischia di non poter essere applicato. Limite che un “inguacchio” lo definisce Sergio Rizzo sul “Corriere della Sera” dello stesso giorno non tiene conto di una norma del precedente governo, quella che avrebbe dovuto equiparare gli stipendi degli alti dirigenti pubblici alla media europea». Per intenderci la stessa tortuosa e ambigua procedura che affidava al Presidente dell’Istat Giovannini l’indagine sugli emolumenti in Europa per stabilire il taglio alle buste paga dei parlamentari;

si legge ancora: «Dimenticanza incomprensibile: la commissione Giovannini era stata istituita dal ministro Tremonti nell’agosto 2011 con il compito di fornire “le informazioni per livellare, rispetto alla media europea, le retribuzioni di cariche elettive e di figure apicali nella Pubblica Amministrazione”. Compito di difficile realizzazione, certo, ma il cui scopo è sufficientemente chiaro da non giustificare il pastrocchio successivo. Il tetto Monti dovrà tener conto oppure no dei risultati che scaturiranno dall’inchiesta in Europa di Giovannini? Non conosciamo quelle medie, ma, per dire, in Francia l’omologo di Giuseppe Vegas alla autorità di controllo dei mercati finanziari prende 150 mila euro lordi annui, dopo che nel 2010 alla sua busta paga è stata applicata una riduzione del 35%. Prima di allora era il più pagato: adesso il commissario alla sanità francese prende di più, 206 mila euro lordi, così come il suo collega all’energia, 192 mila euro lordi. Un ministro non può arrivare a più di circa 330 mila euro lordi l’anno, può cumulare un altro incarico per un valore massimo di 1,5 volte il suo stipendio ministeriale, per un totale di circa 495 mila euro l’anno lordi. In Italia, poi, esiste la complicazione supplementare della mancanza di equità nella razionalizzazione dei costi: i manager delle società partecipate degli enti locali sono esclusi dal tetto-Monti. I quali, fra l’altro, cumulano più stipendi, di fatto aggirando il limite che la legge impone: in teoria il dirigente di una municipalizzata non potrebbe prendere più del sindaco. Non è così: l’ex amministratore dell’Ama di Roma, Franco Panzironi, di cumulo in cumulo era arrivato a 545 mila euro lordi l’anno, uno stipendio di quattro volte superiore a quello di Gianni Alemanno. Senza contare i “privilegi” connessi con le amministrazioni provinciali, comunali, regionali, in nome della loro autonomia. E infatti: sempre a Roma la struttura di quattro persone guidata dal generale dei carabinieri Mario Mori denominata Comitato per la sicurezza e voluta direttamente dal sindaco, costa oltre un milione di euro l’anno. L’amministratore delegato della Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi, Giuseppe Bonomi, intasca 645 mila euro lordi l’anno. Il capo dell’ufficio legislativo in Calabria, Nicola Durante, riceve 176 mila euro l’anno più la busta paga da magistrato del Tar, per volontà del governatore Scopelliti. La stessa carica al ministero “vale” 60 mila euro l’anno. Ma al consigliere calabro, essendo intangibile l’autonomia regionale, nessuno toccherà un euro o un cumulo»;

considerato che:

per quanto risulta all’interrogante, tra i manager che guadagnano più di 294.000 euro, giustamente elencati sulla stampa per esigenze di trasparenza, sembra siano stati esentati – come al solito – i tecnocrati della Banca d’Italia, che oltre ad aver creato danni ai correntisti ed ai risparmiatori con la loro contiguità manifesta con le banche vigilate, hanno emanato provvedimenti ad hoc a misura di banchieri, come l’abrogazione recente del divieto di rimborso anticipato dei bond bancari, continuando a godere di arcaici privilegi e di una consolidata rete di protezione da parte dei mass media alle loro quotidiane malefatte. Gli stipendi dei vertici della Banca d’Italia, come i 757.000 del governatore Visco, i 593.000 euro del direttore Saccomanno e i 441.000 euro della signora Tarantola, eccedono di gran lunga i tetti ai guadagni fissati per i pubblici stipendi, a meno che il regime dell’Istituto non sia assogettato ad un regime di extraterritorialità giuridica, incompatibile con la politica di rigore e con i provvedimenti “lacrime e sangue” alla quale sono stati sottoposti ed assoggettati i cittadini e le famiglie;

inoltre risulta all’interrogante che la Banca d’Italia, con oltre 7.000 dipendenti di prim’ordine, ma di scarsa impiegabilità, ha avuto bisogno di assegnare circa 147 contratti di consulenza di qualche milione di euro, forse per accontentare qualche clientela, oppure per rendere meno accessibili le istanze dei consumatori e risparmiatori, che sempre più si rivolgono in giudizio per tutelare i loro diritti;

Glauco Maggi, in un articolo su “La Stampa” del 27 febbraio, racconta che «Il mattone americano del mercato reale si sta risvegliando, dicono i numeri di gennaio, ma la spia più significativa della ripresa non viene dai movimenti dei prezzi (leggero calo) e delle vendite (buon incremento) delle case, quanto dalle mosse degli investitori, fondi ed hedge fund, nel settore del “mattone finanziario”. Sì, proprio quei famigerati bond “subprime” (tossici) che nessuno voleva più tre anni fa e che hanno affondato le borse e fatto fallire la Lehman Brothers. L’interesse verso gli Mbs (Mortgage Backed Securities, titoli basati sui mutui) è tornato, e ad animare il trend ci sono alcuni di quei gestori che avevano visto giusto nello scommettere contro, quando la bolla si stava gonfiando, e ora si fidano ancora del loro fiuto per anticipare la corsa (futura ma sicura) di queste obbligazioni. Ad attirarli è un mix di quotazioni molto basse, di sperabile miglioramento dell’economia, e di rinascente fiducia nel mercato immobiliare. L’associazione nazionale degli intermediari americani (Nar) ha comunicato qualche giorno fa che a gennaio gli scambi di case già sul mercato sono aumentati del 4,3% a un tasso annuo di 4,57 milioni, il più alto dal maggio del 2010. Le vendite di case sono cresciute del 13% nell’ultimo semestre, e anche se non è ancora in vista il livello dei 6 milioni di affari che viene considerato ottimale dagli esperti in una economia florida, “il trend è chiaramente verso l’alto”, commenta Ian Shepherdson, capo economista di High Frequency Economics. A incoraggiare ci sono pure le prospettive del mercato del lavoro. Se cresce come negli ultimi due o tre mesi (a gennaio si sono aggiunti 243 mila posti, e il tasso di disoccupati è sceso all’8,3%) le famiglie che possono pagare i loro mutui aumentano, e le case ipotecate diminuiscono. È appunto ciò che interessa a quegli investitori in bond sorretti dai mutui, che infatti hanno iniziato a comprare. Greg Lippman era un trader di Deutsche Bank che capì con pochi altri, nel 2006-2007, che il mattone stava scoppiando e che le obbligazioni costruite sui mutui andavano vendute “short”, guadagnando con quella scommessa negativa. Oggi ha una finanziaria con altri partner, e insieme a fondi comuni come Fidelity e a vari hedge funds fa parte di una avanguardia di speculatori che puntano su quegli stessi titoli per cavalcarne il rialzo, dopo aver goduto del tracollo. I prezzi dei bond sono ancora tanto scontati che persino se i prezzi delle case calano ancora del 10%, e i mutui falliti aumentano, questi investitori sono convinti di trarne un profitto. In un rapporto spedito ai suoi clientela, citato dal New York Times, Lippman ha spiegato: “Data la sua significativa sottoperformance nel 2011, noi crediamo che il prodotto (gli Mbs Ndr) ha una quotazione così scontata rispetto al mercato che non si vedeva da tanto tempo”. In aggiunta ai dati confortanti sul mercato del mattone, pure la notizia recentissima che le grandi banche hanno accettato di pagare 26 miliardi di dollari ai governi statale e federale per chiudere le cause sulle vendite scorrette di mutui ai consumatori è stata letta come un ulteriore e forte segnale di ritorno alla normalità. Di qui l’idea di Lippman, e degli altri neospeculatori, di esporsi pesantemente ai bond ex tossici. La corsa alla nuova Bolla è partita»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

gli stipendi del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che con i suoi 757.000 euro guadagna più del doppio del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che percepisce 300.000 euro all’anno, o della dottoressa Tarantola, che percepisce 441.000 euro, seppur assoggettati ad un taglio del 10 per cento, dovrebbero rientrare nel tetto dei 295.000 euro, stabiliti come guadagno massimo per i manager pubblici;

le autorità di vigilanza dovrebbero prestare attenzione alla nuova bolla speculativa che sta ripartendo negli Stati Uniti nel settore dei fondi ed hedge fund, ossia quel “mattone finanziario” dei famigerati mutui “subprime” (tossici) che nessuno voleva più tre anni fa e che hanno affondato le borse e fatto fallire la Lehman Brothers, e che stanno tornando d’attualità verso gli Mbs (Mortgage Backed Securities, titoli basati sui mutui), che tornano ad animare il trend speculativo per anticipare la corsa (futura ma sicura) di queste obbligazioni già in partenza intossicate,

si chiede di sapere se al Governo risulti il numero dei dirigenti della Banca d’Italia che percepiscono stipendi superiori al limite di 295.000 euro all’anno, e se il regime stipendiale dell’Istituto sia effettivamente sottratto al tetto previsto per i dirigenti pubblici, ed in caso affermativo quale sia la ragione di esentare tale personale dai tagli alle retribuzioni che invece colpiscono manager e lavoratori pubblici, e dai sacrifici cui sono sottoposti i cittadini italiani a seguito di una delle più gravi crisi economiche a giudizio dell’interrogante per precise responsabilità dei banchieri e delle compiacenti autorità vigilanti, che non hanno attivato alcuna misura per prevenire la creazione del denaro dal nulla, delle piramidi finanziarie di derivati OTC (over the counter).

Senza categoria

Operai Fiat

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06963
Atto n. 4-06963

Pubblicato il 28 febbraio 2012
Seduta n. 681

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e della giustizia. -

Premesso che:

l’art.18 della legge n. 300 del 1970 (statuto dei lavoratori) vieta i licenziamenti in mancanza di giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti, affermando che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo. In assenza di questi presupposti, il giudice dichiara l’illegittimità dell’atto e ordina la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro. La reintegrazione deve avvenire riammettendo il dipendente nel medesimo posto che occupava prima del licenziamento, salva la possibilità di procedere al trasferimento in un secondo momento, se ricorrono apprezzabili esigenze tecnico-organizzative o in caso di soppressione dell’unità produttiva cui era addetto il lavoratore licenziato. In alternativa, il dipendente può accettare un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultimo stipendio, o un’indennità crescente con l’anzianità di servizio. Il lavoratore può presentare ricorso d’urgenza e ottenere la sospensione del provvedimento del datore fino alla conclusione del procedimento. Lo statuto dei lavoratori si applica solo alle aziende con almeno 15 dipendenti. Nelle aziende che hanno fino a 15 dipendenti, se il giudice dichiara illegittimo il licenziamento, il datore può scegliere tra la riassunzione del dipendente o il versamento di un risarcimento. Può quindi rifiutare l’ordine di riassunzione conseguente alla nullità del licenziamento. La differenza fra riassunzione e reintegrazione è che il dipendente perde l’anzianità di servizio e i diritti acquisiti col precedente contratto (tutela obbligatoria). Su una norma di civiltà giuridica, è stata scatenata una guerra ideologica per arrivare alla sua abrogazione, perché lo chiederebbero l’Europa ed i mercati, in quanto le multinazionali starebbero alla larga dall’effettuare investimenti in Italia, poiché la tutela dei diritti dei lavoratori sarebbe un intralcio all’agire economico. Mentre si disserta per cancellare tali diritti inalienabili conquistati dal mondo del lavoro, alcune grandi imprese ben foraggiate dai Governi nell’ultimo mezzo secolo con centinaia di milioni di euro di finanziamenti a fondo perduto, come la Fiat, dopo aver subito una sconfitta giudiziaria in Corte d’appello, si permettono di umiliare la dignità dei lavoratori reintegrati nelle loro funzioni;

“Melfi, Fiat ai tre operai: vi paghiamo ma state a casa” è il titolo di un articolo pubblicato su “Il Sole-24 ore”, quotidiano di Confindustria, il 23 febbraio 2012: «La Fiat “non intende avvalersi delle prestazioni lavorative” dei tre operai di Melfi reintegrati in base alla sentenza dalla Corte di appello di Potenza, accogliendo il ricorso della Fiom. L’azienda ha inviato un telegramma ai tre operai: lo ha reso noto all’Ansa uno degli avvocati della Fiom, Lina Grosso. Il legale ha inoltre spiegato che “sarà fatto di tutto per riportare al lavoro i tre operai, anche agendo in sede penale, perché la Fiat come al solito non rispetta la sentenze”. I tre operai – secondo quanto si è appreso – percepiranno regolarmente gli stipendi maturati fino a questo momento e quelli successivi alla sentenza di ieri. In particolare, per quelli maturati sarà corrisposta loro la differenza tra il sussidio di disoccupazione e il salario dovuto. “La Fiat non si smentisce mai. Non rispettare le sentenze è, ancora una volta, un esempio del suo cattivo rapporto con il Paese e con la Magistratura”. Per il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere, “il gruppo automobilistico torinese non coglie l’occasione prospettata dalla sentenza di ieri per reintegrare i tre lavoratori decidendo di tenere aperto un conflitto che andrebbe invece sanato per il bene del Paese e della Fiat stessa. Un telegramma simile, con il quale la Fiat comunicava l’intenzione di non avvalersi delle loro prestazioni lavorative, fu inviato dall’azienda torinese il 21 agosto 2010, dopo il primo reintegro di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli. Al rientro in fabbrica ai tre fu consentito di superare i tornelli dello stabilimento di Melfi (Potenza) ma non fu permesso di andare sulle linee di produzione e fu assegnata loro una stanza per svolgere attività sindacale (Barozzino e Lamorte erano rappresentanti sindacali, mentre Pignatelli un iscritto alla Fiom). I tre si opposero alla decisione dell’azienda e uscirono dallo stabilimento lucano: quindi dal luglio del 2010, quando furono licenziati, i tre non sono mai più andati a lavorare sulle linee di produzione”»;

considerato che a giudizio dell’interrogante la Fiat, azienda importante che ha svolto un grande ruolo per lo sviluppo dell’Italia, ricevendo in cambio enormi vantaggi economici a fondo perduto dai Governi che si sono succeduti nel tempo, non può continuare a godere di una sorta di extraterritorialità giuridica e umiliare i tre lavoratori reintegrati nei loro diritti e nella loro dignità a seguito di una sentenza della Corte di appello,

si chiede di sapere quali misure urgenti il Governo intenda attivare affinché le imprese che lavorano in Italia, come la Fiat, siano obbligate a rispettare le sentenze della magistratura reintegrando i lavoratori ingiustamente licenziati, invece di tenere aperto un conflitto ideologico che andrebbe sanato per il bene del Paese e al fine di avviare una fase di crescita e di sviluppo senza accanirsi per sottrarre i diritti al mondo del lavoro.

Senza categoria

Rositani

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06962
Atto n. 4-06962

Pubblicato il 28 febbraio 2012
Seduta n. 681

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che Guglielmo Rositani, consigliere Rai ed ex parlamentare di Alleanza nazionale, avrebbe speso una cifra considerevole di denaro pubblico pagando i suoi conti privati con l’utilizzo della carta aziendale. Alla redazione di “La Repubblica” sono infatti giunti in forma anonima alcuni documenti inequivocabili: fotocopie di scontrini per una spesa totale di 3.870 euro, tra ristoranti, gioiellerie e negozi di abbigliamento. Si legge in un articolo pubblicato su “La Repubblica” il 23 febbraio 2012: «Ristoranti con conti anche da 750 euro. Gioiellerie, profumerie, negozi di articoli sportivi. Ha davvero speso così i soldi della Rai Guglielmo Rositani, consigliere a Viale Mazzini ed ex parlamentare di Alleanza nazionale? A domanda, Rositani non risponde. Repubblica lo ha cercato al telefono e per e-mail il 16 febbraio, il 20 febbraio e di nuovo ieri, anche attraverso la sua assistente Raffaella Pichini. Ma senza risposta. Il consigliere della Rai non vuole confrontarsi sulle spese di rappresentanza che la televisione di Stato permette a tutti i componenti del Cda, lui compreso, attraverso la carta di credito aziendale. In busta anonima, nei giorni scorsi, Repubblica ha ricevuto le fotocopie di 11 ricevute di carta di credito per una spesa totale di 3870 euro. Tutte le ricevute hanno lo stesso codice “AID” che conduce ad un’unica carta di credito. Su una di queste fotocopie compare la scritta “Rai”. Un’altra ricevuta – Hotel Ristorante da Checco al Calice d’Oro (Rieti), importo 420 euro – è spillata su carta intestata della televisione di Stato (mentre la ricevuta stessa ha l’intestazione scritta a mano: onorevole Rositani). Tutte le ricevute sono emesse in ristoranti, negozi, esercizi di Rieti, città dove Rositani vive. Ed ecco le spese in dettaglio, dunque: Hotel Ristorante da Checco al Calice d’Oro 420 euro e Ristorante la Foresta 500 euro (per 10 pasti a prezzo fisso). Altre tre ricevute portano a questo Ristorante la Foresta, molto apprezzato, pare: 300 euro per 7 coperti, 750 euro (quantità 15) e 250 euro (per 5 coperti). A seguire ci sono: il Gioielliere Passi 300 euro; la Goielleria Cesare Amici 400 euro; ancora la Gioielleria Cesare Amici 380 euro; quindi la Profumeria Michele Cellurale 150 euro e Grassi Sport 310 euro. Infine, Letizia Sas (intimo e biancheria per la casa, si deduce da Internet) per altri 110 euro. Le spese sono state fatte tra il 9 aprile 2011 e il 21 agosto 2011. Repubblica ha spedito a Rositani e alla sua assistente due distinte e-mail che avevano, in una cartella allegata, copia di tutte le ricevute. Ma il consigliere di amministrazione della Rai non ha risposto alle e-mail, agli sms e non è venuto al telefono del suo ufficio al settimo piano di Viale Mazzini. Martedì, però, Rositani ha informato l’ufficio Affari Legali della Rai delle e-mail che aveva ricevuto da Repubblica. I consiglieri di amministrazione della tv di Stato, per il loro lavoro, ricevono uno stipendio annuo lordo di poco superiore ai 98 mila euro. Questa somma può essere integrata da un extra fino a 28 mila euro, a patto che i consiglieri diano vita a gruppi di lavoro ristretti, chiamati “comitati editoriali”. A queste somme, i consiglieri aggiungono una carta di credito aziendale – per le spese di rappresentanza – che ha un tetto massimo di 10 mila euro l’anno. Al momento del loro insediamento, di norma, i consiglieri non ricevono istruzioni scritte su come utilizzare la carte di credito. Il suo impiego viene rimesso alla sensibilità del singolo amministratore, Per le sue spese di rappresentanza, il consigliere Rositani non ha ricevuto contestazioni dalla Rai»;

si legge su “Il Corriere della Sera” del 23 febbraio 2012 che il consigliere Rositani ha comunicato, inviando una lettera alla Direzione Finanza e pianificazione e per conoscenza alla Direzione generale, alla Presidenza e alla Direzione della Segreteria del Consiglio di amministrazione, che “In merito all’utilizzo della carta di credito aziendale preferisco rinunciarvi al fine di evitare, per il futuro, basse e volgari strumentalizzazioni simili a quelle apparse oggi sul giornale ‘la Repubblica’, ma soprattutto a difesa della mia dignità ed onestà morale che non ha prezzo”. Il consigliere fa riferimento al suddetto articolo pubblicato sul quotidiano “La Repubblica” che ha spinto lo stesso Rositani ad annunciare querela;

considerato che:

è ancora aperta la vicenda di Augusto Minzolini che ha utilizzato la carta di credito aziendale per spese “pazze” di rappresentanza (atto 4-04078);

a giudizio dell’interrogante in una fase di gravissima crisi economica, e di fortissimi sacrifici per il Paese, per le famiglie e gli utenti che pagano il canone, non è ammissibile dissipare denaro pubblico,

si chiede di sapere:

se risulti corrispondente al vero quanto riportato dal quotidiano “La Repubblica” e quale sia la valutazione della vicenda da parte del Governo anche alla luce dell’impegno della Rai ad assicurare una gestione finanziaria efficiente, come previsto dal Contratto di servizio;

se il Governo sia a conoscenza dei motivi per cui il consiglio di amministrazione dell’azienda non si sia espresso sulle suddette uscite di denaro e se vi sia presso l’azienda pubblica un controllo sulle spese di rappresentanza o comunque su quelle sostenute dai consiglieri a carico della Rai.

Senza categoria

Vivisezione-Correzzana-150 scimmie

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00434
Atto n. 2-00434

Pubblicato il 28 febbraio 2012
Seduta n. 681

LANNUTTI – Ai Ministri della salute e degli affari esteri. -

Premesso che:

nei giorni scorsi si è aperto in Italia il nuovo fronte della battaglia contro la vivisezione, che ha preso di mira un capannone senza insegne e senza nemmeno numero civico alla periferia di Correzzana, paese a pochi chilometri da Monza dove erano arrivate 150 scimmie, per lo più macachi, importate dalla Cina. Il caso è stato sollevato da Paolo Berizzi in un articolo su “la Repubblica” del 25 febbraio 2012, che ha descritto «uno dei più grossi carichi di animali da vivisezione mai importati in Italia. A immaginarsele tutte insieme si fa quasi fatica: e infatti i macachi, in arrivo dalla Cina via Roma-Fiumicino, vengono trasportati dalla Capitale a blocchi di centocinquanta per volta, stivati dentro gabbioni che dagli aerei cargo della Air China finiscono qui, in questo capannone sdraiato nella landa brianzola. Nemmeno 3mila abitanti, Correzzana è conosciuta, oltreché per avere dato i natali al cantante Gianluca Grignani, per i laboratori della Harlan, multinazionale della vivisezione (presente in quattro continenti)»;

si legge su un articolo del “Corriere della Sera” del giorno successivo: «In quella specie di sede fantasma c’è la Harlan, azienda che si occupa dell’allevamento e della custodia di animali destinati alla sperimentazione scientifica. Secondo le associazioni animaliste qui sono già arrivati dalla Cina 150 scimmie – macachi, per la precisione – e altre 750 sono in viaggio, tutte destinate a morte certa in seguito a crudeli pratiche di laboratorio. Gli attivisti anti vivisezione che per mesi si erano dati appuntamento a Montichiari (Brescia), dove ha sede l’allevamento Green Hill – una “fabbrica” di cavie destinate alla vivisezione – avevano preannunciato che si sarebbero spostati alla Harlan di Correzzana, altra azienda che maneggia animali da laboratorio. Il tam tam dice che qui stanno per arrivare – e il trasporto è già in parte compiuto – 900 primati provenienti dalla Cina e già sbarcati a Fiumicino»;

e ancora: «Siamo di fronte a una pratica non solo crudele – sottolinea il portavoce di una associazione di animalisti Marco Mocavero – ma anche inutile dal punto di vista scientifico: ci sono precedenti celebri che certificano l’inattendibilità dei test scientifici sugli animali»,

si chiede di sapere:

se risulti ai Ministri in indirizzo quale sia stato l’iter dell’intera catena di autorizzazioni, che ha consentito che arrivassero in Italia 900 scimmie dalla Cina, chi ha firmato il nulla osta all’importazione di quegli animali, e se siano stati attivati i necessari controlli da parte del Ministero degli affari esteri sull’ingresso, la destinazione e l’uso di quei primati in Italia;

quali siano le condizioni di vita degli animali all’interno della Harlan e se siano garantiti in quell’allevamento, descritto come uno spazio angusto, luce e condizioni igieniche ottimali per gli stessi primati, posto che in un piccolo capannone sembra impossibile assicurare le condizioni minimali di legge a 900 scimmie;

se risponda al vero che dalla pratica crudele come la vivisezione e la sperimentazione sugli animali non corrispondano test scientifici attendibili;

quali misure urgenti il Governo intende attivare, dopo la mobilitazione pubblica, di stampa e televisione contro aziende come Green Hill ed Harlan, per impedire che possano essere effettuate sperimentazioni sul territorio italiano su ogni genere di animali, sulle quali le multinazionali estere conseguono ingenti profitti.

Senza categoria

ACEA

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06964
Atto n. 4-06964

Pubblicato il 28 febbraio 2012
Seduta n. 681

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

sono giunte all’interrogante numerose segnalazioni di cittadini che lamentano comportamenti scorretti da parte dell’Acea Energia SpA;

sono tanti gli utenti che scrivono all’ufficio reclami dell’Acea per contestare l’addebitamento di somme relative a consumi da loro non effettuati senza ricevere alcuna risposta dall’azienda;

in particolare il caso della signora C.L.A. che dall’ottobre 2011 invia raccomandate con ricevuta di ritorno all’Acea per segnalare l’addebitamento nelle bollette a lei intestate di somme maggiori rispetto ai consumi effettuati, nonostante abbia comunicato alla società elettrica la lettura del suo contatore, e, di conseguenza, per richiedere la rettifica delle fatture sulla base dell’effettivo consumo segnalato;

come in tutti gli altri casi riportati all’interrogante, a tutt’oggi l’Acea non ha ancora provveduto ad inviare alcuna risposta alla signora ed ella continua a ricevere dall’Acea bollette con addebitamento di kilowattora non corrispondenti al suo reale consumo, che è, come risulta dal contatore, sempre di gran lunga inferiore a quanto conteggiato dall’azienda,

si chiede di sapere:

se risultino al Ministro indirizzo le ragioni per cui l’Acea Energia SpA non risponde ai reclami e non fornisce spiegazioni ai propri clienti;

se risulti che la politica dell’azienda è quella di ignorare le legittime richieste degli utenti, continuando ad emettere bollette per cifre che vanno al di sopra dei consumi da loro effettuati;

se si possa configurare il reato di indebito arricchimento da parte dell’Acea che continua a pretendere dai propri clienti somme relative a quantità di energia mai consumata;

se la prassi praticata dall’Acea non possa configurare un danno erariale a seguito dell’importo superiore che dovrebbe sborsare l’azienda per eventuali azioni legali adite dagli utenti per far valere le proprie ragioni nei confronti della stessa ed essere risarciti dei relativi danni subiti;

quali iniziative intenda assumere il Governo al fine di tutelare i cittadini da ogni eventuale abuso e sopruso perpetrato dalla società di fornitura elettrica.

Senza categoria

Ministro Severino-Banca Federiciana

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06939
Atto n. 4-06939

Pubblicato il 23 febbraio 2012
Seduta n. 679

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende da un articolo de “Il Fatto Quotidiano” del 16 febbraio 2012 che «Il ministro della Giustizia possiede una piccola quota del Gruppo Bancario Mediterraneo: si tratta dell’1,20 per cento (valore nominale 500 mila euro) del capitale della holding creditizia a cui fa capo la Banca Federiciana di Bari. Nessun profitto, nessun dividendo e valore delle azioni in perdita costante per via delle perdite in bilancio. Del ministro della Giustizia Paola Severino si conosce la brillante carriera d’avvocato da sempre vicino alle stanze del potere. La lista dei suoi clienti comprende pezzi da novanta del mondo finanziario come il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone e l’ex banchiere Cesare Geronzi. Meno nota è l’attività del ministro come investitore in proprio. Investitore in banca, per la precisione. Poca cosa, in verità, se la confrontiamo con il tesoretto azionario del collega ministro Corrado Passera, che nelle settimane scorse ha annunciato la vendita del suo pacchetto milionario di azioni Intesa. Severino invece possiede una piccola quota del Gruppo Bancario Mediterraneo. Si tratta dell’1,20 per cento (valore nominale 500 mila euro) del capitale della holding creditizia a cui fa capo la Banca Federiciana di Bari. La sorpresa però è un’altra. Tra i membri del comitato etico della Banca Federiciana compare anche Paolo Di Benedetto, marito del ministro Severino. Di Benedetto, anche lui avvocato, per anni funzionario e poi commissario della Consob, ha lasciato l’Authority di controllo dei mercati finanziari nel marzo 2010. Nel giro di un paio di mesi è approdato nel comitato etico della Federiciana. Tutto bene, se non fosse che normalmente i componenti dei comitati etici vengono scelti tra personalità prive di legami con soci e amministratori. Per Di Benedetto, marito dell’azionista Severino, questi legami esistono. L’istituto pugliese, nato nel 2004 per iniziativa di un gruppo di imprenditori, fin qui non se l’è passata granché bene. Nel 2009, con la regia della Banca d’Italia, il controllo della Banca Federiciana è passato al Gruppo Bancario Mediterraneo. Ed è in questa occasione che l’allora avvocato Severino ha comprato le sue azioni. A proporle l’investimento fu l’amico Enzo Cardi, professore all’Università Roma 3 nonché, per molti anni, presidente delle Poste con Corrado Passera nel ruolo di amministratore delegato. Cardi, anche lui azionista con poco meno del 3 per cento del capitale, è diventato presidente del gruppo bancario. A quanto sembra, però, il cambio al vertice non ha portato grandi novità sul piano dei risultati, almeno nei primi mesi della nuova gestione. La banca pugliese, infatti, ha continuato a viaggiare con i conti in rosso. Dal 2007 il bilancio si è sempre chiuso in perdita. E nel 2010 (ultimi dati pubblicati) il deficit, anche per effetto della svalutazione di crediti a rischio, è arrivato a superare i 4,5 milioni. Una somma importante, se si pensa che la banca Federiciana, con i suoi 3 sportelli (Bari, Andria e Barletta) e i 30 dipendenti, può contare su una raccolta di 46 milioni e mezzi propri per una trentina di milioni. Peggio ancora, negli ultimi mesi del 2010 la Banca d’Italia guidata da Mario Draghi ha mandato i suoi ispettori per una verifica sulla gestione. “Carenze nell’organizzazione e nei controlli interni”, questo il verdetto. Tra l’altro Bankitalia ha rilevato che circa “un terzo delle erogazioni” è andato a favore di soggetti “riferibili a esponenti aziendali”. In altre parole il 30 per cento dei prestiti sono stati concessi a dirigenti o azionisti dell’istituto. E così, ad agosto dell’anno scorso, la Vigilanza ha disposto sanzioni per un totale di 121 mila euro a carico di amministratori, collegio sindacale e un paio di manager. Tra i multati c’è anche il vicepresidente Maurizio Traglio, l’imprenditore (settore gioielleria) che è azionista e consigliere di Alitalia. Difficile pensare, a questo punto, che Severino sia particolarmente soddisfatta dell’investimento. Dividendi non se ne vedono e il valore delle azioni perde quota per via delle perdite in bilancio. “Ma io quei titoli sto cercando di venderli”, ha risposto il ministro al Fatto Quotidiano. Il problema, a quanto pare, è trovare un compratore. Perché, con i bilanci che si ritrova la Banca Federiciana, per il momento non sembra esattamente un gioiellino»,

si chiede di sapere:

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di dirimere ogni eventuale conflitto di interessi che possa interessare l’avvocato Paola Severino;

quali iniziative di competenza intenda assumere affinché le banche aprano il credito alle famiglie e piccole medie imprese invece di favorire, come nel caso della Banca Federiciana, solo i dirigenti e gli azionisti degli istituti nonché i soliti privilegiati a cui continuano ad erogare disinvolti finanziamenti, come Zunino, Zaleski e Ligresti, senza alcuna garanzia al di fuori dei criteri prudenziali sulla meritorietà del credito, invece di finanziare gli imprenditori che rappresentano l’economia reale del nostro Paese.

Senza categoria

Torto Lorenzo Disabile-Commissione Europea

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06938
Atto n. 4-06938

Pubblicato il 23 febbraio 2012
Seduta n. 679

LANNUTTI – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

l’interrogante aveva segnalato in una precedente interrogazione le gradi difficoltà che incontrano i disabili per trovare un posto di lavoro, anche a tempo determinato, che garantisca loro un reddito e un futuro dignitoso (4-02022) riportando il caso di Lorenzo Torto, un ragazzo di 22 anni;

Lorenzo Torto, diversamente abile dalla nascita, dopo numerosi tentativi falliti di ricerca di un posto di lavoro presso enti pubblici e privati, si è visto costretto ad interpellare il Presidente della Repubblica che a sua volta avrebbe incaricato del caso il Prefetto di Chieti, affinché si interessasse presso le istituzioni;

a tutt’oggi, nonostante siano passati tre anni, la richiesta di aiuto non avrebbe trovato alcuna risposta da parte delle istituzioni;

nel gennaio 2012 Lorenzo Torto ha scritto anche alla Commissione europea relativamente al procedimento di infrazione in corso contro l’Italia per il non corretto recepimento della direttiva 2000/78/CE sulla parità di trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro;

la Commissione ha così risposto che il Trattato istitutivo della Comunità Europea ha previsto, nell’articolo 13 (ora articolo 19 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea), poteri specifici al fine di combattere la discriminazione basata su motivi diversi, tra cui l’età. Su questa base è stata adottata la direttiva 2000/78/CE che ha delineato un quadro generale per la lotta alla discriminazione in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, svolgendo un ruolo importante per l’integrazione dei lavoratori disabili sul posto di lavoro. In particolare, l’articolo 5 della direttiva impone ai datori di lavoro di prendere i provvedimenti appropriati per consentire alle persone disabili “di accedere ad un lavoro, di svolgerlo o di avere una promozione o perché possano ricevere una formazione “;

la Commissione europea è impegnata nella lotta contro tutte le forme di discriminazione, nel suo ruolo di vigilanza sulla corretta applicazione del diritto dell’Unione europea. A tal fine, la Commissione ha fatto ricorso alla Corte di giustizia il 21 giugno 2011 e la procedura dinanzi alla stessa è ad oggi ancora pendente,

si chiede di sapere quali urgenti iniziative il Governo intenda adottare al fine di adoperarsi per un corretto recepimento della direttiva 2000/78/CE così da garantire l’inserimento e l’integrazione lavorativa delle persone diversamente abili nel mondo del lavoro eliminando ogni forma di discriminazione nell’accesso al lavoro presente nel Paese.

Senza categoria

Crac Deiulemar

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06940
Atto n. 4-06940

Pubblicato il 23 febbraio 2012
Seduta n. 679

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

tredicimila risparmiatori, ma purtroppo le cifre sono soltanto provvisorie, sarebbero rimasti coinvolti nel caso Deiulemar;

la Deiulemar è la compagnia campana attiva nel trasporto marittimo di merci e passeggeri, un vero e proprio colosso dei mari che gestisce oltre 60 navi e fatturati da centinaia di milioni di euro;

è emerso che la società ha emesso titoli per centinaia di milioni di euro fuori da qualsiasi controllo, mentre in parallelo faceva certificare i bilanci da Kpmg e emetteva obbligazioni regolari, prestiti che rischiano di non essere rimborsati per il crac della società di Torre del Greco. Ora si cerca un equilibrio fra esigenze dei risparmiatori e il mantenimento dell’attività imprenditoriale e intanto la compagnia ha chiuso i propri uffici per l’assedio degli obbligazionisti;

si legge su un articolo pubblicato su “Linkiesta” il 23 febbraio 2012: «La Procura di Torre Annunziata ha aperto un’indagine sul crac Deiulemar. Contro ignoti, per ora, e tra mille cautele. (…) La notizia è stata confermata e dettagliata a “Linkiesta” direttamente dal procuratore capo di Torre Annunziata, Diego Marmo: “Confermo che sul caso Deiulemar è stato aperto un fascicolo, che, ad ora, raccoglie l’esposto presentato dalla società (con cui il nuovo amministratore delegato aveva reso nota l’emissione, nel passato, di titoli obbligazionari irregolari, nda) e quello di un obbligazionista. Per il momento non sono state definite ipotesi di reato né iscritti nomi di persone o società indagate; dagli elementi finora emersi si potrebbe pensare alla truffa, ma è un mare magnum che necessita maggiori approfondimenti, perché il caso interessa l’intera comunità torrese. Quindi agiremo con celerità, non posso e non voglio fermare chi intenda presentare querele, ma presteremo grande attenzione agli interessi dei piccoli risparmiatori utilizzando la massima cautela possibile”»;

si legge ancora nel citato articolo che lunedì scorso si è tenuto un primo incontro «tra la nuova proprietà e i rappresentanti degli obbligazionisti. “Non ci sono state grandi novità” ha aggiunto il collega Pino Colapietro (Comitato degli Obbligazionisti della Deiulemar). “Ci è stato detto che Deiulemar non potrà avanzare proposte prima che sia finito il censimento del debito, che è giunto al 30% e che sembrerebbe ridimensionare il numero degli obbligazionisti coinvolti a circa 7.500 persone (è il numero di chi si è finora prenotato per il censimento, nda). La mia impressione, del tutto personale, è che Deiulemar finirà per individuare come unica strada percorribile la proposta di creare una newco ad azionariato diffuso, con conversione in azioni delle obbligazioni e conferimento di beni e attività delle varie realtà facenti capo ai soci della compagnia. Se così sarà occorrerà valutare adeguatamente i termini di conversione e i beni sul piatto. Per queste ragioni ho esortato Deiulemar a smettere di parlare di obbligazioni ‘regolari’ ed ‘irregolari’ – tutti i creditori vanno trattati alla stessa maniera, perché comune è stato l’affidamento alla società – e a fornirci un dettagliato elenco dei beni che i soci sono disposti a mettere a disposizione. Per i risparmiatori l’invito è di aderire ai comitati tecnici (e gratuiti), i soli in grado di gestire un’eventuale offerta concordataria, che passerebbe necessariamente per sedi giudiziarie” (…) anche l’avvocato dell’Unione Consumatori Antonio Cardella ha ritenuto “interlocutorio” l’ultimo incontro e “ancora in alto mare ogni progetto risolutivo”. Per questo, avanzando dubbi sul fatto che “l’ammontare dei debiti sia del tutto ignoto”, ha auspicato che la prossima riunione – fissata non prima di 15-20 giorni proprio per dare tempo a Deiulemar – “sia più significativa”. “Assai deludente” ha definito il meeting Cacchione: “Non ci è stato detto se, quali e quanti siano i debiti della compagnia diversi dalle obbligazioni, non è stato chiarito quali beni i soci siano pronti a sacrificare e si è rimasti assolutamente sul vago sulla tempistica, mentre definirei ‘alchimia’ la perdurante differenziazione fra obbligazioni regolari ed irregolari. Avviare azioni giudiziarie è allo stato dei fatti prematuro e non intendiamo farlo prima che sia stata fatta chiarezza. Però, di fronte ad atteggiamenti di chiusura o rinvii sine die, sarà inevitabile ricorrervi”. Dal canto suo Roberto Maviglia, nuovo amministratore unico di Deiulemar, ha ribadito che “il denaro legato ai titoli irregolari non è mai passato nella disponibilità della società né nei suoi conti, che sono quindi regolari”, che “è intenzione dei soci formalizzare il proprio impegno a mettere a disposizione i rispettivi beni” e che “una soluzione sarà ipotizzabile solo una volta che il censimento abbia chiarito il valore dei debiti. In ogni caso ogni progetto dovrà rispondere a tre requisiti: salvare la continuità aziendale, evitare la cessione di beni prima di una loro rivalutazione, e garantire la liquidità dello strumento scelto (cioè gli obbligazionisti dovranno poter cedere facilmente e con soddisfazione titoli e beni di cui eventualmente entrassero in possesso con la ristrutturazione, nda)”»;

considerato che:

quello che è emerso, secondo le ricostruzioni di Maviglia e dell’avvocato Pino Colapietro, rappresentante del Comitato obbligazionisti Deiulemar, è che, accanto ai certificati obbligazionari regolarmente emessi, la compagnia e i suoi amministratori hanno continuato a rilasciare titoli simili ad obbligazioni al portatore, intestati alla società e da essa regolarmente onorati fino a poche settimane fa, ma totalmente al di fuori delle norme sulle emissioni e, a quanto risulta, dai bilanci della società stessa. Tanto che ad oggi non si sa quanto sia l’ammontare delle obbligazioni circolanti, quante quelle “regolari” e quali le “irregolari” né come distinguere fra esse. Secondo le stime di Colapietro – assolutamente provvisorie, perché la società ha avviato un ‘censimento’ dei titoli senza il cui esito non si possono avere certezze – sarebbero circa 13.000 i risparmiatori coinvolti, per un ammontare di obbligazioni vicino ai 500 milioni di euro. Cifra su cui Maviglia non si esprime, pur riconoscendo che è certo che le obbligazioni emesse siano ben più di quelle iscritte a bilancio;

scrive “Il Journal” il 10 febbraio 2012: «La Deiulemar è stata gestita in maniera dilettantesca dal punto di vista finanziario, con i bilanci ritoccati appositamente per mettere in mostra una situazione positiva che in realtà non esisteva: il punto è proprio questo, ai risparmiatori sono stati promessi rendimenti eccezionali (fino al 7% netto) e le continue emissioni di bond hanno fatto crescere la stima degli stessi nei confronti della compagnia. La ricostruzione degli ultimi anni di vita della Deiulemar ha però raccontato una storia diversa. Le emissioni obbligazionari erano sì regolari, ma anche totalmente al di fuori dalle regole di bilancio: la vicenda è paradossale, in quanto al momento non è ancora possibile capire quanti siano i titoli regolari e quanti non lo siano, insomma non si può quantificare il mucchio di “carta straccia” che è in possesso degli ignari risparmiatori. È un altro duro colpo alla credibilità nei confronti della finanza, il problema sta tutto in queste gestioni completamente caserecce, prive di controlli e quindi inefficienti. Il “pasticciaccio brutto” della Deiulemar riempie ancora una volta le pagine nere dei crack finanziari italiani: si parla di cinquecento milioni di euro di bond irregolari ed esiste un comitato a difesa dei cittadini coinvolti, ma le soluzioni non sono né facili né di breve durata. In effetti, la società dovrà soddisfare tutti i propri creditori per salvarsi, il tutto compatibilmente alle esigenze di bilancio e, si spera vivamente, nel rispetto dei risparmiatori che avevano riposto la massima fiducia nelle obbligazioni»;

a giudizio dell’interrogante:

in uno Stato di diritto dove funzionano i contrappesi, le Authority finanziarie – nel caso di specie la Consob – avrebbero il dovere di prevenire crac finanziari e industriali ed evitare sia la spoliazione dei beni aziendali sia l’intervento della magistratura a presidio dei diritti dei risparmiatori e dei lavoratori;

non dovrebbero sfuggire all’attività di vigilanza l’emissione e il collocamento delle obbligazioni “fantasma” che sono state distribuite a piene mani a Torre del Greco;

la Consob sarebbe dovuta intervenire presso il gruppo Deiulemar al fine di evitare l’ennesimo crac finanziario di un gruppo quotato in borsa, nonché per chiedere trasparenza societaria e dei piani industriali prima del precipitare della situazione aziendale;

considerato inoltre che diversi organi di stampa hanno riportato la notizia che la società, per soddisfare la moltitudine di creditori, sarebbe intenzionata a mettere a disposizione le proprie risorse immobiliari,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di come sia stato possibile che un impero dello shipping, con oltre 60 navi gestite fra proprietà e noleggi, fatturati da centinaia di milioni di euro, attività di livello internazionale, sia stato costruito emettendo titoli di dubbia consistenza giuridica, per centinaia di milioni di euro, senza registrare la quantità e l’ammontare degli stessi, il tutto in parallelo ad operazioni di sofisticata ristrutturazione dell’architettura societaria, alla certificazione dei bilanci (da parte di una big come Kpmg) e all’emissione di obbligazioni;

quali azioni il Governo intenda porre in essere, nell’ambito delle proprie competenze, al fine di assicurare il rispetto e la verifica costante della correttezza, trasparenza, compiutezza e tempestività delle comunicazioni delle società al mercato e alle autorità di vigilanza;

quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere affinché non siano i cittadini a pagare di tasca loro per la leggerezza ed il mancato senso di responsabilità di coloro che possono aver condotto gestioni scellerate del gruppo Deiulemar, a cui numerosi cittadini hanno dato fiducia con i loro investimenti credendo nella robustezza della società.

Senza categoria

Banca rifinanziate-stretta creditizia

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02673
Atto n. 3-02673 (in Commissione)

Pubblicato il 22 febbraio 2012
Seduta n. 677

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

la stretta creditizia da parte delle banche italiane, che hanno avuto 203 miliardi di euro per 3 anni dalla Banca centrale europea (Bce) ad un tasso dell’1 per cento e reimpiegano al 14-15 per cento anche per scoraggiare le domande di credito, è diventata a giudizio dell’interrogante scandalosa. Anche il Governatore della Banca d’Italia Visco, in un recente convegno ha parlato di credit crunch, rilanciato da un lancio dell’AGI del 19 febbraio 2012: «”Il 2012 sarà in recessione, le banche evitino stretta creditizia”. L’ammonimento è del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, secondo cui per quest’anno è previsto un calo medio del Pil dell’1,5%. Visco invita però a guardare avanti per tornare a una crescita nel 2013. Secondo il governatore, gli istituti di credito italiani devono continuare la loro azione di sostegno all’economia, selezionando gli impieghi per evitare un credit crunch. Visco ha osservato che “le banche dovranno dimostrare di saper svolgere bene la loro funzione di allocazione del credito, in una gestione sana e prudente, con acuita capacità selettiva. Lo richiede”, rileva il numero uno di via Nazionale, “la loro stessa ragion d’essere”. Per Visco, “è cruciale che l’economia non entri in asfissia creditizia, deperendo e trascinando con sé anche le prospettive del sistema bancario. È al contempo necessario”, aggiunge, “l’impegno al riequilibrio dei bilanci e alla rimozione dei nodi strutturali che condizionano l’efficienza e la redditività del sistema bancario italiano”. “Il 2012 sarà un anno di recessione” avverte il governatore che ricorda come via Nazionale preveda “una flessione del prodotto in media annua dell’ordine dell’1,5%”. Intervenendo al Forex il governatore invita a “guardare avanti, operare perché con la normalizzazione delle condizioni sui mercati finanziari e del credito sia possibile stabilizzare l’attività produttiva in Italia già nella seconda metà del 2012 e tornare a un’espansione del reddito nel prossimo anno”. Secondo Visco, “in una prospettiva di medio periodo la nostra economia deve essere rimessa in grado di crescere stabilmente a tassi sostenuti, rafforzando la competitività delle imprese”. I Numeri sono impietosi. “Rispetto ai livelli raggiunti nel 2007, prima della crisi”, rileva il governatore, “il prodotto interno è ancora inferiore di circa 5 punti percentuali, il reddito disponibile reale pro capite delle famiglie di 7 punti, la produzione industriale di un quinto. Il disavanzo corrente della bilancia dei pagamenti rimane elevato”. La strada è però tracciata. “Le riforme decise”, dice Visco, “vanno rapidamente completate e rese operative, in particolare quelle volte a rendere l’assetto normativo e amministrativo favorevole e non ostile allo sviluppo economico: liberalizzazione di importanti settori dei servizi, effettiva semplificazione degli atti amministrativi, migliore funzionamento del mercato del lavoro, attenzione particolare al capitale umano e all’innovazione, più rapide risposte del sistema giudiziario”. Secondo il governatore, “anche se i singoli interventi esplicheranno i propri effetti con gradualità, la definizione di un disegno organico e di ampio respiro già nel breve termine può incidere positivamente sulle aspettative e, per tale via, stimolare la domanda aggregata e la ripresa degli investimenti”. Le agenzie di rating “non sempre sono state in grado di svolgere adeguatamente” il compito di valutare il rischio sovrano degli Stati. Secondo Visco, nella valutazione del rischio sovrano entrano diversi elementi: le condizioni e le prospettive delle finanze pubbliche, il livello e la dinamica dell’indebitamento nel settore privato, le prospettive di crescita dei paesi: “è un compito evidentemente difficile, richiede l’utilizzo di ingenti risorse” e le agenzie di rating non sempre lo svolgono adeguatamente. “Andrebbero definiti standard appropriati – conclude – sarebbe opportuno che si sviluppassero relazioni trasparenti tra le agenzie e le istituzioni indipendenti, nazionali e sopranazionali, che svolgono per mandato analoghi compiti di valutazione”»;

anche il Ministro dello sviluppo economico Passera ha segnalato l’emergenza credito. In un lancio dell’Ansa del 21 febbraio 2012, Passera ha affermato che «Il tema del credito ”è molto importante, è una vera e propria emergenza per il nostro Paese e tutti dobbiamo essere impegnati su questo”. Lo ha detto il ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera, in un videomessaggio inviato al convegno di Federmeccanica in corso a Firenze, dove ha sottolineato come ”da una parte c’è da risolvere il problema dello scaduto, che crea indebitamento forzoso a tantissime aziende”. Per questo, secondo il Ministro, ”tutti insieme dobbiamo rendere meno costoso il credito e – ha aggiunto – questo passa anche dalla riduzione dello spread che il nostro Paese paga con un costo in più per un problema di credibilità che ha accumulato nel tempo e che stiamo rimediando visibilmente grazie agli sforzi di Mario Monti”. Per Passera la credibilità ”si recupera giorno dopo giorno, mese dopo mese” per far sì che il credito ”possa ritornare nelle dimensioni adeguate a tutte le categorie d’impresa. Naturalmente – ha aggiunto – senza mai mettere a rischio il sistema bancario: sappiamo che il credito non dato adeguatamente, in taluni Paesi, in passato ha creato problemi enormi’»;

considerato che:

se «le banche non danno soldi alle imprese, la colpa è (anche) di Bankitalia» si legge su un articolo di Antonio Vanuzzo pubblicato su “L’Inkiesta del 21 febbraio 2012; in esso si afferma che «La stretta al credito erogato alle imprese non si allenterà tanto presto. “Prima il rafforzamento patrimoniale” è l’imperativo dei banchieri. Banchieri che, dopo aver prelevato a tasso agevolato fondi dalla Bce, riacquistano infatti i propri strumenti ibridi, a metà tra azioni e obbligazioni. Un modo facile per fare plusvalenze, e far sparire dalla circolazione dei titoli che non possono essere più conteggiati nel patrimonio di qualità. Come mai gli istituti non ci hanno pensato prima? Per via di una norma di Bankitalia, eliminata solo di recente. Si riconosce da una sigla criptica: XS0371711663. Non è un’obbligazione e nemmeno un’azione. È uno strumento ibrido, a metà tra i due. È stato emesso il 20 giugno 2008 da una società veicolo di Intesa Sanpaolo, non ha scadenza ed è scambiato sul mercato lussemburghese, una piazza “over the counter”, cioè non regolamentata. I suoi sottoscrittori intascano una cedola dell’8 per cento l’anno. Fatto 100 il suo valore nominale, l’anno scorso il titolo ha avuto un picco a 102 il 20 maggio, è sceso fino a un minimo di 52,99 il 13 settembre e oggi quota intorno a 86,7. Ieri l’istituto guidato da Tommaso Cucchiani ha comunicato i risultati del programma di riacquisto, tra gli altri, anche di questo strumento: su 1,25 miliardi di euro nominali, gli investitori ne hanno rivenduti a Ca de’ Sass 454,2 milioni. Una mossa vantaggiosa per la banca – comprando oggi a 86,7 ciò che valeva 100, la plusvalenza è di 13,3 – ma anche per quanti, non fidandosi di tenere in portafoglio un attivo dalla scadenza lunghissima e dall’andamento altalenante, hanno preferito una perdita circoscritta oggi a un incerto guadagno futuro. “Prima il rafforzamento patrimoniale, poi il credito alle imprese” è l’unanime risposta dei banchieri all’appello che il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha rivolto loro sabato scorso al Forex di Parma. Palazzo Koch ha quantificato in 20 miliardi di euro la gelata del credito a dicembre, in termini di contrazione dei prestiti a società non finanziarie, leggi imprese: una cifra allarmante. Perché allora, visto che le banche italiane hanno attinto dal rubinetto Bce fondi a tre anni (con un tasso dell’1%) ben 60 miliardi di euro, non li hanno utilizzati per allentare il credit crunch? Per tre motivi: uno, perché le banche hanno faticato a recuperare la fiducia reciproca per prestarsi soldi a vicenda sul mercato interbancario, e quindi hanno preferito ridepositare a Francoforte i fondi prelevati da Eurotower. Due, per riacquistare titoli di Stato. Tre: a causa di una norma di Bankitalia. La prossima settimana andrà in scena una nuova asta Bce. Le grosse banche italiane non hanno ancora fatto sapere se parteciperanno – nella scorsa operazione Unicredit aveva prelevato 12,5 miliardi, Intesa 12 e Mps 10 – ma una cosa è certa: il rafforzamento patrimoniale non si fa dall’oggi al domani. Gli imprenditori sono avvisati. Fino a fine gennaio, Palazzo Koch imponeva la sostituzione degli strumenti di capitale con altri equivalenti in caso di rimborso prima della naturale scadenza, a differenza di quanto previsto nel resto d’Europa. Un altro svantaggio per le banche italiane, già colpite pesantemente dall’impossibilità – ai fini del calcolo del patrimonio di vigilanza Core Tier 1 – di computare al costo storico i titoli di Stato detenuti nelle attività disponibili per la vendita. “La mossa di Draghi ha letteralmente cambiato lo scenario: da dicembre a gennaio sono ripartiti gli acquisti, soprattutto sulla parte breve della curva dei titoli italiani e spagnoli, con le scadenze a due anni ritornate a livelli pre crisi” osserva Giovanni Fracasso, private banker presso Albertini Syz. Fracasso poi spiega: “Una parte della liquidità è servita alle banche per ricomprarsi il debito più oneroso”. “Una mossa che sicuramente andava fatta prima, ma che non è stata possibile anche per via della normativa della Banca d’Italia”, nota un analista di una primaria banca italiana. I bond ibridi presentano più svantaggi che vantaggi: sono costosi – pagano infatti un interesse tra il 5 e il 9% – hanno delle fortissime oscillazioni, quindi non sono adatti ai cassettisti (in alcuni casi lo spread tra denaro e lettera è del 15%), ma soprattutto non sono conteggiabili nel novero degli attivi che formano il “cuscinetto” anticiclico grazie al quale gli istituti saranno in grado di rimanere stabili anche in condizioni avverse. Qualche esempio: il titolo XS0131512450, emesso da Ubi banca nel lontano 2001, a maggio è salito a 101, poi è sceso a 57 a metà dicembre, e adesso quota intorno a 75-75,5. Rendimento: 7,3 per cento. Ancora: l’ibrido del Banco Popolare emesso nel 2007 (XS0304963290) ha avuto un massimo ad aprile a 82,24, per poi andare a picco fino a 37, e oggi vale 71, con tasso del 6,1 per cento. Il bond Unicredit offerto nel 2005, con cedola del 5,3%, valeva 88,3 a metà aprile, 41,4 il 30 novembre e ora quota a 66,3. Alti e bassi da cardiopalma. Nel comunicato diramato ieri, Intesa ha reso noto che, dal programma di riacquisto di questi particolari bond, l’utile relativo ai primi tre mesi dell’anno avrà un beneficio di 180 milioni di euro, “corrispondente a circa 6 centesimi di punto in termini di Core Tier 1 ratio, considerando gli attivi ponderati per il rischio (RWA) al 30 settembre 2011″. Gli analisti calcolano che per il Banco Popolare l’ammontare di simili strumenti è pari a 1,2 miliardi, contro i 600 di Mps e i 400 di Ubi. Il piano dell’istituto guidato da Fratta Pasini prevede un buyback di 12 di questi titoli, per una plusvalenza stimata in 200 milioni di euro, pari a circa l’8% dei 2,7 miliardi di capitale aggiuntivi richiesti dall’Eba. Il guadagno per Ubi sarà invece di 14 milioni. Basilea III, ha detto Visco, “conferma il trattamento favorevole dei crediti alle piccole e medie imprese già previsto da Basilea 2″. I banchieri rispondono: “Prima il rafforzamento, poi le imprese”»;

considerato inoltre che a giudizio dell’interrogante:

il riacquisto dei bond ibridi, strumenti vantaggiosi per le banche che li hanno emessi, molto rischiosi per i risparmiatori allettati al loro acquisto da tassi di interesse tra il 5 e il 9 per cento, che subiscono fortissime oscillazioni, quindi poco adatti ai cassettisti anche per lo spread tra denaro e lettera pari al 15 per cento circa, non conteggiabili nel novero degli attivi che formano il “cuscinetto” anticiclico grazie al quale gli istituti saranno in grado di rimanere stabili anche in condizioni avverse, utilizzando la liquidità della Bce, costituisce un vantaggio assurdo incompatibile con la gravissima crisi economica provocata dai banchieri ed un danno enorme per i risparmiatori, indotti a vendere anche se subiscono perdite del 15-20 per cento rispetto al prezzo di emissione pari a 100 a cui hanno acquistato;

il rimborso del titolo XS0131512450, emesso da Ubi banca nel lontano 2001, che a maggio è salito a 101, per scendere a metà dicembre a 57, e che oggi quota attorno a 75, con rendimento del 7,3 per cento, su base annua o l’ibrido del Banco Popolare emesso nel 2007 (XS0304963290), che ha avuto un massimo ad aprile a 82,24, per poi andare a picco fino a 37, e oggi vale 71, con tasso del 6,1 per cento, o il bond Unicredit offerto nel 2005, con cedola del 5,3 per cento, che valeva 88,3 a metà aprile, 41,4 il 30 novembre e che attualmente prezza 66,3, costituisce un danno, derivante dal prezzo di riacquisto e da quello alla scadenza naturale quando devono essere rimborsati a 100;

Banca Intesa, dal programma di riacquisto di questi particolari bond, per i primi tre mesi dell’anno avrà un beneficio di 180 milioni di euro, «corrispondente a circa 6 centesimi di punto in termini di Core Tier 1 ratio, considerando gli attivi ponderati per il rischio (RWA) al 30 settembre 2011»;

per il Banco Popolare l’ammontare di simili strumenti è pari a 1,2 miliardi, contro i 600 di Mps e i 400 di Ubi e il piano dell’istituto guidato da Fratta Pasini prevede un buy-back di 12 di questi titoli, per una plusvalenza stimata in 200 milioni di euro, pari a circa l’8 per cento dei 2,7 miliardi di capitale aggiuntivi richiesti dall’Eba (European Banking Authority);

quanto richiamato configura un trattamento di favore delle autorità vigilanti verso le banche ed un danno per risparmiatori, famiglie e piccole e medie imprese (PMI) con il credito razionato oppure erogato a tassi di interessi del 13-14 per cento;

la modifica della normativa sul buy-back da parte della Banca d’Italia ha avuto l’esclusiva finalità di avvantaggiare le banche e penalizzare ancora una volta i risparmiatori, indotti in precedenza ad acquistare i bond ibridi e le obbligazioni bancarie perché più sicure dei titoli di Stato e tale stratagemma del riacquisto delle proprie obbligazioni, in un mercato poco trasparente, senza regole come quello degli over the counter, manovrato da pochissimi soggetti che riescono a determinare le quotazioni, penalizza gli investitori indotti a vendere perdendo buona parte del capitale investito dalle sapienti oscillazioni delle obbligazioni,

si chiede di sapere:

se il Governo, a fronte di risorse pubbliche pressoché illimitate provenienti dalla Bce, che invece di essere utilizzate per far ripartire l’economia vengono utilizzate con l’esclusiva finalità di risolvere i problemi di liquidità per salvare bonus e stock option dei banchieri, penalizzando duramente i cittadini, non intenda promuovere una urgente normativa per nazionalizzare le banche ausiliate, risolvendo così anche la anomalia della proprietà privata di un istituto pubblico come la Banca d’Italia;

quali misure urgenti intenda assumere per evitare che i banchieri possano continuare a “taglieggiare”, con usi, abusi ed ordinari soprusi come quelli descritti in premessa, famiglie, PMI e consumatori, costretti a pagare tassi più elevati pari ad una media di 0,67 per cento sui mutui prima casa, 0,70 per cento sui tassi medi per i prestiti alle imprese, molto distanti da quelli dei Paesi dell’area euro a 27, e costi dei conti correnti pari a 295,66 euro rispetto a 114 euro degli utenti europei.

Senza categoria