Tribunale Fallimentare Roma incarichi affidati al pres. de Fiore

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00424
Atto n. 2-00424

Pubblicato il 15 febbraio 2012
Seduta n. 675

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia. -

Premesso che a quanto risulta all’interpellante la gestione non molto trasparente della sezione fallimentare del Tribunale di Roma, definita a mezza bocca da avvocati e cancellieri come “un bubbone che prima o poi doveva scoppiare”, per gli enormi interessi economici che sarebbero oggetto – secondo precise accuse – di spartizione milionaria riguardava, e riguarda tuttora, l’assegnazione delle procedure fallimentari ai curatori, che sono professionisti esterni, avvocati o commercialisti, che gestiscono la pratica spesso per decenni, e vengono pagati cifre che in alcuni casi sono da capogiro, poiché agganciate al valore della pratica. Francesco Taurisano, fino a pochi mesi fa giudice della sezione, ha interessato la Procura della Repubblica di Perugia che ha appena avviato un’inchiesta, essendo competente ad indagare su tutti i reati in cui un magistrato romano può essere indagato oppure considerato parte lesa, sul suo ex presidente di sezione, Ciro Monsurrò, accusandolo di una serie di comportamenti che potrebbero configurare condotte penalmente rilevanti,in merito ad un consolidato sistema che potrebbe nascondere rapporti clientelari o anche di corruzione su affari e malaffari;

considerato che:

in un articolo pubblicato su “il Fatto Quotidiano”, del 14 febbraio 2012, dal titolo: “Milioni di euro d’incarichi: accuse al tribunale”, Marco Lillo racconta intrecci e rapporti oscuri della sezione fallimentare del Tribunale di Roma, che riguardano il Presidente del Tribunale di Roma, dottor Paolo De Fiore. Si legge infatti: «C’è un’inchiesta sulla gestione degli incarichi milionari delle crisi aziendali gestite dal Tribunale Fallimentare di Roma e in particolare nel mirino del procuratore di Perugia c’è la gestione dell’attuale presidente: Ciro Monsurrò. L’indagine parte da un esposto durissimo, presentato alla Procura di Perugia da Francesco Taurisano, un giudice che fino a poco tempo fa era uno dei più anziani della sezione fallimentare e che – dopo essere stato costretto a lasciare quel posto proprio dal presidente Monsurrò – ora accusa i suoi ex capi: non solo Monsurrò ma anche il presidente del Tribunale di Roma Paolo de Fiore. Le accuse più pesanti – che devono essere riscontrate una per una e che sono in questo momento all’attenzione del procuratore capo di Perugia Giacomo Fumo che non ha ancora deciso se e a chi delegare l’indagine – hanno per oggetto le nomine della “procedura fallimentare più grande d’Europa”, cioè la Federconsorzi e poi la gestione da parte del Tribunale di Roma del crack del gruppo Di Mario, un importante gruppo di costruzioni prima dichiarato fallito, poi rimesso in amministrazione straordinaria e poi recentemente nuovamente dichiarato fallito e infine le nomine del presidente del Tribunale Paolo de Fiore. A partire da quelle che hanno portato un avvocato che non risulta nemmeno iscritto nell’ordine di Roma, bensì al foro di Potenza, ma che è il marito della sua segretaria Maria Rosaria Barbuto, quel Giuseppe Tepedino (…) che secondo l’esposto e anche secondo un’interrogazione parlamentare (…) avrebbe cumulato incarichi milionari dal Tribunale, non è solo marito della segretaria del presidente De Fiore ma sarebbe anche marito della nipote (attraverso la moglie) del presidente della sezione fallimentare Ciro Monsurrò. Il caso più importante citato nell’esposto è quello di Federconsorzi, un crack vintage che continua a far guadagnare a distanza di decenni non più gli agricoltori ma i professionisti che hanno la fortuna di essere nominati per seguire le sue vicende. Al centro dell’esposto del giudice Francesco Taurisano c’è l’ultima tornata di nomine dei commissari Federconsorzi che – almeno stando a quanto denunciato – sarebbe stata oggetto di una disputa durissima tra giudici con un epilogo a dir poco sconcertante: un commercialista già nominato, che quindi aveva in mano una sorta di biglietto della lotteria, avrebbe rinunciato all’incarico per le pressioni indebite del presidente del Tribunale fallimentare Ciro Monsurrò, che aveva in mente un altro nome. La storia descritta nell’esposto all’esame della Procura di Perugia ha dell’incredibile e merita di essere raccontata dall’inizio. Nel giugno del 2011 il liquidatore giudiziale di Federconsorzi, l’avvocato Sergio Scicchitano, si ritrova coinvolto in posizione marginale nell’inchiesta sull’ex presidente della Confcommercio romana, Cesare Pambianchi. Il presidente della sezione fallimentare Ciro Monsurrò chiede ai suoi giudici di fare in modo che il professionista (peraltro vicino all’Idv) lasci tutti i suoi incarichi nel settore (per l’esattezza quattro aziende in crisi da gestire con tre giudici diversi). Per capire l’importanza della partita in ballo basti dire che Scicchitano, per il suo lavoro in Federconsorzi, si era appena visto liquidare come “acconto”, ben 3, 3 milioni di euro. Comunque sia, il professionista con senso di responsabilità, si dimette da tutto evitando la revoca. Era il 15 giugno. Il giorno stesso il presidente Ciro Monsurrò, secondo il racconto del giudice Taurisano ai pm di Perugia, chiede allo stesso Taurisano e ai suoi colleghi, di nominare come nuovo liquidatore giudiziale il professor Luigi Farenga, già commissario Cirio, oppure il professor Cabras perché quei nomi erano stati indicati, a detta di Monsurrò, dal presidente del Tribunale Paolo De Fiore, che però non aveva alcun ruolo formale nella procedura. Monsurrò in quei giorni era però a Parigi e quindi i giudici fallimentari a Roma fanno di testa loro, come era in loro potere. Così il tribunale fallimentare, presieduto dal giudice Fabrizio Di Marzio, e composto da una terna che include Taurisano, nomina un professionista valido ma non indicato da nessun presidente, né di sezione né di tribunale, il dottore Roberto Falcone. A questo punto accade l’incredibile. Il presidente Monsurrò si attacca al telefono da Parigi e investe della sua ira il giudice Taurisano. Il giorno dopo il dottor Falcone entra nell’ufficio di Taurisano e, sempre secondo il racconto del giudice, il professionista rinuncia all’incarico della sua vita. Il 20 giugno il pallino torna in mano a Monsurrò. Tornato da Parigi come un trionfatore, il presidente della sezione convoca i giudici Di Marzio e Taurisano e gli comunica la nomina del professor Farenga, il nome prescelto dall’inizio a suo dire su indicazione del presidente De Fiore. La questione delle nomine non è nuova: un professionista che all’improvviso si vede nominare commissario di una procedura come questa, al termine di anni di lavoro, incasserà una parcella di molti milioni di euro. Soldi e prestigio per il nominato sono ovviamente l’altra faccia del potere di chi nomina. Un tema che Ciro Monsurrò, presidente della sezione fallimentare conosce molto bene. Proprio quando questo magistrato era ispettore del ministero di grazia e giustizia, (divenne famoso per avere eseguito con il collega Arcibaldo Miller la celeberrima ispezione ministeriale nei confronti della Procura di Milano richiesta a gran voce dagli avvocati di Cesare Previti) l’ispettorato si era occupato del problema della concentrazione degli incarichi a Roma. A distanza di otto anni da quell’ispezione, ora l’ex ispettore Monsurrò, divenuto lui stesso il dominus della fallimentare romana, si trova al centro di accuse ben più pesanti, anche se ancora tutte da riscontrare. Monsurrò, sentito dal Fatto, si è rifiutato di commentare. E lo stesso vale per il dottor Roberto Falcone»;

occorrerebbero iniziative volte a restituire trasparenza a nomine importanti in un settore delicato della giustizia, come quelle assunte dalla sezione fallimentare del Tribunale di Roma, nomine che non possono essere oggetto di clientele, spartizioni e lottizzazioni,

si chiede di sapere:

se il Ministro della giustizia non ritenga doveroso intervenire, attraverso un’accurata ispezione ministeriale sulla gestione del Tribunale di Roma, al fine di verificare se sussistano i presupposti per promuovere un’azione disciplinare, in relazione alla vicenda relativa agli incarichi affidati dal presidente Paolo De Fiore e dalla sezione fallimentare, alla luce delle precise accuse oggetto di un esposto alla Procura della Repubblica di Perugia da parte di Francesco Taurisano, un giudice che fino a poco tempo fa era uno dei più anziani della sezione fallimentare costretto a lasciare quel posto dal presidente di sezione Ciro Monsurrò;

se risulti al Governo che Ciro Monsurrò, secondo il racconto del giudice Taurisano ai pubblici ministeri di Perugia, abbia chiesto allo stesso Taurisano e ai suoi colleghi di nominare come nuovo liquidatore giudiziale il professor Luigi Farenga, già commissario della Cirio, oppure il professor Cabras, perché quei nomi erano stati indicati, a detta di Monsurrò, dal Presidente del Tribunale Paolo De Fiore, che però non aveva alcun ruolo formale nella procedura;

se risulti che in assenza di Monsurrò i giudici fallimentari di Roma abbiano nominato un professionista valido, non indicato da nessun presidente, né di sezione né di tribunale, come il dottore Roberto Falcone, costretto poi a dimettersi per far posto ad una nomina clientelare come quella del professor Farenga, nome prescelto fin dall’inizio su indicazione del presidente De Fiore.

AGGIORNAMENTO DEL 16/febbraio/2016

Sui fatti indicati nelle interpellanze la Procura della Repubblica di Perugia ha richiesto l’archiviazione ed il GIP ha accolto la richiesta, disponendo l’archiviazione del procedimento

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