Banca rifinanziate-stretta creditizia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02673
Atto n. 3-02673 (in Commissione)

Pubblicato il 22 febbraio 2012
Seduta n. 677

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

la stretta creditizia da parte delle banche italiane, che hanno avuto 203 miliardi di euro per 3 anni dalla Banca centrale europea (Bce) ad un tasso dell’1 per cento e reimpiegano al 14-15 per cento anche per scoraggiare le domande di credito, è diventata a giudizio dell’interrogante scandalosa. Anche il Governatore della Banca d’Italia Visco, in un recente convegno ha parlato di credit crunch, rilanciato da un lancio dell’AGI del 19 febbraio 2012: «”Il 2012 sarà in recessione, le banche evitino stretta creditizia”. L’ammonimento è del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, secondo cui per quest’anno è previsto un calo medio del Pil dell’1,5%. Visco invita però a guardare avanti per tornare a una crescita nel 2013. Secondo il governatore, gli istituti di credito italiani devono continuare la loro azione di sostegno all’economia, selezionando gli impieghi per evitare un credit crunch. Visco ha osservato che “le banche dovranno dimostrare di saper svolgere bene la loro funzione di allocazione del credito, in una gestione sana e prudente, con acuita capacità selettiva. Lo richiede”, rileva il numero uno di via Nazionale, “la loro stessa ragion d’essere”. Per Visco, “è cruciale che l’economia non entri in asfissia creditizia, deperendo e trascinando con sé anche le prospettive del sistema bancario. È al contempo necessario”, aggiunge, “l’impegno al riequilibrio dei bilanci e alla rimozione dei nodi strutturali che condizionano l’efficienza e la redditività del sistema bancario italiano”. “Il 2012 sarà un anno di recessione” avverte il governatore che ricorda come via Nazionale preveda “una flessione del prodotto in media annua dell’ordine dell’1,5%”. Intervenendo al Forex il governatore invita a “guardare avanti, operare perché con la normalizzazione delle condizioni sui mercati finanziari e del credito sia possibile stabilizzare l’attività produttiva in Italia già nella seconda metà del 2012 e tornare a un’espansione del reddito nel prossimo anno”. Secondo Visco, “in una prospettiva di medio periodo la nostra economia deve essere rimessa in grado di crescere stabilmente a tassi sostenuti, rafforzando la competitività delle imprese”. I Numeri sono impietosi. “Rispetto ai livelli raggiunti nel 2007, prima della crisi”, rileva il governatore, “il prodotto interno è ancora inferiore di circa 5 punti percentuali, il reddito disponibile reale pro capite delle famiglie di 7 punti, la produzione industriale di un quinto. Il disavanzo corrente della bilancia dei pagamenti rimane elevato”. La strada è però tracciata. “Le riforme decise”, dice Visco, “vanno rapidamente completate e rese operative, in particolare quelle volte a rendere l’assetto normativo e amministrativo favorevole e non ostile allo sviluppo economico: liberalizzazione di importanti settori dei servizi, effettiva semplificazione degli atti amministrativi, migliore funzionamento del mercato del lavoro, attenzione particolare al capitale umano e all’innovazione, più rapide risposte del sistema giudiziario”. Secondo il governatore, “anche se i singoli interventi esplicheranno i propri effetti con gradualità, la definizione di un disegno organico e di ampio respiro già nel breve termine può incidere positivamente sulle aspettative e, per tale via, stimolare la domanda aggregata e la ripresa degli investimenti”. Le agenzie di rating “non sempre sono state in grado di svolgere adeguatamente” il compito di valutare il rischio sovrano degli Stati. Secondo Visco, nella valutazione del rischio sovrano entrano diversi elementi: le condizioni e le prospettive delle finanze pubbliche, il livello e la dinamica dell’indebitamento nel settore privato, le prospettive di crescita dei paesi: “è un compito evidentemente difficile, richiede l’utilizzo di ingenti risorse” e le agenzie di rating non sempre lo svolgono adeguatamente. “Andrebbero definiti standard appropriati – conclude – sarebbe opportuno che si sviluppassero relazioni trasparenti tra le agenzie e le istituzioni indipendenti, nazionali e sopranazionali, che svolgono per mandato analoghi compiti di valutazione”»;

anche il Ministro dello sviluppo economico Passera ha segnalato l’emergenza credito. In un lancio dell’Ansa del 21 febbraio 2012, Passera ha affermato che «Il tema del credito ”è molto importante, è una vera e propria emergenza per il nostro Paese e tutti dobbiamo essere impegnati su questo”. Lo ha detto il ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera, in un videomessaggio inviato al convegno di Federmeccanica in corso a Firenze, dove ha sottolineato come ”da una parte c’è da risolvere il problema dello scaduto, che crea indebitamento forzoso a tantissime aziende”. Per questo, secondo il Ministro, ”tutti insieme dobbiamo rendere meno costoso il credito e – ha aggiunto – questo passa anche dalla riduzione dello spread che il nostro Paese paga con un costo in più per un problema di credibilità che ha accumulato nel tempo e che stiamo rimediando visibilmente grazie agli sforzi di Mario Monti”. Per Passera la credibilità ”si recupera giorno dopo giorno, mese dopo mese” per far sì che il credito ”possa ritornare nelle dimensioni adeguate a tutte le categorie d’impresa. Naturalmente – ha aggiunto – senza mai mettere a rischio il sistema bancario: sappiamo che il credito non dato adeguatamente, in taluni Paesi, in passato ha creato problemi enormi’»;

considerato che:

se «le banche non danno soldi alle imprese, la colpa è (anche) di Bankitalia» si legge su un articolo di Antonio Vanuzzo pubblicato su “L’Inkiesta del 21 febbraio 2012; in esso si afferma che «La stretta al credito erogato alle imprese non si allenterà tanto presto. “Prima il rafforzamento patrimoniale” è l’imperativo dei banchieri. Banchieri che, dopo aver prelevato a tasso agevolato fondi dalla Bce, riacquistano infatti i propri strumenti ibridi, a metà tra azioni e obbligazioni. Un modo facile per fare plusvalenze, e far sparire dalla circolazione dei titoli che non possono essere più conteggiati nel patrimonio di qualità. Come mai gli istituti non ci hanno pensato prima? Per via di una norma di Bankitalia, eliminata solo di recente. Si riconosce da una sigla criptica: XS0371711663. Non è un’obbligazione e nemmeno un’azione. È uno strumento ibrido, a metà tra i due. È stato emesso il 20 giugno 2008 da una società veicolo di Intesa Sanpaolo, non ha scadenza ed è scambiato sul mercato lussemburghese, una piazza “over the counter”, cioè non regolamentata. I suoi sottoscrittori intascano una cedola dell’8 per cento l’anno. Fatto 100 il suo valore nominale, l’anno scorso il titolo ha avuto un picco a 102 il 20 maggio, è sceso fino a un minimo di 52,99 il 13 settembre e oggi quota intorno a 86,7. Ieri l’istituto guidato da Tommaso Cucchiani ha comunicato i risultati del programma di riacquisto, tra gli altri, anche di questo strumento: su 1,25 miliardi di euro nominali, gli investitori ne hanno rivenduti a Ca de’ Sass 454,2 milioni. Una mossa vantaggiosa per la banca – comprando oggi a 86,7 ciò che valeva 100, la plusvalenza è di 13,3 – ma anche per quanti, non fidandosi di tenere in portafoglio un attivo dalla scadenza lunghissima e dall’andamento altalenante, hanno preferito una perdita circoscritta oggi a un incerto guadagno futuro. “Prima il rafforzamento patrimoniale, poi il credito alle imprese” è l’unanime risposta dei banchieri all’appello che il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha rivolto loro sabato scorso al Forex di Parma. Palazzo Koch ha quantificato in 20 miliardi di euro la gelata del credito a dicembre, in termini di contrazione dei prestiti a società non finanziarie, leggi imprese: una cifra allarmante. Perché allora, visto che le banche italiane hanno attinto dal rubinetto Bce fondi a tre anni (con un tasso dell’1%) ben 60 miliardi di euro, non li hanno utilizzati per allentare il credit crunch? Per tre motivi: uno, perché le banche hanno faticato a recuperare la fiducia reciproca per prestarsi soldi a vicenda sul mercato interbancario, e quindi hanno preferito ridepositare a Francoforte i fondi prelevati da Eurotower. Due, per riacquistare titoli di Stato. Tre: a causa di una norma di Bankitalia. La prossima settimana andrà in scena una nuova asta Bce. Le grosse banche italiane non hanno ancora fatto sapere se parteciperanno – nella scorsa operazione Unicredit aveva prelevato 12,5 miliardi, Intesa 12 e Mps 10 – ma una cosa è certa: il rafforzamento patrimoniale non si fa dall’oggi al domani. Gli imprenditori sono avvisati. Fino a fine gennaio, Palazzo Koch imponeva la sostituzione degli strumenti di capitale con altri equivalenti in caso di rimborso prima della naturale scadenza, a differenza di quanto previsto nel resto d’Europa. Un altro svantaggio per le banche italiane, già colpite pesantemente dall’impossibilità – ai fini del calcolo del patrimonio di vigilanza Core Tier 1 – di computare al costo storico i titoli di Stato detenuti nelle attività disponibili per la vendita. “La mossa di Draghi ha letteralmente cambiato lo scenario: da dicembre a gennaio sono ripartiti gli acquisti, soprattutto sulla parte breve della curva dei titoli italiani e spagnoli, con le scadenze a due anni ritornate a livelli pre crisi” osserva Giovanni Fracasso, private banker presso Albertini Syz. Fracasso poi spiega: “Una parte della liquidità è servita alle banche per ricomprarsi il debito più oneroso”. “Una mossa che sicuramente andava fatta prima, ma che non è stata possibile anche per via della normativa della Banca d’Italia”, nota un analista di una primaria banca italiana. I bond ibridi presentano più svantaggi che vantaggi: sono costosi – pagano infatti un interesse tra il 5 e il 9% – hanno delle fortissime oscillazioni, quindi non sono adatti ai cassettisti (in alcuni casi lo spread tra denaro e lettera è del 15%), ma soprattutto non sono conteggiabili nel novero degli attivi che formano il “cuscinetto” anticiclico grazie al quale gli istituti saranno in grado di rimanere stabili anche in condizioni avverse. Qualche esempio: il titolo XS0131512450, emesso da Ubi banca nel lontano 2001, a maggio è salito a 101, poi è sceso a 57 a metà dicembre, e adesso quota intorno a 75-75,5. Rendimento: 7,3 per cento. Ancora: l’ibrido del Banco Popolare emesso nel 2007 (XS0304963290) ha avuto un massimo ad aprile a 82,24, per poi andare a picco fino a 37, e oggi vale 71, con tasso del 6,1 per cento. Il bond Unicredit offerto nel 2005, con cedola del 5,3%, valeva 88,3 a metà aprile, 41,4 il 30 novembre e ora quota a 66,3. Alti e bassi da cardiopalma. Nel comunicato diramato ieri, Intesa ha reso noto che, dal programma di riacquisto di questi particolari bond, l’utile relativo ai primi tre mesi dell’anno avrà un beneficio di 180 milioni di euro, “corrispondente a circa 6 centesimi di punto in termini di Core Tier 1 ratio, considerando gli attivi ponderati per il rischio (RWA) al 30 settembre 2011″. Gli analisti calcolano che per il Banco Popolare l’ammontare di simili strumenti è pari a 1,2 miliardi, contro i 600 di Mps e i 400 di Ubi. Il piano dell’istituto guidato da Fratta Pasini prevede un buyback di 12 di questi titoli, per una plusvalenza stimata in 200 milioni di euro, pari a circa l’8% dei 2,7 miliardi di capitale aggiuntivi richiesti dall’Eba. Il guadagno per Ubi sarà invece di 14 milioni. Basilea III, ha detto Visco, “conferma il trattamento favorevole dei crediti alle piccole e medie imprese già previsto da Basilea 2″. I banchieri rispondono: “Prima il rafforzamento, poi le imprese”»;

considerato inoltre che a giudizio dell’interrogante:

il riacquisto dei bond ibridi, strumenti vantaggiosi per le banche che li hanno emessi, molto rischiosi per i risparmiatori allettati al loro acquisto da tassi di interesse tra il 5 e il 9 per cento, che subiscono fortissime oscillazioni, quindi poco adatti ai cassettisti anche per lo spread tra denaro e lettera pari al 15 per cento circa, non conteggiabili nel novero degli attivi che formano il “cuscinetto” anticiclico grazie al quale gli istituti saranno in grado di rimanere stabili anche in condizioni avverse, utilizzando la liquidità della Bce, costituisce un vantaggio assurdo incompatibile con la gravissima crisi economica provocata dai banchieri ed un danno enorme per i risparmiatori, indotti a vendere anche se subiscono perdite del 15-20 per cento rispetto al prezzo di emissione pari a 100 a cui hanno acquistato;

il rimborso del titolo XS0131512450, emesso da Ubi banca nel lontano 2001, che a maggio è salito a 101, per scendere a metà dicembre a 57, e che oggi quota attorno a 75, con rendimento del 7,3 per cento, su base annua o l’ibrido del Banco Popolare emesso nel 2007 (XS0304963290), che ha avuto un massimo ad aprile a 82,24, per poi andare a picco fino a 37, e oggi vale 71, con tasso del 6,1 per cento, o il bond Unicredit offerto nel 2005, con cedola del 5,3 per cento, che valeva 88,3 a metà aprile, 41,4 il 30 novembre e che attualmente prezza 66,3, costituisce un danno, derivante dal prezzo di riacquisto e da quello alla scadenza naturale quando devono essere rimborsati a 100;

Banca Intesa, dal programma di riacquisto di questi particolari bond, per i primi tre mesi dell’anno avrà un beneficio di 180 milioni di euro, «corrispondente a circa 6 centesimi di punto in termini di Core Tier 1 ratio, considerando gli attivi ponderati per il rischio (RWA) al 30 settembre 2011»;

per il Banco Popolare l’ammontare di simili strumenti è pari a 1,2 miliardi, contro i 600 di Mps e i 400 di Ubi e il piano dell’istituto guidato da Fratta Pasini prevede un buy-back di 12 di questi titoli, per una plusvalenza stimata in 200 milioni di euro, pari a circa l’8 per cento dei 2,7 miliardi di capitale aggiuntivi richiesti dall’Eba (European Banking Authority);

quanto richiamato configura un trattamento di favore delle autorità vigilanti verso le banche ed un danno per risparmiatori, famiglie e piccole e medie imprese (PMI) con il credito razionato oppure erogato a tassi di interessi del 13-14 per cento;

la modifica della normativa sul buy-back da parte della Banca d’Italia ha avuto l’esclusiva finalità di avvantaggiare le banche e penalizzare ancora una volta i risparmiatori, indotti in precedenza ad acquistare i bond ibridi e le obbligazioni bancarie perché più sicure dei titoli di Stato e tale stratagemma del riacquisto delle proprie obbligazioni, in un mercato poco trasparente, senza regole come quello degli over the counter, manovrato da pochissimi soggetti che riescono a determinare le quotazioni, penalizza gli investitori indotti a vendere perdendo buona parte del capitale investito dalle sapienti oscillazioni delle obbligazioni,

si chiede di sapere:

se il Governo, a fronte di risorse pubbliche pressoché illimitate provenienti dalla Bce, che invece di essere utilizzate per far ripartire l’economia vengono utilizzate con l’esclusiva finalità di risolvere i problemi di liquidità per salvare bonus e stock option dei banchieri, penalizzando duramente i cittadini, non intenda promuovere una urgente normativa per nazionalizzare le banche ausiliate, risolvendo così anche la anomalia della proprietà privata di un istituto pubblico come la Banca d’Italia;

quali misure urgenti intenda assumere per evitare che i banchieri possano continuare a “taglieggiare”, con usi, abusi ed ordinari soprusi come quelli descritti in premessa, famiglie, PMI e consumatori, costretti a pagare tassi più elevati pari ad una media di 0,67 per cento sui mutui prima casa, 0,70 per cento sui tassi medi per i prestiti alle imprese, molto distanti da quelli dei Paesi dell’area euro a 27, e costi dei conti correnti pari a 295,66 euro rispetto a 114 euro degli utenti europei.

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