Tesoro-titoli derivati-Morgan Stanley

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02666
Atto n. 3-02666

Pubblicato il 21 febbraio 2012
Seduta n. 676

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che la Goldman Sachs è una delle più grandi e importanti banche di affari del mondo, ha la propria sede legale negli Stati Uniti, è quotata alla borsa di New York, si occupa anche degli investimenti a rischio e sui derivati, amministra fondi previdenziali, offre consulenze a migliaia di società, che la utilizzano per gestire i loro investimenti, per ristrutturarsi e per effettuare nuove acquisizioni. Alcuni anni, quando i tassi scendevano, un giornale americano, il “New York Times”, notò che l’Italia invece di ridurre il costo degli interessi sul debito pubblico, continuava a pagare lo stesso ammontare sullo stock del debito pubblico. Sempre il “New York Times” riportò la notizia che, grazie ai derivati, dal 1996 l’Italia avrebbe truccato i conti, o meglio sottaciuto al popolo italiano l’esistenza di derivati sul debito tramite un contratto con una banca internazionale, la JPMorgan, senza suscitare conferme o smentite da parte dei Governi che si sono succeduti. Nei giorni scorsi, e precisamente il 3 gennaio 2012, il Tesoro avrebbe chiuso una posizione con Morgan Stanley, dirottando 2 miliardi e 567 milioni di euro nelle casse della banca newyorkese. Sono stati gli stessi vertici della Morgan Stanley, a comunicare che l’esposizione verso l’Italia è scesa da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari, una differenza di 3,381 miliardi corrispondenti a 2,567 miliardi di euro. Le operazioni di swap possono essere così spiegate: supponendo che un debitore abbia contratto un mutuo da 100.000 euro con una banca al tasso del 4 per cento fisso per 20 anni, si può stipulare un contratto con un’altra banca che potrebbe anticipare circa 20.000 euro dietro l’accettazione di pagare un interesse più alto, ad esempio, del 5 per cento per la vita residua del debito e fino alla sua estinzione. In questo modo si ottiene una liquidità aggiuntiva, ma si acquisisce il rischio di pagare un interesse più elevato, operazione fatta dalla Grecia sul suo debito, ossia uno swap perfezionato dalla Goldman Sachs per ottenere l’ingresso nell’euro proprio ai tempi in cui l’ex Governatore della Banca d’Italia ed oggi presidente della Banca centrale europea Mario Draghi prestava la sua opera come vice-presidente per l’Europa della banca americana. Una somma utilizzata dal Governo italiano per estinguere un’operazione di derivati finanziari, anche se non è chiara la ragione per cui la Morgan Stanley abbia richiesto la “chiusura della posizione”, opzione prevista dopo un certo numero di anni da quasi tutti i contratti sui derivati, ma raramente applicata: il motivo più verosimile potrebbe essere il declassamento deciso dall’agenzia di rating Standard & Poor’s. Certo, finché nessuna delle due parti fornirà spiegazioni, si potrà rimanere solo nell’ambito delle ipotesi. Lo swap con i derivati è stato adottato anche dall’Italia e rinnovato dai Governi che si sono succeduti in maniera bipartisan, configurando in tal modo un’esposizione nel bilancio per un controvalore che potrebbe ammontare, secondo alcune stime, circa a 30 miliardi di euro;

considerato che:

in un articolo uscito il 4 febbraio 2012 su “Linkiesta” dal titolo: “Professor Monti, ci dica la verità sui derivati che abbiamo in pancia”, Nicolò Cavalli, pone il quesito al Presidente del Consiglio: «Secondo le stime più accurate, il Tesoro italiano ha in portafoglio circa 30 miliardi di euro in derivati. Questo fatto pone forti dubbi riguardo alla sostenibilità del debito – e infatti tutti i governi che si sono succeduti dal 1996 hanno accuratamente evitato di chiarire di quanto l’Italia sia effettivamente esposta, e se ci sia il rischio di dover pagare, nel futuro prossimo, gli investitori che decidano di liberarsene, spinti dal nuovo impianto regolatorio e dalla crisi dei debiti europei. Morgan Stanley ha recentemente ridotto la sua esposizione verso l’Italia per circa 3,4 miliardi di euro: una spesa imprevista per lo Stato che potrebbe aggirarsi attorno ai 2 miliardi. Ma nessuno ne parla. Interessantissimo articolo oggi su ifre.com, che getta luce su un importante aspetto della composizione del debito pubblico del nostro Paese – e quindi sulla sua sostenibilità. Si tratta di capire, infatti, quanti derivati possiede il Tesoro italiano nel suo portafoglio. Come riportato quasi un anno fa da Wall Street Italia, il New York Times ha sostenuto che, a partire dal 1996, l’Italia avrebbe “truccato” i propri conti utilizzando derivati grazie all’aiuto di JP Morgan. Su questo argomento tutti i governi succedutisi nel tempo hanno mantenuto uno scrupoloso silenzio (troppo scrupoloso?), anche quando, il 19 Dicembre del 2009, il Fatto Quotidiano aveva segnalato uno strano fenomeno: i tassi di interesse scendevano, ma lo Stato continuava a pagare sempre lo stesso tasso sullo stock di debito. Qualche mese fa, un articolo di Linkiesta ha articolato meglio la questione, citando i dati Eurostat, che rivelano che il Tesoro italiano ha utilizzato massicciamente i derivati, in particolare dal 1998 al 2008, utilizzando cross-currency swap e interest rate swap, ma anche cartolarizzazioni. Si tratta di strumenti largamente utilizzati da vari enti pubblici, come spiegato sempre da Linkiesta in un articolo successivo. Ciò che sappiamo dai dati Eurostat è che l’Italia ha guadagnato su questi strumenti almeno fino al 2006, anno in cui la tendenza ha iniziato ad invertirsi e le perdite hanno iniziato a materializzarsi. Per gli anni successivi non esistono dati accertati, a causa dell’assenza di informazioni provenienti da fonti ufficiali. Quanto è grande questo fenomeno oggi? E sta continuando? Quanti derivati ha in pancia il governo italiano? Queste non sono domande di poco conto. La maggior parte delle stime sostiene che i derivati del Tesoro abbiano un valore di circa 30 miliardi di euro, e molti banchieri sostengono che l’Italia sia il più grande utilizzatore sovrano di strumenti derivati. Il che non sarebbe un problema in se, se non fosse che l’opacità informativa rischia di alimentare dubbi circa la sostenibilità di questo stock di contratti, in particolare in un momento in cui nessun Paese è bersagliato come l’Italia, con 29 miliardi di dollari di scommesse contrarie su oltre 7500 contratti di CDS, come riportato da Linkiesta già nell’Aprile scorso. La questione, insomma, è tutt’altro che irrilevante: l’articolo di IFRE prende l’esempio di Morgan Stanley, che ha recentemente ridotto la sua esposizione in swap verso l’Italia di circa 3,4 miliardi di dollari. Se questo interest rate swap fosse stato ristrutturato e assegnato a un’altra banca, allora l’Italia non sarebbe stata particolarmente toccata dalla vicenda. Ma se lo swap fosse stato chiuso – e molti ritengono sia andata così – allora l’Italia avrebbe dovuto pagare almeno 2 miliardi di euro. La European Bank Authority riporta che l’Italia è esposta per 5,1 miliardi di euro in swap verso le banche europee, e questo non include quelle statunitensi, quelle svizzere né quelle inglesi. Cosa succederebbe se gli investitori decidessero di chiudere queste posizioni, che sono peraltro più costose con il nuovo regime regolatorio? Semplice, l’Italia si troverebbe d’improvviso a dover pagare svariati miliardi di euro. Un’eventualità assolutamente infelice per i prospetti finanziari del nostro Paese e per gli investitori in titoli di stato, per lo più piccoli risparmiatori che hanno diritto di conoscere la reale esposizione italiana a questo rischio. Quindi (…) finiamola con l’opacità»;

si legge su un articolo pubblicato su “L’espresso” il 3 febbraio 2012: “In gran silenzio, a inizio anno il governo italiano ha dato due miliardi e mezzo alla potente banca Usa. Un’operazione su una posizione in derivati che il Tesoro non ha voluto commentare. Peggiorando così le cose”, come racconta Orazio Carabini, nel citato articolo dal titolo: “Super regalo a Morgan Stanley”. «Due miliardi e 567 milioni di euro. Passati dalle casse del Tesoro a quelle di Morgan Stanley il 3 gennaio scorso, alla vigilia dell’Epifania. In gran silenzio il ministero di via XX Settembre ha “estinto” una posizione in derivati che aveva con una delle grandi investment bank americane. I cui vertici, nelle periodiche comunicazioni alla Sec, segnalano che l’esposizione verso l’Italia a cavallo di fine anno è scesa, al lordo delle coperture, da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari. Con una differenza di 3,381 miliardi pari appunto a 2,567 miliardi di euro. Né Morgan Stanley né il Tesoro hanno voluto spiegare a “L’Espresso” il senso dell’operazione. Inutile dire che la banca aveva un credito nei confronti dello Stato italiano e che il Tesoro era evidentemente tenuto a rimborsarlo. Molti contratti sui derivati prevedono che, dopo un certo numero di anni, una delle due parti può chiedere la chiusura della posizione. Ma non accade spesso. Altre volte sono previsti dei “termination event”, ovvero fatti che possono innescare la soluzione del contratto: per esempio il downgrade dell’Italia da parte di Standard & Poor’s. Secondo fonti di mercato, l’operazione si sarebbe conclusa a costo zero, o quasi, per il Tesoro grazie a una triangolazione: Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo) sarebbe infatti subentrata a Morgan Stanley consentendo agli americani di “alleggerirsi” rispetto alla Repubblica italiana. Nei mesi scorsi ha fatto scalpore la riduzione della posizione in titoli italiani da parte della Deutsche Bank: nel primo semestre del 2011 la banca tedesca ha venduto oltre 7 miliardi di euro di Btp. Seguita da altre grandi banche, soprattutto francesi. Per il ministro dell’Economia Mario Monti e per il suo vice Vittorio Grilli, ex direttore generale del Tesoro, impegnati a riportare la fiducia dei mercati sul debitore Italia, la richiesta di Morgan Stanley (la cui branch italiana è diretta dall’ex direttore generale del Tesoro Domenico Siniscalco) deve essere stata una brutta sorpresa. L’episodio riapre la questione della trasparenza delle operazioni in derivati che sono gestite dal Tesoro nella più totale opacità: nessuno sa a quanto ammontano e una volta all’anno viene comunicato (agli uffici di statistica) il guadagno o la perdita complessivamente registrata su quel tipo di operazioni. Infine c’è un problema di immagine per quello che è spesso chiamato “governo dei banchieri”: dare 2,567 miliardi a Morgan Stanley mentre si stangano i pensionati e si stanziano 50 milioni per la social card non suona bene»,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che l’operazione di rimborso pari a 2,567 miliardi di euro a Morgan Stanley sia stata triangolata con Imi Banca (gruppo Intesa Sanpaolo), che sarebbe subentrata a Morgan Stanley consentendo agli americani di “alleggerirsi” rispetto alla Repubblica italiana e se ciò non evidenzi un potenziale conflitto di interessi con un Ministro del Governo già a capo di Banca Intesa e quali siano i costi del Tesoro per perfezionare e ristrutturare tale anomala ed opaca transazione;

quale sia il reale ammontare di swap e derivati detenuti dal Tesoro, quali le banche coinvolte, le modalità di gestione delle operazioni in derivati, le motivazioni che hanno indotto il Governo a scegliere tra i molti creditori di onorare il debito proprio con Morgan Stanley, banca di affari diretta dall’ex direttore generale del Tesoro Domenico Siniscalco;

se sia vero che l’Italia sia il più grande utilizzatore sovrano di strumenti derivati, con un valore di 30 miliardi di euro in capo al Tesoro, quali siano le ragioni di una opacità informativa che rischia di alimentare dubbi circa la sostenibilità di questo stock di contratti, in particolare in un momento in cui nessun Paese è bersagliato come l’Italia, con 29 miliardi di dollari di scommesse contrarie su oltre 7.500 contratti di CDS (credit default swap), come riportato da “Linkiesta” nell’aprile 2011;

quali siano le ragioni delle mancate smentite alle illazioni del “Wall Street Italia” e del “New York Times”, le cui tesi hanno sostenuto che dal 1996, l’Italia avrebbe “truccato” i propri conti utilizzando derivati grazie all’aiuto di JP Morgan, e quali siano le risposte all’articolo del 19 dicembre 2009 de “il Fatto Quotidiano”, secondo il quale, a saggi di interessi decrescenti, il Tesoro continuava a pagare sempre lo stesso tasso sullo stock del debito ed all’articolo de “Linkiesta” che, citando i dati Eurostat, ha rilevato l’uso massiccio di strumenti derivati nel decennio 1998-2008, specie cross-currency swap e interest rate swap, surrogati da cartolarizzazioni degli enti pubblici;

se risponda al vero che l’Italia abbia guadagnato su tali scommesse fino al 2006, anno in cui la tendenza si è invertita con perdite materiali e quali siano stati i guadagni realizzati e le perdite subite, posto che non vengono divulgate informazioni ufficiali, e gli unici dati sono desumibili dall’Eba (European Bank Authority) che riporta l’esposizione italiana in swap verso le banche europee per 5,1 miliardi di euro, senza includere le statunitensi, le svizzere e le inglesi;

quali misure urgenti il Governo intenda attivare per offrire le necessarie, trasparenti informazioni, in una fase difficile e delicata per l’Italia il cui debito pubblico è pari a 1.900 miliardi di euro, sotto attacco della speculazione internazionale, di fondi speculativi, banche di affari, agenzie di rating e della dittatura invisibile degli spread e dei mercati, che rischiano di minare i principi democratici e di sovranità.

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