Cassa Depositi e Prestiti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00472
Atto n. 2-00472

Pubblicato il 30 maggio 2012, nella seduta n. 733

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che, per quanto risulta all’interpellante:

le privatizzazioni e le vere e proprie svendite di importanti pezzi dello Stato, effettuate negli anni scorsi, invece di liberalizzare il mercato ed attivare politiche economiche virtuose con un abbattimento di prezzi e tariffe ed un miglioramento della qualità dei servizi offerti ai consumatori, in molti settori strategici (forse ad esclusione del settore delle telecomunicazioni dove si è dispiegata una fortissima concorrenza con la nascita di altri soggetti del mercato oltre all’ex monopolista pubblico) hanno avuto l’effetto di peggiorare la qualità dei servizi, aumentare prezzi e tariffe, costituire oligopoli che, al riparo di autorità distratte, specie nel settore bancario, assicurativo e petrolifero, hanno danneggiato il mercato e depredato milioni di famiglie ed utenti di tali servizi;

la separazione di Snam Rete Gas dall’Eni, che passerà sotto il controllo della Cassa depositi e prestiti, azionista di controllo tramite un pacchetto azionario appena al di sotto del 30 per cento, ha suscitato forti critiche dal “Financial Times” che ha parlato di nazionalizzazione della stessa Snam Rete Gas;

in sostanza, sulla base di quanto prevede il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, l’ipotesi di creare una cosiddetta “super Terna”, ossia una grande società energetica italiana, attraverso il controllo di questa della rete Snam, è stata criticata dall’amministratore delegato della Cassa depositi, Gorno Tempini, eletto nella carica in rappresentanza delle fondazioni bancarie, con il 35 per cento dell’azionariato come longa manus dei presidenti Guzzetti e Bazoli, secondo il quale il legislatore avrebbe preferito la scelta di affidare Snam direttamente alla Cassa, pur essendo quest’ultima azionista di controllo anche di Terna, con il 29,85 per cento;

secondo Gorno Tempini, Terna dovrebbe concentrarsi sul suo core business, avendo già adottato un piano di investimenti triennali per complessivi 6 miliardi. Non sarebbe, quindi, il controllore più adatto a guidare Snam, la quale dovrebbe effettuare almeno 7 miliardi di investimenti. Al contrario, la Cassa depositi e prestiti ha 3 miliardi di free capital, pertanto, sembra un azionista ideale e in grado di attirare altri investitori;

il decreto prevede un tetto massimo del 5 per cento nell’azionariato della Snam, con la sola eccezione della Cassa depositi e prestiti. Questo comporterebbe una discesa di Eni al 5 per cento e probabilmente non si concretizzeranno quelle voci per cui un fondo del Qatar sarebbe interessato ad investirvi, a meno che non si accontenti di una quota di minoranza al massimo del 5 per cento, appunto;

ma anche la quota complessiva nelle mani dello Stato è destinata a scendere. Oggi, infatti, tra Cassa depositi e prestiti e Ministero dell’economia e delle finanze, lo Stato controlla il 33 per cento di Snam, mentre la quota scenderà al 30 per cento. L’operazione, tuttavia, non comporterà un esborso in contante da parte della Cassa depositi e prestiti, ma sarà attuata con scambi azionari e cessioni di asset, come quello di Tag all’Eni, ossia il gasdotto internazionale. Eni, in cambio, dovrebbe annullare il 9 per cento delle sue azioni;

nei giorni scorsi Snam rete gas ha acquisito, insieme a Fluxys, il 15,1 per cento di Interconnector, un gasdotto che collega il Regno Unito al Belgio, da E.On, al prezzo di 127 milioni. Tale quota si aggiunge a un altro pacchetto del 16,41 per cento acquisito sempre a marzo da Eni, mentre Fluxys detiene un altro pacchetto autonomo del 15 per cento (Snam rete gas e Fluxys acquisiscono la quota di E.On in Interconnector). Sebbene l’operazione sia considerata di scarsa rilevanza finanziaria, essa sarebbe la conferma che la rete conta di divenire un hub di riferimento nel corridoio nord-sud e al contempo svilupparsi nel sud Europa;

considerato che:

in riferimento a quanto si legge sulla stampa nazionale alle possibili decisioni che il Cassa depositi e prestiti di Metroweb potrebbe assumere un aumento di capitale, forse di 4,5 miliardi di euro, per avviare la realizzazione di una rete in fibra ottica nelle prime 30 città italiane, l’associazione piccoli azionisti Telecom Italia Asati, presieduta da Franco Lombardi, fa presente quanto segue, tramite una lettera aperta diffusa sul web;

si legge: «Secondo informazioni a noi note TI da oltre tre mesi ha presentato formalmente ai vertici Esecutivi di CDP e Metroweb un progetto complesso e articolato basato su un accordo di collaborazione per lo sviluppo della nuova rete mettendo a disposizione tutte le sue capacità tecniche, gestionali e finanziarie ben superiori a quelle di F2i/reti che ci risulterebbe essere una azienda di 30 persone, proposta che prevedeva la costituzione di una società delle reti. Dopo un assurdo silenzio di questo lungo periodo, Metroweb controllata dal fondo F2i, e sostenuta da CDP e da Banca Intesa (già azionista di Telco), con azionista Fastweb, oggi lancerebbe un progetto nelle stesse 30 città (di cui già TI a feb. 2012 ne aveva dato notizia nell’audizione alla Camera) definite zone nere (a elevato Pil) e quindi dove secondo la normativa Europea si prevede la concorrenza tra i vari operatori, favorendo con questa eventuale decisione il fatto che gli olo non farebbero più la rete perché la prenderebbero da Metroweb (sostenuta da CDP e quindi da finanziamenti dello Stato), contravvenendo così alle regole della concorrenza nelle zone più ricche tra soggetti che dovrebbero essere privati. Di fronte a questo scenario e alle condizioni economiche del paese, se andasse avanti questo progetto l’attuale Governo favorirebbe la realizzazione di un divario della larga banda, perché nelle zone a pil basso nessuno investirebbe più creando due o tre Italia a velocità differenti e zone che rimarrebbero sempre più depresse. Ciò premesso Asati raccomanda agli organi del Governo competenti di vigilare affinché non si realizzi questo scempio e chiede che lo stesso CdA di TI del 28 maggio decida immediatamente di avviare tutte le procedure utili alla realizzazione di una società della rete (che Asati sta proponendo già da tre anni, del resto Open Access è già una realtà operativa quasi autonoma nell’Azienda) a cui possano confluire tutti quei soggetti interessati ad investire, quali la CDP, i fondi pensione, anche dei dipendenti, degli olo [other licensed operatory] interessati, ed altri a condizione di una remunerazione adeguata del capitale con regole della nuova AGCOM che siano rivolte da un lato a favorire gli investimenti e dall’altra ad assicurare una parità di accesso alla rete favorendo così un progetto importante ed unico per il paese che possa contribuire ad un aumento almeno di 1.5% del Pil, ottimizzando così le scarse risorse economiche disponibili. La sfida sulle reti tra TI e Metroweb tenendo presente l’enorme necessità finanziaria per coprire l’intero Paese (oltre 12 Md.i di euro), se si vuole dare parità e dignità a tutti i cittadini, e tenendo conto dei lunghi ritorni economici di questi investimenti oltre i 10-15 anni, sarebbe un disastro per la Nazione con squilibri anche economici sul territorio»,

si chiede di sapere:

quale sia la posizione del Governo in merito al ruolo della Cassa depositi e prestiti, che malgrado sia in mano pubblica con una maggioranza azionaria del 65 per cento da parte dello Stato, perché controllata dal Ministero dell’economia, assume decisioni che a giudizio dell’interpellante sembrano favorire indubbiamente banche e fondazioni bancarie, con l’uso disinvolto del piccolo risparmio postale indirizzato per operazioni di dubbia provenienza;

se in questo modo non vi sia il rischio di ri-pubblicizzare alcuni servizi di pubblico interesse, nella gestione delle reti gasifere, con l’operazione Snam rete gas che finisce sotto il controllo della Cassa depositi e prestiti, dissimulando in tal modo una finta liberalizzazione, che finisce per favorire le solite cricche di potere economico finanziario che governano il Paese negli ultimi 30 anni, senza soluzione di continuità;

quale sia la posizione del Governo rispetto alle infrastrutture delle reti telefoniche di proprietà di Telecom Italia, quali siano le strategie rispetto alla società della rete, e se Metroweb controllata dal fondo F2i, sostenuta da CDP e da Banca Intesa, con azionista Fastweb, che lancerebbe un progetto nelle stesse 30 città ad elevato Pil, non arrechi danno ad altre zone del Paese prive di tali infrastrutture;

se il Governo abbia l’intenzione di discriminare milioni di cittadini esclusi dalla banda larga con gli investimenti pubblici promessi disattesi, dato che i fortissimi investimenti necessari, pari a circa 12 miliardi di euro stimati per offrire copertura all’intero Paese, dovrebbero essere garantiti anche dai soggetti pubblici, tenendo conto dei lunghi ritorni economici di tali finanziamenti oltre i 10-15 anni, cosa che arrecherebbe danno all’Italia accentuando i gravi squilibri economici già presenti sul territorio;

se il Governo, invece di garantire parità di accesso alla rete con la costituzione di un progetto importante ed unico per il Paese che possa contribuire ad un aumento il Pil dell’1,5 per cento, ottimizzando così le scarse risorse economiche disponibili, non tenda a parteggiare, nella sfida sulle reti tra Telecom Italia e Metroweb, per uno dei soggetti che utilizza il risparmio raccolto nei paesini più sperduti tramite Poste Italiane, non per lo sviluppo tecnologico per avvantaggiare tutti i consumatori anche residenti in zone geografiche meno appetibili, ma utilizzando i finanziamenti pubblici della Cassa depositi e prestiti, sia violando le regole della concorrenza che favorendo soggetti privati;

se, a fronte della gravissima crisi sistemica prodotta dalle banche, che seppur beneficate da 1.000 miliardi di prestiti triennali della Banca centrale europea al tasso dell’1 per cento continuano a non assicurare liquidità all’economia, specie quelle italiane, le più care d’Europa con tassi più elevati sui mutui prima casa dell’1,20 per cento e costi di gestione dei conti correnti di 295,76 euro rispetto alla media europea di 114, e che si sono aggiudicate 270,8 miliardi, il Governo non abbia il dovere di far rientrare nell’ambito del controllo pubblico almeno una banca, essendo insostenibile per i cittadini, i consumatori e le famiglie che le scelte dei banchieri possano essere addossate alla fiscalità generale.

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