Month: febbraio 2012

SigmaTau

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00427
Atto n. 2-00427

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

la crisi sistemica, prodotta dall’avidità dei banchieri con il ricorso ai derivati ed alla finanza spregiudicata che ha divorato l’economia reale, è la principale causa delle crisi aziendali, che in Italia ha messo sul lastrico nell’ultimo biennio circa 300.000 lavoratori licenziati e gettati in mezzo alla strada. Non si contano più le imprese che, dopo aver utilizzato risorse pubbliche, hanno distratto i fondi per destinarli o dirottarli all’estero a disposizione di amministratori infedeli, alcuni già rinviati a giudizio dai magistrati. La tenaglia della crisi non lascia spazio all’ottimismo prefigurando un 2012 molto fosco, soprattutto per le crisi aziendali in corso. Al Ministero dello sviluppo economico sono oltre 230 i tavoli aperti per affrontare situazioni di crisi aziendali con 300.000 lavoratori coinvolti. «Le vertenze attive con tavoli che si convocano frequentemente -hanno spiegato all’agenzia TM News fonti del ministero vicine al dossier ai primi di gennaio 2012 – sono oltre un centinaio, poi ci sono vertenze che invece hanno una dimensione un po’ meno pressante e arriviamo a 230 tavoli. Sono coinvolti oltre 300mila lavoratori e i posti a rischio sono tra i 30mila e i 40mila”» (si veda l’articolo pubblicato su “Il Giornale” il 1° gennaio 2012). I settori più colpiti sono quello dei trasporti, del tessile, delle telecomunicazioni, ma anche l’auto viene monitorata da vicino visto che la situazione non solo in Italia è preoccupante. Intervengono i leader sindacali. In data 19 febbraio 2012, “Presa Diretta”, la trasmissione di Riccardo Iacona andata in onda su Rai3, ha documentato una dura realtà di proteste e di disperazioni di migliaia di lavoratori, che devono addirittura prenotare i marciapiedi di via Molise a Roma, davanti il Ministero dello sviluppo economico, per far sentire la loro voce. Storie di disperati che, dopo essere stati messi in mobilità o licenziati, non sanno più come riuscire a dare da mangiare alle proprie famiglie, né ad assicurare un futuro ai propri figli;

Salvatore Cannavò, in un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 19 febbraio 2012, anticipa la storia di Sigma Tau, trattata nella puntata serale di “Presa diretta”: «Ricordate i dipendenti della Sigma Tau che hanno fermato il pullman della Roma calcio facendo scendere Francesco Totti? La ricerca di visibilità alla vertenza, dopo che l’azienda ha aperto la procedura di cassa integrazione per 569 dipendenti, era il frutto della rabbia e della disperazione di chi ha sempre contestato che i conti fossero in rosso e che l’azienda non potesse rilanciarsi seriamente. A confortare quella radiografia provvede ora il “Processo verbale di constatazione” che l’Agenzia delle Entrate ha redatto nella sede della società farmaceutica, la seconda per importanza in Italia, il 30 luglio 2010 e che sarà oggetto stasera dalla trasmissione Presa diretta di Riccardo Iacona in onda alle 21,30 su Rai3. Un documento poderoso, 117 pagine, e nel quale gli ispettori del fisco contestano alla Sigma Tau una procedura di evasione fiscale non solo particolarmente sofisticata, per quanto comunemente diffusa, ma tale da pregiudicare i bilanci del gruppo e giustificare, così, la cassa integrazione. La procedura sospetta si chiama “Transfer pricing” e consiste in un trasferimento illecito di valore da una società del gruppo a una consorella estera che pagherà le tasse al posto della prima. Ma se la consorella estera è collocata in un paradiso fiscale il guadagno è notevole. Sigma Tau è il secondo operatore farmaceutico in Italia e ha consociate in Francia, Svizzera, Olanda, Portogallo, Spagna, Germania, Regno Unito, India, Stati Uniti e Sudan. Insomma è un colosso che oltre a produrre direttamente i farmaci li commercializza in Italia e all’estero. Ma è proprio sugli affari realizzati con le consociate che si sono concentrati i riflettori degli ispettori fiscali. La consociata portoghese, Defiante, ha infatti sede nell’isola di Madeira, territorio portoghese anche se situato 900 chilometri più a sud nell’Oceano Atlantico, noto paradiso fiscale. Si tratta di una società che si occupa prevalentemente di acquistare licenze e brevetti per poi rivenderli. Per la Defiante, la Sigma Tau ha svolto anche l’attività di produzione e rivendita di prodotti (il Bentelan o il Betnesol per esempio) assumendosi costi e rischi che sarebbero dovuti essere adeguatamente compensati. Gli ispettori si sono chiesti se “le determinazioni dei prezzi di trasferimento siano conformi alla normativa in materia di transfer pricing” stabilite dalla legge. La risposta è stata negativa perché secondo i verbalizzanti “la Sigma Tau avrebbe erroneamente quantificato (…) i componenti di reddito derivante dalle transazioni intercorse con diverse società appartenenti al medesimo Gruppo”. Facendo un confronto con società comparabili si scopre, ad esempio, che mentre il livello medio di profittabilità dell’attività in questione è del 6,6 per cento, la Sigma Tau nel 2007 subisce una perdita del 16,1 per cento. “I prezzi di vendita applicati alla Defiante non permetterebbero di far fronte ai rilevanti costi di produzione” in contro tendenza rispetto ai risultati ottenuti con le altre consociate. Facendo i raffronti con società analoghe e comparabili gli ispettori hanno quantificato in 11,55 milioni di euro i minori ricavi che la Sigma Tau ha contabilizzato in Italia evadendoli al fisco. I minori ricavi del 2007 sono già la metà delle denunciate da Sigma Tau nel 2010 pari a 20 milioni di euro. Defiante, inoltre, come mostrano gli approfondimenti fatti da Presa diretta moltiplica tra il 2000 e il 2010 il suo patrimonio netto portandolo da 31 a 310 milioni di euro. Nello stesso periodo il patrimonio dell’azienda italiana, passa da 123 a 34 milioni di euro. Solo che a Madeira, sede della Defiante, praticamente non si pagano le tasse e solo recentemente sono state introdotte aliquote dell’1, 2 e 3 per cento. L’Iva, invece, è al 13 per cento, la più bassa d’Europa. In Italia, invece, Sigma Tau ha avviato una ristrutturazione pesante con la cassa integrazione e il ridimensionamento del centro di ricerca. “Che ne dice il governo e il ministro Passera?”, chiede Riccardo Iacona. Il caso vuole che Passera sia tirato in ballo in più aspetti. Non solo perché come ministro è incaricato di gestire le crisi aziendali, ma anche per il suo passato da banchiere. È stata la “sua” Banca Intesa, infatti a finanziare, con 300 milioni di euro, l’acquisto delle attività statunitensi legate alle malattie rare della Enzon, acquisto che ai lavoratori è sembrato l’avvio di uno spostamento all’estero (negato decisamente dall’azienda). Banca Intesa possiede poi il 5 per cento di Sigma Tau Finanziaria Spa. Infine, il teatro di questa probabile “furbata” è il paradiso fiscale di Madeira lo stesso da cui (ne hanno scritto Mario Gerevini sul Corriere della Sera e Vittorio Malagutti sul Fatto Quotidiano) la famiglia Passera ha fatto rientrare una consistente liquidità, superiore a 10 milioni, parcheggiata in attesa di impieghi più redditizi»,

si chiede di sapere:

se il meccanismo del transfer pricing, che consiste in un trasferimento illecito di valore da una società del gruppo a una consorella estera che pagherà le tasse al posto della prima, sia stato utilizzato da Sigma Tau, tramite la consociata portoghese, Defiante, con sede legale nel paradiso fiscale dell’isola di Madeira, con la finalità di frodare il fisco;

se i meccanismi fraudolenti, come quelli scoperti da “Presa diretta”, di minori ricavi del 2007 pari ad 11 milioni di euro, circa la metà denunciate da Sigma Tau nel 2010 pari a 20 milioni di euro sottratti al fisco italiano, non abbiano consentito alla controllata Defiante di moltiplicare tra il 2000 e il 2010 il suo patrimonio netto portandolo da 31 a 310 milioni di euro, depauperando il patrimonio dell’azienda italiana, passato nello stesso periodo da 123 a 34 milioni di euro;

se il Ministero dello sviluppo economico non abbia il dovere di controllare le gestioni di bilancio, prima di dare il nulla osta ai piani di ristrutturazione presentati dalle aziende in crisi, e se abbia verificato il piano avviato da Sigma Tau, azienda leader nel settore farmaceutico, che in una fase difficile di crisi, nonostante abbia superato i budget prefissati nel 2011, ha messo in mezzo ad una strada 569 lavoratori a rischio cassa integrazione e ha progettato il ridimensionamento del centro di ricerca;

quante siano le crisi aziendali, quanti i lavoratori coinvolti e se risulti che la gestione del piano di crisi della Sigma Tau, che ha inviato lettere di licenziamento perfino ai lavoratori in coma ricoverati in ospedale, protetti dalle leggi sul lavoro, o gravemente ammalati, abbia risentito degli intrecci azionari dell’azienda con banca Intesa.

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Disagi Trenitalia

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00426
Atto n. 2-00426

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

le abbondanti nevicate dei giorni scorsi hanno mandato in tilt i sistemi di trasporto ferroviari, causando enormi disagi ai cittadini a giudizio dell’interpellante anche per precise responsabilità di Trenitalia. “Anziché far scendere in campo mezzi per ridurre i manicotti di ghiaccio sulle linee e proteggere con lame i locomotori dalla neve ghiacciata, le FS hanno preferito ridurre il numero dei treni in circolazione del 70%, mandando in congedo o in ferie forzate i ferrovieri”. È la denuncia che arriva dai sindacati confederali che bocciano il piano neve, un piano sbagliato ed inadeguato che ancora oggi nonostante non nevichi più da giorni, continua a presentare disservizi e causa notevoli disagi agli utenti dei treni regionali e nazionali;

le segreterie regionali Cgil Cisl Uil congiuntamente alle segreterie regionali dei trasporti Filt Fit Uiltrasporti di uno snodo ferroviario importante come l’Emilia-Romagna denunciano il persistere dei disservizi nel funzionamento dei treni regionali e nazionali nonostante non nevichi più da giorni con il “piano neve” predisposto per dalle FS inadeguato in quanto: 1) da parte di RFI che gestisce la rete si è deliberatamente deciso di ridurre la capacità di transito dei treni nelle stazioni al 70 per cento impedendo l’uso di tutti i binari disponibili; 2) da parte del gestore Trenitalia non si sono assunte decisioni adeguate in rapporto alla preannunciata gravità e persistenza della nevicata protrattasi su un arco di 12 giorni. Era invece necessario prevedere l’utilizzo di apparecchiature disponibili per ridurre i manicotti di ghiaccio sulle linee di contatto e proteggere con lame i locomotori dalla neve ghiacciata;

in sostanza, il cosiddetto piano neve ha privilegiato l’obiettivo di ridurre la capacità di far circolare treni (ogni giorno oltre 140 treni soppressi su 483 previsti in Emilia-Romagna) ed ha imposto con le soppressioni programmate al personale viaggiante di utilizzare congedi e ferie. Ai ferrovieri in servizio si è scaricata la responsabilità di cercare di rispondere agli utenti in attesa nelle stazioni che non venivano adeguatamente informati delle soppressioni spesso decise all’ultimo momento e non conosciute;

inoltre si rimarca che il persistere dei disservizi è determinato da una strutturale mancanza di manutenzione dei mezzi di trasporto su cui serve un impegno straordinario per potenziare la capacità di manutenzione preventiva valorizzando le officine esistenti ed un uso qualificato degli appalti;

in questo contesto, le segreterie regionali Cgil Cisl Uil chiedono alla Regione di promuovere tutte le iniziative necessarie per sollecitare la piena applicazione del Contratto di servizio in vigore che ha affidato a Trenitalia e FER la gestione della movimentazione dei treni in Emilia-Romagna;

considerato che:

ogni mattina c’è almeno un treno in ritardo, una carrozza al gelo con le stazioni ferroviarie fredde d’inverno e caldissime d’estate, piene di negozi e di slot machine ma spesso senza sale di attesa. Disagi che i pendolari affrontano ogni giorno e che quotidianamente tramutano in proteste mediante le associazioni ed i comitati dei pendolari, che segnalano ritardi cronici, bagni inutilizzabili, pessime condizioni igieniche, biglietterie automatiche rotte o mancanti, sale d’attesa fredde o inesistenti, con l’assenza perfino delle indicazioni su dove comprare i biglietti. In un articolo pubblicato sul “Venerdì” di “la Repubblica” del 17 febbraio 2012 dal titolo: “Le stazioni piene di negozi ma senza sale di attesa”, Marino Niola ironizza dai servizi ai viaggiatori, ai viaggiatori senza servizi «Ormai per aspettare un treno, ci vuole un fisico bestiale. L’ondata di gelo siberiano che nei giorni scorsi ha sferzato l’Italia, ha messo a nudo la filosofia che sta dietro la cosiddetta riqualificazione delle grandi stazioni. Niente più sale d’aspetto. Gli scali ferroviari sono destinati a trasformarsi in altrettanti centri commerciali. Dove o si è consumatori o non si esiste… In realtà l’odissea quotidiana cui è condannato l’utente ferroviario medio è la metafora di un fenomeno sociale molto più generale. La cannibalizzazione di tutti gli spazi collettivi considerati ormai ingestibili, ingovernabili, improduttivi. Spese da tagliare. Poco importa il costo umano. Business is business. Ma se il nostro dentista eliminasse la sala d’aspetto, cosa penseremmo di lui?»;

il gruppo Ferrovie dello Stato ha diviso la gestione delle stazioni ferroviarie in due società: Centostazioni, che agli occhi dei consumatori sembra apparire più efficiente e con maggior rispetto per la dimensione umana; Grandi Stazioni, società con il 60 per cento delle FS ed il 40 per cento in mano ai grandi soci privati, che ritenendo di perseguire finalità esclusive di profitto, non presta alcuna attenzione alle esigenze degli utenti e dei viaggiatori ridotti a merce di scambio ed attratti nel tunnel e nella trappola dei consumi. Le grandi stazioni infatti, come la stazione Termini a Roma, è diventata un luogo esclusivo di consumo con sale di attesa riservate esclusivamente ai viaggiatori di serie A. Quelli di serie B, per passare il tempo delle attese, devono così peregrinare da un negozio all’altro, per poter essere spremuti a prezzi delle merci ben superiori a quelli praticati dagli esercenti a pochi metri dalla stazione Termini;

questa filosofia, ben descritta in poche righe dall’antropologo Niola, sembra prevalere anche per le future stazioni a misura di consumi, come l’hub dell’alta velocità di Roma Tiburtina;

scrivono Andrea Bassi e Luisa Leone, in un articolo pubblicato su “Milano Finanza” il 16 febbraio 2012 dal titolo “A Grandi Stazioni la gestione della Roma Tiburtina”, «Sarà Grandi Stazioni, la società partecipata al 60% da Ferrovie dello Stato con il restante 40% in mano a un gruppo di soci privati (Benetton, Caltagirone, Pirelli), a gestire il più importante hub dell’alta velocità, la stazione di Roma Tiburtina. Secondo quanto ricostruito da MF-Milano Finanza, l’offerta di Grandi Stazioni sarebbe risultata vincente su quelle concorrenti (avrebbero partecipato anche Centostazioni e Cbs Outdoor). L’atto di aggiudicazione non sarebbe ancora stato formalizzato, ma sarebbe ormai questione di ore. Lo scalo di Tiburtina, come detto, sarà il principale hub per l’Alta velocità del gruppo, visto che a regime vi transiteranno 140 tra Frecciarossa e Frecciargento, 38 treni a lunga percorrenza e 290 treni regionali. L’investimento complessivo del gruppo Ferrovie nella nuova stazione romana ha superato i 300 milioni di euro, per 32 mila metri quadrati di aree aperte al pubblico, 17 mila di zone commerciali e circa mille metri quadrati di altri spazi. Il tutto organizzato secondo le linee del progetto dell’archistar irachena Zaha Hadid. Il bando prevede che il vincitore della gara abbia diritto allo sfruttamento commerciale della stazione, anche consentendone l’uso a terzi “per fini commerciali, espositivi, eventi e conferenze”, si legge nel disciplinare di gara. La concessione garantisce anche lo sfruttamento pubblicitario delle aree e implica la “conduzione e manutenzione” degli immobili. Il bando prevedeva che l’aggiudicazione sarebbe avvenuta in base al prezzo più alto offerto dai partecipanti per la gestione, partendo da un valore minino accettabile di “1,5 milioni al netto di Iva” per ciascuno dei primi 15 anni di concessione (che dura 30 anni in tutto). Il che significa che, con tutta probabilità, Grandi Stazioni ha offerto per la gestione di Tiburtina più di 22,5 milioni. Comunque essersi aggiudicati la gara può essere considerato una doppia vittoria dalla società guidata dall’amministratore delegato Fabio Battaggia. Lo scorso anno, infatti, Grandi Stazioni era entrata in rotta di collisione con le Fs in merito alla gestione di Tiburtina. La società riteneva infatti di avere diritto alla gestione dell’area, ma le Ferrovie non la pensavano così. Alla fine l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici ha dato ragione al gruppo guidato dall’ad Mauro Moretti, e la gestione dello scalo è andata all’asta. Ma la gara è stata vinta da Grandi Stazioni, azzerando di fatto tutta la querelle, che potrebbe però ripresentarsi per le altre stazioni dell’Alta Velocità. Sotto questo profilo c’è da ricordare che presto un’altra opportunità per Grandi Stazioni potrebbe presentarsi con la stazione di Roma Ostiense, dove il gruppo ferroviario privato Ntv ha iniziato i lavori per l’apertura dei suoi uffici, e che sarà il principale hub del concorrente di Ferrovie»;

scrive Bankomat per “Dagospia” in un articolo dello stesso giorno: «L’Italia non sarà la Grecia, ma certo che qualcosa ancora ci accomuna più alle economie del basso mediterraneo e del nord Africa che non ai Paesi evoluti. Prendiamo il caso di Grandi Stazioni, che si aggiudica una fantomatica gara per gestire la stazione di Roma Tiburtina, quella che si avvia ad essere la principale stazione per i treni ad alta velocità italiani. Socio di riferimento di questa società chi è? Ma Ferrovie dello Stato ovviamente, accompagnata da Caltagirone (quello vero), dai Benetton e da Pirelli. MF che dà la notizia oggi accenna a tensioni passate fra la controllata e la controllante. Forse per farci pensare ad un contesto competitivo. Grandi stazioni gestisce già, casualmente, le stazioni di Roma, Milano, Torino, Genova, Venezia, Firenze… ecc. ecc. Immaginiamo che tensione ai piani alti di Grandi Stazioni, che incertezze per la vittoria della gara. E che rischi corrono gli intrepidi privati che in società con Ferrovie hanno investito in Grandi Stazioni. Pensato, come se ENI scorporasse una società “grandi aree di servizio “, controllandola al 60 per cento e invitasse qualcuno ad essere socio in questo rischiosissimo business teso a fare gare per gestire le aree di servizio AGIP. Che spirito d’impresa, che marosi del mercato, che capitani d’industria. Oppure immaginiamo la Barilla che scorporasse una fantomatica Barilla Advertising in società con la Armando Testa e un paio di altre società di pubblicità e che casualmente la neonata azienda si prendesse la torta delle campagne pubblicitarie del Mulino Bianco. L’ebbrezza della competizione. Poi scopriamo che esiste anche una debita Autorità che vigila su contratti pubblici, notoriamente rigorosi in Italia, che ha benedetto con autorevole crisma la gara per Roma Tiburtina. Anche l’ultimo affanno, quella clausola sospensiva che angoscia le notti di tanti avvocati, “passerà indenne il contratto alla vigilanza delle competenti autorità pubbliche di controllo sui mercati e sulle operazioni del genere”, anche questa drammatica minaccia si è dissolta. Finalmente un affare che si chiude per il verso giusto. L’ennesimo»,

si chiede di sapere:

se il Governo, alla luce di disservizi, disfunzioni e pressapochismo che, mandando in tilt i sistemi di trasporto ferroviari, hanno arrecato enormi disagi e danni morali e materiali ai cittadini-utenti dei trasporti anche per precise responsabilità di Trenitalia, così come è stato denunciato dai sindacati confederali, non ritenga di intervenire con azioni di competenza per richiamare i dirigenti di Ferrovie dello Stato applicando le doverose sanzioni a loro carico, compresi i risarcimenti dei danni inferti ai consumatori;

se non ritenga che la politica del gruppo Ferrovie dello Stato, che ha diviso e semi-privatizzato la gestione delle stazioni Ferroviarie, smantellando le sale di aspetto per far posto a centri commerciali e/o sale giochi e che condanna l’utente ferroviario, che pur paga un salato biglietto, ad un’odissea quotidiana tramite la sottrazione di tutti gli spazi collettivi considerati ormai ingestibili, ingovernabili, improduttivi, non sia lesiva dei diritti minimali dei cittadini consumatori ad avere servizi adeguati durante le attese, e non stare all’addiaccio ed esposti alle intemperie in attesa di treni regionali di serie B che non arrivano per ritardi cronici quotidiani;

se l’ultima gara di appalto dello scalo Roma Tiburtina, vinta da Grandi Stazioni, società con il 60 per cento delle FS ed il 40 in mano ai grandi soci privati, che, ritenendo di perseguire finalità esclusive di profitto, non presta alcuna attenzione alle esigenze degli utenti ed alla tutela dei viaggiatori ridotti a merce di scambio ed attratti nel tunnel e nella trappola dei consumi, non confligga con le garanzie che una concessionaria di trasporti pubblici deve offrire ai viaggiatori-utenti;

se risulti se l’Autorità che ha il dovere di vigilare sui contratti pubblici, abbia svolto e con quali modalità la sua istruttoria in merito all’ultimo appalto vinto da Grandi Stazioni per l’hub di Roma Tiburtina, destinato a diventare, analogamente alla stazione Termini, un luogo esclusivo di consumo con sale di attesa riservate esclusivamente ai viaggiatori di serie A che si possono permettere di viaggiare sui treni di lusso, mentre quelli di serie B, come gli utenti ed i lavoratori pendolari, per passare il tempo delle attese e dei ritardi cronici, devono così peregrinare da un negozio all’altro.

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Informazione fuorviante

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00428
Atto n. 2-00428

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

ogni anno i grandi gruppi editoriali incassano un miliardo di euro di sovvenzioni statali così ripartiti per quote di mercato: il 21,3 per cento il gruppo RCS; 18,3 per cento il gruppo Mondadori; 18,6 per cento Espresso-Repubblica; 4,9 per cento Caltagirone, assieme ad una montagna di altri benefici quali agevolazioni sui crediti d’imposta e per l’acquisto della carta; riduzione delle tariffe postali; credito agevolato per le ristrutturazioni (sempre a spese dei giornalisti e dei poligrafici, non per creare nuovi posti di lavoro) e provvidenze per le teletrasmissioni dei quotidiani all’estero. E poi c’è l’Iva. Mentre chi stampa diari o altro materiale paga un’imposta ordinaria del 21 per cento, chi commercia in quotidiani dà all’erario appena il 4 per cento. “Nel 2008 ogni copia venduta è costata ai contribuenti 179 euro oltre a il prezzo di copertina”, ha calcolato da Marco Cobianchi nel suo volume “Mani bucate” (Chiarelettere);

si legge su “Dagospia”: «Di questa munifica Befana non c’è alcuna traccia nel sito governo.it che, recentemente, ha messo online tutti i dati riguardanti i poverelli del Villaggio globale (giornali di partito, cooperative etc)». Quando i giornalisti evitano accuratamente di descrivere le abbondanti sovvenzioni statali, addebitate ai contribuenti ed alla fiscalità generale, i disinvolti contributi pari ad 1 miliardo di euro generosamente offerti a gruppi editoriali quotati in borsa, che non sono trasparenti perché neppure pubblicati sul sito del Dipartimento dell’editoria, o si tratta di censura editoriale o di colpevole distrazione. La funzione del giornalismo è una delle più importanti nei sistemi democratici, perché offre ai lettori ed all’opinione pubblica strumenti di informazioni necessarie per formare le coscienze ed evitare che Governi, potentati economici e grandi cartelli, possano abusare del proprio potere, in particolare il cosiddetto “giornalismo economico”;

Beppe Scienza, professore ordinario di Matematica all’Università di Torino, autore di fortunate pubblicazioni come: “Il risparmio tradito” e “La pensione tradita”, mette spesso alla berlina articoli di giornalisti economici, definiti così perché “costano poco”, perché asserviti agli interessi dei potentati economici;

considerato che in un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 16 febbraio 2012, Beppe Scienza esamina un articolo che propagandava l’offerta delle obbligazioni Enel, segnalando la commistione tra giornalismo e pubblicità: «Sempre scadente la qualità dell’informazione economica del Corriere della Sera, ora diretto da Ferruccio de Bortoli, in passato da altri, senza che si noti la minima differenza. Prendiamo l’inserto Corriere Economia del 6 febbraio 2012, giorno iniziale del collocamento delle nuove obbligazioni Enel 2018: intorno a esse ha montato il servizio di apertura e in particolare vi ha dedicato l’intera pagina 20, che l’ufficio pubblicità dell’Enel non avrebbe confezionato in modo diverso. In alto un articolo di Marco Sabella con frasi elogiative a ogni piè sospinto. Leggiamo di un “bond calibrato sulle esigenze del pubblico retail”, che l’Enel ha sempre fatto l’en plein del consenso dei piccoli sottoscrittori”, che “vanta un milione tra piccoli azionisti ed obbligazionisti” e così via. Non pago di così tante sviolinature, egli riversa quindi sui malcapitati lettori un’intervista al direttore finanziario dell’Enel dove ogni domanda è uno spunto per decantare la sua società. Quando poi costui parla addirittura di un “impegno continuo a ridurre il debito”, Sabella si guarda bene dall’obiettargli che per ridurre il debito non si emettono nuove obbligazioni, ma al contrario se ne rimborsano. Se il fine del Corriere della Sera era informare i lettori (scusate, ma io ho una concezione ingenua del giornalismo), bastava un trafiletto. La nuova richiesta di soldi dell’Enel era d’interesse minimo per i risparmiatori, essendo già quotate varie sue obbligazioni, acquistabili qualunque momento. A proposito, perché i redattori del Corriere Economia non avevano consigliato con altrettanta foga le Enel 2010-2016 (Isin IT0004576994) quando erano piombate sotto quota 83 a fine novembre scorso? E perché non ricordano quella sbandata? La ignorano o non ritengono carino smentire le inserzioni pubblicitarie secondo cui “scegliere le obbligazioni Enel significa fare una scelta di solidità”, cosa vera piuttosto per i buoni fruttiferi postali, mai scesi sotto 100, non per le Enel. Falsa anche l’affermazione di Sabella che era “più difficile valutare la convenienza dell’emissione variabile”. Era facilissimo, esistendo il Cct-eu 2018 (Isin IT0004716319), con la stessa indicizzazione e lo stesso anno di scadenza (vedere approfondimenti sul reddito fisso). Peccato che rendesse di più dirlo ai lettori sarebbe stato uno sgarbo all’Enel, riverito acquirente di pagine di pubblicità. Analogamente a migliaia di altri casi simili, l’articolo e la pseudo-intervista obbediscono unicamente agli interessi di emittenti e intermediari. Non stupisce quindi che siano stati omessi una notizia e un dato d’interesse fondamentale per i risparmiatori, ma sgraditi all’Enel e alle banche. Sabella decanta “l’assenza di commissioni di sottoscrizione”, tacendo ai lettori che l’Enel paga 1,7% ai collocatori. Dunque la banca guadagna circa il quadruplo di commissioni se riesce a convincere il cliente a sottoscrivere un’Enel anziché comprare un Btp o Cct. Il che spiega il fervore di tanti sportellisti bancari. Ma soprattutto tace con cura che la tassazione degli interessi delle Enel è al 20% rispetto al 12,5% per i titoli di stato. Così anche Giuditta Marvelli scrive a pag. 18 che i rendimenti delle Enel sono “leggermente superiori a quelli dei Btp di pari durata”, affermazione falsa per i rendimenti netti, che sono quelli che contano per i risparmiatori privati italiani cui tali titoli erano rivolti. Ma il colmo è appunto che sull’emissione dell’Enel il giornale ha montato il servizio di apertura: “L’alternativa a Bot e Btp: i bond societari che rendono di più)” (pagg. 1, 18, 19) dove Giuditta Marvelli e Francesca Monti tacciono sempre che la ritenuta sui loro interessi è del 20%. E lo tace sistematicamente pure un certo Marcello Ferrara, citato più volte e presentato come analista di Consultique, ditta nota per il diuturno impegno pubblico a favore degli sciagurati fondi pensione. Potremmo continuare con varie altre brutture. Tutto il servizio merita infatti di essere adottato nelle scuole di giornalismo, affinché le giovani leve imparino come prendere in giro i lettori e farsi apprezzare dagli inserzionisti. L’ossequio nei confronti di colossi economici, quali l’ente elettrico, consigliabile anche per evitare le reazioni di lesa maestà che si abbatterono su il Fatto Quotidiano quando aveva osato criticare il collocamento delle azioni Enel Green Power»,

si chiede di sapere:

se, nel contesto della gravissima crisi economica che ha colpito milioni di famiglie, il Governo, che ha varato manovre lacrime e sangue a carico di lavoratori, pensionati e famiglie, possa permettere che blasonati mezzi di informazione, che confezionano informazioni fuorvianti e poco obiettive nel delicato settore del risparmio per condizionare le libere scelte dei risparmiatori, debbano continuare a beneficiare di disinvolte erogazioni di pubblico denaro a favore dei loro gruppi editoriali;

se alcuni articoli, confezionati alla stregua di “consigli per gli acquisti”, in aperta violazione della normativa che presidia la gestione del pubblico risparmio, dal contenuto fuorviante come “l’assenza di commissioni di sottoscrizione”, tacendo ai lettori che l’Enel paga 1’1,7 per cento ai collocatori, con la banca che guadagna circa il quadruplo di commissioni se riesce a convincere il cliente a sottoscrivere un’Enel anziché comprare un Btp o Cct, e l’assenza di informazione sull’aliquota trattenuta su interessi e cedole, pari al 20 per cento sull’Enel, rispetto al 12,5 per cento per i titoli di Stato, non possano rappresentare un danno per gli stessi investitori e per il Tesoro, impegnato a ricollocare la grande massa dei titoli del debito pubblico;

quali misure urgenti di competenza il Governo intenda attivare per evitare che la funzione preziosa del giornalismo, che deve essere obiettiva ed oggettiva nel raccontare i fatti e dare le notizie, sia subordinata agli interessi dei grandi gruppi economici e/o addirittura agli investimenti pubblicitari, con una preoccupante commistione tra giornalismo ed affari di banchieri, assicuratori, petrolieri e monopolisti elettrici e del gas nei servizi pubblici essenziali esentati dalle manovre economiche, con grave lesione del diritto costituzionale dei cittadini ad essere compiutamente informati.

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INGV- Giardini

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06877
Atto n. 4-06877

Pubblicato il 15 febbraio 2012
Seduta n. 675

LANNUTTI – Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. -

Premesso che:

da notizie apparse su “Il Foglietto della Ricerca” e riprese dal quotidiano “la Repubblica” l’11 febbraio 2012, risulta che il professor Domenico Giardini, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) dal mese di settembre 2011, il 22 dicembre 2011 ha rassegnato le dimissioni dall’incarico;

la decisione sarebbe stata motivata dall’insufficienza dell’indennità di carica, che ammonta a circa 115.000 euro annui, la stessa – fissata con decreto ministeriale – che per anni è stata corrisposta al predecessore professor Enzo Boschi;

il Ministero dell’istruzione, università e ricerca, che ha la vigilanza sull’Ingv, con una nota formale del 31 gennaio 2012 ha accolto le dimissioni del professor Giardini, invitandolo a restare in carica per l’ordinaria amministrazione fino al 29 febbraio 2012, al fine di consentire lo svolgimento delle procedure per l’individuazione del nuovo presidente;

dai predetti organi di stampa è emerso, successivamente, che per integrare l’indennità di carica, ritenuta inadeguata, il Ministero si sarebbe attivato presso l’università “La Sapienza” di Roma affinché il professor Giardini, ordinario di Sismologia e geodinamica all’università di Zurigo nonché direttore del Servizio sismologico svizzero e visiting professor presso l’università di Singapore, fosse chiamato direttamente come ordinario presso il dipartimento di Scienze della terra, con il relativo onere (circa 100.000 euro annui) a carico dello stesso Ministero;

il consiglio del predetto dipartimento, dopo alcune riunioni tutt’altro che tranquille, non ha ancora preso una decisione, nonostante le forti sollecitazioni che avrebbe ricevuto dal magnifico rettore de “La Sapienza”, Luigi Frati, favorevole alla “chiamata” di Giardini;

nel corso della riunione del 14 febbraio del medesimo dipartimento sarebbe emersa la proposta di una chiamata addirittura “per chiara fama”,

si chiede di sapere:

se quanto riferito dagli organi di stampa corrisponda al vero;

quale sia stato il ruolo del Ministero nella vicenda;

come si giustifichi, in un momento di grave difficoltà del Paese, il tentativo di raddoppiare in maniera surrettizia l’indennità spettante al presidente dell’Ingv, già di per sé tutt’altro che esigua;

se corrisponda a verità che il Ministero, prima di attivare l’università “La Sapienza”, abbia inviato una nota al Dipartimento della funzione pubblica per acquisire il parere sulla proposta della Protezione civile di integrare a proprie spese l’indennità del professor Giardini, ottenendo risposta negativa;

se tale ultima ipotesi fosse confermata, se risulti per quale ragione la Protezione civile avrebbe deciso di sostenere il professor Giardini a proprie spese.

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Tribunale Fallimentare Roma incarichi affidati al pres. de Fiore

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00424
Atto n. 2-00424

Pubblicato il 15 febbraio 2012
Seduta n. 675

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. -

Premesso che a quanto risulta all’interpellante la gestione non molto trasparente della sezione fallimentare del Tribunale di Roma, definita a mezza bocca da avvocati e cancellieri come “un bubbone che prima o poi doveva scoppiare”, per gli enormi interessi economici che sarebbero oggetto – secondo precise accuse – di spartizione milionaria riguardava, e riguarda tuttora, l’assegnazione delle procedure fallimentari ai curatori, che sono professionisti esterni, avvocati o commercialisti, che gestiscono la pratica spesso per decenni, e vengono pagati cifre che in alcuni casi sono da capogiro, poiché agganciate al valore della pratica. Francesco Taurisano, fino a pochi mesi fa giudice della sezione, ha interessato la Procura della Repubblica di Perugia che ha appena avviato un’inchiesta, essendo competente ad indagare su tutti i reati in cui un magistrato romano può essere indagato oppure considerato parte lesa, sul suo ex presidente di sezione, Ciro Monsurrò, accusandolo di una serie di comportamenti che potrebbero configurare condotte penalmente rilevanti,in merito ad un consolidato sistema che potrebbe nascondere rapporti clientelari o anche di corruzione su affari e malaffari;

considerato che:

in un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano”, del 14 febbraio 2012, dal titolo: “Milioni di euro d’incarichi: accuse al tribunale”, Marco Lillo racconta intrecci e rapporti oscuri della sezione fallimentare del Tribunale di Roma, che riguardano il Presidente del Tribunale di Roma, dottor Paolo De Fiore. Si legge infatti: «C’è un’inchiesta sulla gestione degli incarichi milionari delle crisi aziendali gestite dal Tribunale Fallimentare di Roma e in particolare nel mirino del procuratore di Perugia c’è la gestione dell’attuale presidente: Ciro Monsurrò. L’indagine parte da un esposto durissimo, presentato alla Procura di Perugia da Francesco Taurisano, un giudice che fino a poco tempo fa era uno dei più anziani della sezione fallimentare e che – dopo essere stato costretto a lasciare quel posto proprio dal presidente Monsurrò – ora accusa i suoi ex capi: non solo Monsurrò ma anche il presidente del Tribunale di Roma Paolo de Fiore. Le accuse più pesanti – che devono essere riscontrate una per una e che sono in questo momento all’attenzione del procuratore capo di Perugia Giacomo Fumo che non ha ancora deciso se e a chi delegare l’indagine – hanno per oggetto le nomine della “procedura fallimentare più grande d’Europa”, cioè la Federconsorzi e poi la gestione da parte del Tribunale di Roma del crack del gruppo Di Mario, un importante gruppo di costruzioni prima dichiarato fallito, poi rimesso in amministrazione straordinaria e poi recentemente nuovamente dichiarato fallito e infine le nomine del presidente del Tribunale Paolo de Fiore. A partire da quelle che hanno portato un avvocato che non risulta nemmeno iscritto nell’ordine di Roma, bensì al foro di Potenza, ma che è il marito della sua segretaria Maria Rosaria Barbuto, quel Giuseppe Tepedino (…) che secondo l’esposto e anche secondo un’interrogazione parlamentare (…) avrebbe cumulato incarichi milionari dal Tribunale, non è solo marito della segretaria del presidente De Fiore ma sarebbe anche marito della nipote (attraverso la moglie) del presidente della sezione fallimentare Ciro Monsurrò. Il caso più importante citato nell’esposto è quello di Federconsorzi, un crack vintage che continua a far guadagnare a distanza di decenni non più gli agricoltori ma i professionisti che hanno la fortuna di essere nominati per seguire le sue vicende. Al centro dell’esposto del giudice Francesco Taurisano c’è l’ultima tornata di nomine dei commissari Federconsorzi che – almeno stando a quanto denunciato – sarebbe stata oggetto di una disputa durissima tra giudici con un epilogo a dir poco sconcertante: un commercialista già nominato, che quindi aveva in mano una sorta di biglietto della lotteria, avrebbe rinunciato all’incarico per le pressioni indebite del presidente del Tribunale fallimentare Ciro Monsurrò, che aveva in mente un altro nome. La storia descritta nell’esposto all’esame della Procura di Perugia ha dell’incredibile e merita di essere raccontata dall’inizio. Nel giugno del 2011 il liquidatore giudiziale di Federconsorzi, l’avvocato Sergio Scicchitano, si ritrova coinvolto in posizione marginale nell’inchiesta sull’ex presidente della Confcommercio romana, Cesare Pambianchi. Il presidente della sezione fallimentare Ciro Monsurrò chiede ai suoi giudici di fare in modo che il professionista (peraltro vicino all’Idv) lasci tutti i suoi incarichi nel settore (per l’esattezza quattro aziende in crisi da gestire con tre giudici diversi). Per capire l’importanza della partita in ballo basti dire che Scicchitano, per il suo lavoro in Federconsorzi, si era appena visto liquidare come “acconto”, ben 3, 3 milioni di euro. Comunque sia, il professionista con senso di responsabilità, si dimette da tutto evitando la revoca. Era il 15 giugno. Il giorno stesso il presidente Ciro Monsurrò, secondo il racconto del giudice Taurisano ai pm di Perugia, chiede allo stesso Taurisano e ai suoi colleghi, di nominare come nuovo liquidatore giudiziale il professor Luigi Farenga, già commissario Cirio, oppure il professor Cabras perché quei nomi erano stati indicati, a detta di Monsurrò, dal presidente del Tribunale Paolo De Fiore, che però non aveva alcun ruolo formale nella procedura. Monsurrò in quei giorni era però a Parigi e quindi i giudici fallimentari a Roma fanno di testa loro, come era in loro potere. Così il tribunale fallimentare, presieduto dal giudice Fabrizio Di Marzio, e composto da una terna che include Taurisano, nomina un professionista valido ma non indicato da nessun presidente, né di sezione né di tribunale, il dottore Roberto Falcone. A questo punto accade l’incredibile. Il presidente Monsurrò si attacca al telefono da Parigi e investe della sua ira il giudice Taurisano. Il giorno dopo il dottor Falcone entra nell’ufficio di Taurisano e, sempre secondo il racconto del giudice, il professionista rinuncia all’incarico della sua vita. Il 20 giugno il pallino torna in mano a Monsurrò. Tornato da Parigi come un trionfatore, il presidente della sezione convoca i giudici Di Marzio e Taurisano e gli comunica la nomina del professor Farenga, il nome prescelto dall’inizio a suo dire su indicazione del presidente De Fiore. La questione delle nomine non è nuova: un professionista che all’improvviso si vede nominare commissario di una procedura come questa, al termine di anni di lavoro, incasserà una parcella di molti milioni di euro. Soldi e prestigio per il nominato sono ovviamente l’altra faccia del potere di chi nomina. Un tema che Ciro Monsurrò, presidente della sezione fallimentare conosce molto bene. Proprio quando questo magistrato era ispettore del ministero di grazia e giustizia, (divenne famoso per avere eseguito con il collega Arcibaldo Miller la celeberrima ispezione ministeriale nei confronti della Procura di Milano richiesta a gran voce dagli avvocati di Cesare Previti) l’ispettorato si era occupato del problema della concentrazione degli incarichi a Roma. A distanza di otto anni da quell’ispezione, ora l’ex ispettore Monsurrò, divenuto lui stesso il dominus della fallimentare romana, si trova al centro di accuse ben più pesanti, anche se ancora tutte da riscontrare. Monsurrò, sentito dal Fatto, si è rifiutato di commentare. E lo stesso vale per il dottor Roberto Falcone»;

occorrerebbero iniziative volte a restituire trasparenza a nomine importanti in un settore delicato della giustizia, come quelle assunte dalla sezione fallimentare del Tribunale di Roma, nomine che non possono essere oggetto di clientele, spartizioni e lottizzazioni,

si chiede di sapere:

se il Ministro della giustizia non ritenga doveroso intervenire, attraverso un’accurata ispezione ministeriale sulla gestione del Tribunale di Roma, al fine di verificare se sussistano i presupposti per promuovere un’azione disciplinare, in relazione alla vicenda relativa agli incarichi affidati dal presidente Paolo De Fiore e dalla sezione fallimentare, alla luce delle precise accuse oggetto di un esposto alla Procura della Repubblica di Perugia da parte di Francesco Taurisano, un giudice che fino a poco tempo fa era uno dei più anziani della sezione fallimentare costretto a lasciare quel posto dal presidente di sezione Ciro Monsurrò;

se risulti al Governo che Ciro Monsurrò, secondo il racconto del giudice Taurisano ai pubblici ministeri di Perugia, abbia chiesto allo stesso Taurisano e ai suoi colleghi di nominare come nuovo liquidatore giudiziale il professor Luigi Farenga, già commissario della Cirio, oppure il professor Cabras, perché quei nomi erano stati indicati, a detta di Monsurrò, dal Presidente del Tribunale Paolo De Fiore, che però non aveva alcun ruolo formale nella procedura;

se risulti che in assenza di Monsurrò i giudici fallimentari di Roma abbiano nominato un professionista valido, non indicato da nessun presidente, né di sezione né di tribunale, come il dottore Roberto Falcone, costretto poi a dimettersi per far posto ad una nomina clientelare come quella del professor Farenga, nome prescelto fin dall’inizio su indicazione del presidente De Fiore.

AGGIORNAMENTO DEL 16/febbraio/2016

Sui fatti indicati nelle interpellanze la Procura della Repubblica di Perugia ha richiesto l’archiviazione ed il GIP ha accolto la richiesta, disponendo l’archiviazione del procedimento

Vendita immobili Enasarco-plusvalenze

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06881
Atto n. 4-06881

Pubblicato il 15 febbraio 2012
Seduta n. 675

LANNUTTI – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

la fondazione ENASARCO, per esigenze connesse alla propria missione previdenziale, ha indetto una gara di appalto di servizi per l’affidamento dei servizi strumentali e complementari al piano di dismissione del patrimonio immobiliare di sua proprietà;

l’appalto prevedeva tre gare, rispettivamente: gara 1: “servizi di supporto finanziario alla vendita delle unità immobiliari”; gara 2: “servizi di supporto alla vendita delle unità immobiliari”; gara 3: “istituzione e gestione di uno o più fondi immobiliari dedicati al patrimonio immobiliare invenduto”;

la fondazione ENASARCO dichiarava quale aggiudicatario della gara 2 il costituendo raggruppamento temporaneo di imprese (RTI) tra EXITone SpA (mandataria) ed I.C. Italiana Controlli Srl (mandante) al quale, a seguito della sottoscrizione del contratto di appalto avvenuta in data 6 settembre 2010, veniva assegnato l’incarico di cui alla gara 2, lotto 1 e lotto 2 (lotti geografici) con la quale ENASARCO ha previsto i “Servizi di supporto alla vendita delle unità immobiliari”, consistenti in: 1) due diligence tecnica relativa alla rogitabilità delle unità immobiliari ed all’erogazione dei mutui; 2) due diligence amministrativa-legale per la definizione dei rapporti di locazione, finalizzata alla rogitabilità delle unità immobiliari ed all’erogazione dei mutui; 3) servizi di assistenza alla vendita consistente nella creazione di un’idonea struttura commerciale che si occuperà anche degli adempimenti amministrativi successivi alla vendita delle unità immobiliari;

l’offerta tecnica dell’aggiudicatario della gara 2 prevede un tempo massimo di esecuzione dei servizi in complessivi diciotto mesi dalla data di stipulazione del contratto di appalto (6 settembre 2010);

la vendita degli immobili doveva avvenire in maniera diretta agli inquilini e loro parenti e affini fino al quarto grado con offerta di acquisto in prelazione delle singole unità immobiliari allo stesso prezzo di conferimento del bene ad un fondo immobiliare, così come accertato dall’estimatore indipendente incaricato all’uopo dalla Sgr scelta dalla Fondazione;

tutto ciò premesso, atteso come la fondazione ENASARCO, al fine di garantire la massima trasparenza dell’operazione di dismissione, abbia deciso di vendere direttamente ai conduttori (con estensione della possibilità di acquistare a favore di parenti ed affini fino al quarto grado, mutui a condizioni agevolate, costi notarili agevolati e possibilità di acquisto mediante forme collettive), mantenendo in proprietà gli appartamenti invenduti, liberi o occupati, con il loro conferimento ad un fondo immobiliare appositamente costituito e, considerata l’importanza notevole di tale decisione sia in ordine alle dimensioni rilevanti del suddetto patrimonio immobiliare sia per i risvolti sociali dell’operazione medesima, nel rispetto del principio della massima trasparenza,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che sia possibile che un soggetto terzo, estraneo a legami di parentela o affinità con gli inquilini, intervenga nella procedura di vendita quale promissario acquirente;

se risulti che fosse previsto, in relazione al bando di gara, che al di fuori del soggetto aggiudicatario della gara potessero intervenire società di intermediazione immobiliare con diritto di provvigione a carico dei promittenti acquirenti;

se risulti che sia possibile che una società quale EXITone per il Sociale Srl possa assurgere a ruolo di promissario acquirente rivendendo poi immediatamente l’immobile ad un prezzo molto superiore a quello di cui al preliminare e sottraendo l’immobile al Fondo cui sarebbe stato destinato qualora l’immobile fosse risultato invenduto direttamente agli inquilini (o affini e parenti).

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Gioco d’azzardo patologico

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06882
Atto n. 4-06882

Pubblicato il 15 febbraio 2012
Seduta n. 675

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

nell’ambito del fenomeno legato direttamente e/o indirettamente al gioco d’azzardo patologico nel 2010 si è prodotto un volume d’affari di 61,5 miliardi di euro, coinvolgendo 30 milioni di giocatori e impegnando 120.000 lavoratori distribuiti in quasi 20.000 aziende di produzione e servizi; i concessionari sono 1.500, di cui dieci detengono la metà del fatturato. Nel 2011 la raccolta dei primi undici mesi (69,5 miliardi) conferma il trend positivo (+26,36 per cento) rispetto al medesimo periodo 2010 (55 miliardi);

in Italia si stimano circa 30.000.000 di utenti dei giochi pubblici con vincita in denaro e tra loro si stimano circa 2.000.000 di persone afflitte da ludopatia;

le informazioni a disposizioni degli utenti, utili per destreggiarsi nel mondo del gioco con consapevolezza, sono mediocri;

la ricerca Nomisma evidenzia come la percezione degli italiani rispetto alla disponibilità di informazioni adeguate sul gioco e le sue possibili implicazioni negative sia assolutamente carente (53 per cento), soprattutto riguardo alla possibilità di dipendenza da gioco, e che l’86 per cento degli italiani richiedono più informazioni sui rischi connessi al gioco e ritengono insufficiente l’opera di sensibilizzazione sinora attuata;

l’offerta di giochi rischia di presentare un incremento di rischi di deriva di tipo problematico o patologico: l’aumento di richieste di aiuto a servizi pubblici o privati da parte di giocatori o loro familiari, lo sviluppo di forme di auto-aiuto, il crescente allarme sociale legato a fatti di cronaca ed al crescente fenomeno dell’usura in parte imputabile al gioco, ne sono una dimostrazione;

quanto ai dati relativi al ruolo che gli adolescenti acquisiscono in questo scenario, secondo l’indagine del 2009 a cura dell’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Centro nazionale delle ricerche (Cnr) di Pisa questo fenomeno, che va dai gratta e vinci, alle lotterie istantanee, alle scommesse sportive, fino al lotto e superenalotto, è in crescita e interessa circa la metà degli studenti italiani, con un incremento maggiore tra le ragazze. Sarebbero 550.000 i minorenni secolarizzati a scommettere illegalmente con la speranza di arricchirsi facilmente; dal 2008 al 2009 la percentuale di studenti tra i 15 e i 19 anni che dichiarano di aver giocato in denaro almeno una volta negli ultimi dodici mesi è aumentata dal 40 per cento al 47 per cento;

dalla ricerca risulta che ai primi tre posti si trovano i locali pubblici non dedicati come bar, tabaccherie, pub (32 per cento), gioco on line (20 per cento) e sale scommesse (12 per cento). Il gioco virtuale (Internet , telefono cellulare) è utilizzato nel 7 per cento dei casi, anche se una quota del gioco praticato nelle case private avviene tramite web;

nel 2011 la spesa degli italiani per il gioco pubblico è stata di 76,6 miliardi di euro con un incremento del 24 per cento sull’anno precedente. L’Erario ha incassato 9,3 miliardi;

considerando la nuova tassazione del 6 per cento prevista sulle vincite oltre 500 euro, e l’entrate per l’Erario potrebbero superare nel 2012 i 13 miliardi di euro;

va sottolineato che su 76,6 miliardi giocati le vincite ammontano a 57,5 miliardi, quindi il margine Erario/concessionari è di 19,10 miliardi, il 33,2 per cento delle vincite;

desta preoccupazione il gioco digitale (Skill games, Poker online, casino) che ha goduto di un incremento del 170 per cento rispetto all’anno precedente;

considerato che:

il comma 70 dell’art. 1 della legge n. 220 del 2010 stabilisce: “Con decreto interdirigenziale del Ministero dell’economia e delle finanze-Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e del Ministero della salute sono adottate, d’intesa con la Conferenza unificata, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, linee d’azione per la prevenzione, il contrasto e il recupero di fenomeni di ludopatia conseguente a gioco compulsivo”;

il comma 23 dell’art. 24 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, recante “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”, prevede che “Ai fini del miglior conseguimento degli obiettivi di tutela del giocatore e di contrasto ai fenomeni di ludopatia connessi alle attività di gioco, il Ministero dell’economia e delle finanze – Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, nell’ambito degli ordinari stanziamenti del proprio bilancio, avvia, in via sperimentale, anche avvalendosi delle strutture operative del partner tecnologico, procedure di analisi e verifica dei comportamenti di gioco volti ad introdurre misure di prevenzione dei fenomeni ludopatici”;

risulta all’interrogante che dal dicembre 2011 il Ministero dell’economia e delle finanze ha comunicato, alle Regioni e agli altri Ministeri interessati, che al momento ritiene opportuno soprassedere circa l’esame del previsto decreto;

l’istruttoria avviata in sede di Conferenza Unificata è quindi per il momento ferma e il Ministero dell’economia non ha fornito una tempistica per lo sblocco dell’esame del decreto da parte della Conferenza;

sono decorsi i 60 giorni di cui alla citata legge n. 220 del 2010 (art. 1, comma 70) e non risultano avviate le procedure di analisi e verifica di cui al citato comma 23 dell’art. 24 del decreto-legge n. 98 del 2011;

pur prendendo atto della decisione del Ministro in indirizzo ogni ulteriore ritardo nell’adozione del decreto de quo determina l’aumento del numero di giocatori d’azzardo patologico, con grave danno alle casse dello Stato sia in termini economici che di impiego delle risorse disponibili per sostenere e curare chi versa in stato di ludopatia conclamata,

si chiede di sapere:

quali risultino essere le ragioni che dal novembre 2011 ad oggi non hanno consentito l’adozione del decreto di cui in premessa;

quali risultino essere i tempi necessari ai fini dell’adozione del richiamato provvedimento;

quali risultino essere le somme stanziate e le risorse disponibili e quelle ulteriori destinate alla prevenzione del fenomeno del cosiddetto gioco d’azzardo patologico e, specificatamente, per quel che concerne la prevenzione per i minori degli anni 18 anche in considerazione dell’inspiegabile ritardo nell’adozione di un provvedimento “sul tavolo” oramai da mesi;

quali risultino essere i programmi e le linee di azione conseguenti e necessari a contrastare il fenomeno della cosiddetta ludopatia.

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Dismissioni immobiliari Enpam-Portieri

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06879
Atto n. 4-06879

Pubblicato il 15 febbraio 2012
Seduta n. 675

LANNUTTI – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

nell’ambito della normativa che disciplina le procedure di dismissione degli immobili ad opera degli enti previdenziali, una disposizione di legge mira a tutelare coloro che svolgono servizio di portierato all’interno di detti stabili;

ai sensi dell’art. 43, comma 19, della legge n. 388 del 2000, modificato dalla legge n. 3 del 2003: “I lavoratori, già dipendenti degli enti previdenziali, addetti al servizio di portierato o di custodia e vigilanza degli immobili che vengono dismessi, di proprietà degli enti previdenziali, restano alle dipendenze dell’ente medesimo. Si applica quanto disposto dagli artt. 33 e 34 del decreto legislativo 30 marzo 2000, n. 165″;

pertanto gli addetti al servizio di portierato presso gli stabili di proprietà degli enti previdenziali hanno il diritto – nell’ipotesi di dismissione – di mantenere il loro posto di lavoro in quanto ritenuti a tutti gli effetti dipendenti dell’istituto;

considerato che:

l’accordo siglato dai sindacati degli inquilini con l’Enpam (Ente nazionale di previdenza e assistenza dei medici), relativamente alla dismissione degli immobili dell’ente, prevede che i lavoratori saranno ceduti ai futuri acquirenti e questi avranno l’obbligo di tenere il personale solo per tre anni;

inoltre i portieri Enpam non sono legittimati all’acquisto degli immobili nei quali risiedono, poiché privi di un contratto di locazione. Essi, infatti, abitano all’interno degli stabili in quanto “portieri con alloggio di servizio”;

sebbene non vi sia un contratto di locazione, i portieri residenti negli stabili Enpam hanno sempre pagato direttamente tutti i servizi (corrente elettrica, gas, rifiuti urbani, eccetera) ad eccezione dell’acqua;

a quanto riferito dalla categoria gli alloggi dei portieri risultano avere presso il catasto lo stesso codice degli altri appartamenti per cui gli inquilini possono esercitare il diritto di opzione;

tutto questo andrà a vantaggio delle cooperative chiamate a gestire le vendite degli immobili che potranno acquistare l’invenduto a prezzo ridotto, come ad esempio gli alloggi dei portieri, per poi rivenderli al prezzo di mercato;

pertanto, a causa delle dismissioni, questi lavoratori si troveranno a rischiare di perdere il proprio posto di lavoro e la loro abitazione, con gravi conseguenze per gli stessi e per le loro famiglie, passando da lavoratori dipendenti di un ente nazionale, e quindi tutelati da un contratto nazionale collettivo, a lavoratori precari licenziabili;

considerato inoltre che in data 25 gennaio 2012 l’Unione Inquilini ha comunicato quanto segue: «In data odierna l’ENPAM ha presentato un’ipotesi di accordo quadro sulle vendite che modificava completamente le modalità di acquisto degli appartamenti rispetto alle ipotesi sino ad ora discusse e molto distanti dalle modalità previste da altri accordi. Nell’ipotesi di accordo a pagina 5 è scritto che la proposta di prezzo di acquisto dell’intero immobile è presentata dal “soggetto giuridico acquirente” e non dall’ENPAM, e che quest’ultimo si riserva di “verificare la congruità della proposta di acquisto”, ovvero l’Enpam si riserva se accettare o meno. Abbiamo chiesto una pausa di riflessione per valutare, anche insieme ai comitati inquilini, tale modalità di fissazione del prezzo, del tutto nuova e mai discussa, e l’inserimento di alcune modifiche delle tutele, ma le altre sigle sindacali hanno chiesto che l’ipotesi fosse firmata immediatamente con la sola modifica dell’aggiunta di una parola. L’Unione Inquilini ritiene necessario che si apra un ampia riflessione sulle conseguenze di tale modalità di fissazione del prezzo e sulle procedure della vendita per le quali mancano del tutto riferimenti certi. Le perplessità che ci hanno portato in dissenso con le altre sigle sindacali a non firmare l’ipotesi di accordo, tra le altre sono: 1 – Non vi è alcuna indicazione o individuazione del range del prezzo a mq. poiché, come tutti sanno, le valutazioni dell’OMI oscillano da un minimo ad un massimo tra loro molto distanti; 2 – Non vi è alcuna indicazione sui tempi e i modi con cui i singoli inquilini conosceranno il prezzo del loro singolo appartamento; 3 – Non si indica con chiarezza chi deve garantire le tutele ai soggetti deboli che non possono acquistare; infatti non c’è alcun obbligo del soggetto collettivo a tale impegno; 4 – Nell’ipotesi di accordo si dice che “il soggetto giuridico acquirente” si dovrà far carico “delle morosità esistenti nell’immobile”, anche per gli appartamenti che non verranno acquistati dai conduttori; 5 – Nulla si dice in merito alla posizione dei portieri; 6 – Si prevede che il diritto di opzione (che non è un diritto di prelazione!) sarà garantito solo ai conduttori con contratto valido, ma non si specifica chi deve accertare la validità del contratto in essere, che, come sappiamo, è oggetto di contrasto; 7 – Nulla si dice dei complessi immobiliari che non riusciranno a presentare una proposta di acquisto accolta dall’ENPAM» (si veda il testo del comunicato sul sito di “Unione Inquilini”),

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

quali iniziative urgenti, anche alla luce di quanto obiettato dall’Unione Inquilini, intenda assumere al fine di verificare la legittimità delle procedure seguite dalla fondazione Enpam per la dismissione degli immobili e se queste procedure rispettino il contenuto degli accordi;

se, in riferimento a quanto stabilito per i portieri degli stabili in dismissione, siano state rispettate le garanzie reali della mobilità collettiva, così come disciplinata dalle norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche di cui al decreto legislativo n. 165 del 2001;

quali iniziative intenda assumere affinché venga garantito il posto di lavoro ai portieri e questi possano, unitamente agli altri inquilini, esercitare il diritto di opzione per l’acquisto del proprio alloggio.

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Vendita Villa Tritone – Sorrento

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06863
Atto n. 4-06863

Pubblicato il 14 febbraio 2012
Seduta n. 674

LANNUTTI – Ai Ministri per i beni e le attività culturali, dell’interno e della giustizia. -

Premesso che:

è stato convocato, d’urgenza, il Consiglio comunale di Sorrento (Napoli) per il 10 febbraio 2012 alle ore 12, al fine di deliberare in ordine alla vendita della prestigiosa villa di interesse archeologico e sottoposta a particolare tutela paesaggistico-ambientale sita a Sorrento in via Marina Grande 5, complesso immobiliare denominato “villa Tritone” o “villa Astor”;

la Soprintendenza per i beni ambientali di Napoli, con nota acclarata al protocollo comunale n. 5319 del 2 febbraio 2012, indirizzata alla Regione Campania, alla Provincia di Napoli, al Comune di Sorrento e alla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici, comunica il trasferimento di atto soggetto a diritto di prelazione (decreto legislativo n. 42 del 2004) in ordine alla vendita, per 35 milioni di euro, da parte del signor Mariano Pane nato a Sorrento il 22 febbraio 1937 ed ivi domiciliato in via Marina grande 5, a favore di Kamilla Dzhanashiya nata a Mosca (Russia) il 7 luglio 1989 ed ivi residente a Krylatskie Holmy, 47/37 e domiciliata a Firenze in via Giovanni Pico della Mirandola 9, rappresentata dall’avvocato Ginevra Giovannoni nata a Firenze il 27 dicembre 1970, ivi domiciliata in via G. Pico della Mirandola 9, giusta procura autenticata dal notaio Anna Ferrelli di Milano in data 4 novembre 2011, rep. 22053;

detto complesso immobiliare è da considerarsi patrimonio dell’umanità e costituisce un bene storico e culturale legato alla lotta antifascista per la resistenza, avendovi dimorato personalità come Togliatti, Croce, De Gasperi, Salvemini,

si chiede di sapere:

se il Governo non intenda far valere congiuntamente alla Regione Campania, alla Provincia di Napoli e al Comune di Sorrento il diritto di prelazione nei termini previsti dalla legge, onde evitare che un bene di prestigio storico e artistico e sottoposto a tutela archeologica possa essere acquistato da un privato, precisamente da una ventenne russa, sottraendolo al patrimonio dello Stato italiano;

se non ritenga necessario attivare ogni opportuna iniziativa al fine di acclarare, anche attraverso l’intervento della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, la legittima provenienza dell’ingente somma impiegata (35 milioni di euro) per l’acquisto della storica dimora.

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Consulenza Ministero sviluppo economico

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06864
Atto n. 4-06864

Pubblicato il 14 febbraio 2012
Seduta n. 674

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che, da quanto rilevato dalle rappresentanze sindacali, risulterebbe che presso il Ministero dello sviluppo economico sia stato conferito un oneroso incarico di consulenza concernente le strategie di internazionalizzazione del Ministero, in particolar modo attinenti ai rapporti con l’Afghanistan;

considerato che l’amministrazione vanta due Direzioni generali, un ufficio del Consigliere diplomatico ed il personale dell’Istituto nazionale per il commercio estero (di cui una parte consistente confluirà presso il ministero), competenti sul piano dell’internazionalizzazione,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero che sia stato conferito l’incarico consulenziale di cui in premessa e/o di altri simili nonostante la presenza di personale interno competente per le stesse attività;

quali siano i motivi per cui non ne sia stata adeguata informazione attraverso il sito Internet del Ministero.

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