Autilia Zeccato guida Enit Pechino

 

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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07786
Atto n. 4-07786

Pubblicato il 26 giugno 2012, nella seduta n. 751

LANNUTTI – Ai Ministri per gli affari regionali, il turismo e lo sport e dello sviluppo economico. -

Premesso che:

si apprende da notizie di stampa che dal 1° agosto 2011 la signora Autilia Zeccato guida la sede Enit (Ente Nazionale italiano del turismo) di Pechino;

stando al curriculum della signora Zeccato, consultabile sul sito dell’Agenzia nazionale del turismo, si nota che la stessa è stata dirigente delle Direzioni Sistemi informativo-tecnologici e Affari generali, nonché Gestione risorse umane, ma non ha alcuna esperienza professionale nel settore del turismo; inoltre non conosce la lingua cinese ed ha una conoscenza “sufficiente” della lingua inglese; fino a tre anni fa aveva fatto il segretario comunale a Zeme, Velezzo Lomellina, Lardirago, Bascapè, Affile, Labico e Campagnano Romano;

neanche il suo “capo” Paolo Rubini, quando fu nominato General manager dell’Enit, aveva alcuna esperienza nel settore. Dal suo curriculum risultava essere stato solo responsabile della ‘banca dati’ dei Circoli della libertà, responsabile dell’audit interno dell’Isvap, e vicepresidente della StemWay Biotech, specializzata nel congelamento di cordoni ombelicali (cellule staminali), anche se poi, in seguito alle polemiche sollevate a riguardo, apparvero all’improvviso esperienze pregresse nel settore di riferimento della nomina;

considerato che:

scrivono Rizzo e Stella per il “Corriere della Sera” che non c’è dunque da meravigliarsi se nel decreto Sviluppo Italia, «in 188 pagine, non si trova un cenno alla Cultura e al Turismo, spacciati ogni giorno, retoricamente, come “il nostro tesoro”. Una svista suicida. Sono anni che tutti gli studi dicono che ogni euro speso bene in cultura rende più di ogni altro investimento. La Francia impegna nel nuovo Louvre di Lens 200 milioni certa di guadagnarci sette volte tanto. La Spagna ha moltiplicato in 7 anni per 18 volte, dice un rapporto Ue, i soldi messi nel Guggenheim di Bilbao. Jeremy Rifkin afferma che “l’espressione più potente e visibile della nuova economia dell’esperienza è il turismo globale” divenuto “rapidamente una delle più importanti industrie del mondo”. Lo stesso Sole 24 Ore, prima ancora di lanciare il suo “Manifesto per la cultura”, stigmatizzava tre anni fa come si puntasse troppo su “progetti (ponte sullo Stretto) che presentano moltiplicatori di reddito inferiori a quelli evidenziati dai progetti culturali: due volte contro 4-5 volte”. E faceva vari esempi. Uno: “La mostra nazionale Gauguin-Van Gogh organizzata a Santa Giulia (Brescia). A fronte di 3 milioni di spese, con 515 mila visitatori ha prodotto una spesa pro capite media di 83 euro per un indotto complessivo di 75 milioni”. E allora, davanti a questi dati, ti domandi: possibile che ancora una volta ogni progetto di rilancio dell’economia punti su tutto meno che sulla cultura e sul turismo? Capiamoci: è una cecità datata. E spiega perché l’Italia, che nel 1970 era la prima al mondo tra le destinazioni del turismo internazionale, sia scivolata al quinto posto e perché nella graduatoria della competitività turistica del World economic forum (non basta avere le Dolomiti o l’”Ultima cena” di Leonardo ma occorre offrire trasporti, alberghi e ristoranti buoni e non troppo cari, una rete web decente, sicurezza (…) occupi appena la 27ª posizione. “Dobbiamo portare il turismo al 20% del Pil” proclamava un anno fa Silvio Berlusconi. Rilancia ora il ministro Piero Gnudi: “Il turismo potrebbe dare al Pil un contributo del 18%”. Aggiungendo che il settore “nei prossimi 10 anni ha la possibilità di creare 1,6 milioni di nuovi posti di lavoro”. Ma i fatti? L’ultimo rapporto del World travel & tourism council (Wttc) afferma che il turismo in senso stretto rappresenta in Italia appena il 3,3% del Prodotto interno lordo. Umiliante. Nel mondo ci sono 93 economie nelle quali l’industria turistica ha un peso relativo maggiore al nostro. Paesi come Spagna, Grecia, Egitto o Portogallo meno forti sotto il profilo industriale. Ma anche Paesi manifatturieri come la Francia, che ci supera con il suo 3,7%. Anche con l’indotto, il peso del turismo si solleva faticosamente da noi fino all’8,6% del Pil, ben al di sotto non solo dei sogni berlusconiani e gnudiani ma di tanti altri Paesi. Se per numero di ospiti stranieri, come dicevamo, siamo oggi la quinta destinazione mondiale dietro Francia, Spagna, Usa e Cina, sugli introiti complessivi generati da questi turisti esteri siamo già, secondo il Wttc, in sesta posizione, superati perfino dalla Germania e con il Regno Unito che ci incalza. E per fatturato complessivo del settore (italiani e stranieri e tutto l’indotto insieme) siamo addirittura settimi. Di più. Le stime dicono che nel 2012 i ricavi scenderanno dello 0,9% e che il numero dei turisti stranieri calerà sotto i 43,6 milioni, bruciando parte della ripresina del 2011. Dei 181 Paesi censiti dal Wttc, appena 14 cresceranno meno di noi: siamo al posto 167. Già quest’anno il fatturato del turismo estero da noi si attesterà intorno a 30,3 miliardi di euro, cioè 4,3 al di sotto dei livelli 2006. Con un impatto anche sull’occupazione, già più modesta che altrove. In Egitto il turismo dà lavoro a 3 milioni 79 mila persone, in Italia, indotto compreso, a 2 milioni 231 mila, cifra che vale appena il 19° posto in graduatoria. Direte: è logico, sul Nilo quale altro mestiere vuoi che facciano? Andiamo allora vedere tre paesi con un manifatturiero forte: in Francia il settore occupa 2 milioni 793 mila addetti, nel Regno Unito 2 milioni 308 mila, in Spagna (un quarto di abitanti in meno) 2 milioni e 304 mila. Sono numeri inequivocabili. E dicono che l’immenso patrimonio paesaggistico, monumentale, artistico ed enogastronomico che abbiamo è sfruttato malissimo. E anche qui l’ottimismo sventolato via via da ogni governo non è condiviso affatto dal Wttc: nella classifica della crescita turistica prevista da qui al 2022 occupiamo la casella numero 173. Su 181. C’è chi dirà: i numeri vanno presi con le pinze, tanto più le previsioni. Giusto. Ma cosa stiamo facendo da anni noi, il paese che si vanta di avere più siti Unesco di tutti nel pianeta, per invertire il nostro malinconico smottamento turistico nel bel mezzo del boom di questa nuova “industria mondiale” di cui parla Rifkin? Il governo di Pechino stima che nel 2015, cioè fra tre anni, i cinesi così ricchi da andare in vacanza all’estero saranno tra i 100 e i 130 milioni e spenderanno in giro per il mondo 110 miliardi di euro. Mai visti tanti turisti, mai visti tanti soldi. Noi, il Paese di Marco Polo, l’unico occidentale conosciuto anche dai contadini delle più remote contrade dell’”Impero di mezzo”, avevamo una posizione di vantaggio: “Eravate il punto di partenza ideale per un tour europeo”, spiegò l’anno scorso a Giampaolo Visetti di Repubblica il vicecapo dell’Ufficio nazionale del turismo cinese, Zhu Shanzhong, “poi ci avete un pochino trascurati”. Come? Costruendo un sito web stupefacente con il copia-incolla del sito cinese dell’Emilia-Romagna, troppo tardi cambiato, col risultato che pareva producessimo soltanto parmigiano, prosciutto e macchine Ferrari e che la capitale fosse Bologna. Ignorando di raccomandare ad alberghi e ristoranti di accogliere nel modo giusto i nuovi ospiti (esempio: bastoncini al posto delle forchette) e spalancando alla Francia e alla Germania, molto più rapide nell’adeguarsi, la possibilità di soffiarci il ruolo di destinazione privilegiata»;

il caso della signora Zeccato non rimane isolato perché, continua il “Corriere della Sera”, «A conquistare i turisti del Brasile, cioè il più grande Paese cattolico del mondo dove il boom potrebbe consentire finalmente a milioni di fedeli di venire a Roma, abbiamo mandato l’ingegnere catanese Salvatore Costanzo. Il quale, per ragioni in cui non vogliamo entrare, non ha ottenuto a lungo il visto da Brasilia e ha cercato di conquistare i brasiliani standosene a Buenos Aires. Nulla di personale, ma come diavolo vengono scelti i dirigenti di punta in certi luoghi strategici? Decidiamoci: o l’Enit è un carrozzone ormai irriformabile e allora va chiuso oppure può servire e allora va rovesciato come un calzino a partire dalla decisione di far rientrare domani mattina (non fra un mese: domani mattina) chi è stato improvvidamente premiato con incarichi spropositati. Bene: nel decreto Sviluppa Italia l’unico accenno al turismo è la disposizione che la struttura estera dell’Enit sarà integrata con le ambasciate e i consolati. Fine. Anzi, non è stata neppure risolta la contraddizione di affidare la “mission impossibile” del risanamento dell’ente al direttore della Luiss Pier Luigi Celli e allo stesso tempo di sopprimere il Dipartimento del turismo (accorpato a quello degli Affari regionali) tenendo in vita invece una fantomatica “struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia” creata al tempo del governo Berlusconi e che costa un paio di milioncini l’anno. Quanto ai beni culturali, che dell’industria turistica sono la benzina, inutile cercare nel testo parole come cultura, arte, monumenti, archeologia: non ci sono»;

l’articolo prosegue: «Spiega Massimo Deandreis, direttore di Studi e Ricerche del Mezzogiorno, che il turismo culturale rappresenta ormai il 35% del Pil turistico appena sotto il 38% del turismo marino, al 16% del montano, all’8% del lacuale, al 4% del termale e ancora al 4% del collinare. Eppure “il Pil turistico (in senso stretto) meridionale raggiunge il 3,5% del Pil complessivo, contro il 3,8% dell’Italia”. Uno spreco pazzesco. E avvilisce prendere atto che, nonostante le buone volontà personali, non c’è alcun impegno reale di cambiare strada. L’Italia oggi investe in cultura un quinto della Francia: lo 0,19% del suo bilancio. Un quarto rispetto allo 0,80% del 1955. Per recuperare il terreno perduto servirebbe un impegno pubblico convinto e accanito. E non parliamo di soldi: parliamo di idee. E torniamo a un tema che noi del Corriere abbiamo già sollevato: dobbiamo mettere insieme in un grande e potente ministero del Patrimonio, affidato ai più bravi, quelle che dovrebbero essere le nostre risorse maggiori: beni culturali, ambiente e turismo»;

ogni anno lo Stato spende oltre 100 milioni per sostenere un settore che vale tra il 10 e il 13 per cento del Prodotto interno lordo. Un fiume di soldi che finisce nelle casse dell’Enit e di varie agenzie e SpA a capitale pubblico. “L’Espresso” ha studiato bilanci, documenti riservati e progetti scoprendo che i quattrini servono, oltre che a inutili promozioni, a foraggiare l’appetito di manager e dirigenti indicati dai politici, a finanziare strane strutture di missione governative, assurde conferenze e improbabili bureau. I quali, in teoria, dovrebbero rilanciare l’immagine del Paese, ma che, nella pratica, ottengono risultati modesti, inversamente proporzionali agli sprechi e ai benefit (di lusso) destinati ai potenti;

nel dicembre 2011 la manovra economica di Monti all’inizio prevedeva l’eliminazione dell’Enit, poi scomparsa nel documento di programmazione economica definitivo,

si chiede di sapere:

se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa ed in particolare su quali basi di competenza sia ricaduta la nomina della signora Autilia Zeccato, considerato che la sua mancata esperienza nel settore del turismo nonché la conoscenza “sufficiente” della lingua inglese difficilmente possono permettere di affrontare discorsi commerciali, né tantomeno permettono di colloquiare speditamente nelle pubbliche relazioni con le personalità locali;

se tale nomina non risponda a criteri politici che il Governo “tecnico” aveva affermato di voler combattere, anche per i danni causati spesso dagli incapaci designati in incarichi di grande responsabilità, e se il Governo non intenda rimuovere i collaboratori che ricoprano incarichi senza i requisiti necessari al fine di restituire efficienza ed efficacia all’Enit che ha il compito centrale di promuovere l’immagine unitaria dell’offerta turistica nazionale e di favorirne la commercializzazione;

se risulti rispondente al vero che il cosiddetto decreto Sviluppo non si occupa della cultura e del turismo come volano dell’economia del Paese;

se il Governo non ritenga necessario, alla stregua degli altri Paesi, adoperarsi per un impegno pubblico di risorse ed idee al fine di sviluppare una strategia per la cultura ed il turismo, per cogliere le opportunità di crescita economica ed occupazionale offerte dal settore, che rappresenta una delle leve per la ripresa del Paese e di conseguenza quale iniziative intenda adottare a riguardo;

quali iniziative intenda assumere al fine di annunciare le linee guida sul progetto di piano nazionale del turismo a cui sta lavorando in collaborazione con le Regioni.

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