Enel- Progetto Impianto idroelettrico Guatemala

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06730
Atto n. 4-06730

Pubblicato il 31 gennaio 2012
Seduta n. 666

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e degli affari esteri. -

Premesso che:

Enel Green Power sta costruendo nella regione del Quichè, Guatemala settentrionale, un impianto idroelettrico da 84 Megawatt (del tipo ad acqua fluente) che sfrutta il flusso del fiume Cotzal e dei suoi 3 affluenti. Quando entrerà in funzione (nel primo trimestre 2012, secondo le previsioni dell’azienda) produrrà ogni anno 370 milioni di chilowattora. Si tratta di un progetto idroelettrico di Enel Green Power per un investimento da 185 milioni di dollari cofinanziato dalla banca Mondiale;

in un articolo pubblicato sul blog di Beppe Grillo, Alessandro Di Battista racconta le vicende attuali della centrale ad acqua fluente di Palo Viejo: «Purtroppo la militarizzazione di un territorio, le comunità locali inascoltate, l’assenza di informazione e la presenza di una politica che dimentica il bene generale e sa solo eseguire i dettami delle grandi imprese non riguardano soltanto la Val di Susa. In Guatemala, nella zona indigena Ixil, si sta consumando la solita silenziosa tragedia. L’Enel Green Power, la società di Enel per lo sviluppo e la gestione delle rinnovabili ha quasi terminato l’impianto idroelettrico di Palo Viejo. L’acqua del fiume Cotzal e di tre suoi affluenti è stata canalizzata e sta già riempiendo l’enorme vasca che permetterà alla centrale di produrre 370 milioni di chilowattora. Fino a qui tutto bene. Energia verde, 280.000 tonnellate di CO2 risparmiate e il made in Italy che ci rende famosi nel mondo. Ma per le comunità Maya della zona non va affatto bene. Sulla carta Enel è inattaccabile, ha ottenuto i permessi, il progetto è buono e nei suoi documenti si parla di responsabilità sociale d’impresa, ma il modus operandi è ancora oggi di stampo coloniale. Cinquecento anni fa un manipolo di spagnoli è riuscito a cancellare civiltà millenarie utilizzando la strategia della divisione. Non è cambiato nulla. Enel è entrata a Cotzal senza interpellare le comunità ancestrali che da 2.500 anni vivono in quei territori e che si sentono storicamente padroni di fiumi e montagne. È entrata in silenzio, forte dell’autorizzazione ottenuta dal vecchio sindaco Josè Perez Chen e dal Governo del Guatemala. Probabilmente sperava che quei maya ignoranti non si sarebbero mai organizzati o quantomeno si fossero accontentati di quattro galline e qualche sacco di mais. Così non è stato e grazie al lavoro dei sindaci indigeni, oggi c’è un fronte che raccoglie 28 delle 36 comunità coinvolte da Palo Viejo. Vogliono essere ascoltati, vogliono partecipare ai processi decisionali e alla divisione dei guadagni. Ma “l’energia che ti ascolta” fa orecchie da mercante. Circa un anno fa la popolazione locale sfinita dall’assenza di risposte da parte di Enel ha deciso di bloccare il passaggio ai macchinari. Alla loro azione nonviolenta lo Stato guatemalteco ha risposto con centinaia di soldati in assetto antisommossa, tre elicotteri e un nido di mitragliatrice posizionato nella scuola di San Felipe Chenla, il villaggio più battagliero. Alla popolazione sembrava di essere tornati negli anni del conflitto armato, quando lo Stato si macchiò di 114 massacri etnici nell’area Ixil. I leader contadini sono stati minacciati e accusati di terrorismo. Per Enel è inconcepibile rallentare i lavori però non lo è scendere a patti con dei criminali. L’Enel non ha coinvolto le popolazioni indigene, ma ha scelto come interlocutori Josè Perez Chen e Pedro Brol. Il primo, l’uomo che diede l’ok ai lavori, dopo essere stato fermato per contrabbando di legname attualmente si trova in carcere con l’accusa di aver istigato i suoi uomini al linciaggio di un poliziotto. Il secondo, latifondista proprietario della tenuta San Francisco dove passano i macchinari Enel, paga una miseria decine di bambini costretti dalla fame a raccogliere il suo caffè. Ma per l’Enel i criminali sono donne, vecchi e bambini che non ci stanno a farsi prendere in giro da un’impresa che fatturerà centinaia di milioni di euro grazie alle loro risorse naturali. Oggi il tavolo della trattativa è di nuovo in piedi. La popolazione chiede il 20% della produzione della centrale. Si domandano perché se le montagne e i fiumi sono loro non possono essere soci dell’impianto. Ma Enel prende tempo, sa che quando si inizierà a produrre energia la sua forza sarà raddoppiata e il Governo guatemalteco sarà ancora più obbligato a rispondere con violenza alle dimostrazioni dei maya di Cotzal. E poi mette in campo le solite strategie: “social washing” e divisione delle comunità. Enel promette progetti, un pozzo, una scuola, una strada asfaltata per ripulirsi la coscienza e ammansire la popolazione. Non è un caso che Enel Cuore onlus finanzi progetti di sviluppo solo nei paesi dove è presente il gruppo Enel. Far del bene è importante ma lo è ancor di più far vedere che loro sono i buoni. Inoltre, regalando lamiere e capre, tentano di comprare le comunità più povere e obbligarle a rinunciare alla protesta e lasciare soli quei “sovversivi” di San Felipe Chenla. Li dovresti conoscere Beppe quei sovversivi. Sono solo contadini impolverati che amano la loro terra. Il popolo Ixil continuerà a lottare. Io ho provato a stargli vicino scrivendo questo pezzo e registrando l’intervista. Se le informazioni non ci arrivano occorre andarcele a prendere. Il 31% di Enel è pubblico, è roba nostra, e quindi i diritti calpestati nell’area Ixil ci riguardano, eccome»;

si legge sul sito “Adista online”: «Secondo il Consejo de las Juventudes Maya Garifuna y Xinca (…) fin dall’inizio della vicenda, le comunità hanno sempre pensato che la strada migliore fosse quella del dialogo, nella convinzione che potesse tornare a beneficio tanto loro quanto dell’Enel. Tuttavia, ci siamo poi resi conto che l’Enel ha utilizzato lo strumento del dialogo come un diversivo, prendendosi gioco della buona fede delle comunità indigene per portare avanti la costruzione della centrale idroelettrica. Quando le comunità hanno bloccato la strada di accesso a Palo Viejo, l’obiettivo era proprio quello di avviare un dialogo con la compagnia. Gli ixiles non si oppongono per principio alla costruzione della centrale: al contrario, hanno visto nel progetto un’opportunità di accesso all’energia elettrica, di cui sono ancora privi (in pieno XXI secolo!). L’accusa rivolta loro di opporsi allo sviluppo non è quindi fondata. Alle comunità, che si sono prese cura dei fiumi, delle montagne, dei boschi per centinaia di anni, sta a cuore lo sviluppo, ma uno sviluppo nel segno dell’armonia con la madre natura. Invece l’Enel ha preso a tagliare la montagna come fosse una torta, contaminando l’acqua del fiume Cotzal, dove la gente si bagna e si rifornisce d’acqua. Le persone hanno cominciato a soffrire di eruzioni cutanee e i pesci sono scomparsi. La regione ixil in Guatemala è una delle più ricche d’acqua e l’obiettivo principale dell’Enel è proprio quello di appropriarsi di questa ricchezza»;

le comunità sostengono che il progetto poteva essere realizzato in un modo più rispettoso della natura tant’è che il loro obiettivo, inizialmente, era quello di collaborare con l’Enel. La compagnia avrebbe dovuto mettere i soldi, le comunità avrebbero messo a disposizione i loro fiumi, i loro boschi e le loro montagne, provvedendo a riforestare e a salvaguardare l’ambiente in cambio del 20 per cento dell’energia elettrica. Ma l’Enel ha espresso un rifiuto nettissimo. Per la compagnia, infatti, le due uniche opzioni in campo sono queste: o l’energia prodotta viene immessa nella rete nazionale o – ed è il caso più probabile – viene esportata in Messico. L’energia prodotta in Cotzal, dunque, non è destinata a rimanere lì e le comunità si vedono ancora negare l’accesso all’energia elettrica;

le comunità indigene hanno invitato l’ambasciata italiana in Guatemala e i responsabili locali di Enel Green Power ad abbandonare l’attuale linea intransigente e ad accettare la disponibilità al dialogo da condurre con la presenza di osservatori internazionali indipendenti e qualificati;

si legge ancora sul sito “Adista online”: il Consejo de las Juventudes Maya Garifuna y Xinca sostiene che l’Ambasciata italiana «ufficialmente tace. Ma, all’inizio, l’ambasciatore Mainardo Benardelli è stato direttamente coivolto, accompagnando i funzionari dell’Enel a visitare le comunità e a intimidire le persone che collaborano con esse, che le assistono, che inviano le informazioni in Italia. Questo all’inizio. Poi il ruolo dell’ambasciatore si è ridimensionato nel momento in cui due delle persone che erano state minacciate hanno presentato denuncia contro di lui»;

considerato che:

il nuovo presidente della Repubblica del Guatemala, Pérez Molina, è un ex generale che, fra le altre cariche, occupò il posto di direttore di intelligenza militare e contro di lui c’è l’accusa di gravi violazioni dei diritti umani nella sua lunga carriera, cosa che lui nega da sempre;

l’insediamento di un ex militare accusato di violazione di diritti umani in un Paese dove l’Italia ha fortissimi interessi, attraverso la sua principale azienda elettrica, è una questione sulla quale diventa ogni giorno più indispensabile fermarsi a pensare;

la Convenzione 169 dell’Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) afferma che le comunità indigene devono essere obbligatoriamente consultate prima dell’avvio di una qualsiasi attività sul proprio territorio;

finora l’Enel non ha dato alcuna risposta alle comunità indigene di Cotzal;

attualmente decine di comunità di Cotzal sono organizzate in una vertenza contro la ditta Enel;

l’Enel avrebbe dovuto dare una risposta alle comunità in data 17 gennaio 2012;

la costruzione della centrale Idroelettrica Palo Viejo, nel municipio di San Juan Cotzal, finisce il 30 marzo del 2012 e non ha lasciato alcun beneficio per il Municipio e per i suoi abitanti;

le 31 comunità che attualmente sono organizzate resistono e resisteranno contro la multinazionale italiana Enel,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa;

se risulti corrispondente al vero che l’Enel non avrebbe coinvolto le popolazioni indigene, ma avrebbe scelto come interlocutori Josè Perez Chen e Pedro Brol, il primo condannato per contrabbando di legname e il secondo conosciuto come sfruttatore di bambini;

se risulti corrispondente al vero che l’Enel Green Power e l’Ambasciata italiana si sarebbero rifiutati di dialogare con la comunità di San Felipe Chenla, nonostante abbiano ricevuto vari inviti, e che avrebbero rivolto minacce e intimidazioni di vario tipo contro le comunità indigene locali e contro persone che promuovono il rispetto e difendono i diritti umani fondamentali ed i diritti collettivi dei popoli indigeni;

se il Governo non ritenga che lo Stato, in quanto azionista Enel, rischia di rendersi complice di atti “coloniali”, considerato che non solo il Governo del Guatemala, ma anche il nostro Paese sarà responsabile di quanto accade e di quanto accadrà nei prossimi giorni nelle montagne del Quiché;

quale risulti essere il beneficio che trarranno le comunità indigene di Cotzal dallo sfruttamento delle loro montagne, foreste, fiumi nei cinquant’anni di attività prevista della centrale idroelettrica dell’Enel;

se il Governo non intenda, nelle opportune sedi di competenza, adottare tutte le iniziative per permettere la riapertura del dialogo tra l’impresa italiana Enel Green Power e le comunità indigene maya-ixil della regione montagnosa del Quichè che rivendicano il loro diritto sulle terre che abitano da secoli, riconosciuto dalla Costituzione del Guatemala e dalla Convenzione 169 dell’Oil.

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