Crocifisso ligneo pagato a peso d’oro dal Ministero per i beni culturali

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00431
Atto n. 2-00431

Pubblicato il 22 febbraio 2012
Seduta n. 677

LANNUTTI – Ai Ministri per i beni e le attività culturali e dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

si apprende da notizie stampa che la presunta “patacca” di un crocifisso ligneo del finto Michelangelo, acquistato nel 2008 con i soldi pubblici per oltre 3 milioni di euro, è finita alla Corte dei conti, che indaga per danno erariale, nonostante le dichiarazioni dell’attuale direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, il quale dichiarò di non vedere come un giudice contabile possa esprimersi su un’analisi storico-artistica;

Tomaso Montanari e Malcom Pagani hanno raccontato su “Il Fatto Quotidiano” del 18 febbraio 2012, la storia del crocefisso pagato a peso d’oro: «Secondo Roberto Cecchi, cattoarchitetto dalle trame celesti, mancato ministro e infine sottosegretario senza deleghe ai Beni culturali del Governo Monti, il presunto cristo ligneo di Michelangelo, fatto acquistare su sua pressante insistenza allo Stato per la cifra di 3.250.000 euro nel 2008, è una scultura che “può essere facilmente trasportata, senza dare tutti quei problemi di conservazione che altre opere pongono”. La Corte dei conti gli ha dato ragione, trasferendo i quaranta centimetri del crocifisso dai depositi del Polo museale fiorentino alle aule di tribunale e rinviando a giudizio Cecchi ed altre quattro persone per “danno erariale”; secondo molti studiosi il Cristo altro non era che un prodotto seriale del valore di poche migliaia di euro. Cecchi si batté per farlo comprare al Mibac (la proposta venne accettata a sole 24 ore dall’offerta) e oggi si ritrova nei guai per un’opera che rischia di rivelarsi una crosta pagata circa 150 volte il suo reale valore; ancora una volta il professor Roberto Cecchi è oggetto di attenzioni e approfondimenti non esattamente accademici. E la sua posizione nell’esecutivo tecnico, foriera di imbarazzi non cattedratici. Dopo gli scivoloni di Bondi e Galan, altre ombre, non solo economiche sull’istituzione. Dicono che ieri sera il ministro Ornaghi fosse furibondo per l’ennesimo non commendevole faro acceso sul suo collaboratore. Che attendesse un gesto di buona volontà o una mossa di Cecchi che – giura chi lo conosce – non verrà né oggi né domani. Niente dimissioni per Cecchi (neanche se consigliato in tal senso) perché fanno sapere dal ministero: (“somiglierebbero a un’ammissione di colpa”). La parola per Cecchi è eretica e le stanze del collegio romano non somigliano per nulla a quelle inflessibili della Germania; dopo l’apertura di un fascicolo in Procura a Roma sulle curiose modalità di cessione del restauro del Colosseo a Diego Della Valle, la scoperta di una serie di lettere firmate nel 2006 (quando era direttore generale dei beni architettonici e paesaggistici) volte a far ottenere al suo editore Armando Verdiglione denaro dal Mibac per il restauro di Villa San Carlo Borromeo e una sofferta archiviazione con proscioglimento per abuso d’ufficio su un vincolo fatto togliere a un mobile settecentesco, Cecchi è ancora in piedi. Trasversalmente appoggiato (…) Cecchi in queste ore riflette. In attesa che la Corte dei conti proceda, essere eucaristici sul Cristo ligneo di Michelangelo è affare complicato. Il sottosegretario Cecchi non si limitò infatti a firmare le carte. Pretese, ottenne e interpretò la parte del prim’attore. Fu lui a imprimere la svolta decisiva ad una pratica che avrebbe potuto essere archiviata e ancora lui a fissare il prezzo, decidendo di sottrarre oltre tre milioni di euro ad un bilancio già ridotto all’osso. Cecchi difese con vigore l’acquisto, firmando un aggressivo memoriale di risposta all’interrogazione che un anno più tardi portò in Parlamento una polemica a tinte grottesche che già divampava sui giornali di tutto il mondo. La Corte dei conti si è concentrata sulla valutazione che Cecchi dette alla perizia del venditore (la definì oggettiva) e sul catalogo di vendita del Cristo (incomprensibilmente sdoganato come attendibile e autorevole da un passivo Comitato tecnico scientifico). Senza che l’attuale sottosegretario pensasse a coprirsi le spalle con lo straccio di uno studio indipendente. Nell’operazione, tra buchi e omissioni, i misteri del caso. Cecchi non riuscì a farsi dire da dove venisse davvero l’opera (finendo così per girare al pubblico del Tg1 l’ipotesi della “derivazione fiorentina”: mentre il Cristo proveniva dagli Stati Uniti, dove era stato acquistato per diecimila euro). Inoltre non si preoccupò di indagare sul perché l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze avesse saggiamente rinunciato all’acquisto pochi mesi prima e permise che a certificare il prezzo fosse Cristina Acidini, la stessa funzionaria che aveva proposto l’acquisto, creando così un macroscopico caso di conflitto di interesse. Soprattutto, non si chiese Cecchi, perché un vero Michelangelo rimanesse per anni a disposizione ed anzi fosse finito ai saldi, facendosi comprare per un sesto della (già stracciatissima) richiesta iniziale (18 milioni) posta all’allora ministro Rutelli che rifiutò sdegnato. Oggi, in luogo di un artista, ad essere crocifisso è Cecchi e la sua idea di un ‘Michelangelo portatile adatto all’industria delle mostre commerciali che promuovono soprattutto chi le organizza. Cecchi, il supertecnico che intervistato dal Corsera qualche giorno fa ha dichiarato di considerare suo nemico mortale Italia Nostra, la principale associazione per la difesa del patrimonio e del paesaggio italiani, della macchina delle mostre blockbuster è spassionato sostenitore. Non è detto che tra qualche mese, da privato cittadino, non possa promuoverne a pieno titolo»;

considerato che:

prosegue “Il Fatto Quotidiano” in un altro articolo : «Dopo le presentazioni di rito e un breve tour propedeutico all’applauso del pubblico pagante, il presunto Cristo ligneo di Michelangelo giace in una cassaforte del Polo museale fiorentino. Blindato e nascosto alla vista nonostante non valga che poche migliaia di euro (per Christie’s ne varrebbe 60.000) e per accaparrarselo (…) lo Stato italiano avesse sborsato nel 2008 oltre 3 milioni. Un acquisto perorato dal sottosegretario ai Beni culturali Roberto Cecchi che rinviato a giudizio dalla Corte dei conti per danno erariale, grida al complotto e si difende. Riceve l’abbraccio mortale del ministro di allora, Sandro Bondi, che rivendica la “bontà dell’operazione” e lamenta “accanimento”. Parla di “situazione indecente” Cecchi, sostenendo che la stessa Corte avesse fornito “legittimità all’acquisto registrando il contratto relativo”, ma dimenticando di rimarcare come ciò accada, per obbligo e senza alcuna valutazione nel merito, per ogni singola acquisizione statale. Al ministero sono in difficoltà e il titolare di ruolo, Lorenzo Ornaghi, impegnato ieri nel Concistoro, ha vissuto con il suo vice un déjà-vu che sta diventando regola. Il caos del Mibac è senza argini, stride con il basso profilo imposto da Monti e nonostante il cambio d’abito, somiglia alle ultime discutibili gestioni berlusconiane. Ornaghi non ha capito dove si trova, ma regge un dicastero inclinato come la Costa Concordia. Una falla al giorno da coprire, mentre l’aria, pesante, è ammantata da spifferi, fughe di notizie e faide. Prima il buco del presidente del Consiglio Superiore, il professor conte Andrea Carandini, colto ad autorimborsarsi per quasi 300.000 euro il restauro del castello di famiglia senza aprirlo al pubblico come legge pretenderebbe. Quando L’Espresso e Saturno tirano fuori l’aristocratica manfrina, Ornaghi è costretto a emettere un sofferto comunicato in cui ribadisce a Carandini la sua fiducia. Parole che gli valgono un’inaudita reprimenda del Pd: “Spiace davvero – dichiara Orfini – che Ornaghi abbia deciso di coprire comportamenti che umiliano la storia del ministero che è chiamato a dirigere”. Poi Cecchi. Nonostante non gli avesse concesso le deleghe, in un empito di ecumenismo, Ornaghi aveva deciso di fargli nominare il nuovo direttore generale delle Belle arti e del Paesaggio. Il candidato più autorevole sarebbe stato Gino Famiglietti, coautore del Codice dei Beni culturali. Famiglietti fu rimosso dalla posizione di vice capo dell’ufficio legislativo del Mibac e spedito a Campobasso perché si oppose allo svincolamento di un mobile settecentesco voluto da Cecchi e costata al sottosegretario un procedimento giudiziario concluso con un’archiviazione per abuso d’ufficio. In Molise, Famiglietti non si è dato per vinto, e ha ingaggiato una dura battaglia contro gli insediamenti delle pale eoliche. Alla fine dello scorso novembre, “Italia Nostra” ha assegnato proprio a Famiglietti il premio Umberto Zanotti Bianco: sorta di Nobel italiano della tutela. Un candidato lontano mille miglia dal modello Cecchi che al suo posto, infatti, nomina Maddalena Ragni. Da responsabile della Direzione generale per i beni culturali e paesaggistici della Toscana, Ragni era salita all’onore delle cronache per lo spostamento (qualcuno insinua la distruzione) di un’area archeologica che avrebbe ‘intralciato’ la realizzazione di un capannone industriale della Laika»;

sul “Corriere della Sera”, Cecchi si difende: «”Citerò due pareri. Federico Zeri, su Il giornale dell’arte: ‘Se non è Michelangelo, è Dio’. Salvatore Settis, allora presidente del consiglio superiore dei Beni culturali, il 18 novembre 2008, prima dell’acquisto mi scrive: ‘Caro Roberto, mi sembra un’ottima decisione’”. Roberto Cecchi, sottosegretario ai Beni culturali del ministro Lorenzo Ornaghi, parla dopo la citazione della Corte dei Conti per i 3 milioni 250 mila euro pagati per il Crocifisso attribuito a Michelangelo. Per la Corte non vale più di 700 mila euro. Valutazione basata su una stima come ‘scuola di Michelangelo’. Di qui l’ipotesi di danno erariale con richiesta di risarcimento. Oltre a Cecchi, la contestazione riguarda Cristina Acidini, soprintendente del Polo museale fiorentino e altri quattro tecnici. A difendere Cecchi, ai tempi direttore generale per i Beni storico artistici, l’allora ministro Sandro Bondi: ‘Rivendico bontà e correttezza delle decisioni, che hanno avuto il mio benestare finale dopo un esame di merito rigoroso e professionalmente corretto dei tecnici del ministero’. (…) ‘Dimostreremo di aver agito solo nell’interesse pubblico e con la massima correttezza. Forse qualcuno pensa che, al ministero, una mattina un dirigente si sveglia e compera ciò che vuole. Per fortuna non è così’”. Tra il 2004 e il 2006 arrivano molte attribuzioni a Michelangelo: Umberto Baldini, Giorgio Bonsanti Arturo Carlo Quintavalle, Timothy Verdon, Luciano Bellosi. “Le uniche voci contrarie sono quelle di James Beck e di Margrit Lisner che lo attribuisce al Sansovino”. E l’opinione negativa espressa, per esempio, da Mina Gregori? “Non risulta prima dell’acquisto, vengo a saperlo dopo…”. Nel 2007 l’opera è sul mercato e nel luglio-agosto Paolucci e Acidini ne chiedono l’acquisto da parte dello Stato: “Qui scatta l’iter previsto dal decreto del presidente della Repubblica 233 del 1977 sull’acquisto di beni privati. Il Comitato di settore storico artistico il 31 dicembre 2007 si orienta per l’acquisto chiedendo ‘condizioni economiche compatibili con la sua non documentabile attribuzione a Michelangelo’”»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che il professor Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, abbia utilizzato 300.000 euro di risorse pubbliche per restaurare il castello di famiglia, violando la legge ed in caso affermativo se non occorra un’azione di rivalsa per recuperare i fondi ed un atto doveroso di sfiducia per esonerare Carandini dall’incarico;

se il Governo ritenga che in una fase di crisi economica come l’attuale, con licenziamenti ed operazioni di revisioni della spesa con conseguenti risparmi, possano essere impiegati oltre 3 milioni di euro per acquistare una statua lignea di Cristo di dubbia provenienza ed incerta fattibilità, a quanto risulta all’interrogante per appagare le manie di grandezza di un dirigente del Ministero per i beni e le attività culturali;

se risponda al vero che Gino Famiglietti, coautore del codice dei beni culturali, venne rimosso dalla posizione di vice capo dell’ufficio legislativo del Ministero per i beni e le attività culturali e trasferito a Campobasso perché si oppose allo svincolamento di un mobile settecentesco voluto da Cecchi;

se la nomina di Maddalena Ragni, che da responsabile della Direzione generale per i beni culturali e paesaggistici della Toscana, in luogo di Famiglietti, al quale “Italia Nostra” ha assegnato proprio il premio Umberto Zanotti Bianco, non abbia determinato un danno al prestigio del Ministero;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per restituire trasparenza e sobrietà al criticato operato del Ministero per i beni e le attività culturali.

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