Banche-sentenza Corte d’Appello Torino – obbilgazioni Parmalat

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02812
Atto n. 3-02812 (in Commissione)

Pubblicato il 23 aprile 2012, nella seduta n. 714

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

i comportamenti fraudolenti delle banche che hanno collocato titoli tossici, come Cirio, Argentina, Parmalat, eccetera, ad 1 milione di risparmiatori bruciando 50 miliardi di euro di sudato risparmio, vengono severamente censurati dalla Cassazione, che, con la sentenza 6142/2012 depositata il 19 aprile 2012, ha confermato il verdetto della Corte di appello di Genova con il quale un istituto di credito era stato condannato al risarcimento delle somme relative a due ordini di acquisto di bond argentini disposti ad aprile e settembre 2001, per un totale investito di 169.000 euro;

anche la Corte di appello di Torino ha pronunciato una importante ed innovativa sentenza destinata a fare giurisprudenza, per l’intervento d’ufficio della Procura generale della Repubblica di Torino, che ha ravvisato l’interesse pubblico da difendere dalla protervia ed arroganza delle banche, in una vertenza che ha visto ancora una volta protagonista l’Adusbef e avvocato Cecilia Ruggeri delegata a Torino;

si tratta di due coltivatori della provincia di Torino privi di qualunque strumento culturale (ed in particolare in materia di investimenti in strumenti finanziari) che, dietro consiglio degli impiegati della banca, hanno acquistato 260.000 euro nominali di obbligazioni Parmalat nel maggio 2002, che rappresentavano il 35 per cento dei risparmi totali degli investitori. In primo grado il Tribunale di Torino aveva dato torto agli investitori affermando che, all’epoca dell’acquisto, le banche (e in particolar modo UniCredit Private Banking) non erano a conoscenza dello stato di difficoltà in cui versava la Parmalat e che, in considerazione di ciò, nessun inadempimento poteva essere imputato all’intermediario;

la Corte d’appello di Torino, presieduta dal dottor Mario Griffey, recependo le tesi dell’avvocato Cecilia Ruggeri, ha ribaltato la pronuncia di primo grado, con la sentenza n. 615 depositata il 10 aprile 2012, che ha condannato la banca a risarcire il danno degli investitori, quantificato in 190.000 euro (oltre interessi e rivalutazioni), statuendo il mantenimento della proprietà dei titoli in capo ai risparmiatori, i quali ovviamente hanno un valore residuo pari a circa il 25 per cento del nominale, offrendo così agli attori l’integrale recupero delle somme investite;

il giudice di secondo grado, sposando le tesi espresse dall’avvocato Ruggeri negli atti di causa, ha ritenuto che la banca era a conoscenza della situazione di difficoltà in cui versava la Parmalat al momento dell’operazione oggetto di causa (maggio 2002) per i seguenti motivi: 1) l’ingente emissione di obbligazioni, pur a fronte della dichiarazione in bilancio di rilevantissime disponibilità liquide; 2) la centrale rischi della Banca d’Italia e le banche dati evidenziavano una esposizione debitoria superiore a quella riportata dai bilanci; 3) le obbligazioni Parmalat venivano appositamente emesse attraverso consociate finanziarie estere al fine di aggirare i limiti imposti dalla normativa nazionale ex art. 2410 del codice civile (allora vigente) il quale subordinava l’emissione in Italia di obbligazioni di società per azioni alla condizione che l’importo delle obbligazioni non superasse il capitale versato ed esistente (alla data della deliberazione) secondo l’ultimo bilancio approvato; 4) al momento dell’acquisto (maggio 2002) il titolo aveva un rating di livello BBB- vale a dire ancora di investment grade ma già al limite della natura speculativa e di rischio, e comunque al limite basso della classificazione di affidabilità,

si chiede di sapere:

se il Governo – dopo l’intervento della Procura generale della Repubblica di Torino, che costituisce una vera e propria rarità, in quanto la stessa interviene quando ai sensi dell’art. 70 del codice di procedura civile ravvisa un interesse pubblico che, nel caso di specie, è stato individuato nell’art. 47 della Costituzione (tutela del risparmio) e nella normativa comunitaria (direttiva 93/22/CEE del 10 maggio 1993 e direttiva 2004/39/CE del 21 aprile 2004) che impone agli ordinamenti nazionali la protezione degli investitori – non ritenga doveroso assumere iniziative di competenza affinché banche ed intermediari tengano comportamenti più lineari, idonei e trasparenti volti ad evitare frodi, truffe ed abusi a danno dei risparmiatori;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare che il sudato risparmio, garantito dall’art. 47 della Costituzione, possa essere bruciato dall’avidità dei banchieri, che continuano ancora oggi a collocare titoli tossici, a giudizio dell’interrogante con la diretta complicità degli organi vigilanti, ben consapevoli della loro rischiosità.

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