Month: maggio 2012

Riorganizzazione Croce Rossa Italiana

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07534
Atto n. 4-07534

Pubblicato il 23 maggio 2012, nella seduta n. 729

LANNUTTI – Ai Ministri della salute, dell’economia e delle finanze, della difesa e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

da notizie circolate negli ultimi giorni si apprende che sia decisa da parte del Governo l’approvazione dello schema di decreto legislativo relativo alla riorganizzazione dell’Associazione della Croce Rossa Italiana (CRI) per la “privatizzazione” dell’Ente (atto del Governo n. 424);

sembrerebbe che la bozza del decreto legislativo faccia riferimento alla legge n. 833 del 1978, istitutiva del Servizio sanitario nazionale (SSN), un riferimento incompleto dato che non si farebbe menzione del decreto del Presidente della Repubblica n. 613 del 1980;

alla luce di dette indiscrezioni è opportuno ripercorrere gli ultimi decenni della storia della CRI e dei diversi provvedimenti legislativi che hanno portato all’attuale situazione di ingovernabilità, di impoverimento dei suoi beni materiali e immateriali;

la legge 23 dicembre 1978, n. 833, all’art. 1, stabilisce che “l’attuazione del Servizio sanitario nazionale compete allo Stato, alle regioni, agli enti locali territoriali”. Pertanto, poiché si trattava di un ente di diritto pubblico, fu disposto dalla legge, oltre che il “riordinamento dell’Associazione”, lo “scorporo dei servizi sanitari della CRI”; si dispone che sono trasferiti ai Comuni competenti per territorio per essere destinati alle unità locali i servizi di assistenza sanitaria dell’Associazione CRI, nonché i beni mobili e immobili (Scuole per infermiere e Assistenti sanitarie, Ospedali, Navi Ospedale, Centri trasfusionali, Ambulatori) che erano destinati ai predetti servizi ed il relativo personale ad essi adibito, previa indicazione del relativo contingente. Per il trasferimento dei beni e del personale si attuano, in quanto applicabili, le disposizioni di cui agli art. 65 e 67 (cioè le disposizioni relative agli enti inutili soppressi);

sempre all’art. 70 della legge n. 833 del 1978, al terzo comma, si dispone che “Il Governo, entro un anno dall’entrata in vigore della presente legge, è delegato ad emanare, su proposta del Ministro della sanità, di concerto con il Ministro della difesa, uno o più decreti aventi valore di legge ordinaria per il riordino dell’Associazione della CRI, con l’osservanza dei seguenti criteri direttivi”: 1) il carattere volontaristico dell’Associazione; 2) la determinazione dei compiti in relazione alle finalità statutarie e agli adempimenti commessi dalle vigenti convenzioni e risoluzioni internazionali e dagli organismi della CR internazionale alle società nazionali di CR; 3) l’articolazione delle strutture su base regionale, ferma restando l’unitarietà dell’Associazione; 4) l’elettività e la gratuità delle cariche;

imprevedibilmente, e inaspettatamente, nell’esercizio della predetta delega, viene emanato il decreto del Presidente della Repubblica n. 613 del 1980 che, eccedendo la delega stessa, che non prevedeva alcun cambiamento della natura giuridica della CRI, la configura come “ente privato di interesse pubblico”, figura che non aveva riscontro nella normativa concernente le persone giuridiche;

l’attribuzione alla CRI della natura di “ente privato di interesse pubblico” destò non poche perplessità, poiché l’art. 70 della legge n. 833 del 1978 nulla disponeva in ordine alla sua natura giuridica; infatti, in quanto ente pubblico, aveva subito lo scorporo di beni e attività sanitarie, trasferiti alle Regioni, mentre si delegava al Governo solo la ristrutturazione dell’Associazione. Pertanto, in sede di attuazione della delega, non si sarebbe potuto valicare legittimamente la delega stessa;

si ravvisò inoltre una notevole contraddizione tra i penetranti poteri di vigilanza spettanti al Governo (ad esempio art. 2 del decreto del Presidente della Repubblica n. 613 del 1998: rappresentanti ministeriali nel Consiglio, Collegio dei revisori dei conti costituito da rappresentanti ministeriali; art. 4 del medesimo decreto del Presidente della Repubblica: controllo sulla gestione) e la natura privata della CRI;

la vigilanza si spiega in rapporto all’esigenza di assicurare il soddisfacimento di scopi rilevanti per l’apparato pubblico (vigilanza in funzione di manovra e di efficienza) mentre la natura privata postula l’autonomia del soggetto. In base a tale autonomia esula dalla vigilanza quanto attiene agli scopi specifici del titolare dell’autonomia, alla organizzazione, alla gestione economica e finanziaria;

ulteriore causa di contraddizione è identificabile nella imposizione di uno schema organizzativo della CRI che si giustifica solo in rapporto alla necessaria preordinazione dell’Ente al perseguimento di fini, dei quali dispone lo stesso Stato;

se lo “scorporo”, che è un atto amministrativo, avesse seguito, e non preceduto, la ristrutturazione, per uniformarsi ai principi legislativi stabiliti, la CRI, divenuta ente privato di interesse pubblico, per il decreto del Presidente della Repubblica n. 613 del 1980 (ex art. 70 della legge n. 833 del 1978), in quanto organismo associativo privato, avrebbe mantenuto i beni mobili e immobili, il personale, e avrebbe continuato a svolgere quelle funzioni che la legge n. 833 aveva trasferito al SSN, mediante lo “scorporo”;

il decreto del Presidente della Repubblica n. 613 stabiliva, come strumento attuativo, un nuovo statuto, per la cui elaborazione (art. 8) provvede un comitato nazionale composto da un socio della Croce Rossa che lo presiede, prescelto di concerto tra il Ministro della difesa e il Ministro della sanità, e da altri componenti designati, tra gli attuali soci, dai Presidenti delle Giunte regionali in numero due per ciascuno, tenendo conto di tutte le componenti volontaristiche;

ebbe così inizio la tragicommedia di un comitato per lo statuto, presieduto da un Presidente che si rivelò incapace di far rispettare le regole, di arginare prevaricazioni, di gestire le votazioni; in breve, si verificò una situazione caotica dalla quale emersero due “correnti” contrapposte: a favore della privatizzazione della CRI, l’una, l’altra per la definizione della CRI ente di diritto pubblico e il superamento della sua divisione nelle sei componenti;

i lavori del comitato furono lunghissimi ed estenuanti. Infine lo statuto fu votato e approvato a maggioranza di 17 contro 12, un astenuto e molti assenti. Il Presidente trasmise al Ministro della sanità lo statuto, dichiarandolo approvato all’unanimità;

la minoranza, che non aveva ottenuto che il proprio documento fosse trasmesso, lo presentò autonomamente al Ministro della sanità che, peraltro, aveva chiesto al Presidente del Comitato di soprassedere e tentare di arrivare ad un unico documento. Il documento di minoranza era in dissenso dal decreto del Presidente della Repubblica che, tra l’altro, non restituiva alla CRI privata ciò che le era stato sottratto dallo scorporo in quanto pubblica;

la disciplina della CRI quale ente pubblico fu ristabilita dall’art. 7 del decreto-legge n. 390 del 1995, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 490 del 1995, che ha modificato come segue l’art. 1 del decreto del Presidente della Repubblica n. 613 del 1980: “l’Associazione Italiana della Croce Rossa ha ad ogni effetto di legge qualificazione e natura di ente dotato di personalità giuridica di diritto pubblico e, in quanto tale, è soggetta alla disciplina normativa e giuridica degli enti pubblici”;

ed è singolare che dal 1978 al 1995 la CRI sia stata un ente di diritto privato, pur avendo un Corpo Militare e il Corpo “militarizzato” delle Crocerossine;

la disciplina della CRI come ente pubblico fu motivata dal dover essa rispondere con criteri di doverosità (necessità, ufficialità) ai compiti tipici derivanti dalle convenzioni internazionali in tema di emergenza internazionale e interna, in tempo di pace e in tempo di guerra, e per assicurare la necessità dell’azione della CRI quale “ausiliaria dei Poteri pubblici”, condizione prevista dagli statuti delle società di Croce Rossa;

è comunque opportuno rammentare che, sia per l’Associazione ente di diritto pubblico sia per l’ente di diritto privato, gli adempimenti commessi dalle vigenti convenzioni e risoluzioni acquistano obbligatorietà dall’essere sottoscritti dai delegati dei Governi in sede di Conferenza internazionale, che è la più alta autorità della CRI, le cui deliberazioni sono sottoscritte dai suoi membri (i delegati delle Società nazionali, i delegati degli Stati firmatari della Convenzione di Ginevra, i delegati del Comitato Internazionale, i delegati della Federazione delle Società nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa);

alla CRI, quale entità (sia pure delegata) dell’organizzazione dello Stato, nella sua articolazione centrale e periferica, e garantita dalle norme del diritto internazionale, alla cui osservanza lo Stato è tenuto, possono essere attribuiti compiti specifici da attuare secondo criteri di ufficialità;

peraltro, l’ente pubblico (Stato, Regioni, Comuni) non può utilizzare, come elementi permanenti della propria organizzazione, entità private che possano essere identificate come entità tenute sempre e comunque ad assolvere dei compiti affidati da enti pubblici, a meno che non siano a ciò delegate per compiti specifici;

secondo lo statuto in vigore, le Regioni ed altre pubbliche amministrazioni avrebbero potuto affidare specifici compiti alla CRI, delegarla a determinate incombenze umanitarie, mediante convenzioni, ma tale “possibilità” non ebbe risposta adeguata, sufficiente, e, nemmeno uniforme su tutto il territorio nazionale. È stata persa l’occasione di usufruire di una “forza” operativa di appoggio ai servizi pubblici, cioè di riconoscere la ausiliarità dei Poteri pubblici, requisito istituzionale di ogni Società nazionale di Croce Rossa;

lento e inesorabile ebbe inizio il decadimento della CRI che, pur essendo la maggiore Associazione di volontariato nel mondo, non può beneficiare di aiuti e vantaggi concessi alle associazioni di volontariato, in quanto ente di diritto pubblico, sebbene in essa operino migliaia di volontari;

i “mali” della CRI, il 5 novembre 1996, indussero ad istituire un’indagine conoscitiva il cui documento conclusivo fu approvato all’unanimità;

la Commissione si era posta l’obiettivo di evidenziare i problemi che si erano accumulati all’interno della CRI nei 16 anni di commissariamento. La Commissione, pur riconoscendo la straordinaria capacità, i valori, lo spirito di servizio che caratterizzano una grande parte delle persone che lavorano nell’associazione, riconosceva che la CRI si trovava di fronte a una crisi permanente e a un governo caratterizzato da microconflittualità centrali e periferiche;

per rispettare la storia e soprattutto dare, in sintonia con i valori, le motivazioni agli aderenti, la Commissione esprimeva la necessità di un vero, profondo cambiamento dei suoi aspetti, con umiltà e con il rispetto che si deve alla CRI, che deve essere considerata un importante patrimonio sociale dell’intero Paese: era maturo, pertanto, il tempo di avviare una verifica severa e progettuale in funzione dei valori e degli obiettivi prioritari che la CRI doveva assumere nel campo sociale, sanitario e della protezione civile;

nel corso dei decenni, altri Statuti tentarono di definire l’organizzazione della CRI: tra tutti, fra buoni propositi elencati nei “Compiti” e la realtà formale,”normata”, i Comitati locali rappresentano la più evidente incapacità di quella rifondazione di cui necessita la CRI. Così l’ultimo statuto, nonché la legge delega;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

l’inaccettabile configurazione dei Comitati locali era già evidente nella proposta di statuto presentata all’Assemblea dei soci della CRI dal commissario Scelli, in cui si ipotizzava la costituzione di società per azioni. Con la conversione del decreto-legge, scomparve la CRI SpA, ma non le anomalie relative ai Comitati locali, non più strutture operative della SpA, ma abbandonati a se stessi. I Comitati locali gestiscono quei servizi e quelle attività che costituiscono i compiti istituzionali (cioè commessi dalle convenzioni e dalle risoluzioni internazionali), ma devono auto-finanziarli, debbono trovare risorse economiche per mantenere se stessi, le attività e i servizi, ormai irrinunciabili e fortemente radicati sul territorio;

i molti, troppi commissariamenti sono stati fallimentari, anzi nocivi, all’Associazione perché la scelta dei commissari è sempre stata una scelta strumentale al soddisfacimento di qualche personaggio politico, alla premiazione di chi avesse bene meritato, non della CRI, ma di qualche partito politico;

l’anomalia più stridente nella prefigurata organizzazione della CRI è il mantenimento del Corpo militare e delle Crocerossine “militarizzate” esse pure;

tutte le società di Croce Rossa e Mezza Luna Rossa sono “ausiliarie dei Pubblici poteri” e, in tempo di guerra, “ausiliarie delle Forze armate”. Per questo compito devono preparare e formare volontari, in tempo di pace;

in età fascista, in Italia, Spagna e Grecia, le rispettive società di Croce Rossa avevano costituito un Corpo militare. L’assurdità di un corpo militare dipendente dal Ministero della guerra (poi “della difesa”) in un’Associazione per definizione, per storia, per statuto, assolutamente neutrale, fu avvertita dagli altri Stati, non dall’Italia che li mantenne ed anzi donò alle Crocerossine la “Bandiera di Guerra”;

pertanto la riorganizzazione della CRI non può mantenere l’Associazione unica al mondo ad avere dei Corpi militari, con stellette, gradi, compiti presso l’esercito spesso prevalenti su quelli della CRI;

come affermò un Presidente della Croce Rossa Internazionale, tutte le società nazionali di Croce Rossa hanno delle infermiere, loro vanto è la Croce Rossa sulla bianca divisa e non le spalline con le stellette militari;

considerato che:

la Cisl Fp dice no al ridimensionamento della CRI, un progetto che il Governo Monti vorrebbe attuare e che, per il sindacato, metterebbe a rischio qualità dei servizi ed i posti di lavoro;

dopo l’incontro con il Ministro della salute, Renato Balduzzi, la federazione del pubblico impiego della Cisl esprime forte preoccupazione sul piano di riordino della CRI che prevede la soppressione dell’attuale ente pubblico ed il trasferimento delle funzioni ad una associazione di interesse pubblico con personalità giuridica di diritto privato. Si legge sul quotidiano della Cisl “Conquiste del lavoro”: «”Abbiamo manifestato al ministro il nostro dissenso – spiega Giovanni Faverin, segretario generale della Cisl Fp – rispetto ad una scelta che può tradursi facilmente in un ridimensionamento del livello della qualità e quantità di servizi. Prestazioni che, interessando l’assistenza sociale ed il soccorso sanitario, sono vitali per le persone e le comunità. Siamo i primi a chiedere la riqualificazione della spesa pubblica e la riorganizzazione della Croce Rossa. Ma diciamo no ad operazioni draconiane, a tagli lineari di spesa e di posti di lavoro che finiscono per pesare sulla collettività più di quanto promettono di risparmiare: perché non tagliano costi inutili ma carne viva”. Il piano del ministro pone seri problemi sul versante della occupazione, attacca la Cisl Fp. “L’eventuale passaggio della Croce Rossa – aggiunge Faverin – ad associazione privata consentirà infatti alla nuova dirigenza di stabilire le dotazioni organiche senza discutere i criteri di scelta e senza garanzie per i lavoratori in esubero. Per molti di loro si profilerebbe la mobilità. Mentre i lavoratori a tempo determinato finirebbero addirittura per rimanere a casa alla scadenza del contratto e comunque entro la fine del prossimo anno. Tutto questo è inaccettabile. Sono a rischio 3.000 posti di lavoro”. La protesta non si ferma. La Cisl Fp rilancia. Vengono confermate tutte le iniziative in programma, a partire dal presidio di oggi davanti alla sede del Ministero della Salute. “Dal ministro ci aspettiamo una nuova convocazione per la prossima settimana – conclude Faverin -. E una modifica sostanziale ad un progetto che così com’è è inaccettabile”»;

i coordinatori nazionali dei sindacati CGIL e USB, Pietro Cocco e Massimo Gesmini, hanno rivolto un appello al Ministro della salute Renato Balduzzi in relazione alle notizie e alla bozza di decreto legislativo sulla riorganizzazione della Croce Rossa circolate negli ultimi giorni, affinché nell’emanare il testo definitivo del provvedimento normativo il Governo tenga conto di quanto le organizzazioni sindacali hanno già rappresentato nel corso degli incontri svoltisi nelle sedi istituzionali e cioè che la privatizzazione dell’Associazione deve necessariamente essere il frutto di una gestione ordinaria e non commissariale;

il segretario del Pdm (Partito per la tutela dei Diritti di Militari e Forze di polizia), Luca Marco Comellini, si è associato alla richiesta delle organizzazioni sindacali augurandosi che da parte del Ministro vi sia massima attenzione e che la legalità e la trasparenza siano il centro della questione. Comellini ha inoltre ricordato al Ministro Balduzzi che occorre evitare che si ripeta quanto avvenuto lo scorso mese di dicembre 2011 in occasione del maldestro tentativo, conclusosi con un nulla di fatto, di far passare dalle Commissioni parlamentari un decreto viziato ab origine;

lo scorso 26 gennaio accogliendo l’ordine del giorno 9/4865-AR/10 il Governo si è assunto l’impegno di far eleggere entro il 1° giugno i nuovi vertici della Croce Rossa,

si chiede di sapere:

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di garantire alla CRI un ordinamento di giustizia, di rigore e trasparenza amministrativa nonché di valorizzazione di quanti vogliono contribuire disinteressatamente alla crescita culturale, morale ed operativa dell’ente, ponendo fine ad ogni forma di gestione clientelare e personalistica, che garantisce impunità ai “favoriti”;

se non ritenga che dovrebbero essere i soci della CRI a decidere il futuro dell’Associazione e non la politica degli interessi e che il Corpo militare potrebbe utilmente essere accorpato nella Protezione civile, ai fini della cui attività, il Corpo militare dispone di notevolissime attrezzature e di una certa preparazione, ma non nella sanità, o comunque che il Ministro della difesa se ne faccia carico, assumendo ogni utile iniziativa per una adeguata collocazione degli appartenenti nei corrispondenti ruoli delle Forze armate;

quali iniziative intenda intraprendere al fine di avviare immediatamente nuove elezioni per organi collegiali democraticamente eletti fino al riordino della CRI, riportandola ai compiti istituzionali, considerato che, a giudizio dell’interrogante, in questi anni di commissariamento non è stato prodotto alcun miglioramento gestionale dell’ente;

quali iniziative, alla luce delle preoccupazioni esplicitate dalla Cisl Fp in relazione al piano di riordino della CRI, intenda assumere, nell’ambito delle proprie competenze, per salvaguardare l’attività dei lavoratori in questione.

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Aeroporto Taranto-Grottaglie

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07535
Atto n. 4-07535

Pubblicato il 23 maggio 2012, nella seduta n. 729

LANNUTTI – Al Ministro dello sviluppo economico. -

Premesso che a quanto risulta all’interrogante:

l’aeroporto di Taranto-Grottaglie, nonostante i lavori effettuati per gli adeguamenti strutturali rimane ad oggi chiuso ai voli civili, sia di linea che charter, rimanendo aerostazione a vocazione prevalentemente cargo;

la società Aeroporti di Puglia SpA, detentrice della concessione quarantennale Enac per gli aeroporti di Puglia, ignora sistematicamente le problematiche dello scalo ionico persino nella assemblea annuale dei soci. Nel report annuale 2010, per esempio, afferma semplicemente che per quanto riguarda l’aeroporto di Grottaglie nel 2010 è stato registrato un forte incremento delle merci trasportate (57,1 per cento), confermando la vocazione di questa importante infrastruttura aeroportuale ai servizi logistici e cargo;

l’aeroporto stesso è registrato come aeroporto civile nazionale e comunitario;

nel 1999, in occasione del conflitto bellico in Kosovo, gli aeroporti di Bari e Brindisi, per motivi di sicurezza, furono chiusi facendo transitare i voli civili sull’aeroporto di Taranto-Grottaglie, trasformando quest’ultimo in “idoneo” al trasporto passeggeri;

nel 2006, a seguito dell’insediamento del Gruppo Alenia-Aeronautica presso il citato scalo per la produzione delle fusoliere della Boing, lo scalo è stato adeguato per consentire l’atterraggio dei pesantissimi Boing Cargo, risultando a fine lavori una delle piste più lunghe d’Italia. Costo dell’operazione 200 milioni di euro;

considerato che:

dal Piano regionale dei trasporti – Piano attuativo 2009-2013 della Regione Puglia-Assessorato ai trasporti e alle vie di comunicazione, si evince che l’aeroporto di Grottaglie, ferma restando la possibilità di sviluppare traffico passeggeri a servizio della domanda generata dal proprio territorio di riferimento (il Piano prospetta l’attivazione di voli charter anche a valenza internazionale con caratteristiche stagionali), è chiamato principalmente ad integrarsi nel sistema logistico-portuale dello Ionio, costituendone uno dei punti di forza grazie alle caratteristiche dei suoi impianti e alla sua elevata accessibilità ulteriormente migliorata attraverso la previsione dell’adeguamento dello svincolo sulla SS7. L’aeroporto potrà costituire un ulteriore incentivo per attrarre investimenti privati nel Distripark completando il network di feederaggio multimodale a supporto del sistema portuale; dallo stesso Piano si apprende che l’accessibilità stradale dell’aeroporto di Grottaglie è stata migliorata attraverso il collegamento diretto con la viabilità di interesse nazionale. La realizzazione dei numerosi potenziamenti stradali previsti in Salento consentono di migliorare i collegamenti dell’aeroporto con il porto di Taranto e le principali aree produttive e turistiche della zona;

nell’atto integrativo del Settore aeroportuale dell’Accordo di programma quadro “Trasporti: Aeroporti e Viabilità” del 23 febbraio 2005, la Regione Puglia, l’Enac e l’Enav sottoscrivono che allo stato era necessario completare il quadro della programmazione con gli investimenti necessari alla destinazione dell’aeroporto di Grottaglie ad aeroscalo merci. Tali interventi avrebbero consentito la valorizzazione delle infrastrutture esistenti ed il potenziamento del sistema della logistica intermodale in relazione, anche, alla presenza di Taranto Container Terminal (TCT);

nella Convenzione stipulata il 22 gennaio 2002 tra Enac ed Aeroporti di Puglia si stabilisce per tutti gli aeroporti pugliesi (Bari, Brindisi, Foggia e Taranto) di erogare con continuità e regolarità, nel rispetto e secondo le regole di non discriminazione dell’utenza, i servizi di propria competenza;

nella citata Convenzione la concessionaria assicura la piena operatività di ciascun aeroporto e che, nel caso di mancato ed immotivato rispetto del programma di interventi e del piano degli investimenti o di grave e immotivato ritardo nell’attuazione degli stessi, l’Enac dispone la revoca della concessione;

dalle caratteristiche e dai dati riguardanti lo scalo di Taranto-Grottaglie riportati nelle pubblicazioni aeronautiche risulterebbe che l’aeroporto è aperto al traffico aereo civile, mentre in realtà si configura solo la presenza sporadica di piccoli velivoli charter nei mesi estivi e/o voli privati;

la pista di 3.200 metri dello scalo è tra le più lunghe d’Italia, per cui dovrebbero essere garantiti quotidianamente i servizi aeroportuali, handling, antincendio, carburante, controllo del traffico aereo, informazioni volo, meteorologia, manutenzione di impianti luminosi, di telecomunicazioni e radioassistenze, oltre che, su richiesta, dogana, polizia e servizio sanitario, con costi gestione annui di 20 milioni di euro;

l’aeroporto di Taranto nel Piano regionale dei trasporti, destinato prioritariamente ai movimenti cargo, non impedisce l’utilizzo dello scalo anche per il trasporto passeggeri, considerato anche il fatto che i voli cargo non sono stati incentivati da Aeroporti di Puglia, e costituiscono ad oggi un numero lirnitato di voli (uno o due settimanali per conto della Boeing per Alenia);

Taranto è collocata in un’area strategica per le comunicazioni intermodali, a ridosso di due Regioni (la Calabria e la Basilicata) che, non avendo aeroporti vicino, potrebbero sostenere la domanda di una notevole utenza per i voli civili;

l’utilizzo a pieno regime dello scalo grottagliese, unitamente al Porto di Taranto, rappresenterebbe il volano per lo sviluppo economico, turistico e sociale di tutta la terra ionica;

il territorio ionico sarebbe fortemente avvantaggiato da un incremento dei flussi turistici nell’area essendo una delle principali mete turistiche della Regione;

la valorizzazione delle locazioni naturali, della cultura, delle tradizioni con i partner pubblici e privati che perseguono i medesimi obiettivi rappresenta un’efficace forma di sviluppo sostenibile del territorio;

il Ministro dello sviluppo economico Corrado Passera ha confermato la volontà del Governo di razionalizzare il sistema degli aeroporti italiani e che un singolo aeroporto non va valutato in quanto tale, ma va valutato alla luce del contesto regionale e territoriale;

visti:

la delibera della Giunta del Comune di Martina Franca, n. 111 del 22 aprile 2011 avente ad oggetto “Manifestazione adesione iniziativa costituendo consorzio le Rotte del Sole” con la quale l’Ente esplicita la condivisione dell’iniziativa al fine di predisporre e raggiungere l’obiettivo di rendere l’aeroporto di Taranto-Grottaglie disponibile a tutto il traffico aereo, passeggeri e commerciale, promuovere l’attivazione di voli turistici da e per l’aeroporto di Taranto-Grottaglie, promuovere iniziative per incrementare i flussi turistici nel territorio;

la delibera del Consiglio comunale di Taranto del 25 giugno 2010, pubblicata all’Albo Pretorio dal 13 luglio 2010 al 23 luglio 2010, n. 6644 del Registro Pubblico, in cui l’Ente approva l’ordine del giorno relativo all’aeroporto Arlotta Taranto-Grottaglie al fine di intraprendere iniziative concrete per la riapertura dell’aeroporto di Taranto al traffico passeggeri;

la richiesta del Consiglio comunale di Grottaglie del 25 novembre 2010 che le Autorità competenti e la Regione Puglia (socio di maggioranza) facciano pressione su Aeroporti di Puglia; Aeroporti di Puglia renda fruibile, da subito, l’aeroporto di Taranto-Grottaglie rendendolo disponibile anche a richiesta di operatori privati; Aeroporti di Puglia promuova ogni azione utile ad attivare vettori italiani o comunitari; l’aeroporto debba poter funzionare regolarmente così come avviene per altri aeroporti di Puglia; infine che sia istituito un tavolo tecnico per trovare una compagnia che possa utilizzare l’aeroporto;

l’interessamento della Provincia di Taranto, che ha dedicato una seduta consiliare ad hoc, affinché vengano istituiti voli passeggeri da/per lo scalo Arlotta con principali destinazioni Roma e Milano, con cadenza giornaliera;

le risultanze dell’audizione tenutasi nella V Commissione regionale con all’argomento la riattivazione dei voli civili nell’aeroporto Taranto-Grottaglie del 12 aprile 2011, in cui la Provincia di Taranto, i Sindaci di Taranto, di Grottaglie, di altri Comuni dell’arco ionico, l’Associazione Tarantovola, le organizzazioni sindacali CGIL-CISL-UIL hanno richiesto con forza all’Assessore ai trasporti e al Direttore di Aeroporti di Puglia di riattivare lo scalo di Grottaglie anche ai voli civili;

l’ordine del giorno del Consiglio regionale Puglia, approvato all’unanimità il 27 settembre 2011, che impegna il Governo regionale a proseguire nell’utile interlocuzione con il territorio della Provincia di Taranto e con Aeroporti di Puglia per la valorizzazione dell’importante infrastruttura aeroportuale di Grottaglie predisponendola anche ai voli civili;

la raccolta di firme per riattivare l’aeroporto “Arlotta” di Grottaglie che il Movimento Aeroporto Taranto ha fatto pervenire al Presidente della Repubblica e ai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica;

il procedimento aperto dalla Procura della Repubblica di Taranto, a seguito di un esposto denuncia dell’associazione “Taranto c’e”, sull’operato della società Aeroporti di Puglia SpA che avrebbe utilizzato in maniera anomala oltre 100 milioni di euro di fondi europei destinati all’aeroporto Arlotta di Grottaglie,

si chiede di sapere:

se al Ministro in indirizzo risulti che la società Aeroporti di Puglia nella governance dell’aeroporto “Arlotta” di Taranto-Grottaglie abbia rispettato la Convenzione stipulata con Enac, nell’erogazione delle risorse con continuità e regolarità nel rispetto e secondo le regole di non discriminazione dell’utenza;

se risulti che le risorse nazionali ed europee ricevute per Taranto da Aeroporti di Puglia siano state utilizzate per altre esigenze;

se risulti che le varie procedure di gara avviate da Aeroporti di Puglia nei vari settori di competenza siano state espletate secondo le Convenzioni stipulate con Enac e nel rispetto del Piano regionale dei trasporti.

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Intervento in Aula per sollecito interrogazioni presentate sui contratti derivati

Legislatura 16ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 728 del 23/05/2012

Per lo svolgimento di un’interpellanza

LANNUTTI (IdV). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LANNUTTI (IdV). Signora Presidente, la ringrazio per avermi dato la parola anche se ho chiesto solo ora di intervenire.

Torno a sollecitare le risposte del Governo ad una serie di atti di sindacato ispettivo, ultima l’interpellanza 2-00468 riguardante lo scandalo planetario dei prodotti finanziari derivati, vere e proprie armi di distruzione di massa delle democrazie e della sovranità popolare.

I banchieri speculatori, collusi con le autorità vigilanti come FED, BCE e Bankitalia, continuano ad emettere montagne di derivati per una somma pari a 650 trilioni di dollari, 12 volte il PIL del mondo che misura il sudore degli uomini. Le conseguenze sono perdite rilevanti su queste scommesse, così come è accaduto alla JP Morgan che non si sa bene se abbia perso tre o dieci miliardi di dollari, soldi che vengono poi ripianati dai Governi tramite le tasse dei contribuenti.

Questa cricca mafio-massonica composta da banchieri centrali, fondi, agenzie di rating, oltre a decidere sui destini del mondo, decide di far reprimere con i manganelli quelle manifestazioni pacifiche che da oltre un anno si svolgono in ogni parte del globo: sono giovani che protestano contro l’1 per cento della popolazione che ruba il futuro al restante 99 per cento che non ne può più di subire.

Signora Presidente, ricordo che avrò presentato 40 o 50 atti di sindacato ispettivo per i quali, così come è accaduto al senatore Amato, non ho ricevuto alcuna risposta.

Ogni giorno vengono manipolati i mercati su piattaforme opache tramite i meccanismi ad alta frequenza HFT e chi paga poi è sempre il povero risparmiatore.

Ricordo che i prodotti derivati sono anche in pancia agli enti locali sui quali, fortunatamente, alcune procure della Repubblica stanno indagando. Si parla di 66,5 miliardi di euro.

Voglio anche ricordare che il signor Mario Draghi, Presidente della BCE, quando è stato direttore generale del Tesoro ha cominciato a sottoscrivere prodotti derivati per circa 160 miliardi che sono in pancia al Tesoro; tra l’altro, sono stati anche rimborsati oltre tre miliardi in maniera più o meno clientelare.

Signora Presidente, davvero è arrivato il momento in cui questo Governo tecnico risponda agli atti di sindacato ispettivo, anche perché il 31 maggio di ogni anno si celebra a Palazzo Koch, via Nazionale 91, a Roma, la messa cantata della Banca d’Italia. Una Banca d’Italia collusa con i banchieri non serve a nessuno. La BCE ha erogato all’Italia un prestito triennale di 270 miliardi di euro ad un tasso dell’1 per cento. Le famiglie sono strozzate, la gente si deve impiccare, si compiono gesti estremi, suicidi, e questi personaggi fanno utili trimestrali con i prestiti della BCE.

Signora Presidente, la ringrazio ancora per avermi dato la parola. L’Italia dei Valori partecipa da molti anni alla manifestazione che si svolge il 31 maggio davanti la Banca d’Italia; a suo tempo siamo stati anche picchiati dalla polizia, nonostante manifestassimo pacificamente contro l’ex governatore Draghi. Ci siamo presi le botte. Annuncio che quest’anno ho invitato anche Beppe Grillo alla manifestazione. Mi auguro che possa venire perché bisogna scardinare questo potere ottuso di Palazzo Koch e della Banca d’Italia.

Chiunque è invitato a venire. La gente non ne può più della collusione con le banche e con i banchieri.

PRESIDENTE. Senatore Lannutti, anche per lei solleciteremo qualche risposta da parte del Governo.

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Mancato risarcimento dello Stato per calamità naturali

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07519
Atto n. 4-07519

Pubblicato il 22 maggio 2012, nella seduta n. 727

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

le disposizioni inserite nel decreto-legge n. 59 del 2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 113 del 16 maggio 2012 (appena quattro giorni prima del sisma che ha sconvolto l’Emilia), che riforma la Protezione civile, nel quale, tra l’altro, viene confermata la “tassa sulla disgrazia”, con l’unica differenza rispetto alla precedente formulazione che le Regioni avranno la facoltà, e non l’obbligo, di alzare le accise sulla benzina fino ad un massimo di cinque centesimi, stabilisce che, in caso di calamità naturali, terremoti, frane o alluvioni, lo Stato non pagherà più i danni ai cittadini;

in particolare l’art. 2 del citato decreto-legge determina che “Al fine di consentire l’avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali sui fabbricati a qualunque uso destinati (…) possono essere estese ai rischi derivanti da calamità naturali le polizze assicurative contro qualsiasi tipo di danno a fabbricati di proprietà di privati”;

entro 90 giorni il Governo, di concerto con i Ministeri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico e sentita la Conferenza Stato-Regioni, dovrà adottare un regolamento in base al quale dovrebbero essere previste agevolazioni fiscali per chi si assicura;

il decreto-legge stabilisce anche che la durata dello stato d’emergenza, cioè il periodo in cui è lo Stato a farsi carico di tutte le spese, può essere di 60 giorni con un’unica proroga di altri 40;

considerato che:

il nuovo meccanismo di finanziamento della ricostruzione potrebbe essere applicato per la prima volta proprio dopo il sisma in Emilia;

a giudizio dell’interrogante non prevedere forme di risarcimento da parte dello Stato, infatti, vorrebbe dire rendere obbligatorie le polizze sulle calamità naturali, accrescendo così gli introiti delle compagnie assicurative, che già guadagnano abbastanza applicando le tariffe RC auto più care d’Europa;

secondo una stima di Adusbef e Federconsumatori i maggiori guadagni, con un costo medio di 200 euro l’anno a polizza, ammonterebbero a circa 6 miliardi di euro (assicurando 30 milioni di abitazioni private tra prime e seconde case). Cifre oltretutto insostenibili per le famiglie, già duramente colpite dalla crisi;

la casa non può essere considerata come un’automobile. La differenza fra un’auto ed un fabbricato sta nelle responsabilità personali e civiche. Se un’auto incorre in un incidente, è quasi sempre colpa di un guidatore che va troppo veloce, che si distrae, che non ha controllato una gomma. Un’alluvione o un terremoto rinviano sempre a responsabilità relative alla mancata manutenzione del territorio o a costruzioni non a norma anti sismica, e queste sono solo ed esclusivamente responsabilità dello Stato, inteso come Comune, Provincia e Regione, con annessi organi istituzionali che concedono licenze facili e permettono disastri e devastazioni sul territorio. Il mancato investimento nel dissesto idrogeologico non può essere colpa del singolo cittadino, né degli eventi atmosferici;

inoltre lasciare in mano alle compagnie le assicurazioni per calamità naturali vorrebbe dire creare un’immensa disparità tra i cittadini, con costi improponibili per assicurare le abitazioni che si trovano in aree sismiche e a rischio idrogeologico e costi più bassi per chi abita in aree non a rischio. Senza contare che le compagnie assicurative non stipuleranno polizze in quelle zone dove i rischi sono più alti,

si chiede di sapere:

quali urgenti iniziative il Governo intenda assumere al fine di rivedere la disposizione di cui in premessa, anche alla luce dell’evento sismico che ha colpito l’Emilia, e provvedere ad ogni forma di garanzia per il rispetto del principio di equità tra i cittadini, considerato che non si può permettere alle compagnie di assicurazione di lucrare sulle disgrazie delle vittime di calamità naturali;

se abbia previsto cosa accadrà per i cittadini a partire dal centunesimo giorno quando, stando a quanto stabilito dal decreto-legge, finirà lo stato di emergenza, e chi si farà carico delle spese di ricostruzione;

se non intenda, piuttosto, anche al fine di risparmiare sui risarcimenti, disporre un serio piano di controlli ed operazioni per mettere a norma gli edifici secondo le più moderne tecniche antisismiche e garantire sotto ogni forma il rispetto dell’ambiente e del territorio.

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Terremoto Emilia

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07515
Atto n. 4-07515

Pubblicato il 22 maggio 2012, nella seduta n. 727

LANNUTTI – Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

come il terremoto de L’Aquila. Anche se, fortunatamente, le conseguenze sono molto meno gravi. Una scossa di magnitudo 6 ha fatto tremare alle ore 4.05 del 20 maggio 2012 tutto il Nord Italia, seminando morte e distruzione in Emilia: l’epicentro del sisma viene individuato a 36 chilometri a nord di Bologna, tra le province di Modena e Ferrara. Finale Emilia, nel modenese, e Sant’Agostino, nel ferrarese, sono i centri più colpiti. Sotto le macerie rimangono quattro operai e un’ultracentenaria, mentre una cittadina tedesca di 37 anni e una donna di 86 anni muoiono per un malore legato ai crolli. Almeno 50 i feriti. Alla prima scossa, avvertita anche in Lombardia, Liguria, Toscana e Triveneto, ne seguono molte altre, un’ottantina. La più forte, di intensità pari a 5.1, nel primo pomeriggio. Migliaia di persone rimangono per strada. Secondo le stime della Protezione civile relativamente alle vittime del terremoto sono 7 i morti e 4.000 gli sfollati tra le zone che interessano il modenese e il ferrarese;

è possibile che non ci sia alcun nesso tra il terremoto ed il fenomeno dell’abbassamento del mare, denominato “subsidenza”;

secondo quanto si apprende su Wikipedia, «La subsidenza o subsistenza è un lento e progressivo abbassamento verticale del fondo di un bacino marino o di un’area continentale. Il fenomeno è particolarmente evidente nelle aree di geosinclinale dove l’attiva sedimentazione produce imponenti serie detritiche, con spessori che possono essere di migliaia di metri; ciò è spiegabile solo ammettendo un lento abbassamento del bacino simultaneamente alla deposizione e all’accumulo dei sedimenti. La subsidenza rappresenta il progressivo abbassamento del piano campagna dovuto alla compattazione dei materiali. Può essere di due tipi: naturale: i sedimenti sono molto porosi e tendono a comprimersi, riducendosi di volume e quindi abbassarsi se hanno sopra un carico; indotta: l’uomo estrae acqua, petrolio o gas dal terreno diminuendo la pressione dei fluidi interstiziali residui, si ha quindi un assestamento del terreno. Legate alla subsidenza sono anche le barriere coralline la cui formazione è dovuta a organismi costruttori di basse profondità (da 0 a poche decine di metri); a mano a mano che le barriere sprofondano, i coralli costruiscono nuovo materiale per la necessità di rimanere all’interno della zona fotica, vivendo in simbiosi con microalghe. Si possono avere fenomeni di subsidenza anche in aree epicontinentali e in zone deltizie e lagunari. Per spiegare la subsidenza sono state avanzate diverse ipotesi: l’ipotesi isostatica secondo cui il peso stesso, l’assestamento del materiale incoerente, le oscillazioni dei livelli di falda porterebbero allo sprofondamento del substrato; processi tettonici; la teoria dei moti di convezione subcrostali, i quali trascinerebbero parte del sovrastante materiale sialico, inglobandola; la teoria della corrosione della base della litosfera prodotta dalla sottostante astenosfera. Le prime due ipotesi sono le più accreditate e potrebbero entrambe spiegare le diverse forme di subsidenza osservabili nel nostro pianeta. L’abbassamento del suolo può essere legato anche ad alcuni aspetti dell’attività antropica che possono influenzare in modo considerevole il fenomeno o addirittura determinarne l’innesco. La subsidenza indotta dall’uomo si manifesta in genere in tempi relativamente brevi (anche poche decine di anni), con effetti che possono compromettere fortemente opere ed attività umane. Le cause più diffuse sono essenzialmente lo sfruttamento eccessivo delle falde acquifere, l’estrazione di idrocarburi, le bonifiche idrogeologiche. Il grado di antropizzazione di un’area, già di per sé predisposta geologicamente alla subsidenza, può sia influenzare tale fenomeno, sia esserne condizionato. In Italia vi sono diverse aree interessate dalla subsidenza come la Pianura Padano-Veneta (inclusi i margini meridionali dei laghi alpini) o molte piane costiere (ad esempio la Pianura Pontina). Negli ultimi tempi anche la valle dell’Aniene, in provincia di Roma, è gravemente interessata da fenomeni simili. Ben noti e oggetto di particolare attenzione per la loro rilevanza economica e artistica sono i casi di Venezia e Ravenna. Qui hanno interagito negativamente processi naturali e attività antropiche. Pur essendo attualmente sotto stretto controllo, difficilmente si potrà completamente arrestare il fenomeno, essendo connesso a processi diagenetici, tettonici e di riequilibrio isostatico. Per contrastare gli effetti della subsidenza, è innanzitutto opportuno misurarla con precisione, cercando di dividerne le diverse componenti (naturale, tettonica, da compattazione superficiale, antropica etc). A tale scopo è importante prevedere in aree considerate a rischio un adeguato monitoraggio che misuri con precisione sufficiente i movimenti verticali del suolo. Tale monitoraggio viene effettuato ad oggi attraverso l’utilizzo comparato e complementare (in quanto nessuna delle metodologie è di per sé esaustiva del fenomeno che intende caratterizzare) di sofisticate metodologie di misurazione»;

si legge ancora: «Una relazione del Consorzio di Bonifica Delta Po Adige fornisce alcuni dati per comprendere meglio la portata dell’intervento dell’uomo su un territorio che era per la sua natura alluvionale già soggetto a fenomeni di subsidenza naturali. Dagli anni ’30 e soprattutto negli anni ’40 e ’50, fino alla sospensione decisa dal Governo nel 1961, furono estratti anche nel territorio del Delta del Po miliardi di m³ di metano e gas naturali. L’estrazione avveniva da centinaia di pozzi (una trentina nel Delta) che non raggiungevano i 1000 metri di profondità. Tramite dei manufatti in calcestruzzo, in parte ancora visibili su territorio, il gas veniva inviato alle centrali di compressione, mentre l’acqua salata (1 m³ di acqua per ogni m³ di gas estratto) veniva scaricata nei fossi e negli scoli. Dal 1954 al 1958 furono estratti 230 milioni di m³ di gas per anno; nel 1959 si salì a 300 milioni. Dal 1951 al 1960 furono misurati abbassamenti medi del suolo di un metro con punte di due metri; nonostante la sospensione delle estrazioni del 1961 il territorio continuò a calare molto nei 15 anni successivi; dall’inizio degli anni ’50 a metà degli anni ’70 il territorio è calato mediamente di oltre 2 metri sino a punte di 3,5 metri. Rilievi recenti dell’Istituto di Topografia della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Padova hanno stabilito che i territori deltizi dell’Isola di Ariano e dell’Isola della Donzella si sono ulteriormente abbassati di 0,5 metri che vanno ad aggiungersi ai 2 – 3 metri sotto il livello del mare del territorio. Le conseguenze della subsidenza, anche sotto il profilo economico, sono facilmente immaginabili (…) sulle arginature: il terreno che si abbassa trascina con sé anche gli argini. Questo causa minor spessore delle fiancate di sicurezza degli stessi, maggiori spinte dell’acqua, maggiore possibilità di formazione di fontanazzi e tracimazioni, maggiori possibilità di cedimenti degli argini. Le infiltrazioni sono calcolate in 70 litri al secondo per Km di argine. Le rotte del Po: l’Alluvione del Polesine del novembre 1951, le due rotte del Po di Goro nell’Isola di Ariano, la rottura dell’argine a mare in Comune di Porto Tolle, altre rotte di altri rami, avvennero negli anni in cui si estraeva il metano. Fu necessario rialzare e allargare gli argini dei fiumi (480 km) e gli argini a mare (80 km), con una spesa stimata di 3.300 milioni per gli argini di tutto il Polesine. (…) fu necessario ricostruire tutto il sistema di scolo con ricalibrazione delle sezioni e delle pendenze necessarie, demolire e ricostruire manufatti, chiaviche, ponti sui canali e sugli scoli, ricostruire o adeguare ai nuovi livelli dell’acqua le idrovore, con una spesa stimata di 700 milioni di Euro. Il Delta e gli altri territori del comprensorio del Consorzio di Bonifica Delta Po Adige (Comuni del Delta più Rosolina e un piccolissima parte di Chioggia) vengono mantenuti asciutti da 38 idrovore e 117 pompe, con una capacità di sollevamento di 200mila litri al secondo, con una spesa di 1.600.000 Euro per anno di sola energia elettrica, per una altezza media di sollevamento acque maggiore di 4 metri»;

considerato che:

l’8 novembre 2011 sul link di “blogosfere” è pubblicata la seguente notizia, dal titolo «Clamoroso: “Il nostro fracking causa terremoti”», firmato da Debora Billi, in cui si legge: «”Quindi abbiamo la certezza: il fracking può causare terremoti. È il caso di pensare bene se praticare una simile attività anche in Italia, con buona pace di chi invoca “le nuove tecnologie estrattive” come panacea per i problemi energetici del Belpaese. Polemiche negli States, questa settimana, per il terremoto record di magnitudo 5,6 che ha scosso l’Oklahoma, ultimo di una serie di fenomeni analoghi in una zona che è considerata da sempre geologicamente tranquilla. Il Los Angeles Times ha posto sul tavolo la questione del fracking, estrazione di gas di scisti, come causa potenziale, seguito da molti altri giornali del Paese. Anche l’Oklahoma Geological Survey ha studiato uno sciame sismico nella zona di Garvin, a gennaio scorso, concludendo che: La forte correlazione nel tempo e nello spazio, così come la ragionevole coincidenza con il modello fisico suggeriscono che ci sia una possibilità che questi terremoti siano causati dall’hydraulic fracturing. Non c’è voluto molto perché gli esperti si affrettassero a smentire, sostenendo che il terremoto dell’Oklahoma è stato troppo forte perché la responsabilità fosse del fracking. Insomma, il solito balletto di “fa male-non fa male”, con rimpalli tra esperti come accade spesso per attività pericolose ma redditizie. Stavolta, però, subentra la variabile impazzita: ovvero, una compagnia petrolifera che si occupa di fracking e che ammette nero su bianco che le sue trivellazioni causano terremoti, come da titolone su Business Insider. Il comunicato della Cuadrilla Resources dice infatti: L’attività di fracturing del pozzo Cuadrilla’s Preese Hall-1 ha scatenato un certo numero di eventi sismici minori. Gli eventi sismici sono stati causati da un’inusuale geologia al sito del pozzo combinata con la pressione esercitata dalle iniezioni d’acqua previste dalle operazioni. Quindi abbiamo la certezza: il fracking può causare terremoti»;

venerdì 18 luglio 2008, sullo stesso blog, la stessa Billi firma un pezzo intitolato “Gas in Adriatico. Romantici e poco realisti” scrivendo: «Davanti a Porto Tolle, una collana di giacimenti dai soavi nomi di donna, a testimonianza di quanto siano romantici gli uomini ENI che io ho tanto in simpatia (…) È proprio uno di loro che mi confessa: “La stima è 30 miliardi di metri cubi totali di metano. Una cifra equivalente a soli 6 mesi di consumo italiano. Ci vorranno, naturalmente ad occhio, almeno 3 miliardi di euro per fare tutte le piattaforme di trivellazione. E minimo minimo 20 anni per estrarre tutto il prezioso gas. Se noi spalmiamo le 24 settimane presenti in 6 mesi su tutti i 20 anni, scopriamo che questi giacimenti saranno in grado di coprire appena 10 giorni l’anno del consumo totale italiano di gas. Se fossi più brava a fare i conti andrei a scoprire quanto gas si può comprare con i 3 miliardi di euro necessari a costruire le piattaforme. E a questi aggiungerei i miliardi che serviranno per cercare di tamponare la subsidenza, ovvero l’abbassamento dei terreni che poggiano sull’area interessata. E poi gli altri quattrini per eventuali sversamenti nell’ecosistema circostante. E infine, ad esser pessimisti, i soldi buttati per il Mose che a questo punto potrebbe non servire proprio più a nulla: già avevano sbagliato i calcoli prima, figuriamoci con la variabile delle piattaforme»,

si chiede di sapere:

se il Governo possa escludere che le scosse telluriche di magnitudo 6, che hanno fatto tremare il 20 maggio 2012 tutto il Nord Italia, seminando morte e distruzione in Emilia, siano state causate dal fenomeno denominato subsidenza;

se gli abbassamenti del suolo fino a 2 metri, registrati dal 1951 al 1960, arrivate a punte di 3,5 metri a metà degli anni ’70, secondo i recenti rilievi dell’Istituto di topografia della facoltà di Ingegneria dell’Università di Padova, che hanno stabilito che i territori deltizi dell’isola di Ariano e dell’isola della Donzella si sono ulteriormente abbassati di 0,5 metri che vanno ad aggiungersi ai 2-3 metri sotto il livello del mare del territorio, non siano stati la concausa delle scosse telluriche;

se l’estrazione metanifera non abbia determinato i fenomeni di alluvione con le due rotte del Po di Goro nell’isola di Ariano, la rottura dell’argine a mare a Porto Tolle, altre rotte di altri rami, la cui ricostruzione è costata oltre 4 miliardi di euro di opere, come il rialzo e l’allargamento degli argini dei fiumi (480 chilometri) e gli argini a mare (80 chilometri), il rifacimento del sistema di scolo con ricalibrazione delle sezioni e delle pendenze necessarie, demolizione e ricostruzione dei manufatti, fogne, ponti sui canali e sugli scoli, adeguamento ai nuovi livelli dell’acqua delle idrovore, e se non sia stata la causa principale dell’alluvione del Polesine nel novembre 1951;

se il mare Adriatico sia oggetto di perforazioni, trivellazioni e ricerche estrattive (da parte dell’Eni e/o altre multinazionali) che possano essere concausa dei fenomeni tellurici, e se il Governo possa escludere eventuali fenomeni di fracking, come quelli descritti e responsabili dei terremoti in America;

quali misure urgenti intenda attivare per mettere in campo una politica più virtuosa nella tutela dell’ambiente e nella difesa del territorio e del mare, a giudizio dell’interrogante depredati da interessi contingenti e dall’avidità di guadagno di multinazionali, che rischiano di provocare danni enormi per le nuove generazioni.

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Manifestazione giovani a Francoforte davanti a BCE

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00468
Atto n. 2-00468

Pubblicato il 22 maggio 2012, nella seduta n. 727

LANNUTTI – Ai Ministri degli affari esteri, dell’interno e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il 18 maggio 2012 alle ore 16,56, l’agenzia “Asca” ha battuto la notizia dal titolo: “Occupy Frankfurt, proteste pacifiche, 40 arresti fuori da sede da Bce”, in cui si legge: «La polizia tedesca ha arrestato circa 40 manifestanti impegnati nelle dimostrazioni anticapitaliste davanti alla sede della Banca Centrale Europea a Francoforte, organizzate dal gruppo ”Blockupy Frankfurt”. Lo ha riferito all’AFP una portavoce della stessa polizia. Il sindaco della città aveva vietato la gran parte delle manifestazioni, concedendo solo l’autorizzazione a una marcia prevista domani. Alcune centinaia di dimostranti, in buona parte molto giovani, hanno comunque preso d’assedio in modo che la stessa polizia ha definito del tutto pacifico la Willy Brandt Platz, dove ha sede la BCE. Da mercoledì la città è presidiata dalle forze dell’ordine. Davanti alla sede della banca, come riportano i siti web degli attivisti, si possono contare almeno 50 camionette a presidiare le vie di accesso, cannoni ad acqua, centinaia di agenti che cercano di bloccare i gruppi di dimostranti. C’è anche un reparto speciale di ”Polizei Communicator” che avvisa ”con il sorriso sulle labbra” i manifestanti seduti che verranno arrestati se non abbandonano la piazza. ”Abbiamo ridato vita alla disobbedienza civile”, ha dichiarato all’emittente tedesca Phoenix il portavoce di Blockupy, Erik Buhn»;

da oltre due anni, un movimento di giovani manifesta pacificamente nell’intero globo, sia per riappropriarsi di un futuro ipotecato dai Governi, che hanno delegato a tecnocrati ed oligarchi funzioni proprie che attengono ai valori di democrazia e di sovranità popolare, sta contro i “banksters” e l’1 per cento delle élite, che decidono le sorti del 99 per cento dei popoli;

nelle stesse ore veniva resa nota una consistente perdita sui prodotti derivati, armi finanziarie di distruzione di massa, della banca statunitense JP Morgan sull’indice CDX che espone i commercianti al rischio di credito in una vasta gamma di attività, e prende il suo valore da un paniere di derivati su crediti individuali. In sostanza, JP Morgan ha fatto una serie di scommesse molto azzardate, al punto che ha spinto persino i membri del Congresso americano a stigmatizzarle. Il senatore degli Stati Uniti Carl Levin ha rilasciato poche ore dopo la seguente dichiarazione: «La perdita enorme che JPMorgan ha annunciato oggi è solo l’ultima prova che quello che le banche chiamano “coperture” sono spesso scommesse rischiose che le cosiddette banche “troppo grandi per fallire” non devono fare»;

ma ciò che a giudizio dell’interpellante è diventato evidente, dopo questo ennesimo scandalo, è che Wall Street è completamente incapace di auto regolarsi, perché inattendibile per gestire o anche valutare correttamente i propri rischi. I derivati sono titoli, derivati da altri titoli. Le variabili alla base della quotazione dei titoli derivati sono dette attività sottostanti e possono avere diversa natura: azioni, obbligazioni, indici finanziari, prodotti di commodity come il petrolio, soia, o anche di un altro derivato, ma esistono derivati basati sulle più diverse variabili, perfino sulla quantità di neve caduta in una determinata zona. Spesso chi compra o vende questi titoli non si informa più di tanto sulla loro composizione, anche perché spesso non si sa nemmeno realmente su cosa si basano. Spesso i derivati contengono altri derivati, a volte si formano pure degli anelli chiusi, per cui tu compri un derivato che si basa su un altro derivato che si basa sul titolo che compri tu. Questi titoli si gonfiano in base alla pubblicità che se ne fa, e più sono pubblicizzati più gente li compra facendo salire il loro valore a livelli assurdi rispetto alle azioni e obbligazioni basate sul mercato reale. I soldi guadagnati con questi strumenti possono poi essere usati per comprare beni reali, gonfiando il prezzo di case e terreni, petrolio, grano, soia, mais, ma quando arriva il tempo di tramutare in denaro quei pezzi di carta acquistati per milioni di euro, possono valere nulla, facendo crollare l’intera piramide finanziaria e bruciare l’economia reale ed il risparmio vero degli investitori;

i banchieri di Wall Street e delle altre piazze finanziarie importanti, come Londra o Singapore, solo per fare un esempio, giocano i destini del mondo con il denaro dal nulla, immesso su piattaforme opache con i meccanismi ad alta frequenza che riescono a manipolare il regolare corso dei titoli, per procurare guadagni speculativi ad una schiera di pochi eletti, e perdite sicure ai risparmiatori;

gli strumenti di gioco che le banche utilizzano sono così complicati e sofisticati, basati su algoritmi matematici oscuri da ingegneri strutturatori, al punto che Warren Buffett, un esperto del ramo ha descritto i derivati come “armi di distruzione di massa”;

negli algoritmi dei derivati che gonfiano ad arte i valori di alcuni titoli o beni, per tempi determinati, vengono previste anche le strutture degli incentivi di Wall Street, Londra, Singapore, eccetera, fatte in modo tale che i banchieri incassino centinaia di milioni di incentivi, come bonus, se vincono le scommesse, addossando a Governi, agli Stati od agli azionisti, le perdite. Il mondo non ha mai imparato una delle lezioni fondamentali che si sarebbe dovuto apprendere dalla crisi finanziaria del 2008, e dal crac della Lehman Brothers: i banchieri di Wall Street assumono rischi enormi perché il rapporto tra rischio e ricompensa è strutturato sempre a vantaggio dei banchieri i quali, quando fanno scommesse enormi e vincono, vincono per se stessi, ma se fanno scommesse enormi e perdono, allora il Governo federale o altri Governi ripianano le perdite addossandole ai contribuenti ed alla fiscalità generale, per salvare le banche. La maggior parte dei cittadini non ha idea che ci si sta rapidamente avvicinando ad una terribile crisi dei derivati, che farà sembrare la crisi del 2008 come una passeggiata;

il web ha diffuso un articolo intitolato “The economic collapse” del 17 aprile, da cui si apprende che secondo il Comptroller of the Currency, le banche “troppo grandi per fallire” hanno un’esposizione ai derivati arrivata a livelli pericolosissimi, per la stabilità monetaria, a giudizio dell’interpellante senza che le autorità vigilanti, come le banche centrali, abbiano posto alcun controllo, e senza che i Governi abbiano mai imposto regole ferree per evitare i fallimenti a catena. Solo in America, i dati dell’esposizione in derivati, secondo un rapporto ufficiale del Governo degli Stati Uniti, sono strabilianti e pericolosi: JPMorgan Chase – 70,1 trilioni di dollari; Citibank – 52,1 trilioni di dollari; Bank of America – 50,1 trilioni di dollari; Goldman Sachs – 44,2 trilioni di dollari. Quindi, la perdita di 2 miliardi di dollari per JP Morgan sarebbe niente in confronto alla sua esposizione totale di oltre 70 trilioni di dollari in derivati. Nel complesso, le 9 banche più grandi degli Stati Uniti avrebbero un totale di oltre 200 trilioni di dollari di esposizione ai derivati, oltre 3 volte le dimensioni di tutta l’economia globale. È difficile per le persone comuni comprendere quanto sia enorme questa immensa “bolla” dei derivati. Inoltre, è stato stimato che il valore nominale di tutti i derivati del mondo è all’incirca 600 trilioni di dollari e 1,5 quadrilioni di dollari. Nessuno conosce veramente la quantità reale, ma quando questa “bolla” dei derivati alla fine scoppierà non ci sarà abbastanza denaro in tutto il pianeta per sistemare le cose,

si chiede di sapere:

se il Governo, alla luce delle proteste dei giovani di tutto il mondo contro la finanza speculativa e la vera e propria truffa dei derivati, abbia intenzione di sottoporre la questione nell’ambito dei summit internazionali di adottare idonee regolamentazioni volte a prevenire l’imminente catastrofe che potrebbe travolgere le economia sane degli Stati e mettere a rischio i risparmi dei cittadini;

se non abbia il dovere di attivare tutti gli strumenti di competenza in sede interna ed internazionale, per evitare che la bolla dei derivati possa scoppiare, contagiando le economie degli Stati e i cittadini, messi a rischio dall’avidità dei banchieri;

quali iniziative urgenti intenda attivare anche per evitare la dura repressione dei giovani, che effettuano sacrosante e pacifiche proteste per riappropriarsi del loro futuro, ipotecato da veri e propri “bankster” senza scrupoli, da oligarchie finanziarie e da banchieri centrali, criminali seriali, che a giudizio dell’interpellante utilizzano gli apparati degli Stati e le Forze di polizia per difendere il loro status quo;

quali misure urgenti di competenza intenda attivare per garantire i diritti e le libertà agli italiani arrestati ingiustamente a Francoforte, per aver osato esprimere le loro libertà di opinione, consentite dalle democrazie liberali e negate dai regimi autoritari;

quali iniziative vorrà porre per far sì che le libere e pacifiche manifestazioni, consentite dalla Carta costituzionale, possano essere garantite in futuro in Italia ai giovani che intendono protestare contro le oligarchie finanziarie e le banche centrali, che, oltre a non rispondere ad alcuno di un operato spesso losco, si sostituiscono ai Governi liberamente eletti ipotecando la sovranità popolare.

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Assemblea Telecom- Tronchetti,Buora,Ruggero

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00469
Atto n. 2-00469

Pubblicato il 22 maggio 2012, nella seduta n. 727

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

il 16 maggio 2012, è stata celebrata l’assemblea degli azionisti della Telecom, che, come riferisce su “Il Giornale” Maddalena Camera, ha visto sfilare un’impressionante fila di auto blu, retaggio dei tempi d’oro, nel cortile della sede Telecom di Rozzano, alle porte di Milano, ad aprire l’assemblea della società. Non c’era Beppe Grillo, né le associazioni di consumatori a contestare le scorribande di Marco Tronchetti Provera, “il tronchetto dell’infelicità” che ha “saccheggiato” una delle più importanti aziende del Paese, per trasferire alcuni asset strategici alla Pirelli Re, in palese conflitto di interessi e che dovrebbe essere sanzionato penalmente da qualche Procura della Repubblica, a giudizio dell’interpellante distratta, che pure è stata interessata dalle denunce;

nel citato articolo, dal titolo “Telecom accusa i suoi «ex»: nel mirino Buora e Ruggiero”, si legge: «Dopo i convenevoli di rito il presidente Franco Bernabè dà la notizia: la società convocherà un’assise ad hoc per proporre un’azione di responsabilità nei confronti dell’ex vicepresidente e ad, Carlo Buora, e dell’ex ad Riccardo Ruggiero, entrambi oggetto di indagini. Buora lo è per le vicende legate alla “security”, mentre a Ruggiero vengono contestate operazioni legate a sim irregolarmente intestate. Dopo quasi cinque anni di richieste da parte di Asati, l’associazione dei piccoli azionisti, contro gli ex amministratori della società, vengono dunque proposte le azioni di responsabilità. Ma non verso l’ex presidente Marco Tronchetti Provera che, in ogni caso, sarebbe coperto dalla prescrizione. Le cifre sono importanti: per le sim il danno valutato si aggira tra i 19 e i 27 milioni che si aggiunge alle richieste di risarcimento presentate per la vicenda security (oltre 27 milioni). Inoltre Telecom ha già chiesto a Pirelli 1,2 milioni per le investigazioni riconducibili alla Bicocca. E agli imputati dinanzi alla Corte di Assise di Milano 15,4 milioni per il contenzioso tributario, 750 milioni per le transazioni con la pubblica amministrazione, 1,8 milioni per la solidarietà ai dipendenti “dossierati”. Il cda ha deciso di chiedere le azioni di responsabilità il 9 maggio scorso per interrompere la prescrizione, in scadenza il 3 dicembre. Non sono state prese, invece, decisioni verso gli altri indagati della vicenda sim, ossia Mauro Castelli e Luca Luciani, che si è però dimesso dal ruolo di ad in Brasile. A Luciani la società ha versato, come buona uscita, 4,4 milioni, senza però assumere impegni di manleva per eventuali azioni nei suoi confronti. Nel corso dell’assemblea Asati ha chiesto l’azione di responsabilità anche per Tronchetti e per l’attuale cda, reo di aver fatto decadere i termini di prescrizione, ma la mozione è stata bocciata. “Il comportamento dei nostri manager deve essere corretto – ha detto il presidente Bernabè -; e dunque abbiamo deciso di scindere il nostro futuro da quello di Luciani anche se in Brasile non sono state individuate irregolarità». La società sta cercando un manager per la controllata oltreoceano, che con l’Argentina, rappresenta ormai il 35% del giro d’affari. Per ridurre il debito, ha spiegato ancora Bernabè, “venderemo Ti Media tutta o a blocchi, in base alle manifestazioni di interesse entro la fine dell’anno”. La vendita di Ti Media, potrebbe fruttare circa 300 milioni. Quanto al debito, una delle maggiori preoccupazioni di Telecom, dovrebbe portarsi sui 25 miliardi entro il 2013. Per questo Bernabè ha ribadito che dal 2014 la cedola potrebbe anche ricominciare a crescere. In Borsa, però, il titolo è sceso dell’1,89%»;

considerato che:

Luca Luciani, il manager reso famoso da una clamorosa gaffe su Napoleone Bonaparte, è stato costretto ad andar via dal Brasile per il business delle sim falsificate con la finalità di garantire ai manager lucrose prebende. Ma attorno a Luciani si era costituita una barriera forte capeggiata da Generali visti gli interessi anche di Michelangelo Agrusti, il cui fratello Raffaele è presidente di Onda Communications, che aveva già visto presidente nella stessa società il re di tutti i pensionati, Mauro Sentinelli, con un appannaggio mensile di 98.000 euro, oggi in Cda di Telecom Italia in quota Generali, tutti allegri compagni di quel fiorente business;

il presidente di Telecom Franco Bernabè, soprattutto dopo le pressioni dei piccoli azionisti dell’associazione Asati, ideata e presieduta da Franco Lombardi, e le apposite denunce indirizzate verso Consob, a giudizio dell’interpellante distratta e spesso contigua, alla Procura della Repubblica di Milano ed all’americana Sec, è stato costretto dalle ultime vicende giudiziarie, ultima la sentenza di Cassazione del 20 settembre 2011, il cui articolato è stato pubblicato il 5 maggio 2012, 10 giorni prima dell’assemblea Telecom Italia, a proporre, nel Consiglio d’amministrazione del 9 maggio, l’interruzione della prescrizione verso Renato Ruggero e Riccardo Buora ex ad di Telecom del periodo 2001-2007, annunciando che per ottobre si poteva indire un’assemblea straordinaria per promuovere l’azione di responsabilità verso gli stessi Ruggero e Buora, longa manus quest’ultimo di Marco Tronchetti Provera, saccheggiatore seriale di una grande azienda telefonica oltre che autore di un dossieraggio illegale – come dagli atti giudiziari – per proprie finalità di potere,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo l’annuncio di un’azione di responsabilità verso Ruggero e Buora, che deve essere approvata in un’apposita assemblea straordinaria degli azionisti, che dovrà essere convocata ad ottobre, non rappresenti l’ennesimo escamotage per far decorrere i termini di prescrizione, che scadono il 2 dicembre 2012, nonché per replicare quanto già accaduto con Marco Tronchetti Provera;

se a quanto risulta al Governo gli attuali soci di Telecom Italia, come Generali e Mediobanca, che hanno già osteggiato l’azione di responsabilità verso Marco Tronchetti Provera, che l’ufficio studi di Asati ha quantificato in almeno un miliardo di euro, non intendano offrire ampie coperture ai comportamenti illegali di Buora e Ruggero, negando od ostacolando l’azione doverosa di responsabilità;

se i danni inferti a Telecom dal trio Tronchetti-Buora-Ruggero non risultino mettere a rischio migliaia di posti di lavoro di Telecom Italia, con i ventilati aumenti dei giorni di solidarietà, l’eliminazione del premio di produzione, ed altri sacrifici addossati come sempre ai lavoratori, anche a causa delle spese legali, che solo per i primi tre o quattro spiati eccellenti, nel dossieraggio illegale di Tronchetti, ammontano secondo quanto comunicato all’ultima assemblea degli azionisti, ad almeno 40 milioni di euro;

se il Governo sia al corrente delle pressioni, esercitate sui soci Telco anche sul presidente Bernabè, per impedire di toccare il dominus di tutte queste illegali operazioni, cioè Tronchetti Provera ed i suoi sodali Buora e Ruggero, beneficati di buone uscite milionarie, per questo in grado di offrire congrui, doverosi risarcimenti alle numerose vittime di Tronchetti Provera;

quali misure urgenti intenda attivare per evitare che aziende solide, come Telecom Italia, possano essere saccheggiate da avventurieri coadiuvati dai banchieri ed assicuratori, come Mediobanca e Generali, che tramano contro la trasparenza societaria ed impediscono che gli artefici dei danni enormi, inferti agli azionisti, agli utenti ed ai lavoratori di Telecom Italia e del discredito internazionale, possano finalmente essere chiamati a rispondere.

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Pres. Inps Mastrapasqua – auto blu

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02878
Atto n. 3-02878

Pubblicato il 22 maggio 2012, nella seduta n. 727

LANNUTTI , CARLINO , CAFORIO , MASCITELLI , PEDICA – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e per la pubblica amministrazione e la semplificazione. -

Premesso che:

i gravissimi scandalosi sperperi, sprechi uniti all’evasione fiscale, alla corruzione ed ai conflitti di interesse, rappresentano le piaghe maggiori di un Paese come l’Italia, la cui classe politica ha prodotto negli ultimi 20 anni grave recessione ipotecando il futuro ai giovani;

il Governo Monti ha perfino nominato un commissario nella persona di Bondi per tagliare i costi e ridurre gli sprechi, conscio che i Ministeri incaricati non avrebbero “cavato un ragno dal buco”. In un articolo, pubblicato sul quotidiano “Libero” del 16 maggio 2012, si denuncia l’ennesimo spreco misto ad un grave conflitto di interessi che riguarda l’INPS del collezionista di poltrone Antonio Mastrapasqua: «La si attende, la si invoca, la si minaccia: sta per piombare la mannaia della spending review che taglierà via sprechi e spese pazze, privilegi e scandali. E la mannaia calerà inesorabile “sicuramente sulla spesa sanitaria e sulle auto blu, sulle quali è in corso un secondo monitoraggio”, ha affermato il ministro della Funzione Pubblica, Filippo Patroni Griffi. Per le auto blu inoltre è già stato calcolato “un risparmio di 350 milioni. D’altra parte”, ha spiegato il ministro, “la logica della spending review di questo governo è la selezione dei tagli questo processo speriamo che consenta di effettuare dei tagli verso gli sprechi, in modo tale che non significhino meno servizi”. Parole sante, certo. Intanto, però, le auto blu scorazzano che è un piacere e le puoi trovare al servizio di veri insospettabili. Come riferisce il quotidiano Italia Oggi, il magistrato della Corte dei conti Antonio Ferrara si sposta in una comoda auto blu (una Lancia Delta, per la precisione) proveniente dal parco macchine dell’Inps, che gli viene assicurata dall’amministrazione dell’Istituto, il cui corretto uso delle risorse il magistrato è chiamato a vigilare. Del resto, anche Maria Teresa Ferraro, la presidente dell’altro organo di controllo dell’Inps ossia il Collegio dei sindaci – nonché già direttore generale della Previdenza – usa tranquillamente l’auto blu, pure se non gli spetterebbe, secondo la normativa vigente e un conseguente regolamento interno dell’Istituto. Evidentemente per i “controllori” i controlli non valgono più di tanto. Il Codacons ha fatto due conti e ne ha desunto che il taglio di 248 auto blu rilevato da nel primo trimestre del 2012 è alla fine “solo una goccia nel mare”, specie se paragonato all’esorbitante numero di autovetture pubbliche circolanti in Italia. “Nel 2011 il totale del parco auto delle Pubbliche amministrazioni ammontava a 64.524 vetture”, ha spiegato il presidente del Codacons Carlo Rienzi, “in pratica in Italia circolava una auto di Stato ogni 937 abitanti. Di fronte a questi dati, un taglio di 248 vetture appare una goccia nel mare, assolutamente insufficiente a ridurre con decisione la spesa pubblica e gli sprechi annessi”. Si chiede perciò “una riduzione molto più drastica” del numero di queste auto e “l’introduzione di controlli sul loro utilizzo»;

considerato che a giudizio dell’interrogante:

la gentile concessione, da parte del dottor Antonio Mastrapasqua o dell’INPS, di un’auto blu ad un magistrato della Corte dei conti, preposto a controllare la trasparenza e la correttezza della spesa e dei conti dell’Istituto di previdenza, se corrispondente al vero, configurerebbe ipotesi di reato che potrebbero sfociare in attività corruttive;

tale gentile comodato d’uso potrebbe avere la finalità di ammorbidire i controlli pubblici e consentire così a Mastrapasqua di continuare a spadroneggiare in lungo ed in largo nell’INPS anche con appalti esterni come la KPMG, beneficata di super consulenze ed affidataria di dati sensibili che dovrebbero essere oggetto di miglior custodia,

si chiede di sapere:

quali e quante risultino essere le consulenze e gli appalti esterni, quali le aziende e le società aggiudicatarie, quali gli importi che hanno caratterizzato la gestione Mastrapasqua;

se il Governo, ove accertata la gentile concessione di auto blu al dottor Ferrara ed alla dottoressa Maria Teresa Ferraro, presidente dell’organo di controllo del collegio sindacale, non abbia il dovere di intervenire per revocare l’incarico di presidente dell’Inps a Mastrapasqua con effetto immediato;

quali misure urgenti intenda realmente attivare, oltre le promesse che a giudizio dell’interrogante tardano a concretizzarsi, per ridurre sperperi e sprechi all’interno della pubblica amministrazione e per rimuovere i gravissimi conflitti di interessi terreno di coltura della corruzione.

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Goldman Sachs- Cassa Depositi e Prestiti

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07520
Atto n. 4-07520

Pubblicato il 22 maggio 2012, nella seduta n. 727

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

da notizie di stampa si apprende che Goldman Sachs dovrebbe avere un ruolo protagonista nella vicenda che riguarda l’acquisizione del 30 per cento di Snam da parte della Cassa depositi e prestiti;

si legge su “Dagospia” del 17 maggio 2012 che a rivelarlo è un articolo sul “Messaggero” dello stesso giorno a firma di Rosario Dimito «nel quale si legge che la merchant bank americana sarà l’advisor al quale toccherà il compito di pilotare l’intervento della Cassa che per 3,5 miliardi rileverà la quota di Snam, 30%, dalle mani dell’Eni. La decisione sarebbe stata presa il 16 maggio u.s. tra i banchieri di Goldman Sachs e i vertici della Cassa e al più presto è in programma un nuovo incontro per approfondire le modalità di acquisizione. Sul significato di questa operazione ci sono pareri contrastanti; da una parte esulta Franco Bassanini, che dal 2008 presiede la Cassa, formidabile polmone che raccoglie 260 miliardi attraverso Poste Italiane. E accanto a lui esprime grande entusiasmo Giovanni Gorno Tempini, l’ex-ufficiale dei Carabinieri che dal maggio di due anni fa è amministratore delegato della Cassa Depositi e Prestiti. In un’intervista al “Corriere della Sera” Gorno Tempini che ha iniziato la sua carriera in JP Morgan nel 1987, smonta l’obiezione formulata dal giornalista-guru Mucchetti che forse i 3,5 miliardi di euro per diventare azionista di Snam sarebbe stato meglio destinarli alle imprese, e gira alla larga quando l’intervistatore insinua che queste operazioni servono alle banche in caccia di commissioni. Resta il fatto che dopo mesi di attesa e di proclami inconcludenti Goldman Sachs trova finalmente il modo di infilarsi in un’operazione da 3,5 miliardi»;

sarebbe infatti atteso per la prossima settimana il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che dovrebbe sancire le modalità di separazione di Snam, società che controlla la rete di distribuzione del gas in Italia, da Eni, la maggiore compagnia petrolifera che controlla attualmente la società delle reti con oltre il 50 per cento del capitale;

scrive il quotidiano “Italia Oggi” del 18 maggio: «Ebbene, la scelta è caduta sugli americani di Goldman Sachs, una delle banche d’affari più grandi del mondo che da noi si è giovata di consulenti e manager come Mario Monti, Gianni Letta, Romano Prodi, Massimo Tononi ed Enrico Vitali, quest’ultimo socio dello studio legale Vitali Romagnoli Piccardi e associati, fondato dall’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti (che ha portato lo stesso Gorno Tempini alla guida della cassa). L’individuazione dell’advisor, secondo la procedura predisposta dalla Cdp, sarebbe dovuta cadere sull’istituto ovviamente in possesso di determinati requisiti, ma anche disposto a svolgere il servizio a costi sostenibili. Ora, sulla base del documento con cui la Cdp ha individuato definitivamente l’advisor, che ItaliaOggi ha potuto consultare, viene fuori che la scelta è caduta su Goldman Sachs, la quale prenderà per i suoi servigi solo 1.013 euro. Una cifra che non si può altrimenti definire se non simbolica, soprattutto indicativa dell’interesse che, al di là del compenso, la banca d’affari americana aveva nell’inserirsi nei gangli dell’operazione Cdp-Snam. Nel documento, peraltro, è stilata la graduatoria. Vi si legge che Goldman Sachs è arrivata prima con 85,8 punti, seguita con 80 punti da Deutsche Bank (di cui senior advisor per l’Italia è Giuliano Amato) e con 64 punti da Lazard. A seguire si sono «piazzati» Merrill Lynch (61,8 punti), Rothschild (59,9 punti), Banca Imi (56,9 punti) e Bnp Paribas (51,9 punti). E la banche italiane? Agli osservatori non è fuggita la loro assenza, se si esclude la partecipazione di Intesa Sanpaolo attraverso Banca Imi, comunque classificatasi nelle retrovie. Per non parlare della regina delle banche d’affari nostrane, quella Mediobanca che sulla vicenda non è proprio pervenuta. Di certo a spiccare in tutta questo scenario è l’obolo simbolico chiesto da Goldman Sachs»;

scrive il quotidiano “Rinascita” lo stesso giorno: “Appare quindi incredibile la circostanza che per curare l’acquisto del 29,9% della Snam dall’Eni, la Cassa Depositi e Prestiti, alla quale il governo l’ha destinata, abbia scelto la Goldman Sachs, una banca che da sempre è nemica dell’Italia e che ha partecipato alle massicce speculazioni contro la lira venti anni fa e contro i nostri Btp negli ultimi anni. La banca guidata da Lloyd Blankfein (…) ha sistematicamente perseguito l’obiettivo di fare crollare il valore di mercato dei nostri Btp ed obbligare il Tesoro ad aumentare gli interessi per rendere più appetibili le future emissioni. In tal modo, ha più volte fatto saltare i piani finanziari dello Stato per i prossimi anni. Nonostante questi precedenti, la Cassa Depositi e Prestiti, che ricordiamolo è un istituto pubblico, visto che il suo primo azionista è il Tesoro con il 70% delle azioni, non ha trovato di che nominare advisor (significa consulente ma in inglese fa più fino) proprio la Goldman Sachs. Una banca che dal cittadino medio Usa viene associata alla più schifosa speculazione. La banca di affari e speculazioni che Barack Obama, il maggiordomo di Wall Street, ha salvato con prestiti per circa 10 miliardi di dollari, dalla bancarotta in cui stava precipitando in conseguenza dei suoi giochetti finanziari e dell’avidità dei propri dirigenti. Una banca che ha evidenziato la verità di quanto diceva Bertolt Brecht, che c’è una cosa molto peggiore che rapinare una banca, ed è quella di crearne una. Una banca che ha già svolto un ruolo sinistro nella nostra vita politica mettendo una mano e anzi due nelle vicende che hanno portato alla morte della Prima Repubblica e alla nascita della pseudo Seconda. In seguito all’avvio del processo di privatizzazioni, Goldman Sachs partecipò infatti alla privatizzazione di Eni e Telecom, incassando non poche e assai corpose provvigioni per l’opera prestata»,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero quanto riportato dalla stampa e se il Governo intenda dare seguito all’operazione, considerato che essa costerà 3,5 miliardi di euro;

se sia a conoscenza di quali siano i criteri che hanno portato a far ricadere la scelta su Goldman Sachs quale advisor della Cassa depositi e prestiti nell’operazione di acquisizione del 30 per cento di Snam, e quali siano i reali interessi che la banca d’affari americana ha nell’inserirsi nei gangli dell’operazione anche alla luce dell’obolo simbolico di 1.013 euro di cui si accontenta pur di aggiudicarsi il ruolo di financial advisor;

quali siano i motivi per cui le banche italiane non sono entrate nella graduatoria redatta per la scelta del consulente in grado di sostenere e supportare l’operazione in questione;

se risulti che detta operazione non sottrarrà danaro destinato al finanziamento delle piccole e medie imprese.

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IMU -file e costi bancari

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-02867
Atto n. 3-02867 (in Commissione)

Pubblicato il 17 maggio 2012, nella seduta n. 725

LANNUTTI – Al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

la reintroduzione dell’imposta municipale unica (Imu), che genererà un incasso di 21,5 miliardi di euro in ragione di anno e che riguarda tantissime famiglie travolte dalla crisi le quali dovranno pagare, anche se esodati o se hanno perso il posto di lavoro, mentre sono state esentate le ricche fondazioni bancarie, rischia di produrre, oltre al danno, la beffa di lunghe file agli sportelli bancari e postali per l’enorme platea di contribuenti che dovranno adempiere ai propri obblighi versando la prima rata entro metà giugno;

in un articolo pubblicato il 17 maggio 2012 sul quotidiano “Libero”, Francesco De Dominicis descrive l’ipotetica situazione che occorrerebbe scongiurare: «È sempre più caos per l’Imu: adesso c’è il rischio di un vero e proprio ingorgo sui pagamenti in banca. A poco più di un mese dalla scadenza sui versamenti dell’imposta sulla casa, scatta l’allarme rosso. A lanciarlo è l’Abi, la Confindustria del credito. Che in una comunicazione riservata, che Libero ha potuto visionare, mette in guardia gli istituti associati sulla valanga di operazioni che verranno eseguite dai cittadini e dalle imprese. Senza dimenticare che i contribuenti, peraltro, sono ancora alle prese con faticosi calcoli e sono nella più totale incertezza in relazione all’esatto importo da pagar con le tre rate previste (giugno, settembre, dicembre). Insomma, un pasticcio dietro l’altro. La questione sollevata dall’Assobancaria, nel dettaglio, ruota attorno ai nuovi modelli F24. Le banche sono in attesa del decreto che sblocchi le bozze fatte circolare dall’agenzia delle Entrate, in modo da poter aggiornare rapidamente sistemi operativi. Il tempo stringe e l’Abi calcola che saranno circa 32 milioni gli “F24″ da gestire. Una bella gatta da pelare per l’industria creditizia che, in ogni caso», ottengono «circa 64 milioni di euro grazie alle commissioni pagate dai clienti (2 euro per ciascun F24). Rispetto allo scorso anno, quando la vecchia ici si applicava solo per le “seconde case”, l’aumento del numero dei versamenti è del 400-500%, secondo le stime dei tecnici di palazzo Altieri. Le operazioni legate all’imu saranno assai più complesse rispetto all’ici. Anzitutto perché oltre il classico modello F24 sarà affiancato da una versione “semplificata”: un doppio binario destinato a cagionare problemi sia agli operatori di sportello sia ai clienti. Rispetto allo scorso anno, poi, invece delle coordinate bancarie (abi, cab, numero conto) dovrà essere indicato l’iban del conto corrente. Non solo. È previsto anche un doppio codice tributo: uno per la quota imu di competenza dello Stato e un altro per la quota destinata ai comuni. La confusione è dietro l’angolo. E il flusso di denaro che passerà dalle banche alle casse dell’Erario è enorme: si parla di diversi miliardi di euro. L’Abi – che teme “disagi agli sportelli” – confida nel fatto che “l’agenzia delle Entrate ha assicurato che darà ampia informativa ai contribuenti sulle modalità di versamento dell’imu e sulla compilazione del nuovo modello semplificato”. Poi l’appello alle associate: “Si raccomanda alle banche di adottare tutti gli accorgimenti necessari a garantire il corretto svolgimento del servizio F24 nei giorni di scadenza”»;

gli istituti di credito, negli ultimi mesi, hanno già attivato tutta una serie di rincari dei costi dei servizi bancari, introducendo ulteriori balzelli, con una fantasia così fertile, come banca Unicredit, che ha addirittura introdotto, per i pagamenti con la carta di credito all’estero, una lucrosa commissione pari al 2,1 per cento avendo applicato 12 euro su una spesa di 590 euro,

si chiede di sapere:

se l’allarme lanciato dall’Abi sul rischio di ingorgo allo sportello sia stato raccolto dal Governo e dall’Agenzia delle entrate, per evitare che, oltre al danno degli esborsi, i cittadini debbano subire anche la beffa di lunghe file agli sportelli;

se il Governo non intenda attivarsi per quanto di competenza per promuovere la riduzione delle commissioni bancarie, pari ad almeno 2 euro per ogni F24, oltre alle spese di singola scrittura, al fine di contenere gli esborsi in favore degli istituti di credito, che già applicano spese di gestione sui conti correnti più elevati d’Europa, con costi di 295,66 euro contro una media dell’Unione europea a 27 di 114, ed evitare che essi possano continuare a vessare gli utenti dei servizi bancari e le famiglie in crisi;

quali misure urgenti intenda attivare sia per rendere più equa l’Imu, che dovrebbe essere corrisposta anche dalle ricche fondazioni bancarie, invece esentate, sia assicurando una trasparenza minimale alle banche, già beneficate dall’obbligo di apertura del conto corrente a carico dei pensionati al minimo e dalla garanzia statale di 7 anni sulle obbligazioni bancarie, pari a 940 miliardi di euro, oltre che dal ripristino della commissione di massimo scoperto con decretazione d’urgenza, con la finalità di moderare e riconsiderare la loro cupidigia con un abbattimento degli elevatissimi costi, a danno della clientela.

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