Operai Fiat

 

Mostra rif. normativi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06963
Atto n. 4-06963

Pubblicato il 28 febbraio 2012
Seduta n. 681

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e della giustizia. -

Premesso che:

l’art.18 della legge n. 300 del 1970 (statuto dei lavoratori) vieta i licenziamenti in mancanza di giusta causa nelle aziende con più di 15 dipendenti, affermando che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo. In assenza di questi presupposti, il giudice dichiara l’illegittimità dell’atto e ordina la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro. La reintegrazione deve avvenire riammettendo il dipendente nel medesimo posto che occupava prima del licenziamento, salva la possibilità di procedere al trasferimento in un secondo momento, se ricorrono apprezzabili esigenze tecnico-organizzative o in caso di soppressione dell’unità produttiva cui era addetto il lavoratore licenziato. In alternativa, il dipendente può accettare un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultimo stipendio, o un’indennità crescente con l’anzianità di servizio. Il lavoratore può presentare ricorso d’urgenza e ottenere la sospensione del provvedimento del datore fino alla conclusione del procedimento. Lo statuto dei lavoratori si applica solo alle aziende con almeno 15 dipendenti. Nelle aziende che hanno fino a 15 dipendenti, se il giudice dichiara illegittimo il licenziamento, il datore può scegliere tra la riassunzione del dipendente o il versamento di un risarcimento. Può quindi rifiutare l’ordine di riassunzione conseguente alla nullità del licenziamento. La differenza fra riassunzione e reintegrazione è che il dipendente perde l’anzianità di servizio e i diritti acquisiti col precedente contratto (tutela obbligatoria). Su una norma di civiltà giuridica, è stata scatenata una guerra ideologica per arrivare alla sua abrogazione, perché lo chiederebbero l’Europa ed i mercati, in quanto le multinazionali starebbero alla larga dall’effettuare investimenti in Italia, poiché la tutela dei diritti dei lavoratori sarebbe un intralcio all’agire economico. Mentre si disserta per cancellare tali diritti inalienabili conquistati dal mondo del lavoro, alcune grandi imprese ben foraggiate dai Governi nell’ultimo mezzo secolo con centinaia di milioni di euro di finanziamenti a fondo perduto, come la Fiat, dopo aver subito una sconfitta giudiziaria in Corte d’appello, si permettono di umiliare la dignità dei lavoratori reintegrati nelle loro funzioni;

“Melfi, Fiat ai tre operai: vi paghiamo ma state a casa” è il titolo di un articolo pubblicato su “Il Sole-24 ore”, quotidiano di Confindustria, il 23 febbraio 2012: «La Fiat “non intende avvalersi delle prestazioni lavorative” dei tre operai di Melfi reintegrati in base alla sentenza dalla Corte di appello di Potenza, accogliendo il ricorso della Fiom. L’azienda ha inviato un telegramma ai tre operai: lo ha reso noto all’Ansa uno degli avvocati della Fiom, Lina Grosso. Il legale ha inoltre spiegato che “sarà fatto di tutto per riportare al lavoro i tre operai, anche agendo in sede penale, perché la Fiat come al solito non rispetta la sentenze”. I tre operai – secondo quanto si è appreso – percepiranno regolarmente gli stipendi maturati fino a questo momento e quelli successivi alla sentenza di ieri. In particolare, per quelli maturati sarà corrisposta loro la differenza tra il sussidio di disoccupazione e il salario dovuto. “La Fiat non si smentisce mai. Non rispettare le sentenze è, ancora una volta, un esempio del suo cattivo rapporto con il Paese e con la Magistratura”. Per il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere, “il gruppo automobilistico torinese non coglie l’occasione prospettata dalla sentenza di ieri per reintegrare i tre lavoratori decidendo di tenere aperto un conflitto che andrebbe invece sanato per il bene del Paese e della Fiat stessa. Un telegramma simile, con il quale la Fiat comunicava l’intenzione di non avvalersi delle loro prestazioni lavorative, fu inviato dall’azienda torinese il 21 agosto 2010, dopo il primo reintegro di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli. Al rientro in fabbrica ai tre fu consentito di superare i tornelli dello stabilimento di Melfi (Potenza) ma non fu permesso di andare sulle linee di produzione e fu assegnata loro una stanza per svolgere attività sindacale (Barozzino e Lamorte erano rappresentanti sindacali, mentre Pignatelli un iscritto alla Fiom). I tre si opposero alla decisione dell’azienda e uscirono dallo stabilimento lucano: quindi dal luglio del 2010, quando furono licenziati, i tre non sono mai più andati a lavorare sulle linee di produzione”»;

considerato che a giudizio dell’interrogante la Fiat, azienda importante che ha svolto un grande ruolo per lo sviluppo dell’Italia, ricevendo in cambio enormi vantaggi economici a fondo perduto dai Governi che si sono succeduti nel tempo, non può continuare a godere di una sorta di extraterritorialità giuridica e umiliare i tre lavoratori reintegrati nei loro diritti e nella loro dignità a seguito di una sentenza della Corte di appello,

si chiede di sapere quali misure urgenti il Governo intenda attivare affinché le imprese che lavorano in Italia, come la Fiat, siano obbligate a rispettare le sentenze della magistratura reintegrando i lavoratori ingiustamente licenziati, invece di tenere aperto un conflitto ideologico che andrebbe sanato per il bene del Paese e al fine di avviare una fase di crescita e di sviluppo senza accanirsi per sottrarre i diritti al mondo del lavoro.

Senza categoria

Leave a Reply