Month: giugno 2012

Separazioni emittenti La7

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07816
Atto n. 4-07816

Pubblicato il 27 giugno 2012, nella seduta n. 753

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali. -

Premesso che:

si legge su un annuncio de “Il Sole-24 ore” del 10 maggio 2012: «Ieri [9 maggio 2012] il consiglio di amministrazione di Telecom ha preso un’importante decisione sull’asset Timedia”. Con queste parole il presidente di Telecom Italia, Franco Bernabè, durante la conference call è tornato sulla decisione presa dall’azienda di mettere in vendita la controllata TiMedia e di fare, all’interno della società, una scissione societaria, con La7 che diventerà una società a sé. Bernabè ha parlato di “grande valore” di Timedia, ma ha indicato la necessità di separazione tra i business broadcasting e tv, visto che quest’ultimo “è cresciuto significativamente sia come share televisivo, sia come raccolta pubblicitaria”»;

si legge su “Affaritaliani.it” del 5 giugno 2012: «L’assemblea dei giornalisti de La7 all’unanimità esprime grave preoccupazione per l’ipotesi di scissione di Telecom Italia Media, con la separazione delle emittenti La 7, La7 d e Mtv dalle attività di emissione ovvero le frequenze, bene demaniale assegnato in concessione dallo Stato per le Tv»;

sul blog “diario del web” si legge: «”Una divisione – spiega il comunicato sindacale – che non ha precedenti in Italia, che non produrrebbe valore per gli azionisti e finirebbe per indebolire le Tv del gruppo Telecom, mettendone a rischio lo sviluppo futuro, a solo vantaggio del duopolio Rai-Mediaset, che blocca il settore dei media, distorce il mercato pubblicitario, frena lo sviluppo del paese. Per questo motivo i giornalisti del Tg La7 invitano le forze politiche, la Consob e le altre autorità di controllo a vigilare su una vicenda che non investe solo il destino di un’emittente, ma gli assetti e gli equilibri di tutto il sistema dell’informazione italiano, perno della vita democratica del paese”. “L’assemblea – si legge ancora nella nota – proclama perciò lo stato di agitazione e affida al Comitato di redazione un pacchetto di tre giornate di astensione dal lavoro da svolgersi nelle modalità decise dalla rappresentanza sindacale. I giornalisti de La7 chiedono all’azienda chiarezza sulla vendita, auspicano la cessione di Timedia a un editore con seri progetti di rilancio e un management che punti davvero allo sviluppo delle Tv, invitano azienda e direzione a tutelare e potenziare gli spazi dell’informazione, mantenendo tutte le edizioni del Tg – compresa l’edizione della notte – e a consolidare i colleghi precari con l’assunzione a tempo indeterminato”»;

Assostampa romana ha immediatamente espresso solidarietà ai colleghi de La7, facendo proprio il documento diramato dall’assemblea e rilanciando l’appello in esso contenuto;

per quanto riguarda i futuri acquirenti sono stati fatti i nomi di Urbano Cairo, Tarak Ben, Diego Della Valle e Carlo de Benedetti, sebbene ad oggi non ci sia alcuna scelta definitiva;

la possibile chiusura o ridimensionamento de La7 Srl conseguente alla scissione dell’asset televisivo comporterebbe la perdita di circa 500 posti di lavoro complessivi;

i risultati conseguiti da La7 sono molto buoni con una progressiva e costante riduzione delle perdite e un significativo aumento della raccolta pubblicitaria: un aumento del 30 per cento nel 2011 e un ulteriore aumento nei primi 6 mesi del 2012, in controtendenza rispetto ad altre televisioni, dati che non giustificano la decisione di procedere allo scorporo societario;

il destino di La7 è ancora incerto, ma di certo sta molto a cuore ai dipendenti che hanno contribuito alla sua crescita in termini di audience e qualità negli ultimi anni;

considerato che:

Telecom Italia Media non è mai riuscita a chiudere un bilancio in utile e quindi bisogna cercare di fare cassa per ridurre il debito dell’azionista di controllo;

la cessione comporta, da parte del gruppo telefonico, l’approdo sul mercato della società controllata Ti Media;

subito, il 10 maggio 2012, il titolo TiMedia (dal valore di mercato intorno ai 160 milioni di euro) vola in borsa, salendo di oltre il 13 per cento, a 0,1776 euro, un risultato prevedibile a sentire Mediobanca che sottolinea come l’annuncio del processo di dismissione accenda l’appeal speculativo sul titolo. I tentativi di salvare il gruppo ci sono stati fino all’ultimo ma nonostante gli sforzi e la varietà di programmazione del canale, nel bilancio conclusivo di TiMedia non si è mai giunti ad una chiusura in utile (la società ha chiuso il 2011 con un una perdita da 83 milioni di euro). I risultati del trimestre 2012 avevano registrato un lieve miglioramento grazie all’aumento della raccolta pubblicitaria dei canali La7 (del 28,4 per cento), ma allo stesso tempo è salito il margine di indebitamento in aumento di 68,2 milioni rispetto a fine 2011, comportato dai nuovi ingaggi televisivi, tesi per l’appunto alla riqualificazione della rete,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto e quali siano le sue valutazioni;

se non ritenga fondata la preoccupazione dei giornalisti per cui la scissione delle frequenze televisive, oltre a rappresentare una divisione arbitrale delle frequenze, che come noto rappresentano un bene comune demaniale assegnato in concessione dallo Stato per le televisioni e i ripetitori, porterebbe solo ad un indebolimento del gruppo, favorendo maggiormente il duopolio Rai-Mediaset, e dunque a farne le spese sarebbe l’intero sistema di informazione che rischia di uscirne distorto a causa di logiche di mercato che non badano agli equilibri di un Paese democratico;

se, relativamente all’operazione, al Governo risulti che i lavoratori che hanno contribuito allo sviluppo dell’emittente e i cittadini siano stati dovutamente informati sull’utilizzo di un bene a loro disposizione, quello delle frequenze;

quali iniziative di competenza intenda intraprendere al fine di garantire maggiore chiarezza sulle modalità di scelta dei futuri acquirenti del canale nonché al fine di vigilare sull’intero iter dello scorporo delle frequenze, affinché l’operazione non porti ad uno smantellamento dell’informazione di quella offerta dalla terza emittente in Italia, ovvero La7: una voce da sempre ritenuta affidabile ed obiettiva all’interno del complesso panorama della comunicazione e dell’informazione nel Paese;

se a parere del Governo la scissione non rischi di rendere più vulnerabili i diritti dei lavoratori e degli operatori dell’informazione, specie dei giornalisti, in una fase di difficilissima di crisi del settore;

quali iniziative intenda assumere al fine di sostenere la piena valorizzazione delle risorse interne all’emittente televisiva, garantendo la pluralità dell’informazione ed assicurandosi che operazioni poco trasparenti non danneggino i lavoratori de La7 e gli utenti televisivi italiani.

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Commissariamento Unione Italiana Ciechi

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07811
Atto n. 4-07811

Pubblicato il 27 giugno 2012, nella seduta n. 753

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dell’interno. -

Premesso che:

la legge 7 agosto 1990, n. 241, all’articolo 2, comma 2, prevede che «nei casi in cui disposizioni di legge ovvero i provvedimenti di cui ai commi 3, 4 e 5 non prevedono un termine diverso, i procedimenti amministrativi di competenza delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali devono concludersi entro il termine di trenta giorni»;

il Ministero dell’interno con propria nota del 27 marzo 2012, protocollo 3751, comunicava all’Unione italiana ciechi e ipovedenti onlus l’avvio del procedimento volto alla nomina del Commissario in applicazione dell’art. 1, comma 14, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, che novellando l’articolo 15 del decreto-legge n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011, dispone: «Fermo quanto previsto dal comma 1, nei casi in cui il bilancio di un ente sottoposto alla vigilanza dello Stato non sia deliberato nel termine stabilito dalla normativa vigente, ovvero presenti un disavanzo di competenza per due esercizi consecutivi, i relativi organi (…) decadono ed è nominato un commissario»;

l’Unione italiana ciechi e ipovedenti onlus in risposta ai chiarimenti richiesti dal Ministero dell’interno sulla situazione di disavanzo per due esercizi consecutivi, 2009 e 2010, provvedeva con delibera n. 12 del 13 ottobre 2011 a rettificare il conto consuntivo 2010, già adottato in data 17 aprile 2011 e trasformava il disavanzo in utile;

il Ministero dell’economia e delle finanze, interpellato dal Ministero dell’interno sulla validità delle modifiche ad un bilancio già approvato, con propria nota del 17 febbraio 2012 protocollo n. 11789, richiamava l’attenzione del Ministero dell’interno sulla valenza formale che assumeva la delibera di adozione del proprio bilancio consuntivo. In particolare mediante tale atto si conferiva alle risultanze della gestione la certezza giuridica necessaria sia ai fini della successiva prosecuzione della gestione amministrativo-contabile che ai fini della trasparenza e della comunicazione nei confronti dei terzi titolari di rapporti con l’ente: non sembrava possibile, pertanto, ad avviso del Ministero dell’economia, intervenire successivamente all’adozione del bilancio al fine di apportarvi rettifiche;

un funzionario del Ministero dell’interno, Antonio Borgia, è uno dei componenti del collegio dei sindaci revisori dell’Unione, a parere dell’interrogante in manifesto contrasto con le funzioni di controllo e di vigilanza del Ministero dell’interno sull’Unione italiana ciechi esercitate ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica del 27 febbraio 1990, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 134 del 1990,

si chiede di sapere quali siano i motivi ostativi alla chiusura del procedimento di commissariamento dell’Unione italiana ciechi ed ipovedenti onlus nei termini stabiliti dall’art. 2, comma 2, della legge n. 241 del 1990.

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Tutela del risparmio

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07809
Atto n. 4-07809

Pubblicato il 27 giugno 2012, nella seduta n. 753

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

varata nel 2005 la legge sulla tutela del risparmio di cui alla legge n. 262 del 2005 che, dopo i crac di Cirio, Parmalat, Giacomelli, eccetera, si riprometteva di irrobustire i presidi idonei ad evitare per il futuro il ripetersi di altre vicende di “risparmio tradito” anche attraverso “un inasprimento dell’impianto sanzionatorio” (espressione a giudizio dell’interrogante paludata che non può che voler dire maggiori pene e/o maggiori e più pesanti sanzioni per i responsabili ed i corresponsabili), il Governo allora in carica ha avvertito l’esigenza di intervenire ulteriormente, ed ha perciò varato un nuovo provvedimento, il decreto legislativo 29 dicembre 2006, n. 303 (integrativo e modificativo della legge n. 262 del 2005) emanato in attuazione della delega contenuta all’art. 43 della richiamata legge n. 262, e recante “Coordinamento con la legge n. 262, del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (T.U.B.) e del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (T.U.F.)”, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 7 del 10 gennaio 2007, supplemento ordinario n. 5;

nel decreto legislativo n. 303 del 2006 l’art. 4, comma 3, lettera d), stabilisce che “Nell’esercizio delle proprie funzioni di controllo le Autorità di cui al comma 1 [Banca d'Italia e Consob] e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, i componenti dei loro organi nonché i loro dipendenti rispondono dei danni cagionati da atti o comportamenti posti in essere con dolo o colpa grave”;

considerato che:

i numeri che connotano le vicende di risparmio tradito sono a giudizio dell’interrogante impressionanti: secondo statistiche di fonte Adusbef, solo per il periodo compreso fra il 2001 ed il 2006, sarebbero 800.000 i risparmiatori truffati per importi complessivamente superiori ai 45 miliardi di euro;

e a ben vedere sarebbero 800.000 cittadini dei cui problemi la politica ha il dovere di farsi carico per tutelarli in modo concreto, serio, fattivo, radicale tralasciando gli interessi particolari e settoriali di alcune categorie di possibili collusi, non riferendosi l’interrogante alle Autorità di vigilanza;

a giudizio dell’interrogante i risparmiatori sono stati “depredati” da bancarottieri che hanno potuto operare indisturbati anche per l’inerzia di controllori lato sensu che non hanno controllato come avrebbero dovuto e potuto;

Tomaso Padoa Schioppa, Ministro dell’economia e delle finanze pro tempore, in un suo intervento pubblico del 12 luglio 2006 presso l’Associazione bancaria italiana (Abi) aveva affermato che «La legge sul risparmio nasce dall’intento – che l’attuale Governo condivide – di migliorare le norme per correggere disfunzioni e incongruenze che hanno concorso ai gravi episodi che hanno interessato la cronaca degli ultimi anni e danneggiato migliaia di risparmiatori. Un obiettivo urgente e necessario, che la legge ha perseguito affrontando un’ampia gamma di questioni. La legge introduce molti cambiamenti positivi: intensifica, ad esempio, i controlli interni sulla gestione delle imprese e la sorveglianza sulla corretta rappresentazione della loro situazione finanziaria», e, più oltre, che «Il Governo intende perciò modificare alcuni aspetti della legge. Correzioni saranno apportate avvalendosi, nelle prossime settimane, delle deleghe previste dalla legge. (…) Il Governo è impegnato in queste azioni – e nel rapido recepimento delle direttive europee non ancora attuate (…) – conscio che una buona regolamentazione è indispensabile alla difesa dei risparmiatori e rappresenta un importante fattore per la competitività del sistema bancario»;

inoltre durante un altro intervento presso l’Abi tenutosi l’11 luglio 2007 aveva indicato come comportamento virtuoso ed auspicabile mutare il sistema «delle sanzioni al comportamento di ogni soggetto: individuo o impresa, pubblico o privato, dirigente o dipendente» ed è da ritenere che intendesse in senso più rigoroso, atteso che più oltre aveva elencato, come fattori negativi che si oppongono al cambiamento, «la forza antica degli interessi particolari, la sfiducia che le cose possano mutare davvero, la costante tentazione di dire solo cose gradite, il respiro corto dei nostri pensieri, l’esiguità delle forze che operano per il cambiamento rispetto a quelle che vi resistono», sostenendo che «Le forze che operano per il cambiamento sono presenti e ostinatamente credono che l’Italia possa migliorare; non cercano protezione, coltivano il merito, conquistano risultati» e che tutto ciò si possa perseguire «portando tutte le Amministrazioni ad operare al livello di quelle – e ve ne sono – esemplari, per qualità ed efficienza»,

si chiede di sapere quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di rivedere la normativa, prevedendo una maggiore responsabilità di coloro che provocano danni ai risparmiatori così tutelando gli interessi dei risparmiatori ed a maggior ragione di quelli i cui risparmi sono stati depredati da banchieri – alcuni dei quali, a quanto risulta all’interrogante, tuttora latitanti -, dalla negligenza o dall’inefficienza dei controllori dei loro bilanci e forse anche, a giudizio dell’interrogante, dei controllori dei controllori.

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Società di revisione-Partiti politici

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07813
Atto n. 4-07813

Pubblicato il 27 giugno 2012, nella seduta n. 753

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

le cronache recenti hanno portato all’attenzione del pubblico lo scandalo dell’utilizzo improprio, da parte dei tesorieri di alcuni partiti politici, dei fondi ad essi rivenienti dai rimborsi elettorali;

come ormai di pubblico dominio, sembra che il tesoriere di un partito politico non più esistente come tale abbia distratto ingenti somme, nonostante i bilanci del partito non più esistente fossero sorvegliati da ben tre revisori, tecnici “indipendenti” operanti nel campo della professione contabile, uno dei quali docente presso una Università, così come sembrerebbe che il tesoriere di altro partito, noto anche per aver stigmatizzato l’asserita disonestà della Capitale, abbia distratto anch’egli somme ingenti dal bilancio del partito, senza che nessuno, come si sostiene, se ne fosse avveduto prima dell’avvio di un’indagine da parte della Magistratura;

in una emananda regolamentazione della materia si è adombrata la possibilità di attribuire la certificazione dei bilanci dei partiti politici alle società di revisione contabile, piuttosto che alla Corte dei conti, che avrebbe tutte le competenze e l’indispensabile terzietà ed autorevolezza per farlo, appare legittimo il dubbio che si intenda proporre un rimedio che rischia di essere peggiore del male;

se è vero che in troppi casi le società di revisione hanno clamorosamente fallito, non avendo assolto appieno ai compiti istituzionali ad esse attribuiti dalla legge, e se è vero che sono gravate da una mole di richieste risarcitorie talmente ingente da metterne a rischio addirittura la sopravvivenza, la posta in gioco è talmente alta che è ragionevole pensare che il tentativo di introdurre la limitazione della loro responsabilità patrimoniale, naufragato una volta, possa pervenire ad un esito positivo;

ed allora, al di là di ogni valutazione di merito quanto alla qualificazione della conclamata fallibilità dei revisori, affidare ad essi il potere riveniente dal guardare in profondità nei bilanci dei partiti politici potrebbe teoricamente dar loro un’arma potentissima per ottenere come contropartita, da quella parte del potere politico, quella tanto desiderata limitazione della responsabilità patrimoniale, che, a giudizio dell’interrogante, potrebbe rappresentare un salvacondotto per irregolarità passate ed un viatico per irregolarità future,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che, per preservare la residua credibilità della sovranità del Parlamento presso i cittadini elettori, che si va riducendo verso livelli allarmanti, la via giusta da percorrere sia la sottrazione della competenza relativa alla certificazione dei bilanci dei partiti politici alle società di revisione, attribuendola alla Corte dei conti che, ai suoi più alti livelli, si è dichiarata disponibile rivendicando la competenza;

quali iniziative di competenza, anche di natura normativa, intenda assumere al fine di prevedere maggiori controlli nella gestione dei fondi pubblici anche ampliando i poteri della Corte dei conti, affinché questi non siano limitati ad un mero controllo di formalità.

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Maeccanismo Europeo di Stabilità (ESM)

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00492
Atto n. 2-00492

Pubblicato il 26 giugno 2012, nella seduta n. 751

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri dell’economia e delle finanze, degli affari esteri e per gli affari europei. -

Premesso che:

è in corso di esame in Parlamento il disegno di legge di ratifica del Trattato che istituisce il meccanismo europeo di stabilità (ESM) che servirà – almeno nelle intenzioni – a salvare gli Stati dell’Unione sull’orlo del default. È un organismo intergovernativo e sovranazionale e sarà gestito da persone che godranno di immunità da qualsiasi giurisdizione. Scrive Francesco Filini sul giornale on line “il Vostro Quotidiano” del 24 giugno 2012: “Esm, più che un ombrello col quale ripararsi, una nuova dittatura europea”;

si legge infatti: «Fra poche settimane il Parlamento Italiano sarà chiamato a ratificare la modifica all’art. 136 del trattato sul funzionamento della UE che istituirà l’ESM (MES la sigla italiana), il “Meccanismo Europeo di Stabilità” che servirà – almeno così viene dichiarato – a salvare gli stati dell’Unione sull’orlo del default. L’ultima creatura uscita dalla fabbrica dell’€urocrazia finanziaria andrà a sostituire i fondi “salva stati” (leggi banche) EFSF e EFSM, concepiti negli anni in cui la finanza internazionale pensava che solo Portogallo e Irlanda erano i paesi sull’orlo del precipizio. (…) Il Trattato ESM prevede la creazione di un organismo intergovernativo e sovranazionale con sede in Lussemburgo, al quale gli Stati affideranno la gestione di un fondo iniziale di circa 700-750 miliardi per aiutare i membri UE in difficoltà finanziaria. (…) Quest’organismo sarà gestito da persone che godranno di immunità da qualsiasi giurisdizione e i documenti che l’ESM produrrà saranno inviolabili e inaccessibili a chiunque: nell’Europa ex-democratica si istituisce un organismo sovranazionale che gestirà la politica economica dei membri che aderiscono al trattato. Nessuna trasparenza, nessuna garanzia e nessun controllo: tutti i poteri all’ESM»;

si legge ancora che «gli Stati “azionisti” dovranno versare la rispettiva quota all’organismo», per dare la possibilità ad un Paese in crisi o sull’orlo del default di rivolgersi all’ESM, il quale «provvederà ad erogare la somma necessaria a scongiurare» il fallimento, «ovviamente sotto forma di prestito ad interesse. Ovvero l’organismo sovranazionale presterà ad interesse i soldi degli stati agli stati stessi. (…) Quando uno stato chiederà al MES un prestito questo assumerà il controllo della sua politica economica imponendo scelte finalizzate a garantire la “stabilità”, una parola tanto rasserenante sempre più in voga nel linguaggio delle elite europee». Ma la “stabilità” non riguarderà l’economia, ma esclusivamente la «finanza: le scelte che il MES imporrà agli stati ex-sovrani non saranno altro che misure di “macelleria sociale”, privatizzazioni e tassazioni orizzontali necessarie a garantire la solvibilità di uno stato. L’Italia, ratificando il trattato, si obbligherà a versare ben 125 MLD nei prossimi cinque anni. Soldi che l’Italia non ha. Quindi? Non c’è alcun problema, le banche sono state inventate apposta: ci indebiteremo oltremisura per versare soldi su un fondo che ce li ripresterà dettandoci quali misure di politica economica dobbiamo adottare. (…) Il nome che l’eurocrazia ha voluto dare a questo nuovo mostro giuridico è davvero appropriato, la parola “meccanismo” ci fa intendere che le scelte di politica economica che ESM imporrà agli stati saranno semplicemente il risultato di un freddo calcolo matematico, privo di qualsiasi contenuto umano: se la sanità diverrà un costo insostenibile bisognerà privatizzarla, chi non potrà permettersela… tanto peggio per lui! Nell’Europa trasformata in un ammasso di ingranaggi finanziari mossi dal pensiero unico del profitto (delle elite bancarie, obviously), chi non produce non ha diritto ad esistere. Nel modello di società imposto dal nuovo ordine mondiale, tutto viene misurato in funzione del costo e del profitto. Persino le malattie o la disabilità saranno piaghe da estirpare perché rappresentano un costo, una remissione. L’ESM è il trattato che mette nero su bianco la dittatura finanziaria sui popoli europei. (…) Il trattato doveva essere ratificato entro la fine del 2013 ma la finanza, visto il precipitare della crisi, ha chiesto e ottenuto che venga ratificato entro Luglio 2012. Il nostro Parlamento ha già in calendario il provvedimento (…). Eppure nessuno osa parlarne. Esattamente come per Maastricht e Lisbona, i due trattati che hanno cambiato radicalmente l’assetto politico-istituzionale, anche per la legge che istituisce l’organismo di stabilità il silenzio è d’ordinanza. La misura della tragedia europea sta nel constatare che la maggior parte dei politici non sa minimamente cosa sia l’ESM, e quei pochi che lo sanno pensano che sia addirittura un’opportunità per mettere in riparo l’Italia dalla crisi. Nell’indifferenza, nell’ignoranza e nel silenzio di gente messa a rappresentare – dietro lauto compenso – il popolo italiano nelle istituzioni, è possibile ascoltare i rintocchi delle campane a morto che celebrano il funerale di secolari lotte all’insegna dei diritti e della democrazia. Benvenuti nell’era della dittatura finanziaria»;

considerato che:

a giudizio dell’interpellante, il trattato sul MES rappresenta un’innovazione, un esempio di come sia possibile creare strumenti potenti e pericolosi senza chiamarli con il loro nome, sfumandoli o camuffandoli, e vendendoli sempre in termini positivi ed ingannevoli, e in tal senso tutta la comunicazione istituzionale riguardante il MES, chiamato ipocritamente fondo salva Stati, rappresenta un inganno. L’hanno “venduto” chiamandolo salva Stati, lo stanno “rifilando” con una scaltrezza e superbia degna delle peggiori dittature;

si legge sul web, ad esempio all’interno di un post pubblicato sul blog del “Movimento 5 stelle” di Beppe Grillo: “Il trattato ESM prevede che gli stati che intendano ricevere un prestito dall’organizzazione debbano pagare un tasso di interesse il cui limite non è stato nemmeno definito. L’obiettivo della stabilità finanziaria della zona euro non può essere raggiunto affidando il fondo “salva-stati” ad una istituzione finanziaria che intende lucrare sui disagi economici e finanziari dei paesi in difficoltà, visto che si tratta di tutelare le economie nazionali contro la finanza speculativa, indiscussa protagonista della crisi”;

“Wall Street Italia” pubblica il 2 aprile 2012 un articolo, in cui si legge, tra l’altro: «Per comprendere la pericolosità dell’ESM, basta semplicemente osservare ciò che è accaduto in Grecia. La Troika ha concesso i piani di salvataggio in cambio di una serie di richieste che per Atene si sono tradotti in cessione di sovranità. Si pensi alle condizioni imposte in materia di tagli alla spesa, ai dipendenti pubblici e alle pensioni. In tal senso, la politica nazionale diventa oggetto di contrattazione finanziaria. Membro, socio, parte contraente o creditore, sono i nuovi ruoli con cui si intende misurare il potere di una nazione sul proprio territorio. Strappare i panni istituzionali ad uno Stato per costringerlo a confrontarsi nella giungla dei mercati finanziari in qualità di grande debitore, dove chi detta legge è chi possiede più denaro, significa indirizzare la Costituzione verso una umiliante sottomissione a quelle folli logiche speculative che appaiono come l’immagine, sempre meno sfocata, dell’anticamera di una pericolosissima dittatura economica»;

in merito all’operatività, nell’articolo pubblicato il 10 febbraio 2012 sul blog “Tempesta perfetta” intitolato “Il MES sarà una potente banca sovranazionale” Piero Valerio precisa che «Se a questo aggiungiamo che il trattato prevede anche la possibilità di attivare il MES per fornire prestiti e assistenza finanziaria alle banche private dei paesi membri (“ricorrendo a prestiti con l’obiettivo specifico di ricapitalizzare le istituzioni finanziarie dello stesso paese membro”, articolo 15), allora la prospettiva cambia radicalmente, perché le banche europee (soprattutto francesi e tedesche, Credit Agricole, Societe Generale, Deutsche Bank, Commerzank), sono quelle che hanno un maggiore rapporto di indebitamento rispetto ai parametri patrimoniali previsti dagli accordi di Basilea 3 (…) Quindi il rischio che il MES possa attivarsi per fare operazioni di ricapitalizzazione e salvataggio straordinario delle banche private, richiedendo il versamento anticipato delle quote, aumenta considerevolmente»: a quanto risulta all’interpellante, esattamente quanto annunciato e sollecitato di recente dal presidente della Banca centrale europea Draghi, sollecitando a fare in fretta (per il bene delle banche ovviamente);

considerato che, a quanto risulta all’interpellante:

cercando di collegare alcune circostanze, si potrebbe riassumere quanto segue;

le istituzioni e gli operatori del sistema finanziario continuano a svolgere in modo disinvolto la loro funzione creditizia e a sviluppare oltre ogni limite una attività di speculazione a giudizio dell’interpellante criminosa e “finanza creativa”, provocando o contribuendo a creare le periodiche e fantomatiche crisi di sistema dietro le quali c’è spesso il dissesto di molti istituti e un’incalcolabile quantità di titoli tossici, senza che le autorità di vigilanza oppongano resistenza o cerchino di contrastare (o quantomeno arginare) il dilagante fenomeno: questo è un problema gigantesco che richiederebbe la massima determinazione e impegno delle autorità per arginarlo, ridimensionarlo ed eliminarlo, come hanno cercato di fare negli Stati Uniti, invece l’Unione europea e la Banca centrale europea non fanno nulla;

nel quadro del progetto di dominio globale nell’area europea, con l’obiettivo di graduale svuotamento del ruolo e dei poteri degli Stati e delle democrazie, viene istituita l’Unione europea, creato l’euro affidandolo in gestione esclusiva ad un’unica banca emittente (Banca centrale europea), nella cui mission c’è il controllo dell’inflazione, obiettivo prioritario sempre preminente rispetto ad altre variabili macroeconomiche (livello di occupazione, domanda aggregata, investimenti pubblici) e il finanziamento del sistema bancario;

i progetti di investimento azzardati e la spregiudicata attività speculativa portano molte grandi banche in una situazione di insostenibile esposizione finanziaria, che i mercati azionari puniscono impietosamente mentre le autorità competenti si guardano bene dall’eccepire (per loro si tratta sempre di crisi di sistema), ma diversamente da quanto avviene per le aziende sofferenti di altri settori economici, le banche (in Europa) non falliscono e ricevono sempre (o quasi) sostegno attraverso la Banca centrale che interviene generosamente con consistenti iniezioni di denaro pubblico (sottratto ad altra utile destinazione economica) e invocando di tanto in tanto la necessità di ricapitalizzare il patrimonio (capitale proprio) per ripristinare la solidità;

ed ecco quindi che, per assicurare un efficace ed agevole sostegno alle banche, all’articolo 15 del Trattato, viene istituzionalizzata l’assistenza finanziaria per la ricapitalizzazione delle istituzioni finanziarie dei Paesi membri, e in base al comma 1, il Consiglio dei governatori può decidere di concedere assistenza finanziaria ad uno Stato membro mediante la ricapitalizzazione delle sue istituzioni finanziarie, cioè la possibilità che i capitali destinati allo Stato vengano assegnati (in prevalenza) alla banche per la loro ricapitalizzazione;

insomma, appare evidente come una delle funzioni prioritarie dell’ESM, anche impiegando i soldi sottratti alla collettività, è quello di dare assistenza alle banche, o attraverso le banche, affinché non subiscano troppe sofferenze (men che meno il fallimento), nonostante non sempre paghino il conto per i danni provocati, e anzi (paradossalmente) i loro dirigenti ed esperti, alla faccia della crisi e dell’austerità, accumulano premi e guadagni vertiginosi senza che qualcuno esprima alcun rilievo, continuando incontrastati (e incoraggiati) ad imperversare nel sistema;

la nuova Autorità a cui gli Stati dell’area euro dovranno trasferire risorse illimitate (si parte con 700 miliardi di euro) risponde alle logiche proprie di una SpA; una SpA in cui chi conferisce più capitale comanda; che potrà dominare gli Stati dell’area euro, di cui avrà il controllo della politica economica nazionale; con una delega in bianco per gestire le ricchezze di un Paese; che ha il potere di chiamare gli Stati a rispondere ma che a sua volta non potrà essere chiamata a rispondere da alcuna istituzione; su cui nessuna legge nazionale avrà effetto, e verso cui nessun Governo attuale e futuro potrà agire; in cui nessun membro o dipendente di questa struttura sarà eletto dal popolo, né sarà responsabile nei suoi confronti; i cui organi, funzionari, dipendenti, beni, disponibilità e proprietà godono della totale immunità ed inviolabilità da ogni forma di giurisdizione; i cui affari godono della totale esenzione da qualsiasi imposizione fiscale; da utilizzare come strumento di conquista e sottomissione;

analizzando il testo del Trattato, è possibile apprezzare l’abilità (e astuzia) usata dal redattore nella scelta lessicale effettuata, facendo abbondante uso di termini adatti a descrivere ed evocare (in modo piuttosto sottile) l’idea e percezione positiva e benefica della “nascente istituzione”, ed evitando totalmente l’impiego della parola “banca” per indicare il MES; infatti si trova 15 volte il vocabolo “meccanismo”, 24 volte la parola “sostegno”, 32 volte “condizioni” (che graveranno sulla collettività), 40 volte il termine “stabilità” (non nuovo ma sempre molto rassicurante), 54 volte la definizione “assistenza finanziaria” (il volto altruista e assistenziale) contro le 7 volte del termine “finanziamento” (meno gradevole al pubblico) e zero volte la parola banca (riferita al MES). A giudizio dell’interpellante, quest’ennesima istituzione finanziaria internazionale, che configura una nuova banca europea sovranazionale e permanente, assimilabile ad una società per azioni, sostituirà i compiti svolti dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (EFSF) e dal meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (EFSM);

proprio gli oligarchi, che hanno prodotto la crisi in combutta con banche di affari ed agenzie di rating e fondi speculativi, avranno poteri enormi superiori a quelli dei Governi, democraticamente eletti, come si legge ancora nell’articolo di Piero Valerio, specie nel capitolo “Immunità e Privilegi”;

si legge infatti: «I beni, le disponibilità e le proprietà del MES, ovunque si trovino e da chiunque siano detenute, godono dell’immunità da ogni forma di giurisdizione. I beni, le disponibilità e le proprietà del MES non possono essere oggetto di perquisizione, sequestro, confisca, esproprio e di qualsiasi altra forma di sequestro o pignoramento derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative o normative (…). I beni, le disponibilità e le proprietà del MES sono esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie di ogni genere. Gli archivi del MES e tutti i documenti appartenenti al MES o da esso detenuti sono inviolabili. I locali del MES sono inviolabili. Il MES è esente da obblighi di autorizzazione o di licenza applicabili agli enti creditizi, ai prestatori di servizi di investimento o ad altre entità soggette ad autorizzazione o licenza o regolamentate secondo la legislazione applicabile in ciascuno dei suoi membri. I membri o gli ex membri del consiglio dei governatori e del consiglio di amministrazione e il personale che lavora, o ha lavorato, per o in rapporto con il MES sono tenuti a non rivelare le informazioni protette dal segreto professionale (…). Essi sono tenuti, anche dopo la cessazione delle loro funzioni, a non divulgare informazioni che per loro natura sono protette dal segreto professionale (il segreto professionale va bene per un operatore finanziario che lavora per i privati, ma non per chi lavora per un ente pubblico e statale). Nell’interesse del MES, i governatori, gli amministratori, il direttore generale e gli altri membri del personale godono dell’immunità di giurisdizione per gli atti da loro compiuti nell’esercizio ufficiale delle loro funzioni e godono dell’inviolabilità per tutti gli atti scritti e documenti ufficiali redatti. (…) Nell’ambito delle sue attività istituzionali, il MES, i suoi attivi, le sue entrate, i suoi beni nonché le operazioni e transazioni autorizzate dal presente trattato sono esenti da qualsiasi imposta diretta. I membri del MES adottano, se del caso, le opportune disposizioni per condonare o rimborsare l’importo delle imposte indirette (a loro totale discrezione decidono se pagare o meno le tasse). I beni importati dal MES necessari all’assolvimento delle sue funzioni istituzionali sono esenti da ogni dazio e imposta all’importazione e da ogni divieto e restrizione all’importazione. Il personale del MES è soggetto all’applicazione di un’imposta interna sugli stipendi, salari e sugli emolumenti corrisposti dal MES, che sono quindi esenti dall’imposta nazionale sul reddito. Nessuna imposta di qualsivoglia natura è applicata a chiunque detenga le obbligazioni o i titoli emessi dal MES, compresi i relativi interessi o dividendi. Il consiglio dei governatori decide su qualsiasi controversia tra il MES e i suoi paesi membri, o tra i membri del MES, in relazione all’interpretazione e all’applicazione del presente trattato, compresa qualsiasi controversia sulla compatibilità delle decisioni adottate dal MES con il presente trattato. Se un paese membro del MES contesta la decisione del consiglio dei governatori, la controversia è sottoposta alla Corte di giustizia dell’Unione europea. La sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea è vincolante per le parti in causa, che adottano le necessarie misure per conformarvisi entro il periodo stabilito dalla Corte», annullando di fatto la giurisdizione e lo stato di diritto nazionale;

insomma, una super banca sotto mentite spoglie, un meccanismo per il sostegno, la stabilità e l’assistenza finanziaria dei Paesi bisognosi alle condizioni delle banche, e dunque ecco il fondo salva Stati e salva banche,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo che questa ennesima istituzione finanziaria internazionale, che configura una nuova banca europea sovranazionale e permanente, assimilabile ad una società per azioni, sostituirà i compiti svolti dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (EFSF) e dal meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (EFSM), non con la finalità di salvare gli Stati sovrani in crisi, ma per offrire un lasciapassare a tecnocrati, banchieri ed oligarchi, che dopo aver prodotto la crisi in combutta con banche di affari, agenzie di rating e fondi speculativi, avranno poteri enormi superiori a quelli dei Governi, democraticamente eletti;

se risponda al vero che i beni, le disponibilità e le proprietà del MES, ovunque si trovino e da chiunque siano detenute, godano dell’immunità da ogni forma di giurisdizione, non possano essere oggetto di perquisizione, sequestro, confisca, esproprio e di qualsiasi altra forma di sequestro o pignoramento derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative o normative, a differenza delle abitazioni in cui vivono i normali cittadini, che oltre a pagare le tasse, possono vederle espropriate in qualsiasi momento;

se sia vero che i beni, le disponibilità e le proprietà del MES siano esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie di ogni genere, i cui archivi e documenti appartenenti, come i locali, siano soggetti all’inviolabilità;

se risponda al vero che il MES sia esente da obblighi di autorizzazione o di licenza applicabili agli enti creditizi, ai prestatori di servizi di investimento o ad altre entità soggette ad autorizzazione o licenza o regolamentate secondo la legislazione applicabile in ciascuno dei suoi membri e che i governatori, gli amministratori, il direttore generale e gli altri membri del personale godano dell’immunità di giurisdizione per gli atti da loro compiuti nell’esercizio ufficiale delle loro funzioni e godano dell’inviolabilità per tutti gli atti scritti e documenti ufficiali redatti;

se sia vero che gli attivi, le entrate, i beni nonché le operazioni e transazioni autorizzate dal presente trattato siano esenti da qualsiasi imposta diretta, decidendo a loro totale discrezione se pagare o meno le tasse, essendo i beni esenti da ogni dazio e imposta all’importazione e da ogni divieto e restrizione all’importazione;

se sia vero che alcuna imposta di qualsivoglia natura possa essere applicata a chiunque detenga le obbligazioni o i titoli emessi dal MES, compresi i relativi interessi o dividendi e che il consiglio dei governatori decida su qualsiasi controversia tra il MES e i suoi Paesi membri, o tra i membri del MES, in relazione all’interpretazione e all’applicazione del Trattato, compresa qualsiasi controversia sulla compatibilità delle decisioni adottate dal MES con trattato la cui decisione, se contestata, può essere sottoposta alla Corte di giustizia dell’Unione europea, con la cancellazione della giurisdizione e dello Stato di diritto nazionale;

se il Governo, che sottoporrà all’approvazione del Parlamento il Trattato, non abbia il dovere di informare i cittadini in merito alla cessione di sovranità all’ESM, evitando che siano solo le banche a beneficiare di queste decisioni;

quali iniziative il Governo intenda assumere per evitare il rischio della partecipazione “occulta” della criminalità organizzata ai grandi piani di finanziamento dell’ESM, informando compiutamente in quale modo la inviolabilità dei documenti possa incidere positivamente nel raggiungimento di tali obiettivi e se la segretezza non sia la peggiore nemica della trasparenza degli atti, che i cittadini europei hanno diritto di conoscere;

quali misure urgenti di propria competenza intenda attivare per evitare che le oligarchie finanziarie e le tecnocrazie possano creare “mostri giuridici” volti a tutelare se stesse e le burocrazie, legiferando contro i diritti dei popoli sovrani ed i consumatori, sempre più presi nel vortice di una crisi sistemica, prodotta da banche di affari, fondi speculativi ed agenzie di rating, i cui costi sono stati addossati ai cittadini.

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Società di revisione

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07791
Atto n. 4-07791

Pubblicato il 26 giugno 2012, nella seduta n. 751

LANNUTTI – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

alcuni aspetti dello schema di decreto-legge recante “Misure urgenti per la crescita del Paese” appena approvato dal Consiglio dei ministri offrono lo spunto per alcune riflessioni;

in particolare, a quanto risulta all’interrogante, al capo III, rubricato “Misure per facilitare la gestione delle crisi aziendali”, nell’ambito di una revisione della legge fallimentare per favorire la continuità aziendale, si dispone che l’impresa, non ancora in stato di decozione irreversibile, possa svolgere alcune attività finalizzate al rilancio operativo anche attraverso la contrazione di nuovo indebitamento prededucibile, sulla base di autorizzazione concessa dal tribunale a condizione che un professionista indipendente, designato dallo stesso debitore e munito di determinati requisiti, attesti la veridicità dei dati aziendali idonei a consentire il risanamento della posizione debitoria dell’impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria, nonché che i nuovi finanziamenti sono funzionali alla migliore soddisfazione dei creditori, in pratica, garantendo la continuità di impresa;

inoltre, ad integrazione dell’art 236 della legge fallimentare, con un nuovo articolo 236-bis rubricato “Falso in attestazioni e relazioni”, si sarebbe previsto un impianto sanzionatorio particolarmente stringente, sia sul piano economico che su quello penale, consistente nella reclusione da due a cinque anni e nella multa da 50.000 a 100.000 euro per il professionista che espone informazioni false ovvero omette di riferire informazioni rilevanti. La sanzione è da ritenere debba essere comminata anche in caso di assenza di dolo o colpa grave, atteso che la stessa è aumentata anche fino alla metà se il fatto è commesso al fine di conseguire un ingiusto profitto per sé o per altri, e se dal fatto consegue un danno per i creditori;

la particolare severità dell’impianto sanzionatorio come deterrente per i comportamenti “deviati” a tutela dei creditori, generalmente banche e per esse i loro depositanti-risparmiatori, a parte tante considerazioni che potrebbe indurre e sollevare, sorprende per differenza rispetto ad altre situazioni paragonabili che si sono stratificate o si sono venute delineando, in modo più o meno latente e comunque surrettizio, in alcuni recenti provvedimenti;

alle origini della crisi finanziaria di portata mondiale che ancora oggi sta sconvolgendo i mercati, distruggendo, a vantaggio di pochi, i risparmi di moltissimi piccoli e medi risparmiatori, è possibile collocare il crac americano della Enron che ha avuto come effetto parallelo il fallimento immediato della Arthur Andersen, la più antica ditta di revisione contabile che ne aveva certificato i bilanci, evidentemente falsi. Negli USA venne quindi emanata la legge Sarbanes Oxley preordinata ad evitare il ripetersi di eventi analoghi attraverso una serie di misure anche a carattere sanzionatorio. La questione ebbe risonanza planetaria e in Italia diede luogo ad una serie di audizioni parlamentari nel corso delle quali alcuni qualificati esperti del settore in posizioni di osservazione privilegiata ebbero modo di esprimere le proprie valutazioni. In particolare, il presidente pro tempore della Consob, sostenendo la migliore strutturazione ed efficienza dei metodi e degli organi di controllo italiani, escluse la possibilità di accadimenti paragonabili nel nostro Paese. La rassicurante previsione risultò, qualche tempo dopo, smentita dal crac della Parmalat che però non produsse conseguenze esiziali sulla o sulle società di revisione che ne avevano certificato i bilanci, rivelatisi, superfluo sottolinearlo, falsi;

si ricordano sorvolando alcune singolari giustificazioni addotte da uno dei revisori inquisiti – che sosteneva di aver preso per buoni degli estratti conto falsificati con lo scanner e la fotocopiatrice, dando ad intendere di ignorare lo strumento delle confirmation enquires, e cioè delle richieste di conferma dei saldi che i revisori possono e devono circolarizzare alle banche in rapporti con la società revisionata per ottenere direttamente ed al proprio indirizzo le risultanze dei rapporti creditori e debitori – per sottolineare che il suo operato fu oggetto di una approfondita disamina da parte dei competenti uffici della Consob. A conclusione dei lavori, venne emanata l’apposita e voluminosissima delibera, pubblicata integralmente sul bollettino senza alcun compiacente omissis;

peraltro, la presenza di omissis, grave anche per il fatto di privare gli inquirenti ed i molti danneggiati di un utile elemento spendibile giudizialmente a fini risarcitori, e comunque a fini di giustizia, è rilevabile in alcuni casi, come ad esempio per la delibera con la quale si irrogava una risibile sanzione pecuniaria (poche migliaia di euro ciascuno) a carico di membri – tutti nomi eccellenti, un paio dei quali ex commissari della Consob – del Consiglio di amministrazione di una banca iperattiva nel settore dei contratti derivati, congegnati per produrre, a fronte di perdite spesso esiziali per la clientela costretta a fruirne, ricavi per la banca così rilevanti da giustificare l’attribuzione di corposi bonus e di stock options di elevato ammontare ad alcuni, pochi, esponenti del top management;

quanto al caso “Parmalat”, la delibera con la quale si comminava al soggetto inquisito il massimo della sanzione e cioè l’intimazione alla società di revisione di appartenenza di non avvalersi della sua opera di revisore per due anni, dava atto che, avendo il soggetto sanzionato rimesso le quote di partecipazione alla società di revisione di appartenenza e non avendo fatto richiesta di partecipare all’attività di altra società di revisione, la sanzione sarebbe rimasta di fatto priva di effetti. Come dire: oltre al danno, anche la beffa. Sul piano penale poi, avendo il soggetto patteggiato la pena entro i limiti della condizionale, pare non abbia trascorso neanche un giorno in carcere, con buona pace dei soggetti – risparmiatori, azionisti, obbligazionisti, fornitori, dipendenti – i cui danni sarebbero risultati contenuti se la società di revisione ed il suo esponente avessero fatto il loro dovere facendo emergere per tempo il reale stato di decozione della società revisionata;

all’indomani del crac Parmalat, il legislatore ritenne di intervenire sul tema mettendo in cantiere un disegno di legge preordinato alla tutela del risparmio, all’interno del quale, secondo una poco commendevole usanza italiana, si è tentato di disciplinare materie del tutto estranee all’oggetto dello stesso;

questo per evidenziare che, a dispetto delle apparenze, il descritto impianto sanzionatorio è assai poco deterrente, poiché, come è documentabile ad esempio dall’elenco delle sanzioni Consob pubblicate sul bollettino, tutte le società andate in default avevano l’ultimo bilancio prima del crac corredato da relazioni di certificazione prive di segnali di allarme o che comunque davano ad intendere che fosse in leggero stato febbrile ciò che invece era irreversibilmente decotto; le sedicenti Big della revisione, cominciarono così ad essere chiamate sempre più spesso a rispondere sul piano patrimoniale dei danni che avevano contribuito a produrre con i loro comportamenti omissivi;

e quindi, prive di adeguate coperture patrimoniali, assicurative e/o fidejussorie, a dispetto dell’obbligo posto in capo alla Consob e da questa non adempiuto, dall’ormai abrogato art. 161 del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria di cui al decreto legislativo n. 58 del 1998 di verificarne la sussistenza ed in mancanza di esigerne la ricostitizione pena la cancellazione dall’apposito albo speciale, tali società esperirono il tentativo di introdurre nel corpus del disegno di legge sulla tutela del risparmio, l’istituto che viene denominato “liability cap” e che si sarebbe concretato nella limitazione della responsabilità patrimoniale delle società di revisione per i danni provocati ai destinatari finali della loro attività ad un multiplo del corrispettivo incassato per la revisione e per la successiva certificazione;

il tentativo non andò fortunatamente a buon fine e la relativa previsione normativa venne bocciata al Senato con una votazione estesa, come si diceva una volta, a tutto l’arco costituzionale, essendo risultato evidente che tale irragionevole norma, se approvata, avrebbe, contro ogni logica, rischiato di costituire un colpo di spugna per malefatte passate, ed un viatico “lasciapassare” per malefatte future;

il ricordo di tale episodio è necessario per mettere in evidenza per un verso che la linea difensiva della lobby dei revisori era il frutto di una task force, lodate dalla loro associazione per la sua composizione di “tecnici indipendenti”, due dei quali docenti presso l’Università Bocconi ed uno dei due, anche ex commissario Consob; per altro verso che, sorprendentemente, la tesi risultava appoggiata e condivisa dalla Consob;

in proposito sono rimaste agli atti del Parlamento alcune interrogazioni che non hanno mai avuto risposta, nonostante in proposito, a livello europeo, un organismo autorevole come l’inglese Office for fair trade, ed un Commissario autorevole come Fritz Bolkestein, si fossero pubblicamente e motivatamente dichiarati oppositori dell’introduzione della “liability cap”,

si chiede di sapere:

se il Governo non ritenga che un siffatto impianto sanzionatorio a parere dell’interrogante poco rigoroso non necessiti di una profonda revisione in termini di maggiore severità in modo che possa funzionare davvero come deterrente avverso comportamenti distratti, superficiali, incompetenti o collusi ma che comunque hanno danneggiato, danneggiano e danneggeranno i risparmiatori, e, di conseguenza, come intenda intervenire al fine di tutelare i cittadini;

se, ad avviso del Governo, la limitazione della responsabilità patrimoniale delle società di revisione possa avere cittadinanza nel contesto normativo del nostro ordinamento, meritevole di rispetto e di autorevolezza a livello europeo e mondiale e se di conseguenza siano condivise le posizioni espresse in argomento dalla Consob;

quali iniziative il Governo intenda assumere al fine di provvedere ad una radicale riforma della disciplina delle autorità di controllo, alla luce delle carenze e dell’inefficacia evidenziate dagli scandali finanziari che hanno investito il sistema delle imprese e delle banche, considerato che, a giudizio dell’interrogante, la Consob deve recuperare indipendenza, autorevolezza, credibilità e trasparenza, nonché il ruolo per cui è stata creata, cioè vigilare sulla Borsa tutelando gli interessi dei risparmiatori.

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Aurelio Regina-Trivellazioni

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07788
Atto n. 4-07788

Pubblicato il 26 giugno 2012, nella seduta n. 751

LANNUTTI – Ai Ministri dello sviluppo economico e dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. -

Premesso che:

il nuovo provvedimento per il rilancio dell’economia italiana, recante “Misure urgenti per la crescita del Paese”, è stato approvato recentemente dal Consiglio dei ministri e già risultano numerosi i pareri discordanti. Fa molto discutere il punto riguardante gli investimenti per le trivellazioni in mare, che nasconderebbe delle insidie;

il documento ha sì predisposto un fondo per le attività di salvaguardia del mare e di sicurezza delle operazioni offshore, finanziato anche attraverso l’aumento delle royalties per le estrazioni, ma non ha vietato di fatto le trivellazioni petrolifere in mare vicino a parchi e aree protette marine. Infatti, sebbene non sia stato abbassato a 5 chilometri il limite per le trivellazioni, proposta avanzata inizialmente, vi sono comunque dei punti non troppo rassicuranti, che riguardano i procedimenti in materia di idrocarburi offshore già in corso alla data di entrata in vigore del cosiddetto correttivo ambientale, ossia il decreto legislativo 29 giugno 2010, n. 128, che istituiva di fatto il divieto di ricerca, prospezione o coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi all’interno di aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, nonché all’esterno delle stesse, nelle zone marine poste entro dodici miglia dalle suddette aree protette. Inoltre istituisce il medesimo divieto, per i soli idrocarburi liquidi, entro cinque miglia dalle linee di base;

ciò significa che le trivellazioni anche entro 5 miglia sono consentite agli impianti operativi dal 2010. Il limite di 12 miglia, col nuovo decreto-legge, non varrà però solo per le aree marine protette ma anche per le coste;

nel testo del decreto-legge, a quanto risulta all’interrogante, non vi sarebbe solo una norma che porta ovunque a 12 miglia dalla costa il limite per le trivellazioni in mare per la ricerca di idrocarburi ma anche disposizioni piuttosto insidiose che riguardano l’attività di ricerca ed estrazione in terra ferma. Nel provvedimento ci sono articoli che, con il pretesto di semplificare le procedure, di fatto conferiscono pieni poteri al Governo che può sostituirsi a Regioni e Comuni;

il vicepresidente di Confindustria, Aurelio Regina, parlando all’assemblea dell’Unione petrolifera, ha detto: “Dobbiamo correggere il decreto del 2010 con la fascia di divieto a 12 miglia”. Secondo Regina questo intervento libererebbe investimenti per oltre tre miliardi in cinque anni;

considerato che:

in un’intervista alla stampa nazionale l’economista Usa Jeremy Rifkin ha dichiarato: “L’Italia ha una posizione invidiabile. Potreste essere quello che l’Arabia Saudita è stata per il petrolio” ha detto Rifkin, sottolineando che, tuttavia, “non si può essere attrattivi per i turisti se i prezzi dei trasporti, del cibo e degli alloggi sono troppo cari proprio perché legati a una vecchia economia petrolifera” (Ansa del 10 aprile 2011). Per superare l’attuale crisi, “serve una nuova rivoluzione e un nuovo piano economico planetario”. Da quando il petrolio ha iniziato ad aumentare il proprio costo, raggiungendo i 147 dollari a barile nel 2008, “è stato l’inizio della fine – ha spiegato l’economista-. In quel momento l’intera economia globale si è fermata. Perché la gente ha smesso di comprare. Il prezzo del petrolio ha inciso su tutti gli altri prezzi. La crisi dei subprime e il collasso dei mercati finanziari del 2008 erano solo scosse di assestamento. I governi di tutto il mondo stanno affrontando quelle scosse imponendo l’austerity. Ma il terremoto vero è quello energetico” (si veda GreenBiz.it);

considerato inoltre che:

scrive Roberto Mania per “la Repubblica”: «Aurelio Regina, presidente dell’Unione industriali di Roma, è entrato nella squadra di Giorgio Squinzi che guiderà per i prossimi quattro anni la Confindustria. E ci è entrato con un ruolo di primo piano. Il precedente risale a oltre vent’anni fa e – coincidenza – riguardava l’altro romano ai vertici confindustriali, Luigi Abete, allora vice di Sergio Pininfarina per i rapporti economici. Infatti, è quasi una superdelega quella che è stata affidata all’imprenditore foggiano di nascita ma romano di adozione: sviluppo economico, politiche energetiche comprese. Questa sarà la partita chiave per il governo (senza accenni di crescita la crisi avrà effetti devastanti) e Regina è destinato a diventare l’interlocutore privilegiato del governo»;

scrive Fabio Carosi su “Affaritaliani.it” il 25 maggio 2010: «Roma ha i conti in rosso? Aurelio alza il telefono e parla direttamente con Giulio (Tremonti). Il Comune non paga le aziende? Ecco che spunta una società di factoring, la Sace Factoring, pronta a prendere i crediti del Campidoglio. E la Polverini è nei guai con la voragine della sanità? Sempre Aurelio detta alle agenzie di stampa la ricetta: “Niente nuove tasse ma un diminuzione dell’ospedalizzazione e la telemedicina”. Manager internazionale, progettista di qualità, cacciatore di teste. Ora anche spin off della politica comunale e regionale. La nuova Roma che conta, quella che ha deciso di dare un taglio con la vecchia politica e di trasformare la città seguendo non più il destino di Capitale assistita ma costruendo una nuova industria, ha un solo nome: Aurelio Regina. Pugliese classe 1963, dal 2008 è ufficialmente a capo degli stanchi industriali romani, sottoposti per oltre un anno ad un singolare processo di formazione. Via la cultura della famiglia e degli intrecci con la politica e largo al management, alla progettualità. Il segreto di Regina si chiama network. Un piede anche in Procter&Gamble Italia come responsabile della comunicazione e delle Relazioni istituzionali, successivamente è divenuto consulente della società di super recruiting, Egon Zender, collocando manager, uffici stampa e pierre nelle principali aziende, mentre nel board dell’Aspen Institute, presieduto proprio da Giulio Tremonti, tesseva la trama iniziata nel 1991 con l’ingresso in Philip Morris. Oltre ad essere presidente degli industriali romani di nuova generazione, è anche consigliere d’amministrazione de Il Sole 24 Ore e grande sponsor dell’edizione romana del quotidiano di via Monterosa, nella quale compare quasi tutti i giorni. Se non bastasse è anche vicepresidente esecutivo dell’Opce, l’Euro Confindustria che riunisce il tessuto imprenditoriali delle Capitali. Ammesso che abbia tempo libero lo deve sacrificare per dedicarsi anche alla presidenza del cda delle Manifatture Sigaro Toscano dove il 20 per cento del pacchetto azionario è controllato da Luca Cordero di Montezemolo a quella della Sistemi&Automazioni, un piccolo gioiello di società con sede a Roma, che dal 1996 si occupa di ingegneria dei sistemi e che vende soluzioni informatiche a privati e pubblici. Ancora un network, come quello che Aurelio Regina ha creato nella Uir. Intanto il progetto per Roma. La visione non poteva essere che quella della ragnatela con una trama fitta che avvolge il Campidoglio e la Regione, gli enti pubblici costretti dalle “vacche magre” ad invocare sempre più l’aiuto privato. Presi per la gola prima Alemanno e presto anche la Polverini, a forza di gridare al project financing si sono affidati alla “cura Regina” che ha prima ha infilato le banche nella Uir, poi ha convinto Terna (l’ad Flavio Cattaneo è nel board della Uir con delega alle Politiche energetiche e ambientali) a costruire la Roma digitale, mettendo in moto 600 milioni di euro di investimenti privati per superare entro e fuori il Raccordo il muro dei 100 megabit. Visto che poi la rete – quella elettrica stavolta – di Acea e Terna era ormai datata, sempre Regina ha spinto i due gestori a mettere 500 milioni di euro sul piatto. Due gli obiettivi: fare le manutenzioni dimenticate nel passato e togliere una quantità industriale di tralicci al fianco di palazzi per i quali sono in corso centinaia di cause. Quindi si è dedicato alle Olimpiadi, scrivendo la candidatura e portando a casa la vittoria su Venezia. I più maliziosi dicono che la trattativa sia stata fatta proprio con Tremonti con il quale divide il disegno di Roma. A dare una mano anche quel Luca di Montezemolo che non vedeva l’ora delle Olimpiadi per cancellare il tormentone del Gp a Roma. Sarà per questo che Regina si è distinto per diplomazia. Il sogno della Formula 1 lo ha fatto cullare al Campidoglio, anzi, al vicesindaco (…), così ha avuto modo di occuparsi di cose serie. Al grido di infrastrutture, infrastrutture, Regina ha messo persino mano alla crisi della traffico e delle buche. Intanto ha dato speranze, supporto e idee all’Agenzia per la Mobilità che ha iniziato a parlare di nuove tecnologie e reti; è in attesa che l’Atac lasci l’associazionismo dei trasporti per iscriversi alla Uir, poi ha messo uno come Giuliano Amato ad occuparsi anche dei lavori per le buche, in modo tale da programmare i futuri scavi per la posa della fibra ottica e mettendo ordine al caos che regnava negli scavi per i pubblici servizi. Contento? No, la strada è lunga. Ora si dedica alla politica, partendo dai consigli a chi in 2 anni non ha brillantemente amministrato Roma. Una saggezza dispensata gratis che è un vero commissariamento e per il quale Alemanno ha chinato la testa. Ieri ha avvisato: “Se non fossero confermati i 500 milioni del contributo annuo per Roma Capitale, salterebbero il progetto di bilancio e le Olimpiadi”. E poi ha aggiunto da buon manager: “Bisogna intraprendere azioni concrete per riportare il debito a zero, stabilizzando il contributo per Roma Capitale e blindando la gestione commissariale”. E nel futuro? Per uno che è alla presidenza del sigaro toscano, e neanche fuma, al termine della remata c’è solo la successione alla Mercegaglia. Per far questo la romana Uir deve fare numeri e puntare a superare Milano. Ecco perché Roma città delle reti. A partire dalla sua. Gli unici a capirlo sono stati i finti ingenui del Rotary Club Tevere che gli hanno consegnato il premio 2010. La motivazione? “Per il concreto impegno dimostrato nel sostegno alle numerose iniziative ed ai progetti di lungo respiro, al fine di dotare Roma di quelle moderne infrastrutture e servizi che consentiranno alla città di svolgere con maggiore efficacia il proprio ruolo nazionale ed internazionale”. Dunque Aurelio Regina è uno che ha le idee chiare. E la rete giusta»,

si chiede di sapere:

se il Governo non intenda rivedere, nelle opportune sedi, la norma in questione considerato che l’inquinamento e lo sfruttamento delle risorse naturali non sono certo la ricetta per uscire dalla crisi, anche alla luce delle diverse scelte degli altri Paesi europei, come la Germania, per la quale entro pochi anni il fabbisogno elettrico verrà soddisfatto per oltre metà dalle fonti pulite, e nel settore della mobilità l’innovazione scommette sempre di più sull’elettrico e sull’ibrido;

se non ritenga che la proposta del vicepresidente di Confindustria Regina di cancellare il limite di 12 miglia per le trivellazioni petrolifere in mare vicino a parchi e aree protette marine sia totalmente irrispettosa del principio di salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio, basilare per il lavoro e per lo sviluppo del Paese;

se, alla luce di quanto esposto in premessa, al Governo risulti che vi siano legami tra esponenti della politica e potenti figure nella Capitale, tessitori di tele e network politico-affaristico-istituzionali, che abbiano influenzato e/o influenzino le scelte delle amministrazioni e quali iniziative il Governo intenda intraprendere al fine di rendere le amministrazioni libere da ogni tipo di manipolazione;

se risulti che vi siano lobby che hanno un peso determinante sulla decisione di scelte strategiche per lo sviluppo del Paese, avvantaggiando i petrolieri a discapito di un piano di crescita fondato sullo sviluppo di nuove forme di energie da fonti rinnovabili, quale volano dell’economia del Paese, che permetterebbe di sganciarsi dalle dinamiche del prezzo del petrolio.

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CRI – aggressione responsabile sindacale

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07787
Atto n. 4-07787

Pubblicato il 26 giugno 2012, nella seduta n. 751

LANNUTTI – Ai Ministri della salute e della difesa. -

Premesso che:

sul sito dell’Unione sindacale di base (USB) è pubblicato il seguente comunicato stampa «Privatizzazione Cri: USB p.i., aggredito responsabile nazionale USB croce rossa – La USB ha deciso, nei giorni scorsi, di rappresentare il disagio di oltre 4000 lavoratori/ici della Croce Rossa con forme di lotta compatibili con l’evolversi della trattativa ministeriale in corso in questi giorni; in virtù della proclamazione dello stato di agitazione di tutto il personale, sono stati invitati tutti i lavoratori/ici a “commemorare” la scomparsa dell’Ente Pubblico attraverso l’esposizione dell’emblema della C.R.I. listato a lutto (utilizzando cartoncini, lenzuola o qualsiasi altro materiale e non bandiere ufficiali) in tutti i posti di lavoro. “Nella tarda mattinata di oggi, dichiara Sabino Venezia del Coordinamento Nazionale USB P.I., dopo aver riposizionato uno striscione con l’effige CRI listata a lutto, già strappato in mattinata, il nostro Dirigente Nazionale Massimiliano Gesmini, infermiere in servizio presso l’autoparco, ha subito una vile aggressione da parte del Responsabile Amministrativo nonché ufficiale del Corpo Militare della CRI. L’inaudito episodio ci costringe ad assumere i toni formali della risposta legale, amministrativa e sindacale, prosegue Venezia, chiederemo immediatamente conto al Commissario CRI di quanto successo a Gesmini, con l’auspicio di verificare che simili episodi da caserma sono frutto di singole culture” (Roma, 4 giugno 2012)»;

nella stessa bacheca si legge: «L’umanità, la neutralità e l’allegra brigata – In questi ultimi giorni, sono avvenuti episodi tanto gravi, quanto inqualificabili. Senza entrare di nuovo nel merito di quanto accaduto, ci preme soffermarci sull’atteggiamento tenuto dai Vertici della Croce Rossa Italiana. Infatti, a dispetto di quanto spesso enunciato, le più alte cariche della C.R.I., hanno dimostrato scarsa Umanità e poca Neutralità rispetto al deplorevole episodio del 4 giugno u.s. È passata una settimana senza che nessuno abbia speso una sola parola per censurare quanto accaduto; né il Commissario Straordinario, né il Direttore Generale, né il Comandante del Corpo Militare né, tantomeno, il Dirigente del Comitato Provinciale di Roma, hanno commentato lo spiacevole episodio. (..) Certamente, quello che si vuol far passare, è un segnale gravissimo; questa Amministrazione, pur di fermare la protesta e il dissenso, si sente autorizzata ad utilizzare qualsiasi mezzo, compresa la forza. (..) Dobbiamo renderci conto che questa non è stata, e non è, una gestione democratica, ma è un regime e, come i peggiori regimi, se non sei allineato sei un nemico da abbattere con qualsiasi mezzo. Pensiamo cosa hanno subito in questi anni i colleghi Vincenzo Lo Zito, Mario Martinez e Anna Montanile; solo per aver denunciato il malcostume che imperava (e impera) in C.R.I., sono stati fatti oggetti di vessazioni, denunce, demansionamento (…) E in questo caso? Silenzio assoluto. Ma si sa in Croce Rossa tutto è lecito; si possono dileggiare i lavoratori, le Organizzazioni Sindacali, l’Ente Pubblico e perfino le Istituzioni. Proprio l’Ente C.R.I. e le Istituzioni sono stati, in questi giorni, i bersagli preferiti del Sig. Rocca; attraverso il suo giocattolo preferito (il social network Facebook) ha lanciato strali contro dei Parlamentari rei, secondo lui, di essersi permessi di criticare il suo operato e contro l’Ente Pubblico definendolo uno “stipendificio”! Ma lo stipendificio C.R.I. non è lo stesso che ha permesso al Sig. Rocca (e al Direttore Generale Ravaioli) di guadagnare in tre anni qualcosa come quasi due milioni di Euro? Non è lo stesso che ha permesso allo “staff” del Sig. Rocca di avere una retribuzione per più di tre anni? Chi ha pagato Capi Dipartimento, Addetti stampa, Segretari e quant’altro? Se li ha pagati lei con il suo lauto stipendio, siamo pronti a fare pubblica ammenda»;

considerato che:

l’interrogante ha presentato numerosi atti di sindacato ispettivo per lamentare le forti criticità nella gestione dell’ente nonché per portare all’attenzione del Governo le vicende che vedono coinvolta la Croce rossa italiana (Cri) nelle puntuali disattese indicazioni impartite dalle autorità giudiziali (4-07534, 4-06765, 4-04108, 4-06608, 4-07406, 4-05676, 4-02926, 4-06207, 4-05304);

l’interrogante ha sottolineato che l’attuale Commissario straordinario, continuando a disattendere le indicazioni della ricordata ispezione ministeriale, nonché i puntuali precetti impartiti dalle autorità giudiziali, inspiegabilmente e pervicacemente persevera nell’omettere di disporre il dovuto richiamo in servizio del capitano Martinez rilasciando, peraltro, in più occasioni, dichiarazioni pubbliche nelle quali ha assimilato il capitano ad un “carnefice perché anche lui faceva parte di un sistema clientelare” con ciò, al contempo, diffamando il militare e gettando gravi ombre sulla liceità dell’operato del vertice della Cri anteriore al suo insediamento (atti 4-05304 e 4-07406);

inoltre l’interrogante riportava il caso di Lo Zito, il militare dipendente della Cri che, nel 2008, aveva denunciato irregolarità amministrative e contabili compiute dall’allora presidente del comitato regionale Cri Abruzzo, Maria Teresa Letta, e per questo si era esposto a denunce e alla sospensione dello stipendio. Nei confronti del maresciallo Lo Zito il giudice Anna Maria Fattori del Tribunale ordinario di Roma ha disposto il non luogo a procedere per il reato di calunnia. In più il giudice ha deciso di trasmettere il fascicolo alla Procura perché indaghi su eventuali ipotesi di reato, facendo attenzione in particolare alla nota 22 del 5 gennaio 2008, indirizzata al direttore nazionale del Corpo militare della Cri, colonnello Piero Ridolfi, con cui la dottoressa Letta richiedeva l’immediato allontanamento del militare. In aggiunta il giudice Antonio Lepore del Tribunale militare di Roma ha assolto il maresciallo Lo Zito dal reato di diserzione aggravata perché il fatto non sussiste. Sarà il sostituto procuratore Assunta Cocomello a condurre le indagini ora, dopo che la Procura ordinaria di Roma ha aperto un fascicolo (n. 431 del 2011) per capire quali siano state le ragioni per cui, dopo le denunce di irregolarità fatte dal maresciallo Lo Zito, si è ritenuto di doverlo sottoporre a denunce e alla sospensione dal servizio (atti 4-04108, 4-05676),

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e se non ritenga di dover intervenire al fine di ottenere e riferire ogni dettaglio sui fatti accaduti;

se risulti al Governo che i vertici della Cri e del Corpo militare abbiano adottato gli immediati provvedimenti nei confronti del responsabile amministrativo nonché ufficiale del Corpo militare della Cri autore dell’inaudita aggressione e, in caso negativo, quali iniziative intenda intraprendere a riguardo;

se non ritenga che l’episodio narrato nel comunicato dell’organizzazione sindacale rappresenta un fatto di estrema gravità che si colloca come un pericoloso precedente nel contesto del particolare momento di difficoltà che sta attraversando la Cri, e che potrebbe essere emulato da altri o generare ulteriori episodi di violenza gratuita e di comportamenti contro esponenti sindacali o le loro attività.

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Autilia Zeccato guida Enit Pechino

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07786
Atto n. 4-07786

Pubblicato il 26 giugno 2012, nella seduta n. 751

LANNUTTI – Ai Ministri per gli affari regionali, il turismo e lo sport e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che dal 1° agosto 2011 la signora Autilia Zeccato guida la sede Enit (Ente Nazionale italiano del turismo) di Pechino;

stando al curriculum della signora Zeccato, consultabile sul sito dell’Agenzia nazionale del turismo, si nota che la stessa è stata dirigente delle Direzioni Sistemi informativo-tecnologici e Affari generali, nonché Gestione risorse umane, ma non ha alcuna esperienza professionale nel settore del turismo; inoltre non conosce la lingua cinese ed ha una conoscenza “sufficiente” della lingua inglese; fino a tre anni fa aveva fatto il segretario comunale a Zeme, Velezzo Lomellina, Lardirago, Bascapè, Affile, Labico e Campagnano Romano;

neanche il suo “capo” Paolo Rubini, quando fu nominato General manager dell’Enit, aveva alcuna esperienza nel settore. Dal suo curriculum risultava essere stato solo responsabile della ‘banca dati’ dei Circoli della libertà, responsabile dell’audit interno dell’Isvap, e vicepresidente della StemWay Biotech, specializzata nel congelamento di cordoni ombelicali (cellule staminali), anche se poi, in seguito alle polemiche sollevate a riguardo, apparvero all’improvviso esperienze pregresse nel settore di riferimento della nomina;

considerato che:

scrivono Rizzo e Stella per il “Corriere della Sera” che non c’è dunque da meravigliarsi se nel decreto Sviluppo Italia, «in 188 pagine, non si trova un cenno alla Cultura e al Turismo, spacciati ogni giorno, retoricamente, come “il nostro tesoro”. Una svista suicida. Sono anni che tutti gli studi dicono che ogni euro speso bene in cultura rende più di ogni altro investimento. La Francia impegna nel nuovo Louvre di Lens 200 milioni certa di guadagnarci sette volte tanto. La Spagna ha moltiplicato in 7 anni per 18 volte, dice un rapporto Ue, i soldi messi nel Guggenheim di Bilbao. Jeremy Rifkin afferma che “l’espressione più potente e visibile della nuova economia dell’esperienza è il turismo globale” divenuto “rapidamente una delle più importanti industrie del mondo”. Lo stesso Sole 24 Ore, prima ancora di lanciare il suo “Manifesto per la cultura”, stigmatizzava tre anni fa come si puntasse troppo su “progetti (ponte sullo Stretto) che presentano moltiplicatori di reddito inferiori a quelli evidenziati dai progetti culturali: due volte contro 4-5 volte”. E faceva vari esempi. Uno: “La mostra nazionale Gauguin-Van Gogh organizzata a Santa Giulia (Brescia). A fronte di 3 milioni di spese, con 515 mila visitatori ha prodotto una spesa pro capite media di 83 euro per un indotto complessivo di 75 milioni”. E allora, davanti a questi dati, ti domandi: possibile che ancora una volta ogni progetto di rilancio dell’economia punti su tutto meno che sulla cultura e sul turismo? Capiamoci: è una cecità datata. E spiega perché l’Italia, che nel 1970 era la prima al mondo tra le destinazioni del turismo internazionale, sia scivolata al quinto posto e perché nella graduatoria della competitività turistica del World economic forum (non basta avere le Dolomiti o l’”Ultima cena” di Leonardo ma occorre offrire trasporti, alberghi e ristoranti buoni e non troppo cari, una rete web decente, sicurezza (…) occupi appena la 27ª posizione. “Dobbiamo portare il turismo al 20% del Pil” proclamava un anno fa Silvio Berlusconi. Rilancia ora il ministro Piero Gnudi: “Il turismo potrebbe dare al Pil un contributo del 18%”. Aggiungendo che il settore “nei prossimi 10 anni ha la possibilità di creare 1,6 milioni di nuovi posti di lavoro”. Ma i fatti? L’ultimo rapporto del World travel & tourism council (Wttc) afferma che il turismo in senso stretto rappresenta in Italia appena il 3,3% del Prodotto interno lordo. Umiliante. Nel mondo ci sono 93 economie nelle quali l’industria turistica ha un peso relativo maggiore al nostro. Paesi come Spagna, Grecia, Egitto o Portogallo meno forti sotto il profilo industriale. Ma anche Paesi manifatturieri come la Francia, che ci supera con il suo 3,7%. Anche con l’indotto, il peso del turismo si solleva faticosamente da noi fino all’8,6% del Pil, ben al di sotto non solo dei sogni berlusconiani e gnudiani ma di tanti altri Paesi. Se per numero di ospiti stranieri, come dicevamo, siamo oggi la quinta destinazione mondiale dietro Francia, Spagna, Usa e Cina, sugli introiti complessivi generati da questi turisti esteri siamo già, secondo il Wttc, in sesta posizione, superati perfino dalla Germania e con il Regno Unito che ci incalza. E per fatturato complessivo del settore (italiani e stranieri e tutto l’indotto insieme) siamo addirittura settimi. Di più. Le stime dicono che nel 2012 i ricavi scenderanno dello 0,9% e che il numero dei turisti stranieri calerà sotto i 43,6 milioni, bruciando parte della ripresina del 2011. Dei 181 Paesi censiti dal Wttc, appena 14 cresceranno meno di noi: siamo al posto 167. Già quest’anno il fatturato del turismo estero da noi si attesterà intorno a 30,3 miliardi di euro, cioè 4,3 al di sotto dei livelli 2006. Con un impatto anche sull’occupazione, già più modesta che altrove. In Egitto il turismo dà lavoro a 3 milioni 79 mila persone, in Italia, indotto compreso, a 2 milioni 231 mila, cifra che vale appena il 19° posto in graduatoria. Direte: è logico, sul Nilo quale altro mestiere vuoi che facciano? Andiamo allora vedere tre paesi con un manifatturiero forte: in Francia il settore occupa 2 milioni 793 mila addetti, nel Regno Unito 2 milioni 308 mila, in Spagna (un quarto di abitanti in meno) 2 milioni e 304 mila. Sono numeri inequivocabili. E dicono che l’immenso patrimonio paesaggistico, monumentale, artistico ed enogastronomico che abbiamo è sfruttato malissimo. E anche qui l’ottimismo sventolato via via da ogni governo non è condiviso affatto dal Wttc: nella classifica della crescita turistica prevista da qui al 2022 occupiamo la casella numero 173. Su 181. C’è chi dirà: i numeri vanno presi con le pinze, tanto più le previsioni. Giusto. Ma cosa stiamo facendo da anni noi, il paese che si vanta di avere più siti Unesco di tutti nel pianeta, per invertire il nostro malinconico smottamento turistico nel bel mezzo del boom di questa nuova “industria mondiale” di cui parla Rifkin? Il governo di Pechino stima che nel 2015, cioè fra tre anni, i cinesi così ricchi da andare in vacanza all’estero saranno tra i 100 e i 130 milioni e spenderanno in giro per il mondo 110 miliardi di euro. Mai visti tanti turisti, mai visti tanti soldi. Noi, il Paese di Marco Polo, l’unico occidentale conosciuto anche dai contadini delle più remote contrade dell’”Impero di mezzo”, avevamo una posizione di vantaggio: “Eravate il punto di partenza ideale per un tour europeo”, spiegò l’anno scorso a Giampaolo Visetti di Repubblica il vicecapo dell’Ufficio nazionale del turismo cinese, Zhu Shanzhong, “poi ci avete un pochino trascurati”. Come? Costruendo un sito web stupefacente con il copia-incolla del sito cinese dell’Emilia-Romagna, troppo tardi cambiato, col risultato che pareva producessimo soltanto parmigiano, prosciutto e macchine Ferrari e che la capitale fosse Bologna. Ignorando di raccomandare ad alberghi e ristoranti di accogliere nel modo giusto i nuovi ospiti (esempio: bastoncini al posto delle forchette) e spalancando alla Francia e alla Germania, molto più rapide nell’adeguarsi, la possibilità di soffiarci il ruolo di destinazione privilegiata»;

il caso della signora Zeccato non rimane isolato perché, continua il “Corriere della Sera”, «A conquistare i turisti del Brasile, cioè il più grande Paese cattolico del mondo dove il boom potrebbe consentire finalmente a milioni di fedeli di venire a Roma, abbiamo mandato l’ingegnere catanese Salvatore Costanzo. Il quale, per ragioni in cui non vogliamo entrare, non ha ottenuto a lungo il visto da Brasilia e ha cercato di conquistare i brasiliani standosene a Buenos Aires. Nulla di personale, ma come diavolo vengono scelti i dirigenti di punta in certi luoghi strategici? Decidiamoci: o l’Enit è un carrozzone ormai irriformabile e allora va chiuso oppure può servire e allora va rovesciato come un calzino a partire dalla decisione di far rientrare domani mattina (non fra un mese: domani mattina) chi è stato improvvidamente premiato con incarichi spropositati. Bene: nel decreto Sviluppa Italia l’unico accenno al turismo è la disposizione che la struttura estera dell’Enit sarà integrata con le ambasciate e i consolati. Fine. Anzi, non è stata neppure risolta la contraddizione di affidare la “mission impossibile” del risanamento dell’ente al direttore della Luiss Pier Luigi Celli e allo stesso tempo di sopprimere il Dipartimento del turismo (accorpato a quello degli Affari regionali) tenendo in vita invece una fantomatica “struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia” creata al tempo del governo Berlusconi e che costa un paio di milioncini l’anno. Quanto ai beni culturali, che dell’industria turistica sono la benzina, inutile cercare nel testo parole come cultura, arte, monumenti, archeologia: non ci sono»;

l’articolo prosegue: «Spiega Massimo Deandreis, direttore di Studi e Ricerche del Mezzogiorno, che il turismo culturale rappresenta ormai il 35% del Pil turistico appena sotto il 38% del turismo marino, al 16% del montano, all’8% del lacuale, al 4% del termale e ancora al 4% del collinare. Eppure “il Pil turistico (in senso stretto) meridionale raggiunge il 3,5% del Pil complessivo, contro il 3,8% dell’Italia”. Uno spreco pazzesco. E avvilisce prendere atto che, nonostante le buone volontà personali, non c’è alcun impegno reale di cambiare strada. L’Italia oggi investe in cultura un quinto della Francia: lo 0,19% del suo bilancio. Un quarto rispetto allo 0,80% del 1955. Per recuperare il terreno perduto servirebbe un impegno pubblico convinto e accanito. E non parliamo di soldi: parliamo di idee. E torniamo a un tema che noi del Corriere abbiamo già sollevato: dobbiamo mettere insieme in un grande e potente ministero del Patrimonio, affidato ai più bravi, quelle che dovrebbero essere le nostre risorse maggiori: beni culturali, ambiente e turismo»;

ogni anno lo Stato spende oltre 100 milioni per sostenere un settore che vale tra il 10 e il 13 per cento del Prodotto interno lordo. Un fiume di soldi che finisce nelle casse dell’Enit e di varie agenzie e SpA a capitale pubblico. “L’Espresso” ha studiato bilanci, documenti riservati e progetti scoprendo che i quattrini servono, oltre che a inutili promozioni, a foraggiare l’appetito di manager e dirigenti indicati dai politici, a finanziare strane strutture di missione governative, assurde conferenze e improbabili bureau. I quali, in teoria, dovrebbero rilanciare l’immagine del Paese, ma che, nella pratica, ottengono risultati modesti, inversamente proporzionali agli sprechi e ai benefit (di lusso) destinati ai potenti;

nel dicembre 2011 la manovra economica di Monti all’inizio prevedeva l’eliminazione dell’Enit, poi scomparsa nel documento di programmazione economica definitivo,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa ed in particolare su quali basi di competenza sia ricaduta la nomina della signora Autilia Zeccato, considerato che la sua mancata esperienza nel settore del turismo nonché la conoscenza “sufficiente” della lingua inglese difficilmente possono permettere di affrontare discorsi commerciali, né tantomeno permettono di colloquiare speditamente nelle pubbliche relazioni con le personalità locali;

se tale nomina non risponda a criteri politici che il Governo “tecnico” aveva affermato di voler combattere, anche per i danni causati spesso dagli incapaci designati in incarichi di grande responsabilità, e se il Governo non intenda rimuovere i collaboratori che ricoprano incarichi senza i requisiti necessari al fine di restituire efficienza ed efficacia all’Enit che ha il compito centrale di promuovere l’immagine unitaria dell’offerta turistica nazionale e di favorirne la commercializzazione;

se risulti rispondente al vero che il cosiddetto decreto Sviluppo non si occupa della cultura e del turismo come volano dell’economia del Paese;

se il Governo non ritenga necessario, alla stregua degli altri Paesi, adoperarsi per un impegno pubblico di risorse ed idee al fine di sviluppare una strategia per la cultura ed il turismo, per cogliere le opportunità di crescita economica ed occupazionale offerte dal settore, che rappresenta una delle leve per la ripresa del Paese e di conseguenza quale iniziative intenda adottare a riguardo;

quali iniziative intenda assumere al fine di annunciare le linee guida sul progetto di piano nazionale del turismo a cui sta lavorando in collaborazione con le Regioni.

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Enpam – Real Estate srl

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07762
Atto n. 4-07762

Pubblicato il 21 giugno 2012, nella seduta n. 749

LANNUTTI – Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali, della salute e dell’economia e delle finanze. -

Premesso che:

in un comunicato del 10 maggio 2012 l’Enpam dichiara testualmente: «A partire da aprile dello scorso anno la Fondazione ha riportato in casa la gestione degli immobili rinunciando a darla in appalto a gestori privati. L’incarico è stato affidato a Enpam Real Estate srl, di cui Enpam è socio unico e che è presieduta da Alberto Oliveti. Così facendo, nel 2011 la Fondazione Enpam ha già risparmiato 2,5 milioni di euro rispetto all’anno precedente»;

tuttavia, pur risultando effettivamente dal mero confronto tra il bilancio consuntivo 2010 e quello 2011 una variazione di spesa per la voce “fabbricati da reddito” da 48,6 a 46,1 milioni di euro (pag. 80 del bilancio consuntivo della Fondazione Enpam 2011), il citato comunicato di cui sopra omette di esporre una serie di informazioni e di dati indispensabili per conoscere il reale andamento della spesa in questione;

infatti, a fronte dell’asserita riduzione di spesa sono significativamente cresciute la spese della Enpam Real Estate per le voci “costo del lavoro”, passata da 187.000 euro del 2010 a 1.087.728 euro del 2011 (pag. 5 del bilancio al 31 dicembre 2011 della Enpam Real Estate e pag. 158 del bilancio consuntivo della Fondazione Enpam 2011) e “costi per servizi”, passati da circa 2 milioni di euro del 2010 a 2,7 milioni di euro del 2011 (pag. 5 del bilancio al 31 dicembre 2011 della Enpam Real Estate- pag. 158 del bilancio consuntivo della Fondazione Enpam 2011);

inoltre, il conto economico preventivo della Fondazione Enpam per il 2012 prevede un accantonamento per la voce “spese per fabbricati da reddito” che supera i 52 milioni di euro, a fronte dei 46 sostenuti nel 2011, circostanza, questa, che fa fondatamente ritenere che la riduzione delle spese per il 2011 sia un dato non strutturale ma solamente congiunturale, derivante dal mero rallentamento delle procedure amministrative di spesa in connessione con lo start up della nuova gestione affidata alla Enpam Real Estate, con conseguente ribaltamento nell’esercizio 2012 di spese che altrimenti sarebbero state sostenute nel 2011;

a ciò si aggiunge un dato ulteriore: la posizione debitoria della Enpam Real Estate si è aggravata dal 2010 al 2011 per quasi 7 milioni di euro per “debiti verso fornitori” (pag. 4 del bilancio al 31 dicembre 2011 della Enpam Real Estate e pag. 157 del bilancio consuntivo della Fondazione Enpam 2011);

è chiaro quindi che l’asserita operazione di risparmio di 2,5 milioni di euro si è tradotta in una mera traslazione di costi dal bilancio della Fondazione Enpam a quello della Enpam Real Estate, dagli esiti alquanto incerti se non probabilmente negativi;

d’altra parte, con la creazione della Enpam Real Estate – che ha autonomia meramente formale, ma costituisce in termini economici solo una divisione operativa della Fondazione – si è anche determinata una artificiosa duplicazione di ruoli e posizioni in capo a componenti del Consiglio di amministrazione della Fondazione Enpam, che cumulano anche la carica di componenti del Consiglio di amministrazione dell’Enpam Real Estate e i relativi compensi;

in particolare le spese per gli organi (Consiglio di amministrazione e Collegio sindacale) dell’Enpam Real Estate, come si evince dal consuntivo 2011 della predetta società, sono state pari a euro 1.143.626 a fronte di euro 893.169 dell’esercizio 2010; parallelamente le spese per gli organi della Fondazione, a fronte di euro 3.960.621 risultanti dal bilancio consuntivo 2010, paiono in crescita inarrestabile, in quanto nel 2011 ammontano a euro 4.326.010 (bilancio consuntivo della Fondazione Enpam, pag. 78) e sono stimate in euro 5.310.000 nel preventivo economico per il 2012;

tale dato è ancor più sconcertante se si pensa all’andamento negli anni della spesa in questione: nel 1988 la spesa era pari a 310.900.484 lire, equivalenti a 337.029 euro (dato che tiene conto dell’inflazione monetaria intervenuta nel frattempo); nel 1998 – a poca distanza dalla privatizzazione avvenuta nel 1995 – la spesa era di 1.859.435.575 lire, equivalenti a 1.304.112 euro (dato anche questo che tiene conto dell’inflazione monetaria intervenuta nel frattempo);

oltre alla duplicazione artificiosa di incarichi, sussistono casi come quello del dentista Pietro Malagnino, vicepresidente dell’Enpam, che cumula anche la carica di Vicepresidente dell’Associazione degli enti previdenziali privati (Adepp) e soprattutto di componente del Consiglio di amministrazione di Enel Green Power, titolo al quale la Fondazione partecipa con un investimento di 100 milioni di euro e registra una perdita, ai valori di borsa del 20 giugno 2012, di oltre 25 milioni di euro;

né d’altra parte l’andamento gestionale dell’Enpam, anche alla luce delle recenti iniziative della magistratura penale, pare giustificare tale generosità degli organi nei confronti di se stessi,

si chiede di sapere:

quali componenti del Consiglio di amministrazione e del Collegio dei sindaci della Fondazione Enpam risultino cumulare con tale carica quella di componenti del Consiglio di amministrazione e del Collegio dei sindaci dell’Enpam Real Estate e quali importi ciascuno di essi abbia percepito per tali incarichi;

se tra tali componenti risultino esservi anche quelli di nomina ministeriale;

se, oltre al caso di Malagnino, risultino sussistere altre situazioni di cumulo di incarichi in società per azioni partecipate dagli enti privatizzati, e quale sia l’entità dei compensi percepiti dagli stessi;

se il Governo intenda assumere iniziative di indirizzo nei confronti degli enti previdenziali privatizzati volte a garantire una policy in merito alle duplicazioni di incarichi e agli incarichi plurimi rivestiti dai componenti degli organi di vertice degli enti di cui si tratta, anche attraverso la pubblicazione di una banca dati che permetta agli iscritti alle casse di previdenza privatizzate di conoscere l’esatta entità dei compensi erogati ai componenti degli organi stessi;

quali iniziative intenda assumere, anche attraverso i componenti di nomina ministeriale del Consiglio di amministrazione e del Collegio di sindaci della Fondazione Enpam, per assicurare che i processi di comunicazione istituzionale avvengano nel rispetto della trasparenza, completezza e correttezza dell’informazione ai propri iscritti.

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