Month: febbraio 2012

Crocifisso ligneo pagato a peso d’oro dal Ministero per i beni culturali

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00431
Atto n. 2-00431

Pubblicato il 22 febbraio 2012
Seduta n. 677

LANNUTTI – Ai Ministri per i beni e le attività culturali e dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

si apprende da notizie stampa che la presunta “patacca” di un crocifisso ligneo del finto Michelangelo, acquistato nel 2008 con i soldi pubblici per oltre 3 milioni di euro, è finita alla Corte dei conti, che indaga per danno erariale, nonostante le dichiarazioni dell’attuale direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, il quale dichiarò di non vedere come un giudice contabile possa esprimersi su un’analisi storico-artistica;

Tomaso Montanari e Malcom Pagani hanno raccontato su “Il Fatto Quotidiano” del 18 febbraio 2012, la storia del crocefisso pagato a peso d’oro: «Secondo Roberto Cecchi, cattoarchitetto dalle trame celesti, mancato ministro e infine sottosegretario senza deleghe ai Beni culturali del Governo Monti, il presunto cristo ligneo di Michelangelo, fatto acquistare su sua pressante insistenza allo Stato per la cifra di 3.250.000 euro nel 2008, è una scultura che “può essere facilmente trasportata, senza dare tutti quei problemi di conservazione che altre opere pongono”. La Corte dei conti gli ha dato ragione, trasferendo i quaranta centimetri del crocifisso dai depositi del Polo museale fiorentino alle aule di tribunale e rinviando a giudizio Cecchi ed altre quattro persone per “danno erariale”; secondo molti studiosi il Cristo altro non era che un prodotto seriale del valore di poche migliaia di euro. Cecchi si batté per farlo comprare al Mibac (la proposta venne accettata a sole 24 ore dall’offerta) e oggi si ritrova nei guai per un’opera che rischia di rivelarsi una crosta pagata circa 150 volte il suo reale valore; ancora una volta il professor Roberto Cecchi è oggetto di attenzioni e approfondimenti non esattamente accademici. E la sua posizione nell’esecutivo tecnico, foriera di imbarazzi non cattedratici. Dopo gli scivoloni di Bondi e Galan, altre ombre, non solo economiche sull’istituzione. Dicono che ieri sera il ministro Ornaghi fosse furibondo per l’ennesimo non commendevole faro acceso sul suo collaboratore. Che attendesse un gesto di buona volontà o una mossa di Cecchi che – giura chi lo conosce – non verrà né oggi né domani. Niente dimissioni per Cecchi (neanche se consigliato in tal senso) perché fanno sapere dal ministero: (“somiglierebbero a un’ammissione di colpa”). La parola per Cecchi è eretica e le stanze del collegio romano non somigliano per nulla a quelle inflessibili della Germania; dopo l’apertura di un fascicolo in Procura a Roma sulle curiose modalità di cessione del restauro del Colosseo a Diego Della Valle, la scoperta di una serie di lettere firmate nel 2006 (quando era direttore generale dei beni architettonici e paesaggistici) volte a far ottenere al suo editore Armando Verdiglione denaro dal Mibac per il restauro di Villa San Carlo Borromeo e una sofferta archiviazione con proscioglimento per abuso d’ufficio su un vincolo fatto togliere a un mobile settecentesco, Cecchi è ancora in piedi. Trasversalmente appoggiato (…) Cecchi in queste ore riflette. In attesa che la Corte dei conti proceda, essere eucaristici sul Cristo ligneo di Michelangelo è affare complicato. Il sottosegretario Cecchi non si limitò infatti a firmare le carte. Pretese, ottenne e interpretò la parte del prim’attore. Fu lui a imprimere la svolta decisiva ad una pratica che avrebbe potuto essere archiviata e ancora lui a fissare il prezzo, decidendo di sottrarre oltre tre milioni di euro ad un bilancio già ridotto all’osso. Cecchi difese con vigore l’acquisto, firmando un aggressivo memoriale di risposta all’interrogazione che un anno più tardi portò in Parlamento una polemica a tinte grottesche che già divampava sui giornali di tutto il mondo. La Corte dei conti si è concentrata sulla valutazione che Cecchi dette alla perizia del venditore (la definì oggettiva) e sul catalogo di vendita del Cristo (incomprensibilmente sdoganato come attendibile e autorevole da un passivo Comitato tecnico scientifico). Senza che l’attuale sottosegretario pensasse a coprirsi le spalle con lo straccio di uno studio indipendente. Nell’operazione, tra buchi e omissioni, i misteri del caso. Cecchi non riuscì a farsi dire da dove venisse davvero l’opera (finendo così per girare al pubblico del Tg1 l’ipotesi della “derivazione fiorentina”: mentre il Cristo proveniva dagli Stati Uniti, dove era stato acquistato per diecimila euro). Inoltre non si preoccupò di indagare sul perché l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze avesse saggiamente rinunciato all’acquisto pochi mesi prima e permise che a certificare il prezzo fosse Cristina Acidini, la stessa funzionaria che aveva proposto l’acquisto, creando così un macroscopico caso di conflitto di interesse. Soprattutto, non si chiese Cecchi, perché un vero Michelangelo rimanesse per anni a disposizione ed anzi fosse finito ai saldi, facendosi comprare per un sesto della (già stracciatissima) richiesta iniziale (18 milioni) posta all’allora ministro Rutelli che rifiutò sdegnato. Oggi, in luogo di un artista, ad essere crocifisso è Cecchi e la sua idea di un ‘Michelangelo portatile adatto all’industria delle mostre commerciali che promuovono soprattutto chi le organizza. Cecchi, il supertecnico che intervistato dal Corsera qualche giorno fa ha dichiarato di considerare suo nemico mortale Italia Nostra, la principale associazione per la difesa del patrimonio e del paesaggio italiani, della macchina delle mostre blockbuster è spassionato sostenitore. Non è detto che tra qualche mese, da privato cittadino, non possa promuoverne a pieno titolo»;

considerato che:

prosegue “Il Fatto Quotidiano” in un altro articolo : «Dopo le presentazioni di rito e un breve tour propedeutico all’applauso del pubblico pagante, il presunto Cristo ligneo di Michelangelo giace in una cassaforte del Polo museale fiorentino. Blindato e nascosto alla vista nonostante non valga che poche migliaia di euro (per Christie’s ne varrebbe 60.000) e per accaparrarselo (…) lo Stato italiano avesse sborsato nel 2008 oltre 3 milioni. Un acquisto perorato dal sottosegretario ai Beni culturali Roberto Cecchi che rinviato a giudizio dalla Corte dei conti per danno erariale, grida al complotto e si difende. Riceve l’abbraccio mortale del ministro di allora, Sandro Bondi, che rivendica la “bontà dell’operazione” e lamenta “accanimento”. Parla di “situazione indecente” Cecchi, sostenendo che la stessa Corte avesse fornito “legittimità all’acquisto registrando il contratto relativo”, ma dimenticando di rimarcare come ciò accada, per obbligo e senza alcuna valutazione nel merito, per ogni singola acquisizione statale. Al ministero sono in difficoltà e il titolare di ruolo, Lorenzo Ornaghi, impegnato ieri nel Concistoro, ha vissuto con il suo vice un déjà-vu che sta diventando regola. Il caos del Mibac è senza argini, stride con il basso profilo imposto da Monti e nonostante il cambio d’abito, somiglia alle ultime discutibili gestioni berlusconiane. Ornaghi non ha capito dove si trova, ma regge un dicastero inclinato come la Costa Concordia. Una falla al giorno da coprire, mentre l’aria, pesante, è ammantata da spifferi, fughe di notizie e faide. Prima il buco del presidente del Consiglio Superiore, il professor conte Andrea Carandini, colto ad autorimborsarsi per quasi 300.000 euro il restauro del castello di famiglia senza aprirlo al pubblico come legge pretenderebbe. Quando L’Espresso e Saturno tirano fuori l’aristocratica manfrina, Ornaghi è costretto a emettere un sofferto comunicato in cui ribadisce a Carandini la sua fiducia. Parole che gli valgono un’inaudita reprimenda del Pd: “Spiace davvero – dichiara Orfini – che Ornaghi abbia deciso di coprire comportamenti che umiliano la storia del ministero che è chiamato a dirigere”. Poi Cecchi. Nonostante non gli avesse concesso le deleghe, in un empito di ecumenismo, Ornaghi aveva deciso di fargli nominare il nuovo direttore generale delle Belle arti e del Paesaggio. Il candidato più autorevole sarebbe stato Gino Famiglietti, coautore del Codice dei Beni culturali. Famiglietti fu rimosso dalla posizione di vice capo dell’ufficio legislativo del Mibac e spedito a Campobasso perché si oppose allo svincolamento di un mobile settecentesco voluto da Cecchi e costata al sottosegretario un procedimento giudiziario concluso con un’archiviazione per abuso d’ufficio. In Molise, Famiglietti non si è dato per vinto, e ha ingaggiato una dura battaglia contro gli insediamenti delle pale eoliche. Alla fine dello scorso novembre, “Italia Nostra” ha assegnato proprio a Famiglietti il premio Umberto Zanotti Bianco: sorta di Nobel italiano della tutela. Un candidato lontano mille miglia dal modello Cecchi che al suo posto, infatti, nomina Maddalena Ragni. Da responsabile della Direzione generale per i beni culturali e paesaggistici della Toscana, Ragni era salita all’onore delle cronache per lo spostamento (qualcuno insinua la distruzione) di un’area archeologica che avrebbe ‘intralciato’ la realizzazione di un capannone industriale della Laika»;

sul “Corriere della Sera”, Cecchi si difende: «”Citerò due pareri. Federico Zeri, su Il giornale dell’arte: ‘Se non è Michelangelo, è Dio’. Salvatore Settis, allora presidente del consiglio superiore dei Beni culturali, il 18 novembre 2008, prima dell’acquisto mi scrive: ‘Caro Roberto, mi sembra un’ottima decisione’”. Roberto Cecchi, sottosegretario ai Beni culturali del ministro Lorenzo Ornaghi, parla dopo la citazione della Corte dei Conti per i 3 milioni 250 mila euro pagati per il Crocifisso attribuito a Michelangelo. Per la Corte non vale più di 700 mila euro. Valutazione basata su una stima come ‘scuola di Michelangelo’. Di qui l’ipotesi di danno erariale con richiesta di risarcimento. Oltre a Cecchi, la contestazione riguarda Cristina Acidini, soprintendente del Polo museale fiorentino e altri quattro tecnici. A difendere Cecchi, ai tempi direttore generale per i Beni storico artistici, l’allora ministro Sandro Bondi: ‘Rivendico bontà e correttezza delle decisioni, che hanno avuto il mio benestare finale dopo un esame di merito rigoroso e professionalmente corretto dei tecnici del ministero’. (…) ‘Dimostreremo di aver agito solo nell’interesse pubblico e con la massima correttezza. Forse qualcuno pensa che, al ministero, una mattina un dirigente si sveglia e compera ciò che vuole. Per fortuna non è così’”. Tra il 2004 e il 2006 arrivano molte attribuzioni a Michelangelo: Umberto Baldini, Giorgio Bonsanti Arturo Carlo Quintavalle, Timothy Verdon, Luciano Bellosi. “Le uniche voci contrarie sono quelle di James Beck e di Margrit Lisner che lo attribuisce al Sansovino”. E l’opinione negativa espressa, per esempio, da Mina Gregori? “Non risulta prima dell’acquisto, vengo a saperlo dopo…”. Nel 2007 l’opera è sul mercato e nel luglio-agosto Paolucci e Acidini ne chiedono l’acquisto da parte dello Stato: “Qui scatta l’iter previsto dal decreto del presidente della Repubblica 233 del 1977 sull’acquisto di beni privati. Il Comitato di settore storico artistico il 31 dicembre 2007 si orienta per l’acquisto chiedendo ‘condizioni economiche compatibili con la sua non documentabile attribuzione a Michelangelo’”»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che il professor Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, abbia utilizzato 300.000 euro di risorse pubbliche per restaurare il castello di famiglia, violando la legge ed in caso affermativo se non occorra un’azione di rivalsa per recuperare i fondi ed un atto doveroso di sfiducia per esonerare Carandini dall’incarico;

se il Governo ritenga che in una fase di crisi economica come l’attuale, con licenziamenti ed operazioni di revisioni della spesa con conseguenti risparmi, possano essere impiegati oltre 3 milioni di euro per acquistare una statua lignea di Cristo di dubbia provenienza ed incerta fattibilità, a quanto risulta all’interrogante per appagare le manie di grandezza di un dirigente del Ministero per i beni e le attività culturali;

se risponda al vero che Gino Famiglietti, coautore del codice dei beni culturali, venne rimosso dalla posizione di vice capo dell’ufficio legislativo del Ministero per i beni e le attività culturali e trasferito a Campobasso perché si oppose allo svincolamento di un mobile settecentesco voluto da Cecchi;

se la nomina di Maddalena Ragni, che da responsabile della Direzione generale per i beni culturali e paesaggistici della Toscana, in luogo di Famiglietti, al quale “Italia Nostra” ha assegnato proprio il premio Umberto Zanotti Bianco, non abbia determinato un danno al prestigio del Ministero;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per restituire trasparenza e sobrietà al criticato operato del Ministero per i beni e le attività culturali.

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Sicurezza Stradale

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06915
Atto n. 4-06915

Pubblicato il 22 febbraio 2012
Seduta n. 677

LANNUTTI – Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e per gli affari europei. -

Premesso che:

il decreto legislativo n. 35 del 2011 recepisce la direttiva 2008/96/CE, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008, sulla gestione della sicurezza delle infrastrutture stradali, mediante il controllo sull’impatto del livello di sicurezza della rete di un progetto, nonché la verifica ordinaria periodica delle caratteristiche di sicurezza della rete stradale in esercizio, comprendente anche gli accertamenti sui possibili effetti derivanti dall’esecuzione di lavori e sulla sicurezza del flusso di traffico;

queste attività inerenti alla sicurezza, eseguite da controllori/ispettori iscritti in apposito elenco, prescindono dal rispetto della normativa tecnica vigente, sia per le strade in esercizio che per quelle in progetto o costruzione (con esplicita esclusione delle gallerie stradali che rientrano nel campo di applicazione del decreto legislativo n. 264 del 2006);

il decreto legislativo n. 35 del 2011 stabilisce, infatti, all’art. 9, che i menzionati professionisti devono essere adeguatamente formati mediante un corso iniziale successivamente integrato con corsi periodici (triennali di 30 ore) di aggiornamento ed iscritti in apposito elenco (art. 4, comma 7);

a tale disposto però, alla cui attuazione è preposto il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, finora non è stata data ottemperanza visto che i corsi di formazione non hanno avuto luogo e conseguentemente l’elenco dei professionisti è ancora da redigere;

gli impegni internazionali, che l’Italia ha assunto con l’Europa per il reciproco impegno degli Stati membri, impongono al nostro Paese di dare esecuzione alla direttiva 2008/96/CE sulla sicurezza stradale, senza espedienti poco ortodossi e pericolosi sia sotto il profilo formale che sostanziale;

l’interrogante aveva presentato già nel luglio 2010 ai Ministri pro tempore delle infrastrutture e dei trasporti e per le politiche europee l’interrogazione 4-03426 sulla menzionata direttiva sollecitando ad intervenire in tempo utile per organizzare i corsi di formazione dei controllori/ispettori;

nella relativa risposta scritta del 21 settembre 2010, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti prevedeva, in linea con la medesima direttiva, la figura professionale dei controllori/ispettori della sicurezza stradale come in seguito prescritto dal decreto legislativo n. 35 del 2011;

attualmente lo stesso Dicastero, in difformità a quanto precede, ha emanato il decreto ministeriale del 12 dicembre 2011, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 297 del 2011, per tratti di rete stradale transeuropea interessati da lavori, senza neppure menzionare il propedeutico svolgimento del corso di istruzione per la certificazione dell’idoneità professionale, così come previsto dall’art. 9 del decreto legislativo n. 35 del 2011;

il decreto ministeriale stabilisce infatti, all’art. 3, comma 1, che le attività ispettive “comprendenti anche gli accertamenti sui possibili effetti sulla sicurezza del flusso di traffico derivanti dall’esecuzione dei lavori stradali, dovranno tener conto delle disposizione di cui al precedente articolo 2″; articolo, che riguarda esclusivamente l’apposizione della segnaletica temporanea (durante i lavori stradali) la cui verifica non spetta alle attività ispettive citate nel decreto legislativo n. 35 del 2011, bensì, senza alcun dubbio, al direttore dei lavori di manutenzione del cantiere stradale;

spetta per legge, infatti, al progettista, e non ad altri, l’indicazione dell’apposizione della segnaletica temporanea nei settori di strada in cui hanno luogo i lavori, in forza della documentazione contrattuale e della sua specifica responsabilità, evidenziando che tale segnaletica è tecnicamente normata;

nello stesso decreto ministeriale, inoltre, all’art. 3, da un lato, si conferma che le ispezioni sulla sicurezza saranno svolte da soggetti inseriti nel richiamato elenco, oggi necessariamente vuoto per non aver attuato il programma di formazione, mentre, dall’altro, sul sito ministeriale (http://www.mit.gov.it/mit/site.php? p=cm&o=vd&id=2056) si predispone un elenco provvisorio di esperti previa compilazione ed invio di un modulo di domanda già predisposto;

la provvisorietà di questo elenco, che sostituisce quello previsto per legge, a giudizio dell’interrogante non riduce in alcun modo i rischi di aleatorie interpretazioni sulla sicurezza stradale da parte di personale così prescelto; elenco che, oltre a rappresentare un raggiro al menzionato decreto legislativo n. 35 del 2011, sostituirebbe di fatto le 180 ore previste dall’art. 9, comma 2, del decreto legislativo n. 35 del 2011 per la necessaria ed omogenea preparazione dei candidati, con una sorta di autocertificazione per merito comparativo di titoli, di solito altisonanti ma fuori tema, se non fuori luogo,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che la fattispecie, che si instaurerebbe attraverso le disposizioni del decreto ministeriale, ponga in essere una nutrita partecipazione di professionisti provenienti da enti o società, in qualche modo controllate o vigilate dallo stesso Ministero, oppure di società appaltatrici del settore strade, realizzando un evidente conflitto di interessi;

se non ritenga inoltre che una commistione tra controllori e controllati, come quella in esame, determini in Italia un serio pericolo per la sicurezza stradale internazionale;

se non consideri evidente che la menzionata soluzione provvisoria disattenda il disposto di legge (art. 9, comma 3, del decreto legislativo n. 35 del 2011) che stabilisce, per gli incarichi ispettivi di cui si tratta, l’esclusiva spettanza agli ingegneri con laurea quinquennale e con 5 anni di anzianità professionale;

se non ritenga che la menzionata soluzione provvisoria, adottata per ragioni di urgenza dopo aver fatto inutilmente trascorrere il tempo utile disponibile, mal si giustificherebbe come causa di forza maggiore o stato di necessità;

se non ritenga che la necessità di formazione di ispettori/controllori attraverso un corso di 180 ore, previsto dalla direttiva 2008/96/CE e recepito con il decreto legislativo n. 35 del 2011, non possa assolutamente equivalere ad un elenco di improvvisati professionisti, formato con i criteri del menzionato elenco provvisorio;

quali iniziative intenda intraprendere al fine di adottare provvedimenti idonei alla tempestiva emissione del programma di formazione di ispettori/controllori individuati ex lege, per il congruente indirizzo professionale, nell’ordine degli ingegneri e dare attuazione alla direttiva comunitaria.

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Commissariamento Comune di Pescasseroli

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06914
Atto n. 4-06914

Pubblicato il 22 febbraio 2012
Seduta n. 677

LANNUTTI – Al Ministro dell’interno. -

Premesso che a quanto risulta all’interrogante:

a seguito delle dimissioni della maggioranza dei consiglieri del Comune di Pescasseroli (L’Aquila), dall’agosto dell’anno 2012, l’ente è retto dal commissario, il vice prefetto dottor A. Oriolo, affiancato dal sub commissario, dottoressa E. K. Danielli, a cui sono stati attribuiti i poteri e le funzioni degli organi del Comune con il compito di amministrare l’ente sino alla elezione del nuovo Consiglio e del nuovo sindaco;

in virtù di tali poteri il commissario può compiere qualunque atto sia di ordinaria che di straordinaria amministrazione;

la caduta della Giunta guidata dal sindaco Finamore è avvenuta a seguito di continue sistematiche contrapposizioni insanabili tra i consiglieri della maggioranza e tra gli stessi componenti la Giunta, contrapposizioni che hanno sostanzialmente impedito il regolare svolgimento dell’attività della Giunta e del sindaco quando non hanno causato un netto immobilismo decisionale ed il blocco di qualsiasi iniziativa;

in tale contesto di confusione e di incertezze, il sindaco non solo non ha provveduto a svolgere pienamente i suoi compiti di direzione unitaria e di coordinamento dell’attività politico-amministrativa, ma anche quelli di indirizzo funzionale e di vigilanza amministrativa di tutti gli uffici e servizi specie sotto il profilo del rispetto della legalità, della trasparenza, della imparzialità e della economicità;

il sindaco Finamore ha sistematicamente violato la legge e lo statuto del Comune di Pescassseroli omettendo intenzionalmente di rispondere alle interrogazioni ed alle petizioni presentate da cittadini ai sensi dell’art. 45 dello statuto, negando il diritto di accesso per i contratti stipulati per la vendita degli impianti sciistici, per i contratti di locazione della sala cinematografica e della piscina, rifiutando di dare attuazione alla costituzione dei forum e delle Commissioni comunali di cui agli artt. 41 e 46 dello statuto;

il sindaco ed il direttore generale, dottoressa M. A. Marra, hanno omesso di intervenire nei confronti del responsabile dell’Ufficio tecnico, geometra M. Mazzulli in relazione a specifici atti di abusivismo edilizio;

il responsabile dell’Ufficio tecnico, in tali occasioni, ha interpretato le disposizioni sul procedimento amministrativo di cui alla legge n. 241 del 1990 in via del tutto arbitraria, negando anche il diritto alla informazione e quello di accesso ai documenti e, come in un caso ben documentato, si è spinto fino a costruire un permesso di sanatoria non soltanto in contrasto con l’art. 36 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, ma anche viziato da motivazioni mendaci;

il responsabile dell’Ufficio tecnico è anche autore di relazioni tecniche inconcludenti, fuorvianti e vuote di contenuto tecnico; relazioni sulla cui base sono state predisposte ed approvate importanti deliberazioni: 1) la relazione del giugno 2011 concernente la determinazione del valore venale delle aree fabbricabili, sulla cui base si è dato luogo a gare per la vendita di immobili di proprietà del Comune, gare andate deserte per valutazioni che alla prova dei fatti sono risultate errate; così che, concluse negativamente le prescritte tre gare, si dovrà procedere alla vendita a trattativa privata a prezzi notevolmente contenuti; si tratta di una relazione che è formulata in termini approssimativi ed il cui testo risulta disorganico, impreciso, privo dei dati e dei parametri di riferimento, senza riportare i vari passaggi e le operazioni dei conteggi necessari per la determinazione dei livelli dei prezzi delle varie aree edificabili; 2) la relazione del 29 settembre 2011 concernente il rifacimento dei locali da adibire ad archivio comunale e la sistemazione dell’archivio medesimo; relazione vuota di dati e di contenuti tecnici e redatta con accentuata mancanza di coesione sintattica, lessicale e grammaticale; 3) quella del 30 settembre 2011 concernente lo stato di attuazione dei programmi, predisposta unitamente agli altri responsabili dei servizi, la cui esposizione risulta del tutto destrutturata sotto il profilo dei contenuti tecnici, delle misurazioni e delle risultanze delle analisi condotte e dei riscontri eseguiti sul quanto realizzato e sul quanto resta da realizzare, sui tempi, sulle modalità e sulla tipologia degli interventi richiesti per il conseguimento ottimale degli obiettivi prefissati. Si tratta anche qui di una stesura del testo generica ed abborracciata che fornisce una vaga ed una inadeguata informazione sullo stato di attuazione dei vari programmi; vengono infatti scritte locuzioni quali: “le entrate sono parzialmente incassate”, “ci si sta attivando per la definizione degli accertamenti”, le gare per la vendita del 40 per cento della farmacia sono andate deserte, “si è dato indirizzo per l’espletamento del terzo esperimento”, per il servizio dell’uso civico “oltre ad ottimizzare le procedure autorizzative necessita una revisione dei costi e dei ricavi”, per il servizio idrico “si sta cercando di ottimizzare il servizio” e via di questo passo;

il responsabile dell’Ufficio tecnico, in linea con la sua condotta anomala ed irrituale, ha persino disatteso impunemente l’ordine di servizio del direttore generale del Comune che gli ordinava di respingere una domanda di sanatoria perché illegittima;

alla Procura della Repubblica del Tribunale di Sulmona per gli indicati comportamenti pendono delle denunce nei confronti del sindaco, del direttore generale e del responsabile dell’Ufficio tecnico per l’accertamento dei reati di omissione di atti d’ufficio, di abuso di poteri e di falso in atti pubblici;

considerato che:

i citati commissari, interpellati in merito a quanto esposto e sollecitati a prendere visione di talune decisioni e di taluni procedimenti, palesemente illegittimi, quando non illeciti e ad esercitare il potere di autotutela, si sono trincerati nel silenzio, ed hanno tenuto il medesimo atteggiamento in ordine alla segnalazione sull’arbitrarietà delle decisioni a suo tempo prese in ordine alla stabilizzazione del richiamato Responsabile dell’Ufficio tecnico di cui alla deliberazione della Giunta n. 96 del 2007 e alla determinazione n. 546 del 2007, sullo sperpero delle risorse pubbliche e su una azione amministrativa tutt’altro che improntata alla legalità, alla trasparenza ed alla imparzialità come può essere riscontrato dall’esame delle deliberazioni assunte tra le quali la n.16 del 2011 con cui vengono affidati alla GISP-Gestione Impianti Scioviari Pescasseroli SpA, il rifacimento dei locali destinati all’archivio comunale e lo spostamento e la riorganizzazione dell’archivio medesimo, ivi comprese le operazioni della selezione della documentazione, dello scarto, della distruzione nonché della schedatura, sostenendo che tale società ha la competenza a svolgere siffatti lavori perché il suo statuto, all’art. 4, lettera a), prevede “interventi di bonifica e ripristino territoriale”, ignorando completamente la disciplina in materia di ordinamento degli archivi degli enti pubblici (testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 445 del 2000 e codice dei beni culturali e del paesaggio di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004), stabilendo il compenso forfettario di 19.500 euro senza aver proceduto alla quantificazione ed al computo metrico dei lavori da eseguire ed a determinare la qualità e la tipologia del materiale da impiegare;

le deliberazioni di spesa, tranne delle parziali e limitatissime eccezioni, sono prive della puntuale attestazione delle relativa copertura dell’ammontare della spesa e delle disponibilità effettive esistenti nei rispettivi stanziamenti di bilancio laddove si evidenzia anche la mancanza del testo del prescritto parere tecnico che a norma di legge deve essere inserito nella deliberazione;

il commissario – mentre, da un lato, ha ritenuto di prendere posizione, con apposita delibera n.10 del 15 dicembre 2011, per perorare la causa davanti al Governo, tramite il Ministro della giustizia, tesa ad ottenere l’inclusione del Comune di Pescasseroli nell’ambito del circondario giudiziario di Avezzano, una volta soppresso quello di Sulmona, delibera che il commissario ha inviato al Consiglio Superiore della Magistratura, alla Commissione ministeriale sulla riorganizzazione dell’assetto territoriale degli uffici giudiziari, al Presidente della Corte d’appello de L’Aquila, al Presidente del Tribunale di Avezzano ed al Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Avezzano e della Marsica. Iniziativa che è stata fortemente stigmatizzata e censurata dal Consiglio degli avvocati di Sulmona, che ha anche protestato con il Prefetto de L’Aquila mettendo, tra l’altro, in dubbio la fondatezza del comportamento del commissario sotto il profilo della correttezza istituzionale – dall’altro, non ha minimamente preso in considerazione la proposta di dare attuazione alla statuto con il porre in essere quelle forme di consultazione e di interlocuzione aperte e trasparenti previste dallo statuto del Comune come sopra richiamate al fine di rendere effettiva la partecipazione democratica dei cittadini, di promuovere e migliorare la comunicazione e la reciproca informazione tra amministratori ed amministrati,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non rilevi nei fatti sopra descritti i presupposti e le condizioni per intervenire, nelle forme dovute e nei modi appropriati, affinché il regime commissariale nel Comune di Pescasseroli non solo non si ponga e non agisca in linea di continuità con la deprecata e negativa condotta del dimissionario sindaco e della Giunta disciolta, ma anche e soprattutto costituisca la favorevole opportunità per imprimere all’amministrazione ed alla gestione un salto di qualità in termini di legalità, trasparenza, partecipazione democratica, imparzialità ed economicità, eliminando le illegittimità accertate, i comportamenti viziati da eccesso di potere riscontrati, il disinvolto esercizio delle funzioni istituzionali con la correlata dispersione delle risorse disponibili, ponendo in essere i prescritti controlli interni e, ancor più auspicabile, operando, nel contempo, in concreto, nella direzione segnata dallo statuto per quanto riguarda la partecipazione dei cittadini nel processo decisionale nell’amministrazione del Comune;

se non ritenga utile e necessario, tenuto conto della dimensione e della molteplicità dei problemi irrisolti che pesano sullo sviluppo della comunità di Pescasseroli, non ultimi quelli riguardanti le gravi posizioni debitorie del Comune e della sua società AGISP, disporre una consultazione con i commissari del Comune di Pescasseroli, nell’ambito dei competenti Uffici ministeriali, per valutare anche la possibilità di assegnare in via temporanea al Comune di Pescasseroli dei funzionari qualificati della pubblica amministrazione per supportare l’azione dei commissari e renderla così più incisiva e più efficiente.

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Appalti Roma – Metropolitane

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00433
Atto n. 2-00433

Pubblicato il 22 febbraio 2012
Seduta n. 677

LANNUTTI – Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e per la coesione territoriale. -

Premesso che:

le inchieste delle Procure di Firenze, Perugia, Roma, con le indagini del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri sul “sistema gelatinoso” Anemone-Balducci-Bertolaso, sul potere di spesa senza fondo di una Protezione civile ridotta a spa del consenso, su un Ministro “distratto” e sul suo «mezzanino del Colosseo» – come definito in un articolo pubblicato su “La Repubblica” il 22 novembre 2011 -, hanno messo in luce un “ricarico” per la realizzazione delle opere anche superiore al 40 per cento;

scrive Carlo Bonini nel citato articolo: «Nelle carte di quelle inchieste (…) è stato documentato quale “ricarico” le prassi corrotte di un sistema di relazioni hanno accollato alle (…) tasche» dei cittadini: «su 33 Grandi Opere oggetto di indagine nel triennio 2007-2010 (mondiali di nuoto di Roma, G8 alla Maddalena, 150 anni dell’Unità d’Italia), il maggior costo sostenuto dalle casse pubbliche è stato di 259 milioni, 895 mila 849 euro. Oltre il 40 per cento dell’importo iniziale con cui i lavori furono aggiudicati. Un salasso che ha fatto schizzare il costo complessivo di quelle opere da 574 a 834 milioni di euro. Per avere un’idea, con quel denaro succhiato dal “Sistema gelatinoso” (259 milioni) oggi – come documentano le richieste sin qui ritenute “irricevibili” da un bilancio pubblico allo stremo – sarebbe possibile realizzare la messa in sicurezza di un patrimonio archeologico dell’umanità come Pompei o la costruzione di ospedali nell’Abruzzo del dopo-terremoto. I numeri che illustrano il dettaglio dei singoli appalti segnalano la scientificità nel calcolo del “ricarico” imposto dal “Sistema”, ma anche la crescita esponenziale di quella percentuale. Nell’Italia corrotta scoperchiata da Tangentopoli, il “dazio” sulle grandi opere oscillava tra il 10 e il 20 per cento. In quindici anni, è raddoppiato. Anche perché la “catena alimentare” che deve sfamare si è allungata. Politici, funzionari pubblici, professionisti. (…) L’isola della Maddalena e le sue opere per un G8 che non ha mai ospitato, sono e resteranno il monumento alla rapacità di un “Sistema” che si muoveva protetto dalle “procedure semplificate e di urgenza” che la legge riconosce agli interventi della Protezione Civile. Assimilato ad una “calamità naturale”, un Grande Evento di cui pure si conosceva la data da nove anni, diventa una corsa contro il tempo che divora oltre 125 milioni di euro in “costi aggiuntivi”. I 284 milioni di opere messi a bilancio al momento dell’affidamento degli appalti si gonfiano fino a superare i 410 milioni. Nessuno, ad esempio, chiede cosa diavolo accada nel quarto lotto del cantiere in cui si lavora alla “realizzazione del palazzo conferenza e dell’area delegati”. L’appalto è stato aggiudicato l’11 luglio del 2008 con un ribasso d’asta del 5,9 per cento per 52 milioni di euro. Una cifra che, a distanza di neppure un anno, tra il giugno e il settembre del 2009, raddoppia, passando a 105 milioni di euro. Tanta distrazione ha una risposta nel nome del costruttore che quell’appalto si è aggiudicato: Diego Anemone, la “tasca” del “Sistema”. L’imprenditore da cui prende ordini Angelo Balducci, la più alta autorità amministrativa in materia di appalti pubblici”»;

considerato che:

il sistema della lievitazione di costi sugli appalti pubblici e la prosecuzione senza gara dei lavori, denominati “project financing” dalle stesse imprese, nascondono spesso buchi neri ed una devastazione di ogni regola di legalità, come racconta Cecilia Gentile, su “La Repubblica” di Roma, in merito ai costi alle stelle della Metro C a Roma, con i privati che vogliono 10 miliardi di euro e 500 milioni di immobili di pregio. Si legge nel citato articolo: «Un costo complessivo di oltre 10 miliardi, più la cessione di 175 mila metri quadrati di aree nel centro di Roma per un valore di 415 milioni di euro. Queste le cifre da capogiro della proposta presentata al Campidoglio e a Roma Metropolitane per il completamento della metro C dal Colosseo alla stazione Farnesina. Proposta avanzata sotto forma di project finacing dalle stesse imprese che stanno realizzando il tratto Pantano-Centocelle-San Giovanni-Colosseo con fondi pubblici, quelli di volta in volta sbloccati dallo Stato a seguito dell’inserimento della linea C tra le grandi opere della legge obiettivo. Il problema, però, è che nel corso degli anni i soldi sono finiti, perché i tre miliardi di euro previsti nel 2006 per la realizzazione dell’intero percorso, 25,5 chilometri da Clodio-Mazzini a Pantano, con trenta stazioni e treni a guida interamente automatizzata, sono stati mangiati solo per il tracciato Pantano Colosseo. Ed è a questo punto che è arrivata la bocciatura della Corte dei Conti, sui prezzi lievitati e sul rischio assai concreto che la terza metropolitana di Roma debba concludersi a metà percorso, togliendo senso al concetto di rete sotterranea e all’intero progetto. Fermandosi al Colosseo, infatti, la metro C non avrebbe più lo scambio con la linea A alla stazione Ottaviano e con la D a piazza Venezia. E qui, anche, che si è inserita la proposta dell’Ati vincitrice della gara nel febbraio 2006, costituita da Astaldi, Vianini Lavori, Consorzio Cooperative Costruzioni, Ansaldo Trasporti, Sistemi Ferrioviari, proposta sostanzialmente rispedita al mittente da Roma Metropolitane. La relazione firmata il 1° dicembre 2011 dal responsabile del procedimento della linea C Giovanni Simonacci chiede sostanziali modifiche al testo, tra l’altro già frutto di precedenti modifiche. Prima di tutto Simonacci ricorda che la proposta delle imprese non può essere oggetto di affidamento diretto, come invece loro richiedono, perché la legge non lo permette. Poi chiede di eliminare “ogni elemento riferito alla proposta di valorizzazione”. Argomento questo scabrosissimo, perché i costruttori, come fa sapere il professor Antonio Tamburrino, di Italia Nostra, “vogliono le caserme e i depositi Atac in centro, per una superficie di 175mila metri quadrati, che viene sottostimata per soli 415 milioni di euro”. Richiesta comunque irricevibile, perché, come scrive la relazione di Simonacci “gran parte delle aree oggetto di valorizzazione immobiliare non sono nella disponibilità di Roma Capitale ed alcune di tali aree, di proprietà del ministero della Difesa, non rientrano nel piano di alienazione della città di Roma”. Ma l’elemento più preoccupante dell’intera proposta di project financing è il piano economico e finanziario. Il costo complessivo per 7,1 chilometri di metropolitana con sette stazioni è pari a due miliardi e 608 milioni di euro, con un costo a chilometro aumentato in media del 34% rispetto al costo/Km della tratta T3, cioè la San Giovanni Colosseo, che ha già lievitato i costi passando dagli iniziali 480 milioni ai 792 appena sbloccati dal Cipe, il comitato interministeriale programmazione economica. “Questa metro verrebbe a costare 366 milioni al chilometro, una cifra impressionante considerando che il costo di un chilometro di metropolitana va dai 100 ai 150 milioni a chilometro”, osserva Tamburrino. La proposta delle imprese, dando per scontato che il Comune non possa pagare in contanti nel corso della realizzazione della metro, da ultimare entro il 30 giugno 2021, prospetta un’altra modalità di pagamento. Un miliardo e 243 milioni durante i lavori, poi un canone di gestione di otto miliardi e 945 milioni da versare nel corso dei 25 anni di gestione dell’intero tracciato della C, gestione prevista dal project financing, da Pantano a Farnesina, più le aree della valorizzazione immobiliare che, sempre dai costruttori, vengono stimate 415 milioni di euro»;

su un progetto troppo oneroso ripartito in quote ai grandi costruttori quali Caltagirone, Astaldi, Ansaldo, le Coop di Bologna, e già bocciato dalla Corte dei conti per l’eccessivo dispendio di risorse pubbliche, ha rincarato la dose Federico Bortoli, dimissionario amministratore delegato di Roma Metropolitante, in un articolo pubblicato da Giovanna Vitale per “La Repubblica-Roma”: «Non c’è soltanto l’amarezza per non essere stato difeso dal sindaco Alemanno allorché, una ventina di giorni fa, la Corte dei Conti ha puntato il dito contro la fallimentare (e costosissima) gestione dei lavori della metro C. Dietro le dimissioni presentate dall’ad di Roma Metropolitane, Federico Bortoli, c’è anche un calcolo preciso: far uscire l’amministrazione allo scoperto, costringerla pubblicamente a rinnovargli la fiducia ora che il suo contratto sta per scadere. Il rapporto dell’avvocato che ha scalato tutti i gradini della società capitolina, passando indenne da Veltroni ad Alemanno, si sarebbe interrotto fra un mese, salvo proroga fino a maggio, data dell’approvazione del bilancio 2011. Ecco perché Bortoli, fiutando l’aria divenuta pesante dopo il j’accuse della magistratura contabile amplificati da stampa e tv, ha deciso di forzare la mano. Centrando il bersaglio. “Abbiamo grande stima e fiducia nel lavoro svolto non solo da Roma Metropolitane ma anche dall’amministratore delegato”, s’è affrettato a precisare il titolare della Mobilità Antonello Aurigemma, mentre una nota del Campidoglio informava che sindaco e assessore lo vedranno la prossima settimana per “ragionare sulle ragioni delle dimissioni, motivate dagli attacchi indiscriminati e ideologici subiti dall’ad contro la realizzazione delle metropolitane e, in particolare, contro l’utilizzo dello strumento del project financing”. Un passaggio, quest’ultimo, che spiega molto più di quanto non appaia a prima vista. Ciò che infatti Alemanno vuole assolutamente impedire, e Bortoli lo sa bene, è che venga svelato il braccio di ferro consumato nei mesi scorsi tra il Campidoglio e Roma Metropolitane sulla proposta avanzata a giugno dalla società temporanea di imprese incaricata di costruire la prima tratta della linea C (Pantano Colosseo): ovvero, realizzare anche il secondo spezzone (Colosseo Clodio con prolungamento fino a Farnesina) senza gara e utilizzando il project financing. In sostanza, il consorzio di cui fanno parte Caltagirone e Astaldi, Ansaldo e un paio di coop, si sarebbero fatti carico dei lavori per ultimare il tracciato (ancora non finanziato) mettendo propri capitali in cambio di cubature e della gestione dell’infrastruttura. Un progetto subito accolto con favore dal sindaco, ma criticato da Roma Metropolitane. Che, in un report riservato inviato al Dipartimento Mobilità, aveva sottolineato l’onerosità per il pubblico di un’operazione peraltro giuridicamente non sostenibile. Rilievi di cui però Alemanno non ha voluto tener conto, continuando anzi a sostenere che “per l’ultimo tratto della linea C ci sarà un project financing così com’è stato fatto per Casal Monastero”. Un “entusiasmo contraddittorio”, denuncerà poi la Corte dei Conti, “visto che in precedenza tale possibilità fu più volte respinta, a seguito di documentati e approfonditi studi commissionati dall’amministrazione stessa”. Gli studi di Roma Metropolitane, appunto. Bortoli aveva dunque dei dubbi sulla possibilità di affidare ai soliti noti la realizzazione della seconda tratta in cambio di cemento. Ma Alemanno ha chiuso quel report in un cassetto. Una prova da nascondere a tutti i costi. Riconfermando l’ad che sapeva troppo»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza della vicenda richiamata ed in particolare della proposta avanzata sotto forma di project financing dalle imprese Astaldi, Vianini Lavori, Consorzio Cooperative Costruzioni, Ansaldo Trasporti, Sistemi Ferroviari, che stanno realizzando il tratto Pantano-Centocelle-San Giovanni-Colosseo con fondi pubblici, quelli di volta in volta sbloccati dallo Stato a seguito dell’inserimento della linea C tra le grandi opere della legge obiettivo, proposta che a giudizio dell’interrogante rappresenterebbe una forzatura ed un inaccettabile sperpero di pubbliche risorse atteso il rischio che la terza metropolitana di Roma debba concludersi a metà percorso, togliendo senso al concetto di rete sotterranea e all’intero progetto, poiché, fermandosi al Colosseo, la metro C non avrebbe più lo scambio con la linea A alla stazione Ottaviano e con la D a piazza Venezia;

se risulti che le richieste dell’associazione temporanea di imprese (Ati), vincitrice della gara nel febbraio 2006, costituita da Astaldi, Vianini Lavori, Consorzio Cooperative Costruzioni, Ansaldo Trasporti, Sistemi Ferroviari, di acquisire caserme e depositi Atac in centro, per una superficie di 175.000 metri quadrati, per proseguire i lavori in project financing, in palese violazione di una relazione del 1° dicembre 2011 del responsabile del procedimento della linea C Giovanni Simonacci, che respinge la proposta delle imprese in affidamento diretto, costituiscano evidente violazione del codice degli appalti di cui al decreto legislativo n. 163 del 2006;

se risponda al vero che il costo per chilometro della metro C di Roma schizzerebbe con tali richieste a 366 milioni di euro a chilometro, oltre il doppio di quanto è stato necessario per costruire analoghe tratte di metropolitane costate 100, massimo 150 milioni di euro a chilometro;

se risultino le motivazioni che hanno indotto il consorzio vincitore dell’appalto a far lievitare costi in modo esponenziale e, di conseguenza, quali interventi il Governo intenda attivare per evitare sperperi e sprechi nella gestione delle grandi opere.

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Presidente Isvap Giannini

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00432
Atto n. 2-00432

Pubblicato il 22 febbraio 2012
Seduta n. 677

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

a giudizio dell’interpellante il presidente dell’Isvap Giancarlo Giannini, proveniente dal mondo delle assicurazioni, ha improntato la sua gestione sulla più totale opacità e, fatto salvo un recentissimo ravvedimento operoso in merito ad un diniego sull’obbligo di polizze vita imposte dalle banche per contrarre un mutuo, non è riuscito, durante il suo lungo e lucroso mandato che vorrebbe prorogare, ad offrire una tutela minimale agli assicurati, né a cercare di calmierare le tariffe delle polizze obbligatorie RC Auto, aumentate del 190 per cento dal momento della loro liberalizzazione;

l’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni private (Isvap), si legge nell’homepage del sito, “opera per garantire la stabilità del mercato e delle imprese di assicurazione, nonché la trasparenza dei prodotti nell’interesse degli assicurati e degli utenti in generale”, ma risulta all’interpellante che non ha mai garantito i diritti dei consumatori, al punto da essere accusato, a torto o a ragione, di contiguità con le compagnie vigilate;

in un articolo pubblicato su “Affari & Finanza” di “la Repubblica” del 9 marzo 2009, dal titolo: “I consumatori attaccano l’Isvap ma c’è anche chi la difende”, Luisa Grion traccia un bilancio in chiaroscuro di un chiacchierato istituto: «C’è chi pensa che se sparisse domani ne guadagneremmo tutti un taglio del 10 per cento sulle tariffe, e chi si domanda dove fosse mai andato a finire quando ha consentito, per anni, la vendita di prodotti assicurativi che non offrivano la minima tutela ai consumatori. C’è chi da tempo ne chiede l’abolizione e chi pensa che le sue competenze dovrebbero passare subito all’Antitrust. No, eccezioni a parte, non è decisamente buono il rapporto che corre fra le associazioni dei consumatori e l’Isvap, l’istituto di vigilanza sulle assicurazioni private. L’obiettivo dichiarato è chiaro (…). Eppure fra i diretti interessati molti pensano che l’istituto autonomo dal 1982 non porti a termine il suo compito ed alcuni sostengono addirittura che operi in piena connivenza di intenti con le compagnie assicurative (…). Non solo non va a fondo quando dovrebbe, ma ostacola pure chi invece ci prova. Ha duramente criticato l’Antitrust quando si è permessa di dire che le compagnie assicurative agivano in cartello, sostenendo che quella materia era di sua competenza. Si schiera facilmente dalla parte degli assicuratori, piuttosto che degli assicurati»;

sulla vicenda Fonsai-Premafin, come ricordato dall’interpellante in vari atti di sindacato ispettivo (4-06771, 2-00404, 4-06726), l’Isvap non sembra aver correttamente vigilato sui bilanci delle compagnie che creavano perdite enormi, anche per finanziare gli hobby dei rampolli dell’ingegner Ligresti come il famoso cavallo Toulon preso in leasing da Unicredit per assecondare le voglie di cavalcata di una delle figlie, creando un buco di bilancio di ben 1,1 miliardi di euro nell’ultimo anno;

a quanto risulta all’interpellante, la comoda poltrona di presidente Isvap, crocevia del potere finanziario ed assicurativo, continua a fare gola al suo occupante, al punto tale da indurlo a porre in essere tutti gli artifici per prorogarne la scadenza, come risulta da un articolo pubblicato su “La Repubblica” in data 18 febbraio 2012: «A sole 24 ore dalla richiesta dell’Isvap, Sator e Palladio hanno fatto pervenire le loro risposte all’authority sul patto di consultazione siglato sull’8% delle azioni Fondiaria Sai. Allo stesso tempo l’authority che deve avere a cuore la stabilità e la solidità del sistema assicurativo non ha ancora ricevuto alcun documento sul piano di rafforzamento patrimoniale che Fondiaria Sai dovrebbe portare avanti attraverso l’intervento di Unipol, nonostante la lettera dell’Isvap che lo richiedeva sia stata spedita il 10 gennaio scorso. Così come nulla si sa dell’aumento di capitale di Premafin riservato a Unipol, da cui dovrebbe partire tutta l’operazione architettata da Mediobanca e Unicredit in qualità di grandi creditori della compagnia assicurativa. L’unica cosa concreta, al momento, sono le convocazioni delle rispettive assemblee di Fonsai e Unipol chiamate a deliberare gli aumenti di capitale da complessivi 2,2 miliardi. Un comportamento sbilanciato che sta mettendo sempre più sotto i riflettori la gestione di Giancarlo Giannini all’Isvap. La prova delle tensioni interne all’istituto viene anche da un infuocato comunicato sindacale che denuncia un colpo di mano della dirigenza sulla nuova ristrutturazione interna dell’authority dopo che quella del 2003 è stata disattesa. “Non interessa l’efficienza del lavoro e una migliore organizzazione scrivono congiuntamente Fisac-Cgil, Fiba-Cisl, Uilca-Uil e Snfia – ciò che interessa è altro: creare un sistema di potere e di controllo e far trovare al nuovo presidente una struttura blindata, con tutte le caselle che contano ben coperte”. Ma ecco il colpo di scena. Giannini dovrebbe scadere a maggio e non essere più rieleggibile ma, a quanto risulta da fonti autorevoli, in Parlamento si stanno muovendo pedine per facilitare una sua proroga di altri due anni. Il piano è portato avanti da alcuni parlamentari che stanno progettando una modifica della legge in vigore per separare la carica di presidente dell’Istituto da quella di direttore generale. La modifica consentirebbe la conferma alla presidenza di Giannini e l’ascesa di Flavia Mazzarella alla direzione generale. Un piano che secondo alcuni non sarebbe slegato dalla vicenda Fonsai-Ligresti sulla quale l’Isvap è intervenuta la prima volta soltanto a marzo 2011 e sulla quale sarà chiamata a esprimersi quando il piano di rafforzamento sarà presentato nella sua versione definitiva. Sempre che non sia già saltato, viste le difficoltà degli ultimi giorni. Oltre all’incursione di Palladio e Sator, infatti, desta non poche preoccupazioni la ventilata fusione di Premafin con 320 milioni di debiti in Fonsai. L’operazione assomiglia a un “leverage” applicato a una società assicurativa nella quale i titolari delle polizze dovrebbero essere tutelati alla stregua di veri e propri creditori. Forse anche per questo motivo Unipol avrebbe chiesto a Unicredit e alle banche creditrici di trasformare una parte di quei crediti in capitale, fatto che però non è stato digerito bene dalla banca di piazza Cordusio. La quale avrebbe aperto canali di comunicazione con i due nuovi azionisti Roberto Meneguzzo e Matteo Arpe per sondare eventuali soluzioni alternative»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza delle motivazioni degli omessi controlli dei bilanci del gruppo Ligresti da parte dell’Isvap, presieduta da Giancarlo Giannini, le cui carenze hanno prodotto un deficit da 1,1 miliardi di euro, e delle ragioni che hanno indotto l’Isvap a muovere i primi rilievi soltanto nel marzo 2011, quando la disinvolta gestione ed il “saccheggio” dei gruppi assicurativi non potevano più essere evitati;

se sia al corrente delle tensioni interne all’Istituto manifestate da un comunicato sindacale che denuncia un colpo di mano della dirigenza sulla nuova ristrutturazione interna dell’authority, dopo che quella del 2003 è stata disattesa, poiché, hanno scritto congiuntamente Fisac-Cgil, Fiba-Cisl, Uilca-Uil e Snfia, non interessano l’efficienza del lavoro e una migliore organizzazione, ma la creazione di un sistema di potere e di controllo, per far trovare al nuovo presidente una struttura blindata, con tutte le caselle che contano ben coperte;

se intenda assicurare la propria indisponibilità a sostenere eventuali proposte di modifica della normativa vigente che possano consentire a Giannini di continuare a svolgere – per un ulteriore mandato – l’incarico di presidente dell’Isvap;

quali misure urgenti di competenza intenda attivare per evitare che autorità importanti come l’Isvap vengano manovrate dai grandi gruppi economici, per rendere meno contendibile il mercato e più onerosi i costi e le tariffe addossate ai consumatori.

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INPGI-Fondi immobiliari

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06908
Atto n. 4-06908

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

l’Inpgi, la cassa di previdenza dei giornalisti, ha un vasto patrimonio immobiliare concentrato soprattutto a Roma che conta 2.472 unità, delle quali 2.170 sono abitazioni, per un valore, fino al 2008, di 692 milioni di euro;

per quanto riguarda i fondi immobiliari scriveva un articolo de “il Sole-24 ore” del 2 marzo 2009: «”Nell’ambito della gestione separata, più nota come Inpgi 2 – afferma il presidente dell’ente, Andrea Camporese – stiamo per acquistare dalla Sopaf quote del fondo Fip per un controvalore di 30 milioni di euro. La gestione separata ha infatti un patrimonio di 178 milioni e non c’è presenza di immobili. Il nostro consulente, Mangusta Risk, ci ha suggerito di inserire investimenti real estate fino a un massimo del 17,52%”. Il numero di quote da acquistare non viene reso noto ma prendendo a riferimento il Nav (patrimonio netto) al 31 dicembre scorso del fondo Fip, pari a circa 140mila pro quota, le porzioni acquistate dovrebbero essere di poco superiori alle 200 unità. Con i 30 milioni di euro del fondo Fip, è stata così quasi del tutto saturata (16,9%) la fetta di mattone stabilita per l’Inpgi 2. Ma cos’è il Fondo immobili pubblici (Fip appunto)? Creato nel 2004, è “il primo fondo di investimento promosso dalla Repubblica italiana – si legge nel sito web – e si inserisce in un più ampio processo di privatizzazione realizzato dal ministero Economia e Finanze”. A gestirlo è la Sgr Investire Immobiliare (Banca Finnat). Le quote del fondo sono state poi collocate tra gli investitori istituzionali. La Sopaf, guidata da Giorgio Magnoni, è stata una delle società che nel 2005 ha partecipato al collocamento: attraverso la controllata lussemburghese Five Stars aveva rilevato 450 “pezzi” del Fip per un controvalore di 57 milioni di euro. Più di recente, però, sempre la Sopaf ha comprato e rivenduto porzioni di Fip: nella trimestrale consolidata al 30 settembre 2008, emerge che sono state acquistate 209 quote per un controvalore di 29 milioni e 215 mila euro. Quote rivendute nello stesso trimestre con una plusvalenza di 881mila euro. I prezzi? Bastano due semplici divisioni: acquistate a circa 140mila euro, le quote sono state rivendute a 144mila euro ciascuna»;

pertanto osservando i bilanci della Sopaf e ad altre notizie pubblicate dalla stampa italiana, “il Sole-24 ore” in primis, e internazionale, si scopre che le 224 quote FIP vendute da Sopaf all’Inpgi per 30 milioni di euro (al valore unitario di 133.929 euro) «non erano le uniche in pancia alla Sopaf. La società aveva acquistato all’avvio del FIP 450 quote per un valore di 57 milioni (valore unitario di carico di 126.667 euro). Ma aveva anche effettuato compravendite e operazioni in derivati forward su queste quote realizzando cospicui ricavi (10 milioni solo nel primo trimestre 2009) e incassandone le cedole (600mila euro)» (si veda “ADGNews 24″ del 18 febbraio 2012);

si legge inoltre nel citato articolo pubblicato su “ADGNews”: «Nelle prime settimane del 2009, appena prima della cessione di quote di FIP a INPGI, Sopaf aveva acquistato dalla società austriaca Immowest del gruppo Immofinanz 800 quote del fondo FIP (una partecipazione pari al 6% del totale del Fondo) al valore di 80 milioni di euro, con un prezzo unitario per quota di 100mila euro. Operazione stranissima, questa, perché il gruppo austriaco Immofinanz aveva comprato quella stessa partecipazione del 6% di FIP, anni prima, per 100 milioni»;

considerato che a giudizio dell’interrogante non sono chiari:

il motivo per cui il gruppo austriaco vendette la partecipazione a inizio 2009 a Sopaf con uno “sconto” (cioè, per gli austriaci, una perdita secca) di 20 milioni di euro;

come mai SOPAF vendette subito dopo le quote all’Inpgi e a quale prezzo. Ossia al prezzo di carico delle quote acquisite all’avvio del FIP (126.667 euro l’una) o a quello a cui le aveva avute “a sconto” dagli austriaci (100.000 euro l’una). Visto che se Sopaf le avesse vendute su una base di carico nel proprio bilancio di 100.000 euro l’una, avrebbe realizzato, su 30 milioni di ricavi, ben 7 milioni e mezzo di utile, cioè un profitto del 33 per cento pagato ovviamente dall’Inpgi e da tutti i suoi iscritti;

perché, allora, nella delibera di acquisto del presidente Camporese si presenta l’affare come lucroso per l’istituto, si parla di “sconto” del 4,39 per cento e si dice che il valore unitario certificato delle quote FIP era di oltre 140.000 euro l’una. Questa valutazione non pare essere sicura se si considera che il valore unitario della quota del Fondo, pubblicato ufficialmente da FIP, al 31 dicembre 2008 era pari a 138.552,563 euro;

considerato inoltre che scriveva il “Corsera Magazine” il 3 febbraio 2009: «Mercato immobiliare in crisi. Magnoni ricorre a soci forti che non badano a spese e non badano neanche alle loro perizie interne. In Italia si è infatti sparsa la voce che lo studio tecnico di INPGI presieduto dall’Ing. Francesco Imbimbo e l’Avv. Pietro Manetta effettua perizie immobiliari, di cui l’intero Consiglio di Amministrazione non tiene conto. Di pochi mesi infatti l’acquisto della nuova sede di ODG in Via Parigi 11 periziata dall’ingegner Francesco Imbimbo per 5.5 milioni ed acquistata poche ore dopo a 7.7 milioni, un aumento vertiginoso del 40% mentre il mattone scende in tutto il mondo. Un miracolo per il venditore Agrilatte srl partecipata da Unalat srl, un miracolo si sarà detto anche il banchiere Magnoni che per le sue quote non di latte ma di mattoni forse era in cerca di partners è il caso di dire, senza troppi peli sulla perizia? Inpgi infatti secondo alcune dichiarazioni rese dal Presidente Andrea Camporese sarebbe intenzionato ad effettuare un investimento immobiliare di 30 milioni nella Sopaf di Magnoni e precisamente rilevando alcune quote del fondo FIP acquistate dal fondo Sopaf nel 2005 durante il boom immobiliare. Ci domandiamo se l’Ing. Francesco Imbimbo abbia partecipato insieme all’Avv. Pietro Manetta dell’ufficio tecnico immobiliare alla realizzazione delle due diligence per verificare se i valori di libro delle quote del fondo FIP siano in linea con i valori attuali delle proprietà immobiliari detenute in portafoglio e comunque non edulcorati come appaiono moltissimi immobili acquistati durante il boom immobiliare. Dai prezzi del 2005 il valore degli immobili in Italia è sceso almeno del 30%. E’ lo stesso sconto che ha concesso la Sopaf di Magnoni per rivendere le sue quote antiche all’INPGI? I giornalisti italiani sono stati informati? Ci domandiamo infatti chi controlla i vertici di INPGI nelle loro trattative immobiliari,quando come appare il Consiglio di amministrazione di INPGI alle volte sottoscrive procure speciali per l’acquisto anche di singoli immobili? Quale organo dovrebbe controllare la discrezionalità sui prezzi di acquisto, posto che in Via Parigi il prezzo di acquisto è risultato più alto del 40% da quello della perizia? Ricordiamo infatti che per l’acquisto di Via Parigi il Consiglio di amministrazione di INPGI deliberava una procura speciale al Presidente Gabriele Cescutti che a suo insindacabile giudizio rilanciò di oltre 2.2. milioni di euro il prezzo della perizia realizzata dal suo stesso ufficio tecnico. Come mai un così lauto regalo alla società venditrice? Come mai inoltre il Presidente Gabriele Cescutti smentiva l’intervento di un mediatore che al contrario risultava addirittura citato nella medesima delibera del Consiglio di amministrazione di INPGI che gli affidava la procura per l’acquisto della sede di ODG? E come mai il Presidente Lorenzo Del Boca smentiva il Cescutti confermando l’intervento del mediatore nelle trattative che si era strenuamente battuto per far accettare condizioni decisamente più convenienti per INPGI e ODG? Quale soggetto apicale smentisce le perizie tecnico estimative dell’unico ufficio interno di INPGI preposto alla valutazione immobiliare? O forse l’Ing. Imbimbo è l’uomo dei miracoli e le sue perizie si trasformano durante la notte e comunque prima dei regali ai venditori?»,

si chiede di sapere:

quali risultino essere i motivi per cui l’Inpgi abbia acquistato quote del fondo FIP rilevate da una controllata lussemburghese del gruppo Sopaf nel pieno del boom immobiliare e le abbia rivendute con laute plusvalenze ad investitori istituzionali; quale risulti essere la strategia di un ente come Inpgi che ha motivato l’acquisto in seconda battuta di quote di fondi con valori a libro altissimi quando sul mercato oggi si possono acquistare immobili ad uso ufficio a prezzi di gran lunga più convenienti;

chi risulti essere stato l’autore della certificazione del valore unitario della quota del fondo FIP (oltre 140.000 euro) che presentò l’acquisto di quote FIP da parte di Inpgi come “un affare”;

chi siano Francesco Imbimbo e Pietro Manetta e quale sia stato il loro ruolo in questa operazione;

perché, nonostante la stampa economica e internazionale ne avesse parlato diffusamente, nessuno a quanto pare dentro l’Inpgi si sia dedicato a capire come mai, appena poche settimane prima di cedere quote di FIP a Inpgi, Sopaf avesse acquistato dal gruppo austriaco quote di FIP per un valore inferiore del 20 per cento a quello pagato dagli austriaci e comunque inferiore di oltre il 33 per cento al prezzo pagato dall’Inpgi a Sopaf solo pochi giorni dopo;

nell’acquisto di quote di FIP per 30 milioni di euro, del febbraio 2009, con una delibera firmata dal presidente Camporese, chi avrebbe fatto l’affare, se l’Inpgi o la Sopaf che avrebbe guadagnato 7,5 milioni su 30 di ricavi;

se i Ministri in indirizzo, a cui sono affidati compiti di ispezione e controllo, abbiano compiuto attività di sorveglianza ed ispezione su una gestione basata su investimenti troppo rischiosi per degli enti che hanno l’obiettivo di garantire le pensioni e non di generare alti rendimenti;

quali iniziative intendano assumere al fine di garantire agli iscritti delle Casse controlli più accurati e maggiore trasparenza su ciò che accade all’interno delle gestioni.

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RAI-pagamento canone apparecchi atti od adattabili alla ricezione delle radioaudizioni

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00429
Atto n. 2-00429

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

la Rai, un’azienda a giudizio dell’interpellante lottizzata che sempre di più ammannisce cattiva informazione e servizi spesso “taroccati” e strappalacrime per inseguire il feticcio dell’audience, ha sfornato l’ennesimo balzello, a carico di imprese, studi professionali ed uffici, per imporre un pesante tributo sul possesso non solo degli apparecchi televisivi, ma anche di qualsiasi dispositivo atto o adattabile a ricevere il segnale, inclusi monitor per il personal computer, videofonini, videoregistratori, Ipad, addirittura sistemi di videosorveglianza, telefonini che si collegano ad Internet, con una somma che, a seconda della tipologia di impresa, va da un minimo di 200 fino a 6.000 euro all’anno a carico di oltre 5 milioni di utenti per un controvalore di un miliardo di euro annui;

a giudizio dell’interpellante, è l’ennesima vergogna, l’ennesimo tentativo di scippo con destrezza che deve essere respinto al mittente, da parte del Ministro dello sviluppo economico Corrado Passera, al quale Adusbef e Federconsumatori si appellano, per evitare l’ennesimo salasso;

«Non ci risulta – hanno affermato i presidenti di Adusbef e Federconsumatori – che il Ministero dello sviluppo economico abbia deliberato l’assoggettamento dei personal computer, dei videofonini e di altri apparati utilizzati per il lavoro, non certo per lo svago, al pagamento del canone Tv; per questo tutti coloro che hanno ricevuto richieste di pagamento, come aziende ed uffici professionali del canone TV da parte della RAI per la detenzione di uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione di trasmissioni radiotelevisive al di fuori dell’ambito familiare, compresi computer collegati in rete (digital signage e similari), indipendentemente dall’uso al quale gli stessi vengono adibiti, non paghino nulla e se avessero già pagato si rivolgano alle associazioni dei consumatori, che impugneranno l’intimazione di pagamento – qualora si insista – alla Consulta, per la tutela legale oltre ad un eventuale risarcimento dei danni»;

sul “Corriere della sera” on line del 20 febbraio 2012 si può leggere: «”Arrivo in ufficio e trovo la segretaria ridere di fronte al canone Rai per l’ufficio. Quattrocentododici euro”. Una sollevazione popolare (…) attraverso centinaia di post su Twitter avanza creando una campagna (…) senza giri di parole (…) Ma non solo Internet. Anche politici (bipartisan) e associazioni dei consumatori. Tutti in coro, ognuno con i suoi toni, dicono “no” alla richiesta della Rai a imprenditori e liberi professionisti di pagare il canone se possiedono un computer con connessione internet. L’azienda di Stato si riferisce – addirittura – al regio decreto legge del 21 febbraio 1938, n. 246: “Chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento”. (…) Sia dal Popolo della libertà che dal partito democratico sono arrivate critiche alla campagna di comunicazione lanciata dall’emittente di Stato. “Il combinato disposto di una serie di articolati consentirebbe di esigere il canone anche da chi ha un semplice Ipad, una patente stortura”, ha spiegato in una nota Bruno Murgia, deputato del Pd, che già nel 2007 ha presentato alla Camera un proposta di legge per esentare dal canone i proprietari di pc, videofonini e palmari. “Pretendere denari da chi paga regolarmente il canone per le proprie abitazioni non è tollerabile”, ha sottolineato, senza contare che “la pressione fiscale ha già superato il livello di guardia”. Sulla stessa linea Giancarlo Sangalli, senatore Pd. “Si sta veramente esagerando”, ha detto in un comunicato, “presenterò un’interrogazione al presidente Monti nella sua qualità di ministro dell’Economia. In un momento di così grave difficoltà per numerose imprese, l’imposizione dell’ennesima tassa è del tutto fuori luogo”. “Se la Rai pensa di fare cassa con le aziende e i lavoratori autonomi possessori di pc si sbaglia di grosso” ha detto il presidente dei senatori dell’Italia dei Valori, Felice Belisario. “È probabile che le aziende non acquistino pc o iphone per vedere Sanremo in live streaming. Più probabile – conclude Belisario – che questi siano, oggi, strumenti indispensabili di lavoro. Inviare il bollettino per il pagamento del canone al popolo delle partite Iva, inoltre, è una beffa che si aggiunge al danno di quei tantissimi che sono stati costretti ad aprire una posizione invece di essere assunti. Il canone va pagato e va combattuta l’evasione ma basta con balzelli e stravaganze”»;

si legge ancora: «Per Rete Imprese Italia chi non paga è soggetto a pesanti sanzioni e a controlli da parte degli organi di vigilanza. “Quella del canone speciale Rai è una richiesta assurda perché vengono “tassati” strumenti come i computer che gli imprenditori utilizzano per lavorare e non certo per guardare i programmi Rai. Tanto più se si considera che il Governo spinge proprio sull’informatizzazione per semplificare il rapporto tra imprese e Pubblica Amministrazione. In questo momento di gravi difficoltà per i nostri imprenditori, di tutto abbiamo bisogno tranne che di un altro onere così pesante e ingiustificato”»;

considerato che:

secondo la Rai, dovrebbero pagare il canone i seguenti apparati di ricetrasmissione: televisione, videoregistratore, registratore dvd, computer (indipendentemente dalla presenza di una scheda televisiva o di una connessione Internet ), videofonino, tvfonino, monitor di qualsiasi tipo anche in assenza di un computer, decoder, monitor del citofono, modem, navigatore satellitare, videocamera, macchina fotografica digitale;

in data 19 marzo 2008, la Direzione centrale normativa e contenzioso dell’Agenzia delle entrate si è dichiarata incompetente, come già la Rai, indicando il Ministero delle comunicazioni quale soggetto competente in materia: “In merito agli apparecchi il cui possesso determina l’obbligo di corrispondere il canone per l’abbonamento televisivo – risponde l’Agenzia – si fa presente che detta attività esula dalla competenza istituzionale della scrivente, in quanto spetta al Ministero delle Comunicazioni procedere a tale individuazione. In ragione di ciò, al predetto Ministero, con nota 67800 del 2007, è stato chiesto di fornire precisazioni riguardo la problematica in trattazione”. Altrettanti quesiti sono stati posti, in alcune regioni, alla rispettiva Direzione regionale dell’Agenzia delle entrate: le risposte sono state inizialmente contraddittorie, con alcune che dicevano che bisognava pagare e altre no, ma, dopo lo “sbandamento” iniziale, anche con comunicazioni di correzione alle missive precedenti, si sono tutte allineate all’attesa di un chiarimento da parte del Ministero competente;

sono state presentate al Ministero delle comunicazioni molte interrogazioni parlamentari sull’argomento (si vedano ad esempio gli atti della Camera dei deputati 4-03226, 4-05224, 4-05376, 4-05609; l’atto del Senato 4-00029 nella XVI Legislatura). Il Sottosegretario di Stato pro tempore per lo sviluppo economico ha risposto solo all’ultima di tali interrogazioni, ma non ha chiarito né disposto quali apparecchi. Ha infatti concluso la risposta come segue: “In considerazione del fatto che non sussiste ancora una interpretazione univoca circa la individuazione degli apparecchi, diversi dai televisori tradizionali, atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni, si ritiene opportuno procedere ad un approfondimento tecnico-giuridico della questione, anche attraverso il confronto con il Ministero dell’economia e delle finanze, l’Agenzia delle entrate e la concessionaria del servizio pubblico”;

non risulta che il Ministero, a seguito di tale approfondimento tecnico-giuridico e relativo confronto, abbia deliberato l’assoggettamento del personal computer al pagamento del canone;

nonostante ciò, a partire dal febbraio 2012, numerose aziende e uffici hanno ricevuto una missiva da parte della Rai in cui si richiede il pagamento del canone TV da parte della Rai per la detenzione di “uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione di trasmissioni radiotelevisive al di fuori dell’ambito familiare, compresi computer collegati in rete (digital signage e similari), indipendentemente dall’uso al quale gli stessi vengono adibiti”;

la Rai non può di propria iniziativa riscuotere il canone per apparecchi diversi dal televisore tradizionale senza previa decisione in tal senso del competente Ministero dello sviluppo economico;

in ogni caso, la discriminazione fra computer collegati e non collegati in rete non ha alcun fondamento normativo, poiché il canone è dovuto per la detenzione di apparecchi “atti o adattabili”;

il computer è uno strumento ormai indispensabile allo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa, e l’inclusione dello stesso fra gli apparecchi tassati significherebbe di fatto imporre una nuova imposta sul lavoro;

anche durante il festival di Sanremo con i massimi ascolti, la Rai ha mandato in onda uno spot che invita a pagare il canone Rai a tutti i soggetti che utilizzano personal computer ed altri strumenti tecnologici usati prevalentemente per finalità ed attività lavorative, con la promessa di poter detrarre tali odiosi balzelli dalla dichiarazione dei redditi. Una campagna che prosegue a reti unificate, a giudizio dell’interpellante per indurre buona parte dei 5 milioni di soggetti ad adempiere ad un vero e proprio abuso,

si chiede di sapere:

se il Governo intenda chiarire se il canone Rai debba essere pagato per il possesso dei richiamati strumenti tecnologici, come pretenderebbe la Rai, che ha promosso una campagna di informazione dai contenuti secondo l’interpellante chiaramente estortivi a danno di almeno 5 milioni di imprese e di consumatori, che non utilizzano strumenti tecnologici per guardare la tv di Stato, ma esclusivamente per finalità di lavoro, volti ad assoggettare gli apparecchi elettronici al pagamento del balzello;

se imporre il pagamento di un canone di abbonamento a videoregistratore, registratore dvd, computer senza scheda tv ma con connessione ad Internet , computer senza scheda tv e senza connessione Internet , videofonino, tvfonino, Ipod e apparecchi mp3-mp4 provvisti di schermo, monitor a sé stanti (senza computer annesso), monitor del citofono, modem, decoder, videocamera, macchina fotografica digitale, non costituisca un abuso per far gravare su utenti e consumatori i costi di una gestione fallimentare di una Rai lottizzata, che a giudizio dell’interpellante non ha mai garantito il pluralismo dell’informazione, ma guardato agli esclusivi interessi di alcuni partiti di riferimento, che nominando i vertici Rai hanno contribuito ad un’indecorosa spartizione;

quali misure urgenti di competenza il Governo intenda adottare, per rimediare ad un comportamento a giudizio dell’interpellante illegittimo della concessionaria del servizio pubblico, che oltre a vessare gli utenti del servizio pubblico ed a perseguitarli con minacce, anche se non dispongono di un apparecchio televisivo e non intendono possederlo per non rendersi complici spettatori di una TV faziosa ed arrogante, pretende di far pagare un canone speciale a quegli utenti e consumatori che utilizzano strumenti tecnologici per pure finalità di lavoro.

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Grandi Stazioni-Stazioni Tiburtina

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06907
Atto n. 4-06907

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa (“Milano Finanza” del 16 febbraio 2012) che sarà Grandi Stazioni a gestire il più importante hub dell’alta velocità, la stazione di Roma Tiburtina;

Grandi Stazioni SpA è una società del gruppo Ferrovie dello Stato, partecipata al 40 per cento dai gruppi Benetton, Pirelli e Caltagirone, anch’essa con sede a Roma, nata nel 1998 con lo scopo di riqualificare e gestire, anche commercialmente, le 13 maggiori stazioni italiane. Attualmente il presidente è Mauro Moretti, l’amministratore delegato Fabio Battaggia;

l’investimento complessivo del gruppo Ferrovie nella nuova stazione romana ha superato i 300 milioni di euro, per 32.000 metri quadrati di aree aperte al pubblico, 17.000 di zone commerciali e circa mille metri quadrati di altri spazi;

il bando della gara prevede che il vincitore della gara abbia il diritto allo sfruttamento commerciale della stazione, anche consentendo l’uso a terzi per fini commerciali, espositivi, eventi e conferenze. La concessione garantisce anche lo sfruttamento pubblicitario delle aree e implica la conduzione e manutenzione degli immobili;

considerato che scriveva “Linkiesta” il 26 luglio 2011: «L’azienda gestisce già le tredici principali stazioni italiane e ora punta su quelle di nuova costruzione che ospiteranno i viaggiatori più ricchi, quelli dei treni veloci. L’obbiettivo è semplice: vendere gli spazi pubblicitari, riscuotere l’affitto dei negozi e incassare una percentuale per ogni prodotto venduto in stazione. Un ottimo affare. Finora, per la verità, Grandi Stazioni non ha dato grande prova di efficienza. Dieci anni fa ottenne il diritto di sfruttamento commerciale, per cinquant’anni, di tesori come Roma Termini, Milano Centrale e Firenze Santa Maria Novella. In cambio avrebbe dovuto investire su tutte e tredici le stazioni in affidamento per trasformarle in moderni scali ferroviari, con radicali interventi di ristrutturazione approvati dal Cipe nel 2003. Ma sono passati otto anni e le stazioni di Venezia, Verona, Bologna, Genova, Firenze, Bari e Palermo sono ancora arretrate, inadeguate, in qualche caso fatiscenti. Gran parte dei lavori, dai documenti che abbiamo raccolto, risultano fermi o appena agli inizi. Anche gli interventi su Milano Centrale e Torino Porta Nuova sono stati realizzati solo in parte e con estrema lentezza, nonostante le inaugurazioni in pompa magna. Per Roma Termini, che era già pronta nel Duemila, servivano opere di adeguamento che ancora non si vedono e Napoli Centrale, presentata da tre anni come “quasi pronta”, non arriva mai a compimento. Negli ultimi otto anni Grandi Stazioni avrebbe dovuto investire circa 360 milioni di euro. Nello stesso periodo ha incassato molto di più, un miliardo e 376 milioni. In questa pagina, più nel dettaglio, pubblichiamo l’elenco degli impegni e lo stato di avanzamento delle opere. Nonostante il curriculum non proprio lusinghiero, Grandi Stazioni ha ottime possibilità di ricevere la gestione dei futuristici scali ad alta velocità, ancora in costruzione, finanziati con fondi pubblici. Per ora quelle strutture sono in mano a Rfi (la società di Fs responsabile della rete), ma quando saranno pronte dovranno essere date in affidamento. La strada è spianata perché nel contratto con Grandi Stazioni c’è una clausola chiamata last call che garantisce il diritto di prelazione, ovvero una “corsia preferenziale” per ottenere l’affidamento. Nello stesso contratto, firmato da Rfi nel 2000, ci sono diverse sorprese. Non sono fissati, ad esempio, termini e penali per i lavori sulle tredici stazioni. Le opere, che sarebbero urgenti e fondamentali, di fatto possono essere eseguite con la massima calma, a discrezione della società affidataria. La morbidezza delle regole, forse, si deve alla circostanza che il contratto è stato siglato da Ferrovie dello Stato (attraverso Rfi) con se stessa (attraverso Grandi Stazioni). E adesso rischia di ripetersi lo stesso film. L’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, chiamata a rispondere sul possibile affidamento dell’alta velocità a Grandi Stazioni, non ha sollevato obiezioni per il conflitto di interessi. In compenso, il 24 marzo scorso, ha dichiarato “inoperativa” la clausola di “last call”, incompatibile con le regole comunitarie sulle gare d’appalto. Quello dell’Autorità comunque è solo un “parere non vincolante” e Grandi Stazioni, che si dichiara “perplessa”, è pronta a dare battaglia. Anche perché la società, negli ultimi otto anni, ha cambiato volto: l’amministratore delle Ferrovie, Mauro Moretti, si è battuto per assumere il controllo diretto e Grandi Stazioni è diventata il suo gioiello più caro. Fino al 2007 il controllo era in mano al trio Benetton, Pirelli e Caltagirone, che avevano la quota di minoranza ma nominavano i dirigenti nelle posizioni chiave. Ci sapevano fare: spazi sfruttati all’osso e canoni di locazione esorbitanti, più un prelievo fino al 25% sul fatturato lordo dei negozianti. Soldi a carrettate e un contratto libero da penali: che bisogno c’era di fare investimenti? Quindi si è preferito procedere senza fretta, dando la precedenza a Milano, Torino, Napoli e Firenze, che ospitano fiumi di viaggiatori e possono garantire, facendo posto ai negozi, ulteriori profitti. Anche città produttive del Nord come Venezia, Novara e Genova hanno ricevuto qualche attenzione, ma il Sud Italia, con le stazioni di Bari e Palermo, è stato lasciato a se stesso: all’inizio di quest’anno lo stato di avanzamento dei lavori era ancora all’1%. Così, mentre i bilanci delle Ferrovie sprofondavano in rosso (conti che sono poi migliorati successivamente), Grandi Stazioni continuava a macinare utili (ricevendo commesse in mezza Europa, dove i cantieri vanno spediti). Nel 2006 si cambia registro: Mauro Moretti, ex sindacalista Cgil, nuovo amministratore delle Ferrovie, vuole vederci chiaro: appena insediato ordina un controllo interno per individuare le responsabilità della mancata esecuzione dei lavori. Ritiene che la colpa sia degli azionisti privati, si impunta, paralizza il consiglio d’amministrazione per quattro mesi e si autoproclama presidente della società. Il controllo torna in mano pubblica. Una rivoluzione? Mica tanto. Perché i lavori, anche dopo il colpo di mano di Moretti, restano come prima, sempre al palo. Anzi, dal sito di Grandi Stazioni scompare la sintesi della maggior parte dei progetti, che oltretutto vengono modificati, di punto in bianco, senza rendere conto a nessuno. Piovono le interrogazioni parlamentari e il Cipe lancia ammonimenti: “Ve ne assumete la responsabilità”. Grandi Stazioni, per voce del ministro Matteoli, spiega che “ha dovuto valutare la modifica e l’adeguamento dei singoli interventi” per portare a termine “almeno parte del programma originario”. E nel 2010, per giustificare la lentezza dei lavori, la società accampa un elenco di giustificazioni: “imprevisti interventi di bonifica”, “modifiche ai progetti antincendio”, “prescrizioni dalle soprintedenze per i beni architettonici”, “rinvenimenti archeologici” e “verifiche degli edifici” per la “classificazione sismica”. Tutti imprevisti che Grandi Stazioni non aveva messo in conto. Ma almeno gli affari vanno bene? Non proprio. A partire dal 2008 i conti peggiorano perché la società fatica a vendere gli spazi pubblicitari che fino all’anno prima (quando se ne occupavano i privati) andavano ancora a ruba. Non solo: da documenti confidenziali interni risulta che i margini operativi, che in passato aumentavano a ritmo sostenuto, nelle previsioni (solitamente ottimiste) non cresceranno più di tanto. Potrebbe essere un indizio preoccupante. Infatti, se nel futuro prossimo si inaugurassero nuove stazioni pronte a ospitare altri negozi, le proiezioni dovrebbero registrare un picco positivo. Segno che la conclusione delle opere, a dieci anni dalla firma degli impegni, potrebbe essere ancora lontana. Ecco perché gli snodi ad alta velocità fanno così gola a Grandi Stazioni: belli e pronti, modernissimi e ben frequentati, progettati come grandi centri commerciali, sono il boccone del prete. Se le indicazioni dell’Autorità di controllo saranno rispettate dovrebbero essere oggetto di gare d’appalto. A quel punto Mauro Moretti si troverà in una posizione un po’ strana: amministratore di Ferrovie e presidente di Grandi Stazioni, che è controllata da Ferrovie e che partecipa a una gara di Rfi, che è sempre controllata da Ferrovie. In questa confusione di ruoli, al momento di assegnare l’appalto, chissà se si terrà conto degli impegni mancati. Ma soprattutto stavolta, al momento di scrivere il contratto, qualcuno ricorderà di inserire le penali?»,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali siano le sue valutazioni a riguardo;

se corrisponda al vero che la società Grandi Stazioni non abbia dato grandi prove di efficienza come ad esempio per le stazioni di Bari e Palermo il cui stato di avanzamento dei lavori è ancora oggi all’1 per cento;

se risponda a verità che dall’assunzione da parte di Moretti della carica di presidente della società la situazione è rimasta nel medesimo stallo, anzi, dal sito di Grandi Stazioni è scomparsa la sintesi della maggior parte dei progetti, che oltre tutto vengono modificati, di punto in bianco, senza rendere conto a nessuno;

se l’aggiudicazione della stazione Tiburtina sia avvenuta con regolare gara e se la confusione di ruoli in capo a Moretti, amministratore di Ferrovie e presidente di Grandi Stazioni, che è controllata da Ferrovie e che partecipa a una gara di Rete ferroviaria italiana (Rfi), che è sempre controllata da Ferrovie, non abbia influenzato l’assegnazione dell’appalto;

quali siano i motivi in base ai quali nei contratti in questione non siano stati fissati i termini e le penali per i lavori sulle tredici stazioni per cui la società affidataria può liberamente dilatare i tempi di realizzazione delle opere e quali iniziative il Governo intenda adottare per assicurare nell’interesse dei cittadini l’accertamento delle responsabilità;

quali siano le considerazioni relativamente alla clausola chiamata last call del contratto con Grandi Stazioni che garantisce il diritto di prelazione per ottenere l’affidamento, e quali iniziative di conseguenza intenda adottare anche alla luce delle obiezioni dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici che l’ha ritenuta «inoperativa» perché incompatibile con le regole comunitarie sulle gare d’appalto;

quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di garantire agli utenti investimenti nella dorsale adriatica, da tempo sacrificata, e nel trasporto pendolare, invece di continuare a disperdere risorse per grandi stazioni spesso inutili o secondarie rispetto alle priorità del Paese come Tiburtina a Roma, Foster/Alta velocità a Firenze.

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Tesoro-titoli derivati-Morgan Stanley

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02666
Atto n. 3-02666

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che la Goldman Sachs è una delle più grandi e importanti banche di affari del mondo, ha la propria sede legale negli Stati Uniti, è quotata alla borsa di New York, si occupa anche degli investimenti a rischio e sui derivati, amministra fondi previdenziali, offre consulenze a migliaia di società, che la utilizzano per gestire i loro investimenti, per ristrutturarsi e per effettuare nuove acquisizioni. Alcuni anni, quando i tassi scendevano, un giornale americano, il “New York Times”, notò che l’Italia invece di ridurre il costo degli interessi sul debito pubblico, continuava a pagare lo stesso ammontare sullo stock del debito pubblico. Sempre il “New York Times” riportò la notizia che, grazie ai derivati, dal 1996 l’Italia avrebbe truccato i conti, o meglio sottaciuto al popolo italiano l’esistenza di derivati sul debito tramite un contratto con una banca internazionale, la JPMorgan, senza suscitare conferme o smentite da parte dei Governi che si sono succeduti. Nei giorni scorsi, e precisamente il 3 gennaio 2012, il Tesoro avrebbe chiuso una posizione con Morgan Stanley, dirottando 2 miliardi e 567 milioni di euro nelle casse della banca newyorkese. Sono stati gli stessi vertici della Morgan Stanley, a comunicare che l’esposizione verso l’Italia è scesa da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari, una differenza di 3,381 miliardi corrispondenti a 2,567 miliardi di euro. Le operazioni di swap possono essere così spiegate: supponendo che un debitore abbia contratto un mutuo da 100.000 euro con una banca al tasso del 4 per cento fisso per 20 anni, si può stipulare un contratto con un’altra banca che potrebbe anticipare circa 20.000 euro dietro l’accettazione di pagare un interesse più alto, ad esempio, del 5 per cento per la vita residua del debito e fino alla sua estinzione. In questo modo si ottiene una liquidità aggiuntiva, ma si acquisisce il rischio di pagare un interesse più elevato, operazione fatta dalla Grecia sul suo debito, ossia uno swap perfezionato dalla Goldman Sachs per ottenere l’ingresso nell’euro proprio ai tempi in cui l’ex Governatore della Banca d’Italia ed oggi presidente della Banca centrale europea Mario Draghi prestava la sua opera come vice-presidente per l’Europa della banca americana. Una somma utilizzata dal Governo italiano per estinguere un’operazione di derivati finanziari, anche se non è chiara la ragione per cui la Morgan Stanley abbia richiesto la “chiusura della posizione”, opzione prevista dopo un certo numero di anni da quasi tutti i contratti sui derivati, ma raramente applicata: il motivo più verosimile potrebbe essere il declassamento deciso dall’agenzia di rating Standard & Poor’s. Certo, finché nessuna delle due parti fornirà spiegazioni, si potrà rimanere solo nell’ambito delle ipotesi. Lo swap con i derivati è stato adottato anche dall’Italia e rinnovato dai Governi che si sono succeduti in maniera bipartisan, configurando in tal modo un’esposizione nel bilancio per un controvalore che potrebbe ammontare, secondo alcune stime, circa a 30 miliardi di euro;

considerato che:

in un articolo uscito il 4 febbraio 2012 su “Linkiesta” dal titolo: “Professor Monti, ci dica la verità sui derivati che abbiamo in pancia”, Nicolò Cavalli, pone il quesito al Presidente del Consiglio: «Secondo le stime più accurate, il Tesoro italiano ha in portafoglio circa 30 miliardi di euro in derivati. Questo fatto pone forti dubbi riguardo alla sostenibilità del debito – e infatti tutti i governi che si sono succeduti dal 1996 hanno accuratamente evitato di chiarire di quanto l’Italia sia effettivamente esposta, e se ci sia il rischio di dover pagare, nel futuro prossimo, gli investitori che decidano di liberarsene, spinti dal nuovo impianto regolatorio e dalla crisi dei debiti europei. Morgan Stanley ha recentemente ridotto la sua esposizione verso l’Italia per circa 3,4 miliardi di euro: una spesa imprevista per lo Stato che potrebbe aggirarsi attorno ai 2 miliardi. Ma nessuno ne parla. Interessantissimo articolo oggi su ifre.com, che getta luce su un importante aspetto della composizione del debito pubblico del nostro Paese – e quindi sulla sua sostenibilità. Si tratta di capire, infatti, quanti derivati possiede il Tesoro italiano nel suo portafoglio. Come riportato quasi un anno fa da Wall Street Italia, il New York Times ha sostenuto che, a partire dal 1996, l’Italia avrebbe “truccato” i propri conti utilizzando derivati grazie all’aiuto di JP Morgan. Su questo argomento tutti i governi succedutisi nel tempo hanno mantenuto uno scrupoloso silenzio (troppo scrupoloso?), anche quando, il 19 Dicembre del 2009, il Fatto Quotidiano aveva segnalato uno strano fenomeno: i tassi di interesse scendevano, ma lo Stato continuava a pagare sempre lo stesso tasso sullo stock di debito. Qualche mese fa, un articolo di Linkiesta ha articolato meglio la questione, citando i dati Eurostat, che rivelano che il Tesoro italiano ha utilizzato massicciamente i derivati, in particolare dal 1998 al 2008, utilizzando cross-currency swap e interest rate swap, ma anche cartolarizzazioni. Si tratta di strumenti largamente utilizzati da vari enti pubblici, come spiegato sempre da Linkiesta in un articolo successivo. Ciò che sappiamo dai dati Eurostat è che l’Italia ha guadagnato su questi strumenti almeno fino al 2006, anno in cui la tendenza ha iniziato ad invertirsi e le perdite hanno iniziato a materializzarsi. Per gli anni successivi non esistono dati accertati, a causa dell’assenza di informazioni provenienti da fonti ufficiali. Quanto è grande questo fenomeno oggi? E sta continuando? Quanti derivati ha in pancia il governo italiano? Queste non sono domande di poco conto. La maggior parte delle stime sostiene che i derivati del Tesoro abbiano un valore di circa 30 miliardi di euro, e molti banchieri sostengono che l’Italia sia il più grande utilizzatore sovrano di strumenti derivati. Il che non sarebbe un problema in se, se non fosse che l’opacità informativa rischia di alimentare dubbi circa la sostenibilità di questo stock di contratti, in particolare in un momento in cui nessun Paese è bersagliato come l’Italia, con 29 miliardi di dollari di scommesse contrarie su oltre 7500 contratti di CDS, come riportato da Linkiesta già nell’Aprile scorso. La questione, insomma, è tutt’altro che irrilevante: l’articolo di IFRE prende l’esempio di Morgan Stanley, che ha recentemente ridotto la sua esposizione in swap verso l’Italia di circa 3,4 miliardi di dollari. Se questo interest rate swap fosse stato ristrutturato e assegnato a un’altra banca, allora l’Italia non sarebbe stata particolarmente toccata dalla vicenda. Ma se lo swap fosse stato chiuso – e molti ritengono sia andata così – allora l’Italia avrebbe dovuto pagare almeno 2 miliardi di euro. La European Bank Authority riporta che l’Italia è esposta per 5,1 miliardi di euro in swap verso le banche europee, e questo non include quelle statunitensi, quelle svizzere né quelle inglesi. Cosa succederebbe se gli investitori decidessero di chiudere queste posizioni, che sono peraltro più costose con il nuovo regime regolatorio? Semplice, l’Italia si troverebbe d’improvviso a dover pagare svariati miliardi di euro. Un’eventualità assolutamente infelice per i prospetti finanziari del nostro Paese e per gli investitori in titoli di stato, per lo più piccoli risparmiatori che hanno diritto di conoscere la reale esposizione italiana a questo rischio. Quindi (…) finiamola con l’opacità»;

si legge su un articolo pubblicato su “L’espresso” il 3 febbraio 2012: “In gran silenzio, a inizio anno il governo italiano ha dato due miliardi e mezzo alla potente banca Usa. Un’operazione su una posizione in derivati che il Tesoro non ha voluto commentare. Peggiorando così le cose”, come racconta Orazio Carabini, nel citato articolo dal titolo: “Super regalo a Morgan Stanley”. «Due miliardi e 567 milioni di euro. Passati dalle casse del Tesoro a quelle di Morgan Stanley il 3 gennaio scorso, alla vigilia dell’Epifania. In gran silenzio il ministero di via XX Settembre ha “estinto” una posizione in derivati che aveva con una delle grandi investment bank americane. I cui vertici, nelle periodiche comunicazioni alla Sec, segnalano che l’esposizione verso l’Italia a cavallo di fine anno è scesa, al lordo delle coperture, da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari. Con una differenza di 3,381 miliardi pari appunto a 2,567 miliardi di euro. Né Morgan Stanley né il Tesoro hanno voluto spiegare a “L’Espresso” il senso dell’operazione. Inutile dire che la banca aveva un credito nei confronti dello Stato italiano e che il Tesoro era evidentemente tenuto a rimborsarlo. Molti contratti sui derivati prevedono che, dopo un certo numero di anni, una delle due parti può chiedere la chiusura della posizione. Ma non accade spesso. Altre volte sono previsti dei “termination event”, ovvero fatti che possono innescare la soluzione del contratto: per esempio il downgrade dell’Italia da parte di Standard & Poor’s. Secondo fonti di mercato, l’operazione si sarebbe conclusa a costo zero, o quasi, per il Tesoro grazie a una triangolazione: Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo) sarebbe infatti subentrata a Morgan Stanley consentendo agli americani di “alleggerirsi” rispetto alla Repubblica italiana. Nei mesi scorsi ha fatto scalpore la riduzione della posizione in titoli italiani da parte della Deutsche Bank: nel primo semestre del 2011 la banca tedesca ha venduto oltre 7 miliardi di euro di Btp. Seguita da altre grandi banche, soprattutto francesi. Per il ministro dell’Economia Mario Monti e per il suo vice Vittorio Grilli, ex direttore generale del Tesoro, impegnati a riportare la fiducia dei mercati sul debitore Italia, la richiesta di Morgan Stanley (la cui branch italiana è diretta dall’ex direttore generale del Tesoro Domenico Siniscalco) deve essere stata una brutta sorpresa. L’episodio riapre la questione della trasparenza delle operazioni in derivati che sono gestite dal Tesoro nella più totale opacità: nessuno sa a quanto ammontano e una volta all’anno viene comunicato (agli uffici di statistica) il guadagno o la perdita complessivamente registrata su quel tipo di operazioni. Infine c’è un problema di immagine per quello che è spesso chiamato “governo dei banchieri”: dare 2,567 miliardi a Morgan Stanley mentre si stangano i pensionati e si stanziano 50 milioni per la social card non suona bene»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che l’operazione di rimborso pari a 2,567 miliardi di euro a Morgan Stanley sia stata triangolata con Imi Banca (gruppo Intesa Sanpaolo), che sarebbe subentrata a Morgan Stanley consentendo agli americani di “alleggerirsi” rispetto alla Repubblica italiana e se ciò non evidenzi un potenziale conflitto di interessi con un Ministro del Governo già a capo di Banca Intesa e quali siano i costi del Tesoro per perfezionare e ristrutturare tale anomala ed opaca transazione;

quale sia il reale ammontare di swap e derivati detenuti dal Tesoro, quali le banche coinvolte, le modalità di gestione delle operazioni in derivati, le motivazioni che hanno indotto il Governo a scegliere tra i molti creditori di onorare il debito proprio con Morgan Stanley, banca di affari diretta dall’ex direttore generale del Tesoro Domenico Siniscalco;

se sia vero che l’Italia sia il più grande utilizzatore sovrano di strumenti derivati, con un valore di 30 miliardi di euro in capo al Tesoro, quali siano le ragioni di una opacità informativa che rischia di alimentare dubbi circa la sostenibilità di questo stock di contratti, in particolare in un momento in cui nessun Paese è bersagliato come l’Italia, con 29 miliardi di dollari di scommesse contrarie su oltre 7.500 contratti di CDS (credit default swap), come riportato da “Linkiesta” nell’aprile 2011;

quali siano le ragioni delle mancate smentite alle illazioni del “Wall Street Italia” e del “New York Times”, le cui tesi hanno sostenuto che dal 1996, l’Italia avrebbe “truccato” i propri conti utilizzando derivati grazie all’aiuto di JP Morgan, e quali siano le risposte all’articolo del 19 dicembre 2009 de “il Fatto Quotidiano”, secondo il quale, a saggi di interessi decrescenti, il Tesoro continuava a pagare sempre lo stesso tasso sullo stock del debito ed all’articolo de “Linkiesta” che, citando i dati Eurostat, ha rilevato l’uso massiccio di strumenti derivati nel decennio 1998-2008, specie cross-currency swap e interest rate swap, surrogati da cartolarizzazioni degli enti pubblici;

se risponda al vero che l’Italia abbia guadagnato su tali scommesse fino al 2006, anno in cui la tendenza si è invertita con perdite materiali e quali siano stati i guadagni realizzati e le perdite subite, posto che non vengono divulgate informazioni ufficiali, e gli unici dati sono desumibili dall’Eba (European Bank Authority) che riporta l’esposizione italiana in swap verso le banche europee per 5,1 miliardi di euro, senza includere le statunitensi, le svizzere e le inglesi;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per offrire le necessarie, trasparenti informazioni, in una fase difficile e delicata per l’Italia il cui debito pubblico è pari a 1.900 miliardi di euro, sotto attacco della speculazione internazionale, di fondi speculativi, banche di affari, agenzie di rating e della dittatura invisibile degli spread e dei mercati, che rischiano di minare i principi democratici e di sovranità.

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Tragedia Concordia-Programmi televisivi

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00425
Atto n. 2-00425

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e della giustizia. -

Premesso che:

per inseguire l’audience, sempre più spesso alcuni servizi televisivi confezionano servizi “taroccati” con personaggi in cerca di autore chiamati ad interpretare attori in fatti realmente accaduti, come quelli, scoperti ancora una volta da “Striscia la Notizia”, sul naufragio della Costa “Concordia”. Lascia infatti senza parole il servizio di “Striscia la Notizia” del 15 e 16 febbraio 2012, che smaschera i finti passeggeri della Costa, sia sulla Rai a “Domenica In” che su Mediaset a “Domenica 5″ così come è stata raccontata da due sposini Cristina e Gabriele, probabilmente ingaggiati da un avvocato che viene ospitato in tante trasmissioni per allettare i creduloni “scambiando lucciole per lanterne” con la complicità dei conduttori ed autori dei servizi, come in occasione del servizio sulla propagandata class action sui vecchi libretti di risparmio prescritti, con la finalità di spillare quattrini a tantissimi risparmiatori;

“Striscia” smaschera l’imbroglio, una vera e propria truffa mediatica, di una ragazza, che ha raccontato di aver perso il bambino a causa del naufragio della nave all’isola del Giglio;

la foto mostrata da Lorella Cuccarini nella trasmissione sulla Rai è falsa, non sono quei due sposini e l’avvocato della coppia Giacinto Canzona, che era in studio, non ha battuto ciglio, salvo poi scrivere una lettera in cui parla di mero errore materiale. Poi è andato in onda il servizio di “Striscia” e allora la Cuccarini si è scusata per la foto. Nel programma c’è stata una telefonata in cui la sposa racconta quello che è accaduto e la sua voce ha un accento romano. Nell’intervista della Panicucci a “Domenica 5″ (registrata e mai mandata in onda) in cui i due sposini sono presenti in studio – oltre a non corrispondere alla foto mandata in onda da “Domenica In” – la sposina che racconta ha un accento lombardo. E, sulla liberatoria per il programma, aveva sbagliato a firmare, cancellando le prime parole scritte. Solo in seguito, a “Striscia”, Margherita Ballarotta ha confessato di aver interpretato Cristina a “Domenica 5″ perché “la vera Cristina non se la sentiva”. Sta di fatto che “Striscia” mostra anche un servizio di due ragazzi apparsi da Timperi a “Verdetto finale”, anche se sembrano più grandi dei due giovani. Ma la cosa peggiore è che inizia a farsi strada il sospetto che quei due passeggeri, Cristina e Gabriele, non esistano dato che i loro nomi non risultano nella lista dei passeggeri. L’avvocato Canzona, il cui operato reiterato a danno di risparmiatori e spettatori deve essere scrutinato dall’Ordine degli avvocati, in cui risulta iscritto, per un’immediata azione disciplinare, si è scagliato violentemente, con la complicità degli autori dei programmi ai quali viene di sovente invitato, contro l’accordo sottoscritto dalla grande maggioranza delle associazioni dei consumatori iscritte al CNCU raggruppate nel comitato Naufragi, che prevede un risarcimento di 14.000 euro, non obbligatorio ma facoltativo, a favore di tutti i passeggeri della Costa “Concordia” che non hanno subito danni fisici, rispetto ai 10.000 euro richiesti in precedenza da talune associazioni che hanno successivamente annunciato una class action negli Usa;

considerato che:

in un articolo pubblicato in data 16 febbraio 2012 sul quotidiano “Libero”, dal titolo “Sulla Rai va in onda pure la finta vittima della Concordia”, Francesco Specchia racconta la grande truffa mediatica ordita a danno dei telespettatori con la diretta complicità dell’ineffabile Canzona: «Chi è Cristina Mazzetti, eroina del dolore quasi ottocentesco? Chi è la giovine madre naufraga -col marito Gabriele- dal Concordia, la quale, lacerata nel corpo e nell’anima, perde il bimbo che aveva in grembo; e che, naturalmente, decide di raccontare alla tivù del pomeriggio il suo straziato aborto? Chi è? È la morettina dall’accento laziale intervista da Lorella Cuccarini (a Così è la vita su Raiuno)?; o è la slavata rossa di Lecco che deposita il suo dramma dalla Panicucci a Domenica 5, per poi avere un rigurgito di coscienza davanti a Striscia la notizia? Soprattutto esiste davvero una Cristina Mazzetti, la prima abortiente da naufragio della storia della televisione italiana? Nel fragore del festival di Sanremo, la vicenda di questo nuovo Truman Show costruito sull’angoscia altrui, s’è persa nei rivoli della cronaca. Eppure è storia di tragica semplicità. Accade che, il 5 febbraio scorso, la Cuccarini intervisti via telefono, appunto, Cristina della suddetta coppia -i sedicenti Cristina & Gabriele sposini in crociera sfuggiti al destino mortale della nave Costa. Gli ascolti s’impennano, Lorella si commuove. Ma Striscia la Notizia s’accorge che la foto degli sposi usata dalla Rai di sfondo all’intervista è falsa. Palesemente falsa. Al punto che i due ragazzuoli, sotto diversa identità, sembrano essere, invece gli stessi -un po’ più invecchiati- concitati ospiti del legal show Verdetto Finale con Tiberio Timperi, guarda caso su Raiuno. Figuranti ad uso di viale Mazzini, parrebbe di prim’acchito. L’avvocato dei due meschini, Giacinto Canzona -un nome, un programma – che all’inizio in diretta s’era indignato contro la mala società che permette gli aborti sulle navi Costa senza risarcirli mai abbastanza, riconosce spudoratamente che Cristina e Gabriele, sì, è vero, non sono proprio quei Cristina e Gabriele; e che la fotografia mandata in onda non è altro che il frutto “di un mero errore materiale”. Sarà errore, sarà mero, sarà materiale, ma tutti noi siamo lì a domandarci perché l’avvocato Canzona, scoperta la tremenda gaffe, non l’ha denunciata in diretta? E che ruolo ha la Rai? E, soprattutto, perché lo stesso avvocato ha accompagnato “Cristina e Gabriele” una settimana dopo, alla Domenica 5 di Canale 5 condotto da Federica Panicucci, pur non essendo nemmeno questi altri due i veri Cristina e Gabriele vittime del Concordia. La faccenda s’ingarbuglia. E, qualche giorno dopo l’intervista “nei panni di Cristina”, la ragazza della tv -la slavata lecchese di Cassano Brianza di cui sopra, il cui vero nome è Margherita Ballarotta- decide di confessarsi davanti a Staffelli di Striscia. L’inconfessabile appeal confessionale del Tapiro d’oro apre squarci di verità. La Margherita, di professione è ragazza-immagine; non è mai salita su una nave Costa in vita sua; ed è stata “contattata” dal falso marito Gabriele, e in outsourcing allo stesso avvocato Canzona per interpretare davanti alle telecamere la parte della Cristina della nostra storia. Perché “la Cristina vera non se la sentiva”. La ragazza ha firmato una falsa liberatoria spinta dall’avvocato, e solo dopo s’è convinta della fesseria ciclopica. L’arrivo di Striscia, col suo zelo espiatorio, ha fatto il resto. Ora l’ultimo capitolo -sempre da Striscia- è la scoperta che, secondo Costa Crociere, non esisterebbero, nell’elenco degli ospiti della Concordia i due sposini che a questo punto paiono spettri usciti da un film di Night Shyamalan. In realtà, la farsa alimentata dalla “tv del dolore” della Rai (e, in parte, di Mediaset che non ha mandato in onda la puntata con l’intervista), ci rimanda a dieci anni fa. Anche lì nessun controllo. Talora, anzi, c’era premeditazione. Allora nel mirino del Gabibbo stavano i finti casi umani della D’Eusanio e la Raiuno, «rete di taroccatori», e la Endemol, produttrice di Bonolis. Allora il feroce oppositore di Ricci era Lucio Presta, oggi sovrano occulto dei contratti Mediaset….»;

considerato che a giudizio dell’interpellante:

è auspicabile che l’ordine degli avvocati, al quale risulta iscritto l’avvocato della coppia, Giacinto Canzona, attivi un procedimento disciplinare, fatti salvi ulteriori rilievi penalmente rilevanti, per una truffa evidente a danno dei cittadini, delle famiglie e degli utenti del servizio pubblico televisivo;

andrebbero verificate le ragioni reali che hanno indotto Canzona a riconoscere che Cristina e Gabriele non sono proprio quei Cristina e Gabriele e che la fotografia mandata in onda non è altro che il frutto “di un mero errore materiale”, e perché scoperto l’errore materiale non lo abbia denunciato in diretta;

andrebbe verificato quale sia stato il ruolo della Rai e perché lo stesso avvocato abbia accompagnato “Cristina e Gabriele” una settimana dopo, alla “Domenica 5″ di Canale 5 condotto da Federica Panicucci, pur non essendo nemmeno questi altri due i veri Cristina e Gabriele vittime del Concordia;

andrebbe altresì acclarato chi abbia ingaggiato la Margherita Ballarotta per interpretare davanti alle telecamere la parte di Cristina per rappresentare la truffa strappalacrime del falso aborto,

si chiede di sapere quali misure urgenti di competenza il Governo intenda attivare per evitare che si possano ripetere episodi analoghi a quello richiamato, che si configura come un’evidente truffa a danno degli utenti del servizio pubblico televisivo, e che, in ogni caso, possano essere inflitte idonee sanzioni agli avvocati che si rendano responsabili di siffatti comportamenti scorretti.

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