Month: maggio 2012

Presidente Formigoni

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07588
Atto n. 4-07588

Pubblicato il 30 maggio 2012, nella seduta n. 733

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dell’interno. -

Premesso che:

si legge sul sito “Politica 24″: «La posizione del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, si complica sempre di più dopo che il consulente Pierangelo Daccò, che è in carcere dal 15 novembre scorso, ha rivelato alcuni importanti particolari del suo rapporto di amicizia con il Governatore lombardo e con il commercialista Alberto Perego. Uno scambio milionario di soldi tra Fomigoni, Perego e Daccò sul quale la magistratura sta cercando di far luce. Daccò ha rivelato ai pm di aver pagato, quasi sempre senza rimborsi, a Formigoni e a Perego vacanze lussuose ai Caraibi e in Costa Azzurra su aerei privati e sullo yacht Ad Maiora. Per 4 mesi nel 2007 il consulente ha concesso in esclusiva a Perego e Formigoni un altro yacht, Ojala»;

scrive Sara Monaci per “Il Sole 24-ore”: «All’indomani delle accuse di un passaggio di denaro poco chiaro dal suo conto a quello di Alberto Perego per l’acquisto di una villa in Sardegna, il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni passa al contrattacco. “Ho potuto accumulare risparmi per un milione e ho prestato denaro ad un amico che ha problemi di salute”, ha spiegato ieri sera su La7. E durante tutta la giornata ha minacciato di querelare giornali e giornalisti: “È ora di mettere fine alle speculazioni contro di me, ho già dato mandato allo studio legale Stivala di agire giudizialmente a tutela della mia reputazione contro quegli organi di informazione che hanno minato l’onorabilità mia e del consesso regionale. Inoltre è stato violato il segreto istruttorio e bancario”. E se le indagini proseguissero e, mettiamo il caso, un avviso di garanzia arrivasse anche a lui, il governatore della Lombardia? “Non vedo perché dovrei dimettermi, ci sono presidenti di Regioni e sindaci che hanno più di un avviso di garanzia e giustamente non si dimettono, perché è un atto a tutela dell’indagato per vedere se ha commesso o no un reato”. Per ora il governatore della Lombardia ricorda che a suo carico “non c’è nulla di penale”. Eppure la tensione per gli scandali giornalistici e le inchieste giudiziarie salgono anche dentro il Pirellone. Le prime indiscrezioni comparse sui giornali riguardavano le vacanze alle Antille di Formigoni – insieme all’amico Perego e al suo storico collaboratore politico Mauro Villa -, per tre Capodanni ospite nello yacht di Pierangelo Daccò, il lobbista delle cliniche sanitarie Maugeri e San Raffaele, in custodia cautelare in carcere con l’accusa di aver distratto a suo vantaggio fondi pubblici regionali. Ora si è passati però a materiale più scivoloso dal punto di vista delle indagini. Da due giorni si parla di un acquisto di una villa da 13 vani in Costa Smeralda, effettuata da Perego, per una cifra complessiva di quasi 3 milioni, di cui circa 1,5 milioni finanziati tramite mutuo bancario. Il resto, più di un milione, sarebbe stato invece anticipato in contanti da Perego grazie a un prestito fatto da Formigoni. Dietro alla società che ha venduto la villa comparirebbe, infine, di nuovo il nome di Daccò. Su questa vicenda si sarebbe acceso il faro degli inquirenti. Ieri, in un’intervista al Corriere della Sera, l’ex memor domini Bruno Vergani parla proprio dell’amicizia tra Formigoni e Perego. “La fiducia era assoluta”, dice, e precisa che Perego “ha sicuramente fatto da prestanome per l’operazione della villa in Sardegna comprata a buon prezzo. Perego (commercialista, ndr) era suo contabile”. Intanto rimane in carcere Costantino Passerino, ex direttore amministrativo della Maugeri, arrestato il 13 aprile scorso per aver partecipato alla distrazione di denaro pubblico e aver creato fondi neri all’estero. Nei giorni scorsi il gip Vincenzo Tutinelli ha respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata dai legali di Passerino. L’ex direttore ha spiegato ai pm che la fondazione aveva un occhio di riguardo per Daccò in quanto “uomo importante di Cl e per i suoi rapporti con il presidente della Regione Lombardia”»;

si legge su “il Fatto Quotidiano” del 28 maggio 2012: «Anche l’acquisto della villa in Sardegna, secondo il “Corriere della Sera”, è oggetto di accertamento da parte degli investigatori, perché per immobili di quel genere nella stessa zona “si stimano prezzi ben maggiori e persino doppi”. Formigoni e Perego, tra l’altro, sono stato ospiti di quella stessa dimora anche prima dell’acquisto. Le carte mostrano inoltre numerosi versamenti da Formigoni a Perego, tra il 2005 e il 2009, ciascuno per decine di migliaia di euro, per un totale di circa 350mila»;

in un precedente atto di sindacato ispettivo, ad oggi senza risposta, l’interrogante evidenziava i giri d’affari poco trasparenti di due uomini legati a Comunione e Liberazione (Cl), Piero Daccò e Antonio Simone, nonché al governatore della Lombardia (e ciellino) Roberto Formigoni (4-07361);

considerato che a giudizio dell’interrogante:

è stridente che il Presidente della Regione Lombardia, che dichiara redditi per poco meno di 100.000 euro netti annui, abbia potuto “prestare” alcuni milioni di euro;

alla luce del susseguirsi di coinvolgimenti del Governatore della Regione lombarda, che si fanno sempre più intricati a causa anche delle ombre sui consistenti passaggi di denaro oggetto di indagini della magistratura, occorre valutare se sia legittima la permanenza in carica dello stesso,

si chiede di sapere:

quali siano le informazioni in possesso del Governo sui fatti esposti in premessa;

se in particolare il Governo sia a conoscenza della provenienza delle somme di denaro con le quali Daccò avrebbe sostenuto spese collegabili al Governatore lombardo, tenuto conto che questo sistema è avvantaggiato anche dalla legge della Regione Lombardia n. 34 del 2007, cosiddetta legge Daccò, che avrebbe contribuito ad alimentare un sistema, come quello oggetto dell’inchiesta della magistratura, fatto di amicizie ad alti livelli e commistione interessata di politici, banchieri, imprenditori, accomunati dalla stessa appartenenza, quella alla lobby di Cl;

quali misure urgenti intenda attivare per stroncare i fenomeni di corruzione e se non ritenga opportuno agevolare, per quanto di competenza, l’iter di approvazione del disegno di legge sulla corruzione (Atto Camera 4434).

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Cassa Depositi e Prestiti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00472
Atto n. 2-00472

Pubblicato il 30 maggio 2012, nella seduta n. 733

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che, per quanto risulta all’interpellante:

le privatizzazioni e le vere e proprie svendite di importanti pezzi dello Stato, effettuate negli anni scorsi, invece di liberalizzare il mercato ed attivare politiche economiche virtuose con un abbattimento di prezzi e tariffe ed un miglioramento della qualità dei servizi offerti ai consumatori, in molti settori strategici (forse ad esclusione del settore delle telecomunicazioni dove si è dispiegata una fortissima concorrenza con la nascita di altri soggetti del mercato oltre all’ex monopolista pubblico) hanno avuto l’effetto di peggiorare la qualità dei servizi, aumentare prezzi e tariffe, costituire oligopoli che, al riparo di autorità distratte, specie nel settore bancario, assicurativo e petrolifero, hanno danneggiato il mercato e depredato milioni di famiglie ed utenti di tali servizi;

la separazione di Snam Rete Gas dall’Eni, che passerà sotto il controllo della Cassa depositi e prestiti, azionista di controllo tramite un pacchetto azionario appena al di sotto del 30 per cento, ha suscitato forti critiche dal “Financial Times” che ha parlato di nazionalizzazione della stessa Snam Rete Gas;

in sostanza, sulla base di quanto prevede il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, l’ipotesi di creare una cosiddetta “super Terna”, ossia una grande società energetica italiana, attraverso il controllo di questa della rete Snam, è stata criticata dall’amministratore delegato della Cassa depositi, Gorno Tempini, eletto nella carica in rappresentanza delle fondazioni bancarie, con il 35 per cento dell’azionariato come longa manus dei presidenti Guzzetti e Bazoli, secondo il quale il legislatore avrebbe preferito la scelta di affidare Snam direttamente alla Cassa, pur essendo quest’ultima azionista di controllo anche di Terna, con il 29,85 per cento;

secondo Gorno Tempini, Terna dovrebbe concentrarsi sul suo core business, avendo già adottato un piano di investimenti triennali per complessivi 6 miliardi. Non sarebbe, quindi, il controllore più adatto a guidare Snam, la quale dovrebbe effettuare almeno 7 miliardi di investimenti. Al contrario, la Cassa depositi e prestiti ha 3 miliardi di free capital, pertanto, sembra un azionista ideale e in grado di attirare altri investitori;

il decreto prevede un tetto massimo del 5 per cento nell’azionariato della Snam, con la sola eccezione della Cassa depositi e prestiti. Questo comporterebbe una discesa di Eni al 5 per cento e probabilmente non si concretizzeranno quelle voci per cui un fondo del Qatar sarebbe interessato ad investirvi, a meno che non si accontenti di una quota di minoranza al massimo del 5 per cento, appunto;

ma anche la quota complessiva nelle mani dello Stato è destinata a scendere. Oggi, infatti, tra Cassa depositi e prestiti e Ministero dell’economia e delle finanze, lo Stato controlla il 33 per cento di Snam, mentre la quota scenderà al 30 per cento. L’operazione, tuttavia, non comporterà un esborso in contante da parte della Cassa depositi e prestiti, ma sarà attuata con scambi azionari e cessioni di asset, come quello di Tag all’Eni, ossia il gasdotto internazionale. Eni, in cambio, dovrebbe annullare il 9 per cento delle sue azioni;

nei giorni scorsi Snam rete gas ha acquisito, insieme a Fluxys, il 15,1 per cento di Interconnector, un gasdotto che collega il Regno Unito al Belgio, da E.On, al prezzo di 127 milioni. Tale quota si aggiunge a un altro pacchetto del 16,41 per cento acquisito sempre a marzo da Eni, mentre Fluxys detiene un altro pacchetto autonomo del 15 per cento (Snam rete gas e Fluxys acquisiscono la quota di E.On in Interconnector). Sebbene l’operazione sia considerata di scarsa rilevanza finanziaria, essa sarebbe la conferma che la rete conta di divenire un hub di riferimento nel corridoio nord-sud e al contempo svilupparsi nel sud Europa;

considerato che:

in riferimento a quanto si legge sulla stampa nazionale alle possibili decisioni che il Cassa depositi e prestiti di Metroweb potrebbe assumere un aumento di capitale, forse di 4,5 miliardi di euro, per avviare la realizzazione di una rete in fibra ottica nelle prime 30 città italiane, l’associazione piccoli azionisti Telecom Italia Asati, presieduta da Franco Lombardi, fa presente quanto segue, tramite una lettera aperta diffusa sul web;

si legge: «Secondo informazioni a noi note TI da oltre tre mesi ha presentato formalmente ai vertici Esecutivi di CDP e Metroweb un progetto complesso e articolato basato su un accordo di collaborazione per lo sviluppo della nuova rete mettendo a disposizione tutte le sue capacità tecniche, gestionali e finanziarie ben superiori a quelle di F2i/reti che ci risulterebbe essere una azienda di 30 persone, proposta che prevedeva la costituzione di una società delle reti. Dopo un assurdo silenzio di questo lungo periodo, Metroweb controllata dal fondo F2i, e sostenuta da CDP e da Banca Intesa (già azionista di Telco), con azionista Fastweb, oggi lancerebbe un progetto nelle stesse 30 città (di cui già TI a feb. 2012 ne aveva dato notizia nell’audizione alla Camera) definite zone nere (a elevato Pil) e quindi dove secondo la normativa Europea si prevede la concorrenza tra i vari operatori, favorendo con questa eventuale decisione il fatto che gli olo non farebbero più la rete perché la prenderebbero da Metroweb (sostenuta da CDP e quindi da finanziamenti dello Stato), contravvenendo così alle regole della concorrenza nelle zone più ricche tra soggetti che dovrebbero essere privati. Di fronte a questo scenario e alle condizioni economiche del paese, se andasse avanti questo progetto l’attuale Governo favorirebbe la realizzazione di un divario della larga banda, perché nelle zone a pil basso nessuno investirebbe più creando due o tre Italia a velocità differenti e zone che rimarrebbero sempre più depresse. Ciò premesso Asati raccomanda agli organi del Governo competenti di vigilare affinché non si realizzi questo scempio e chiede che lo stesso CdA di TI del 28 maggio decida immediatamente di avviare tutte le procedure utili alla realizzazione di una società della rete (che Asati sta proponendo già da tre anni, del resto Open Access è già una realtà operativa quasi autonoma nell’Azienda) a cui possano confluire tutti quei soggetti interessati ad investire, quali la CDP, i fondi pensione, anche dei dipendenti, degli olo [other licensed operatory] interessati, ed altri a condizione di una remunerazione adeguata del capitale con regole della nuova AGCOM che siano rivolte da un lato a favorire gli investimenti e dall’altra ad assicurare una parità di accesso alla rete favorendo così un progetto importante ed unico per il paese che possa contribuire ad un aumento almeno di 1.5% del Pil, ottimizzando così le scarse risorse economiche disponibili. La sfida sulle reti tra TI e Metroweb tenendo presente l’enorme necessità finanziaria per coprire l’intero Paese (oltre 12 Md.i di euro), se si vuole dare parità e dignità a tutti i cittadini, e tenendo conto dei lunghi ritorni economici di questi investimenti oltre i 10-15 anni, sarebbe un disastro per la Nazione con squilibri anche economici sul territorio»,

si chiede di sapere:

quale sia la posizione del Governo in merito al ruolo della Cassa depositi e prestiti, che malgrado sia in mano pubblica con una maggioranza azionaria del 65 per cento da parte dello Stato, perché controllata dal Ministero dell’economia, assume decisioni che a giudizio dell’interpellante sembrano favorire indubbiamente banche e fondazioni bancarie, con l’uso disinvolto del piccolo risparmio postale indirizzato per operazioni di dubbia provenienza;

se in questo modo non vi sia il rischio di ri-pubblicizzare alcuni servizi di pubblico interesse, nella gestione delle reti gasifere, con l’operazione Snam rete gas che finisce sotto il controllo della Cassa depositi e prestiti, dissimulando in tal modo una finta liberalizzazione, che finisce per favorire le solite cricche di potere economico finanziario che governano il Paese negli ultimi 30 anni, senza soluzione di continuità;

quale sia la posizione del Governo rispetto alle infrastrutture delle reti telefoniche di proprietà di Telecom Italia, quali siano le strategie rispetto alla società della rete, e se Metroweb controllata dal fondo F2i, sostenuta da CDP e da Banca Intesa, con azionista Fastweb, che lancerebbe un progetto nelle stesse 30 città ad elevato Pil, non arrechi danno ad altre zone del Paese prive di tali infrastrutture;

se il Governo abbia l’intenzione di discriminare milioni di cittadini esclusi dalla banda larga con gli investimenti pubblici promessi disattesi, dato che i fortissimi investimenti necessari, pari a circa 12 miliardi di euro stimati per offrire copertura all’intero Paese, dovrebbero essere garantiti anche dai soggetti pubblici, tenendo conto dei lunghi ritorni economici di tali finanziamenti oltre i 10-15 anni, cosa che arrecherebbe danno all’Italia accentuando i gravi squilibri economici già presenti sul territorio;

se il Governo, invece di garantire parità di accesso alla rete con la costituzione di un progetto importante ed unico per il Paese che possa contribuire ad un aumento il Pil dell’1,5 per cento, ottimizzando così le scarse risorse economiche disponibili, non tenda a parteggiare, nella sfida sulle reti tra Telecom Italia e Metroweb, per uno dei soggetti che utilizza il risparmio raccolto nei paesini più sperduti tramite Poste Italiane, non per lo sviluppo tecnologico per avvantaggiare tutti i consumatori anche residenti in zone geografiche meno appetibili, ma utilizzando i finanziamenti pubblici della Cassa depositi e prestiti, sia violando le regole della concorrenza che favorendo soggetti privati;

se, a fronte della gravissima crisi sistemica prodotta dalle banche, che seppur beneficate da 1.000 miliardi di prestiti triennali della Banca centrale europea al tasso dell’1 per cento continuano a non assicurare liquidità all’economia, specie quelle italiane, le più care d’Europa con tassi più elevati sui mutui prima casa dell’1,20 per cento e costi di gestione dei conti correnti di 295,76 euro rispetto alla media europea di 114, e che si sono aggiudicate 270,8 miliardi, il Governo non abbia il dovere di far rientrare nell’ambito del controllo pubblico almeno una banca, essendo insostenibile per i cittadini, i consumatori e le famiglie che le scelte dei banchieri possano essere addossate alla fiscalità generale.

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Genialloyd – pratiche scorrette

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07586
Atto n. 4-07586

Pubblicato il 30 maggio 2012, nella seduta n. 733

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che:

è giunta all’interrogante la segnalazione di un cittadino che lamenta di essere vittima di pratiche scorrette da parte di Genialloyd, la compagnia assicurativa che fa capo al gruppo Allianz;

in particolare l’utente aveva richiesto un prevenivo per l’assicurazione della propria auto. Essendo il preventivo, stilato da Genialloyd, più favorevole di quello di un’altra compagnia contattata dal cittadino, questi provvedeva ad accettare e di conseguenza a pagare l’importo richiesto dalla compagnia di assicurazione;

solo dopo aver effettuato il pagamento il cliente si vedeva pretendere dalla Genialloyd una somma maggiore di quella indicata nel preventivo motivata dalla compagnia adducendo incongruenze del cliente, ossia il fatto che questi avrebbe dovuto dire che usufruiva delle agevolazioni previste dal decreto-legge n. 7 del 2007, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 40 del 2007, cosiddetta legge Bersani;

bisogna precisare che nel corso del preventivo telefonico il cittadino veniva “bombardato” di domande di tutti i tipi tranne questa, poi oggetto di contestazione e non appare un caso che, al momento del perfezionamento del contratto, tale “dettaglio” diventava fondamentale dopo che il cittadino aveva già pagato quella che credeva fosse la somma definitiva come da preventivo inviatogli. L’utente doveva a quel punto versare 98 euro in più alla compagnia per perfezionare il contratto;

pertanto il cittadino provvedeva a disdire il preventivo della Genialloyd relativo alla sua vettura;

conseguentemente la Genialloyd inviava comunicazione al cliente della nuova pratica di revoca dell’assicurazione, ma contemporaneamente veniva comunicato che sarebbe stato necessario attendere fino a tre settimane per riavere l’accredito dei soldi,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di altre compagnie di assicurazione che adottino pratiche poco chiare o comunque non informino esaustivamente gli utenti al fine di allettarli con ipotesi di spesa favorevoli, che poi non coincidono con quanto realmente dovuto, come nel caso in premessa;

se ritenga corretto che, per pura inottemperanza della compagnia di assicurazione, il cittadino debba trovarsi a non poter godere dei soldi versati tempestivamente alla compagnia di assicurazione se non dopo tre settimane e se questo comportamento della Genialloyd non comporti un danno per l’utente e conseguentemente un indebito vantaggio per la compagnia;

quali iniziative intenda assumere al fine di tutelare gli utenti da pratiche scorrette e vessatorie applicate dalle compagnie di assicurazione e se sia a conoscenza di interventi della competente autorità di vigilanza a riguardo.

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Sogei

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07569
Atto n. 4-07569

Pubblicato il 29 maggio 2012, nella seduta n. 732

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

l’interrogante aveva presentato un atto di sindacato ispettivo (4-05344) sul caso Sogei, che non ha ancora ricevuto risposta, nel quale segnalava che, per la seconda volta in due anni, venivano azzerati i consigli d’amministrazione della Sogei e del Poligrafico e Zecca dello Stato con la motivazione ufficiale della produzione della carta d’identità elettronica e della sua integrazione con la tessera sanitaria ed il codice fiscale. A questo seguiva un nuovo valzer di poltrone che lasciava dei dubbi sulla sua funzionalità (rilanciare il progetto della carta d’identità elettronica) e poteva apparire frutto di qualche sotterranea guerra di potere;

l’interrogante evidenziava come, ancora una volta, si assisteva allo sperpero di denaro pubblico che consegue alla continua instabilità gestionale, alla rimodulazione di organici ed organigrammi, alla riformulazione di indirizzi e piani operativi, con motivazioni che apparivano quanto meno poco convincenti e tutt’altro che trasparenti;

inoltre sul rapporto tra la società di Angelo Proietti e la Sogei si asseriva: “nell’anno 2010, sarebbero stati affidati all’Edil Ars lavori di manutenzione ed impiantistici per circa 6,2 milioni di euro, di cui circa 5,3 milioni a trattativa diretta (86,6 per cento). Fra questi circa 2,5 milioni di euro sono stati assegnati con procedura secretata”. In più l’interrogante sottolineava che la figlia di Angelo Proietti era stata assunta dalla Sogei, il cui Presidente era Sandro Trevianato, proprio il presidente della fondazione Casa della Libertà. Nominato dal Ministro dell’economia pro tempore Tremonti a presiedere la Sogei nel secondo Governo Berlusconi 2001-2006 e tornato su quella poltrona nel 2008. Per quanto risulta all’interrogante il regime di secretazione sarebbe stato applicato solo per gli appalti affidati in trattativa diretta alla Edil Ars Srl;

considerato che:

nell’agosto 2011 è stato emesso un atto di indirizzo del Ministero dell’economia e delle finanze che ha determinato la nomina dell’attuale consiglio di amministrazione Sogei. In particolare sono nominati: amministratore delegato Cristiano Cannarsa, presidente Federico D’Andrea e consiglieri: Raffaele Ferrara (direttore dei Monopoli di Stato), Massimo Varazzani (noto per la sterminata collezione di poltrone in società pubbliche), Andrea Montanino (dirigente del Ministero dell’economia);

la Corte dei conti con la delibera n. SCCLEG/ 25 /2011/PREV ha ricusato il visto all’atto di indirizzo, giudicandolo abnorme rispetto ai poteri conferiti al Ministro;

considerato inoltre che:

l’attuale amministratore delegato Cannarsa ha rescisso il contratto con il fornitore-privilegiato (Edil Ars) e ha avviato “un’azione di pulizia”, ma senza dare riscontro, per quanto noto, delle gravi irregolarità commesse nelle precedenti gestioni;

sia la Procura di Roma che la Corte dei conti hanno ripreso ad indagare sulla denuncia relativa gli appalti irregolari della Sogei all’Edil Ars, giunta all’attenzione della cronaca per aver ristrutturato gratuitamente l’appartamento di via Campo Marzio appartenente ad un noto esponente del Pdl;

tutta la questione vede il coinvolgimento di Marco Milanese (almeno come attore delle nomine nelle gestioni 2008-2010), il cui rinvio a giudizio dovrebbe avvenire nel prossimo mese di giugno,

si chiede di sapere:

se al Governo risultino iniziative di autorità competenti al controllo sulla questione, e, in caso contrario, come il Governo intenda intervenire al fine di fare chiarezza sulle torbide vicende che negli ultimi anni hanno coinvolto la Sogei sia per la politica delle assunzioni che per gli appalti poco chiari;

se a giudizio del Governo la ricusazione del visto sull’atto di indirizzo da parte della Corte dei conti debba anche portare al decadimento del Consiglio di amministrazione nominato proprio per effetto dello stesso;

quali iniziative intenda assumere per garantire la regolarità e il corretto svolgimento delle gare di appalto nel pieno rispetto delle norme sulla trasparenza;

quali iniziative intenda adottare per restituire rigore e credibilità alle nomine pubbliche, che dovrebbero essere basate su professionalità e merito, mentre spesso sono frutto di ricatti, manipolazioni e totale assenza di trasparenza.

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Fondi dormienti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02885
Atto n. 3-02885 (in Commissione)

Pubblicato il 29 maggio 2012, nella seduta n. 732

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 116 del 2007 ha specificato i criteri per individuare, nell’ambito del sistema finanziario, i conti definibili come dormienti. Rientrano in tale categoria i rapporti contrattuali (depositi di somme di denaro; depositi di strumenti finanziari) in relazione ai quali non sia stata effettuata alcuna operazione o movimentazione ad iniziativa del titolare del rapporto o di terzi da questo delegati per il periodo di tempo di 10 anni decorrenti dalla data di loro libera disponibilità. Le banche e gli altri intermediari hanno provveduto ad identificare i suddetti rapporti e a comunicare i relativi dati al Ministero dell’economia e delle finanze. La qualificazione come dormiente di un determinato conto non pregiudica il diritto alla restituzione del titolare: quest’ultimo potrà richiedere la restituzione delle relative somme o alla banca o all’intermediario presso cui risulta tale rapporto o direttamente allo stesso Ministero, entro il normale termine prescrizionale, nel caso i relativi importi siano già stati trasferiti dalla banca o dall’intermediario al relativo fondo;

lo stesso regolamento, sui fondi non reclamati dai titolari o aventi diritto giacenti nelle banche, poste e/o altri intermediari finanziari, denominati fondi dormienti, ha previsto disposizioni di attuazione in materia di depositi dormienti;

l’art. 4, che regolamenta le modalità di devoluzione al fondo, dispone: «1. Gli intermediari comunicano, entro il 31 marzo di ogni anno, al Ministero dell’economia e delle finanze i rapporti per i quali, nell’anno precedente, si siano verificate le condizioni per l’estinzione secondo quanto previsto dall’articolo 3. 2. L’elenco dei rapporti dormienti di cui al comma 1 è pubblicato entro il medesimo termine del 31 marzo di ciascun anno, mediante avviso cumulativo, indicante il nome, la data ed il luogo di nascita di ciascun titolare del rapporto. La pubblicazione è effettuata a cura dell’intermediario su un quotidiano a diffusione nazionale e sul sito web del Ministero dell’economia e delle finanze, con oneri a carico dei titolari del rapporto. 3. Gli intermediari provvedono, entro il 31 maggio di ogni anno, a riversare al fondo il denaro, gli strumenti finanziari e i titoli relativi ai rapporti contrattuali di cui all’articolo 2, comma 1. Gli intermediari provvedono al versamento delle relative somme all’entrata del bilancio dello Stato, con imputazione all’apposito capitolo n. 3382 del capo X, ai fini della successiva riassegnazione al fondo»;

il Ministero dell’economia ha emanato una circolare sulle modalità di rimborso delle somme versate nel fondo depositi dormienti;

la circolare conferma gli importi devoluti al fondo: 1) somme depositate in conti correnti, certificati di deposito, libretti di risparmio eccetera, non movimentati dal titolare dal titolare o terzi abilitati per 10 anni; 2) strumenti finanziari (titoli) in custodia o in amministrazione per i quali non siano state svolte operazioni per almeno 10 anni; 3) assegni circolari non incassati entro il termine triennale di prescrizione; 4) assicurazioni rami vita che prevedono il pagamento di una rendita o di un capitale al beneficiario, non reclamate entro due anni; 5) buoni fruttiferi postali emessi successivamente al 14 aprile 2001 non incassati dai beneficiari entro il termine prescrizionale di 10 anni;

le somme depositate possono essere richieste, purché nei termini prescrizionali (a partire dalla data di versamento al fondo), dai titolari dei rapporti o dai loro aventi causa. La richiesta può essere emessa dai richiedenti gli assegni circolari, sempre nei termini prescrizionali (decorrenza la data di emissione assegno);

non possono chiedere il rimborso i beneficiari degli assegni circolari, di contratti di assicurazione vita, di buoni fruttiferi postali, successivamente alla scadenza del termine di prescrizione, rispettivamente 3, 2, 10 anni. Le domande di rimborso possono essere chieste alla Consap SpA Rif. Rapporti Dormienti, via Yser 14, 00198 Roma. La domanda deve essere presentata su un modello scaricabile dal sito della Consap. Allegando: copia di un documento di riconoscimento valido del richiedente e dell’eventuale delega nel caso la domanda sia presentata da un terzo; in quest’ultimo caso il delegato, al momento dell’incasso, deve essere munito di procura notarile o di delega all’incasso dove sia riportato, tra l’altro, il codice fiscale del beneficiario; copia del codice fiscale del beneficiario; eventuale certificato di morte dell’avente diritto. Eventualmente la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà che attesti la qualità di erede del titolare del rapporto dormiente; copia del libretto di deposito o dell’assegno circolare. I titoli originali devono essere presentati alla Consap prima del rimborso; il titolo annullato sarà restituito al richiedente dopo il rimborso. Nel caso di smarrimento, sottrazione, distruzione del titolo originale deve essere prodotto l’originale del decreto di ammortamento del titolo. Attestazione rilasciata dagli intermediari, su modello pubblicato sul sito della Consap. L’attestazione deve riportare l’estinzione del rapporto, l’avvenuto versamento al fondo, con accertamento dei requisiti di “dormienza”, la dichiarazione di non aver già provveduto direttamente al rimborso al cliente. La Consap, ai fini di verificare i presupposti per la restituzione, potrà richiedere ulteriore documentazione. La Consap esamina le domande secondo l’ordine cronologico di ricezione delle domande. Le domande presentate in passato al Ministero dell’economia, o ancora indirizzate erroneamente allo stesso, saranno “girate” alla Consap che comunicherà ad ogni singolo interessato la presa in carico della pratica. Verificata la sussistenza del diritto al rimborso e successivamente al versamento delle somme necessarie da parte del Ministero dell’economia, la Consap effettuerà il rimborso al soggetto legittimato per bonifico bancario o postale o assegno circolare. In caso di mancato accoglimento della richiesta la Consap fornirà la risposta informando dei motivi del diniego. Infine, nel caso di erroneo trasferimento al fondo da parte dell’intermediario, il rimborso, previa comunicazione della Consap, dovrà essere effettuato direttamente dall’intermediario o, se possibile, sarà ripristinato il rapporto alle condizioni pregresse. Gli intermediari richiederanno poi alla Consap il rimborso dei fondi rimborsati/ripristinati;

considerato che:

la procedura applicata è abbastanza burocratica, quindi lunga e farraginosa. I tempi complessivi tra invio della documentazione, esame della domanda, versamento dei fondi da parte del Ministero alla Consap, e rimborso finale potrebbero arrivare sino ad un anno. Gli intermediari non sono particolarmente attivi nell’invio della documentazione di loro pertinenza. In proposito si fa presente che il consumatore potrà richiamare alla banca la circolare della Consap del 5 ottobre 2010 che chiedeva alle banche di eseguire rapidamente le incombenze di loro pertinenza. “Finanza e Mercati” del 12 marzo 2010, in un articolo sui fondi dormienti, afferma che la consistenza residua ad oggi di tali fondi ammonta a 600 milioni di euro. Nella risposta all’interrogazione 5-02616 dell’on. Fluvi, resa nella seduta della VI Commissione permanente (Finanze) della Camera dei deputati dell’11 marzo 2010, il sottosegretario Molgora «fa presente che sulla base dei dati a disposizione al 31 maggio 2009 risultano essere affluiti presso il Fondo conti dormienti per un importo complessivo di circa un miliardo di euro». Tuttavia, di quest’importo circa 400 milioni sono stati destinati dal decreto-legge n. 5 del 2009, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 33 del 2009, per il finanziamento di un Fondo per interventi urgenti e indifferibili. A oggi pertanto, la consistenza residua ammonta a circa 600 milioni, che sono disponibili sulla contabilità speciale conti dormienti e saranno utilizzati per soddisfare le richieste di rimborso. Il 10 ottobre 2008, Luisa Grion su “la Repubblica”, informa dello stop del Consiglio di Stato ad utilizzare i fondi dormienti per coprire il pacchetto di emergenza. Nell’articolo si legge: «Dai piccoli risparmiatori “traditi” dai crac Cirio e Parmalat alla nascita della “social card”, dalla stabilizzazione dei precari dello Stato fino ai piccoli indennizzi Alitalia: tutti sono con il fiato sospeso per il nuovo colpo di scena sui “conti dormienti”. Il Consiglio di Stato, infatti, ha bocciato il regolamento preparato dal Tesoro sull’utilizzo di tale risorse. Uno stop che in realtà non è del tutto inatteso – visto che già lo scorso inverno la magistratura aveva manifestato alcune “perplessità” sul caso – ma che rischia ora di far saltare la copertura di un pacchetto d’emergenze. Tutto ebbe inizio nella Finanziaria varata a fine 2005 dall’allora governo Berlusconi (ma la decisione venne confermata poi da quello Prodi) quando si decise che i depositi bancari sui quali da oltre dieci anni non erano stati compiuti movimenti dovevano confluire in un Fondo dal quale lo Stato avrebbe attinto per risolvere “casi particolari” via via individuati. Stime ufficiali su quanti soldi ci fossero su tali fondi dormienti non c’erano e non ci sono, ma le associazioni dei consumatori affermano che i miliardi di euro in palio sono oltre dieci. Proprio lo scorso agosto era scaduto il termine per movimentare i conti dormienti censiti dalle banche e per dicembre era previsto appunto il trasferimento delle risorse al Fondo. Ma ora, secondo i giudici di Palazzo Spada, il regolamento del Tesoro che disciplina la gestione del Fondo è integralmente da riscrivere. Il parere contrario del Consiglio di Stato è solo parzialmente vincolante, nel senso che il ministero di Giulio Tremonti, fornendone motivazione, potrà anche decidere di non adeguarsi: è chiaro però che se anche così fosse – per il fatto stesso che il regolamento è di nuovo sui tavoli del Tesoro – i tempi di erogazione dei vari indennizzi sono destinati ad allungarsi. Ai giudici non è piaciuto in particolare il ruolo che la Consap, la concessionaria dei servizi assicurativi pubblici (presieduta da Andrea Monorchio e con amministratore delegato Raffaele Ferrara), avrebbe nella gestione del Fondo. Secondo il Regolamento assumerebbe “in sostanza tutta l’attività” mentre la legge affiderebbe invece mansioni di controllo ad un’apposita Commissione “che per la sua composizione sia in grado di assicurare terzietà e imparzialità”. Insomma, la gestione dei conti dormienti è affare “delicato” e il governo – è l’invito dei giudici – dovrebbe riflettere “sull’opportunità di una privatizzazione” di questi compiti. Il Regolamento sembra comunque muoversi ormai da mesi in una sorta di percorso a ostacoli: già nel parere interlocutorio, espresso a febbraio di quest’anno, il Consiglio di Stato aveva evidenziato una serie di “perplessità” tra le quali, per esempio, “l’esclusione dall’indennizzo per danni di importo pari o inferiore a mille euro” nel caso dei risparmiatori vittime dei crac, da Cirio e Parmalat fino ai tango-bond. Ora la bocciatura finale»;

l’ultimo crac registrato solo in ordine di tempo, a giudizio dell’interrogante per omessa vigilanza della Consob e della Banca d’Italia, riguarda la società di navigazione Deiulemar, per un ammontare superiore a 800 milioni di euro, che ha coinvolto almeno 13.000 risparmiatori a Torre del Greco (Napoli),

si chiede di sapere:

quanti risultino essere i fondi dormienti ed il loro esatto ammontare confluiti nella Consap, se risulti come siano stati utilizzati e se la loro destinazione non abbia violato le finalità della legge per risarcire le vittime del “risparmio tradito”;

se le disposizioni legislative, a giudizio dell’interrogante di dubbia costituzionalità, che hanno espropriato i titolari delle polizze vita, non abbia configurato un vero e proprio esproprio del risparmio privato;

quante risultino essere state le domande presentate per rientrare in possesso delle somme confluite alla Consap da parte dei legittimi titolari, eredi o aventi titolo, e se risulti che la stessa Consap abbia procedure adeguate per rispondere in tempi celeri alle richieste dei risparmiatori e/o dei loro eredi legittimi;

se risulti che i risparmiatori coinvolti nel crac della Deiulemar, a prescindere dalle eventuali responsabilità risarcitorie dei vigilanti come Consob, Banca d’Italia, la società di revisione KPMG e il collegio sindacale, possano accedere in parte ai fondi dormienti delle banche, per ottenere parte dei loro sudati risparmi;

quali ragioni inducano il Governo a non fornire risposte certe ed adeguate, sia sulla destinazione dei fondi dormienti che sul loro esatto ammontare, tenendo all’oscuro il Parlamento, in modo difforme da quanto previsto dalla legge, sul numero esatto delle somme confluite, sul numero dei depositanti e sulla loro esatta destinazione;

quali misure urgenti intenda attivare per offrire doverose informazioni, che ritardano di almeno 18 mesi, sulle domande presentate, su quelle esaminate dalla Consap e sull’eventuale arretrato, sul numero dei fondi dormienti confluiti distinti per tipologia di depositi.

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Matilde Carla Panzeri-Conflitto interessi Equitalia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07564
Atto n. 4-07564

Pubblicato il 29 maggio 2012, nella seduta n. 732

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che si apprende da notizie di stampa che Matilde Carla Panzeri presidente di Equitalia Nomos, la struttura che sovrintende Torino e provincia in attesa di essere inglobata in Equitalia Nord, sarebbe anche presidente di una società pubblica che cura il recupero dei crediti dello Stato e degli enti locali;

premesso altresì che a quanto risulta all’interrogante:

la presidente, già funzionario della Banca d’Italia, avrebbe la possibilità di accedere alle informazioni sullo stato patrimoniale dei cittadini di Torino, sulla solvibilità degli imprenditori della provincia ed inoltre negli ultimi quattro anni avrebbe, attraverso i suoi dirigenti, firmato 43.000 ipoteche sulle case della zona;

a questo si aggiunge che la Panzeri, dal 2008, sarebbe anche presidente di una società privata con sede a Milano, la Non Performing Loans (NPL), che cura l’acquisizione di immobili, la riscossione di crediti in sofferenza, il finanziamento dei terzi ed è leader nella cartolarizzazione dei crediti bancari;

riporta “la Repubblica” del 21 agosto 2011 che alcune inchieste giornalistiche e di magistratura hanno già messo in evidenza come spesso nei consigli di amministrazione delle sedici società satellite di Equitalia (oggi in via di scioglimento) vi siano ex politici che controllano come nel collegio di riferimento i controlli fiscali non siano troppo serrati. L’inchiesta della Procura di Napoli sulla P4, secondo il citato articolo, sta rivelando come il braccio destro di un noto esponente del Pdl (per il quale il pm John Woodcock ha chiesto l’arresto), ha usato anche la società pubblica di riscossione per sistemare uomini a sé vicini. Come si legge nell’articolo: «Tra questi, Guido Marchese, commercialista del sindaco di Voghera Carlo Barbieri (Pdl). Marchese è stato figura di riferimento in Equitalia Esatri (la struttura che cura la riscossione a Milano e provincia). Entrambi, il sindaco di Voghera e il suo commercialista Marchese, oggi sono agli arresti domiciliari per corruzione (…). E spulciando negli elenchi del personale di Equitalia, si scopre che dal 2008 vi lavora Flavio Pagnozzi, figlio del segretario generale del Coni, Lello. Più o meno nello stesso periodo, ai servizi legali del Comitato Olimpico è stato contrattualizzato Marco Befera, figlio di Attilio. Potrebbe sembrare un caso di “assunzioni incrociate”»;

considerato che:

milioni di italiani ricevono cartelle esattoriali per multe non pagate, contributi non versati e tasse evase. Equitalia è diventata un carro armato fiscale che, solo nel 2010, ha recuperato 8,9 miliardi di euro, ma gli errori sono tanti e molte le ingiustizie. Spesso a rimetterci sono i cittadini che hanno piccoli debiti con il fisco mentre restano indenni i grandi evasori, che hanno il patrimonio in società offshore all’estero;

il paradosso italiano è rappresentato dai due pesi e due misure che vengono usati nei confronti dei clienti morosi. Da una parte, c’è infatti un intero universo di italiani che, dopo l’accertamento del mancato pagamento di una cartella, si vedono immediatamente piovere addosso provvedimenti di pignoramento o sequestro, dall’altra, quello degli evasori totali, cioè quel mondo di furbi che nei giorni scorsi è stato quantificato in 2.192 unità, per cui il criterio cambia e le stesse misure si applicano solo dopo l’accertamento, con il risultato che gli evasori totali quando vengono scoperti non rischiano di vedersi subito pignorare o sequestrare i beni;

alla già tragicamente lunga lista di suicidi per debiti, si aggiunge quella recente di un artigiano edile di 64 anni, morto impiccato nella sua casa dopo aver ricevuto una cartella di Equitalia da 30.000 euro e dopo che gli è stata pignorata la casa. Da quattro anni era senza lavoro e non sapeva più come pagare i debiti;

ogni giorno che passa si registra l’incremento di episodi di cosiddetti suicidi da insolvenza fra gli imprenditori che non riescono a far fronte ai propri impegni finanziari;

in un quadro come questo, che in questo periodo di crisi è frequentissimo, ovvero dinanzi all’impossibilità di far fronte alle spese ordinarie, le richieste di pagamento da parte di Equitalia costituiscono la definitiva rovina. A giudizio dell’interrogante lo Stato dovrebbe aiutare le aziende a superare le difficoltà, per esempio dilazionando o posticipando il pagamento delle tasse. Dovrebbe essere nell’interesse dello Stato aiutare la loro sopravvivenza, visto che, se chiudono, perdono definitivamente gettito fiscale (e posti di lavoro), ma invece accade l’esatto opposto;

anche senza arrivare al suicidio, sono centinaia di migliaia i cittadini che non vivono tranquilli, perché non riescono a far fronte alle cifre richieste da Equitalia, che agisce a giudizio dell’interrogante con metodi assimilabili all’usura. Equitalia pretende soldi anche da chi non li ha, e, come se non averceli fosse una colpa, punisce i malcapitati di turno con penali e tassi di interessi assurdi, tali da raddoppiare l’importo dovuto in breve termine. Bastano cifre modeste per far scattare il fermo amministrativo dell’automobile del debitore, rendendo così impossibile, in alcuni casi, persino recarsi al lavoro. A causa di queste vessazioni, moltissime persone cadono nel tunnel della depressione,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero quanto riportato dalla stampa;

se il Governo non ritenga che avere la disponibilità di dati pubblici, circa la solvibilità dei debitori, non rappresenti un evidente vantaggio per una società privata come la NPL, e quali iniziative in tal caso intenda adottare;

se non ritenga opportuno intraprendere le iniziative finalizzate a verificare quanti siano gli immobili acquistati dalla NPL;

quali iniziative intenda assumere al fine di dirimere ogni possibile conflitto di interessi nella persona della presidente Panzeri;

se non ritenga urgente e necessario intervenire al fine di rivedere il sistema di riscossione dei tributi per garantire ai contribuenti una maggiore equità fiscale, visto che a quanto risulta all’interrogante ad oggi si applicano due pesi e due misure quando si tratta di non disturbare i soliti “raccomandati” a svantaggio degli utenti.

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Pietro D’Anzi-AD Banca del Mezzogiorno

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07565
Atto n. 4-07565

Pubblicato il 29 maggio 2012, nella seduta n. 732

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che il Consiglio di amministrazione di Poste italiane ha nominato Pietro D’Anzi, ex Barclays, consigliere di amministrazione della banca del Mezzogiorno – Mediocredito centrale (Mcc);

scrive Vittorio Malagutti per “il Fatto Quotidiano”: «La Banca del Mezzogiorno, istituto pubblico partorito due anni fa dalla fervida fantasia dell’ex ministro Giulio Tremonti, ha da ieri un nuovo amministratore delegato. Si chiama Pietro D’Anzi ed è approdato al vertice su designazione delle Poste, che sono l’azionista unico della banca. D’Anzi, 48 anni, si è appena lasciato alle spalle la brutta avventura di Barclays Italia. Affari spericolati, finanziamenti sospetti e un bilancio non proprio brillante, se è vero, come si vocifera in ambienti finanziari, che il grande istituto britannico ha deciso di vendere le sue filiali nella Penisola. Il nuovo capo della Banca del Mezzogiorno era un manager di prima fila del gruppo Barclays in Italia. Con i gradi di responsabile della rete commerciale, D’Anzi era uno dei collaboratori più stretti di Vittorio De Stasio, che nel settembre scorso è stato costretto ad abbandonare in gran fretta la poltrona di amministratore delegato di Barclays Italia. Nel giro di poche settimane si è capito il motivo del ribaltone. De Stasio era indagato dalla procura di Catanzaro per truffa, estorsione, concorso in associazione a delinquere e minaccia. L’inchiesta era partita da una truffa milionaria all’Unione europea orchestrata da imprenditori foraggiati con i prestiti della banca inglese. Secondo la ricostruzione dei magistrati il manager della Barclays ha dato via libera a finanziamenti per 12 milioni a un’azienda di Pietro Bonaldi, che è ancora latitante all’estero. In cambio dei prestiti De Stasio avrebbe ricevuto 250 mila euro su conti esteri. Nei mesi scorsi un filone d’indagine è approdato alla procura di Milano dove De Stasio, denunciato anche dalla banca inglese, questa volta è finito nel mirino dei magistrati per infedeltà patrimoniale. Nel frattempo D’Anzi ha fatto carriera. Nel senso che a settembre dell’anno scorso ha preso il posto del suo ex capo De Stasio al vertice di Barclays. E’ durata poco: nel giro di qualche mese è arrivata la chiamata della Banca del Mezzogiorno. Le Poste erano alla ricerca di un nuovo amministratore delegato per l’istituto che (…) dovrebbe servire a finanziare le piccole medie imprese del Sud. La poltrona di numero uno era vacante dopo le dimissioni di Piero Montani. Nel consiglio della banca pubblica troviamo il presidente delle Poste, Massimo Sarmi e anche un collezionista di poltrone del calibro di Franco Carraro, già presidente del Coni e Federcalcio. Sulla scelta di D’Anzi per la poltrona pubblica a quanto pare non hanno pesato i suoi stretti rapporti con il suo amico De Stasio finito sotto indagine. D’altra parte il nome di D’Anzi non figura nella lunga lista degli indagati dell’inchiesta nata a Catanzaro e poi approdata a Milano. E la stessa Barclays gli aveva confermato la sua fiducia promuovendolo alla guida della sua controllata italiana. Nel 2008 era stato proprio De Stasio a chiamare D’Anzi in Barclays con il ruolo di general manager. I due si erano conosciuti qualche anno prima quando De Stasio lavorava alla banca Bipop (gruppo Capitalia) di cui D’Anzi era stato consulente. A partire dal 2009 la rete della Barclays è cresciuta a gran velocità grazie a un’offerta commerciale molto aggressiva. La banca inglese puntava a reclutare nuovi clienti offrendo tassi da record ai propri depositanti. Una strategia che si è rivelata fallimentare. Nel frattempo però, secondo quanto è emerso dalle indagini di questi mesi, la Barclays di De Stasio si è conquistata a suon di prestiti la fiducia di altri clienti eccellenti. Per esempio lo stampatore Vittorio Farina, amico e socio in affari di Luigi Bisignani, coinvolto nell’inchiesta sulla cosiddetta P4. Farina, indagato per appropriazione indebita, ha ricevuto un finanziamento di 250 mila euro. Altri soldi sono andati a Katsiarina Kushniarova (di nazionalità bielorussa), nipote acquisita del banchiere Fabrizio Palenzona. Circa 450 mila euro arrivavano da un conto estero del latitante Bonaldi e per questa operazione la Kushniarova è indagata per riciclaggio. Kushniarova e Palenzona, che è stato sentito come testimone in procura a Milano, hanno comprato insieme una casa a Roma. Un acquisto finanziato dalla Barclays con un mutuo di 1,2 milioni»;

considerato che:

l’amministratore delegato di Poste italiane, Massimo Sarmi, aveva annunciato che al Sud gli sportelli della banca sarebbero stati complessivamente 250, così come autorizzato dalla Banca d’Italia, mentre per il momento i potenziali clienti si sarebbero dovuti accontentare di una cinquantina di punti di ricezione;

circa l’entrata in funzione del meccanismo la tabella di marcia prevede che entro un mese siano erogati i primi prestiti standard, che si articoleranno poi su due fasce: fino a 50.000 euro alle imprese minori, fra i 50.000 e i 200.000 alle maggiori;

il personale è salito a 210 persone ed è stata costituita la prima linea dei dirigenti, ma, stando ad indiscrezioni di stampa, vi sarebbero le prime divergenze relativamente all’assetto della banca stessa;

scrive il quotidiano “la Repubblica” il 26 marzo 2012: «Quello che ancora manca a questo disegno di sviluppo sono gli eventuali partner. O, detto diversamente, non è ancora chiaro che tipo di relazione il nuovo soggetto vorrà intrattenere con quelli che sarebbero gli istituti più “penalizzati” (o, in senso inverso, quelli che potrebbero trarre giovamento in caso di sinergie) dalla presenza del nuovo player, ovvero banche di credito cooperativo e popolari. Con l’acquisizione del Mediocredito Centrale da parte di Poste, di fatto, si è riscritto il progetto iniziale lanciato dall’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti e previsto dalla Finanziaria del 2010 e dal Piano per il Sud. Lo schizzo inizialmente tracciato vedeva un coinvolgimento robusto degli istituti di credito cooperativo, forti del rapporto e della conoscenza dei territori su cui si intendeva agire. Ora, invece, la palla della Banca del Mezzogiorno è passata stabilmente nella metà campo di Poste e gli altri interlocutori si sono dovuti accontentare del ruolo di spettatori. Poste Italiane, prima di comprarsi il Mediocredito Centrale, non poteva far banca, se non rivendendo prodotti confezionati da altri. Questa possibilità oggi, al contrario, c’è tutta, attraverso naturalmente la Banca per il Mezzogiorno. E tale evidenza, a prescindere da come si gestirà poi lo sviluppo della rete, dei servizi di consulenza alla clientela e della creazione della gamma di soluzioni di finanziamento, dice che per le banche tipicamente locali del Meridione, fino a che Poste Italiane non si tramuterà eventualmente in un alleato, sarà solo un avversario. Molto temibile e in grado di fagocitare importanti quote di mercato. Insomma, la banca di Sarmi fa paura. Tra l’altro non risultano avvicinamenti tra gli interlocutori coinvolti. L’ad di Poste, Massimo Sarmi, aveva liquidato la faccenda al debutto del progetto, con un “intanto noi partiamo, poi si vedrà”. Il credito cooperativo, di fronte ad una proposta e a condizioni ritenute idonee, è fuor di dubbio che non disdegnerebbe di rientrare in una partita in cui, fino alla discesa in forze di Poste, giocava un ruolo di primo piano. E, almeno formalmente, Poste non ha chiuso le porte, facendo sapere di essere aperta all’ingresso e alla partecipazione di altri istituti nel progetto e che l’impianto della banca è stato organizzato come sistema aperto, proprio per poter far entrare altri attori anche una volta partita l’operatività»,

si chiede di sapere:

se il Governo ritenga che il nuovo amministratore delegato abbia i requisiti di professionalità e indipendenza necessari per ricoprire il ruolo a cui è stato preposto anche alla luce della gestione, a giudizio dell’interrogante scellerata, che ha caratterizzato la banca di provenienza con la conduzione di De Stasio, di cui D’Anzi era uno dei collaboratori più stretti, con affari spericolati, finanziamenti sospetti e un bilancio preoccupante;

quali iniziative intenda assumere al fine di garantire una gestione dei fondi pubblici attenta e oculata, nel pieno rispetto della trasparenza e della correttezza considerato che la banca del Mezzogiorno dovrebbe sostenere i vari progetti d’investimento nel meridione, promuovendo in particolare il credito alle piccole e medie imprese (pmi), che saranno, secondo quanto risulta dal progetto relativo alla sua istituzione, le principali destinatarie della sua attività;

se al Governo risulti quali saranno i reali vantaggi che l’istituto di credito porterà alle pmi meridionali che, ancora oggi, vivono come un incubo la questione dell’accesso al credito visto che, nelle otto regioni del Sud, la Banca è operativa dai primi di gennaio, ma nessuno o quasi se n’è accorto;

se a giudizio del Governo la struttura esistente sia adeguata a reggere il potenziale sviluppo della mole di lavoro.

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Incarichi pres. Inps Mastrapasqua e moglie

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07540
Atto n. 4-07540

Pubblicato il 24 maggio 2012, nella seduta n. 730

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze, dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che, a quanto risulta da informazioni in possesso dell’interrogante, la moglie del Presidente dell’INPS, Maria Giovanna Basile, ricoprirebbe ed avrebbe ricoperto svariati incarichi in numerose società;

in particolare attualmente ricoprirebbe l’incarico di Sindaco effettivo fino al 31 dicembre 2013 presso l’Istituto fiorentino di cura e assistenza SpA, di Sindaco supplente fino al 31 dicembre 2013 presso Direction projects SpA, di Sindaco effettivo fino al 14 maggio 2019 presso Santa Chiara Firenze SpA, di Sindaco effettivo fino il 30 giugno 2012 presso Società azionaria laziale immobiliare costruzioni SpA, di Presidente del Collegio sindacale fino al 31 dicembre 2013 presso Barocco Roma Srl, di Sindaco effettivo fino al 31 dicembre 2012 presso Marcantonio SpA, di Sindaco effettivo fino al 6 luglio 2013 presso Produzione imballi alimentari SpA, di Sindaco effettivo fino al 31 dicembre 2012 presso la Rai SpA, di Sindaco supplente fino al 31 dicembre 2012 presso Finemi SpA, di Sindaco supplente fino al 31 dicembre 2012 presso Giomi Rsa, di Sindaco effettivo fino al 2019 presso Faleri ceramica sanitari SpA, di Sindaco effettivo carica fino al 23 luglio 2013 presso Cappellani Gioni SpA, di Sindaco supplente fino al 2019 presso Rentest SpA, di Sindaco supplente fino al 24 giugno 2013 presso Aci Sardegna Società gestione servizi SpA, di Sindaco effettivo fino alla prossima assemblea presso Atesia-Telemarketing, comunicazione telefonica e ricerche di mercato, di Sindaco supplente fino al 31 dicembre 2013 presso Directional projects SpA, infine di socia della Gdb consulting Srl;

inoltre avrebbe avuto incarichi presso Vecar SpA, Auto D’Elite SpA, Aci Vallelunga SpA, Marcantonio Holding Srl, Siri SpA, Panama editore Srl, Giomi Real Estate SpA, Gionti SpA, consorzio Lottomatica giochi sportivi, Centro carta ed affini SpA, Tredici SpA, Targasys Srl, Almavida Sud SpA, Sicos Srl, In Action Srl, Euromedia marketing service SpA, Telcos SpA, Semikron SpA, Finsiel consulenza e applicazioni informatiche SpA, Cos communication services SpA, Studio per i progetti di impresa Srl, Bellini & Notarianni Srl, Panama media Srl, H-Elite Srl, Graziano Buonanno e figli Srl, Spring Srl, Vecar holding Srl, Elmec distribuzione energia Srl, Cosesa Srl, Polomar, Cliniche moderne SpA, Almaviva Finance SpA, Almawave Srl, Telecontact center SpA, Igit SpA, immobiliare economica Poggio Pertuso lotto sud Srl, Omicron industriale Srl, Plaza SpA, Codispre società cooperativa edilizia, Capital società finanziaria SpA, Teleippica Lazio Srl, Nuova edilizia moderna società cooperativa edilizia, Con.E.Co, Romana immobiliare, Servizi amministrativi contabili e tributari Srl, Villaggio 87 società cooperativa edilizia, Cliniservice Srl, Saviotti e Canuti SpA, Radio Flash 89,500, Almaviva TSF SpA, Almaviva technologies Srl, Mutua italiana assistenza sanitaria, Geneconit Srl, consorzio Italia, Semikron Srl, Roses hotels Srl, Only Srl, Costruttori romani riuniti Srl, Almaviva contact SpA, Tmd immobiliare Srl, Almaviva-the italian innovation company SpA, Amtec SpA, Krene Srl, Coswell Srl, Italstem SpA, Varm Srl, Faleri ceramica sanitari SpA;

considerato che il Presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua ricopre ben 25 incarichi, tra cui: Vice presidente del Consiglio d’amministrazione in carica fino al 31 dicembre 2013 e consigliere in carica fino al 31 dicembre 2013 di Equitalia centro SpA; Sindaco effettivo dal 1996 fino ad approvazione di bilancio di Spiral tools SpA; Vice presidente del Consiglio di amministrazione in carica fino al 31 dicembre 2013 e consigliere in carica fino al 31 dicembre 2012 di Equitalia nord SpA; Presidente del collegio sindacale in carica fino al 31 dicembre 2012 di Telecontact center SpA; Sindaco effettivo dal 24 gennaio 1996 di Pastificio Bettini Zannetto SpA; Presidente del collegio sindacale in carica fino al 31 dicembre 2012 e Sindaco effettivo in carica fino al 31 dicembre 2012 di Emsa servizi SpA (in liquidazione); Presidente del collegio sindacale in carica fino al 31 dicembre 2013 di Groma Srl; Sindaco effettivo in carica fino al 26 gennaio 2013 di Consel-consorzio Elis per la formazione professionale superiore; Sindaco supplente in carica fino al 31 dicembre 2012 di Telecom Italia media SpA; Presidente del collegio sindacale in carica fino al 2019 e Sindaco effettivo in carica fino al 2019 di Mediterranean nautilus Italy SpA; Sindaco effettivo in carica fino al 31 dicembre 2013 di Coni servizi SpA; Presidente del collegio sindacale in carica fino al 31 dicembre 2013 di Telenergia Srl; Sindaco effettivo in carica fino al 2018 di Autostrade per l’Italia SpA; liquidatore, dal 12 dicembre 2003 fino alla revoca, di Office automation products Srl; Presidente del collegio sindacale in carica fino al 31 dicembre 2012 di Rete autostrade mediterranee SpA; Presidente del collegio sindacale in carica fino al 31 dicembre 2012 di Aquadrome Srl; Presidente del collegio sindacale in carica fino al 31 dicembre 2012 di Eur tel Srl; Presidente del collegio sindacale in carica fino al 31 dicembre 2012 di Eur power Srl; Presidente del collegio sindacale in carica fino al 17 giugno 2013 di Eur congressi Roma Srl; Presidente del Consiglio di amministrazione in carica fino al 31 dicembre 2013 e consigliere fino al 31 dicembre 2013 di Equitalia sud SpA; Sindaco effettivo in carica fino al 31 dicembre 2013 di Loquendo SpA; Direttore dell’Ospedale israelitico di Roma; Presidente di Idea Fimit Sgr,

si chiede di sapere:

se al Governo risulti che si possa configurare un conflitto di interessi tra i numerosi incarichi ricoperti dalla signora Maria Giovanna Basile, tra cui quello presso un’azienda pubblica, e la posizione del presidente Antonio Mastrapasqua anche relativamente ad eventuali consulenze e forniture o altre interferenze tra le società in cui costoro svolgono le rispettive funzioni, al fine di verificare la trasparenza, la legittimità e la correttezza degli atti posti in essere;

se i molteplici incarichi del dottor Mastrapasqua in aziende così importanti lascino il tempo necessario di poter curare gli interessi di milioni di lavoratori iscritti all’Inps, il cui bilancio di esercizio 2011 dovrebbe chiudersi con 800 milioni di utili, non essendo stati conteggiati, a giudizio dell’interrogante inspiegabilmente, il fondo svalutazioni crediti per circa 3 miliardi di euro e i fondi di ammortamento;

quali iniziative intenda assumere al fine di dirimere ogni eventuale conflitto di interessi che possa interessare il Presidente dell’Inps.

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Intervento in Aula su Riforma Mercato del Lavoro

Legislatura 16ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 730 del 24/05/2012

Seguito della discussione del disegno di legge:

(3249) Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lannutti. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, signora Ministro del lavoro (che non c’è), colleghi, la nostra è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, non sui licenziamenti facili e sulla dittatura dello spread e della Banca centrale europea. Oggi, nell’atto Senato che riguarda la riforma del lavoro, discutiamo invece di abrogare uno dei capisaldi delle conquiste dei lavoratori, quell’articolo 18 della legge n. 300, che offre ai lavoratori tutela di rango costituzionale, con la centralità della persona umana che si concretizza nel lavoro.

Nei giorni scorsi sono state fornite le statistiche sulla disoccupazione che, tra i giovani fino a 24 anni, è volata al 35,9 per cento. Ieri l’ISTAT, nel rendere nota la fiducia dei consumatori, il cui indice del clima a maggio è diminuito da 88,8 a 86,5, con l’indice economico generale sceso da 71,6 a 64,4, e la situazione economica calata da 140 ad 80, ha segnalato che l’unico indice che aumenta è il saldo relativo alle aspettative sulla disoccupazione, che da 106 è passato a 113.

La signora Ministro del lavoro (che non c’è), che ha prorogato il «collezionista di poltrone» Antonio Mastrapasqua come commissario unico nella super-INPS fino al 2014, senza peritarsi dei gravissimi conflitti di interessi, anche di ordine coniugale, all’interno di una pletora di collegi sindacali e consigli di amministrazione, qualche giorno fa in Messico ha gettato la maschera, affermando che la sua riforma del mercato del lavoro avrà la finalità di rendere più facili i licenziamenti per ragioni economiche e disciplinari: un vero e proprio smantellamento delle conquiste dei lavoratori, quelle sì costate lacrime e sangue, non lacrime di coccodrillo.

Non certo per vostre responsabilità, ma a fronte di stipendi medi degli italiani tra i più bassi dell’Eurozona, addirittura inferiori a quelli della Grecia, con un precariato spaventoso e con un lavoratore italiano che in media ha guadagnato 23.406 euro lordi (la metà che in Lussemburgo), l’unica ricetta del liberalismo d’accatto che trovate è quella di smantellare le garanzie che danno dignità al lavoro.

Nell’ultima relazione presentata nei giorni scorsi l’ISTAT ha fotografato la situazione di gravissima crisi economica del Paese con il divario tra Nord e Sud, livelli di povertà che aumentano e una serie di altri dati. Tra il 1993 e il 2011 le retribuzioni contrattuali in Italia in termini reali sono rimaste ferme con una crescita per le retribuzioni congelata a quella di 20 anni fa, mentre corrono prezzi e tariffe con un gravame di ben 2.200 euro su base annua e una pressione fiscale che ha raggiunto livelli insostenibile. L’ISTAT ha confermato ciò che associazioni come Adusbef e Federconsumatori denunciano da molti mesi: retribuzioni ferme, perdita del potere di acquisto, gravissima iniquità sociale, evasione fiscale, pressione fiscale arrivata ai limiti della decenza con il tributo IMU che darà il colpo di grazia, mentre banchieri ed assicuratori festeggiano l’esenzione IMU sulle fondazioni bancarie e le ricche trimestrali con utili derivanti da 278,8 miliardi di prestiti triennali della BCE di Mario Draghi e Goldman Sachs al tasso dell’1 per cento.

Se tra il 1993 e il 2011 le retribuzioni contrattuali reali sono ferme e dall’inizio della recente crisi economica, dal 2008, le famiglie hanno visto crescere del 2,1 per cento il reddito disponibile in valori correnti, cui é corrisposta una riduzione del potere d’acquisto 5 per cento, nel 2011 lo stesso potere d’acquisto delle famiglie per abitante è del 4 per cento inferiore a quello del 1992. Questo vuol dire che la riduzione forzosa dei consumi impedisce la ripresa economica e getta il Paese nella disperazione per il credito negato o revocato e per la persecuzione fiscale a danno dei contribuenti onesti. L’Italia è in fondo alla classifica europea per il cosiddetto contributo rosa e non mi dilungo su questo.

Lei, signora Ministro del lavoro, che non è presente in Aula, ha già fatto molti danni ai lavoratori, ai pensionati ed agli esodati e ha aggravato la situazione con la nomina del professor De Felice all’INAIL (un’occupazione militare del potere dal Governo tecnico per smantellare le garanzie pubbliche e magari appaltare a qualche banca amica o assicurazione i bocconi ghiotti dell’infortunistica, lasciando al pubblico gli eventuali deficit).

Lei, signora Ministro, che non c’è, ha prorogato fino al 2014 il collezionista Mastrapasqua ed una super INPS che, con un uomo solo, gestisce oltre 700 miliardi di euro l’anno, che vanta sistemi informatici all’avanguardia contesi da tutto il mondo, ma che però non è in grado di fornire l’esatto numero degli esodati, gettati nella disperazione dal suo pressapochismo e dalle sue teorie accademiche distanti dalla realtà. Questa super INPS annuncia un bilancio positivo di 800 milioni (lo presenterà il 29), dimenticando di conteggiare il fondo svalutazione crediti per oltre tre miliardi. I magistrati contabili di questa super INPS che dovrebbero verificare i conti viaggiano gratis sulle auto blu messe a disposizione da Mastrapasqua.

Voi, Governo di tecnocrati ed ottimati, eterodiretti da Goldman Sachs, Bilderberg, dalla Trilatera e da quelle cancellerie europee che prediligono l’ortodossia monetaria che sta uccidendo l’Europa, dopo aver cancellato la sovranità popolare, non avete approvato provvedimenti urgenti di ripristino delle commissioni bancarie o di sanatorie per l’abuso del diritto dei banchieri che hanno sottratto al fisco 3,3 miliardi di euro; voi, Governo senz’anima, figli della dittatura dello spread, che nel cosiddetto provvedimento Salva Italia avete imposto l’obbligo di apertura di conto corrente ai vecchi per farli cadere nelle grinfie dei banchieri che stanno strozzando il Paese dopo aver avuto prestiti triennali al tasso dell’l per cento, avete offerto la garanzia statale settennale a 940 miliardi di obbligazioni bancarie tossiche o semi tossiche, avete peggiorato le condizioni creditizie e il futuro dei cittadini della povera gente a causa di quei banchieri che rifiutano o revocano gli affidamenti con un preavviso di 24 ore ad aziende e famiglie stremate dalla crisi.

Voi, che avete addossato ai vecchi ricoverati negli ospizi il pagamento dell’IMU o costretto gli agricoltori a svegliarsi la mattina all’alba per cercare di produrre essendo soggetti alla grandine. Ebbene, loro devono pagare, le fondazioni bancarie no. Loro pagano sui cascinali e pagano perfino i terremotati sulle case inagibili, mentre le fondazioni bancarie, che hanno ricevuto dividendi per 2,1 miliardi di euro dalle banche, sono esentate.

Voi, che avevate promesso il miracolo della riduzione dello spread senza riuscirvi, voi, signor Governo degli ottimati, dei tecnocrati, siete direttamente responsabili di una disperazione generale, perché colpisce alla cieca la povera gente facendo gravare su di loro una pressione fiscale insostenibile. Ma il vento che soffia nel Paese spazzerà via una politica e un Governo di tecnocrati che invece di salvaguardare l’interesse generale ed il bene comune continua tutelare i soliti faccendieri, le cricche e i piduisti di complemento, ancora molto presenti, e che tirano le fila di un Paese stremato che non ce la fa più a sopportare l’illegalità.

Per questo, signora Ministro del lavoro che non c’è, il Gruppo dell’IdV non potrà votare questa controriforma ad uso e consumo dei banchieri e della Goldmann Sachs. (Applausi del senatore Rizzi).

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Ricostruzione terremoto L’Aquila-infiltrazioni mafiose

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07533
Atto n. 4-07533

Pubblicato il 23 maggio 2012, nella seduta n. 729

LANNUTTI , MASCITELLI , CARLINO – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri per la coesione territoriale e delle infrastrutture e dei trasporti. -

Premesso che:

“Il Fatto Quotidiano” del 21 maggio 2012 scrive, partendo dalla denuncia di un imprenditore edile, sul malaffare che si nasconde dietro la ricostruzione post terremoto de L’Aquila;

si legge infatti: «Ci sono offerte fuori busta per aggiudicarsi i lavori di ricostruzione all’Aquila. Un giro di soldi diffuso ed oscuro. A me ad esempio sono stati chiesti dei soldi per vedermi commissionate alcune ristrutturazioni. A cosa serve? Per avere il voto favorevole nell’assemblea di condominio”. A parlare così è un costruttore che lavora nel settore edile nel capoluogo abruzzese distrutto dal sisma del 6 aprile 2009. Da allora la città è un grande cantiere. Ma i lavori vengono assegnati senza gara. A L’Aquila, verranno spesi 7 miliardi di euro attraverso trattativa privata come se si dovesse imbiancare la parete della propria casa o cambiare le piastrelle. In questa maniera sono stati già assegnati 9.381 lavori per le case B e C (con danni lievi) e 7.041 lavori per le case E, (gravemente danneggiate) dove i cantieri non sono ancora partiti. Le richieste corruttive denunciate dal costruttore, che chiede l’anonimato per timore di non vincere più appalti, gettano molti dubbi sulla modalità scelta per ricostruire la città. Quella dell’indennizzo: ovvero considerare le risorse dello Stato per la ricostruzione come un risarcimento a un privato di un danno. E non come spesa per appalti pubblici. Per molti era questa l’unica strada per evitare l’indizione di 20mila gare d’appalto, buste chiuse, commissioni aggiudicatrici e gli immancabili ricorsi. In questo modo dai lavori da poche migliaia di euro fino a quelli che valgono milioni come gli aggregati del centro storico, non si indicono appalti, e ogni proprietario sceglie l’impresa preferita. Con l’aiuto del proprio amministratore di condominio. Figura, quest’ultima, che diventa decisiva. “Gli amministratori spesso chiedono soldi alle imprese, per facilitare il voto in assemblea”, continua il costruttore. “A me sono stati chiesti duecentomila euro, per un lavoro da qualche milione. Non ho accettato anche perché non avevo la liquidità”, spiega. Soldi chiesti anche da un consigliere comunale per oliare le pratiche, ma il costruttore non vuole indicarne il nome. L’allarme non è un caso isolato. Il governo ha messo in campo alcuni strumenti di controllo: la tracciabilità finanziaria e la clausola antimafia, ovvero la possibilità di rescindere il contratto in caso di provvedimenti in danno dell’appaltatore, oltre ai controlli a campione degli organi inquirenti e della prefettura. Ma questo fiume di denaro nero è difficile da intercettare: “Il reato di corruzione tra privati – ricorda un inquirente – è molto difficile da perseguire”. Anche nella relazione della Direzione nazionale antimafia, firmata dai magistrati Diana De Martino e Olga Capasso, veniva lanciato l’allarme sulla ricostruzione: “Truffe aggravate per aver gonfiato illecitamente il progetto dei lavori da eseguire, inidoneo adeguamento alle misure tecniche antisismiche, lavori eseguiti con materiale scadente ed altro ancora, spesso in concorso con gli stessi terremotati o con gli amministratori di condominio”. Una ricostruzione così viziata da episodi corruttivi, che porta ad una riduzione del livello di sicurezza, visto che le imprese caricheranno i costi della corruzione sui costi della manodopera e dei materiali. Il disastro è completo se si considera un altro aspetto. “La ricostruzione privata – spiega l’ingegnere Gianfranco Ruggeri, docente all’università dell’Aquila – sta avvenendo con il criterio del miglioramento sismico, con una soglia tra il 60% e l’80%. E non con l’adeguamento che prevedrebbe il 100% di sicurezza antisismica”. Secondo l’ingegnere, anche lui direttamente impegnato nei lavori di ricostruzione “stiamo montando su una macchina incidentata gomme semi-lisce e non nuove. Non è un buon viatico in termini di stabilità del veicolo”. La corruzione, dunque, si innesta in un sistema di ricostruzione che tende al risparmio e non garantisce la sicurezza (…). Poco dopo il suo insediamento il governo Monti ha stabilito, per i pochi lavori ancora da assegnare, nuove regole e controlli stringenti. Misure tardive, per di più da molti ritenute inefficaci. Come la white list delle imprese pulite, annunciata più volte in pompa magna nelle visite dell’allora primo ministro Silvio Berlusconi. Una misura mai resa concretamente operativa. Inoltre la prefettura di L’Aquila, che è molto attiva attraverso lo strumento dell’interdittiva antimafia per bloccare gli affari dei clan, compie uno screening delle aziende impegnate nei lavori, ma è difficile controllare un flusso di ventimila imprese. D’altronde le infiltrazioni delle mafie avvengono attraverso teste di ponte, imprenditori locali risucchiati e alimentati dal denaro sporco del crimine organizzato. “La maggior parte delle imprese infiltrate da interessi mafiosi – denuncia la Dna nell’ultima relazione – hanno sede altrove, prevalentemente a Roma, in Abruzzo, in Veneto e in Emilia Romagna, almeno per quanto riguarda l’esperienza maturata fin qui”. I soldi delle mafie si nascondono, alimentano imprese locali, le cronache giudiziarie hanno raccontato diversi casi di infiltrazione. Emblematico il caso della ditta di Stefano Biasini, imprenditore aquilano arrestato nel dicembre scorso per contiguità con la cosca di ‘ndrangheta Caridi. La sua impresa non aveva avuto alcun stop prefettizio prima dell’inchiesta. Il padre dell’imprenditore arrestato, Lamberto Biasini, di mestiere fa proprio l’amministratore di condominio. Ha gestito 19 pratiche di ricostruzione, in alcuni casi assegnando gli appalti alle imprese del figli, secondo l’accusa degli inquirenti infiltrate dalle ‘ndrine. Non solo ‘ndrangheta, ma anche mafia e camorra agiscono con la stessa logica: puntare su imprenditori del posto che da anni lavorano nei territori, insospettabili cavalli vincenti per le holding criminali che vogliono investire e riciclare. E sono molte le imprese che vincono appalti anche milionari, ma che hanno capitale sociale di poche migliaia di euro. L’Aquila non fa i conti solo con le infiltrazioni, ma anche con diverse inchieste aperte. Oltre a quelle che riguardano i vertici della protezione civile, a partire dalla riunione della commissione grandi rischi, anche sui puntellamenti del centro storico c’è l’attenzione degli inquirenti, puntellamenti ormai scaduti, così come indagini provano a far luce sull’allargamento dell’area del cratere a comuni ed edifici che non ne avevano diritto. Tra inchieste, corruttela e malaffare all’Aquila, a tre anni dal terremoto, il ritorno alla normalità è solo un miraggio»;

considerato che in risposta ad un precedente atto di sindacato ispettivo degli interroganti (4-07049) il ministro Barca riportava i principi descritti nella relazione “La ricostruzione dei comuni del cratere aquilano”, che aveva presentato alla popolazione de L’Aquila dopo numerosi incontri con i rappresentanti delle amministrazioni locali, della società civile e delle istituzioni preposte alla ricostruzione. In particolare, si legge nella siposta: «Nella relazione, come peraltro suggerito nell’interrogazione, si è proceduto, innanzitutto, ad un’attenta verifica dell’utilizzazione dei fondi pubblici e della loro corretta destinazione, ad una ricognizione dei dati disponibili, sia fisici sia finanziari e, nell’ottica di una programmazione e previsione futura, all’avvio di una serie di iniziative condivise di semplificazione, trasparenza e rigore, che hanno ricevuto una prima attuazione con l’ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri n. 4013 del 23 marzo 2012 concernente “Misure urgenti per la semplificazione, il rigore nonché per il superamento dell’emergenza determinatasi nella Regione Abruzzo a seguito del sisma del giorno 6 aprile 2009″ “(…) Ebbene, sul presupposto che requisito primario per accelerare la ricostruzione sia un monitoraggio adeguato dello stato di attuazione finanziaria degli interventi, nella tavola I della relazione le risorse stanziate sono distinte per fonte, destinazione e utilizzo. La ricognizione effettuata mostra che, al 1° marzo 2012, le risorse finanziarie complessivamente stanziate per gli interventi post-terremoto sono state pari a circa 10,6 miliardi di euro (di cui 10,5 di fonte pubblica), di cui circa 2,9 miliardi relativi agli interventi per l’emergenza e i restanti 7,7 miliardi destinati agli interventi per la ricostruzione. I 2,9 miliardi per l’emergenza sono stati pressoché integralmente erogati. Dei 7,7 miliardi per la ricostruzione (edifici privati e pubblici, reti e azioni per lo sviluppo) ne risultano erogati e/o trasferiti almeno 0,7 miliardi, mentre restano da utilizzare 5,6 miliardi. Circa le risorse che ancora occorreranno per permettere una rapida ricostruzione, è in corso la fase di programmazione e previsione degli interventi e dei relativi costi. A tal fine è stato elaborato uno schema nell’ambito della relazione, per raccogliere le informazioni, in modo coerente ed omogeneo, occorrenti alla programmazione e alla stima delle previsioni finanziarie. Lo schema è già stato diffuso presso le amministrazioni competenti»,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo che alla luce delle trattative private, gli amministratori di condomini possano avere un ruolo determinante nella scelta delle imprese a cui assegnare i lavori e se per questo possa essere chiesto denaro ai proprietari per facilitare il voto in assemblea;

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di garantire alla popolazione de L’Aquila maggiori e tempestivi controlli contro gli episodi di corruzione denunciati anche perché questi si inseriscono in un sistema di corruzione che mira al risparmio e non garantisce la sicurezza degli edifici, per cui la ricostruzione privata in atto sta adottando il criterio del miglioramento sismico, con una soglia che va tra il 60 per cento e l’80 per cento, e non con l’adeguamento che prevedrebbe il 100 per cento di sicurezza antisismica;

se il Ministro per la coesione territoriale negli svariati incontri con i rappresentanti delle amministrazioni locali, della società civile e delle istituzioni preposte alla ricostruzione, da cui è scaturita la citata relazione, abbia potuto constatare il gravoso problema riportato dalla denuncia dell’imprenditore edile della zona interessata dal terremoto;

se il Governo non ritenga necessario adottare misure più efficaci per combattere ogni forma di infiltrazione mafiosa nella macchina della ricostruzione, considerato che queste avvengono attraverso teste di ponte, cioè puntando su imprenditori del posto oppure su imprese che hanno sedi lontane dalla città de L’Aquila, per investire e riciclare danaro sporco;

quali urgenti iniziative intenda adottare al fine di garantire alla città de L’Aquila, ormai località fantasma con il centro storico ancora ridotto in macerie, e ai suoi cittadini la sicurezza di un ritorno alla normalità con una rinascita economica, politica e sociale, che, di fatto, tra corruzione e inchieste in corso sembra sempre più lontana.

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