Month: aprile 2012

Disagi passeggeri Easy Jet

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07362
Atto n. 4-07362

Pubblicato il 26 aprile 2012, nella seduta n. 716

LANNUTTI – Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

è giunta all’interrogante l’ennesima segnalazione di viaggiatori che sono costretti a subire forti disagi a seguito di inadempienze delle compagnie aeree;

da ultimo la vicenda di 180 passeggeri di un volo Easy Jet decollato da Milano Malpensa alle ore 10,40, con arrivo a Brindisi previsto alle 12,25, e giunto a destinazione alle 2 del mattino del giorno dopo;

stando al racconto di un passeggero, Maurizio Pacciolla, che ha assunto un ruolo particolarmente attivo nella vicenda, tutto è cominciato quando l’aereo è giunto nei cieli dello scalo e improvvisamente ha virato ed è tornato indietro atterrando a Roma. Il personale ha avvisato che problemi alla pompa idraulica imponevano un atterraggio all’aeroporto di Ciampino dove i passeggeri sarebbero stati trasferiti su un altro aereo atteso da Malpensa;

sul caso scrive Giuseppe Albahari de “La Gazzetta del Mezzogiorno”: «Numerose le tappe dell’odissea: mancanza di indicazioni all’atterraggio; snervante attesa nel terminal C8 riservato ai voli internazionali che non consentiva neppure di uscire (salvo sottoporsi a nuovi controlli per il rientro) tanto che è stato chiesto l’intervento della polizia e minacciata la denuncia per sequestro di persona; nessuna notizia del nuovo aereo da Malpensa e due giovani incaricati dall’autorità aeroportuale che si dicevano in attesa di disposizioni dall’aeroporto di Londra-Luton, sede della EasyJet. Infine, dopo il lauto pranzo offerto dalla compagnia (pizza e acqua), la notizia che nel parcheggio dell’aeroporto erano pronti 3 pullman per Brindisi; dove, intorno alle ore 18, si sono imbarcati in 145, atteso che gli altri avevano trovato voli o percorsi alternativi. E sono servite nuove proteste, anche per fare allungare il viaggio di 2 pullman fino a Lecce. Ora, c’è chi pensa ad un’azione risarcitoria, ma non solo. “Molti mi hanno delegato a contattare Federconsumatori per attivare una class action per il ristoro dei danni morali – sostiene Pacciolla-. Il motivo non è tanto il senso di sconforto e di umiliazione generato nei passeggeri dalla mancanza di notizie e di assistenza a terra, dove siamo stati trattati come bagagli, quanto il sospetto che l’atterraggio sia stato compiuto a Roma, perché a Brindisi la compagnia non dispone di officina, per cui ha voluto risparmiare i costi di un giorno di fermo aereo, costringendo noi a subire i danni di una scelta meramente economica che non ha tenuto in alcun conto i nostri diritti di passeggeri”»,

si chiede di sapere:

quali iniziative di competenza il Ministro in indirizzo intenda adottare, promuovere e sollecitare nei confronti della compagnia Easy Jet in particolare, e quali iniziative intenda promuovere e adottare in generale per scongiurare che in futuro abbiano a ripetersi pesanti disagi come nel caso descritto;

se non ritenga necessario attivarsi al fine di accertare se per una ragione strettamente economica la compagnia abbia adottato la scelta ad essa più conveniente a scapito della correttezza e della dovuta perizia nei confronti dei passeggeri;

se non ritenga necessario intervenire per verificare quali siano le cause che comportano, oramai da tempo, i cronici ritardi, per segnalare eventualmente le gravi violazioni agli organismi di controllo preposti;

quali urgenti misure intenda adottare per ripristinare il rispetto delle regole più elementari nell’ambito del sistema del trasporto aereo e quali iniziative intenda intraprendere nei confronti di Easy Jet, al fine di rendere il servizio di trasporto aereo erogato più efficiente in termini di sicurezza e operatività, evitando le ricadute che i disservizi provocano sulla vita privata e lavorativa degli utenti, con passeggeri oggetto di continue sopraffazioni e violazioni dei loro diritti, che di fatto contraddicono la stessa ratio del trasporto aereo;

quali iniziative voglia intraprendere al fine di accertare se la compagnia Easy Jet abbia violato l’articolato concernente termini e condizioni relativi al trasporto di passeggeri, ed in tal caso quali iniziative di competenza intenda sostenere nei confronti di tale compagnia aerea, anche in considerazione del grave atteggiamento irresponsabile e negligente assunto dalla compagnia aerea verso i 180 passeggeri del volo Milano-Brindisi.

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Legge Daccò – Regione Lombardia

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07361
Atto n. 4-07361

Pubblicato il 26 aprile 2012, nella seduta n. 716

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dell’interno. -

Premesso che:

un’inchiesta del settimanale “L’Espresso” ricostruisce i giri d’affari poco trasparenti di due uomini legati a Comunione e Liberazione (Cl), nonché al governatore della Lombardia (e ciellino) Roberto Formigoni. Si tratta di Piero Daccò, già coinvolto nell’inchiesta per i fondi neri del San Raffaele, il nosocomio del prete manager don Luigi Verzè. L’altro è Antonio Simone: ex esponente del Movimento Popolare, il partito di Cl negli anni Settanta, quindi della Dc, e travolto da Tangentopoli. È stato recentemente tirato in ballo da Daccò, che ha detto agli inquirenti di avergli versato 500.000 euro su un conto estero;

vi si legge : «I due fanno affari da almeno dieci anni e secondo la rivista si sarebbero divisi più di 30 milioni di euro, cifra che salirebbe a 50 comprendendo altri investimenti. Soldi arrivati per mediazioni, consulenze e progetti per gruppi della sanità privata quali Fondazione Maugeri, San Raffaele e l’Ordine Fatabenefratelli, accreditati in Regione Lombardia e che quindi beneficiano di fondi pubblici. Daccò è per alcuni anni consulente dei Fatebenefratelli, che gestiscono ospedali anche in Sudamerica, e socio di Simone. Anche col sostegno dello Ior, i due avviano per conto dei frati progetti per costruire altre cliniche, in Cile e Israele. Non mancano le entrature in politica, tanto che nel 2007 una normativa regionale ad hoc per finanziare le fondazioni private viene etichettata nell’ambiente come “legge Daccò”. Il giro di denaro è notevole, con versamenti fatti su conti esteri. Dal 2006, secondo l’accusa, Daccò si fa dare soldi in nero dal San Raffaele: milioni di euro tra contanti e fatture false. Anche in questo caso, giri d’affari che trovano terreno fertile in quella sussidiarietà ‘malata’ legata alla sanità privata foraggiata dal pubblico»;

il “Fatto Quotidiano” del 21 aprile 2012 ha scritto relativamente ai dati diffusi dal consigliere regionale del Partito democratico Alessandro Alfieri sui finanziamenti alla Regione Lombardia: «A disporre i finanziamenti la cosiddetta “legge Daccò”, il faccendiere arrestato che per tre anni ha pagato un resort di lusso a Formigoni. A partire dall’anno in cui è stata varata la legge regionale. (…) Milioni di euro pubblici per finanziare miglioramenti alle strutture sanitarie private della Lombardia. È questo lo scopo della “legge Daccò”, così ribattezzata dal nome del lobbista ciellino solito a ospitare sul suo yacht il governatore Roberto Formigoni. E passare con lui vacanze da sogno in resort caraibici extra lusso. Una legge regionale che in tre anni, dal 2008 al 2010, ha assegnato 176 milioni di euro e 84 – quasi metà – hanno avuto come destinatari la Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor e la Fondazione Salvatore Maugeri. Proprio le due istituzioni da cui Pierangelo Daccò, secondo i magistrati, ha ricevuto denaro (poi trasformato in fondi neri) al centro dell’inchiesta della procura di Milano sulla sanità lombarda. Concedere fondi per miglioramenti strutturali e tecnologici alle strutture no profit private accreditate. È questo lo scopo della legge regionale numero 34 del 28 dicembre 2007, poi confluita nella 33 del 2009. Ne parla anche Costantino Passerino, il direttore amministrativo della Fondazione Maugeri sentito dagli inquirenti il 30 novembre scorso, prima di finire anche lui in carcere: “Daccò – racconta ai pm – mi prospettò l’imminente emanazione di provvedimenti normativi generici che avrebbero riguardato gli Enti non commerciali nel settore sanitario (…). Grazie a tali provvedimenti la Fondazione Maugeri beneficiò di finanziamenti per 30 milioni di euro”. A questi, secondo i dati diffusi dal consigliere regionale del Pd Alessandro Alfieri, si aggiungono i 54 milioni assegnati alla Fondazione del San Raffaele. In tutto 84 milioni destinati con tre diversi bandi alle due organizzazioni per cui Daccò faceva attività di lobbying in Regione. Il 48% della cifra complessiva messa a disposizione dal Pirellone. A fine 2008 la Regione assegna 56 milioni di euro, distribuiti su 55 progetti scelti da un’apposita commissione. Tredici sono stati proposti dalla Fondazione del San Raffaele, per un totale di 23 milioni di euro. Mentre alla Fondazione Maugeri vengono attribuiti 10,2 milioni, divisi su 16 diversi progetti. Denaro pubblico finalizzato soprattutto all’acquisto di macchinari nuovi, come quelli per l’”ammodernamento del reparto di radioterapia transcutanea” della Maugeri, con un finanziamento da 2,5 milioni di euro. Ma anche progetti su aspetti organizzativi: al San Raffaele vengono per esempio assegnati 5,6 milioni per un progetto di riorganizzazione delle unità operative dell’ospedale secondo dipartimenti gestionali e funzionali. A fine 2009 la Regione stanzia fondi per altri 60 milioni di euro. San Raffaele e Maugeri sono ancora in testa alla classifica delle strutture che ne beneficiano: 16,7 milioni vanno alla prima, 9,4 alla seconda. Passa un anno e la storia si ripete: 13,9 milioni dei 60 totali al San Raffaele, per la realizzazione di un nuovo blocco operatorio, e 10,5 alla Maugeri per la riorganizzazione e l’aggiornamento tecnologico di tre reparti. (…) Da un lato qualcuno potrebbe giustificare il primato delle due fondazione nei finanziamenti ottenuti con la rilevanza a livello regionale delle loro strutture. Ma il sospetto, rinforzato dalle carte dell’inchiesta, è che la generosità della Regione sia frutto delle attività di lobbying di Daccò. Tanto più che di lui, Passerino aggiunge davanti ai pm: “Daccò è un personaggio con cui chi svolge attività nel settore sanitario in Lombardia deve avere relazioni perché è risaputo che ha moltissima influenza nell’assessorato alla Sanità ed è un uomo molto importante in Comunione e liberazione, in particolare per i suoi rapporti con il presidente della regione Lombardia”. Ovvero Formigoni, che secondo la ricostruzione pubblicata ieri dall’Espresso, ha passato con Daccò tre capodanni ad Anguilla, in un resort caraibico da oltre 60mila euro a settimana. Uno dei tre viaggi, secondo il settimanale, è avvenuto poco dopo il varo della “legge Daccò”‘. La Regione ha smentito le cifre diffuse dal Pd: in una nota si sostiene che i fondi erogati a San Raffaele e Maugeri non sono in tutto 84 milioni, ma 44. Alfieri fa però notare che non tutto il denaro è stato erogato perché alcuni progetti non sono ancora terminati. Gli 84 milioni – spiega il consigliere del Pd – sono importi impegnati, ovvero assegnati salvo buon fine dei progetti, e quindi non possono essere spesi per nessun’altra voce del bilancio regionale. Non si tratta di cifre irrilevanti, dice Alfieri, che sottolinea il primato della Lombardia per il peso della sanità privata: “Il 44% dei costi del servizio sanitario regionale è imputato alle prestazioni degli enti accreditati. La percentuale più alta d’Italia”»;

Formigoni ha preso le distanze dai suoi amici, tanto che la moglie di Simone, Carla Vites, ha scritto una lettera indignata al “Corriere della Sera”, in cui si svelano i rapporti stretti tra i politici della Regione lombarda e lobbisti di Cl,

si chiede di sapere:

quali siano le informazioni in possesso del Governo sui fatti esposti in premessa e sulla situazione che sta emergendo in seguito al crac del San Raffaele e al coinvolgimento di faccendieri vicini alla Regione Lombardia relativamente ad un collaudato sistema di sussidiarietà “malata”, che privilegia la sanità cattolica e verso cui sono convogliati milioni di euro pubblici;

quali siano i motivi per cui il Governo non abbia impugnato la cosiddetta legge Daccò considerato che questa avrebbe contribuito ad alimentare un sistema, come quello oggetto dell’inchiesta della magistratura, fatto di amicizie ad alti livelli e commistione interessata di politici, banchieri, imprenditori, accomunati dalla stessa appartenenza, quella alla lobby di Cl;

quali misure urgenti intenda attivare per stroncare i fenomeni di corruzione e se non ritenga opportuno agevolare, per quanto di competenza, l’iter di approvazione del disegno di legge sulla corruzione (Atto Camera 4434).

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Mobbing dirigente Alitalia

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07358
Atto n. 4-07358

Pubblicato il 26 aprile 2012, nella seduta n. 716

LANNUTTI – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

è pervenuta all’interrogante la segnalazione di una dirigente dell’Alitalia che lamenta di essere stata vittima di metodi poco ortodossi e pressioni ricevute dal direttore dell’amministrazione dirigenti nel passaggio alla Compagnia aerea italiana (Cai);

in particolare nel gennaio 2009 Cai assume la dottoressa P.R. da Alitalia confermando il ruolo di dirigente, ma contestualmente mantenendole il distacco, in qualità di direttore, presso il consorzio ETL, European Transport Law, area scientifica di formazione post lauream, dove era stata distaccata dalla precedente Alitalia nel 2000;

il distacco sarebbe avvenuto senza che la dirigente sia consultata e senza tenere conto delle sue richieste all’ingegner Sabelli e al dottor Sammartino, suo assistente, di rientrare in Alitalia, consapevole che per norme statutarie ETL cessava la sua attività il 31 dicembre 2010 e soprattutto conoscendo i rapporti poco chiari tra Cai e i soci del Consorzio (ADR, Grimaldi e Fimeccanica);

la dottoressa si sarebbe trovata suo malgrado coinvolta nella difficile situazione dei rapporti tra il consorzio e Cai. Paradossalmente la prima azione messa in pratica da Cai sarebbe stata convocare la dirigente nell’aprile 2010 dal dottor Roascio, direttore dell’amministrazione dirigenti, per informarla della revoca del distacco e dell’opportunità che volontariamente lei rassegnasse le sue dimissioni, insieme alla minaccia che, se ciò non fosse stato, si sarebbe creata per lei una situazione molto difficile e pesante;

a nulla sarebbero valse le richieste della dottoressa di proseguire il rapporto di lavoro per almeno altri due anni e nonostante avesse fatto presente di avere un figlio ancora universitario e totalmente a suo carico e, inoltre, nonostante non avesse posto alcuna condizione in merito alla sua ricollocazione in azienda;

sarebbero seguite altre pressioni da parte dell’azienda per indurre la dirigente a presentare le dimissioni, tra l’altro a nessuna condizione. Successivamente, nel luglio 2010, Alitalia-Cai avrebbe proceduto ad un ingiustificato e illegittimo licenziamento motivando il provvedimento per la mancanza di una posizione in Alitalia adeguata alla sua professionalità;

inoltre, lamenta la dottoressa, il dottor Roascio avrebbe concretizzato le minacce a lei rivolte con le seguenti azioni: revoca della concessione dei biglietti aerei e di poter accedere alla cassa dirigenti Alitalia in pensione, misura che avviene solo quando il dirigente si rende colpevole di atti gravi; mancato riconoscimento del beneficio supplementare di uscita, come previsto per i dirigenti; impedimento all’accesso agli uffici del consorzio, nonostante il Presidente di ETL, con l’accordo del consiglio direttivo, avesse immediatamente stipulato un contratto di collaborazione confermandola nel ruolo di direttore. Tale carica era regolarmente registrata presso la Camera di commercio. Il consorzio aveva la sua sede in affitto presso gli uffici Alitalia della Magliana a Roma e pertanto l’illegittimo divieto di accesso le impediva di svolgere le mansioni di direttore costringendola a firmare i documenti di ETL nel piazzale antistante all’ingresso del palazzo, con inevitabile svilimento della sua professionalità, della sua storia e immagine e della sua sensibilità;

tale “persecuzione” sarebbe proseguita da luglio a novembre allorché il consorzio ha deciso di trasferire i suoi uffici presso Aeroporti di Roma, per proteggerla da un atteggiamento inqualificabile e persecutorio di un dirigente Alitalia, il dottor Roascio, conosciuto come persona dai metodi alquanto discutibili;

relativamente a tutta la vicenda la dirigente si è rivolta alla magistratura;

considerato che all’epoca dei fatti la dirigente era stata nominata cavaliere della Repubblica per l’impegno profuso nell’approfondimento del diritto comunitario dell’economia e dei trasporti e per la realizzazione di nove master di secondo livello e l’organizzazione di oltre 60 seminari e convegni sull’argomento,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa;

se risulti al Ministro in indirizzo che vi siano altri casi di atti di pressione e/o persecuzione esercitati a danno di lavoratori presso l’azienda e quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di tutelare i dipendenti da atti arbitrari di esecuzione del potere dirigenziale;

quali azione concrete, nell’ambito delle proprie competenze, voglia intraprendere al fine di valutare, nelle opportune sedi normative, una specifica disciplina per il contrasto di fenomeni di mobbing.

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Consulenze Ministero Sviluppo Econonico

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07350
Atto n. 4-07350

Pubblicato il 24 aprile 2012, nella seduta n. 715

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

risulta all’interrogante che il Ministero dello sviluppo economico si avvale e si avvarrà anche per gli anni a venire di un lungo elenco di consulenti esterni;

detti incarichi riguardano compensi che raggiungono anche somme di 100.000 euro relativamente a svariate funzioni;

considerato che il principio ispiratore della manovra di cui al decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, recante “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”, è stato quello della responsabilizzazione. Tale principio deve essere attuato con tagli mirati e selettivi che i singoli Ministri, per le parti di propria competenza, definiscono e implementano con l’obiettivo di raggiungere i target di risparmio a loro imputati,

si chiede di sapere:

quali siano le ragioni di dette consulenze e se i compiti, a cui sono chiamati i consulenti esterni, non possano essere svolti o già non lo siano da personale interno al Ministero stesso;

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di rivedere le spese per le consulenze, anche tenuto conto del momento di crisi economica che impone una seria riflessione;

se non ritenga che l’avvalersi di numerose consulenze esterne, nonostante i dipendenti presenti nell’amministrazione, non rappresenti l’ennesimo sperpero di denaro pubblico;

se non ritenga che, in un momento di crisi come quello che sta attraversando il Paese, con manovre lacrime e sangue che costeranno 2.103 euro l’anno a famiglia, con balzelli, tasse e rincari a loro carico, destinati ad aumentare con il previsto aumento di 2 punti di Iva, sia doveroso intraprendere le opportune misure al fine di tagliare la spesa pubblica, a partire dagli sprechi e dalle spese inutili, garantendo comunque la spesa sociale insopprimibile;

quali urgenti iniziative intenda intraprendere per impedire che siano sempre i cittadini a pagare i costi della crisi, ed evitare che lavoratori e pensionati, oltre al danno, debbano subire perfino la beffa di prediche ed esortazioni al risparmio, da parte di coloro che non vogliono mai offrire soluzioni reali e concrete.

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Licenziamento Direttore Mauro Tedeschini

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07352
Atto n. 4-07352

Pubblicato il 24 aprile 2012, nella seduta n. 715

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

relativamente al recente licenziamento del direttore de “La Nazione”, Mauro Tedeschini, “Il Fatto Quotidiano” del 19 aprile 2012 scrive: «Licenziato dopo gli articoli sul Monte Paschi. L’editore bolognese che stampa anche il Resto del Carlino e il Giorno ha fatto il blitz in poche ore. E ha nominato il bolognese Cané, gradito a Mps. E soprattutto alla farmaceutica Menarini finita in una bufera giudiziaria, azionista della banca e che intratteneva col nuovo direttore amichevoli telefonate durante l’inchiesta della Procura di Firenze. Licenziato per aver rispettato il diritto di cronaca. Mauro Tedeschini ieri è stato sostituito da Gabriele Canè alla direzione del quotidiano La Nazione di Firenze. Sono stati gli stessi giornalisti a raccontare di quegli articoli usciti, nei giorni scorsi, nelle pagine locali sulla crisi del Monte dei Paschi di Siena, che ha lasciato la Fondazione (37,5 % del capitale della banca) senza entrate. Una cronaca poco gradita, pare, da Franco Ceccuzzi, sindaco pd della città. L’editore Andrea Riffeser Monti ha quindi deciso di rimuovere Tedeschini nominato direttore solo nel giugno 2011. Ma la questione che ha scatenato le proteste del Comitato di redazione è legata anche al nuovo direttore. Gabriele Canè, lo stesso nome che compariva a fianco delle conversazioni tra un esponente della famiglia fiorentina Aleotti, proprietaria della casa farmaceutica Menarini, colosso che secondo la Procura di Firenze avrebbe procurato un danno al sistema sanitario nazionale da 860 milioni di euro. Nelle carte dei pm che si occupano dell’inchiesta emerge come Lucia Aleotti avesse contattato i responsabili di molti quotidiani. L’interlocutore privilegiato, nell’ottobre 2010, sembra proprio Gabriele Cané, condirettore del Quotidiano Nazionale che a Firenze pubblica La Nazione. Come scritto da Il Fatto Quotidiano a novembre, Aleotti chiama Cané per capire che rilievo avrà la notizia. “Lo metto in piccolo sul Qn e lo metto un po’ meglio sulla Nazione perché ovviamente non si può”. Ma che cosa faranno gli altri giornali? Aleotti: “Ho parlato con il responsabile di Repubblica qui di Firenze (…) che alla Valeria aveva detto: ‘male male’; con me non si è espresso in questi termini”. Ma c’è un ostacolo, Franca Selvatici, storica cronista di giudiziaria di Repubblica. Aleotti: “È la Selvatici purtroppo”. Cané: “Ma non era andata in pensione?”. Aleotti contatta tutti. “S’è parlato con Il Sole 24 Ore, fanno una spalla in norme e tributi”. Il giorno dopo Cané e Aleotti fanno un bilancio degli articoli pubblicati. Aleotti è furibonda, perché la Nazione, nonostante le ripetute telefonate dai toni apparentemente amichevoli con il direttore Giuseppe Mascambruno (che da lì a breve venne licenziato anche lui), ha dedicato due pagine alla notizia. Cané minimizza: “Non dice praticamente niente”. Aleotti sbotta: “Sono due pagine”. Lui: “Mi dispiace”. Cané, annotano gli investigatori, si impegna a monitorare e a tenere informata l’amica. Certo, Menarini è un colosso. Normale che abbia contatti con i giornali. Ma il nodo è un altro, come emerge da una telefonata. Cané: “I giornali sono anche liberi di non tenere conto, insomma, fino a un certo punto; non è che dobbiamo tenere conto dei canali pubblicitari, ma in questo caso c’è una connessione che è un peccato perdere”. Aleotti: “Eh bravo”. Ecco il punto: la montagna di pubblicità che il gruppo miliardario può riversare sui quotidiani. Sul cambio di direzione Federazione nazionale della stampa e l’Associazione Stampa toscana, insieme con la Consulta delle Associazioni Regionali di Stampa, “esprimono la più viva protesta e grande sconcerto per l’inaudito licenziamento del direttore Mauro Tedeschini, sacrificato dall’editore a seguito di contrasti sulle autonome e libere scelte di informazione a lobby politica e bancaria”»;

l’Ansa riporta che l’assemblea dei redattori de “La Nazione” «ha proclamato un giorno di sciopero immediato dopo che l’Editore ha licenziato il direttore Mauro Tedeschini a seguito delle pressioni di una lobby politica e bancaria, e ciò mentre il giornale dava segnali significativi di successo nelle vendite”. È quanto si legge in una nota del Cdr del quotidiano La Nazione. “La decisione, improvvisa e assolutamente inattesa, assunta da un editore che peraltro si erge a paladino della diffusione della stampa quotidiana tra i giovani – prosegue la nota -, offende profondamente l’autonomia e la dignità di tutti i giornalisti di un quotidiano protagonista di tutta la storia d’Italia, fino dalla costruzione della unità nazionale”. L’assemblea, in attesa dell’incontro con l’azienda programmato per il 26 aprile, “ha inoltre mantenuto il pacchetto di cinque giorni di sciopero proclamati dal coordinamento dei Cdr del Gruppo in reazione alla prima bozza di piano di ristrutturazione che prevede tagli al personale, chiusure di redazioni e uffici di corrispondenza. Un piano che rischia di compromettere ulteriormente la presenza capillare e diffusa sul territorio e la capacità di informare con la consueta completezza e tempestività i lettori»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

è inaccettabile che si possa rimuovere un direttore di un giornale per le pressioni di una lobby politica e bancaria e ciò rappresenta un’aggressione alla libertà di stampa e alla libertà dei giornalisti;

la rimozione del direttore de “La Nazione” Mauro Tedeschini costituisce un grave sintomo delle storture che affliggono il sistema informativo nonché un grave colpo alla dignità di un direttore che aveva condotto il giornale a conseguire significativi successi nelle vendite;

ostacolando la libertà di stampa, si mette in gioco quel soggetto fondamentale delle democrazie occidentali che è la pubblica opinione, ciò che distingue un regime da un sistema aperto, con un libero mercato del consenso basato sulla trasparenza e sull’accesso alla conoscenza e all’informazione,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti in premessa e quali siano le sue valutazioni a riguardo;

quali iniziative intenda intraprendere al fine di garantire una stampa libera e svincolata dai giochi di potere da cui viene distorta nel suo dovere di informare e nel diritto dei cittadini di conoscere e sapere.

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Contratti Derivati -Michel Iksil

  

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07351
Atto n. 4-07351

Pubblicato il 24 aprile 2012, nella seduta n. 715

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

“Il Corriere della sera” del 7 aprile 2012 scrive: «Secondo la “Volcker Rule”, le banche commerciali avrebbero dovuto smettere di assumersi rischi facendo trading in proprio. In base ai molti progetti di riforma del mercato dei derivati, gli scambi avrebbero dovuto diventare più trasparenti. Ma questi erano solo i buoni propositi. A poco più di tre anni dal fallimento di Lehman, la realtà è diversa. Una conferma arriva dalla “Balena di Londra”, nome d’arte di Bruno Michel Iksil. Iksil è un trader di Jp Mogan, una delle banche universali uscite meglio dalla grande crisi del 2008-2009. Secondo il “Wall Street Journal”, Iksil in silenzio in questi mesi ha rivoluzionato il mercato dei derivati d’assicurazione sul credito (i “credit default swaps”, cds) accumulando forti posizioni rialziste. In sostanza, avrebbe venduto in enormi quantità alle controparti titoli di assicurazione sul default di una serie di aziende incluse in un indice. I volumi su quell’indice sono esplosi da 92 a 144 miliardi di dollari da inizio anno»;

i movimenti del trader hanno attirato subito l’attenzione degli hedge funds, che hanno aperto posizioni contrarie a quelle prese per conto della banca americana. Iksil è specializzato nel trading sugli indici di Cds relativi al debito delle società. Si tratta di operazioni stimate in diversi decine di miliardi di dollari;

l’articolo citato prosegue: «Gli “hedge fund” che hanno comprato i cds da Iksil guadagnerebbero molto se la qualità dei bond sottostanti si deteriorasse (come accaduto ai Btp nella seconda metà del 2011)»;

su www.piazzaffari.info si legge: «Molti addetti ai lavori sono pronti a scommettere che gli eccessivi rischi presi da questo singolo trader impatteranno negativamente sui conti di JP Morgan, dopo che finora il Ceo Jamie Dimon si era sempre vantanto del “bilancio-fortezza” del colosso bancario a stelle e strisce. C’è da considerare, però, che una buona parte delle puntate speculative del trader è stata coperta con contratti-salvagente. Iksil ha operato in pieno accordo con i vertici societari, muovendosi nell’ambiente privilegiato del chief investment office che gestisce la tesoreria e le mega-riserve della banca (qualcosa come 355 miliardi di dollari). (…) Non sono per ora arrivate né conferme né smentite da JP Morgan. Iksil, top banker del colosso americano, avrebbe scommesso soprattutto su un particolare indice che scommette sul fallimento di ben 100 società. Alcuni rumors parlano di un’esposizione totale da 100 miliardi di dollari, in grado di sconvolgere completamente il mercato dei Cds. Le autorità di sorveglianza e controllo americana stanno seguendo la situazione per capirci qualcosa in più. Nel frattempo JP Morgan si è limitata a dichiarare che “i risultati sono pubblicati nelle relazioni trimestrali e sono del tutto trasparenti”»;

su “Affaritaliani.it” dell’11 aprile 2012 si legge: «Sempre lo zampino delle grandi banche d’affari americane nelle turbolenze che stanno caratterizzando l’andamento del mercato dei titoli di Stato (spread) e le ultime sedute di Borsa. Secondo quanto spiegano alcuni operatori ad Affari, oltre a JP Morgan, anche Goldman Sachs infatti si sarebbe mossa sui credit default swap (Cds) di alcuni titoli di Paesi dell’Eurozona, scommettendo sul peggioramento della situazione e poi guadagnando attraverso la vendita delle polizze anti-default a un prezzo più alto. Il movimentismo delle reginette di Wall Street ha spaventato alcuni operatori finanziari che hanno iniziato a vendere Btp, Bonos e titoli bancari in Borsa. La “balena bianca” della City londinese ovvero il trader London-based francese Bruno Michel Iksil di JPMorgan che ultimamente sarebbe entrato sul mercato con un esposizione talmente rilevante da smuovere e distorcere i prezzi dei derivati a copertura di un default, sarebbe dunque in buona compagnia di un pari grado, ma della concorrente Goldman Sachs. Banca che, in passato, ha costruito molto delle sue fortune proprio sul trading sui derivati»;

la Volcker rule, la cui attuazione è prevista a luglio, ha lo scopo di impedire alle banche americane di avventurarsi in investimenti speculativi che non beneficino i propri clienti. Può quindi essere vista come un divieto di proprietary trading alle banche commerciali. Il fatto che il trade sotto scrutinio sia stato effettuato da una banca americana a Londra ha dato man forte a chi vuole che le restrizioni sull’adozione del rischio vengano implementate anche fuori dagli Stati Uniti;

considerato che:

come scrive Paolo Brera il valore dei derivati «sul mercato mondiale, ha raggiunto la bella cifra di 700.000 miliardi di dollari, stando all’ultima rilevazione (2011) della Banca dei Regolamenti Internazionali. Dieci volte il pil mondiale. Nessuno sa a quanto ammonti il vero valore di tutta questa massa di registrazioni elettroniche. (…) A controllare più del 90 per cento di questo mercato sono cinque sole banche, Jp Morgan Chase, Bank of America, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Hsbc. Se una di queste perde solo un decimo sui derivati in suo possesso, per rimettere a posto le cose l’intera economia mondiale deve lavorare due mesi e mezzo. (…) Per questo Warren Buffett ha definito i derivati “armi di distruzione di massa”. I derivati finanziari sono gioco d’azzardo allo stato puro, ma sono truccati da nobilissime incarnazioni della Finanza Moderna. Regolamentarli in qualche modo è già molto difficile, ma se si aggiunge alla difficoltà la scarsissima volontà politica è uno sforzo disperato: per controllare a dovere questa finanza pirotecnica bisognerebbe colpire interessi potenti e molto generosi verso i politici» (si veda “L’Arena.it” dell’8 aprile 2012);

Mario Lettieri e Paolo Raimondi per “Italia Oggi” scrivono: «Bisogna (…) prosciugare l’oceano dei derivati finanziari, a cominciare dagli Otc (…) negoziati fuori dai mercati e tenuti fuori dai bilanci. È indispensabile introdurre da subito semplici ma chiare misure per proibire azioni speculative allo scoperto e altri pericolosi giochi finanziari. Occorre ristabilire un moderno Glass-Steagall Act, cioè la legge bancaria anti-Grande Depressione del 1933 che separava le banche commerciali da quelle di investimento, per evitare che i risparmi siano usati per le speculazioni. E si mandi a casa chi sostiene che bisogna dare credito ai mercati e non alla politica. Chi pretende per la finanza e per la speculazione una libertà assoluta»;

il presidente Luigi Giampaolino, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della magistratura contabile, ha parlato di quanto «”L’illegalità, corruzione e malaffare sono fenomeni ancora notevolmente presenti nel Paese le cui dimensioni sono di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente, alla luce”. (…) Essere a conoscenza della “mappatura” dei fenomeni di corruzione, aggiunge, serve “per effettuare una ricognizione degli episodi più ricorrenti di gestione delle risorse pubbliche inadeguata, perché inefficace, inefficiente, diseconomica”. Giampaolino si riferisce a tutti i comportamenti che arrecano “un danno alle finanze pubbliche”: dalla corruzione dell’attività sanitaria, allo smaltimento dei rifiuti, dal “gravemente colposo” utilizzo di strumenti derivati o prodotti finanziari simili, per arrivare alla costituzione e gestione di società a partecipazione pubblica e alla stipula di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture. Vengono inclusi anche gli errori nella gestione del servizio di riscossione dei tributi”» (si veda “la Repubblica” del 16 febbraio 2012);

il Ministro dell’economia pro tempore Tremonti in un’intervista televisiva ha ribadito di essere contrario alla tassazione dei derivati bancari, in quanto sono illegali e di conseguenza, tassandoli, sarebbe stata riconosciuta la loro regolarità, quando devono invece essere vietati perché illegali;

il Presidente del Consiglio dei ministri Monti, alla Conferenza stampa con i vertici della finanza del 20 febbraio 2012, ha parlato della necessità di prendere misure a livello europeo per risolvere il grave problema dei prodotti derivati;

l’attuale Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, al momento della sua investitura, ha accennato, tra i tanti problemi da affrontare, alla necessità urgente della regolamentazione dei derivati finanziari;

un’inchiesta condotta da Paolo Biondani per la rivista “L’espresso” sui contratti derivati stipulati dagli enti evidenzia la pericolosità di questo tipo di investimenti definendolo una mina vagante che minaccia i conti del sistema Italia visto che sulla carta dovrebbero servire per ridurre rischi futuri, come una specie di assicurazione: ad esempio per limitare i danni del rialzo dei tassi, del crollo dell’euro o di altri imprevisti, ma in realtà funzionano come una scommessa e a vincere il gioco sono quasi sempre le banche;

la rilevazione della Banca d’Italia del marzo 2010 conferma che 13 Regioni, 28 Province, 371 Comuni e 14 università o società pubbliche hanno debiti enormi, per almeno 21 miliardi e 813 milioni, tuttora agganciati a derivati firmati con banche domiciliate in Italia;

dall’indagine conoscitiva della 6ª Commissione permanente (Finanze e tesoro) del Senato è risultato che i derivati degli enti locali ammontano a 30 miliardi di euro;

le cronache hanno riportato la gigantesca truffa perpetrata da banche estere ed italiane a danno di quasi 500 enti locali, oggetto di indagini della magistratura penale – anche a seguito della raffica di denunce inoltrate dall’Adusbef – in particolare l’indagine condotta dal pubblico ministero della Procura di Milano Alfredo Robledo che ha rinviato a giudizio alcune banche per i danni inferti al Comune di Milano,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali siano le sue valutazioni;

quali iniziative, nelle opportune sedi europee, intenda assumere al fine di concordare limiti sulle vendite allo scoperto che vietino il trading di contratti derivati credit default swap per porre un freno agli speculatori che scommettono sul deprezzamento dei titoli governativi;

se, alla luce degli scandali che hanno interessato attività corruttive delle grandi banche di affari, non intenda intervenire con urgenza per rendere nulli contratti capestro aventi l’unica finalità di ingrassare i bilanci delle banche, i bonus e le stock option dei dirigenti per fare indebitare al massimo grado intere comunità per generazioni fino a 30/40 anni con spregiudicate operazioni finanziarie;

se non ritenga necessario e urgente attivarsi al fine di adottare i regolamenti in materia di derivati bloccati al Ministero dell’economia e delle finanze, a quasi 4 anni dal loro divieto.

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Diritto d’autore

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02814
Atto n. 3-02814

Pubblicato il 23 aprile 2012, nella seduta n. 714

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri. -

Premesso che:

da indiscrezioni di stampa si apprende che il Governo, nella persona del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, avrebbe all’esame un provvedimento con il quale legittimare l’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom) a realizzare un sistema di rimozione e oscuramento di contenuti e siti web;

il “Corriere delle comunicazioni”, il 30 marzo 2012, con un articolo titolato “Copyright: Catricalà, nessuna censura su siti web” ha riportato la smentita del Sottosegretario Antonio Catricalà relativamente alle indiscrezioni secondo cui il Governo vorrebbe affidare all’Agcom poteri di censura con tanto di disabilitazione e disconnessione nei confronti dei siti Internet e degli utenti che veicolano contenuti digitali illegali. Nell’articolo citato si riporta quanto dichiarato dallo stesso Sottosegretario in un intervista al quotidiano “La Stampa”. Secondo il Sottosegretario «”la norma non è affatto censoria, non ha niente a che vedere con l’Hadopi francese, non prevede mai in alcuna maniera la disabilitazione né la disconnessione degli utenti, ma solo la rimozione dei contenuti illegali. Cioè non siano accessibili i siti che li ospitano, se non li tolgono entro un tempo ragionevole”»;

il Sottosegretario ha altresì sottolineato che «”finché si tratta di indiscrezioni non esiste niente, né dal punto di vista politico né dal punto di vista giuridico”»;

a seguito di quanto riferito in precedenza, sul tema del diritto d’autore è tornato anche Assoprovider, l’associazione dei provider indipendenti, preoccupata per un provvedimento «”che trasformerebbe l’Autorità Garante per le Comunicazioni nell’unico sceriffo della Rete con enormi poteri che consistono nell’accertamento e nell’inibizione dei reati legati alla violazione del diritto d’autore che oggi sono giustamente demandati alla Magistratura coadiuvata dalle forze di Polizia”»;

nella nota diffusa da Assoprovider si legge che: «”I promotori della notte della Rete (Adiconsum, Altroconsumo, Assonet, Assoprovider e Studio Legale Sarzana), a cui si sono aggiunti, il movimento “La rete dell’innovazione”, l’associazione NetLeft, l’associazione “Rifondazione Italia per la legalità”, l’associazione “Stati generali dell’innovazione” (…) denunciano il grave comportamento del Governo che in modo inusuale, dietro il paravento del fornire un’interpretazione autentica della normativa vigente, consentirebbe invece una inaccettabile violazione dei diritti di cittadini e utenti con gravi ripercussioni sulla libertà dell’informazione nel nostro Paese. La stessa Agcom (…) ha riconosciuto agli organizzatori della notte della Rete di non avere le necessarie prerogative giuridiche per deliberare la propria proposta di regolamento sul diritto d’autore ed è per questo che tale decisione è stata finora rinviata”»;

l’associazione ha altresì sottolineato come la discussione sul diritto d’autore, come più volte richiesto, sia in discussione in Parlamento, «”ma con il blitz di Catricalà […], tutte le modalità democratiche in atto verrebbero spazzate via di colpo, scavalcando il Parlamento e permettendo subito l’approvazione del regolamento Agcom […]. Con tali atteggiamenti non si mette in discussione solo il diritto d’autore ma tutto il nostro ordinamento giuridico e la Costituzione”». A ciò occorre aggiungere che tutto questo accadrebbe in un momento in cui il mandato dei commissari Agcom è in scadenza;

l’articolo prosegue: «Assoprovider chiede dunque al Governo “di non emanare questo assurdo provvedimento che non ha nulla di interpretativo e che violerebbe la Costituzione, chiediamo di lasciare al Parlamento la discussione democratica sulla nuova legge sul diritto d’autore e di concentrarsi invece, con l’adeguata trasparenza nei confronti della società civile, sulle nomine dei prossimi vertici Agcom in modo che nel prossimo futuro possano sedere in quelle posizioni rilevantissime per la libertà d’informazione nel nostro Paese persone non solo competenti ma che abbiano soprattutto quale unico mandato la salvaguardia dell’interesse generale e lo sviluppo democratico anche nel panorama digitale”»;

per delineare un quadro completo di tale vicenda occorre ricordare che in occasione dell’audizione informale tenuta presso gli Uffici di Presidenza, integrati da rappresentanti dei Gruppi parlamentari e dalle Commissioni riunite 7ª (Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport) e 8a (Lavori pubblici, comunicazioni) del Senato del 21 marzo 2012, in materia di diritto d’autore sul web, il Presidente dell’Agcom, dottor Corrado Calabrò, ha auspicato l’elaborazione di una proposta normativa da parte della Presidenza del Consiglio dei ministri che ribadisca la legittimazione dell’Agcom e definisca meglio la competenza della stessa Autorità nonché gli specifici poteri in materia di diritto d’autore, per poi procedere all’adozione di uno specifico regolamento sul tema;

anche alla luce dell’interesse che l’opinione pubblica ha dimostrato di nutrire nei confronti della questione, è opportuno che sull’intera materia vi sia una riflessione di carattere generale volta a valutare ogni singola questione nel contesto della già invocata riforma del diritto d’autore,

si chiede di sapere:

quali iniziative urgenti il Governo intenda adottare al fine di pervenire alla definizione di una normativa sul diritto d’autore sul web, che sia il più possibile condivisa per evitare il rischio che l’attività di regolazione dell’Agcom possa in futuro diventare uno strumento lesivo della libertà d’informazione e di espressione su Internet, in particolar modo in un momento in cui viene quotidianamente messa in discussione l’indipendenza e la trasparenza delle procedure di nomina all’interno dell’Autorità;

se non ritenga che una questione così delicata, che inciderà in maniera profonda sulla società e che costituisce, per certi versi, già un’anomalia rispetto alle altre democrazie occidentali, meriti una approfondita analisi parlamentare e se a tal fine il Governo intenda sostenere, per quanto di competenza, l’avvio dell’esame dei disegni di legge in materia di riforma della disciplina del diritto d’autore, già depositati in Parlamento;

se effettivamente sia al vaglio della Presidenza del Consiglio l’elaborazione di una specifica normativa sul diritto d’autore che attribuisca all’Agcom la legittimazione ad agire in materia, nonché quali siano, limitatamente agli aspetti di propria competenza, le valutazioni del Governo rispetto ai contenuti del regolamento Agcom di cui all’allegato A della delibera 398/2011/CONS, la cui adozione potrebbe avvenire a breve.

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Antitrust -Agenzia debiti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02813
Atto n. 3-02813

Pubblicato il 23 aprile 2012, nella seduta n. 714

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e della giustizia. -

Premesso che:

la crisi economica e l’istigazione al debito, da parte di banche e finanziarie, ha provocato una drammatica situazione debitoria da parte di famiglie, piccole e medie imprese (PMI), artigiani, commercianti esposti con società finanziarie e di recupero crediti, che perseguitano spesso i debitori, perfino con ricorso allo stalking, minacce, telefonate ad ogni ora del giorno e della notte, configurando una vera e propria persecuzione per coloro che hanno perso il lavoro o non sono riusciti ad onorare le proprie scadenze;

ma per risolvere questi problemi, soggetti spregiudicati fingono di aiutare i debitori ad uscire dalla crisi debitoria, finendo per aggravare la situazione e, invece di condurre ad una riduzione del debito, lo fanno aumentare con richieste che rasentano l’estorsione. Si configurano rischi enormi derivanti dalla peggiore crisi economica, dalla perdita del posto di lavoro, dai messaggi subliminali e suadenti di banche e finanziarie che invitano a comperare oggi pagando a rate fra due-tre anni e hanno indotto molti cittadini a cadere nell’oppio di vite a rate drogate, dall’ideologia del debito, dal ricorso alla carte revolving, fenomeni che fanno perdere di vista la propria capacità di spesa e di onorare i prestiti contratti;

per contrastare il fiorente business fondato sull’angoscia e sulla disperazione e basato sulle promesse ingannevoli di risolvere e di sanare la propria esposizione debitoria, riducendola del 70 per cento, l’associazione di consumatori Adusbef, oltre ad aver inviato esposti denunce ad alcune Procure della Repubblica, ha chiesto l’intervento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) che, in data 12 aprile 2012, ha avviato un procedimento volto ad accertare pratiche commerciali scorrette, ai sensi del codice del consumo di cui al decreto legislativo n. 206 del 2005;

il procedimento dell’Agcm, PS/7682, ha all’oggetto: “Comunicazione di avvio del procedimento ai sensi dell’art. 27, comma 3, del Decreto Legislativo 6 settembre 2005, n. 206 e successive modificazioni (di seguito, Codice del Consumo), nonché ai sensi dell’art. 6 del Regolamento sulle procedure istruttorie in materia di pratiche commerciali scorrette (di seguito, Regolamento), adottato dall’Autorità con delibera del 15 novembre 2007 e contestuale richiesta di informazioni ai sensi dell’art. 12, comma 1, del Regolamento”;

secondo informazioni acquisite ai fini dell’applicazione del codice del consumo di cui al decreto legislativo n. 206 del 2005, sulla base della nota inviata dal Ministero dello sviluppo economico e delle segnalazioni dell’associazione Adusbef e di alcuni consumatori pervenute nel periodo luglio 2011 – marzo 2012, l’Agenzia Debiti SpA avrebbe diffuso, a mezzo Internet e a mezzo posta elettronica (con modalità di diffusione assimilabili allo spamming), un messaggio ingannevole che pubblicizza la propria attività di consulenza per ridurre l’esposizione debitoria dei destinatari e salvaguardare dall’aggressione dei creditori (ivi incluse le richieste del Fisco) il patrimonio del debitore;

a quanto risulta all’interrogante nel procedimento è scritto che da una rilevazione effettuata in data 23 marzo 2012, risulterebbe che nella parte centrale della home page del sito del professionista (www.agel1ziadebiti.it) sono riportate le seguenti affermazioni all’interno della sezione “I nostri servizi”: “Qual è la nostra principale attività? Noi di Agenzia Debiti facciamo in modo che le persone e le famiglie indebitate chiudano i loro debiti con uno sconto che può arrivare fino al 70%. Se una famiglia ad esempio ha 30.000 € di debiti perché ha ottenuto un prestito da una Finanziaria ma, suo malgrado, non riesce a restituirli, il nostro lavoro consiste nel fargli chiudere questo debito a 10. 000 €. In un caso del genere la nostra tariffa è di 3.000 € pagabili anche a rate. Alla fine, quindi, la famiglia paga 13. 000 € anziché 30.000 e risparmia di fatto 17.000 euro. La seconda nostra attività è di opporci ad ogni atto di Equitalia, Agenzia delle Entrate, INPS e del Fisco in genere attraverso accesso agli atti e ricorsi alla commissione tributaria in ogni grado di giudizio (primo, secondo e terzo grado). Il nostro lavoro consente quindi agli indebitati di riuscire legalmente a posticipare, rateizzare, diminuire o annullare i debiti siano essi con il Fisco, Stato, Creditori, Banche e Finanziarie, difendersi dagli accertamenti del Fisco e di altri Creditori, proteggere il proprio patrimonio dagli attacchi dei Creditori, proteggere il Patrimonio immobiliare (case, terreni, ecc.) e mobiliare (titoli, azioni, obbligazioni, conti correnti, autovetture, ecc.) a titolo preventivo da eventuali attacchi di creditori in genere (fornitori, Stato, Fisco, ecc.) anche attraverso strumenti giuridici tutelati dalla Legislazione Italiana ed internazionale dovrebbe essere una pratica che tutti dovrebbero fare”;

a quanto risulta all’interrogante, l’Agcm nella lettera di notifica scrive ancora che il destinatario del messaggio viene quindi sollecitato a contattare il numero verde 800.94.80.40 per ricevere consulenza o a compilare un modulo disponibile on line con il seguente invito “inviaci la tua richiesta gratis – qualsiasi questa sia – e ti risponderemo per risolvere prima possibile il tuo problema”;

nel messaggio trasmesso attraverso posta elettronica (spamming), acquisito agli atti dalla Direzione in data 31 gennaio 2012 e 8 marzo 2012, si legge: “Sistemi Legali per non pagare i Debiti quando Non Riesci a Pagare (…) Assistenza Legale per non Pagare del tutto i Debiti a Banche e Finanziarie se non ce la fai più a pagare. Rate ed interessi più bassi per il Mutuo che fatica a pagare: stop a pignoramenti ed aste. Debiti Fiscali: Opposizione alle richieste di Agenzia delle Entrate ed Equitalia per accertamenti e cartelle esattoriali Proteggiamo il tuo Patrimonio mobiliare ed immobiliare quando legalmente possibile”;

inoltre, nelle segnalazioni pervenute all’Agcm si lamenterebbe che i consumatori, contattata l’Agenzia debiti per ricevere informazioni in ordine alla natura dell’attività svolta dal professionista, sarebbero invitati al pagamento di un importo pari a 390 euro per l’espletamento di pratiche in materia debitoria cui farebbe seguito, solo in un momento ulteriore, una più esosa richiesta verbale di denaro per la reale trattazione delle stesse;

secondo l’Agcm i comportamenti descritti potrebbero integrare una violazione degli articoli 20, 21 e 22 del citato codice del consumo, in quanto contrari alla diligenza professionale e idonei a indurre in errore il consumatore medio riguardo alle caratteristiche del servizio offerto, con particolare riferimento alla natura stessa dell’attività di consulenza del professionista e alle relative condizioni economiche;

considerato che:

secondo fonti qualificate le cosiddette agenzie debiti avrebbero registrato un vero e proprio boom dei loro clienti, complice la crisi. La sola Agenzia Debiti riceve ogni anno circa 240.000 richieste da parte di debitori e il confronto tra l’ultimo trimestre 2011 e il primo trimestre 2012 vede un aumento di potenziali clienti pari al 67 per cento. Anche Assistenza Debiti di Guido Rini vede incrementare i suoi clienti: sono circa 50.000 le richieste annue e la crisi fa avanzaare il settore;

dai forum delle associazioni di consumatori, emerge inoltre che taluni cittadini indebitati con banche, finanziarie, ed oggetto di recupero crediti da parte di Equitalia e/o altre agenzie fiscali, vengono contattati da Agenzia Debiti, senza spiegarsi chi siano le talpe che offrono a soggetti che si comportano come sciacalli, i nominativi da contattare a colpo sicuro poiché afflitti dall’angoscia di non poter restituire soldi o onorare i propri impegni perché hanno subito licenziamenti, malattie, traversie, guai familiari o altre disavventure,

si chiede di sapere:

poiché il Governo è al corrente delle attività estorsive, sciacallesche e truffaldine di Agenzia Debiti, oggetto di indagine dell’Agcm e di ben due atti di sindacato ispettivo dell’interrogante (4-06545 e 2-00450), quali siano le ragioni reali degli omessi interventi per contrastare e punire prassi fraudolente a danno dei consumatori e dei soggetti più deboli ed indifesi perché colpiti dalla crisi economica e dalla perdita del posto di lavoro;

se il Governo intenda tollerare i comportamenti di Agenzia Debiti, che propaganda di tutelare persone e famiglie indebitate per chiudere i loro debiti con uno sconto fino al 70 per cento, ingannando così famiglie impegnate con 30.000 euro di debiti che non riescono a restituire, prospettando loro di chiudere il debito a 10.00 euro, dietro pagamento di una tariffa di 3.000 euro pagabili anche a rate, imbrogliando in realtà quelle stesse famiglie che dovrebbero pagare 13.000 euro, risparmiandone 17.000, in quanto, oltre a non metterle nelle condizioni di assolvere all’impegno, vengono poste a carico dei contraenti spese improprie che ne aggravano la posizione debitoria invece di risolverla;

se, in una fase di crisi economica difficilissima e di imprenditori che arrivano a gesti estremi perché strozzati dalla mancanza di credito e/o perseguitati da Equitalia ed altre agenzie fiscali, intenda tollerare che privati e piccoli imprenditori, in gravissime difficoltà economiche anche nei riguardi di banche, finanziarie ed agenzie fiscali, cadano nelle grinfie di soggetti spregiudicati che promettono di risolvere i loro problemi previo pagamento di centinaia di euro, che si aggiungono ai 390 euro richiesti come versamento iniziale, prospettando un successo di riuscita delle loro azioni del 70 per cento, senza poi permettere loro di raggiungere l’obiettivo, ed aggravando per giunta la situazione debitoria delle malcapitate vittime dell’Agenzia Debiti;

se sia in grado di individuare eventuali collusioni esistenti tra agenzie debiti con banche, finanziarie, Equitalia ed altre agenzie fiscali, e se a giudizio del Governo le segnalazioni, da parte di chicchessia alle agenzie debiti, di nominativi in difficoltà economiche, con la finalità di sottrarre loro ulteriori risorse, oltre a violare la legge sulla privacy non costituiscano aperta violazione di norme penali a tutela dei cittadini e delle famiglie;

quali misure urgenti intenda attivare per impedire che, nella crisi sistemica, prodotta dall’avidità dei banchieri, la precarietà ed il disagio sociale possano essere aggravati da parte di spregiudicati soggetti come Agenzie Debiti e se non intenda promuovere l’inasprimento delle disposizioni penali rispetto a soggetti che, approfittando dello stato di bisogno di tantissimi consumatori, arrivano a fondare il proprio core business sulle disgrazie, promettendo di risolvere problemi che invece vengono aggravati.

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Banche-sentenza Corte d’Appello Torino – obbilgazioni Parmalat

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02812
Atto n. 3-02812 (in Commissione)

Pubblicato il 23 aprile 2012, nella seduta n. 714

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

i comportamenti fraudolenti delle banche che hanno collocato titoli tossici, come Cirio, Argentina, Parmalat, eccetera, ad 1 milione di risparmiatori bruciando 50 miliardi di euro di sudato risparmio, vengono severamente censurati dalla Cassazione, che, con la sentenza 6142/2012 depositata il 19 aprile 2012, ha confermato il verdetto della Corte di appello di Genova con il quale un istituto di credito era stato condannato al risarcimento delle somme relative a due ordini di acquisto di bond argentini disposti ad aprile e settembre 2001, per un totale investito di 169.000 euro;

anche la Corte di appello di Torino ha pronunciato una importante ed innovativa sentenza destinata a fare giurisprudenza, per l’intervento d’ufficio della Procura generale della Repubblica di Torino, che ha ravvisato l’interesse pubblico da difendere dalla protervia ed arroganza delle banche, in una vertenza che ha visto ancora una volta protagonista l’Adusbef e avvocato Cecilia Ruggeri delegata a Torino;

si tratta di due coltivatori della provincia di Torino privi di qualunque strumento culturale (ed in particolare in materia di investimenti in strumenti finanziari) che, dietro consiglio degli impiegati della banca, hanno acquistato 260.000 euro nominali di obbligazioni Parmalat nel maggio 2002, che rappresentavano il 35 per cento dei risparmi totali degli investitori. In primo grado il Tribunale di Torino aveva dato torto agli investitori affermando che, all’epoca dell’acquisto, le banche (e in particolar modo UniCredit Private Banking) non erano a conoscenza dello stato di difficoltà in cui versava la Parmalat e che, in considerazione di ciò, nessun inadempimento poteva essere imputato all’intermediario;

la Corte d’appello di Torino, presieduta dal dottor Mario Griffey, recependo le tesi dell’avvocato Cecilia Ruggeri, ha ribaltato la pronuncia di primo grado, con la sentenza n. 615 depositata il 10 aprile 2012, che ha condannato la banca a risarcire il danno degli investitori, quantificato in 190.000 euro (oltre interessi e rivalutazioni), statuendo il mantenimento della proprietà dei titoli in capo ai risparmiatori, i quali ovviamente hanno un valore residuo pari a circa il 25 per cento del nominale, offrendo così agli attori l’integrale recupero delle somme investite;

il giudice di secondo grado, sposando le tesi espresse dall’avvocato Ruggeri negli atti di causa, ha ritenuto che la banca era a conoscenza della situazione di difficoltà in cui versava la Parmalat al momento dell’operazione oggetto di causa (maggio 2002) per i seguenti motivi: 1) l’ingente emissione di obbligazioni, pur a fronte della dichiarazione in bilancio di rilevantissime disponibilità liquide; 2) la centrale rischi della Banca d’Italia e le banche dati evidenziavano una esposizione debitoria superiore a quella riportata dai bilanci; 3) le obbligazioni Parmalat venivano appositamente emesse attraverso consociate finanziarie estere al fine di aggirare i limiti imposti dalla normativa nazionale ex art. 2410 del codice civile (allora vigente) il quale subordinava l’emissione in Italia di obbligazioni di società per azioni alla condizione che l’importo delle obbligazioni non superasse il capitale versato ed esistente (alla data della deliberazione) secondo l’ultimo bilancio approvato; 4) al momento dell’acquisto (maggio 2002) il titolo aveva un rating di livello BBB- vale a dire ancora di investment grade ma già al limite della natura speculativa e di rischio, e comunque al limite basso della classificazione di affidabilità,

si chiede di sapere:

se il Governo – dopo l’intervento della Procura generale della Repubblica di Torino, che costituisce una vera e propria rarità, in quanto la stessa interviene quando ai sensi dell’art. 70 del codice di procedura civile ravvisa un interesse pubblico che, nel caso di specie, è stato individuato nell’art. 47 della Costituzione (tutela del risparmio) e nella normativa comunitaria (direttiva 93/22/CEE del 10 maggio 1993 e direttiva 2004/39/CE del 21 aprile 2004) che impone agli ordinamenti nazionali la protezione degli investitori – non ritenga doveroso assumere iniziative di competenza affinché banche ed intermediari tengano comportamenti più lineari, idonei e trasparenti volti ad evitare frodi, truffe ed abusi a danno dei risparmiatori;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare che il sudato risparmio, garantito dall’art. 47 della Costituzione, possa essere bruciato dall’avidità dei banchieri, che continuano ancora oggi a collocare titoli tossici, a giudizio dell’interrogante con la diretta complicità degli organi vigilanti, ben consapevoli della loro rischiosità.

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Titoli derivati-Procura Acqui Terme

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02811
Atto n. 3-02811 (in Commissione)

Pubblicato il 23 aprile 2012, nella seduta n. 714

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

le vendite, a giudizio dell’interrogante illegali, di derivati avariati di Banca Unicredit, sotto la gestione di Alessandro Profumo, che hanno portato in malora floride aziende, come Divania di Bari, si arricchiscono di nuove fattispecie di reati: il reato di usura da aggiungere a quello della truffa aggravata;

migliaia di imprenditori, “strangolati” dalle banche perché costretti a sottoscrivere prodotti derivati, che, invece di offrire coperture ai rischi dei clienti, hanno protetto gli esclusivi interessi degli istituti di credito, ma anche gli enti locali, come Comuni e Regioni, che hanno un annoso contenzioso per aver subito la sottoscrizione di swap per un valore nozionale di circa 62 miliardi di euro, possono contestare anche questo ulteriore reato di usura;

è la novità positiva della Procura di Acqui Terme (la stessa che ha indagato sugli swap del Comune piemontese chiedendo il rinvio a giudizio di Unicredit, che vede Adusbef costituita parte civile) – diretta dal dottor Antonio Rustico – che il 18 aprile 2012 ha chiesto ed ottenuto dal giudice dell’udienza preliminare (Gup), Laura Galli, il rinvio a giudizio di due funzionari di Unicredit per truffa aggravata ed usura nei confronti della Nuova BB Srl (azienda idro-termosanitaria di Bistagno, Alessandria) dell’imprenditrice Piera Petrini Levo, che, dopo essere stata truffata ed usurata dalla banca, ha iniziato una lotta senza quartiere fino alla vittoria ed al risarcimento dei danni (si veda l’articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore – Plus 24″ del 4 dicembre 2010);

la Procura ha contestato all’istituto di credito, nel decreto di rinvio a giudizio, di avere ottenuto con l’inganno la sottoscrizione della dichiarazione di operatore qualificato (articolo 31 del regolamento della Consob n. 11522/98), e per la prima volta in assoluto il reato d’usura, in riferimento al secondo swap (presentato come la naturale conseguenza del primo contratto), in occasione del quale la banca avrebbe finanziato le perdite derivanti dal primo contratto (chiuso contestualmente al momento della stipula del secondo) con tassi del 28,39 per cento (a fronte di soglie usurarie che nel periodo 2001-2002 andavano dal 9,89 per cento all’11,36 per cento), con l’aggravante di aver commesso il fatto nell’esercizio di un’attività bancaria e in danno di un soggetto che svolgeva attività imprenditoriale;

il rinvio a giudizio dei due dipendenti di Unicredit (la prima udienza si terrà il 26 settembre dinanzi al Tribunale di Acqui Terme) è avvenuto nonostante la banca abbia concluso una transazione con la Nuova BB, restituendo il doppio del valore del danno patito dall’azienda, ed anche il risarcimento di una somma così consistente non è riuscita ad influenzare minimamente il Gup, che ha giustamente disposto il rinvio a giudizio dei due funzionari;

l’indagine della Procura di Acqui Terme, scaturita dalla querela degli avvocati di Piera Petrini Levo, ha accertato grazie a una consulenza tecnica di parte (Ctp) un illecito profitto complessivo di circa 55.000 euro per il mancato riconoscimento da parte della banca dell’upfront al momento della stipula dei tre contratti; in pratica l’ applicazione di costi occulti che secondo la Procura rappresentano “il grave danno monetario” subìto dall’azienda con la conseguente indebita appropriazione ad opera della banca;

Adusbef sta portando avanti una battaglia senza quartiere contro i derivati truffa, emessi con l’esclusiva finalità di far realizzare illeciti profitti alle banche e perdite consistenti ai contraenti, sia imprenditori che enti locali, che potranno così far valere il nuovo reato di usura nei processi,

si chiede di sapere:

se il Governo sia consapevole della enorme truffa consumata dalle banche estere, italiane e da Unicredit in particolare, che hanno collocato derivati avariati presso fiorenti imprese, con la minaccia che la mancata sottoscrizione avrebbe costituito pregiudizio al rinnovo del fido;

se sia a conoscenza della sentenza della Procura della Repubblica di Acqui Terme, che, oltre ai reati di truffa aggravata, ha contestato a due funzionari di Unicredit il reato di usura;

quale sia l’esatto ammontare dei derivati che le banche hanno collocato presso enti locali, con la promessa di risolvere problemi di finanza locale, che al contrario sono stati aggravati, e se la cifra di 62 miliardi di euro di valore nozionale alla data dal 31 marzo 2012 sia ritenuta attendibile o sottostimata per difetto;

quali misure urgenti intenda attivare per approvare l’importante schema di regolamento, bloccato al Ministero dell’economia e delle finanze, che tuttavia vede consulenti di primarie banche quali attori che dovrebbero assicurare la neutralità, e se consideri tollerabile che il professor Mottura possa continuare a svolgere la sua opera consulenziale per il Ministero dell’economia e delle finanze, a giudizio dell’interrogante volta a penalizzare i contraenti per favorire gli esclusivi interessi degli istituti di credito.

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