Procuratore Agostino Cordova

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07240
Atto n. 4-07240

Pubblicato il 4 aprile 2012, nella seduta n. 705

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri della giustizia e dell’interno. -

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Premesso che:

Italia e Grecia confermano che crisi del debito e corruzione vanno di pari passo come dimostra il fatto che anche quest’anno le stesse occupano gli ultimi due posti dell’Eurozona nella speciale classifica mondiale diffusa da Transparency International. L’Italia, nella lotta alla corruzione, risulta al sessantanovesimo posto su 182 Paesi presi in esame; nell’Unione europea (UE) fa meglio solo della Grecia (80esima) e di Romania e Bulgaria;

su una scala da zero (massimo livello di corruzione percepita) a dieci, l’organizzazione non governativa tedesca che annualmente pubblica il rapporto ha assegnato all’Italia 3,9 punti e ad Atene 3,4, entrambe molto vicine alla Cina (settantacinquesima). Si legge su un articolo pubblicato su “Il Sole 24 ore” del 9 dicembre 2011: «I guai dell’Eurozona, sostiene Transparency, sono dovuti in parte al fallimento dei Governi nel tenere a freno la corruzione e l’evasione fiscale, motori trainanti» della corruzione. Corruzione, criminalità economica ed evasione fiscale, rappresentano il grave problema dell’Italia, che non riuscirà a risollevarsi se non affronta l’emergenza etica e morale, sia della politica che della classe dirigente. Tutti coloro che hanno cercato di indagare sul sistema parallelo criminale in Italia, infiltrato in tutti i gangli del potere legislativo, giudiziario, massonico ed amministrativo, hanno fatto una brutta fine: Falcone e Borsellino uccisi; Cordova e De Magistris allontanati dalla magistratura;

molte competenze sono variate con l’istituzione del Consiglio superiore della magistratura (Csm) nel 1958, che ha sottratto al Ministro di grazia e giustizia i poteri in relazione al reclutamento, nomina, trasferimento, promozioni, sanzioni disciplinari e dimissioni dei magistrati, tanto ordinari che onorari;

premesso altresì che a quanto risulta all’interrogante per combattere contro la ‘ndrangheta, i colletti bianchi, la borghesia mafiosa, la zona grigia, l’imprenditoria collusa e corrotta, i servizi segreti deviati e la massoneria, Agostino Cordova, procuratore capo della Repubblica di Palmi, ha firmato, nel 1992, la prima grande inchiesta italiana sulla massoneria deviata. Partendo dagli affari del clan Pesce, attraverso la scoperta di relazioni pericolose tra mafiosi, politici e imprenditori calabresi, Cordova finì nelle trame degli affari miliardari di Gelli e di una miriade di personaggi legati a logge massoniche coperte. Fu come aprire un vaso di Pandora, da cui continuavano a uscire nomi e connessioni. Il 27 maggio del 1993 Cordova inviò un rapporto al Csm sull’ingerenza dei massoni nel potere pubblico: consegnò i nomi di 40 giudici e due liste di parlamentari. Agostino Cordova fu rimosso e “promosso” alla Procura di Napoli, quarta città d’Italia. Il Gran Maestro venerabile, Giuliano Di Bernardo, lasciò il Grand’Oriente denunciandone le deviazioni, mentre il giudice per le indagini preliminari Augusta Iannini archiviò tutta la sua indagine per l’assenza di “elementi significativi e concludenti in merito ai reati ipotizzati”, ponendo una pietra tombale su nomi e vicende. L’allontanamento strumentale di Cordova dalla Procura di Palmi è ben documentato nel libro “Oltre la cupola. Massoneria, mafia, politica” di Francesco Forgione e Paolo Mondani, con la prefazione di Stefano Rodotà e una postfazione di Agostino Cordova, edito da Rizzoli nel 1994. Si legge sul quotidiano di informazione “MNews.it”: «Tutto bene in Campania, finché non mise il naso nella tangentopoli napoletana… Finché non si mise» contro il potere politico napoletano e non rilasciò quelle famose «dichiarazioni all’Antimafia sui colleghi della Procura e dell’ufficio Gip… “Andai avanti, non me ne curai molto – ha affermato Cordova -. Nel 2000, il Csm (…) diede atto della “mia notevolissima capacità professionale”. Che avevo condotto “la Procura di Napoli a un’efficienza organizzativa mai raggiunta in passato” e che ero “un magistrato inquirente insensibile a pressioni condizionamenti o attacchi di qualsiasi tipo e genere”. Eppure un anno dopo, partì il trasferimento e fui espulso”. Defenestrato. Silurato. Epurato, in nome della “incompatibilità ambientale”, da quello stesso CSM, che prima lo aveva osannato con un elogio cerchiobottista. Quello stesso CSM, che lo…”promuoverà” Consigliere di Cassazione e lo trasferirà a Roma». Cordova un magistrato un tempo in auge e preferito per la Superprocura addirittura a Giovanni Falcone, venne prima esaltato, lodato e invocato come “salvatore”, anche perché erroneamente scambiato per una toga militante. Poi, da procuratore della Repubblica di Napoli, fece l’errore di denunciare non solo la politicizzazione, ma anche la scarsissima voglia di lavorare di una parte della magistratura napoletana, segnalando di aver scoperto 697.000 pendenze, con tanto di 200.000 fascicoli neppure iscritti nei relativi registri; più circa 2 milioni di atti rimasti in sonno del tutto intonsi, più altri 300.000 atti inseriti a casaccio in oltre 500 faldoni;

considerato che a quanto risulta all’interrogante:

nel 1992 la Commissione Uffici Direttivi del Csm lo propose a maggioranza per il posto di Procuratore nazionale Antimafia di nuova istituzione, dando atto che il suo profilo era di eccezionale rilievo per ricchezza, complessità ed articolazione, difficoltà e multifunzionalità delle esperienze investigative in materia di grande criminalità, e per livello dei risultati processuali raggiunti; al di là del numero e della gravità dei processi, moltissimi dei quali contro cosche mafiose per reati associativi, omicidi plurimi, sequestri di persona, e alle prime indagini mirate alla recisione delle infiltrazioni mafiose nella pubblica amministrazione, la qualità del lavoro del dottor Cordova mostrò subito che la giurisdizione in Calabria poteva compiere un salto di qualità fino ad allora impensabile; si dava altresì atto di una sua estrema determinazione nel pretendere il ripristino di efficienza e legalità a tutti i livelli, ed una concezione di un intervento a tappeto, su tutti i versanti, in primo luogo per togliere alla grande criminalità il controllo del territorio e quindi per reciderne la capacità di penetrazione nelle istituzioni; i risultati raggiunti sono stati di eccezionale livello qualitativo e quantitativo; il problema posto dalla martellante attività del dottor Cordova è di natura opposta a quanto verificatosi su tutto il territorio nazionale: all’indomani della entrata in vigore del codice, in tutta Italia si è lamentata la carenza di investigazioni contro la criminalità organizzata più efferata: viceversa a Palmi i dati solo sommariamente enucleati dimostrano che, purtroppo, il locale Tribunale, anche ad organico pieno e coperto con magistrati molto esperti, sarà impossibilitato a gestire in tempi utili una simile mole di procedimenti; l’equilibrio del dottor Cordova non significa tolleranza dell’illegalità o delle inefficienze, bensì corretto ed imparziale ma inflessibile esercizio dell’azione penale, e capacità di creare rapporti di collaborazione senza riserve all’interno dell’ufficio: cosa che è avvenuta in tutti gli uffici da lui diretti o presieduti. Indipendenza come scelta interamente giurisdizionale, lontana da qualsiasi centro di potere, tanto più necessaria quanto più alte e penetranti sono le funzioni;

il 20 luglio 1993 l’Adunanza plenaria del Csm lo nominò Procuratore della Repubblica di Napoli, con 22 voti favorevoli e 5 astenuti. Tra l’altro, uno dei componenti dichiarò che per il posto di Procuratore della Repubblica di Napoli, qualsiasi valutazione attitudinale e di merito aveva per presupposto necessario un’assoluta indipendenza ed un forte coraggio. Erano queste le qualità indispensabili che non molti magistrati possiedono, e tra essi vi era senza dubbio Agostino Cordova come dimostra ampiamente la sua storia di uomo e di magistrato. E proprio tali qualità, unite ad una forte consapevolezza sulle problematiche della criminalità organizzata di natura mafiosa, hanno reso Agostino Cordova “protagonista” sin dal 1978 della prima inchiesta sulla criminalità mafiosa sulla base di una interpretazione giurisprudenziale che ha preceduto la normativa dettata dal legislatore nel 1982 con l’art. 416-bis del codice penale. E tali qualità lo hanno reso altresì protagonista, molto prima di Tangentopoli e quando non c’era certo il consenso della pubblica opinione, di numerosi procedimenti giudiziari aventi ad oggetto il malaffare politico ed amministrativo ed i rapporti tra mafia e politica. Sono ormai note quali e quante aggressioni Agostino Cordova ha dovuto subire. La città di Napoli, piegata da decenni di rassegnazione, cinismo, illegalità diffusa, corruttela e camorra, ha bisogno di un Procuratore della Repubblica di assoluta indipendenza, che coltivi tale qualità giorno per giorno, con coraggio e capacità professionale. Altro componente del Csm (di Magistratura Democratica) dichiarò che nella città di Napoli si riscontravano nel contempo l’azione della criminalità organizzata, una illegalità diffusa ed estesa, e la riduzione a mero simulacro dell’obbligatorietà dell’azione penale, donde l’esigenza della sua nomina. Altro componente, di Magistratura Democratica, asseriva che Cordova aveva dimostrato ampiamente le capacità organizzative con le parole e con tanti fatti. Dei concorrenti, infatti, Cordova era l’unico Procuratore della Repubblica, era il procuratore di una zona (Palmi) che, come Napoli, si caratterizzava per l’alta densità della presenza della criminalità organizzata; in tale situazione ha dimostrato con i fatti di non avere esitazioni nell’andare a svelare e colpire non solo le cosche, ma anche il nodo stretto dell’intreccio affari, politica, criminalità; con i fatti, anche nei confronti di Ministri ambiziosi o di picconatori, aveva dimostrato quale era il tasso della sua indipendenza. Ancora, un altro componente affermava che il dottor Cordova veniva identificato con inchieste giudiziarie che per la prima volta avevano portato alla luce l’inestricabile intreccio tra politica, corruzione e criminalità organizzata. Ed un altro componente (anch’egli di Magistratura Democratica) ricordava che sul dottor Cordova molto era stato scritto, e lo stesso Ministro dell’interno Mancino lo aveva definito il maggior esperto di criminalità organizzata che esistesse in Italia. Un ulteriore componente, nel riconoscergli la più assoluta indipendenza, auspicava che tale qualità fosse utile anche per respingere le appropriazioni strumentali della sua nomina. Il 12 ottobre 1993 la Commissione Parlamentare Antimafia diede atto che, prima della istituzione della Direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, competente per territorio, l’80 per cento dei procedimenti per reati di natura mafiosa era stato instaurato a Palmi, ed il restante 20 per cento tra Reggio Calabria e Locri): e ciò in assenza dei pentiti, che non erano ancora venuti di attualità, e delle conseguenti facili indagini;

nel 1996 a Napoli il numero delle richieste di riesame di cui si occupava a quella data il Tribunale (8.581) era equivalente a quelli dei Tribunali di Roma, Milano, Torino e Palermo messi assieme (8.636);

in relazione alla nuova domanda del 1996 per il posto di Procuratore nazionale Antimafia (poi attribuito anche questa volta ad altro aspirante), il Consiglio giudiziario presso la Corte d’appello di Napoli confermava in pieno tutte le precedenti valutazioni, tra cui quella concernente la capacità di impostare, con tecniche investigative moderne ed efficaci, indagini estese a tutto il territorio nazionale, di attuare l’indispensabile coordinamento con gli uffici giudiziari degli altri distretti, di utilizzare le potenzialità investigative della polizia giudiziaria. Ed aggiungeva che il dottor Cordova era stato tra i primi ad inaugurare un nuovo modello, altamente positivo, di magistrato inquirente insensibile a pressioni, condizionamenti o attacchi, di qualsiasi tipo e genere, talora portati in maniera strumentale alle delicatissime funzioni da lui esercitate. Ciò era tanto più meritorio in quanto egli si era sempre trovato ad operare in realtà socio-politico-economiche spesso refrattarie all’applicazione delle regole e nelle quali, dunque, il rigoroso esercizio della giurisdizione ed il doveroso controllo della legalità, propri del modo di operare del dottor Cordova, sono stati da più parti fortemente osteggiati. Ciononostante, il dottor Cordova aveva conseguito fondamentali risultati positivi. Tale parere fu integralmente recepito dal Csm nella delibera in data 6 dicembre 2000, in occasione della nuova copertura del posto di Procuratore nazionale Antimafia (poi anche questa volta assegnato ad altro candidato); il Csm si era espresso nei confronti del dottor Cordova, fra l’altro, nei seguenti termini: già in occasione della dichiarazione di idoneità dell’aspirante ad essere ulteriormente valutato ai fini della nomina alle funzioni direttive superiori, il Consiglio giudiziario di Reggio Calabria, nel parere redatto l’11 ottobre 1991, così concludeva la lunga e motivata relazione: l’attività svolta dal dottor Cordova, soprattutto nella funzione di Procuratore della Repubblica di Palmi – che gli ha valso pubblici elogi dei Ministri di grazia e giustizia Giuliano Vassalli e Claudio Martelli (anteriormente alle indagini sulla massoneria) e del senatore Gerardo Chiaromonte, Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, e l’apprezzamento ufficiale del Comitato Antimafia del Csm, ne attesta la sua notevolissima capacità professionale e, in particolare, la competenza specifica, nella strategia giudiziaria della lotta alla criminalità mafiosa, attuata nei processi trattati e nelle funzioni esercitate, in ognuna delle quali ha realizzato fondamentali successi, che costituiscono momenti significativi dell’intervento giurisdizionale nei confronti del crimine organizzato, e sotto il profilo storico e dal punto di vista dell’elaborazione teorica degli strumenti ordinamentali, sostanziali e processuali, di quella strategia. Quanto alla mole enorme ed alla esponenziale complessità del lavoro espletato dalla Procura della Repubblica di Napoli sotto la diuturna attività di direzione, impulso e coordinamento del dottor Cordova svolta senza risparmio alcuno di personali energie, essa trova puntuale e fedele testimonianza nei dati forniti dall’interessato. Il dottor Cordova, che è autore – tra l’altro – di una serie di articoli concernenti tematiche specifiche di indagine (che si segnalano anche per la valenza “sociologica” inerente al contesto meridionale oggetto di esame), ha condotto la Procura di Napoli, da lui diretta, ad un’efficienza organizzativa mai raggiunta in passato. Grazie anche alla dotazione di mezzi e di strutture di particolare rilievo, con significativo riguardo ai presidi informatici d’avanguardia, detta Procura affronta e svolge indagini di particolare importanza sia quantitativa che qualitativa. Il parere del Consiglio giudiziario di Napoli in data 20 novembre 2000 sottolineava, tra l’altro, che dal fascicolo personale del predetto magistrato, dall’analitica autorelazione presentata dallo stesso e dalla documentazione prodotta, emergeva come il dottor Cordova fosse stato sempre stimato ed apprezzato quale magistrato di estremo valore, di ampia preparazione, di indubbie capacità professionali, evidenziandosi, in particolare, la sua elevatissima abnegazione in favore del lavoro e la tenacia nel contrasto alla criminalità comune ed organizzata, non disgiunte da un vivo intuito investigativo e da una abile capacità di analisi dei fenomeni criminali. In particolare durante l’esperienza direttiva di Procuratore della Repubblica presso i Tribunali di Palmi e Napoli ha evidenziato vasta conoscenza dei fenomeni criminali e capacità di ottenere, con straordinaria efficacia, mezzi e uomini da impegnare nel servizio giustizia. Si può sottolineare come il dottor Cordova sia stato senza alcun dubbio determinante, durante l’espletamento degli incarichi direttivi espletati, a strutturare uffici giudiziari enormemente attrezzati quanto a dotazioni materiali, personale amministrativo e magistrati, con ciò spiccando tale circostanza quale indubbia qualità per l’esercizio di funzioni direttive anche di primissimo livello. Ulteriori elementi di valutazione sono stati forniti dallo stesso magistrato con un’ampia autorelazione con numerosissimi allegati, che documentano le attività e gli incarichi da lui svolti. Del dottor Cordova vanno, innanzitutto, evidenziate le elevate capacità, l’impegno assolutamente fuori del comune e lo straordinario senso di autonomia e indipendenza. Del dottor Cordova vanno altresì evidenziate le capacità organizzative. Nominato Procuratore della Repubblica a Palmi, il dottor Cordova si è dovuto dedicare a riorganizzare preventivamente l’ufficio, a risanare la situazione di degrado burocratico, demoralizzazione o deprivazione culturale del personale e in singoli settori della polizia giudiziaria. I risultati del suo impegno quale Procuratore della Repubblica di Palmi si sono tradotti nell’aumento di organico della Procura da tre a nove sostituti e i risultati sono stati di eccezionale livello qualitativo e quantitativo: basti citare, nel quadriennio 1° gennaio 1998-31 dicembre 1991, la definizione di 9.731 procedimenti contro imputati noti per reati di competenza del Tribunale. Anche in qualità di Procuratore della Repubblica di Napoli, il dottor Cordova ha dovuto far fronte ad immani problemi organizzativi, atteso che la Procura di Napoli è quella con il maggiore organico in Italia, problemi che – riferisce il parere del Consiglio giudiziario di Napoli del 19 ottobre 1998 – sono stati lodevolmente affrontati e risolti dal medesimo. La struttura delle nuova Procura è, per la dotazione dei mezzi (collegamenti informatici, apparecchiature di ogni genere, archivi elettronici, eccetera) all’avanguardia non solo nel territorio nazionale, ma anche in Europa. Nel 1995 essa è stata designata come ufficio pilota per il Registro generale. Nel 1998 è stata individuata come ufficio pilota per la realizzazione della prima Intranet (gestione informatizzata delle comunicazioni interne). Per quanto concerne, in particolare, le evidenziate doti organizzative, anche con riferimento all’attività precipuamente giudiziaria, il citato parere riferisce che, al fine di favorire lo scambio di esperienze e di evitare la cristallizzazione di esse nell’ambito di ciascuna delle sezioni in cui è suddiviso l’Ufficio, dall’ottobre 1993 ad oggi sono stati creati oltre 350 gruppi di lavoro, cui hanno variamente partecipato tutti i sostituti. Innumerevoli ulteriori profili rilevanti sul piano del merito sarebbe possibile ravvisare per ognuno dei tre candidati in questione, così come è peraltro naturale, trattandosi di magistrati ormai stabilmente operanti al massimo livello. Ai fini del giudizio comparativo tra loro, quanto evidenziato dimostra che, sul piano del merito, alla luce dei criteri di valutazione previsti ,i dottori Vigna, Cordova e Tinebra, tutti e tre da molto tempo impegnati in molte delle più importanti vicende giudiziarie che hanno interessato il Paese, sostanzialmente si equivalgono;

giudizio praticamente analogo, da formulare anch’esso in termini di sostanziale equivalenza, è quello relativo alla comparazione in ordine al criterio delle attitudini “generiche”, così come nel caso di specie è opportuno definire quelle indicate dalla vigente circolare, per distinguerle dalle attitudini cosiddette “specifiche” richieste per l’ufficio in concorso, indicate dal comma 2 dell’art. 76-bis dell’ordinamento giudiziario di cui al regio decreto n. 12 del 1941, ora abrogato e confluito nel decreto legislativo n. 159 del 2011;

indiscutibili, infatti, appaiono innanzitutto le doti di indipendenza e di prestigio dei tre magistrati, la cui notoria professionalità ha loro meritato anche riconoscimenti da altri organi istituzionali che si sono spesso avvalsi della loro collaborazione (sotto tale profilo, peraltro, si segnala soprattutto il dottor Vigna, componente di numerosi commissioni ministeriali). Altrettanto indiscutibile è la loro capacità valutata alla stregua degli indici di cui alla circolare vigente, in relazione ai quali ciascuno di loro si atteggia diversamente, in base alle peculiarità della propria esperienza e delle proprie attitudini personali;

vi è una sostanziale equivalenza tra i candidati in comparazione anche con riferimento al requisito delle “capacità organizzative”, che tutti possiedono in massimo grado ed hanno dimostrato in innumerevoli occasioni nella dirigenza dei rispettivi uffici che, sia pur con caratteristiche diverse, si presentano oggi come esempi positivi nel panorama nazionale delle strutture giudiziarie. Di pari eccezionale rilievo appaiono le qualità e lo specifico impegno del dottor Cordova nell’attività di contrasto alla criminalità di stampo mafioso;

il Procuratore Cordova ha dedicato gran parte delle sue giornate allo svolgimento delle sue funzioni, vista la grande mole di lavoro, arrivando a lavorare fino a notte fonda con conseguenze di salute che lo hanno portato a subire due interventi chirurgici, uno di angioplastica carotoidea e l’altro per l’applicazione di cinque by-pass aorto-coronarici;

nonostante tali encomiastiche valutazioni sulle capacità funzionali, dopo tre “documenti” pervenuti il 28 settembre 2001, il 10 ottobre 2001 e il 4 febbraio 2002, rispettivamente a firma di 46, 60, 64 dei 116 magistrati della Procura di Napoli, il 16 dicembre 2001 avvenne l’apertura del procedimento per incompatibilità. Eppure, all’esito della successiva ispezione ordinaria del 2002, conclusasi il 28 maggio 2002, cioè cinque mesi dopo l’instaurazione del procedimento per incompatibilità e 12 giorni dopo la contestazione della prima serie di addebiti, gli ispettori del Ministero della giustizia osservavano che occorreva riconoscere un notevole recupero di efficienza (dopo l’inaudito impatto con l’eredità della Procura circondariale) alla Procura della Repubblica presso il giudice unico, rispetto alla somma degli uffici unificati, e, ancora, per quello che riguardava l’attività del Capo dell’Ufficio, si osservava che il Procuratore della Repubblica dottor Agostino Cordova aveva compiuto un grosso sforzo organizzativo per risolvere i problemi causati dalla unificazione della Procura della Repubblica presso il Tribunale con la Procura della Repubblica presso la Pretura. Tale azione aveva comportato un notevole recupero di efficienza dell’attività giurisdizionale, come osservato a proposito dell’esame del flusso degli affari. Il Procuratore della Repubblica aveva assunto una serie di provvedimenti ed ordini di servizio diretti ad assicurare l’integrazione degli uffici e rendere più razionali e funzionali i servizi che, come da lui stesso dichiarato nella Relazione di accompagnamento alla proposta tabellare del 14 marzo 2002, aveva permesso di conseguire i seguenti risultati;

gli ispettori diedero anche atto che l’attività del Procuratore della Repubblica era stata diretta non solo verso aspetti semplicemente organizzativi o finalizzati ad ottenere un aumento di produttività da parte dei magistrati dell’Ufficio, ma anche ad un controllo sul contenuto dell’attività giurisdizionale, in modo da garantire una interpretazione conforme della legge e una unità di indirizzo dell’Ufficio. Si menzionavano, a questo proposito, a titolo esemplificativo, le circolari relative alla costituzione di un “Ufficio impugnazioni”, e quelle relative alle linee dell’Ufficio in materia violazioni finanziarie estinguibili in via amministrativa e di procedimenti penali a carico di ignoti per il reato di ricettazione di assegni rubati. Il Procuratore della Repubblica aveva inoltre assicurato il controllo dei singoli atti e dei visti apposti dai Procuratori aggiunti, intervenendo se del caso alla correzione di prassi non condivise;

il 24 settembre 2003 il Csm dichiarò Cordova incompatibile con l’ambiente e con le funzioni. A riguardo il Procuratore Cordova presentò ricorso al Tar che annullò solo l’incompatibilità funzionale, con sentenza confermata dal Consiglio di Stato;

Cordova fu trasferito d’ufficio alla Corte di cassazione, dove non prese possesso delle funzioni, in quanto nel luglio 2005 venne nominato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin, dove si è occupato dello spionaggio in Italia del K.G.B., individuando e qualificando giuridicamente negli atti acquisiti da detta Commissione, beninteso ove i fatti rispondessero alla realtà, i casi penalmente rilevanti, e, dopo la trasmissione del dossier Mitrokhin al SISDE, avvenuta nel 1995, le anomalie riscontrabili nella condotta di determinati ed alti personaggi italiani, tra cui Presidenti del Consiglio pro tempore: ma un eminente personaggio politico definì “cervellotica” la sua relazione, constante di 81 pagine, che fu archiviata dal Tribunale per i Ministri con una motivazione costituita da meno di una pagina.

il 31 maggio 2006 improvvisamente ricevette comunicazione verbale che gli erano state, per motivi rimasti del tutto incogniti nonostante le reiterate richieste, revocate le misure di tutela prima disposte per le numerose minacce di attentati sin da quando operava a Reggio ed anche a Napoli;

Cordova fu ricollocato alla Corte di cassazione e destinato alla III Sezione penale, che non si occupava di mafia e di reati contro la pubblica amministrazione, ma di reati sessuali, edilizia, giochi d’azzardo, violenza negli stadi, inquinamenti, diritti d’autore, alimenti ed altri reati previsti dalle leggi speciali, e, da ultimo, anche di droga. La sua richiesta di essere assegnato ad altra Sezione che si occupava di reati mafiosi ed amministrativi non fu accolta per motivi di “opportunità”;

in quel periodo per ragioni di sicurezza Cordova era costretto ad abitare con la moglie e due figli in una caserma della Polizia di Stato, ma, essendo l’appartamento molto piccolo, i suoi familiari trovarono un nuovo appartamento dove trasferirsi e del relativo contratto di locazione si occupò il figlio a cui il contrattofu intestato nel dicembre 2000. Solo dopo tale stipulazione Cordova apprese che alcuni membri della società proprietaria dell’immobile avevano in corso un procedimento penale;

in seguito ad una denunzia anonima con allegate 15 copie di atti abusivamente estratte dalla Prefettura di Napoli ed inviate al Procuratore generale in sede (e si ignora che indagini siano state fatte sulla provenienza), nel 2003 fu iniziato un procedimento disciplinare a carico di Cordova, dove gli fu contestato di avere ottenuto la locazione dell’appartamento in cui abitava approfittando della sua carica, di aver usufruito grazie ad essa un basso canone, e di aver avuto dal Ministero dell’interno la blindatura della porta d’ingresso e delle finestre senza informare il Procuratore generale di Napoli e senza che fosse proprietario dell’appartamento, essendone il figlio solo locatario;

in relazione a ciò Cordova aveva documentalmente, testimonialmente ed ampiamente dimostrato che: a) l’immobile era sfitto da sei mesi perché da nessuno richiesto, essendo in disastrate condizioni: b) i canoni erano prestabiliti in base alla legge sull’equo canone e ad accordi col Comune e l’associazione degli inquilini; c) in proporzione agli altri, pagava per metro quadrato il canone più elevato di tutti gli inquilini per uso abitativo; d) addirittura, esso fu poi ridotto per accordi sindacali dell’equivalente di oltre 500.000 lire mensili, ma, non avendone avuto notizia, per circa tre anni pagò mensilmente tale somma in più; e) per rendere abitabile l’appartamento dovette rifare i pavimenti, gli intonaci, gli impianti elettrici, idrici, di riscaldamento, e fare ex novo la cucina (mancante, essendo prima l’appartamento adibito ad ufficio commerciale) ed altri tre bagni (quello esistente era privo di vasca e doccia); f) aveva, sempre documentalmente, dimostrato con circolari dei Ministeri dell’interno e della giustizia che il Procuratore generale doveva essere interpellato solo per la sicurezza personale e per quella degli uffici, e non anche per la sicurezza passiva; g) aveva altresì dimostrato che prima della stipula del contratto di locazione i pubblici ministeri non lo avevano informato del procedimento (poi archiviato: e gli fu addirittura contestato di essersi sottratto a vistare la richiesta di archiviazione); h) a decidere sulla locazione non era stata la società di cui sopra, ma altra (di Milano) a cui gli immobili sarebbero stati ceduti dopo qualche giorno e con cui né lui né i suoi familiari ebbero alcun contatto, così come dopo non li ebbe con l’originaria società, essendosene occupati la moglie ed il figlio; i) su iniziativa del Procuratore generale di Napoli furono instaurati a Roma due procedimenti penali contro di lui, entrambi archiviati non essendosi ravvisata neppure lontanamente l’ipotesi che egli avrebbe approfittato della carica per ottenere la locazione;

nonostante ciò, in una prima fase il procedimento disciplinare fu archiviato per prescrizione in base alla riduzione dei termini disposta dalla legge 25 luglio 2005, n. 150, e non furono ritenute prevalenti ed assorbenti le cause di non punibilità per inesistenza dei fatti. Cordova fece ricorso alla Procura generale presso la Cassazione e detta Corte annullò la sentenza ritenendo che i termini di tale legge si applicassero ai procedimenti instaurati dopo la sua entrata in vigore (ma in caso identico riguardante addirittura un procedimento penale la Corte costituzionale aveva stabilito proprio il contrario);

fu riaperto il procedimento, e nel febbraio 2008 gli venne erogata la sanzione disciplinare della perdita di due anni di anzianità: ed, anche questa volta, con provvedimento che non aveva motivato su quasi tutte le giustificazioni addotte e documentate;

dopo meno di due mesi la Procura generale presso la Corte dei conti per la Campania gli contestò il danno erariale per la blindatura delle aperture, quasi che Cordova avesse raggirato il Ministero, contestandogli che non aveva mai abitato nell’appartamento e che sarebbe stato acquistato dal figlio: fatti assolutamente non rispondenti alla realtà, in quanto, come risultava dall’atto notarile, detto appartamento fu acquistato da Cordova, ed ivi si trasferì con l’intero nucleo familiare come comunicato al Ministero dell’interno, e come ben noto persino al personale della scorta, prima che tale misura fosse revocata; e che, all’epoca della blindatura, fosse di proprietà della società ben risultava al Ministero, tant’è vero che il dottor Cordova chiese ad essa l’autorizzazione ai lavori, proprio in base alle disposizioni per cui era sufficiente la disponibilità e non la proprietà dell’immobile, come attestato documentalmente dallo stesso Ministero;

la Corte dei conti di Napoli, pur riconoscendo la legittimità dell’occupazione dell’appartamento, lo condannò al pagamento della somma di oltre 50.000 euro per aver ritardato l’occupazione medesima nonostante egli avesse dimostrato che aveva dovuto effettuare lavori di rifacimento (ed in economia), dopo quelli di blindatura, ultimati dopo due anni dalla domanda e comportanti l’installazione di cavi sottotraccia ed altro: del resto, abitavo nella caserma di cui sopra, per cui non sussistevano ragioni di sicurezza; avverso tale sentenza pende impugnazione, ed il Procuratore generale ha preliminarmente eccepito la mancanza di procura, quando risultava dal ricorso che questa era stata conferita al difensore per tutti i gradi di giudizio;

in relazione a tale vicenda era stato instaurato un procedimento penale quando Cordova “incompatibilmente” dirigeva la Procura di Napoli: vicenda consistente nel prelevamento di veicoli privi di contrassegno assicurativo, quasi sempre in assenza di avviso ai proprietari che ritenevano detti veicoli essere stati oggetto di furto; nell’affidamento di tali veicoli a tempo illimitato sempre agli stessi tre custodi, che da otto anni (dal 1992 al 2000), quanto ai primi sequestri, nonché per quelli successivi, lucrarono le relative indennità; nella mancata attivazione della procedura di confisca dopo i 180 giorni dal sequestro ex art. 213 del nuovo codice della strada di cui al decreto legislativo n. 285 del 1992 ove i contravventori non avessero pagato la sanzione e le spese, il prolungamento per anni della custodia, peraltro attuata tenendo buona parte dei veicoli accatastati l’uno sull’altro (anche in tre strati) e privi di parti varie (portiere, paraurti, ruote, eccetera). Erano stati liquidati a detti custodi ben 107 miliardi di lire, di cui 87 già erogati, e solo dopo l’inizio delle indagini la Prefettura fece ricorso alla rottamazione, ma senza farla precedere, come prescritto, dalla confisca, e cedendo i veicoli agli stessi custodi per lire 6.000 un motoveicolo, per lire 12.000 un’autovettura, e per lire 24.000 un autocarro perché li rottamassero;

gli atti, per la chiamata in causa di cui sopra, furono poi trasmessi alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, dove il procedimento fu archiviato avendo il pubblico ministero ritenuto che, pur dando atto di una condotta oggettivamente illegittima in quanto in violazione evidente di leggi e di regolamenti, non vi fosse l’intenzione di recare un ingiusto profitto ai soggetti privati coindagati. Il giudice per le indagini preliminari ritenne che, ferma restando l’illegittimità per violazione di norme di legge o di regolamento della procedura seguita dai prefetti, nella specie vi era stato solo dolo eventuale nella condotta e non dolo diretto, essendo pacifico che l’art. 323 del codice penale, nella nuova formulazione adottata dal legislatore nel 1997, esclude la rilevanza del dolo eventuale; e, cioè, che abbiano accettato il rischio, plausibilmente estremamente alto, dell’evento, poi effettivamente concretizzatosi, costituente ingiusto danno a carico di terzi, senza però avere l’assoluta certezza che si sarebbe realizzato concretamente;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

non risultano chiari i motivi, alla luce dei fatti esposti in premessa, per cui Agostino Cordova, nonostante le innumerevoli lodi ricevute per il suo encomiabile lavoro, invocato come “salvatore”, preferito per la Superprocura addirittura a Giovanni Falcone, ritenuto per la sua integerrima carriera di magistrato, un valido, prestigioso ed imparziale baluardo di legalità, non condizionabile da fattori di natura politica, sia stato estromesso dall’Ufficio e non è certo che a tale rimozione non abbiano contribuito le potenti logge massoniche coperte, le cui attività spesso eversive e illecite lo stesso Cordova ha aiutato a disvelare;

non sono chiare le ragioni in base alle quali Agostino Cordova fu dichiarato incompatibile con l’ambiente e con le funzioni vista anche l’ispezione del Ministero della giustizia che riconosceva un notevole recupero di efficienza dell’attività giurisdizionale grazie al grosso sforzo organizzativo compiuto dal Procuratore della Repubblica dottor Agostino Cordova per risolvere i problemi causati dalla unificazione della Procura della Repubblica presso il Tribunale con la Procura della Repubblica presso la Pretura,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo che sia stato dato seguito alle segnalazioni del Procuratore Cordova relativamente alle numerose anomalie evidenziate e, nell’eventualità, quali risultino essere state le conseguenze;

se il Governo sia a conoscenza di abusi e intimidazioni perpetrati all’interno della Procura di Napoli, come sollevato anche da precedenti atti di sindacato ispettivo, e, di conseguenza, se abbia adottato iniziative al fine farli cessare;

se non ritenga opportuno, alla luce di quanto esposto in premessa, attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento.

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