Month: marzo 2012

Enrico Bondi -RAI

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00443
Atto n. 2-00443

Pubblicato il 20 marzo 2012
Seduta n. 695

LANNUTTI , PEDICA – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che si legge su un articolo pubblicato il 16 marzo 2012 sul blog “lettera43″: «Rai, spunta il dg commissario. Monti ai partiti: poteri straordinari al direttore. Un direttore generale Rai con i poteri straordinari di commissario che sia in grado di rimettere a posto i conti della tivù pubblica. È questa l’ipotesi che, stando a quanto rivelato da fonti parlamentari e di governo, il premier Mario Monti avrebbe posto sul tavolo del vertice con la maggioranza il 15 marzo tra le reazioni non proprio entusiaste dei partiti. Secondo indiscrezioni raccolte da Lettera43.it, nelle intenzioni di Monti in pole position per la nomina ci sarebbe Enrico Bondi. Magari con Piero Angela alla presidenza, anche se il padre di Quark declina l’offerta: “Tutti mi stanno chiedendo se voglio fare il presidente della Rai. No, grazie. Penso che posso servire meglio la Rai continuando a fare il lavoro che faccio”. Nel giro di tavolo con i partiti dedicato alla Rai, sarebbero state ventilate diverse ipotesi, compresa quella del commissariamento. L’idea sviluppatasi parte proprio da qui, ma non rientra nel senso stretto del termine: nel caso della Rai, infatti, “non vi sarebbero i presupposti giuridici” per un commissariamento vero e proprio, come ha spiegato una fonte dell’esecutivo. Inoltre, la nomina di un direttore generale dai poteri straordinari potrebbe essere decisa senza una riforma della governance, visto che per modificare le deleghe del direttore generale non è necessario rivedere l’attuale legge Gasparri. Una soluzione di compromesso che potrebbe dare il tempo al governo di lavorare a una vera riforma di Viale Mazzini. L’ipotesi ha trovato l’opposizione prevedibile di Angelino Alfano, determinato come il resto del Pdl a non toccare l’attuale assetto dell’azienda: “Fare la riforma della Rai per mettere le mani sulla Rai è contro il senso di questa vicenda”, ha detto il segretario del partito. (…) Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, invece, ha insistito sul fatto che con l’attuale governance anche nomine di persone di provata qualità e professionalità avrebbero le mani legate: “Con la governance attuale una persona autorevole è destinata solo a perdere autorevolezza perché nessuno può fare i miracoli”»;

considerato che:

sul quotidiano “la Repubblica” del 28 giugno 2011 si può leggere: «Parmalat è diventata francese. L’offerta pubblica d’acquisto è andata in porto senza alcun contraccolpo e ostacolo, nemmeno flebile della decantata cordata italiana che sembrava appoggiata anche dal ministro Tremonti. In meno di 4 ore di assemblea i francesi di Lactalis hanno portato a casa la proprietà della multinazionale creata da Calisto Tanzi (ora in carcere e autore del più grande crac italiano) e nominato il nuovo presidente: Franco Tatò, ex Enel, manager di lungo corso. Una battaglia durata sei mesi, da gennaio a giugno, che ha fatto finire i sette anni del risanatore Enrico Bondi ed ha consegnato una società per molti versi assai solida nelle mani dei francesi. L’assemblea di Parmalat, iniziata alle 16,20, registra la presenza in sala del 46,7 per cento del capitale, ovvero 682 azionisti in proprio o per delega. Considerata la quota in mano ai soci francesi di Lactalis, pari al 28,9 per cento del capitale, si dà per scontata dal primo minuto la vittoria della sua lista per il rinnovo del consiglio d’amministrazione (nove posti su undici). Tre le liste in campo per il rinnovo del consiglio di amministrazione. La prima fa capo alla francese Lactalis che detiene il 28,9% del capitale sociale; la seconda presentata da Assogestioni e la terza dei fondi Skagen, MacKenzie e Zenit, i tre fondi esteri che hanno già venduto a Lactalis il 15,3% delle azioni da loro detenute. Di fatto Lactalis è presente in netta maggioranza. È costata 4,6 milioni di euro la consulenza commissionata da Parmalat a Goldman Sachs sull’opa dei francesi di Lactalis. È quanto a chiarito il presidente del gruppo di Collecchio, Raffaele Picella, rispondendo alla richiesta di chiarimento di un azionista durante l’assemblea dei soci chiamata, tra l’altro, a rinnovare il consiglio di amministrazione e il collegio dei sindaci»;

scrive Gianluca Paolucci su “La Stampa” del 29 giugno 2011: Enrico Bondi, manager di 77 anni «lascia un gruppo con 282 milioni di utile, 4,3 miliardi di fatturato e una cassa con 1,4 miliardi, in gran parte frutto delle transazioni con le banche promosse da Bondi stesso e dai suoi avvocati. E allora, perché lascia? Perché ha saputo risanare ma non crescere, dice qualcuno. Perché comunque è giusto chiudere una fase e aprirne un’altra, forse. Di certo non per ragioni anagrafiche: il prossimo presidente, Franco Tatò, di anni ne ha 79»;

a quanto risulta agli interpellanti, Bondi, il manager strapagato che la grande stampa incensa e di cui tesse le lodi, dimenticando gli incidenti di percorso come l’allontanamento coatto di Vittorio Nola, ex segretario generale di Telecom Italia, accusato di aver inserito una microspia, falsa si sa ora, trovata nell’auto in uso all’allora amministratore delegato del gruppo (Enrico Bondi, appunto). Una cimice che, a quanto risulta, nel giro di poco tempo ha consentito l’ingresso in Telecom, come capo della Security, di Giuliano Tavaroli, l’indagato numero “uno” dell’inchiesta penale in corso a Milano, è accusato del reato di calunnia nel procedimento penale;

un take dell’agenzia di stampa Adnkronos del 19 aprile 2008, dal titolo: «Dossier illeciti: giudice civile Milano chiude il caso della prima “cimice”» spiega: «Le indagini svolte successivamente hanno accertato che nessuno, a quell’epoca, all’interno di Telecom aveva cercato di captare delle informazioni. Che la cimice trovata sull’auto di Bondi non era altro che un telefonino Motorola smontato e non funzionante. E che l’auto in uso all’allora neo amministratore delegato era stata presa a noleggio privatamente, non era in dotazione a Telecom, né era stata “prestata” da Nola, come invece è stato scritto. Per questo il giudice civile Marisa Nardo ha sottolineato come “particolarmente offensivo l’addebito, mosso a Nola, di aver fornito l’autovettura in cui era stata rinvenuta la cimice, addebito che rendeva del tutto ovvia la conclusione che egli era il principale artefice dello ‘spionaggio’ scoperto” (…) “Sotto il profilo del danno non patrimoniale deve valutarsi -scrive infatti il giudice- anche il disagio degli attori per il fatto di essersi sentiti additati, in termini di certezza, quali autori o corresponsabili di un’operazione di spionaggio pur essendo essi professionalmente preposti all’incarico di evitare proprio fatti del genere di quelli di cui erano accusati”. Con questa decisione, dichiara Vittorio Nola, “il Tribunale di Milano ha implicitamente riconosciuto la mia assoluta estraneità in merito alla vicenda della “microspia” che, tuttavia, causò un repentino allontanamento dalla Telecom Italia con conseguenti rilevanti danni”»;

a quanto risulta agli interpellanti, Bondi, oltre ad aver allontanato ingiustamente Vittorio Nola dalla Telecom consentendo così l’ingresso di Tavaroli, è stato accusato di non aver utilizzato 1,4 miliardi di euro di Parmalat per un piano industriale ed alleanze che consentisse all’azienda di non finire nelle mani dei francesi di Lactalis,

si chiede di sapere:

se risulti che Enrico Bondi abbia proditoriamente accusato Vittorio Nola, ai tempi segretario generale di Telecom Italia, inventando una finta cimice, per consentire l’ingresso di Giuliano Tavaroli ed un’azione sistematica di spionaggio a danno di cittadini, concorrenti, imprenditori e politici, ad uso e consumo di Tronchetti Provera, che il 28 maggio 2010 ha patteggiato una pena di quattro anni e due mesi, deciso dal giudice dell’udienza preliminare Mariolina Panasiti nella vicenda dei dossier illegali, che ha anche condannato, sempre attraverso il patteggiamento, a tre anni e quattro mesi Fabio Ghioni all’epoca dei fatti responsabile del tiger time interno a Telecom, la squadra che avrebbe preparato i dossier illegali;

se al Governo risulti che Bondi, non utilizzando il tesoretto di 1,4 miliardi di euro accumulato nelle casse dell’azienda di Collecchio, dopo aver elargito 4,6 milioni di euro come consulenza commissionata da Parmalat a Goldman Sachs sull’opa dei francesi di Lactalis, abbia consentito ai francesi di acquisire un’azienda come la Parmalat, costata “lacrime e sangue” a 135.000 risparmiatori truffati;

se risponda al vero che dopo tale svendita ai francesi, il Governo vorrebbe nominare Enrico Bondi alla Rai, per un’eventuale replica, o per privatizzare e dismettere l’azienda del servizio pubblico al miglior offerente;

quali misure urgenti di competenza il Governo intenda attivare per evitare che le aziende italiane possano essere svendute, come nel caso della Parmalat, da manager che, seppur circondati da un alone di competenza e di risanatori aziendali, hanno perseguito al contrario propri interessi particolari anche di tipo economico invece dell’interesse generale del Paese, dei consumatori utenti risparmiatori ed infine dei lavoratori, nominando personalità al di sopra dei sospetti che possano rispondere a requisiti di onorabilità e competenza.

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Gestore dei servizi energetici (GSE spa)-Utenti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07124
Atto n. 4-07124

Pubblicato il 20 marzo 2012
Seduta n. 695

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il Gestore dei servizi energetici (GSE) SpA è società totalmente controllata dal Ministero dell’economia e delle finanze e ha come scopo, sulla base degli indirizzi del Ministero dello sviluppo economico, di promuovere lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e del risparmio energetico attraverso l’erogazione di incentivi economici e azioni informative tese a diffondere la cultura dell’uso dell’energia compatibile con le esigenze dell’ambiente;

numerosi operatori e privati cittadini lamentano ritardi che sfiorano i 18 mesi nella definizione delle pratiche relative al controllo e verifica degli impianti da loro realizzati e all’erogazione degli incentivi da parte del GSE;

di contro si è avuta evidenza, da parte del GSE, di trattamenti di “favore” ad alcuni soggetti tanto da indurre la sezione del giudice per le indagini preliminari (R.G.N.R. n. 66223/2010 e R.G.G.I.P. n. 12493/2010) del Tribunale di Milano a richiedere misure cautelari per un dipendente del GSE (Franco Centili) e a compiere verifiche e indagini su alcuni dirigenti della stessa società (Gerardo Montanino, Luca Barberis), indagini nel corso delle quali è stato chiamato in causa anche l’amministratore delegato dottor Nando Pasquali;

inoltre si è avuta notizia di mancati controlli da parte del GSE relativamente all’erogazione dei cosiddetti certificati verdi sull’energia da fonti rinnovabili prodotta all’estero e importata in Italia,

si chiede di sapere quali iniziative il Governo ritenga di attivare sul vertice operativo del GSE al fine di rendere possibile, da parte di tale azienda, risposte più sollecite a operatori e cittadini nonché l’attivazione di trasparenti ed efficaci procedure di controllo nell’attribuzione di certificati verdi all’energia da fonti rinnovabili prodotta all’estero e importata in Italia.

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Bilanci SuperInps

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07126
Atto n. 4-07126

Pubblicato il 20 marzo 2012
Seduta n. 695

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che, con la fusione dell’Inpdap con l’Inps e l’Enpals, la creazione dal 1° gennaio 2012 del cosiddetto super Inps nascerebbe già con un debito miliardario stimato, per il 2012, in 12.421 milioni di euro;

in particolare sarebbe l’Inpdap, l’istituto di previdenza e assistenza dei dipendenti pubblici che ha 2.785.000 pensioni e 3.387.000 iscritti, a portare in eredità un deficit enorme di 13.281 milioni di euro e anche per il patrimonio dell’ente farebbe registrare, per il 2012, addirittura una perdita netta di 24.477 milioni di euro;

i conti dell’Inpdap sono preoccupanti considerato che in tre anni il debito è passato da 9 miliardi del 2010 agli oltre 13 previsti per i1 2012. I numeri impressionanti sono venuti fuori nel corso di un’audizione in Senato del presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua;

inoltre risulta all’interrogante che il collegio dei sindaci dell’Inpdap possa contare su nuovi incarichi nel collegio dei sindaci dell’Inps e addirittura per 5 di questi sarebbe prevista una promozione sul campo a dirigenti della Ragioneria generale dello Stato;

considerato che:

in un precedente atto di sindacato ispettivo l’interrogante chiedeva chiarimenti sul deficit di 80 milioni di euro raggiunto dall’Inps solo per mancati incassi nella gestione del patrimonio immobiliare, come risulterebbe da un’indagine interna e da una lettera di Antonio Ferrara, il magistrato della Corte dei conti che vigila sulla correttezza degli atti (3-02702);

inoltre nell’atto di sindacato ispettivo 3-02703 si evidenziava il grande potere che ha assunto all’Inps la KPMG, penetrata, nel tempo, all’interno delle attività nevralgiche dell’Istituto, assumendo un ruolo di primo piano non solo nell’informatica ma anche nella formazione, nella vigilanza e negli altri settori strategici. In particolare sembrerebbe che il Coordinamento generale statistico attuariale abbia messo a disposizione di KPMG non i dati statistici, che pure dovrebbero rimanere saldamente in mano pubblica, ma addirittura strumenti e formule per costruire i dati di bilancio con relativa sottrazione di funzioni all’ente per affidarle ai privati;

a quanto risulta all’interrogazione, esistono veri e propri “collezionisti” di cariche pubbliche, come il Presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua il quale, non pago delle sue 24 poltrone occupate contemporaneamente senza peritarsi della crisi e della politica di sacrifici di milioni di famiglie impoverite, anche per precise responsabilità di banchieri e tecnocrati di complemento, continua ad accumularne ulteriori, senza alcun problema di ordine etico, morale e di cumulo dei compensi percepiti,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero quanto denunciato dalla stampa e come intenda il Governo fronteggiare l’emergenza di bilancio dovuta al pesante debito dell’Inpdap che graverà quest’anno sull’Inps;

quali iniziative intenda assumere affinché non vi siano pesanti ricadute sui lavoratori e i pensionati, ossia sulle spalle dei 17 milioni di lavoratori che pagano ogni anno 150 miliardi di euro di contributi previdenziali per garantirsi una pensione;

se anche l’Enpals, che ha i bilanci in attivo, farà le spese del deficit di bilancio dell’Inpdap in seguito al suo accorpamento nell’Inps;

quali siano stati i controlli degli organi di vigilanza che hanno permesso una gestione così scellerata da comportare per l’Inpdap un saldo negativo di oltre 13 miliardi di euro e un patrimonio in rosso di oltre 24 miliardi;

quali misure intenda adottare per restituire trasparenza e rigore ad una gestione, a giudizio dell’interrogante dispendiosa ed opaca dell’Inps da parte di Antonio Mastrapasqua, soprattutto alla luce della fusione dell’Inpdap con l’Inps e l’Enpals e della relativa eredità del deficit miliardario.

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Francesco Bellavista Caltagirone-Porto Fiumicino

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07125
Atto n. 4-07125

Pubblicato il 20 marzo 2012
Seduta n. 695

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

come si apprende dalla lettura di articoli di stampa, come quello pubblicato su “Il Faro on line” del 19 marzo 2012, i magistrati liguri stanno indagando sul «complesso meccanismo di subappalti, aziende apparentemente estranee le une alle altre con un’unica radice comune, percentuali fluttuanti tra società di riferimento e ripartizioni incongrue ai danni del Comune di Imperia messo in atto nell’ambito della realizzazione del porto turistico di Imperia dal costruttore romano Francesco Bellavista Caltagirone»;

il suddetto metodo, secondo quanto si evince dall’ordinanza di custodia cautelare del giudice di Imperia a carico dell’imprenditore romano e di altre 5 persone, avrebbe potuto essere applicato ad altre realtà;

su un articolo de “la Repubblica” del 18 marzo si legge che: «Da Imperia a Fiumicino. Il gip di Imperia nell’ordinanza con cui ha disposto l’arresto di Francesco Bellavista Caltagirone non ha dubbi: l’indagato “ha attualmente in corso la realizzazione del porto turistico di Fiumicino e sta usando le medesime modalità di fraudolente lievitazione dei costi sperimentate a Imperia”. Poche righe che probabilmente non suonano nuove alla procura di Civitavecchia, guidata da Gianfranco Amendola, dove un fascicolo sul porto è già aperto. Stando a quanto scrive il gip del tribunale di Imperia, Ottavio Colamartino, sul porto laziale sono in corso ulteriori accertamenti i cui risultati potrebbero anche già essere stati inviati per competenza a Civitavecchia. “Ciò che sta accadendo – scrive il magistrato – è chiaramente desumibile dagli atti della causa civile intentata davanti al tribunale di Civitavecchia da parte degli originari soci della società concessionaria dell’opera”. Affermazione che viene chiarita nel dettaglio.”Si riscontra il medesimo modus operandi: una società la Ip – Iniziative Portuali – che ha quale oggetto sociale la costruzione e gestione di impianti portuali turistici e/o commerciali e che ha ottenuto dalla Regione Lazio la concessione di zona demaniale marittima per la costruzione e gestione per novanta anni del porto turistico di Fiumicino”. Ancora. “L’ingresso nella compagine societaria di società quali la Technomarine Servizi srl e Porto Turistici AM srl riconducibili al gruppo Acqua Pia Antica Marcia Spa (di Bellavista Caltagirone, ndr); la conversione in diritti di concessione del corrispettivo monetario ottenuto (pari a 400 milioni di euro anche in questo caso senza ricorrere ad alcuna gara) da Acquatirrena srl, la società costruttrice dell’opera (anche in questo caso general contractor) e controllata da Technomarine: in questo caso la percentuale è addirittura del 75 per cento delle opera a terra e a mare del porto a fronte del corrispettivo stabilito in 400 milioni”. Infine, nemmeno a farlo apposta, i protagonisti sono gli stessi. E non si tratta solo di Bellavista Caltagirone. “Andrea Gotti Lega (manager di fiducia dell’immobiliarista romano ora ai domiciliari per l’inchiesta ligure, ndr) siede nel consiglio di amministrazione di Ip” e “la stipula di una serie di contratti di subappalto tra Acquatirrena srl, formalmente amministrata da Delia Merlonghi (anche lei fedele collaboratrice di Bellavista Caltagirone finita ai domiciliari, ndr), Peschiera Edilizia Srl, Sielt Immobiliare Srl – nessuna delle quali risulta essere operativa – per poi giungere alla ditta che effettivamente sta realizzando l’opera, Save Group srl”. Indizi che non lasciano scampo per il magistrato: “il meccanismo è assolutamente identico”»;

sempre dall’articolo citato de “Il Faro on line” si apprende che «per il giudice è ”oltremodo chiaro come Caltagirone Bellavista attraverso la propria fitta rete di conoscenze” è ”perfettamente in grado di insinuarsi all’interno delle pubbliche amministrazioni e, grazie anche alla collaborazione di funzionari infedeli, di conoscerne in anticipo le opere e gli appalti nei settori che gli interessano”. E ad Imperia, scrive il giudice, riesce anche a intervenire nelle decisioni del Comune: l’imprenditore infatti, evidenzia il giudice, dopo aver visto ”la bozza della delibera sui lavori per il porto ”dice di non condividerla in quanto sembra una sorta di commissariamento e quindi deve essere messa un pochino meglio”»,

si chiede di sapere:

quali concrete misure di competenza il Governo intenda adottare al fine di garantire la massima trasparenza e il corretto svolgimento delle procedure di gara al di fuori da ogni possibile pressioni affaristiche politiche ed economiche;

quali misure urgenti intenda attivare per stroncare la “mala pianta” della corruzione e se non ritenga opportuno agevolare, per quanto di competenza, l’iter di approvazione del disegno di legge sulla corruzione;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare sperperi e sprechi nella gestione delle grandi opere con lievitazioni abnormi dei costi delle opere pubbliche.

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GSE spa (Gestore dei Servizi Energetici)

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07112
Atto n. 4-07112

Pubblicato il 15 marzo 2012
Seduta n. 694

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) SpA è società totalmente controllata dal Ministero dell’economia e delle finanze e ha come scopo, sulla base degli indirizzi del Ministero dello sviluppo economico, di promuovere lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e del risparmio energetico attraverso l’erogazione di incentivi economici e azioni informative tese a diffondere la cultura dell’uso dell’energia compatibile con le esigenze dell’ambiente;

GSE è la quinta società italiana per fatturato (secondo quanto riportato dal Rapporto annuale sulle principali società italiane di Mediobanca) e, pur tenendo conto della peculiare mission aziendale, produce utili infinitesimali dimostrando a giudizio dell’interrogante l’inefficacia e l’inefficienza della conduzione economico-finanziaria da parte dell’amministratore delegato;

premesso altresì che, a quanto risulta all’interrogante:

l’amministratore delegato dottor Nando Pasquali, pur non brillando per risultati e pur avendo raggiunto l’età pensionabile il 22 giugno 2010, continua a percepire uno stipendio, per incarico dirigenziale, pari a 255.000 euro annui a cui vanno sommati 230.000 euro annui per l’indennità di carica di amministratore delegato;

ai predetti 485.000 euro annui il dottor Nando Pasquali aggiunge i proventi della carica di Commissario straordinario del Governo per la realizzazione di interventi urgenti relativi alla produzione di energia elettrica nell’isola di Capri (secondo quanto previsto dal decreto Presidente della Repubblica 20 novembre 2009) per lo svolgimento del quale incarico, si ha notizia, pare si avvalga delle strutture del GSE,

si chiede di sapere quali iniziative intenda assumere il Governo nel caso in questione in ordine alla politica di riduzione degli emolumenti degli amministratori di società pubbliche e, soprattutto, quali determinazioni intenda adottare in vista dell’imminente rinnovo delle cariche societarie nel gruppo GSE.

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Goldman Sachs-dimissioni Greg Smith

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07107
Atto n. 4-07107

Pubblicato il 15 marzo 2012
Seduta n. 693

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

scriveva Federico Rampini in un lungo articolo su “Affari & Finanza” di “la Repubblica” il 22 febbraio 2010, quando la crisi greca era ancora gestibile: «Ci mancava solo la Grecia. Fra tutte le catastrofi e le nefandezze associate al nome della Goldman Sachs, ora si è aggiunta anche questa. La bancarotta sovrana che minaccia uno Stato membro dell’Eurozona, e mette a dura prova la tenuta e la credibilità dell’Unione monetaria, ora coinvolge in qualche modo anche il colosso di Wall Street. Il Governo di Atene ha dovuto giustificare un “currency swap” molto sospetto, il cui montaggio finanziario fu curato dalla Goldman Sachs, e che avrebbe mascherato la vera entità del deficit pubblico. È l’ultimo scandalo di una lunga serie. Goldman Sachs implicata nel crac di Aig. Goldman Sachs destinataria di aiuti pubblici non dichiarati. Goldman Sachs e la vergogna dei superbonus. Goldman Sachs e le troppe entrature nell’Amministrazione di Washington. Su tutte le banche di Wall Street grava una cappa pesante d’impopolarità. Ma nessuna riesce a condensare su di sé da sola tanto prestigio e tanto odio come la Goldman Sachs. (…) Le si attribuisce tutto. Onnipotenza e trame diaboliche. Infallibilità e hubris. Avidità e professionalità. Dal disastro del 2007/2009 è uscita perfino rafforzata: sia perché il numero delle concorrenti si è assottigliato, sia perché la Goldman Sachs sembra aver visto arrivare la crisi un po’ prima delle altre (ma anche di questo le si fa una colpa, e non a torto). L’indignazione dell’opinione pubblica per le responsabilità di Wall Street nella crisi, per l’arroganza e l’impunità dei banchieri, ha spinto Barack Obama a far proprio il progetto radicale di riforma sponsorizzato da Paul Volcker, teso a ridimensionarne le attività speculative»;

Goldman Sachs, una banca di affari al centro di ogni scandalo finanziario che avviene in ogni parte del mondo, accusata di aver manipolato, con gli strumenti derivati, perfino i valori delle materie prime e del petrolio ponendo il prezzo del barile ad un target di 150 dollari che raggiunse negli anni scorsi facendole conseguire utili enormi e stock option di centinaia di milioni di dollari per i suoi manager, che a quanto risulta all’interrogante continua ad essere la banca di riferimento per il Ministero dell’economia dopo aver arruolato alla sua causa l’ex direttore generale ed attuale presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ed altri importantissimi uomini di Governo in modo trasversale, non aveva mai dovuto subire l’onta di una pesante accusa da parte di uno degli importanti manager;

in un articolo de “Il Sole-24 ore” del 14 marzo 2012, intitolato «Goldman Sachs, dirigente lascia e accusa: “Banca senza morale, fa soldi contro gli interessi dei clienti”», descrive un ambiente «tossico e distruttivo, dove l’etica viene accantonata e i profitti continuano ad essere messi al di sopra di tutto, anche degli interessi dei clienti. Così Greg Smith – dimessosi da direttore esecutivo di Goldman Sachs, responsabile dei prodotti derivati in Europa – descrive il clima tossico che si respira in quella che è una delle più grandi banche d’affari al mondo. Un declino morale. “Oggi è il mio ultimo giorno a Goldman Sachs”. Comincia così la lettera apparsa sul New York Times con cui Smith sottolinea come “nel modo in cui la banca funziona e pensa di fare soldi l’interesse dei clienti continua a passare in secondo piano”. Poi l’attacco ai vertici di Goldman Sachs, il ceo Lloyd Blankfein e il presidentre Gary Cohn: “Quando i libri di storia saranno riscritti su Goldman potranno mostrare come hanno lasciato cadere la cultura dell’impresa mentre loro tenevano le redini del gruppo. E un declino dello spessore morale dell’impresa – avverte Smith – nel lungo termine rappresenta una serissima minaccia per la sua sopravvivenza”»;

considerato che:

su “la Repubblica” del 14 marzo, Angelo Aquaro rincara la dose sul manager che accusa Goldman Sachs come un ambiente tossico e distruttivo: «Greg Smith il numero uno degli “equity derivatives business” lascia la banca d’affari: “Gli interessi dei clienti continuano a essere messi da parte dal modo con cui l’istituto opera e pensa per fare soldi”. Secca la replica: “Non è il modo in cui lavoriamo”»;

si legge inoltre: «Mi dispiace devo andare, il mio posto non può più essere qua. Non s’era mai vista una così drammatica, violenta, pubblica separazione tra una megamanager e la sua banca. E che banca, che manager. L’istituto è la prestigiosissima Goldman Sachs, la banca d’affari più famosa d’America che nell’ultimo secolo e mezzo ha vissuto sulla propria pelle la clamorosa trasformazione da motrice dello sviluppo a rappresentazione vivente dell’”ingordigia” messa all’indice da Occupy Wall Street e dal “Wall Street” hollywoodiano di Oliver Stone. E lui, Greg Smith, non solo è il direttore esecutivo ma il capo degli “equity derivatives business” per l’Europa, e il Medio Oriente e l’Africa. Proprio “equity” è la parola che stride con il comportamento della banca odierna. “Oggi è il mio ultimo giorno a Goldman Sachs”: comincia così l’atto d’accusa che il supermanager ha affidato in prima persona alle colonne del New York Times, il giornale che più di altri negli ultimi anni è andato a scavare nei segreti della banca d’affari del ceo Lloyd Blankfein. E proprio Lloyd “la Piovra”, secondo la celebre definizione di Matt Taibbi, il re dei reporter d’inchiesta di “Rolling Stone”, è tra i responsabili del naufragio etico che il supermanager indica per nome e cognome. “Credo di aver lavorato in quest’azienda abbastanza per capire la traiettoria della sua cultura, della sua gente e della sua identità. E onestamente posso dire che oggi l’ambiente è più tossico e distruttivo che mai. Per dirla più semplicemente, gli interessi dei clienti continuano a essere messi da parte dal modo con cui l’istituto opera e pensa per fare soldi”: parole durissime. Il dottor Smith è stato per anni addirittura il reclutatore di questi signori che lui stesso adesso descrive senza scrupoli. “Ho capito che era il tempo di lasciare quando ho realizzato che non avrei potuto più guardare gli studenti negli occhi e dire che gran bel posto è questo per lavorarci”. La colpa? Ha due nomi e due cognomi. “Quando i libri di storia verranno scritti su Goldman Sachs, spiegheranno che l’attuale Ceo, Lloyd Blankfein, e il presidente, Gary D. Coh, non hanno più tenuto conto della cultura di questa azienda. E io credo davvero che il declino nella fibra morale dell’azienda rappresenti la più grave minaccia per la sua sopravvivenza”. La risposta della banca si è fatta subito sentire a poche ore dalla messa in stampa del New York Times. La campanella di Wall Street era appena suonata quando un portavoce di Goldman ha chiarito che la lettera aperta “non riflette il modo in cui conduciamo gli affari. Nel nostro punto di vista, l’azienda può avere successo soltanto quando ha successo il cliente”. Questione, appunto, di punti di vista. Non è un’opinione scritta sul New York Times, però, ma un’inchiesta messa nero su bianco dalla Sec, la Consob di qui, quella che accusa, per esempio, Goldman Sachs di aver costruito e venduto investimenti-bidone, pensati cioè per far perdere il cliente e vincere la banca: un’accusa di truffa datata aprile 2010 che è costata alla banca mezzo miliardo di dollari di multa come patteggiamento, oltre alla disonorevole sfilata davanti ai membri del congresso. Come se non bastasse, la truffa era stata confezionata proprio su quegli investimenti legati ai mutui a rischio che hanno costruito il castello di carte che ha portato nel 2008 al crollo di Wall Street e dell’intera economia globale. Ecco perché la denuncia del dottor Smith rischia adesso di avere una risonanza che va ben oltre il mondo comunque dorato delle banche d’affari e dei loro clienti. Adesso che l’economia sta finalmente ripartendo in tanti si chiedono se davvero tutto questo disastro sarebbe stato evitabile. E com’è possibile che mentre milioni di americani – e di poveri cristi di mezzo mondo – finivano sul lastrico, a Wall Street i soliti noti continuavano a macinare profitti su profitti. A partire da una certa Goldman Sachs»,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti se l’atto d’accusa che il supermanager ha affidato alle colonne del “New York Times”, il giornale che più di altri è andato a scavare nei segreti della banca d’affari dell’amministratore delegato Lloyd Blankfein, definito “la Piovra”, renda compatibile la banca d’affari come riferimento del Ministero dell’economia;

se il Governo non ritenga che “l’ambiente tossico e distruttivo”, che mette da parte gli interessi dei clienti con la finalità di fare soldi e contribuire in tal modo alla crisi sistemica, come comprovato dalle accuse durissime del dottor Smith che per anni ha avuto il compito di reclutare veri e propri “squali” della finanza privi di scrupoli, con l’attuale amministratore delegato, Lloyd Blankfein, e il presidente, Gary D. Coh, metta a repentaglio la reputazione del Governo che ispira la sua azione alla ricerca di principi etici per risanare il Paese;

se non ritenga che Goldman Sachs, che ha impostato una strategia di vendita e di costruzione di titoli tossici ed investimenti in perdita per i clienti e remunerativi sempre per la banca, con l’accusa di truffa nell’aprile 2010, costata alla banca mezzo miliardo di dollari di multa come patteggiamento, oltre alla disonorevole sfilata davanti ai membri del Congresso americano, con l’aggravante di aver confezionato investimenti truffaldini legati ai mutui subprime che hanno edificato una piramide di carta e di finanza tossica che ha portato nel 2008 al crollo di Wall Street e dell’intera economia globale, non debba indurre il Governo a risolvere qualsiasi rapporto contrattuale con questa banca di affari sporchi;

se il Governo non debba porre all’ordine del giorno in sede internazionale una netta separazione tra banche di affari che operano nella finanza derivata creando bolle speculative e piramidi finanziarie edificate sulla sabbia e banche che intermediano in maniera tradizionale il credito ed il risparmio, evitando che si possa mettere a rischio, con l’azzardo morale dei banchieri, il denaro dei depositanti;

se, alla luce delle ultime pesanti accuse mosse da un altissimo dirigente reclutatore di dipendenti mossi dal cinismo e privi di qualsivoglia moralità, non abbia il dovere di porre al prossimo vertice europeo ed internazionale dei Ministri economici la questione di banche di affari e di truffa che hanno conseguito enormi profitti, obbligando i Governi a dissanguarsi con migliaia di miliardi di dollari di stanziamenti di denari pubblici per salvare le banche private, che, oltre ad aver impoverito milioni di famiglie e falcidiato 40 milioni di posti di lavoro dal 2007, hanno messo a rischio la stabilità degli Stati e la ricchezza delle nazioni.

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No Tav-arresti domiciliari Tobia Imperato con isolamento assoluto

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07106
Atto n. 4-07106

Pubblicato il 15 marzo 2012
Seduta n. 693

LANNUTTI – Ai Ministri dell’interno e della giustizia. -

Premesso che:

Tobia Imperato, una delle persone arrestate il 26 gennaio 2012 per la resistenza “No Tav” allo sgombero del presidio della Maddalena, agli arresti domiciliari dal 13 febbraio, con il divieto di comunicare con persone diverse da quelle che con lui coabitano, continua il digiuno iniziato sabato 3 marzo;

l’ultimo bollettino medico sulle sue condizioni parla di condizioni generali caratterizzate da affaticamento, debolezza, ipostenia, cominciano evidenziarsi i problemi legati alla mancanza di assunzione di zuccheri, grassi e proteine. I liquidi che Tobia assume sono assolutamente necessari, ma decisamente insufficienti a mantenere un adeguato equilibrio metabolico, il rifiuto ad assumere bevande zuccherate non aiuta. Persi circa 6 chili dall’inizio della protesta, (altri 4 chili erano stati persi durante la detenzione in carcere);

Tobia protesta contro il rigetto delle richieste di autorizzarlo ad assentarsi da casa per andare a lavorare presso l’Istituto piemontese per la storia della resistenza e della società contemporanea, dove lavora da tempo come bibliotecario, e a comunicare con persone estranee al suo nucleo familiare;

la sua attuale situazione di isolamento si rivela secondo lui peggiore rispetto alla sua precedente situazione carceraria e sembra dettata, al pari di quella degli altri indagati, da una logica esclusivamente punitiva. La misura cautelare è stata imposta a Tobia perché, secondo l’accusa, egli si sarebbe contrapposto ad un poliziotto nel corso dello sgombero del presidio della Maddalena il 27 giugno 2011. Nelle foto prodotte dalla Polizia si vede unicamente un contatto tra la mano di Tobia e l’avambraccio di un operatore delle Forze dell’ordine. Attraverso la testimonianza di un altro manifestante presente al fatto e il reperimento di un filmato scaricato dal web è stato possibile ricostruire integralmente la scena;

il contatto in questione avviene su un ripido pendio a fianco dell’autostrada ed è preceduto da un intervento piuttosto rude di alcuni poliziotti che hanno appena buttato per terra un manifestante con le mani alzate. Il contatto dura solo un paio di secondi, senza che si possa apprezzare alcun intento violento da parte di Tobia;

Tobia ha sostenuto, con dichiarazione spontanea resa in interrogatorio, di essersi aggrappato al poliziotto perché stava scivolando all’indietro. In effetti, dal filmato si vede che, immediatamente dopo aver appoggiato la mano sul poliziotto, egli cade all’indietro e scivola giù per la scarpata;

secondo Alberto Perino, leader del movimento “No Tav”, come dichiarata in una lettera a Beppe Grillo diffusa sul suo blog, “In realtà la colpa di Tobia è essere l’autore del libro “Le scarpe dei suicidi” nel quale svela le responsabilità della magistratura e della DIGOS torinesi nella morte di Sole e Baleno. Poiché per le cose scritte nel libro non hanno potuto perseguirlo, hanno colto questa occasione per metterlo a tacere. Quasi ogni sera infatti andava a parlare del libro e del TAV in Val di Susa in serate pubbliche”,

si chiede di sapere:

quali siano le valutazioni del Governo relativamente ai fatti esposti in premessa;

se non ritenga opportuno attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento.

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Sindacato Lavoratori Postali-inefficienza Poste

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07105
Atto n. 4-07105

Pubblicato il 15 marzo 2012
Seduta n. 693

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

sulle polemiche legate ai servizi di Poste italiane parla il segretario regionale Franco Battista della Slp (Sindacato dei lavoratori postali)-Cisl, come diffuso sul web il 9 marzo 2012: «In questo momento non si capisce più niente. Sui paginoni dei quotidiani leggiamo che Poste Italiane continua a presentare un’immagine luminosa di se stessa che non corrisponde più alla realtà. Negli ultimi tempi, l’amministratore delegato ha lanciato altisonanti dichiarazioni anche sulla Banca del Mezzogiorno ma siamo convinti che anche in questo caso, dopo l’uscita di scena del ministro Tremonti, si tratterà di un gigantesco bleuf per il nostro Paese. L’amministratore parla di servizio a domicilio attraverso l’uso dei palmari ma non dice che il più delle volte quei palmari si bloccano o perdono la rete, tant’è che quotidianamente metà dei nostri portalettere non li usano. Dovremo aggiustare le discrasie che si sono verificate nell’implementazione del servizio postale e noi vogliamo capire cosa è successo ma è chiaro che le linee aziendali sono dipese pesantemente dalle indicazioni di un management che non si pone più il problema se la posta venga recapitata o meno ma pensa solo ad operare tagli sempre più consistenti. Noi non li accompagneremo su progetti di scempio che distruggeranno in via definitiva il settore postale, rispetto ai soli obiettivi che loro hanno di riduzione dei costi, di contrazione del servizio e di tagli al personale»;

il nuovo sistema informatico di Poste italiane, costato oltre 30 milioni di euro, che doveva velocizzare le operazioni ed agevolare la contabilità interna in realtà, a quasi un anno dalla sua introduzione, si è rivelato un sistema che penalizza e fa infuriare i cittadini, lasciando gli impiegati ed i direttori nello sconforto;

il sindacato Slp-Cisl ha indetto fino al 24 marzo 2012 una mobilitazione su tutto il territorio provinciale con sciopero dello straordinario e delle prestazioni aggiuntive per tutti i settori (sportelleria, recapito e attività interne) per tenere alta l’attenzione sui problemi irrisolti dei lavoratori delle Poste;

inoltre la posta e i giornali non arrivano più nelle case degli italiani con frequenza quotidiana e con la qualità dichiarata;

il progetto di riportare i pacchi all’interno dei servizi postali, sul quale il sindacato aveva offerto piena disponibilità, è fallito;

nel 2011 Poste italiane ha perso molti clienti importanti quali Inps, Sky, UniCredit, Sogei, H3g, Grancasa, e molti altri hanno dimezzato le spedizioni per oltre 500 milioni di pezzi;

sono migliaia i reclami di aziende e cittadini insoddisfatti della qualità erogata dai servizi postali;

milioni di euro del Fondo di solidarietà presso l’Inps sono inutilizzati per l’errata programmazione degli uffici aziendali;

al Corporate centrale lavorino più di un migliaio di persone che non sono dipendenti di Poste italiane;

i servizi postali non partecipano quasi mai alle gare e nel settore non nasce da tempo alcun prodotto da offrire al mercato;

ai lavoratori postali è stato decurtato il premio di risultato del 2010 e del 2011;

il sindacato lamenta sul suo sito Internet , in un articolo del 23 febbraio, che «Un tempo, specie nei momenti più delicati della vita aziendale, in Poste esistevano rapporti istituzionali e relazionali tra Management e Sindacati. Ci si scambiavano, periodicamente, informazioni sulle strategie e sul futuro del Gruppo Poste Italiane, si condividevano preoccupazioni interne ed esterne all’azienda, si contrattavano accordi importanti e riorganizzazioni complesse, insomma ognuno metteva qualcosa di suo per tenere in piedi la baracca. Poi fu il black out!! L’amministratore delegato è sparito nel nulla (pensate che sono due anni che non incontra i sindacati nonostante richieste ufficiali), parla di Poste solamente attraverso paginoni di giornali (pagati con i soldi della pubblicità di Poste), finge sempre di non sapere nulla quando viene interpellato su qualcosa»;

al riguardo la segreteria nazionale del sindacato ha inviato una serie domande all’amministratore delegato di Poste italiane Massimo Sarmi che ad oggi non hanno ricevuto alcuna risposta;

il sindacato non si spiega come mai Poste italiane non entra nel ramo RC Auto dove tutte le compagnie di assicurazione fanno enormi profitti,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti quali siano i motivi per cui la metà dei palmari dei portalettere sono inutilizzati e bloccati e per quale servizio sarebbero stati adottati;

se risulti quali siano le ragioni per cui l’amministratore delegato continua a tacere sui dissesti provocati dalla rete informatica di Poste in cui sono stati investiti miliardi di euro considerato che oltre ai grandi black out quasi tutti i giorni gli sportelli si fermano a singhiozzo;

se ritenga che, perdurando l’attuale confusa gestione in azienda, sia arrivato il momento che Poste italiane abbia un direttore generale;

se, alla luce della decurtazione del premio di risultato del 2010 e del 2011 per i lavoratori postali, non ritenga eticamente incompatibile il cumulo dello stipendio di amministratore delegato con quello di direttore generale;

quali siano i motivi, vista l’iniziativa del Governo relativamente alla pubblicità dei redditi dei Ministri, per cui non vengono resi pubblici sul sito di Poste i compensi e i premi del management;

se, nel rispetto delle regole di trasparenza, il Governo sia informato di come si comporta l’azienda in merito alla pubblicità, alle sponsorizzazioni e ai fornitori;

se risultino i motivi per cui dopo il bilancio miliardario del 2010 e l’annunciato bilancio “entusiasmante” del 2011, l’azienda versi in condizioni pietose su mezzi, strumenti, qualità, sicurezza e personale;

quali azioni e quali provvedimenti i Ministri in indirizzo, per quanto di competenza, intendano intraprendere per risolvere la citata situazione di grave inefficienza di un servizio di interesse generale ed essenziale, qual è quello postale, anche sotto forma di un’attività di vigilanza e ispezione nei confronti dell’azienda Poste italiane.

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Bnaca centrale San marino-Scandalo Enav

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00442
Atto n. 2-00442

Pubblicato il 14 marzo 2012
Seduta n. 692

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

domenica 20 novembre 2011, “Il Sole-24 ore” pubblica un articolo dal titolo: “Attraverso San Marino passato un milione, Di Lernia, Enav”, in cui si legge: «La collaborazione di Tommaso Di Lernia e di Lorenzo Cola coi giudici che indagano sullo scandalo Enav sta producendo una mole di notizie, anche riguardanti la Repubblica di San Marino le cui banche avrebbero visto transitare somme ben più importanti di quella finora emersa (200.000 euro) attraverso Banca Commerciale Sammarinese. Di Lernia in un’intervista a Report ha parlato di almeno 6 milioni destinati alla politica e a manager di Enav. Un milione circa – dice – attraverso triangolazioni tra due sue società cipriote e San Marino lo avrebbe pagato in contanti lui stesso a quattro manager Enav (Raffaello Rizzo, Fabio Milioni, Antonio Serafini e Gianpaolo Pinna) indagati, a vario titolo, per false fatturazioni e corruzione. Di Lernia ha detto di avere pagato di persona Naro» ed un parlamentare del Pdl. «Il 27 luglio l’imprenditore ha aggiunto di aver saputo di un interesse del ministro delle Infrastrutture nell’affidamento di consulenze Enav alla Optomatica “in quanto tale società avrebbe finanziato una fondazione che a lui faceva capo”. Anche per far luce su questo ieri i carabinieri del Ros e i finanzieri del Nucleo tributario hanno perquisito la sede dell’Enav e delle abitazioni dei dirigenti indagati»;

in un articolo pubblicato su “Libertas”, giornale sammarinese in data 4 febbraio dal titolo:”Sequestri a San Marino, scandalo Enav. Tommaso di Lernia aveva detto il vero”, si legge che: «Secondo gli avvocati Mario Murano e Natale Perri, legali di Tommaso di Lernia, coinvolto nell’indagine Enav, con collegamenti anche a San Marino, gli ultimi accadimenti – sequestri di beni di Bruno Nieddu, Raffaello Rizzo e Ilario Floresta – confermerebbero le deposizioni del loro assistito che sta collaborando con i magistrati (Pm, Paolo Ielo; i Gip, Anna Maria Fattori). Il recente sequestro preventivo non rappresenta altro che un ulteriore riscontro inoppugnabile alle dichiarazioni di Tommaso Di Lernia, la cui attendibilità ed il cui complessivo comportamento di fronte all’Autorità Giudiziaria, ispirati alla massima correttezza sin dall’inizio dell’inchiesta, non potranno più essere messi seriamente in discussione da alcuno degli indagati»;

i rapporti e gli intrecci tra San Marino e l’Italia, messi in luce anche dall’atto di sindacato ispettivo 2-00441, riguardanti le nomine alla Banca centrale di San Marino di due personaggi, Mario Giannini ed il professor Renato Clarizia, transitati presso lo studio Gemma e Finproject azionista di Fingestus che ha avuto rapporti intensi con Banca commerciale sammarinese, recentemente sottoposta a liquidazione coatta amministrativa (cioè in amministrazione straordinaria). Al riguardo, in un articolo di “Libertas” del 18 febbraio si legge: «Per almeno un mese e mezzo il liquidatore della Bcs, è stato Sergio Gemma, commercialista con solide sponde romane. Chi è Gemma? È il professionista che assieme a Renato Clarizia (attuale Presidente di Banca Centrale di San Marino), ha evitato che la Fingestus finisse in liquidazione coatta amministrativa. Un intreccio di persone, luoghi e inchieste per molti versi intrigante»;

secondo un articolo del 28 febbraio del “Corriere Romagna San Marino” (citato nell’interpellanza 2-00441) Karnak sarebbe legata a doppio filo al presidente di Banca centrale: «dopo la consulenza di Renato Clarizia per la Fingestus (finanziaria di Marco Bianchini al centro dell’inchiesta Criminal Minds), ora nascono polemiche anche sul rapporto professionale del fratello di Clarizia, il noto esperto di diritto amministrativo Angelo, direttamente per Karnak. Il presidente si difende: “Nessun mistero, siamo avvocati: chi mi aveva contattato all’epoca per assumere la presidenza di Banca centrale era ben informato dei miei incarichi. Il governo sapeva: tutto il resto è una querelle politica nella quale non voglio entrare”. Da una parte, quindi, Marco Bianchini arrestato per corruzione e tentata estorsione, e proprietario di Karnak; dall’altra i due fratelli avvocati, consulenti l’uno della finanziaria di Bianchini, l’altro della sua più importante impresa. Per il presidente dell’organo di vigilanza finanziaria, non contano le persone ma i fatti, ossia gli sforzi messi in campo da Banca centrale da quando lui è alla presidenza. Per questo, ha chiesto lui stesso di essere ascoltato in commissione finanze. Ma alle prime polemiche circa il suo legame con Bianchini, il numero uno di via del Voltone aveva risposto chiarendo di non avere avuto rapporti diretti con Karnak e il suo proprietario. Lui no, infatti. “Mio fratello Angelo è avvocato in Italia di Karnak, lo è sempre stato, non è un mistero – risponde a tono dal suo studio legale a Roma, il presidente Clarizia -: ma non c’entra col mio incarico alla Banca centrale. I tempi non sono concomitanti, e poi Fingestus è in liquidazione”»;

per quanto risulta all’interpellante, tra i tre commissari nominati alla Valtur, il 18 ottobre 2011, dal ministro Paolo Romani, oltre a Daniele Discepolo, Stefano Coen (professionista tenuto in ottima considerazione da Gianni Letta), spunta Andrea Gemma, parente di quel Sergio Gemma che fino al 2002 era stato presidente del collegio sindacale della stessa Valtur;

considerato che un articolo di Mario Gereveni per il “Corriere della sera” del 14 marzo 2012, dal titolo: “Il Tesoro nascosto di san Marino: quei capolavori in 150 cassette”, getta ulteriori ombre sul Titano: «I gendarmi spediti dal giudice di San Marino, Rita Vannucci, per una perquisizione hanno aperto una botola ben camuffata, infilato la ripida scalinata e si sono trovati in un caveau sotterraneo con tre casseforti e 150 cassette di sicurezza. Eppure non era la sede di un banca. Era un istituto di vigilanza privato di San Marino. Altra indagine sempre per sospetto riciclaggio: gli uomini della gendarmeria piombano negli uffici della Fin Project, una finanziaria. Svuotano armadi, sequestrano pc, aprono e «ripuliscono» 140 cassette di sicurezza. Ora 170 scatoloni giacciono piantonati negli uffici giudiziari. Comprese le carte su cui era stato eccepito il segreto di Stato libico. Nel frattempo dal caveau di una banca del Titano è spuntato un crocifisso ligneo di Michelangelo. Sarà vero? E ieri l’annuncio: ci sono anche opere di Raffaello, Matisse, Picasso. Tanto basta per chiedersi: quanti misteri nascondono le cassette di San Marino? (…) Ad accendere la miccia è stato, a fine gennaio, un articolo di David Oddone sul quotidiano L’Informazione di San Marino. Si parlava dei caveau delle agenzie di sicurezza e delle blande norme antiriciclaggio. A quel punto si alzano le antenne del più importante magistrato inquirente, Rita Vannucci. Parte la “caccia” alle cassette in odore di riciclaggio. E si arriva alla Cio, agenzia di sicurezza dell’investigatore privato Salvatore Vargiu, ex carabiniere, arrestato nell’ambito di un’inchiesta (“Criminal Minds”) per estorsione, corruzione, ricettazione. È la perquisizione della botola. In una cassetta viene trovata la prova della corruzione di un sottufficiale della Gdf. (…) La finanziaria Fin Project noleggiava 140 cassette di sicurezza ma su tre di esse Gianluca Bruscoli ha opposto nientemeno che il segreto di Stato libico. Bruscoli oltre che socio e amministratore è anche consigliere d’ambasciata in Libia per San Marino. Con passaporto diplomatico, ovviamente. Il libico Mohamed Kankun è in affari con Bruscoli e Fin Project. Insomma tra Libia e Fin Project c’è effettivamente una rete di relazioni ben oliate. Sta di fatto che la storia del segreto di Stato non funziona e le tre cassette, intestate a un russo (prestanome?) vengono aperte. Il contenuto è ancora da visionare. come quello delle altre, trovate “occupate”. Però filtrano indiscrezioni piuttosto intriganti: non ci sarebbero soldi ma soprattutto carte. Ovvero contratti, carteggi riservati. E quasi tutti di italiani, dalle Marche fino arrivare a Roma. Fin Project sarebbe stata utilizzata per il transito di tangenti Enav. (…) L’ultima scoperta in ordine di tempo è il presunto tesoro d’arte riemerso da una cassetta della Euro Commercial Bank. È il patrimonio del defunto (2006) conte Giacomo Maria Ugolini, destinato alla sua Fondazione (chiusa) e al suo braccio destro, Angelo Boccardelli (in carcere a Viterbo). Nel caveau sammarinese il tesoro è stato nascosto da un amico del conte Giorgio Hugo Balestrieri, residente in Usa, ex ufficiale di Marina, massone e piduista dichiarato, ricercato per riciclaggio dalla Procura di Reggio Calabria. balestrieri ha ordinato l’apertura della cassetta. Il contenuto è stato immediatamente sequestrato: sospetto riciclaggio. E ieri con l’arrivo da Roma e Bologna dei carabinieri del nucleo patrimonio artistico (segno di una sempre più stretta collaborazione tra Italia e San Marino) è stato fatto l’inventario. Risultato: il già noto crocifisso ligneo di Michelangelo, più un disegno (tecniche di prova) che raffigurerebbe i capitelli poi riportati nella Cappella Sistina; un disegno di Raffaello; poi disegni anche di Matisse e Picasso. Veri o falsi? Provenienza lecita o illecita? Si vedrà»,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che all’interno della Repubblica di San Marino operino professionisti italiani facenti parte di ben note cricche, per facilitare il riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite dentro gli istituti bancari con il favore della Banca centrale ed il coinvolgimento diretto dei suoi massimi rappresentanti;

se ritenga che anche il frutto di loschi affari e di tangenti corrisposte da alcune grandi imprese italiane siano dissimulati all’interno delle banche di San Marino, come aveva affermato Tommaso Di Lernia in un’intervista a “Report” che aveva parlato di almeno 6 milioni destinati alla politica e a manager di Enav, tramite triangolazioni tra due sue società cipriote e San Marino, che sarebbero state pagate in contanti dallo stesso Di Lernia a quattro manager Enav (Raffaello Rizzo, Fabio Milioni, Antonio Serafini e Gianpaolo Pinna) indagati, a vario titolo, per false fatturazioni e corruzione;

se risulti che nell’inchiesta penale disposta dalla gendarmeria sanmarinese, che coinvolge un istituto di vigilanza privato gestito da un ex carabiniere, caveau sotterranei con 150 cassette di sicurezza, con quadri di Raffaello e Picasso nascosti nelle casseforti, prestanomi russi, segreti di stato libici ed il tesoro nascosto da Hugo Balestrieri, ex ufficiale di Marina massone e piduista ricercato per riciclaggio dalla Procura di Reggio Calabria, non siano coinvolti anche altri nomi eccellenti ed altri imprenditori, banchieri, avvocati italiani;

quali misure urgenti di competenza intenda attivare per fare piena luce su quanto esposto al fine di interrompere questo sistema di cricche e faccendieri che calpestano il diritto per perseguire i loro esclusivi interessi a danno dei cittadini onesti.

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Illegittimità IVA sulla TIA

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07086
Atto n. 4-07086

Pubblicato il 14 marzo 2012
Seduta n. 692

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

a partire dal 1999 molti Comuni hanno sostituito la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU) con la tariffa di igiene ambientale (TIA), come definito dall’art. 49 del decreto legislativo n. 22 del 1997 (il cosiddetto decreto Ronchi) e dal decreto del Presidente della Repubblica n. 158 del 1999;

le principali differenze tra TARSU e TIA riguardano: 1) il calcolo del contributo che, nel caso della TARSU, è effettuato sulla base dei metri quadrati del proprio immobile (con una riduzione nel caso si viva da soli), nel caso della TIA, invece, la tariffa è determinata da una quota fissa del servizio, ai quali si aggiunge una componente variabile legata al numero dei componenti del nucleo familiare, e calcolata, cioè, in base ai rifiuti effettivamente prodotti, e in effetti così non è stato; 2) un’evoluzione positiva, specialmente in alcune realtà, tesa ad incentivare sempre più la raccolta differenziata ed i comportamenti delle utenze finalizzati a ridurre i rifiuti alla fonte, a massimizzare il recupero ed a minimizzare il ricorso alla discarica;

con il passaggio da “tassa” a “tariffa”, i Comuni dove ciò è avvenuto hanno applicato su quest’ultima l’IVA al 10 per cento;

nonostante la sentenza della Corte costituzionale del luglio 2009, la maggior parte dei Comuni coinvolti continuano tuttora ad applicare impropriamente l’IVA;

la Cassazione, con la sentenza dell’8 marzo 2012, n. 3756, ha confermato definitivamente l’illegittimità dell’IVA sulla TIA;

la sentenza smentisce e censura il comportamento del Governo precedente, che aveva cercato di aggirare 17 milioni di cittadini interessati, declinando le proprie responsabilità ed ostinandosi a non dare applicazione ad una sentenza della alta Corte costituzionale (n. 238/09) che ha stabilito che la TIA è una tassa e non una tariffa, pertanto sulla stessa non è applicabile l’IVA del 10 per cento;

il Governo aveva cercato di aggirare la questione con una circolare n. 3/2010 del Ministero dell’economia e delle finanze e con il decreto-legge n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010, “cambiando” nome alla TIA da tariffa di igiene ambientale TIA 1 in tariffa integrata ambientale TIA 2, etichettandola come prestazione di servizio su cui è applicabile l’IVA. Ovvero ne aveva cambiato solo il nome senza cambiare la sostanza. Mancando però il regolamento attuativo per la nuova TIA 2 il Governo aveva stabilito che ad essa andasse applicato il regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica del 1999 della TIA 1, sulla quale l’IVA è stata dichiarata illegittima,

si chiede di sapere quali urgenti iniziative intenda adottare il Governo al fine di dare piena applicazione alle sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione, restituendo l’IVA pagata indebitamente da milioni di cittadini attraverso uno storno sulle future bollette o consentendo la detrazione dell’importo non dovuto nelle dichiarazioni dei redditi.

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